mercoledì 17 maggio 2017

Tiziano Renzi

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jena@lastampa.it

Votereste un figlio usato da quest’uomo?

Valori

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jena@lastampa.it

I migranti dovrebbero conformarsi ai nostri valori, proprio come gli italiani.

L'ipocrisia cattocomunista

ilgiornale.it
Alessandro Sallusti - Mar, 16/05/2017 - 19:32

In tv chiamano i profughi "fratelli migranti" con la faccia contrita ma al telefono parlano di loro come i "negri da spellare"

Queste non sono, come scritto ieri da qualcuno, «le mani della mafia sulla pelle degli immigrati», anche perché la mafia le mani le ha sempre e ovunque circoli denaro.

Queste sono le mani sugli immigrati della gioiosa macchina dell'accoglienza e delle porte aperte che sull'immigrazione ha intascato, e intasca, centinaia e centinaia di milioni. Cioè di quella lobby cattocomunista che ha bollato di razzismo chiunque - noi per primi - in questi anni ha chiesto regole e paletti, messo in dubbio regolarità e trasparenza dei soccorsi. Queste sono le mani sui migranti di una certa politica al di sopra di ogni sospetto e invece vicina, troppo vicina, a cardinali e ad Angelino Alfano che come ministro degli Interni avrebbe dovuto controllare e vigilare le organizzazioni umanitarie cattoliche come la Misericordia.

Questi sono i responsabili dello scacco allo Stato messo in atto a Capo Rizzuto, nel più grande centro di prima accoglienza del Paese. Poi c'è anche la mafia, che tutto dispone. E nel tempo ha disposto anche di un prete leader dell'accoglienza, Edoardo Scordio e di un politico, Leonardo Sacco, uomo di Dorina Bianchi, parlamentare alfaniana, e legato alla famiglia Alfano (propose anche di affidare uno di questi centri a un parente del ministro che non aveva alcuna competenza specifica).

I verbali di questa inchiesta che ha portato all'arresto di oltre sessanta persone sono un manuale di malaffare e smascherano i presunti angeli dell'accoglienza. Quelli che in tv chiamano i profughi «fratelli migranti» con la faccia contrita ma che al telefono parlano di loro come i «negri da spellare».
La domanda da farsi non è «perché la mafia», ma «perché le confraternite cattoliche», «perché le coop rosse». Cioè perché il sistema solidale si è alleato con le cosche, affamato di soldi e privo di scrupoli come e più di loro. Le cooperative sono parenti stretti dei partiti di centro e di sinistra. E allora forse oggi capiamo perché gli ultimi governi non hanno fermato, anzi hanno agevolato, un flusso migratorio incondizionato: soldi, tanti, maledetti e subito.

Adesso però basta. E si può fare, come dimostra il fatto che a fine mese durante il G7 di Taormina è stato elaborato un piano per vietare gli sbarchi in Sicilia. Trump, Macron e soci non devono essere disturbati o infastiditi durante il loro soggiorno. E noi chi siamo? Opto per un G7 permanente.

No, gli mp3 non sono morti

lastampa.it
andrea nepori

Il formato per la compressione audio più diffuso al mondo è vivo e vegeto. Sono solo scaduti i brevetti software che imponevano ai produttori il pagamento di una licenza



Il Fraunhofer Institute, l’ente di ricerca tedesco che ha contribuito alla creazione del formato mp3 alla fine degli Anni 80, ha annunciato di recente la fine dei piani di licenza della tecnologia di compressione audio. Il motivo è semplice: sono scaduti i brevetti software, registrati un paio di decenni fa, su cui si basava l’obbligo di concessione per sviluppatori e produttori hardware.

Non significa che l’mp3 è morto, superato da altri formati proprietari, come si è potuto leggere un po’ ovunque nelle ultime ore. Casomai il contrario: da ora gli sviluppatori e i produttori potranno integrare la funzione di codifica e decodifica dei file mp3 nei propri dispositivi e nelle proprie applicazioni, senza dover versare alcun obolo all’istituto di Monaco. Ebbene sì: il formato che ha innescato la rivoluzione musicale degli ultimi vent’anni, che ha trovato nella pirateria la sua consacrazione e che poi ha contribuito alla rinascita di Apple con il lancio dell’iPod, non era né gratuito né aperto, anche se gli utenti finali non hanno mai dovuto sborsare nulla per utilizzarlo. 

Le esequie sono ampiamente premature, insomma, ed è probabile che nei prossimi mesi molti sviluppatori indipendenti decidano ad esempio di integrare l’esportazione in mp3 nelle proprie app. Anche le maggiori distro Linux, che storicamente supportano l’alternativa open source Ogg Vorbis (molto meno diffusa), ora potranno implementare gratuitamente strumenti di codifica e decodifica degli mp3. 

Nel comunicato con cui annuncia la fine dei piani di licenza degli mp3 il Fraunhofer Institute suggerisce il passaggio all’AAC, codec proprietario che l’ente ha contribuito a sviluppare e i cui brevetti - ça va sans dire - sono ancora pienamente validi. L’AAC è tecnicamente superiore all’mp3, soprattutto a bitrate più bassi (semplificando: a livelli di compressione più spinti). Gli audiofili protesteranno, ma è innegabile che all’orecchio dell’utente medio un mp3 compresso alla massima qualità possibile e un AAC di pari livello siano di fatto indistinguibili. 

La vera differenza si ha con formati come il FLAC, che è lossless: i file conservano cioè tutte le informazioni audio della sorgente, pur pesando meno. Per distinguere davvero la qualità del formato servono comunque un orecchio allenato e un impianto audio adeguato. Non c’è nessuna guerra in corso, è bene specificarlo: l’AAC è già un formato standard. Il merito (o la colpa, a seconda dei punti di vista) è soprattutto di Apple, che nel 2003 introdusse la compatibilità con il codec su iTunes e iPod. La scelta era funzionale all’adozione del DRM “Fairplay”, protezione anticopia che rimase attiva sui brani venduti su iTunes fino al 2007. 

Dichiarare la morte del formato mp3 a causa della scadenza dei brevetti che ne regolavano l’uso sarebbe come dare per spacciate le GIF, o piangere la dipartita delle foto in JPEG. Il formato audio più diffuso e supportato al mondo adesso ha pure un vantaggio in più: è libero e svincolato da qualsiasi licenza. In altre parole non è mai stato così vivo.

"Vengo da voi una volta al mese rubo e nessuno mi può arrestare"

ilgiornale.it
Luca Romano - Mar, 16/05/2017 - 15:30

La confessione choc di un ladro cecoslovacco: "Vengo da voi perché tanto mi rimettono in libertà"



Una confessione che spiazzerebbe chiunque: "Vengo a rubare in Italia una volta al mese, tanto non mi fanno nulla".

Un cecoslovacco si racconta a il Tempo. L'uomo arrotonda il suo stipendio da tassista a Praga rubando diversi portafogli a Roma. L'uomo è stato fermato a maggio, ad agosto e a settembre dello scorso anno dopo essere stato colto in flagranza di reato. Ma dopo l'arresto puntualmente è stato sempre scarcerato.

La tecnica è sempre la stessa: sale sul bus 64 con diversi pacchetti per non destare sospetti e poi si avvicina alla vittima portando via il portafoglio. Proprio in questi giorni a suo carico è arrivata però la prima condanna a 7 anni e un risarcimento di 150mila euro. Ma il verdetto non lo spaventa. "Vengo da voi perché tanto mi rimettono in libertà", afferma sempre al Tempo. Una tecnica collaudata ormai da anni per aumentare il suo reddito da 800 euro con l'attività di tassista a Praga.

Quattro cose da sapere ancora su Wannacry

lastampa.it
carola frediani

Microsoft accusa i governi; sbuca un secondo interruttore; e le ultime raccomandazioni dall’Europa. Il punto sul virus che imperversa da venerdì



Si temeva un lunedì nero. Ma - mentre in Cina sono state segnalate decine di migliaia di infezioni - almeno in Europa la situazione è stata finora abbastanza tranquilla e “stabile”, a detta della stessa Europol. Allo stato attuale la diffusione di Wannacry, il ransomware che ha imperversato da venerdì, è molto rallentata grazie all’intervento di più di un ricercatore, come vedremo. In attesa di capire quali sviluppi potrebbero esserci, facciamo il punto su alcune questioni, precisando che l’argomento stesso resta molto in evoluzione.

Come si diffonde Wannacry
Sappiamo che la particolarità di Wannacry - ovvero la sua velocità di propagazione - consiste nella capacità di diffondersi attraverso le reti interne di un’organizzazione grazie a una vulnerabilità di un protocollo di condivisione di file di rete, SMB (Server Message Block), usato da sistemi Microsoft Windows.

Tuttavia come avviene la prima infezione? Su questo non ci sono le idee chiarissime fra gli esperti. Alcuni inizialmente hanno ritenuto che il vettore d’attacco originario, come quasi sempre avviene coi ransomware, fosse la mail. Nessuno però finora ha trovato mail che veicolassero Wannacry. La tesi più accreditata viene dunque riassunta dalle raccomandazioni del Cert-EU - l’unità europea per la risposta alle emergenze informatiche - appena pubblicate.

“Non ci sono informazioni certe sul vettore iniziale delle infezioni. Non sono stati trovati esempi di mail di spear-phishing (di phishing mirato, ndr), che distribuissero questo software malevolo. Molti ricercatori tendono a pensare che si diffonda inizialmente attraverso computer vulnerabili esposti su internet con la porta 445. Una volta che un solo computer di una rete locale viene infettato, il malware automaticamente si propaga usando il protocollo SMB”. E ancora l’organismo europeo rimarca: «E’ importante menzionare che computer non aggiornati e reti esposte via SMB su internet possono essere infettati direttamente senza il bisogno di altri meccanismi. Basta che siano accesi e accettino connessioni SMB».

Questa tesi è esposta anche da un report della società di cybersicurezza McAfee, secondo il quale il software malevolo genera una lista casuale di indirizzi IP con cui tenta di propagarsi. “In questo modo il malware può diffondersi non solo ad altre macchine sulla stessa rete, ma anche attraverso internet (...) E questa può essere la ragione dell’estensione dell’infezione e del perché molti non sanno quale sia stato il vettore iniziale dell’infezione”.

In pratica si comporta come un worm, un virus che si autodiffonde attraverso una rete. Tra i più celebri della categoria, ricordiamo Conficker. Wannacry, nota su Twitter il ricercatore Claudio Guarnieri, si è diffuso molto meno di passati worm, ma ha fatto più danni. Secondo il ricercatore Costin Raiu di Kaspersky, Wannacry in versione worm potrebbe aver iniziato a propagarsi giovedì scorso.

Il balletto degli interruttori e delle varianti
Abbiamo raccontato la storia del giovane ricercatore di sicurezza noto su Twitter come @MalwareBlogTech che ha trovato, nel codice di Wannacry, un “interruttore” per spegnere la propagazione dell’infezione. E che tutto ciò ha frenato la diffusione del malware. Ma quasi tutti i ricercatori si aspettavano comunque una sua rinascita senza quell’interruttore o con interruttori diversi. Sono le cosiddette varianti. Ora nelle ultime ore ne è stata rinvenuta almeno una che non conteneva nel codice quel primo nome di dominio da usare come blocco. E che quindi non poteva essere fermata in quel modo. 

Ma il ricercatore Matthieu Suiche, che l’ha analizzata, ha trovato sempre nel suo codice un altro interruttore, cioè un diverso nome di dominio. Dunque Suiche è corso a registrarlo col risultato di impedire a 10mila macchine di propagare l’infezione, come racconta lui sul suo blog. Sempre McAfee segnala di avere trovato varianti prive di interruttore, ma senza la capacità di propagazione della prima versione. Ci sono altre varianti ugualmente dannose? Ne usciranno di nuove? Non si può escludere. Diciamo che sono attese. In questo momento ci sono due domini internet che fanno da fragile diga a Wannacry, per dirla con le parole di Suiche.

La reazione di Microsoft
L’azienda di Redmond si è trovata in prima linea nell’emergenza Wannacry, e ha deciso di fornire un aggiornamento per chiudere la falla sfruttata dal malware anche a sistemi Windows non più supportati da anni, come Windows XP.

Ma a distanza di due giorni dall’esplosione di questo ransomware, se n’è uscita anche con una forte dichiarazione politica. “Questo attacco offre ancora un altro esempio del perché sia un problema il fatto che i governi ammassino vulnerabilità”, ha commentato sul suo blog il presidente di Microsoft Brad Smith. “È un trend emergente nel 2017. Abbiamo visto le vulnerabilità conservate dalla CIA pubblicate da Wikileaks, e ora questa rubata alla NSA che ha colpito clienti in tutto il mondo (...) Questo attacco rappresenta un collegamento non voluto ma sconcertante tra le due più serie minacce alla cybersicurezza del mondo oggi - azioni di Stati e azioni di organizzazioni criminali”.

Il riferimento è al fatto che Wannacry sfrutti un attacco segreto della Nsa rubato, messo online e riutilizzato dagli autori di questa epidemia di ransomware, come avevamo spiegato qua. I governi - prosegue Smith - dovrebbero riferire le vulnerabilità alle aziende, invece di raccoglierle e tenerle nascoste per sfruttarle. E dovrebbero applicare al cyberspazio le stesse regole applicate alla armi nel mondo fisico.

Cosa fare tecnicamente?
Applicare l’aggiornamento MS17-010 che chiude la falla usata da Wannacry: ormai è stato detto in tutte le salse. Oltre a ciò il Cert-EU suggerisce di disattivare SMBv1; bloccare il traffico SMB in entrata sulla porta 445; isolar¬e sistemi che potrebbero essere vulnerabili dalla rete; in caso di nuove infezioni, permettere l’accesso delle postazioni ai domini che funzionano da interruttore; e ovviamente fare i backup. In italiano si trovano anche le raccomandazioni tecniche dell’Agenzia per l’talia Digitale e CERT-PA.

Bra, fa pipì nel sottopasso ferroviario: multato di diecimila euro

lastampa.it
marisa quaglia

Il trentenne ripreso dalle telecamere di videosorveglianza è stato sanzionato per “atti osceni in luogo pubblico”



Una pipì decisamente cara per un braidese. Il trentenne è stato multato per aver urinato nel sottopasso della Stazione, mettendo anche in mostra le proprie parti intime. Dopo le segnalazioni da parte di alcuni passanti, la polizia municipale ha avviato le indagini per identificare il soggetto. Dopo aver controllato le immagini del sistema di videosorveglianza installate nel sottopasso, gli agenti hanno identificato l’uomo e gli hanno notificato una multa di 10 mila euro. Da gennaio 2016 gli atti osceni in luogo pubblico sono stati depenalizzati: si è passati dalla pena della reclusione alla sanzione amministrativa. 

Manovra, Pd: stop monete da 1-2 centesimi da 2018

lastampa.it



Addio, a partire dal primo gennaio 2018, alle monete da 1 e 2 centesimi. È quanto propone un emendamento del Pd alla manovra-bis (primo firmatario Boccadutri), in cui si specifica che il risparmio derivante dallo stop al conio è destinato al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato. 
«Con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, da adottarsi entro il primo settembre 2017, - si legge - si stabiliscono le modalità attraverso cui i pagamenti effettuati in contanti sono arrotondati nel periodo di sospensione».

Perché il servizio civile e il volontariato non possono essere un ordine

lastampa.it
alberto mingardi

Un «momento unificante» per i giovani. Questo sarebbe, secondo il ministro della Difesa Pinotti, il servizio civile obbligatorio. La naja serviva anche per «fare gli italiani», o perlomeno per costringerli a conoscersi gli uni con gli altri. Ora si vorrebbe far svolgere lo stesso compito al volontariato. Le 300 mila associazioni non profit del nostro Paese provano la vivacità della società italiana nell’organizzarsi da sé, in vista di scopi avvertiti come importanti. Il servizio civile obbligatorio garantirebbe a queste realtà un’ampia disponibilità di manodopera a titolo gratuito.

E’ un po’ curioso che in un Paese nel quale si è fatto fuoco e fiamme per abolire i tirocini non retribuiti ora si pensi di reintrodurli, per il solo mondo del non profit. Chi faceva uno stage senza averne in cambio un compenso sperava in realtà di trarne benefici di carattere diverso: di imparare cose che avrebbero potuto essere utili nel prosieguo della vita lavorativa, di arricchire il proprio curriculum. A torto o a ragione, si è pensato che quella prassi generasse continui abusi.

Ora vorremmo imporre stage nel terzo settore, gratuiti e obbligatori. Chi ha a disposizione opportunità migliori sarebbe condannato a rimandare l’appuntamento di qualche mese, sperando che lo aspettino: eventualità rara, quando ancora non si ha, in senso proprio, una professionalità. Riducendo la libertà di scelta, diminuirebbe anche la probabilità di trovare un’occasione non di guadagno ma almeno di crescita nelle proprie competenze. Il volontariato acuisce il senso di responsabilità, aiuta a simpatizzare con chi sta peggio di noi. Ma ciò avviene in larga misura perché è «volontariato»: perché le persone ci mettono per propria autonoma decisione tempo e fatica.

Il terzo settore vive grazie ai volontari, e a un più modesto nucleo di persone che invece ne ha fatto una professione. Per costoro la prospettiva di avere più collaboratori senza doverli pagare è allettante. E tuttavia non è detto che faccia bene alle loro associazioni. Potere usufruire di «lavoro regalato» è un po’ come avere a disposizione un flusso regolare di fondi assicurato dalle tasse. L’una cosa e l’altra ridurranno la pressione a cercare nuove risorse, quattrini o lavoro donato volontariamente. 

Attraverso questo processo - la ricerca di fondi e volontari - una associazione non profit ottiene conferma della bontà delle proprie scelte e del fatto di essere al servizio di uno scopo condiviso da altre persone. Ridurre questo stimolo non può far bene al terzo settore. I sussidi possono produrre aziende autoreferenziali, che esistono solo per percepirli. Lo stesso può fare il ricorso alla manodopera gratuita: tenere in vita associazioni che servono solo per impiegarla.

E’ sorprendente la leggerezza con cui si parla di tornare alla coscrizione, per quanto de-militarizzata.
In Italia l’abolizione della leva obbligatoria è stata una riforma davvero bipartisan, nata durante il secondo governo Amato (ministro della difesa Carlo Scognamiglio) e accelerata nei tempi dal governo Berlusconi (ministro della Difesa Antonio Martino). Si riconosceva alle persone giovani il diritto di fare quel che desiderano della propria vita.

La leva civile assomiglia a una imposta: ti obbligo a lavorare, prelevo il tuo salario e lo trasferisco al tuo datore di lavoro. Difficile sostenere che sia un aiuto per il lavoratore obbligato, anche se il datore di lavoro è non profit.

Twitter @amingardi

Il fallimento del “dopo di noi” famiglie sempre più sole e 40 mila disabili fantasma

lastampa.it
andrea malaguti

A un anno dalla legge che tutela le persone in difficoltà senza padri e madri mancano fondi e strutture. I genitori: “Speriamo che i figli non ci sopravvivano”


Servirebbero sei miliardi per garantire a due milioni di disabili di ottenere un alloggio in istituti idonei dopo la morte dei genitori secondo l’Anffas

La legge che doveva cambiare tutto, apparentemente non ha cambiato niente. Eppure nel maggio del 2016, quando la prima normativa organica sul dopo di noi fu licenziata dalla Camera, al governo era tutto un darsi di gomito: avete visto? Pensiamo ai più deboli. Bello. O piuttosto balle. Perché i più deboli non se ne sono accorti.

«Siamo gli unici genitori del mondo a sperare che i figli non ci sopravvivono», dice Lucia Viggiano, mamma napoletana di una meravigliosa disabile grave, Francesca. E una dei circa trecentomila genitori italiani che spendono l’esistenza di fianco a figli che si limitano ad abitare corpi destinati a diventare un orpello. Adulti con la testa ricca e incompleta di bambini. Persone che vanno lavate, nutrite, accompagnate, seguite, curate e gestite ventiquattro ore al giorno. Esseri umani che, stando alla relazione presentata al Senato nell’aprile del 2016 dal presidente dell’Istat, Giorgio Alleva,

«vedranno in futuro aumentare il rischio di esclusione ed emarginazione, se la società non sarà in grado di fornire loro il supporto di cure e l’autonomia economica assicurata attualmente dalla rete familiare». La legge sul «dopo di noi», con i suoi trust, i suoi fondi vincolati, le sue agevolazioni fiscali per le assicurazioni fino a 750 euro, la sua «deistituzionalizzazione» (strutture monstre sostituite da case famiglia) e i suoi cohousing, avrebbe dovuto garantire quel supporto. Chiacchiere. L’obiettivo non è stato neppure sfiorato. Forse perché non si voleva, di sicuro perché non ci si è dotati degli strumenti per farlo. «Ma perché, davvero esiste una legge per noi?», dice delusa Lucia.

E’ sempre la relazione di Alleva a spiegare perché il «dopo di noi» non funziona. Ci sono due limiti e un buco nero. In assenza di una anagrafe sulle disabilità è impossibile dire quante siano le persone con problemi gravi in Italia (si stima circa due milioni) e non esiste una fotografia delle difficoltà che affrontano quotidianamente. Le necessità di un ragazzo autistico di 25 anni sono diverse da quelle di un down di 40. Mancano sia l’analisi quantitativa sia l’analisi qualitativa. Senza le quali non è chiaro quanto incidano i finanziamenti previsti: 90 milioni per il 2016, 38,3 milioni per il 2017 e 56,18 milioni per il 2018, vale a dire meno di 400 euro l’anno a disabili che, accolti in strutture idonee costerebbero allo Stato 200 euro al giorno.

S oldi integrativi che integrano ben poco. E’ come se si decidesse di servire cinquanta pasti a una mensa dei poveri dove arrivano mille persone. A 950 rimangono affamate. Dove vanno a mangiare? E’ la stessa domanda che si fa l’Istat - e questo è il buco nero - su 40 mila disabili gravi che escono dai radar quando muoiono i genitori. Desaparecidos che, secondo l’associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva o relazionale, sono almeno cinque volte di più: oltre duecentomila.

È accettabile che un Paese civile non faccia chiarezza? «Temiamo che i desaparecidos della disabilità finiscano in strutture non rilevate, centri per anziani o ex ospedali psichiatrici. La dispersione è enorme. Per altro le strutture sono concentrate al Nord, come se al Centro e al Sud vivessero tutti in famiglia», dice Roberto Speziale, presidente dell’Anffas. «Però la legge comincia a dare i suoi effetti e le Regioni stanno producendo i piani attuativi. Si vedono già i primi percorsi virtuosi di vite indipendenti e di qualità per le famiglie». Non a Napoli, dove Francesca ha fame e dice: mamma voglio la pizza.

La solitudine
Vomero, sala d’attesa dello studio odontoiatrico di Toni Nocchetti, una specie di santo laico che dedica la sua vita ad aiutare i disabili e ha fondato l’associazione «Tutti a Scuola Onlus». Sui divani ci sono i genitori di cinque ragazzi con gravi problemi cognitivi. E Lucia è una di loro. Francesca, che ha diciotto anni e la pelle bianchissima, le accarezza i capelli. Glieli pettina. Poi le mette un braccio intorno al collo. Lucia lascia fare, mentre Olga Caprio Innacolo racconta del suo Michele, che oggi ha 41 anni. Lei e il marito lo hanno adottato quando di anni ne aveva due. Lo sapevano come stava. Non gli è mai importato. «Sono stati anni pieni d’amore».

Poi Michele è cresciuto, è diventato più aggressivo, più difficile, e Olga, una donna che sembra di carta velina e invece è di cemento, ha compiuto 75 anni. «Si dondola, non riesce a stare fermo. Al mattino lo portiamo all’Antoniano, una centro semiresidenziale dove lo trattano con attenzione. Alle due mio marito lo va a prendere e con qualunque tempo lo porta a vedere le partite di calcetto.

Michele resta in macchina, accende la musica, guarda fuori ed è felice». E la legge sul dopo di noi? «Solo parole. Quando muoio il mio Michele non lo voglio rimanere a nisciuno». Anna Cattolico è la mamma di Gianluca, che di anni ne ha 36. Dice che lei una vita sua non l’ha avuta. Eppure è stata una vita bella. Faticosa, epperò degna. «Vorrei fare il premier per una settimana. Lo conosco il problema.
Saprei come affrontarlo. Quello del dopo di noi non è un modo. Delle volte Gianluca lo devo inseguire con il bastone, perché alza le mani. Qualche tempo fa mi ha spaccato un sopracciglio. Però vivo per lui. Lo Stato non lo sa, ma io sì». Olga è nonna.

E dice che Gianluca non si fa avvicinare da nessuna. Ma dalla sua nipotina di 4 anni sì. Lui chiude la porta. Lei la riapre. Gli va vicino e gli dice: vieni come ne. «Lui allunga la manona e la segue docile. Da qualche parte questi ragazzi hanno sempre un canale per comunicare». Solo che a forza di cercarlo ci si consuma. Il premio Nobel per la Medicina, Elizabeth Blackburn, segnala che i caregiver familiari - padri, madri, fratelli, zii, che si dedicano ai disabili gravi - hanno una aspettativa di vita più bassa della media di diciassette anni. Importa a qualcuno? A pochi, ma a qualcuno sì. 

Laura Bignami, senatrice del gruppo misto, ha depositato in Senato una proposta di legge che di questi 17 anni tiene conto. Norme che in Polonia e in Grecia esistono già, ma da noi no. Il suo ragionamento è semplice. Chi vive meno per seguire i figli deve avere il diritto di andare in pensione cinque anni prima. «Noi chiediamo semplicemente di rendere più umana la dinamica sociale. Per capire quanto vale l’impegno di queste persone basterebbe portassero i loro figli tutti assieme al pronto soccorso e li lasciassero lì.

Sarebbe subito chiaro il costo sociale di cui si fanno carico. La mia è solo una provocazione. Ma provate a pensarci. Certi problemi sono forse irrisolvibili. Ma tirare su la testa dalla melma si può». La sua proposta di legge è lì. Basta votarla. «Il dopo di noi è un piccolo seme, ma i trust, il co-housing e le polizze assicurative si potevano fare anche prima. Bastava avere i soldi. Esattamente come oggi». Nello studio di Toni, Francesca dice: «Mamma ho freddo, chiudiamo la finestra?» Intanto arriva la pizza.

Assicurazioni boom
Secondo l’Istat nei prossimi dieci anni i disabili gravi che rimarranno senza parenti saranno 160 mila. La loro aspettativa di vita cresce, mentre l’età media dei loro genitori si alza. Il problema non sono soltanto mamme sempre più adulte e dunque più esposte ai rischi legati a una gravidanza tardiva. Una ricerca pubblicata dal «Financial Times» segnala come i padri che concepiscono dopo i 40 anni (un esercito in crescita costante) mettono al mondo bambini che corrono un rischio tre volte superiore di sviluppare un disordine dello spettro autistico.

Molti disturbi cognitivi che fino a 30 anni fa non erano diagnosticati oggi intervengono a disegnare il quadro sempre più complicato di una realtà che l’Italia continua a ignorare, non recependo la classificazione di disabilità grave riconosciuta dall’Icf, l’international classification functioning. La disabilità non è una malattia. Ma una condizione. Che va definita anche in relazione alle possibilità di interazione sociale considerata individualmente. 

«Con questa indeterminatezza la politica ci va a nozze. Perché può permettersi di non ridiscutere lo Stato sociale. L’opacità non è casuale, è fatta apposta. Io contro questa legge mi sarei incatenato in Parlamento. Invece è passata, avendo come unico effetto quello di arricchire le assicurazioni», dice Nocchetti, che ha due figlie perfettamente sane e che si occupa di disabili solo perché glielo chiede il cuore. «Secondo lei esiste una stima dell’aspettativa di vita di un disabile che perde i genitori?». No. «Esatto. Io credo che resista molto poco». Francesca dice: non voglio la pizza. Poi la mangia. E allora dice: buona.

Soldi sprecati e fratelli
Sui divani dello studio al Vomero il dibattito tra i genitori continua. La legge sul dopo di noi è inutile per tutti. Lucia dice che i soldi non basta metterli. Bisogna anche capire come vengono spesi. E che quel controllo non lo fa nessuno. Sembra una riflessione piccola, invece è decisiva. Dice che gli assistenti sociali dei comuni spesso sono impreparati, che li pagano - poco - per un lavoro che non sanno fare. Che lei al suo ha rinunciato, perché era più un danno che un vantaggio. E anche Maria, che è la mamma di Biagio, un colosso di due metri, ha rinunciato al suo.

Lucia vuole anche andare via da Napoli, trasferirsi a Reggio Emilia, dove abita sua figlia Ludovica, perché al Nord i servizi sono migliori, ma lo sa che per Ludovica sarà un guaio. Anche i fratelli e le sorelle di disabili gravi hanno esistenze complicate. Le attenzioni dei genitori vanno sempre a chi sta peggio.

Angela, che ha due occhi da innamorarsi, mostra la foto di suo figlio Gianmarco, 21 anni, i lineamenti da attore e un disordine dello spettro autistico. Dice che la casa di famiglia l’ha intestata a lui. E che la sorella lo ha accettato dopo un po’. Ma che lei non può fare altro. «Lo so che ci sono istituti migliori e altri peggiori. Ma io non sopporto l’idea che Gianmarco finisca in uno di quei lager da 100 persone dove i ragazzi diventano dei numeri di cui non importa a nessuno».

Segue un dibattito su quanto sia giusto che i figli ricevano in eredità la disabilità dei fratelli. Ci sono posizioni molto diverse. Tommaso, che è il papà di Biagio, dice che ha letto di un genitore di Novara che ha sparato al figlio disabile e poi si è ucciso. «Io lo considero un gesto d’amore». Angela la pensa come lui. «Io lo so che Gianmarco finirò per portarlo via con me».

E la legge sul dopo di noi? «Quale legge?». Quella che secondo Speziale risponde alle angosce delle famiglie «ma che il governo non è stato capace di comunicare». Quella che i genitori qui al Vomero leggono e poi appoggiano delusi sul tavolo. «Gli unici che garantiscono diritti ai nostri figli siamo noi», dice Lucia. Francesca, che è elegantissima, come se nell’abbigliamento fosse possibile aggiungere scampoli di vita gregaria, urla: «Mamma, andiamo a casa?».

Hacker minacciano Disney di pubblicare il nuovo film di “Pirati dei Caraibi”

lastampa.it
enrico forzinetti

Secondo due siti è stato il Ceo Bob Iger a rivelarlo: all’azienda è stata chiesta una somma in bitcoin per non vedere in rete alcuni spezzoni del quinto capitolo della saga. “La vendetta di Salazar” arriverà nelle sale italiane il 24 maggio



Gli hacker colpiscono ancora e questa volta tocca al quinto capitolo della saga Pirati dei Caraibi realizzata da Disney. Sarebbe stato lo stesso Ceo dell’azienda Bob Iger a rivelare che alcuni pirati informatici hanno chiesto un elevato riscatto per impedire il rilascio online di un film in uscita, senza però indicarne il titolo. Disney si è rifiutata di pagare e sta collaborando con l’Fbi.

La notizia è stata riportata dai siti The Hollywood Reporter e da Deadline . Secondo quest’ultimo si sta parlando de La vendetta di Salazar, titolo in italiano del quinto appuntamento della saga che vede Johnny Depp nei panni del capitano Jack Sparrow. Il film è atteso nelle sale italiane dal 24 maggio.
Stando a quanto ha rivelato The Hollywood Reporter la minaccia degli hacker, finora non ancora identificati, sarebbe quella di pubblicare alcuni spezzoni di 20 minuti del film. Tutto questo se la casa produttrice decidesse di non pagare un’elevata somma di denaro in forma di bitcoin. Cifra di cui però non si conosce la precisa entità.

Soltanto qualche settimana fa è stata la serie tv Orange is the new black vittima di un simile ricatto. Netflix non ha pagato e così gli hacker hanno messo in rete 10 delle 13 puntate della quinta stagione in uscita a inizio giugno. A fine 2014 Sony aveva subito un pesante attacco informatico realizzato per spingerla a ritirare dal mercato il film The Interview sulla Corea del Nord.

“Qualche idea (da semiologa) su Medjugorje”

lastampa.it
antonella boralevi



È vero, è falso il miracolo di Medjugorje? Papa Francesco l’ha detto con garbo: «Io stesso, forse sono cattivo, preferisco la Madonna madre e non la Madonna a capo dell’ufficio telegrafico, che tutti i giorni invia un messaggio telegrafico a tal ora. Questa non è la mamma di Gesù e queste presunte apparizioni non hanno tanto valore».

Sono cattolica praticante. Da 15 anni faccio il servizio ai malati a Lourdes. Sono stata a Medjugorje. Ci sono andata con fede. Ma non ho potuto fare a meno, analizzando la mia esperienza, di fare alcune considerazioni da studiosa della comunicazione. E di formarmi una mia opinione. Magari sbagliata.Nell’assoluto rispetto di chi va a Medjugorje con fede. Il “racconto di Medjugorje” interseca il racconto di Bernardette e a quello dei pastorelli di Fatima. Bambini\adolescenti legati da parentela (come a Fatima), ma compagni di scuola (novità), si trovano su un viottolo di campagna (come a Lourdes e a Fatima). Vedono una luce bianca sulla collina e si spaventano (come a Lourdes).

Scappano, uno di loro però corre a piedi nudi sulla pietraia verso la donna che è apparsa (novità). 
La Madonna si presenta e chiede di tornare (come a Fatima). Le prime apparizioni avvengono in sequenza (come a Fatima), ma tutte in una settimana (novità). I protagonisti sono perseguitati, allontanati, sottoposti a interrogatori (come a Lourdes e a Fatima). Il sole gira (come a Fatima). La Madonna comunica segreti (invece che 3 come a Fatima, 10). Il parroco locale prima dubita,poi si converte (come a Fatima). La Madonna appare su una pietraia (rimando alla roccia di Lourdes ).

Già il terzo giorno, 26 giugno 1981, in attesa nello sperdutissimo e isolato villaggio della Jugoslavia comunista , ci sono 5.000 persone ,che diventano 15.000 il quinto giorno.Poi però (e questa è una pratica novità), la Madonna si sposta. Appare nei vari posti dove si trovano i veggenti e a orari prestabiliti. L’apparato rituale ha bisogno di certezze, e così il pellegrinaggio prevede la salita alla pietraia (con la mortificazione dei piedi nudi da scorticarsi per penitenza). Ma siccome la Madonna appare anche in altri luoghi, tra cui il cortile di casa di uno dei veggenti, facendo una offerta i pellegrini possono radunarsi nel suddetto cortile e contemplare il veggente che “vede”.

L’apparato dei contenuti prevede che a Madonna chieda preghiere e pentimento (come a Lourdes e a Fatima), ma con testi piuttosto elementari e ripetitivi, stando al libretto che li riporta. Però nessuno dei veggenti si fa prete o suora, anzi si sposano, lavorano,hanno figli, vanno in vacanza al mare di Rimini, fanno conferenze in giro per il mondo, si fanno fotografare in ritratti glamour. Nel frattempo, Medjugorje è diventata una industria. C’è una apposita uscita della autostrada, ci sono centinaia di alberghi e ristoranti, centinaia di negozi di souvenir, centinaia di gite organizzate e centinaia di migliaia di pullman di pellegrini.

La Messa si ascolta da un registratore che la traduce nella tua lingua. Le “guide” sono laici del posto , l’offerta per loro è 100 euro a persona al giorno. Quello che ha guidato me, aveva un Suv nuovissimo e un gran sorriso.

E ci voleva Gratteri?

ilgiornale.it
Nino Spirlì

Gratteri1

E andiamo, su! Pur nutrendo una stima profonda per il Procuratore Gratteri, e rispettando il suo lavoro e quello dei suoi ottimi collaboratori, non posso non ripropormi/vi la domanda: Ci voleva Gratteri per svelarci il segreto dell’acqua calda? Che il bisinis dei negri sia in mani malavitose, massomafiopolitiche, lo sappiamo tutti. Da sempre! O no??????

Io stesso – perdonerete l’autocitazione – lo scrivo da anni! Ma si dice che non ci sia peggior sordo di chi non vuol sentire. E gli italiani, o se ne strafottono, o calano le braghe davanti ai potentati – politici, religiosi, massoni, mafiosi… – sperando in un possibile interesse personale futuro. “Non si sa mai…”, dicono madri e padri mentre, omertosamente, si schierano dalla parte sbagliata. Per “un posticino” riservato per figli e nipoti darebbero il culo ad un gorilla, se fosse onorevole, boss o monsignore. Magari venerabile.

A Isola Capo Rizzuto, il prete e i boss si sono sfondati di milioni di euro. E chi glieli faceva arrivare? Topolino? L’abate Faria? Tristano di Isotta? O non, piuttosto, qualche dis/onorevole incastonato all’uopo al posto giusto? Attendiamo il prosieguo delle indagini e, se lo faranno andare avanti, il Procuratore di Catanzaro ci regalerà ben più corpose rivelazioni rispetto a quelle consegnate, al momento, alla stampa. Lo spero assieme a quelle altre decine di Cassandre con le quali condivido vaticini. Anzi, ne sono sicuro.

Ma inviterei TUTTE le Procure ad indagare – e a farlo bene – fra le carte e le stanze di questi finti paradisi della fratellanza del cazzo. E a dare credito a quei Si dice… di paese a proposito di SPRAR e affini. Di farlo in tutta Italia e, soprattutto, in queste regioni già martoriate dai poteracci da secoli. Calabria in testa! Sai che belle scoperte! Altro che sbarco su Marte e Venere…

Perché mai, infatti, le massomafiopolitiche (MMP) avrebbero dovuto farsi scappar di mano questo fruttuosissimo oceano di miliardi di euro? Vagoni di comodi soldoni freschi di conio europeo, in mazzette da cento e fino a cifre inimmaginabili, pronti per la spartizione in percentuali stabilite sui tavoli delle riunioni dei piani alti di grattacieli di cristallo quasi puro.

Quasi vergine. Ma stiamo scherzando? Su, su, che lo sanno anche le felci preistoriche d’Aspromonte e i profumati porcini della Sila, passando per le silenziose stanze della Certosa di Serra San Bruno, magari, o le poderose sale del ricco Museo Archeologico di Reggio (o Peggio*) Calabria, che gli sbarchi sono affare delle mafie e dei loro soci in tonaca o/e grembiulino e compasso. Come tutto ciò che produce e procura arricchimento e strapotere.

No, non mi scandalizzano i titoloni, cartacei e televisionari, di queste ultime ore. Mi fa incazzare il finto stupore di molti. Falsi, ipocriti sepolcri imbiancati! Maschere di gommamerda. Finti buoni e finti ignari! Tanti, se non tutti, collusi, per beceri interessi personali di puro stampo MMP.

Eh, sì! Che da queste parti Non si muova foglia che ndrangheta non voglia non è un mistero. E tutti coloro i quali arrossiscono davanti ad una retata a bordo centro accoglienza sono bugiardi e pericolosi!!!

Quindi, a dirla tutta, è solo questione di tempo: si sbrighino le Istituzioni e l’Informazione a raccontarla giusta, onesta, credibile. Ché di bugie ne abbiamo piene le balle!

#Frameeme.

Cassazione sui migranti, la 27enne bruciata dal marito: "Gli stranieri si adeguino alle regole, bene i giudici"

repubblica.it
dal nostro inviato PAOLO BERIZZI

Pinky, 27enne indiana aggredita dal marito per il suo stile di vita "occidentale", commenta la sentenza dei giudici supremi che hanno condannato il Sikh che girava con un coltello sacro. "Ma non è un'arma, lo portano solo le persone più rette"

BRESCIA - Parvinder Aoulakh, soprannominata Pinky, 27 anni, origini indiane. Il 20 novembre 2015 a Dello, nel Bresciano, il marito (condannato pochi mesi fa a 14 anni) le diede fuoco perché lei voleva vivere all'Occidentale. Ora commenta la sentenza della Cassazione su un indiano Sikh che voleva circolare con un coltello 'sacro'. L'uomo è stato condannato, perché - dicono i giudici - gli immigrati che hanno scelto di vivere nel mondo occidentale hanno l'obbligo di conformarsi ai valori della società nella quale hanno deciso 'di stabilirsi', ben sapendo che 'sono diversi' dai loro.

Pinky, ha visto la sentenza della Cassazione?
"Sì. Da una parte sono contenta. Dall'altra dico che il coltellino kirpan, tra noi sikh, lo portano solo le persone più oneste e innocue, quelle che sono da esempio per la comunità".

Può spiegare meglio?
"Quando uno diventa onesto e fedele alla religione e alle sue regole, indossa quel coltellino. Per noi è il simbolo che connota la rettitudine, la positività. Lo indossano i nostri sacerdoti, per dire".

Quindi che cosa pensa della sentenza della Cassazione?
"Sbagliata per quel che riguarda il coltello, come ho detto. Perchè quelli che hanno il coltellino e i capelli lunghi sono i sikh migliori. Quelli da temere hanno i capelli corti e portano il coltello vero. Sul principio invece che gli immigrati devono adeguarsi ai valori, alle leggi e ai costumi del Paese che li ospita, sono d'accordo".

Perchè?
"Se tu vieni in un Paese ti devi adegure alle regole. Non farlo è mancanza di rispetto. E' la nostra religione che lo prevede, anche. La religione sick predica la pace e la fraternità, l'uguaglianza, il rispetto. E il rispetto passa anche dall'adeguarsi alle regole e ai valori di chi ti ospita. L'ospitalità è un gesto di pace e solidarietà. Faccio un esempio: nei nostri templi, finita la preghiera viene offerto pranzo e cena come segno di ospitalità. Può venire chiunque, di qualunque nazionalità e religione".

La sentenza tocca la libertà di praticare la propria religione, o no?
"In questo caso sì. Chi ha il coltellino è il più fedele ai dettami del nostro culto".

Quante persone conosce che portano il coltellino kirpan?
"Nella mia famiglia solo i miei nonni. Nella mia comunità parecchie persone. I nostri sacerdoti, persone oneste che sono qui da una vita e sono degli esempi per la comunità".

A cosa serve?
"La nostra religione lo prevedeva come arma di difesa ai tempi delle invasioni musulmane in India. Ti dicevano: o diventi musulmano o ti ammazziamo. I sick lo usavano per difendere donne e bambini".

Giusto vietarlo?
"In generale no. Quelli che vendono adesso al mercato poi sono finti, non ci tagli neanche la mela".

Coltello no e velo sì?
"Sul velo penso questo. Le donne che si coprono non fanno del male. Piuttosto bisognerebbe fare regole per tutelarci da chi fa del male. Non prendere il piu debole come capro espiatorio. Quelli che fanno attentati non hanno il velo e sono uomini. Le donne col velo nel loro Paese subiscono violenze fisiche e psicologiche. Prendiamocela coi forti e i malvagi, non coi deboli".

Lei vestiva e viveva all'occidentale, e per questo suo marito le ha dato fuoco. Era un "conformarsi" il suo?
"Si. Avevo e ho rispetto per i valori del Paese dove vivo e che mi ospita. Me lo ha insegnato la mia famiglia: se vai in un posto rispette le regole di lì, altrimenti torni a casa tua."

Matrimonio combinato. E' stato così anche nel suo caso. Parte da lì la sopraffazione?
"Non è il matrimonio combinato o meno. I miei genitori si sono sposati con matrimonio combinto. E stanno benissimo insieme. E' l'educazione il punto. Se tu educhi tuo figlio al principio secondo il quale l'uomo non soffre mai, non deve piangere mai ed è invece solo la donna che deve soffrire, è chiaro che quando il bambino sarà un uomo farà sempre soffrire la sua donna pur di far vedere che lui è forte".

C'è rispetto, secondo lei, da parte dei sikh, dei valori del Paese che li ospita, in questo caso l'Italia?
"Le persone che conosco ce l'hanno. Spesso accettano condizioni di lavoro anche sfavorevoli e però parlano sempre bene dell'Italia. Vedo rispetto e voglia di adeguarsi alle regole".

Ci parla della sua attività - in collaborazione con la Cgil di Brescia - per aiutare le donne indiane a uscire dal sommerso delle violenze domestiche e a denunciare?
"Tutto nasce dopo la mia vicenda. Insegno alle donne indiane ad avere fiducia in se stesse. A non stare zitte se subiscono, ma a  parlare e denunciare. Non voglio che ci sia un'altra Pinky che subisce in silenzio. Indirizzo chi ha bisogno in centri anti violenza e da psicologi. A Leno abbiamo un'associazione dove preghiamo e raccogliamo fondi per donne e famiglie in difficoltà".

Come vive oggi?
"Con un po' di difficoltà . All'inizio erano tutti con me. Poi quando non fai più notizia vieni un po' abbandonata al tuo destino. Vado avanti, mi rimbocco le maniche. Seguo e sostengo i miei figli: Abhijot, 4 anni, e la femmina, Kiranjot, 6".

Quali valori vuole trasmettere ai suoi figli?
"Rispetto, regole, paletti. Fratellanza e solidarietà. Tutto parte da lì, da quando sei piccolo".