giovedì 11 maggio 2017

San Frocio, vergine e martire

ilgiornale.it



Che a Frosinone i ciociari festeggino devotissimamente Santa Fregna, non era e non è un mistero: il 3 maggio, infatti, è il “giorno dedicato a S. Elena Flavia Giulia. Madre dell’imperatore Costantino ritrovò, secondo la tradizione cristiana, all’inizio del IV sec d.c., i resti della Croce Santa.” (così come viene ricordato ufficialmente sul sito del Comune del capoluogo ciociaro.) Per tutto il frusinate, molto più familiarmente Fregna, e non si sa precisamente perché.

1Santa Fregna

Ma che il novello consulente della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, il gesuita James Martin, passi il proprio tempo a scrivere post arcobaleno sul proprio profilo facebook, è veramente una ennesima scabrosa prova che il vaticano stia cercando, col papampero, di trasformarsi in una specie di pomeriggiocinque della religione. Una sorta di suk delle “Cose di Dio”, nel quale il cazzo e il padrenostro convivono con pari (?) orrorosa dignità.

Il birbantello d’un gesuita ha postato un concetto del tutto personale che ricorda un po’ una di quelle spiegazioni pecorecce della proprietà transitiva, del tipo ” se Ciccio mangia e rutta e Ciccio è padre di Turiddu, anche Turiddu mangia e rutta…”

Il colleghino della “tonaca bianca delle pampas”, infatti, in un conato di generosità verso qualche sodale ricchione (non vi offendete: noi omosessuali, a sud di CapoNord, veniamo chiamati così anche benevolmente… NdA), ha scritto la seguente frase: Some of them were probably gay. A certain percentage of humanity is gay, and so were most likely some of the saints. You may be surprised when you get to heaven to be greeted by LGBT men and women.

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Chissà se Sant’Antonino da Firenze lo era…
Ma torniamo a bomba sulla “bomba frocia” del monsignore. Posso dichiararmi trasecolato? Non scandalizzato, attenzione!, ma trasecolato. Una dichiarazione lasciata scivolare fra le mille stronzate di un social, che, però, confuta duemila anni di prese di posizione del Cristianesimo sull’omosessualità, non può che farmi vacillare come fedele cattolico.

Allora mi chiedo: stanno decidendo di desatanizzare la sodomia, oppure questo lo spediscono in Patagonia a baliare i pinguini orfani? No, perché la cosa mi interessa. Io prego molto. Sono fedelissimo e vesto lo Scapolare della Vergine del Carmelo con esasperata Fede e diligenza. Però, guardo i bei giovanotti (maggiorenni ed emancipati, ché di altro non sono mai stato estimatore) e, spesso, me ne innamoro. Di tanto in tanto, con deferente devozione, mi chiedo se ci sarà posto per me fra i pruni in fiore del Paradiso. Lo spero, certo, ma non ci giurerei…

Ora, invece, il “pezzo grosso del Vaticano” mi tranquillizza e, anzi, mi rassicura: a svolazzare fra le note delle cetre e dei flauti angelici, potrei incontrare magari Francesco d’Assisi e Antonio da Padova con camicie hawaiane e calzoni in pelle nera senza coprichiappe. O, Dio perdoni, Santa Lucia che si lascia amorevolmente strappare le sopracciglia da Agata, coisolana, vergini lesbiche entrambe ed estetiste domestiche faidaté… E, chissà, anche la mascolina Jeanne d’Arc… O il troppo gentile San Gabriele dell’Addolorata… Non voglio pensare ai Santi che si sono occupati dell’infanzia abbandonata…

Mio Dio, Signore, come ci stai mettendo alla prova! Ci palesi, quotidianamente, una Chiesa che sembra moderna e coraggiosa, e, invece, è la prova provata che per troppi decenni le porte dei seminari, dei conventi, delle scuole Cristiane, siano state “troppo” aperte. Troppo “spalancate”, come chiedeva il santo subito. Troppe concessioni hanno buttato tonache e clergyman fra gli stracci per la polvere, sdoganando, anche sull’altare, maglioncini firmati e jeans segnacoglioni. Con la stessa volgarità che sbava dagli amboni, dove Gesù è troppo spesso troppo uomo e poco Dio. Comunista e rivoluzionario, anziché Fratello e Padre al contempo.

Non era buono il medioevo sugli altari, certo. Ma neanche questa deriva scostumata che ci sta mettendo alla prova.
Ma, mi domando addolorato e confuso, saranno ancora buoni i Dieci Comandamenti? A pomeriggiocinque, una buona metà è stata messa nel tritacarne: anche fra le ceneri di Pietro è la stessa cosa???
Fra me e me: cosciente dei miei errori e dei miei limiti. E, perché no, di qualche virtù. Ma, santo, no.

Anche no!

Microsoft ha risolto una grave vulnerabilità di Windows Defender

lastampa.it
enrico forzinetti

Rilasciato un aggiornamento per sistemare il bug individuato da ricercatori di Google: tramite il programma anti-malware veniva eseguito un codice infetto, in grado di far controllare il dispositivo da remoto, soltanto scansionando il file che lo conteneva



Microsoft ha risolto una grave vulnerabilità nel sistema di protezione di Windows, rilasciando un aggiornamento tre giorni dopo la segnalazione del bug da parte di Tavis Ormandy e Natalie Silvanovich. I due ricercatori del Google Zero Project avevano scoperto una falla che permetteva di introdursi facilmente nel computer degli utenti con le versioni 7, 8.1, RT o 10 di Windows.

La vulnerabilità era presente nel Malware Protection Engine, utilizzato da alcuni programmi come Windows Defender e Microsoft Security Essential con il compito di proteggere i pc dai malware. Andando a scansionare un file poteva essere eseguito in automatico un codice infetto che avrebbe garantito il totale controllo del dispositivo da remoto.

Tutto questo senza neanche aprire il file contenente il codice in questione, ma soltanto attraverso la scansione di un allegato ricevuto via mail o tramite un messaggio istantaneo oppure anche attraverso la visita di una pagina web. Ormandy ha fatto anche notare che si trattava di un attacco capace di diffondersi anche agli altri computer collegati alla stessa rete.

Non è il primo caso in cui ricercatori di Google scoprono una falla nel sistema operativo di Microsoft. Alcuni mesi fa avevano portato alla luce vulnerabilità nel set di applicazioni GDI Library e nei browser Internet Explorer 11 ed Edge. Bug che la casa di Redmond ha però impiegato mesi a risolvere: in questa circostanza hanno agito molto più rapidamente.

Lacche, creme, detersivi e coloranti: quelle sostanze di ieri bandite perché pericolose

repubblica.it
di MARTA MUSSO

Dai prodotti per capelli a quelli per il viso, passando per biberon, i tessuti o i termometri al mercurio, sono tantissime le preparazioni e gli oggetti di uso quotidiano che si sono rivelate pericolose per la nostra salute o per l’ambiente

Creme o detersivi, quando non sapevamo cosa ci faceva male

PRESTO il mentolo sarà solamente un ricordo del passato. O meglio, lo saranno le sigarette al mentolo, che spariranno dalle tabaccherie dell’Ue entro il 2020. Secondo la Corte europea, infatti, la sostanza rappresenta un incentivo a fumare di più, soprattutto nei giovani, dato il suo aroma così 'gradevole' e capace di mascherare il sapore duro del tabacco. Ma si tratta solo dell’ultima di un lungo elenco di sostanze che ci hanno fatto compagnia per una vita, per poi sparire improvvisamente quando sono emersi possibili rischi per la salute.

Dalle coperture dei tetti, un tempo realizzate in amianto, fino a cibi, detersivi, smalti per unghie, lacche, creme solari e biberon, sono tantissimi i prodotti che hanno cambiato volto negli ultimi decenni quando i loro ingredienti sono finiti nel libro nero della Comunità Europea: vietate o ammesse con restrizioni. I rischi d’altronde sono tanti: sostanze cancerogene, tossiche, interferenti endocrini, inquinanti che possono facilmente contaminare l'aria che respiriamo o essere assorbiti per ingestione o semplice contatto.

Cosmetici e prodotti per la casa. Dopo oltre 70 anni, nell’ultimo decennio abbiamo iniziato a dire addio ai parabeni: conservanti come il propylparaben e il butylparaben, comunemente utilizzati in shampoo, bagnoschiuma, creme e deodoranti, hanno subito infatti una drastica riduzione nelle concentrazioni e sono stati completamente banditi dai prodotti destinati ai bambini di età inferiore ai 3 anni. Alcune di queste sostanze sono state associate di recente a un maggior rischio di cancro al seno, potenziali danni al sistema endocrino, infertilità maschile e disfunzione erettile.

I detersivi. Anche detersivi e prodotti per la pulizia della casa potrebbero cambiare completamente forma in un futuro non troppo lontano, dati i molti dubbi sollevati su molte delle sostanze che contengono. La lista è lunga: si inizia dal triclosan, un antibatterico contenuto anche in dentifrici e detergenti intimi, il cui utilizzo è stato recentemente vietato negli Stati Uniti. A seguire la formaldeide, composto chimico che si trova anche nei mobili o negli smalti per unghie e che oggi è considerata cancerogena: dal primo gennaio del 2016, infatti, la formaldeide è passata dalla classificazione di "sospettato di provocare il cancro" a "può provocare il cancro". Infine coloranti, composti volatili e profumi attualmente sotto indagine da parte della Comunità Europea.

In cucina. Il caso più famoso? Quello del 2006, quando a fare scalpore sono state le padelle antiaderenti: sul banco degli imputati il teflon, o più precisamente l’acido perfluoroattanico (Pfoa) utilizzato nella sua produzione, di cui si è scoperto il potenziale effetto cancerogeno. Molte aziende hanno quindi modificato le procedure di produzione del teflon per venire incontro alle richieste di sicurezza dei consumatori. Va ricordato comunque che il teflon può fare male solo se la padella viene graffiata e danneggiata. L'opinione pubblica però ha mantenuto un certo scetticismo e questo ha aiutato l'ascesa di nuovi tipi di padelle antiaderenti come quelle in ceramica.

I biberon. Molti dubbi ha generato inoltre il bisfenolo A (Bpa), un composto organico che viene utilizzato per produrre le plastiche dure che sono a diretto contatto con cibo e liquidi. L’European Food Safety Authority ha fissato dei limiti all’utilizzo di questa sostanza all’interno di lattine, cibi in scatola e bottiglie di plastica, e lo bandito completamente dai biberon. Per finire, gli ftalati: DEHP, BBP e DBP, sostanze chimiche utilizzate per ammorbidire le materie plastiche. La legge li tollera solo in dosi molto basse, con una concentrazione che nei giocattoli non può superare lo 0,1%.

Tessuti e indumenti. Anche i vestiti dei nostri figli non saranno gli stessi che indossavamo noi da bambini. Solventi, coloranti tossici, formaldeide, metalli pesanti (cadmio, piombo e mercurio)i: è la lunga la lista delle sostanze vietate, con restrizioni rigorose o sotto indagine da parte delle autorità europee, perché i prodotti utilizzati per impermeabilizzare, rendere più belli o più comodi i vestiti sono anche la causa del 7-8% delle patologie dermatologiche, come ha evidenziato uno studio commissionato dalla Ue. Tra le sostanze bandite i già citati ftalati, che come ci ha ricordato Altro Consumo l’Ue ha vietato nei giocattoli e negli indumenti per bambini.

Cambia anche il cibo. E veniamo agli alimenti, o meglio agli additivi alimentari, sostanze deliberatamente aggiunte nel cibo per svolgere funzioni tecnologiche come colorare, dolcificare o conservare. Sulle etichette alimentari possiamo trovare spesso gli antiossidanti, i coloranti, gli emulsionanti, gli stabilizzanti, gli addensanti, i conservanti e i dolcificanti: tutti sottoposti costantemente a valutazioni e controlli da parte dell'Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare), per essi è fissata una dose accettabile giornaliera, per evitare effetti indesiderati. Recentemente l'Efsa ha abbassato le soglie massime di tre coloranti alimentari (E 104, E 110, E 124) usati per esempio nelle bibite, budini in polvere, uova di Pasqua e la rimozione del colorante rosso 2G (E 128) dal mercato, utilizzato nei preparati di carne per gli hamburger.

Il ‘magna magna’ italiano raccontato da un manager pubblico: dalle alghe ai vestiti usati, dalla sabbia ai rifiuti

repubblica.it
Angela Puchetti


Lavori di ripasciamento in una spiaggia. Carlo Carino/Imagoeconomica

Estate, sole, spiaggia e… alghe. Forse non sospettavate che perfino le alghe possono essere fonte di guadagni illeciti, uno dei mille sistemi che l’ingegno italico ha escogitato per fare soldi in modo illegale, spesso con la complicità o, nel migliore dei casi, l’inerzia delle pubbliche amministrazioni.
Lo racconta Alberto Pierobon, nel suo libro “Ho visto cose – Tutti i trucchi per rubare in Italia raccontati da un manager pubblico” scritto con Alessandro Zardetto, edito da Ponte alle Grazie (280 pp., 14 euro) in uscita l’11 maggio 2017.

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«Ho scoperto che attorno al materiale spiaggiato, in particolare alle alghe, per esempio la Posidonia, si agitano vari interessi. – spiega Pierobon – Infatti, ci sono Comuni che per la loro rimozione, spendono oltre un milione di euro all’anno». Le alghe si rimuovono per varie ragioni: tra le principali perché ostacolano il cammino e producono, decomponendosi, odori molesti.


Posidonie spiaggiate

«Per portarle via dalla spiaggia si fanno appalti: ‘ti do tot euro per tonnellata all’anno per raccoglierle’. – spiega Pierobon –  La raccolta avviene con trattori o pettini, che asportano più o meno sabbia. Attraverso una sorta di centrifuga, le alghe vengano prima seccate, poi portate via. Più il lavoro è fatto correttamente, meno sabbia porti via dalla spiaggia. E, invece, cosa può succedere? Che le società che hanno vinto l’appalto raccolgano sabbia e alghe insieme, senza andare troppo per il sottile, e che poi si rivendano la sabbia. Anche per usi edilizi: senza curarsi del fatto che questa sabbia contenente sale può pregiudicare la stabilità edilizia».

Non basta, Pierobon racconta anche che può succedere «che prendano la sabbia da uno stabilimento demaniale (e il Comune dovrà poi provvedere a comprarne altra) e poi la rivendano ad altri stabilimenti per il “ripascimento”, cioè l’aggiunta di sabbia per mantenerne il giusto livello». Ovviamente a pagare i costi della rimozione delle alghe è il Comune e quindi alla fine sarà il contribuente a dover tirare fuori i soldi».

Non solo. «In certi casi le alghe spiaggiate, quindi morte, vengono ributtate in acqua. – continua Pierobon – Chi lo fa sa come si muovono le correnti. Intere barche o camion vengono riversate in mare, interferendo con l’ecosistema, oppure le sotteranno nella stessa spiaggia…», pratiche ambedue vietate. E’ solo un esempio tra i tantissimi (una quarantina, ripresi nell’appendice che approfondisce tecnicamente i casi) citati da Pierobon, casi vissuti in prima persona nel corso degli anni, durante i quali ha maturato un’esperienza che gli consente di leggere, interpretare e ricollegare i vari indizi da diverse prospettive.

Da questo punto di vista, infatti, Pierobon ha un curriculum perfetto: «Vengo dalla Polizia dove sono stato cinque anni, ci sono entrato a 19 anni. – racconta Pierobon –  Poi ho lavorato in banca, al Credito Italiano, per tre anni, svolgendo varie mansioni, dallo sportello ai titoli, dalla relazione con la clientela fino al servizio estero. A 25 anni sono passato alla Pubblica amministrazione prima come responsabile amministrativo contabile in un comune di 5.000 abitanti; dieci mesi dopo come vice segretario generale di un comune di 15mila abitanti; due anni dopo come dirigente in un comune di 30 mila abitanti; successivamente come direttore generale di un’azienda pubblica per nove anni. Lavorando nei Comuni ho avuto modo di diventare esperto in appalti, mutui e gestione dei servizi pubblici.

Poi, nel 2006, ho scelto di fare il consulente libero professionista e sono stato incaricato in una commissione ministeriale ambientale presieduta dal generale Roberto Jucci per oltre un anno: seguivo le emergenze rifiuti in cinque regioni. Da lì mi hanno individuato come la persona più adatta per rivestire il ruolo di subcommissario per la raccolta differenziata nell’ambito dell’emergenza rifiuti campana. In seguito ho svolto altri incarichi anche all’estero per conto del Ministero dell’Ambiente su bonifiche e rifiuti. A questo si aggiunge la mia attività di consulenza in provincia di Bolzano per aziende pubbliche e grandi gruppi industriali di distribuzione». Insomma un’esperienza a 360 gradi per capire il sistema di gestione dei rifiuti pubblico e privato (contratti, finanza, estero, truffe), dall’alto della quale Pierobon tira una conclusione che più amara non si potrebbe: «Il magna magna è diffuso e chi può, lo fa».
La ruberia più comune
Anche le ruberie hanno le loro classifiche. «La truffa più comune è quella che si fa in squadra. – spiega Pierobon – Non è la tangente allo sportello, ma piuttosto il progettare una truffa o la ruberia nell’occasione di un appalto o di una gestione legalizzata. Il paradosso è che questo avviene anche nel privato. E non è certo un fiore raro. Trovi questo sistema nelle grandi strutture come nell’ambiente della pubblica amministrazione. Quello che succede è semplice: abusare delle regole, rimanendo in un’apparente legalità, per trarne un vantaggio, personale o per una consorteria di appartenenza».
Castelli di sabbia pericolosa
Uno dei casi citati nel libro è piuttosto sconcertante, soprattutto perché va a colpire proprio i più indifesi: bambini e anziani. Riguarda un materiale molto comune: la sabbia della spiaggia. Pierobon cita un’esperienza personale: «Ero al mare, e il figlio piccolo di un mio amico cominciò ad accusare difficoltà respiratorie. Il medico disse ai genitori di tenere il bambino lontano dalla spiaggia, un lido privato a uso esclusivo di un condominio. Noi, allora, cominciammo a scavare un po’ più a fondo di quello che si fa di solito con paletta e secchiello.

E trovammo pezzetti di mattone e materiale di riporto, con malte e calcinacci. Andai ad approfondire. L’Amministratore condominiale mi disse che la comprava scegliendo tra tre secchi, immergendo la mano in ciascun di loro. Valutava così il materiale preferibile, anche in relazione al prezzo. Non prendeva la sabbia del fiume, la più costosa, ma guarda caso proprio quella che era miscelata con rifiuti inerti da demolizione, polverizzati. Con il vento le particelle si alzavano e irritavano le vie respiratorie, soprattutto delle persone più delicate: bambini e anziani».
Ecco come rifiuti inerti possono diventare un doppio affare: non solo minori costi di smaltimento, ma addirittura introiti, generati dalla loro vendita in veste di sabbia per la spiaggia.
Il giro dei vestiti usati

Comune di Parma
 
Anche sui vestiti usati donati ai poveri vince qualche volta la speculazione.
Vediamo a grandi linee come funziona il sistema, ancora una volta con la guida di Pierobon.
«Il Comune formula la base d’asta del servizio del ritiro dei vestiti usati stimata sui dati storici forniti dai precedenti appaltatori. Di solito sono cooperative sociali che si occupano di materiale recuperato. – spiega Pierobon – Gli abiti, per non essere più considerati rifiuti, quindi poter essere donati, dovrebbero essere igienizzati. Talvolta queste cooperative fanno un’igienizzazione solo sulla carta, spruzzando il liquido igienizzante solo sui sacchetti chiusi, contenenti gli abiti usati.

Poi questi abiti vengono spediti all’estero, attraverso altre cooperative, per esempio in Africa, dove di solito vengono rivenduti, anzi messi all’asta per ricavarci il più possibile, a commercianti locali. Saranno loro, poi, a venderli sui mercati frequentati dalla popolazione più povera». Insomma quel che può succedere non è allineato alle premesse e alle promesse. «Noi doniamo un vestito che non usiamo, con buone intenzioni. E invece stiamo alimentando un commercio in nero, che si articola creando passaggi intermedi per mascherare i guadagni, occultando i flussi finanziari illegali» conclude Pierobon.

La discarica in Kenya
Per quest’ultimo tassello in questo mosaico degli scandali Pierobon ci porta all’estero, in Kenya.
«Il nostro Paese, tempo fa, finanziava decine di Paesi per iniziative ambientali – spiega Pierobon –. Nel 2008, per esempio, il Ministro Pecoraro Scanio si era impegnato a bonificare la discarica di Korogocho (che in lingua kikuyu vuol dire “ciò che non ha più nessun valore” o “caos”) a Dandora, vicino a Nairobi, dove i più poveri rovistano per tirar fuori ciò che possono, tra miasmi pestilenziali.


La discarica di Dandora, Kenya. Simon Maina/AFP/Getty Images

In ballo c’erano circa 721mila euro che il Ministero italiano doveva dare al Ministero kenyota per la progettazione della bonifica della discarica. A un certo punto venne fuori il nome di una ditta italiana, Eurafrica, che doveva occuparsi di questo progetto. Ma sembra che questa società avrebbe poi subappaltato l’incarico a una società inglese più specializzata. Venne fuori un putiferio circa le credenziali della ditta e l’opportunità di proseguire l’iniziativa. Alla fine il ministro Pecoraro Scanio, sentito anche il proprio ufficio internazionale ministeriale, decise di far saltare il finanziamento.

Il sospetto, forte sospetto, è che la parte più interessante dell’affare poteva essere un’altra: il boccone non erano i 700 mila euro della bonifica, ma le quote dal protocollo di Kyoto che avrebbero percepito in futuro. Insomma la bonifica Korogocho poteva essere il cavallo di Troia per entrare nella cittadella dei contributi internazionali, dove i valori si misurano in milioni di euro. Non mancano, infatti, casi di discariche esaurite che percepiscono ingenti contributi previsti dal protocollo di Kyoto a fronte di mancate emissioni di gas inquinanti. Per discariche di dimensioni minori di quella di Korogocho il gettito può aggirarsi su circa 200mila dollari all’anno per 14 anni».

"Mio papà, poliziotto nelle foibe. ​Ucciso solo perché era italiano"

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo - Mer, 10/05/2017 - 09:07

Il racconto di Anna Maria Bruno Stella, figlia di Luigi Bruno, poliziotto di Fiume trucidato dai partigiani di Tito: "Al cielo arrivi il lamento degli infoibati"



Il distintivo lo hanno portato con loro, nel buio profondo di una foiba. Poliziotti, agenti, servitori dello Stato. Italiani che «urlavano Italia, e caddero», per dirla con una poesia di Ermanno Eandi.
Tra le circa 10mila vittime delle foibe ci sono anche loro, 89 guardie di pubblica sicurezza della questura di Fiume uccise dopo l'invasione della città da parte delle milizie di Tito. Lo stesso tragico destino toccato a circa 90 poliziotti di Gorizia e 150 agenti di stanza a Trieste. Tutti accusati dello stesso identico 'crimine': essere italiani.

Quel giorno c'era anche Anna Maria Bruno. Erano le due del pomeriggio del 5 maggio 1945 quando suo padre, Luigi Bruno, si recò di spontanea volontà alla questura di Fiume per consegnare le armi, così come ordinato dai comunisti jugoslavi. La piccola Anna aveva appena 7 anni. «Ricordo mia madre pregarlo di non andare, come se presagisse qualcosa di terribile».

E infatti a casa Luigi non fece più ritorno: i titini lo portarono al carcere insieme ad altri agenti e civili inermi. «Nei giorni successivi andammo a cercare sue notizie. Di fronte al portone del carcere mia madre mi disse di chiamarlo per fargli capire che eravamo lì. 'Papà, papà', urlai con tutta la voce che avevo in gola. Lui mi sentì. Da una fessura della finestra della cella fece un cenno con la mano e mi chiamò per nome. Quando alzai lo sguardo per ricambiare il saluto, un soldato cominciò a sparare nella nostra direzione» (guarda le foto).

Quel saluto probabilmente costò a Luigi Bruno la sofferenza della tortura. Un dolore che in qualche modo unisce ancora oggi padre e figlia, come un cordone indistruttibile che lega due destini. «Hanno distrutto la mia infanzia. Ho conosciuto l'orrore. Un giorno a Fiume vidi un carabiniere appeso ad un gancio da macelleria, con due stellette al posto degli occhi e un cartello con la scritta: 'Carne di basso macello'». Poi l'esodo, la fuga, il timore per le violenze della polizia segreta, un anno di vita a Udine, infine il ritorno forzato a Caltanissetta. «La mia agonia iniziò solo a guerra finita: quando in Italia si festeggiava la Liberazione per me iniziò la vera odissea».

Compito difficile, quello della memoria. A Caltanissetta hanno dedicato una via a Luigi Bruno, ma nessuno sembra più ricordarsene. Né la questura né le istituzioni hanno portato fiori in suo ricordo nel giorno del Ricordo. E non è questione di negazionismo, s'intenda. Sembra che sulle foibe permanga un velo di scetticismo capace di relegare in un angolo gli infoibati. Ogni 10 febbraio la solidarietà si accende e si spegne rapidamente.

Per poi tornare l'anno successivo. «Ogni volta provo speranza: la speranza che finalmente si parli di noi senza timore. Ma poi il sentimento si trasforma in rabbia, rabbia e tristezza. Non chiediamo molto alle istituzioni, ci basta il dono di un fiore di campo per riconoscere che in quelle foibe giacciono dei martiri. Si dice che il fumo di Auschwitz arriva fino al cielo. Bene. Allora al cielo arrivi pure il lamento degli infoibati».

All'amarezza si aggiunge lo sconforto di non avere ancora una tomba su cui piangere. «A Fiume ho lasciato il bene più grande, che ancora non so dove sia finito: mio padre. Sogno di poter scoprire un giorno dov'è precipitato, per portare un fiore e dire una preghiera». Quando Luigi morì aveva solo 52 anni. «Un uomo eccezionale, un papà affettuoso e un poliziotto integerrimo», ricorda Anna. «Sono fiera di lui perché con il suo esempio mi ha guidato nel mio percorso di donna, di madre e di italiana».

Spesso nel cuore di chi è cresciuto lontano da Fiume convivono orgoglio e dolore. Ed è questa la forza degli esuli. «Nei miei occhi vedo ancora i militari titini bruciare le bandiere italiane. Ricordo la paura, l'esodo e la fame. Ricordo quella mano che mi salutava dalla finestra del carcere di Fiume. La mano di un poliziotto fiero, ucciso perché italiano».

Nawal Soufi, "Lady Sos" d'Italia. Il trafficante: "Scafisti chiamano lei"

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo - Mer, 10/05/2017 - 20:56

Nawal Soufi è famosa come "l'angelo dei profughi": risponde alle telefonate dei migranti e informa la Guardia Costiera



Nawal Soufi la chiamano un po' in tutti i modi, alcuni "Lady Sos" e altri "l'angelo dei profughi". In due anni ha aiutato oltre 20mila migranti a sbarcare in Italia, mettendo a disposizione il suo numero di cellulare. Trentenne di origine marocchina, si è trasformata in un centro di smistamento chiamate utilizzato da migranti, disperati e...scafisti.

Il sistema è collaudato: gli immigrati la chiamano col telefono satellitare fornitogli dai trafficanti, lei raccoglie le coordinate e le comunica alla Guardia Costiera italiana. Che a quel punto, ricevuta notizia di naufragio, non può far altro che intervenire.

Una foto ritrae "Lady Sos" in riva al mare, col cellulare all'orecchio per rassicurare chi ha affidato la propria vita al mare. Un riassunto visivo delle sue lotte. "Nel 2013 ho trovato famiglie intere di migranti alla stazione di Catania - ha più volte raccontato Nawal Soufi - Sono scesa, ho parlato con loro ed è iniziato tutto". Qualcuno ha caricato il suo recapito su Facebook e da allora sono arrivate valanghe di telefonate.

Pluri-premiata, coccolata dai media, criticata (da pochi). Nel 2016 è stata celebrata dal Parlamento Europeo come Cittadino Europeo dell'anno. Poco prima aveva ricevuto il Premio Volontariato Internazionale Focsiv. La casa editrice Paoline le ha dedicato un libro intitolato, non a caso, "Nawal, l'angelo dei profughi". Una meraviglia. Peccato non sia tutto oro quel che luccica. Schierata da tempo con la resistenza dei ribelli in Siria (non certo famosi per simpatie democratiche), ha partecipato a manifestazioni anti-Assad come Greta e Vanessa, le due cooperanti catturate in Siria e liberate grazie ai soldi dei contribuenti italiani. E pochi giorni fa era a protestare contro il blitz della polizia alla Stazione Centrale di Milano contro i clandestini.

Ma non solo. Perché "Lady Sos" è stata tirata in ballo direttamente da un trafficante di uomini, che ai microfoni di Piazza Pulita l'ha presentata come il contatto utilizzato per portare a buon fine la tratta di migranti. Al cronista Fateh Ali, che fingeva di voler spedire la famiglia in Italia e chiedeva informazioni sulle condizioni di viaggio, il criminale libico confessa: "Tranquillo, lo scafista ha una bussola, un Gps e il telefono satellitare. Ha anche il numero della signora Nawal, che lavora per una Ong italiana. La contatta dalla barca e le fornisce le coordinate, così lei avvisa la Guardia Costiera". La donna conosce lo scafista? "Sì - risponde il trafficante - Quando lei riceve una chiamata dal satellitare sa che è gente che si trova in mezzo al mare". Così "contatta quelli di Medici Senza Frontiere che prendono le coordinate e vanno verso il barcone".

"Lady Sos" ovviamente nega di sapere che dall'altra parte della cornetta ci siano scafisti. "Il mio numero di telefono è pubblico", dice. Ed è vero: su Facebook si trovano tutti i riferimenti: numero, e-mail, recapiti e pure l'Iban per fare le donazioni. "Non ho mai ricevuto una chiamata da una persona che mi dice: pronto, sono uno scafista e ti sto dando le coordinate", ha provato a difendersi. E ci mancherebbe che il ladro dichiari di essere un bandito. Lei comunque si dice tranquilla perché a suo dire ha il cellulare "sotto controllo". E l'ironia del destino vuole che, mentre Di Battista e Di Maio affondano il colpo contro le Ong "taxi dei migranti", sul canale del M5S Europa spunta un video del 2016 in cui i grillini elogiano Nawal Soufi, "la donna che grida più del mare": "Contro l'Europa del filo spinato - si legge nella descrizione - c'è una ragazza e il suo vecchio cellulare. Basta poco, davvero poco". Ah, la coerenza.

In una intervista a ilGiornale, il pm Carmelo Zuccaro ha "escluso" interessi economici nell'operato dell'angelo dei profughi, vedendoci solo "una questione ideologica". Come ideologica è la posizione delle Ong, che si schierano nel Mediterraneo per forzare l'Ue a creare canali legali per le migrazioni. Resta il fatto che usino suo nome e i suoi contatti per organizzare i viaggi della morte e rassicurare i disperati. Così come fanno affidamento sulle navi Ong affinché l'affare vada in porto utilizzando meno carburante, barconi distrutti e senza rischi. "Il viaggio dura solo 6 ore - conclude il criminale - ti verranno a recuperare sulla linea di confine marittimo tra Libia e Italia". Grazie (anche) a "Lady Sos".

Iroso, l'ultimo mulo soldato. Gli alpini fanno festa: "Un mito come noi"

repubblica.it
di JENNER MELETTI

All'adunata numero 90 del corpo a Treviso l'omaggio all'esemplare con la penna nera salvato dall'asta in cui rischiava di essere comprato dai macellai. L'animale ha 38 anni che se fosse un uomo sarebbero 114
Iroso, l'ultimo mulo soldato. Gli alpini fanno festa: "Un mito come noi"

Treviso -  Se ne sta solo sulla collina, sotto un faggio, a guardare tutti dall’alto. Possono avvicinarsi solo due asine, gli altri muli no perché sono troppo giovani e vogliono correre e giocare. Iroso, ultimo mulo con la penna nera, forse si sente davvero un “soldato”, come lo chiamano gli alpini che lo nutrono e lo curano come fosse un nonno molto anziano e molto amato.

Sarà la “star” della adunata nazionale numero 90 degli alpini a Treviso. «Lo porteremo là sabato, con un trailer speciale, imbottito. Non farà la sfilata ma resterà in un recinto, solo per poche ore. Ha 38 anni, che equivalgono a 114 anni umani. Lo sa che mi chiamano da tutta Italia, per chiedere come sta Iroso? E come se fosse il mulo di tutti gli alpini».

Antonio De Luca, classe 1946, è il padrone di Iroso e il salvatore di tanti altri muli che furono messi in vendita dal Comando brigata alpina Cadore. «Il soldato ha la piastrina di riconoscimento e il mulo il numero di matricola, marchiato a fuoco sullo zoccolo anteriore sinistro. Iroso è l’ultimo mulo che è stato in servizio con gli alpini, matricola 212. Quando morirà, taglieremo lo zoccolo e lo conserveremo.

Come si faceva un tempo. La carcassa verrà bruciata all’inceneritore, perché un mulo soldato non può diventare mangime per cani».La storia di Iroso, in fondo, è una storia d’amore fra uomini e animali. «Andai all’asta del 7 settembre 1993 — racconta De Luca — quando furono venduti gli ultimi 24 muli: mi servivano per il trasporto di legna nel bosco. Ma soprattutto io che ero stato un alpino non volevo che questi nostri compagni finissero in mano ai macellai. Mi vengono i brividi, quando penso ai camion delle macellerie posteggiati davanti alla caserma D’Angelo a Belluno».

«Un tenente in servizio, Vicentini, si mette dietro di me. Parte l’asta per i “muli di riforma”. Si parte da 500 o 600 mila lire. I macellai rialzano, ma verso i 700 si fermano. Rialzo anch’io, quando il tenente Vicentini mi sussurra: “Quello vuol fare mortadelle”. In breve: ne compro 13, Iroso compreso, spendendo una ventina di milioni. Qualche mulo è salvato da altre persone, come una signora di Cortina che voleva regalarne uno all’Ana, l'Associazione degli alpini.

I macellai non vogliono tornare con il camion vuoto ma io continuo ad alzare l’offerta e compro». Non è finita. «Alle 4 di notte mi telefona Vicentini. “Questione di vita o di morte. Quello dell’Alto Adige che ha comprato tre muli dicendo di essere un contadino ha confessato al tg regionale di voler farne salami. Dobbiamo andare a salvarli”. Una corsa nella notte. Uno dei muli era già diviso in mezzene».

«C’ero anch’io, quella volta. Mi sento ancora male». Graziano De Biasi, classe 1954, è un ex tenente degli alpini. «Dissi a De Luca: compra a qualsiasi prezzo, poi ti rimborsiamo. I soldi furono offerti dagli alpini della caserma D’Angelo che rinunciarono alla loro decade, la paga del soldato». Nascevano in Puglia, i muli degli alpini, da asini di Martina Franca accoppiati con cavalle nere delle Murge. Addestramento a Grosseto poi, a 5 anni, l’inizio del lavoro, fino ai 18 anni d’età.

«Si calcola — dice Graziano De Biasi — che all’inizio della Prima guerra mondiale ce ne fossero 250 mila. Alla fine ne rimasero 39 mila. C’era l’Artiglieria, con mule e muli che portavano sulla schiena obici e mortai, e la Salmeria, con casse laterali che portavano cibo, medicinali, barelle, tende… Un mulo può portare fino a un terzo del proprio peso: due quintali per un animale di sei. È vero: se il soldato mulo cadeva in un dirupo, il soldato umano doveva scendere e tagliare lo zoccolo con la matricola e portarlo in caserma. Questo per evitare che qualcuno vendesse il mulo a pastori o contadini, dicendo che l’animale era scappato».

«Quando ero in servizio io, fino al ‘75, in caserma avevo 80 muli. Ho capito che il binomio alpino e mulo è inscindibile. Si dice: testardo come un mulo. Io ho incontrato cavalli e anche uomini più testardi. Il mulo sembra scontroso perché è timido e ha una grande paura del buio. Non riesci a infilarlo in una galleria, se non è illuminata. Può avere paura anche di una lucertola. Per questo era seguito sempre dallo stesso alpino, che imparava a conoscerlo come un fratello. E se crei questo rapporto, l’animale ti riconosce, ti fa festa come un cagnolino di seicento chili».

Anche Antonio De Luca parla con Iroso. «Se gli passo vicino e tiro dritto, lui mi chiama. Ha lavorato qualche anno nel bosco, poi è diventato uno di famiglia. Gli altri alpini mi aiutano per il mangime speciale e per il fieno, abbiamo costituito qui la ‘Sezione Ana Vittorio Veneto reparto Salmerie’. Ormai non vede nulla da un occhio e poco dall’altro ma si capisce che ha ancora voglia di vivere. E di mangiare le mele e le carote portate dai bambini»

Chiara Ferragni, il cuore con Fedez il portafoglio con l'ex-fidanzato

repubblica.it
di ETTORE LIVINI

La influencer di Cremona entra nel capitale della Foorban, start-up per il cibo a domicilio fondata da un trio di giovani manager tra cui l'ex fidanzato Riccardo Pozzoli, socio di tutte le aziende della promessa sposa del rapper

Chiara Ferragni, il cuore con Fedez il portafoglio con l'ex-fidanzato

Il cuore con Fedez. Il portafoglio con l'ex-fidanzato. Chiara Ferragni - cui il fiuto per gli affari non manca di sicuro - consolida con un uno-due da sogno una primavera indimenticabile sia sul fronte sentimentale che su quello economico. La mediaticissima richiesta di nozze live durante il concerto all'Arena di Verona del rapper - con tanto di "sì" in diretta - ha spazzato via le piccole nubi addensatesi sul loro rapporto dopo quelle poche drammatiche ore (almeno sui social) in cui i due avevano smesso di seguirsi su Instagram.

Dietro le quinte però, senza troppa grancassa mediatica, la blogger più amata dalle teenager di tutto il mondo ha rafforzato pure il legame (ora puramente finanziario) con Riccardo Pozzoli, suo compagno fino a qualche tempo fa e la mente imprenditoriale che ha costruito un tassello alla volta la Ferragni Spa. La influencer è entrata con una quota dell'1,21% nel capitale della Foorban, start-up nella ristorazione a domicilio fondata 10 mesi fa da Pozzoli, Stefano Cavaleri - ex analista finanziario di Vodafone - e Marco Mottolese. La partecipazione le è stata girata a titolo gratuito dallo stesso Pozzoli. La società di Milano produce in laboratorio i pasti (4mila solo a marzo) che poi consegna in giro per la città.

Gli affari vanno bene, crescono "al ritmo del 20% al mese", come ha raccontato di recente Cavaleri e i tre giovanissimi imprenditori hanno deciso di aprire il capitale a nuovi azionisti tra cui l'amica, inserita da Forbes tra  i 30 under 30 più influenti d'Europa. In contemporanea hanno aperto un nuovo round di finanziamenti che ha consentito di raccogliere in pochi giorni 650mila euro. Soldi che portano a 1,2 milioni i mezzi ottenuti dal mercato in meno di un anno e che saranno investiti per ricerca e sviluppo, marketing per far conoscere meglio il brand e i supporti informatici per gestire il servizio.

La ratio della scommessa di Ferragni è chiara: l'amore è una cosa, gli affari un'altra. E quando si parla di soldi, squadra che vince non si cambia. L'asse finanziario tra lei e Pozzoli - "oggi siamo fratello e sorella", ha tranquillizzato lui i fan di Fedez su Vanity Fair - non ha in effetti mai scricchiolato, superando senza contraccolpi la fine della loro relazione sentimentale dopo cinque anni di passione. Tbs Crew e Serendipity, le due aziende italiane della giovane imprenditrice cremonese attorno a cui ruota l'universo milionario del suo sito "The Blonde

Salad", sono un piccolo impero per due, con Chiara primo azionista ma al suo fianco Esuriens, azienda controllata da una fiduciaria il cui amministratore unico è Pozzoli. I due, visti i risultati di bilancio, ci sanno fare. Il fatturato di Serendipity è salito dai 200mila euro del 2014 agli 1,5 milioni del 2015 (ultimo bilancio disponibile) con utili per 700mila euro e rotti, con una redditività da gioiello hi-tech. Stesso discorso per Tbs Crew che ha raddoppiato i ricavi a due milioni con un bilancio ampiamente in attivo. L'amore è una cosa meravigliosa. Ma i soldi (anche quando l'amore finisce) sono per sempre.

Bianco o rosso? No grazie, prendo un blu! Dalla Spagna un nuovo ‘vino’ (ma è vietato chiamarlo vino)

repubblica.it
Luciana Grosso

Si chiama Gïk Blue e, per quanto possa fare impressione, è un vino blu.

Gik-20

A produrlo è una startup basca, la Gïk, gestita da cinque ragazzi sotto i trent’anni, nessuno dei quali è un enologo o un conoscitore di vini. La loro idea, da ingegneri più che da appassionati di buon bere, era quella di cambiare le regole di uno dei settori più antichi, rigidi e tradizionali del mondo, specie in Europa, introducendo l’innovazione anche nella, altrimenti intatta da secoli, produzione del vino.

Così, partiti nel 2014, i ragazzi della Gik, hanno cominciato a studiare il modo di poter riuscire a dire qualcosa di nuovo nel campo del vino, e l’idea è stata quella di alterarne il colore, passando dai soli e inevitabili Rosso e Bianco a un più ‘moderno’ blu ottenuto mescolando uve bianche e rosse e aggiungendo pigmenti naturali blu (antocianine e indaco). Il solo pensiero, inutile dirlo,  ha fatto rizzare i capelli a enologi e sommelier di tutto il mondo, che non solo hanno considerato il colore blu una blasfemia fatta e finita, ma hanno anche trovato il vino di qualità decisamente scarsa.

Un disappunto, il loro, che però sembra non aver avuto molto seguito dal momento che il vino (in vendita on line, ma presente anche nella carta di alcuni ristorante madrileni, specie quelli di sushi) sta avendo un buon riscontro commerciale. Nel suo primo anno di vita il Gïk Blue ha venduto 120 mila bottiglie in 25 Paesi, specie in Asia (Giappone e Corea, in particolare) e si prepara ad  arrivare negli Stati Uniti entro il 2017.

Un’eco nell’ambiente (piuttosto sgomento, in realtà) e un successo commerciale che però nulla hanno potuto contro la legge spagnola ed europea che però, semplicemente, vietano di produrre un vino che non sia Bianco o Rosso e che ha multato l’azienda basca, imponendole di togliere la dicitura vino dall’etichetta sostituendola con una più generica ‘bevanda alcolica’.pack-9-bottle-web-ok

Rubarono la bara di Mike Bongiorno, condannati i ricattori

ilgiornale.it
Franco Grande - Mer, 10/05/2017 - 19:58

Condannati i due che avevano cercato di estorcere denaro dai familiari di Mike Bongiorno dopo che era stata trafugata la sua bara



Condannati i ricattatori della bara di Mike Bongiorno. Pasquale Cianci, 68 anni, è stato condannato in Appello a 2 anni e 4 mesi di carcere per tentata estorsione in concorso, mentre Luigi Spera ha patteggiato per la stessa accusa e sconterà una pena di 1 anno e 7 mesi.

I due sono stati condannati in via definitiva, come spiega Libero, non per aver rubato la bara ma per aver tentato un'estorsione fingendosi i rapitori. La salma del conduttore fu trafugata il 25 gennaio 2011, al cimitero di Dagnente, in provincia di Novara, e la sua scomparsa fu segnalata dal custode Giuseppe Buscaglia.

La famiglia di Bongiorno inizialmente cercò di mantenere il massimo riserbo sulla vicenda ma, alla fine, la vedova, Daniela Zuccoli, che, dopo qualche settimana, lanciò su Repubblica un appello a tutti gli italiani: "Siamo pronti a ricompensare chiunque ci dia informazioni utili al ritrovamento di mio marito”. Persino alcuni veggenti si sono offerti per risolvere il caso, a differenza di Cianci e Spera che avrebbero tentato di raggirare la famiglia mettendosi in contatto sia don Mario Pozzi, sacerdote e amico personale del presentatore, sia il figlio maggiore, Michele Pietro Filippo.

I due sono stati fermati il 3 marzo del 2011 mentre cercavano di contattare, da una cabina telefonica il secondogenito di Mike, Nicolò. Alla fine, la bara è stata ritrovata l'8 dicembre 2011, 9 mesi dopo il loro arresto.

Il guaio di nascere

lastampa.it
mattia feltri

Ieri per Angelica, quattro anni, e Francesca, otto, morte bruciate in un camper nella periferia romana, c’è stato tutto quello che ci doveva essere: commozione, sdegno, rabbia, molti encomiabili sentimenti diffusi sul web. C’è stato anche un po’ di sollievo quando si è saputo che, molto probabilmente, non è stato un gesto di razzismo ma una vendetta fra di loro, fra rom. Sarebbe stato peggio fossimo stati noi. Avrebbe detto qualcosa di noi, oltre che di loro.

Che la molotov sia stata lanciata da mani Rom, continua a dire soltanto qualcosa di loro, degli zingari. Perché negro no, ma zingaro si dice ancora. Quando li vediamo per strada abbiamo un moto di fastidio. Sono sporchi, sono minacciosi, sono uomini di un mondo a parte che non vuole avere niente a che fare col nostro. Quando vediamo una mamma Rom a terra, scalza, e ci corrono gli occhi ai piedi neri, e poi al bimbetto che le dorme in grembo, il bimbetto ci fa pietà, ma più intensamente, forse, ci fa orrore la madre. Abbiamo la netta sensazione che quella del bambino sia una condizione ineluttabile: non c’è niente da fare, non la scamperà. Resterà chiuso nella sua vita, ed è così e basta.

A Roma solo il dieci per cento dei bambini rom frequenta regolarmente la scuola. Stanno chiusi e nascosti nei campi che qualche politico dice di voler radere al suolo perché susciterà riprovazione, ma fino a un certo punto. Saranno bambini che cresceranno senza avere i diritti degli altri bambini, e lo sappiamo, e finisce lì. Poi capita anche che muoiano bruciati.