martedì 9 maggio 2017

Il Terzo Segreto di Fatima: dati certi, dubbi e retroscena

lastampa.it
andrea tornielli

Nel centenario delle apparizioni, ormai alla vigilia del viaggio di Francesco e della canonizzazione dei veggenti bambini, la storia del testo profetico più atteso e temuto del Novecento


Giacinta, Lucia e Francesco nel luglio 1917 dopo aver ricevuto la visione dell'inferno e del Terzo Segreto

La storia delle apparizioni mariane di Fatima è inscindibilmente legata a quel «segreto» diviso in tre parti e rivelato dalla Madonna ai tre pastorelli nel 1917. Un testo profetico la cui rivelazione era attesa nel 1960, ma che è stato reso noto soltanto quarant'anni dopo, durante il Giubileo del 2000, da san Giovanni Paolo II, il Pontefice che ha creduto di riconoscersi nel «vescovo vestito di bianco» martirizzato insieme ai cristiani.

È una storia fatta di documenti e di date certe, ma anche costellata di tante illazioni, testi apocrifi, presunte profezie apocalittiche. La più recente e documentata ricostruzione si può leggere nel libro di Saverio Gaeta «Fatima, tutta la verità. La storia, i segreti, la consacrazione» (Edizioni San Paolo), un volume che ha il pregio di aver incluso le ultime novità emerse grazie alla pubblicazione di scritti di suor Lucia dos Santos mai rivelati prima.

La visione profetica venne affidata ai tre pastorelli il 13 luglio 1917. Passano molti anni prima che le tre distinte parti del segreto vengano fissate su carta. Le prime due vengono scritte da Lucia nella cosiddetta Terza memoria, vergata fra il 26 luglio e il 31 agosto 1941, e successivamente nella Quarta memoria, compilata fra il 7 ottobre e l’8 dicembre dello stesso anno. Questi due testi sono subito consegnati al vescovo di Leiria (sotto la cui giurisdizione ricade Fatima), monsignor José Alves Correia da Silva. Come abbiamo avuto modo di vedere, le prime due parti si riferiscono alla visione dell'inferno e all'arrivo di una nuova grande guerra mondiale.

Vengono scritte quando questa è già cominciata e rese note per la prima volta da padre Luis Gonzaga da Fonseca, nella quarta edizione del suo libro «Le meraviglie di Fatima» pubblicata nell'aprile 1942. Questo primo testo pubblicato contiene dei ritocchi rispetto all'originale di Lucia, ad esempio la parola «Russia» viene sostituita con la parola «mondo», per motivi legati alla situazione politica e alla guerra in corso.

Vista la salute cagionevole di suor Lucia - che sarà invece destinata a vivere una vita lunghissima - il vescovo teme che possa morire senza aver comunicato la terza parte del Segreto. Così Correia da Silva prima di persona e poi per iscritto, alla fine dell'estate 1943, le ordina di fissare su carta anche l'ultima parte della profezia. La veggente ci prova, ma per cinque volte non ci riesce. La svolta arriva nei primi giorni di gennaio 1944. Lucia avverte la presenza di Maria. E racconta che cosa accade in una lettera di accompagnamento per il vescovo, consegnata insieme al Segreto.

Questa lettera e le parole che stiamo per citare sono rimaste sconosciute fino a poco tempo fa. «L’indicazione della Vergine fu precisa: “Non temere, poiché Dio ha voluto provare la tua obbedienza, fede e umiltà; stai serena e scrivi quello che ti ordinano, tuttavia non quello che ti è dato intendere del suo significato. Dopo averlo scritto, mettilo in una busta, chiudila e sigillala e fuori scrivi “che può essere aperta nel 1960 dal cardinale patriarca di Lisbona o dal vescovo di Leiria”».

È interessante fermare l'attenzione sulle parole della Madonna che Lucia riferisce: «Non quello che ti è dato intendere del suo significato». La voce di Maria chiede dunque alla veggente di non scrivere nulla sul significato della visione, sull'interpretazione di quella scena cruenta del Papa che viene ammazzato. Ma da queste affermazioni, redatte da Lucia nel 1944, non si comprende bene se ci si riferisca a un'interpretazione offerta con parole precise dall'apparizione stessa nel 1917 (com'era avvenuto per la prima parte del Segreto), o se con quel «che ti è dato intendere» ci si riferisca un'interpretazione della veggente, seppure ispirata.

La busta viene chiusa con un po' di ceralacca e consegnata al vescovo di Leiria, il quale comunica la notizia al patriarca di Lisbona, Manuel Gonçalves Cerejeira, e alla Santa Sede, ricevendo dal Vaticano l'indicazione di custodire il plico. Il vescovo, pur potendolo fare, non aprirà mai la busta per conoscerne il contenuto. Il 7 settembre 1946, intervenendo al Congresso mariano di Campinas in Brasile, il cardinale Cerejeira comunica pubblicamente che la busta con il Segreto «sarà aperta nel 1960».

Un anno e mezzo dopo aver ricevuto il testo della profezia chiuso nella busta inviata dalla veggente, monsignor Correia da Silva la infila dentro una propria busta che a sua volta sigilla con la ceralacca, scrivendo: «Questa busta con il suo contenuto sarà consegnata a sua eminenza il signor cardinale don Manuel, patriarca di Lisbona, dopo la mia morte. Leiria, 8 dicembre 1945. José, vescovo di Leiria». Il plico sarà fotografato e l'immagine pubblicata sul settimanale statunitense «Life» del 3 gennaio 1949.

Nel 1956, quando il vescovo è ormai molto anziano, malato e quasi cieco, e si avvicina la data indicata per la rivelazione, dal Vaticano arriva l'ordine di inviare a Roma fotocopia di tutti i manoscritti di suor Lucia e la busta originale con il testo del Terzo Segreto. A metà marzo del 1957 il vescovo ausiliare di Leiria, João Pereira Venâncio consegna il documento al nunzio apostolico in Portogallo, l’arcivescovo Fernando Cento. Il plico arriva Oltretevere il 16 aprile 1957.

Secondo diverse testimonianze, tra cui quella del cardinale Alfredo Ottaviani, Pio XII decide di aprirlo e lo ripone all’interno di una cassetta di legno con l’iscrizione “Secretum Sancti Officii” (Segreto del Sant’Offizio). Anche di questa cassetta esiste una foto eloquente, scattata dal fotografo Robert Serrou il 4 maggio 1957 e pubblicata la prima volta sul magazine francese Paris Match il 18 ottobre 1958, dopo la morte di Papa Pacelli. Era stata suor Pascalina Lehnert, governante e segretaria di Pio XII, a fare al fotografo la confidenza: «Là dentro c’è il terzo Segreto di Fatima».

Bisogna ricordare che dal momento dell'arrivo a Roma in poi disponiamo dei dati su dove il plico è stato conservato e su quando i Papi l'hanno consultato, grazie alla pubblicazione vaticana del giugno 2000, nella quale, oltre al testo del Segreto e alla sua interpretazione teologica a firma dell'allora cardinale Joseph Ratzinger, viene descritta anche la storia della sua custodia in Vaticano attraverso uno scritto dell'arcivescovo Tarcisio Bertone, all'epoca segretario della Congregazione per la dottrina della fede e numero due di Ratzinger. Da questo punto in poi, i dati documentali spesso divergono dalle testimonianze ugualmente attendibili di alcuni autorevoli testimoni e ci sono indizi che lasciano pensare all'esistenza di due copie dello stesso testo - o secondo alcuni di due testi diversi - conservati in due luoghi diversi: l'archivio dell'ex Sant'Uffizio e l'appartamento papale.

Una distinzione che non può essere fatta per il tempo di Pio XII: all'epoca infatti, e fino alla riforma della Curia voluta da Paolo VI, il Papa era anche Prefetto del Sant'Uffizio e dunque non doveva sorprendere la conservazione nel suo appartamento di documenti particolarmente delicati o scottanti di quel dicastero. Il primo Pontefice ad aprire la busta e a leggere il contenuto del Segreto è Giovanni XXIII, durante l'estate del 1959, mentre si trova a Castel Gandolfo, e precisamente il 17 agosto, quando «d’accordo con l’eminentissimo cardinale Alfredo Ottaviani», il commissario del Sant’Offizio, padre Pierre Paul Philippe, consegna a Papa Roncalli la busta ancora sigillata.

Secondo quanto scritto da Bertone, sulla base della documentazione d'archivio, Giovanni XXIII decide di rimandare la busta al Sant'Uffizio. Ma l'arcivescovo Loris Capovilla, segretario particolare di Roncalli, ricorda invece che il Papa «portò il plico in Vaticano. Nessuno più gliene parlò, né il Sant’Offizio chiese dove fosse andato a finire il memoriale. Stava in un tiretto dello scrittoio della camera da letto». Il plico dunque sarebbe stato conservato in uno scomparto poco visibile e accessibile dello scrittoio, detto «Barbarigo», un mobile appartenuto a san Gregorio Barbarigo e regalato a Papa Giovanni dal conte Dalla Torre. 

Dopo essersi fatto aiutare a tradurre il testo, Giovanni XXIII detta a monsignor Capovilla alcune frasi da scrivere su una busta che finora non è mai stata mostrata pubblicamente: «Il Santo Padre ha ricevuto dalle mani di monsignor Philippe questo scritto. Si è riservato di leggerlo il venerdì con il suo confessore. Essendoci locuzioni astruse, chiama monsignor Tavares, che traduce. Lo fa vedere ai suoi collaboratori più intimi. E alla fine dice di rinchiudere la busta, con questa frase: “Non do nessun giudizio”. Silenzio di fronte a una cosa che può essere una manifestazione del divino, e può non esserlo».

Il 21 giugno 1963 viene eletto successore di Roncalli l'arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, che prende il nome di Paolo VI, meno di una settimana dopo, il 27 giugno, il nuovo Papa desidera leggere il Segreto, dopo averne parlato con il cardinale Fernando Cento, già nunzio in Portogallo, e con il vescovo di Leiria João Pereira Venâncio, che quella stessa mattina aveva ricevuti in udienza. La busta però non si trova. E così il sostituto della Segreteria di Stato, l’arcivescovo Angelo Dell’Acqua, chiede lumi a monsignor Capovilla, che dopo la morte di Giovanni XXIII era rimasto - e vi resterà fino al 1967 - nell'anticamera pontificia. Capovilla ha raccontato e messo per iscritto di essere stato contattato quel giorno dal sostituto e di avergli suggerito di cercare il plico «nel cassetto di destra della scrivania detta “Barbarigo”, nella stanza da letto del Papa».

Un’ora dopo monsignor Dell’Acqua gli telefona per confermare che era tutto a posto. La busta era stata ritrovata. L’arcivescovo Tarcisio Bertone, nel testo che ricostruisce la storia del Segreto sulla base dei registri dell'archivio del Sant'Uffizio, scrive invece che «Paolo VI lesse il contenuto il 27 marzo 1965, e rinviò la busta all’Archivio del Sant’Offizio». Bertone in successive dichiarazioni bollerà «le ricostruzioni cinematografiche della busta nascosta nel comodino del Papa» come «pura fantasia». Chi scrive ha avuto modo di ascoltare ormai dieci anni fa direttamente dalla voce di Capovilla, che si serviva al riguardo delle note vergate a suo tempo nell'agenda, l'episodio del plico che non si trovava e dell'indicazione data a Paolo VI di cercarlo nello scrittoio «Barbarigo».

Non si capisce perché il più stretto collaboratore di Papa Roncalli, custode della sua memoria e dei suoi scritti, avrebbe inventato di sana pianta una storia simile. Allo stesso tempo, bisogna credere alla ricostruzione di Bertone, basata sui documenti d'archivio. Ecco un indizio sulla possibile esistenza di due testi distinti o, più semplicemente, di due copie dello stesso testo conservate in due luoghi distinti, nell'appartamento del Papa e al Sant'Uffizio.

Il testo del Segreto, non rimane però confinato alla conoscenza di poche persone. In vista del suo viaggio a Fatima, il 13 maggio 1967, per il cinquantesimo delle apparizioni, Paolo VI fa convocare il 1° marzo una plenaria della Congregazione per la Dottrina della fede nella quale viene letto il Segreto e si discute se sia opportuno o meno pubblicarlo. I pareri negativi prevalgono e si decide di proseguire nella linea già tenuta da Giovanni XXIII, che non aveva ritenuto di rendere pubblico il testo nel 1960. Nel 1978, dopo la meteora Giovanni Paolo I, si arriva a Karol Wojtyla.

Secondo la testimonianza fornita il 13 maggio 2000 a Fatima dal portavoce vaticano Joaquín Navarro-Valls, mai smentita, Giovanni Paolo II avrebbe letto il testo nel 1978, pochi giorni dopo l’elezione al pontificato. Da altre testimonianze, riportate dalla vaticanista portoghese Aura Miguel, sappiamo che subito dopo l'attentato del 13 maggio 1981, mentre ancora si trovava ricoverato al Policlinico Gemelli, Papa Wojtyla chiese di vedere tutti i documenti di Fatima: «Uno dei primi cardinali a far visita a Giovanni Paolo II è l’argentino Eduardo Pironio, che afferma di aver visto il Papa nell’infermeria del decimo piano del policlinico Gemelli immerso nei documenti relativi alle apparizioni della Cova da Iria.

L’ex segretario del Pontificio consiglio per i laici racconta che il Papa, impressionato dall’incredibile coincidenza delle due date, studiò i documenti». Secondo la ricostruzione scritta da monsignor Bertone questa circostanza si sarebbe verificata più di due mesi dopo: «Sua eminenza Franjo Seper, Prefetto della Congregazione (per la dottrina della fede, ndr), consegnò a sua eccellenza Eduardo Martinez Somalo, Sostituto della Segreteria di Stato, il 18 luglio 1981, due buste: - una bianca, con il testo originale di suor Lucia in lingua portoghese; - un’altra color arancione, con la traduzione del “segreto” in lingua italiana. L’11 agosto seguente monsignor Martinez ha restituito le due buste all’Archivio del Sant’Offizio».

Anche in questo caso, le discrepanze nei racconti potrebbero avere una spiegazione semplice. Non va infatti dimenticato che appena 17 giorni dopo essere uscito dal Gemelli, Giovanni Paolo II vi fece ritorno il 20 giugno 1981, a motivo di un'infezione al sangue che aveva contratto. Rimarrà in ospedale fino al 14 agosto, per 55 giorni. È durante questo nuovo ricovero che, secondo i registri del Sant'Uffizio, riceve i documenti di Fatima. Non si può dunque escludere che le due versioni in realtà possano coincidere e che il ricordo del Pontefice che consulta i testi sul letto d'ospedale sia riferito al secondo e non al primo ricovero.

Si arriva così al 13 maggio 2000, quando, al termine della messa per la beatificazione di Francesco e Giacinta Marto, celebrata da Giovanni Paolo II in presenza di suor Lucia nella spianata antistante il santuario di Fatima, il cardinale Segretario di Stato Angelo Sodano prende la parola per riferire un sunto del Segreto. Sodano presenta la profezia come rivolta interamente al passato, alle persecuzioni subite dai cristiani nel Novecento, e afferma che nella visione il Papa «cade come morto».

Annunciando anche che per «consentire ai fedeli di meglio recepire il messaggio della Vergine di Fatima, il Papa ha affidato alla Congregazione per la Dottrina della fede il compito di rendere pubblica la terza parte del Segreto, dopo averne preparato un opportuno commento». La presentazione del testo avviene il 26 giugno 2000 con una conferenza stampa tenuta dal Prefetto Joseph Ratzinger e dal segretario Tarcisio Bertone.

Fino a quel momento, affidandosi unicamente alle parole di Sodano, tutti credono che nella visione si parli di un Papa che cade «come morto», cioè che rimane gravemente ferito, immagine sovrapponibile a quella dell'attentato subito in Piazza San Pietro da Wojtyla nel 1981. In realtà la visione non presenta un Papa ferito, ma un Papa ucciso. Nel suo commento Ratzinger spiega che questo genere di profezie non sono da considerare un film in grado di descrivere in dettaglio il futuro, come pure spiega che la preghiera e le sofferenze di chi fa penitenza possono cambiare il corso della storia.

Proprio all’inizio del commento teologico, Ratzinger, dopo aver precisato che il testo «viene qui pubblicato nella sua interezza», afferma che il lettore «resterà presumibilmente deluso o meravigliato dopo tutte le speculazioni che sono state fatte. Nessun grande mistero viene svelato; il velo del futuro non viene squarciato». Parlando a braccio in risposta alle domande dei giornalisti, il cardinale precisa che «non è intenzione della Chiesa imporre una interpretazione: non esiste una definizione, o interpretazione ufficiale, della Chiesa di tale visione».

Dunque Giovanni Paolo II ha ritenuto di riconoscersi nella visione, ma anche altre interpretazioni sono possibili. Lo stesso Ratzinger, una volta divenuto Papa, è sembrato correggere l'interpretazione della visione interamente rivolta al passato e nel 2010, in occasione del suo pellegrinaggio a Fatima che avviene nel pieno della bufera per lo scandalo pedofilia, afferma che la carica profetica del messaggio non si è esaurita: «Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa».

Nel corso degli anni, come già detto, sono stati diffusi vari testi apocrifi contenenti la presunta interpretazione mancante della visione del Terzo Segreto. Si parla di catastrofi naturali, inondazioni e guerre, come pure dell'apostasia, di una crisi della fede presente all'interno della Chiesa stessa. Le discrepanze che abbiamo fin qui evidenziato vengono in qualche modo corroborate da due indizi contenuti nelle memorie di suor Lucia: il fatto che l'apparizione dopo aver rivelato il Terzo Segreto dica che Lucia e Giacinta possono condividerlo con Francesco: in questo caso, dato che Francesco vedeva ma non poteva ascoltare, si dovrebbe trattare di parole, cioè di un'interpretazione, non di una visione.

Inoltre rimane senza spiegazione una frase sospesa dell'apparizione che precede il Segreto, relativa al Portogallo che manterrà il dogma della fede. Queste discrepanze hanno fatto affermare ad alcuni giornalisti e studiosi che non tutto è stato in realtà rivelato e che alla visione del Terzo Segreto si accompagnava un «allegato» con l'interpretazione di quella visione. L'allegato in questione, secondo questi autori, sarebbe stato tenuto nascosto o distrutto. Papa Ratzinger ha però più volte affermato che tutto è stato pubblicato. Lo stesso ha ripetuto in varie riprese, a voce e per iscritto, anche il cardinale Tarcisio Bertone, quest'ultimo individuato da alcuni «fatimiti» come presunto autore della pubblicazione parziale e dunque edulcorata.

In realtà bisogna riconoscere: nel caso ipotetico che non tutto fosse stato pubblicato, ciò non potrebbe essere avvenuto all'insaputa di Giovanni Paolo II - che aveva letto l'intera documentazione - e del suo Prefetto per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, anch'egli a conoscenza dei testi. E dunque appare quantomeno semplicistico colpevolizzare Bertone, all'epoca numero due del dicastero guidato da Ratzinger e suo fedele collaboratore.

Non si può infine escludere che il presunto «allegato», nel caso esista o sia realmente esistito (non è rimasta traccia di quando sarebbe stato scritto, né di quando sarebbe stato consegnato al vescovo o di quanto sarebbe stato spedito in Vaticano) possa in realtà non essere una rivelazione diretta dell'apparizione del 1917, ma piuttosto un'interpretazione successiva, ricevuta da suor Lucia in una delle sue locuzioni interiori. Non è un caso che il segretario di Giovanni Paolo II abbia confidato al vaticanista Marco Tosatti: «Non sempre si capisce bene che cosa dice la Madonna e che cosa dice suor Lucia».

Di per sé, anche se la visione non contiene profezie su catastrofi naturali o sulla perdita della fede, le immagini sono comunque forti e apocalittiche: si parla del martirio di un'innumerevole quantità di cristiani - tema tristemente attuale - come pure della morte di un Papa che viene ucciso.

Ecco quanto ha pagato l’FBI per sbloccare l’iPhone del terrorista San Bernardino

lastampa.it
andrea nepori

La senatrice democratica Dianne Feinstein ha rivelato la somma sborsata dai federali per accedere ai contenuti del dispositivo di Syed Farook, autore della strage nella città californiana nel dicembre 2015



Ad un anno dalla conclusione dello scontro legale tra Apple e l’FBI, la senatrice democratica Dianne Feinstein ha rivelato il prezzo pagato dai federali per sbloccare l’iPhone del terrorista di San Bernardino. 900.000 dollari. Tanto è costato al governo USA il rifiuto di Apple a cooperare con le indagini forensi sull’iPhone 5C di Syed Farook, autore dell’attentato che a dicembre 2015, in California, è costato la vita a 15 persone.

Il Bureau aveva richiesto a Cupertino di realizzare una versione speciale del sistema operativo iOS da installare sul telefono al fine di aggirare il blocco con pin. Un simile strumento, finito nelle mani sbagliate, avrebbe messo a repentaglio la sicurezza di milioni di utenti iPhone. Per questo Apple si era opposta, avviando una procedura legale conclusasi a fine marzo 2016 con il ritiro della richiesta da parte dei federali.

A motivare l’improvviso cambio di strategia dell’FBI era stato l’intervento di un terzo soggetto, la cui identità è ancora riservata, che avrebbe aiutato i federali nelle operazioni di sblocco, senza alcun intervento diretto da parte di Apple. Le indiscrezioni più accreditate suggerivano che la misteriosa “terza parte” fosse la Cellebrite, azienda israeliana che vende soluzioni per lo sblocco dei cellulari alle forze di polizia di tutto il mondo. Altre fonti hanno suggerito che a collaborare coi federali sia stato invece un gruppo di hacker e non una specifica azienda.

Anche la somma versata per l’operazione sarebbe dovuta rimanere segreta, ma la senatrice Feinstein l’ha rivelata, forse inavvertitamente, in uno scambio pubblico con James Comey, durante un’interrogazione del direttore del Bureau che si è tenuta al Senato Usa la settimana scorsa. «Come ho poi saputo successivamente», ha aggiunto la senatrice durante il suo intervento, di fatto giustificando la necessità di spendere l’ingente somma, «c’erano buone ragioni per sbloccare quel dispositivo».

I portavoce della senatrice e l’FBI hanno rifiutato di commentare la rivelazione. L’Associated Press, Vice Media e Gannett (Usa Today) l’anno scorso hanno intentato una causa per costringere l’agenzia a rendere pubblici il costo e il nome degli autori dell’operazione di sblocco del telefono del terrorista di San Bernardino. “La rivelazione di questo tipo di informazioni è l’intento principale del Freedom of Information Act”, si legge nei documenti legali depositati dagli editori, “ovvero permettere al pubblico di giudicare le attività del governo. Come, in questo caso, la decisione di usare fondi pubblici per pagare un’entità esterna in possesso di uno strumento capace di compromettere la sicurezza digitale di milioni di americani”. 

Rimpatriati (con scorta) 4 volte: immigrati trovati ancora in Italia

ilgiornale.it
Claudio Cartaldo - Lun, 08/05/2017 - 11:10

Il blitz della polizia a Perugia porta all'arresto di due immigrati spacciatori. Già espulsi e accompagnati in Tunisia per 4 volte (a nostre spese)



Li abbiamo, nel senso dello Stato (cioè coi soldi dei cittadini), accompagnati in Tunisia due volte.
Quattro inutili voli d'aereo, visto che gli immigrati tunisini sono tornati tutte le volte in Italia, a Perugia per la precisione, per riprendere la loro redditizia attività di sempre: lo spaccio.

Sembra assurdo, ma non lo è. Venerdì scorso i due immigrati irregolari sono stati arrestati di nuovo nel parco di via Cortonese del capoluogo umbro a spacciare dosi ai tanti tossicodipendenti che frequentano la zona. Il blitz della polizia è stata fruttuoso, quanto assurdo. Quando gli agenti si sono ritrovati di fronte i volti noti che sarebbero dovuti essere a diversi chilometri dall'Italia, non credevano ai loro occhi.

Quando sono arrivate le pattuglie, tre magrebini hanno tentato la fuga, ma dopo un inseguimento, come spiega Umbria24, sono stati catturati dalle forze dell'ordine. Uno di loro, di appena 17 anni, "è stato affidato al ‘Pronto intervento sociale’ del Comune di Perugia". Per gli altri, come spiega il quotidiano online locale, "erano due vecchie conoscenze delle forze di polizia: tunisini, un 26enne e un 28enne, per anni punti di riferimento delle consorterie malavitose di connazionali dediti allo spaccio a Fontivegge". Entrambi rimpatriati due volte con la scorta (dal costo di migliaia di euro) ed entrambi ritornati liberamente in Italia. Due volte ciascuno. L'ultima volta era successo ad agosto dell'anno scorso.

Ora accadrà di nuovo, visto che sono stati portati in un Cie per l'espulsione. Fino alla prossima volta, quando torneranno ancora a Perugia a spacciare. Per poi riprendere un volo gratis (con scorta) fino alla Tunisia.

Arrestata la "suora degli stupri": "Procurava bimbi disabili ai preti pedofili"

ilgiornale.it
Claudio Cartaldo - Lun, 08/05/2017 - 12:52

In manette in Argentina Kosaka Kumiko, 42 anni: la donna è al centro degli scadali che hanno investito la chiesa in Argentina



Un orrore inimmaginabile. La suora selezionava, sceglieva, procurava bambini vulnerabili per le voglie sessuali dei preti pedofili. È finita ieri in manette Kosaka Kumiko, 42 anni, rinominata dai media locali "la suora degli abusi". La donna è al centro degli scadali che hanno investito la chiesa in Argentina.

Come spiega FanPage, infatti, tutto ruota attorno all'Istituto Provolo di Mendoza, accusato in passato di violenze sessuali di preti su ragazzi sordomuti. Un orrore tremendo, aiutato -secondo gli investigatori - proprio da suor Kumiko, che si sarebbe macchiata del crimine di selezionare i bambini più vulnerabili per consegnarli nelle mani degli orchi in tonaca.

La donna è stata fermata dopo un mese di latitanza. Di fronte agli agenti si è difesa: "Sono una brava persona, che ha donato la sua vita a Dio". La sorella è originaria del Giappone, Patria abbandonata nel 2007 per lavorare sei anni all'Istituto Provolo. Una delle ragazze che la accusano sostiene, scrive FanPage, "che le abbia fatto indossare un pannolino, quando aveva cinque anni, per nascondere l'emorragia provocata dai sistematici stupri a cui diversi preti l'avevano sottoposta".

Peraltro, lo scandalo tocca da vicino anche l'Italia, visto che l'associazione ha la base operativa a Verona. Nel dicembre scorso scattarono le manette ai polsi per due sacerdoti con l'accusa di pedofilia: Nicola Corradi, 82 anni, il quale venne trasferito in Argentina proprio perché in Italia era stato accusato di violenza sessuale; e Horacio Corbacho, 52, accusato di circa venti bambini di 12 anni.

Dopo 718 giorni in orbita si conclude la missione dell'X-37B

ilgiornale.it
Franco Iacch - Lun, 08/05/2017 - 12:26

Parte della missione dell’X-37B è coperta da segreto militare. La piattaforma si colloca in un preciso asset del National Reconaissance Office.


L’X-37B è atterrato poche ore fa presso il Kennedy Space Center della NASA, in Florida.

L’ex struttura adibita al lancio dello shuttle è gestita con l’Air Force che avrà il compito di recuperare, ristrutturare e preparare la piattaforma per la prossima missione. In orbita da 718 giorni, parte della missione dell’X-37B è coperta da segreto militare. Lanciato da un razzo Atlas V il 20 maggio del 2015 dal Launch Complex 41, a Cape Canaveral, l’esatto carico utile trasportato a bordo resta ignoto. E’ il quarto volo spaziale del programma Orbital Test Vehicle.

L’X-37B, simile all'X-20 Dynasoar, è un banco di prova per testare le nuove tecnologie, progettato per orbitare attorno alla terra su orbite non sincronizzate con il sole. Secondo i dati ufficiali della Boeing, l’X-37B opera nella bassa orbita terrestre, tra i 177 e gli 800 chilometri sopra il pianeta.
L’X-37B è una piattaforma riutilizzabile automatizzata lunga un quarto delle dimensioni di una navetta standard della NASA. Nella precedente missione, è rimasta in orbita per 675 giorni. Nel 2015, il Dipartimento della Difesa rivelò alcuni dettagli sulle missioni dell’X-37B.

Secondo l’Air Force, la piattaforma sta testando dei sistemi di propulsione sperimentali, come quella elettrica e la durata dei vari materiali nell’ambiente spaziale. Il vantaggio di utilizzare la propulsione elettrica è evidente, considerando che lo xeno pesa molto meno della tradizionale idrazina. Tuttavia, tali esperimenti e test rappresentano soltanto una minima parte delle missioni condotte dall’X-37B. Probabilmente, la piattaforma si colloca in un preciso asset del National Reconaissance Office. La missione NRO è progettare, costruire, lanciare e mantenere in servizio i satelliti dell’intelligence americana.

L’X-37B è un drone trasportato in orbita da un razzo, ma che atterra come un aereo normale. Le sue dimensioni non consentono di trasportare alcun operatore umano a bordo (capacità integrata nell'X-37C), ma possiede un vano di carico appena sufficiente per trasportare un piccolo satellite. Ha un'apertura alare di 4,6 metri ed al momento del lancio pesa 4,990kg. Queste sono le uniche informazioni disponibili, il resto è classificato.

Il programma X è al servizio delle agenzie federali degli Stati Uniti. La prima missione ufficiale è stata lanciata il 22 aprile del 2010 e si è conclusa il tre dicembre dello stesso anno. La seconda si è svolta dal 5 marzo del 2011 al 16 giugno del 2012. La terza, dall’11 dicembre del 2012 al 17 ottobre del 2014. L’Air Force avrebbe condotto almeno tre operazioni segrete con la piattaforma X-37B.

L’isola che aspetta il dio principe che adesso non arriverà mai più

lastampa.it
carlo pizzati

Nell’arcipelago di Vanuatu il duca di Edimburgo è venerato come figlio del vulcano. Ma ora Filippo ha lasciato carica e “divinità”


Alcuni isolani mostrano con orgoglio la foto del principe Filippo autografata. Per loro si tratta di una vera reliquia

Questa è la storia di un principe che non vuol più fare il principe, e che senz’altro non ha mai voluto diventare un dio sulla terra, ma che per qualcuno lo è. Difatti il principe Filippo, duca di Edimburgo, consorte della regina Elisabetta II d’Inghilterra, ha annunciato che - raggiunti i 96 anni - si ritirerà dalla vita pubblica, non riuscendo più a partecipare alle cerimonie previste dal suo ruolo. Non potrà però sottrarsi dal ruolo di figlio del grande dio vulcano, secondo quanto credono alcune tribù nel sud dell’isola di Tanna, nello sperduto arcipelago delle Vanuatu, in un angolo dell’Oceano Pacifico.



Lo aspettano da anni, laggiù. Attendono il ritorno del dio bianco, fratello di un’altra divinità adorata dalla popolazione Yaohnanen, tale Jon Frum, dio del «culto di Jon Frum», che iniziò quando un soldato americano nel secondo Dopoguerra si presentò dicendo: «John from America», John dall’America. Da quel giorno, la popolazione locale lo chiamò Jon Frum, trasformandolo nel dio che porta regali dal mare, come fecero le navi della Us Navy.

Invece, la promozione da principe a dio di Filippo arrivò tramite una profezia. Dice la leggenda che il dio vulcano ebbe un figlio bianco. Il suo destino era di sposare una donna molto potente in un Paese lontano, prima di tornare nella sua patria. E per i 30mila seguaci del «Movimento del Principe Filippo», il duca d’Edimburgo combacia con la descrizione, anche se è nato a Corfù e non torna a Tanna dal 1974.

La storia si fa più complessa e, alle orecchie dei miscredenti, ancora più buffa. Infatti, nel viaggio del ’74 il principe Filippo non sapeva d’essere diventato un dio. Ne fu informato dal commissario britannico delle isole, che all’epoca erano dominio anglo-francese. Il commissario consigliò d’inviare una fotografia autografata, che da allora è una reliquia importante, utilizzata nelle danze rituali. In cambio, i fedeli inviarono al dio Filippo una tradizionale mazza per l’uccisione del maiale, il nal-nal. Nei decenni il principe spedì altre foto, conservate con devozione dal leader del movimento, Jack Naiva.

Dieci anni fa, una delegazione visitò il principe-divinità a Londra eseguendo un curioso rituale. Il capo delegazione chiese a Filippo: «La papaia è matura o no?», formula ritualistica per chiedere se il dio bianco era pronto a tornare sull’isola. Filippo rispose: «Che la papaia sia matura o meno, riferisci al capo Kawia che ora fa freddo, ma quando farà caldo invierò un messaggio». I tempi non erano maturi.

Premesso che queste stranezze potrebbero combaciare con la visione che nelle isole Vanuatu possono avere delle monarchie europee, di gente costretta a sposarsi contro il proprio volere, di tradizioni, costumi e riti bizzarri, che non si integrano certo con le democrazie moderne, con tanto di principesse divorziate che muoiono in incidenti d’auto inseguite da fotografi a bordo di moto, oltre al folklore, c’è in realtà qualcosa di serio.

Il «culto delle navi da carico» in cui si iscrive il Movimento del principe Filippo non è così del tutto folle come potrebbe sembrare. Si tratta di un movimento sociale e religioso diffuso tra gli abitanti della Melanesia nato dalla tensione tra tribù remote ed eserciti impegnati nella guerre di conquista, controllo e saccheggio del territorio nel Pacifico. Iniziò nell’800 con i primi esploratori. Poi nel 1914 furono i tedeschi ad essere visti come salvatori. In realtà tutto si basa sul credere che i bianchi abbiano rubato a Dio il segreto della produzione dei beni materiali, beni che, grazie all’arrivo di un messia, verranno consegnati gratis da navi, aerei e razzi.

L’avvento del messia porterà alla fine del lavoro e al posto di un governo bianco ci sarà un governo indigeno. Il tutto è anche legato al fatto che le popolazioni tribali si accorgono d’essere costrette a lavorare di più dei bianchi che hanno colonizzato le loro isole. E quindi, non sapendo più a che santo votarsi, hanno deciso di affidarsi al principe nonagenario, che però non sembra abbia alcuna intenzione di arrivare a salvarli con i tesori della Corona d’Inghilterra.

Prestiti per sposarsi: in Italia erogati 96 milioni di euro in 3 mesi per bomboniere, pranzo e abiti

lastampa.it

Oltre 1 richiesta su 5 arriva dalla Campania. Le regioni del Sud guidano la classifica



Deve essere per forza il giorno più bello della vita, la cosa importante è che la festa sia indimenticabile, con buona pace del budget. Gli italiani non rinunciano a nozze da sogno, anche a costo di chiedere prestiti. Nel primo trimestre 2017 sono stati erogati finanziamenti di questo tipo per un valore vicino ai 100 milioni di euro. Gli importi sono cresciuti del 14,35% in un anno e oggi la richiesta media è pari a 11.854 euro; nel 2013 gli sposi chiedevano poco più di 9.000 euro. Un quinto delle richieste arriva dalla Campania.

Prestito per bomboniere, vestito e ricevimento
Per onorare il più bel giorno della vita gli italiani ricorrono a prestiti personali e lo fanno in misura sempre maggiore; nel primo trimestre 2017 sono stati erogati 96,2 milioni di euro per sostenere le spese di matrimoni e cerimonie. È questo il dato che emerge da un’indagine di Facile.it e Prestiti.it, che hanno analizzato oltre 30.000 richieste di finanziamento, tracciando il quadro di come molti futuri sposi affrontino i costi di ricevimento, vestiti, fiori e bomboniere. Il primo elemento evidenziato è che l’importo medio richiesto nel 2017 è cresciuto del 14,35% rispetto al 2016, passando da 10.366 euro a 11.854 euro; crescita ancora più importante se confrontata con il 2013, quando la media era di appena 9.000 euro.

In testa la Campania, poi Calabria e Lombardia
Analizzando la ripartizione regionale delle richieste di prestito per matrimoni e cerimonie, emerge chiaramente come il Sud guidi la classifica, con la sola Campania che origina quasi il 22% delle richieste e dove l’incidenza di questi finanziamenti sul totale di quelli che i consumatori cercano di ottenere è pari a circa il doppio rispetto ai valori del resto d’Italia. La seconda regione che, proporzionalmente, genera il maggior numero di richieste è la Calabria con il 13,70%, mentre al terzo posto figura la Lombardia, con il 12,79%, unica regione del Nord ad avere un valore sopra il 6%.

Rate per cinque anni
Altro dato interessante, si legge nell’analisi, è l’età media del richiedente, che si attesta poco sotto i 41 anni, mentre per quanto riguarda la durata del prestito, gli italiani optano per rimborsare il finanziamento in 64 rate mensili dell’importo di circa 185 euro. Curioso, in termini di lettura sociale del fenomeno, è la differenza di genere; solo nel 23% dei casi è la donna a richiedere il prestito.

Quanto costa sposarsi
Ma quanto costa sposarsi? Secondo il wedding planner Andrea Bettinzoli della Chapeau Consulting: «Le voci di spesa da tenere sotto controllo quando si affronta un matrimonio sono molte e possono variare da regione a regione e, naturalmente, in base alla tipologia di cerimonia che si desidera organizzare. Immaginando un matrimonio tradizionale, con 80 invitati, si possono spendere dai 3.000 ai 7.000 euro per gli abiti, fra 2.000 e 5.000 euro per l’affito della location, fra i 6 e i 12.000 euro per il catering». Le spese per il giorno più bello, però, non finiscono qui; c’è il fotografo, (almeno 3.000 euro per un servizio completo di video); l’allestimento floreale, (a partire da 2.500 euro); le spose difficilmente rinunciano a parrucchiere e truccatrice (costi dai 250 ai 500 euro).

Se so vuole arrivare in chiesa con un’auto d’epoca, lo sfzio può costare circa 500 euro mentre le partecipazioni vanno dai 6 euro a salire. E se si vuole animare la festa con un Dj, bisogna considerare dai 250 ai 700 euro. Senza contare tutti gli “extra”, capaci di far lievitare il conto finale anche sensibilmente. 

Matteo punto fragola

lastampa.it
mattia feltri

Alla conquista delle praterie del consenso di Internet, è arrivata anche la app di Matteo Renzi. Per gli allergici al digitale, si tratta di un’icona su cui si clicca per entrare nel mondo del leader: gli appuntamenti, i discorsi, gli interventi, i tweet, i post. E pure il concorso a premi. Funziona così: se pubblichi su Facebook la notizia renziana prendi dieci punti; se la diffondi ai tuoi amici su WhatsApp ne prendi cinque. I primi cinquanta vinceranno un incontro col sommo segretario, e per ora è al comando Federico L. con 4180 punti.

Come tutte le idee nuove fa un po’ ridere, ma sarà contagiosa, perché è a buonissimo mercato, è gratificante, stabilisce un contatto diretto (e un po’ effimero) fra il volontario e il capo, sempre più totem. I nuovi attacchini, che non girano la città ad affiggere manifesti, ma li affiggono sedentariamente in rete, hanno l’occasione di sentirsi i protagonisti della storia, e con la prospettiva di essere nominati sostenitori dell’anno dal loro idolo in persona. Ricorda un po’ il miglior venditore Folletto o il Premio Stakanov in Unione Sovietica, sempre a maggior gloria del detentore unico dell’idea.

Ricorda tante cose, in realtà: le Mille miglia Alitalia (auguriamo al Pd esiti migliori) o i punti fragola dell’Esselunga, con la differenza che con i punti fragola vinci la padella antiaderente.
Si potrebbe andare avanti a lungo con paralleli sempre più sarcastici, ma sarebbe sciocco. I militanti sono sempre stati azionisti senza dividendo. È che quando se ne accorgono, fanno anche la lagna.