lunedì 8 maggio 2017

Il cinismo e le menzogne

ilgiornale.it
Gian Micalessin - Dom, 07/05/2017 - 18:31



Attenti a quei due. Si presentano come cavalieri della solidarietà, ma sono Erinni del cinismo pronte a cavalcare compassione e morte.

Sono Chris e Regina Catrambone, il padre padrone americano di Moas e la consorte Regina, anima e volto italiano delle campagne mediatiche usate per regalare un'aura di munificente prodigalità a un'organizzazione dai tratti opachi e dai finanziamenti occulti. Giovedì scorso la Commissione Difesa del Senato li aveva invitati a chiarire le proprie attività, ma i due hanno preferito snobbare il Parlamento mandando in Commissione tre spicciafaccende addestrati a eludere con sistematica professionalità qualsiasi richiesta. Come terreno di sfida le due compassate star del sensazionalismo mediatico han scelto Catania, la città dove il procuratore Carmelo Zuccaro indaga sulle loro attività.

Per farlo han scelto di calarsi dalla tolda di una nave Phoenix caricata con un morto e 394 disgraziati raccolti in mare. Spregiudicata al punto da inserire un cadavere nella scenografia la signora non ha esitato a sfruttare quella salma per nascondere lo spietato bluff di un intervento umanitario che, come dimostrano i dati, non salva vite, ma genera morte. Quei dati ci dicono che nel 2016, da quando, seguendo l'esempio del Moas, le Ong coprono un terzo dei soccorsi spingendosi fin dentro le acque libiche, le morti nel Canale di Sicilia sono passate dalle 2600 del 2015 alle 4500 dello scorso anno. Con quei 1900 cadaveri in eccesso dovrebbe fare i conti quest'acrobata dell'umanitarismo.

La Regina dell'arroganza preferisce, invece, fissare paletti e condizioni per fornire alla magistratura quei bilanci e quegli elenchi dei finanziatori che rappresentano non una concessione, ma l'obbligo minimo e indispensabile per un'organizzazione a cui è permesso di scaricar migranti in Italia e muoversi sotto il coordinamento (accondiscendente) della Guardia Costiera. Se dei paletti vanno fissati questi non riguardano certo le attività del procuratore Carmelo Zuccaro, ma quelle di una signora abituata ad indossare ora i costumi della salvatrice umanitaria, ora quelli dell'attivista politica. Per capirlo basta leggersi l'articolo a sua firma rivolto all'Unione Europea pubblicato il 19 aprile da «Open Democracy», sito finanziato da un mecenate altrettanto opaco come George Soros.

In quel documento la signora Moas spiega come la risposta ai crescenti flussi migratori non sia la guerra ai trafficanti di uomini, ma la creazione di canali umanitari in grado di garantire arrivi agevolati a tutti i migranti, irregolari compresi. Capiamo. La lotta ai trafficanti di carne umana minaccia di sottrarle indispensabili profitti, ma la decenza e il buon gusto dovrebbero consigliarle di non sovrapporre le attività di crocerossina e quelle di «agit prop» dell'umanitarismo. Perché mentre lei vive agiatamente grazie ai contributi raccolti negli Usa, i migranti scaricati dal Moas vengono accuditi con le magre risorse dello Stato italiano.

Lo Stato non paga il conto, chiude il ristorante del sisma

lastampa.it
flavia amabile

Macerata, dopo il terremoto il locale è rimasto aperto per i soccorritori



Potrebbero essere costretti a chiudere. Non per il terremoto ma per le mancanze dello Stato. È la storia dell’unico ristorante rimasto aperto in mezzo alle rovine delle montagne maceratesi, di una famiglia che voleva resistere e di circa 150mila euro di crediti con lo Stato che ora fanno paura più di tutto quello che ha dovuto sopportare in questi lunghi sei mesi. 

Né le scosse, né le macerie, la neve o il paese-fantasma che la circonda erano riusciti a far andare via Silvia Fronzi da Pieve Torina, uno dei borghi delle Marche piegati dal sisma del 30 ottobre scorso. Con la mamma e la sorella di 26 anni gestiscono il ristorante “Il Vecchio Mulino” e hanno continuato a farlo anche quando sembrava solo una follia. È stata invece una scelta naturale, sostiene lei: «Sono stata fortunata, la casa era agibile, anche il ristorante. Abbiamo scelto di tenere aperto e continuare a lavorare. Se non l’avessimo fatto dove avrebbero mangiato i soccorritori?». 

Dopo i crolli del 30 ottobre, mentre il paese si svuota, anche Silvia è costretta ad andare via in attesa dei controlli di agibilità, ma nemmeno allora interrompe l’attività. Ha una convenzione con il Centro Operativo Avanzato di Macerata da cui dipendono funzionari e operatori addetti al soccorso. Per settimane ogni giorno percorre 200 chilometri in auto. «Dovevamo servire 200 pasti al giorno e non siamo mai venuti meno al nostro impegno, nemmeno durante le feste». 

Sono gli assegni a venir meno all’improvviso. «Da dicembre non riceviamo nulla. Siamo arrivati a circa 150 mila euro di credito con lo Stato. Abbiamo retto finora grazie ai un mutuo che devo restituire alla banca e alla buona volontà dei fornitori ma tra qualche giorno inizieranno a non portarmi più la merce, dovrò chiudere». Silvia sottolinea che il problema non sono i vigili del fuoco o gli altri operatori che mangiano nel suo ristorante ma «lo Stato, che considera normale non pagare e mettere in difficoltà chi lavora con onestà malgrado le condizioni proibitive».

La vicenda, però, sta diventando un caso istituzionale e politico. Il problema della burocrazia e dei pagamenti è un tema particolarmente sentito in queste zone dove già riuscire a aprire ogni giorno è un gesto eroico. Beatrice Brignone (Possibile) e Donatella Agostinelli (M5s), hanno presentato interrogazioni parlamentari per chiedere spiegazioni. «Riteniamo sconcertante che ogni volta che si verificano catastrofi come quella delle Marche, la macchina della burocrazia sia tanto lenta e farraginosa e che sia indegno che le spese, anche nel caso di specie, siano state sostenute solo grazie alle donazioni ricevute», scrive la deputata Donatella Agostinelli che chiede « al Governo una risposta pronta per evitare che persista questa situazione».

Anche la deputata Beatrice Brignone si è rivolta al premier per chiedere «quante sono a oggi le attività con sede nelle zone colpite dal terremoto cui deve ancora erogare i rimborsi per le spese da esse sostenute nell’ambito delle Convenzione pasti tra Stato e Vigili del Fuoco. Il caso di Pieve Torina non è isolato purtroppo e molte persone non hanno nemmeno più la forza di reclamare un proprio diritto. Il Governo deve dare concretezza agli impegni presi con le popolazioni terremotate, tanto più che con l’avvicinarsi della stagione estiva, molti sfollati sono stati mandati via dalle strutture alberghiere che li avevano ospitati in inverno».

Dopo le interrogazioni la polemica è salita di tono. A Silvia sono arrivate molte critiche e anche qualche telefonata: «Ma certo che lo Stato pagherà, di che ti lamenti?»