giovedì 4 maggio 2017

Boldrini, Saviano e Kyenge: quei buonisti amici delle Ong

ilgiornale.it
Riccardo Pelliccetti - Mer, 03/05/2017 - 12:00

Difendono l'invasione indiscriminata e il business collegato. E questa volta se la prendono coi magistrati



Ormai è uno scontro senza quartiere. L'emergenza immigrazione ha da sempre diviso l'Italia: c'è chi vorrebbe chiudere le porte, chi è propenso a un flusso controllato e poi c'è chi sostiene un'accoglienza indiscriminata in nome di una solidarietà ipocrita.

Ci sono ancora altre sfumature perché la frammentazione è il nostro paradigma. Ma vogliamo soffermarci sul caso Ong e sull'ondata di migranti che con troppa facilità sbarcano ogni giorno. Le indagini della procura di Catania e i resoconti di Frontex hanno portato alla luce una vicenda ambigua. Qualche organizzazione non governativa, cioè di quelle che in questi mesi si impegnano per andare a prendere e salvare i migranti nel Mediterraneo, sarebbe in contatto diretto con gli scafisti e, su loro indicazione, andrebbe a recuperare a colpo sicuro le orde di disperati sulle carrette del mare. Se le indagini delle magistratura andranno in porto, con i riscontri necessari, potremmo avere delle sorprese inquietanti.

D'altronde, non è un segreto che l'immigrazione sia un business miliardario, ma quello che lascia basiti è la reazione del mondo buonista, il quale, prima ancora che la procura termini il suo lavoro, si mette l'elmetto e imbraccia il fucile difendendo l'operato delle Ong. Quello che fa ridere è che questi difensori d'ufficio sono gli stessi che ogni giorno, quando le inchieste giudiziarie sono rivolte verso altri, strepitano ribadendo sempre lo stesso concetto: lasciamo lavorare in pace i magistrati. Chissà perché questa volta la procura non possa lavorare in pace ma venga addirittura bacchettata da questi soloni del diritto un tanto al chilo.

Ormai è nato il partito delle Ong, che annovera un mondo ben noto agli italiani, sono quelli che difendono l'invasione indiscriminata e tutto ciò che a essa è collegato, Ong, cooperative, assistenza sanitaria gratuita e finanziamenti pubblici, requisizioni di edifici per l'ospitalità e cospicui corrispettivi per ogni immigrato assistito. Sono gli stessi che parlano di razzismo e xenofobia ogni volta che qualcuno protesta o cerca di mettere freno alla politica suicida delle porte aperte. La lista è lunghissima, ma vale la pena citare alcuni di questi paladini, che vogliono cancellare l'identità dei popoli europei e che si sono distinti in questi tempi.

Il segretario generale del partito, la ducessa sarebbe il termine corretto, è Laura Boldrini, pure presidenta della Camera. La signora Laura, che nessuno scorda per la sua lotta buonista nel favorire l'ondata migratoria, non ha dubbi e senza alcun riscontro assolve tutti: «Ong finanziate da trafficanti? Salvare le vite in mare è un dovere, chi non lo fa commette un reato - ha detto - Andare a buttare questa ombra su chi salva vite umane, senza avere evidenze, è una cosa grave e irresponsabile».

Per fortuna che lei invece le evidenze le ha. Il partito guidato dalla Boldrini ha numerosi esponenti, anche nel mondo ecclesiastico, come monsignor Domenico Mogavero, che guida la diocesi di Mazara del Vallo ed è soprannominato il vescovo dei migranti. Certo, non è più un prestigioso rappresentante dopo che sul suo capo pendono due indagini per truffa, abuso d'ufficio e appropriazione indebita.
A sostenere il partito si è aggiunto anche il premier Paolo Gentiloni, secondo il quale, l'attività delle Ong è preziosa e benvenuta.

«Ci sono traffici? La magistratura indagherà. I volontari che salvano vite umane sono benvenuti». Un posto di rilievo nella nomenclatura multibuonista e multietnica spetta all'ex ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge. «Le Ong compiono da anni un lavoro di grandissima importanza. Se non ci fossero loro i morti sarebbero molti di più». Peccato che i numeri dicano il contrario, ma lei non può sapere tutto, non le serve. Dobbiamo inoltre registrare la nuova adesione al partito dello scrittore Roberto Saviano.

La sua apertura all'immigrazione non è nuova, ma la sua discesa in campo a favore delle Ong sì, anche se non è chiaro quanto il suo intervento sia a favore delle organizzazioni o sia contro l'esponente 5 Stelle Luigi di Maio, con il quale ha avuto una lunga schermaglia, dopo che il vicepresidente grillino della Camera ha definito le Ong dei «taxi del mare». Saviano accusa Di Maio di «intransigente cattivismo» e di essere uno che «i migranti li vorrebbe in fondo al mare». Un bel duello a distanza, anche se desta meraviglia la posizione dei grillini che, solo due anni fa con l'europarlamentare Ignazio Corrao, si facevano immortalare a bordo della Phoenix del Moas.

Così Maria Elena Boschi si sta ricostruendo un'immagine

repubblica.it
di Susanna Turco

Cambiato lo staff dei comunicatori, rafforzata la sua squadra di commis a Palazzo Chigi, la sottosegretaria lavora al suo futuro politico.  Anche autonomo da Matteo Renzi e non legato al Pd

Così Maria Elena Boschi si sta ricostruendo un'immagine

Finiti i giorni canonici delle primarie, con le ore contate a ruzzolare verso le elezioni dovrà finalmente sciogliersi l’enigma che ha accompagnato Maria Elena Boschi nella sua seconda vita di ombra e di governo. In tutto o quasi diversa dalla prima, così compatta, potente, sfacciata, e invece adesso incerta, avvitata tra il rilancio e il precipizio, tra l’invisibile e l’ingombrante.

Scordarsi in ogni caso i trionfi botticelliani, scordarsi gli outfit da primavera della Rottamazione, gli altari e la polvere di quasi tre anni di renzismo attivo e operante. Altro che Rinascimento e Veneri su conchiglie: attraversato il tonfo del referendum costituzionale, lo stigma pesantissimo di Banca Etruria, il ritorno al governo per qualche verso coatto (reclamato a gran voce fino all’ottenimento, è la versione che va per la maggiore), da sottosegretaria unica a Palazzo Chigi Boschi somiglia ormai a una figura caravaggesca.

È uno squarcio drammatico di ombre e di luci, una figura illuminata solo a metà, a volo radente, ambivalente, sempre sull’orlo del nero più buio. Un po’ Vocazione di San Matteo, un po’ Giuditta con Oloferne: dipende. Quintessenza degli arcana impèrii - i segreti del potere tra i quali ha un qualche talento a navigare, se non altro più che nell’empatizzare con la folla - mescolata però a una smania di visibilità e interconnessione che solo i più ottimisti dell’inner circle renziano si ostinano tutt’ora a non voler considerare. Il caschetto giallo da operaia col quale ha fatto cucù a controllare i lavori in corso a Taormina, prossima al G7, giusto una settimana prima della fatidica data X della ri-consacrazione del suo mentore (Renzi) era del resto già tutto un programma.

Maria Elena Boschi a Taormina
Maria Elena Boschi a Taormina

A fine maggio lei sarà là, in Sicilia, tra Trump, Merkel e Putin, a far da madrina per conto del governo: un tipo di appuntamento lontano dal genere “corsa verso le elezioni”, si direbbe. D’altra parte, pure alla campagna per le primarie non è che Boschi abbia partecipato granché, osservano dal Montecitorio trattandolo come un dato lampante dell’oggettiva intercorsa distanza tra i due.

Giusto dopo il sopralluogo di Taormina, la sottosegretaria ha partecipato ad alcune iniziative del Pd a Militello, Scicli e Modica sospirando leggiadra una specie di “che bello girare per le primarie”. Un mese prima aveva presentato la mozione Renzi-Martina al Municipio IX di Roma, segnando così la sua prima uscita in pubblico dopo il 5 dicembre, e annotando poi felice qualcosa come “che bello il confronto”. Non molto altro da segnalare quanto a vita di partito, almeno tra ciò che Boschi ha voluto rendere noto: lo si dice giusto per tratteggiare un atteggiamento che, in effetti, tanto partigiano non si direbbe. Né Renzi, a quanto pare, avrebbe voluto altrimenti.

“Avanti insieme”, è d’altronde la locuzione comunque più frequentata dalla sottosegretaria: persino troppo spesso, assieme al solito “noi”, il pronome col quale si esprime normalmente in pubblico dal 2012, anno della fatale chiamata renziana. Eppure è proprio quell’ “insieme” che risulta adesso particolarmente sfilacciato.

Insieme a chi? Piccoli segnali lo dicono. Più che un qualche gruppo umano si trova in effetti traccia di autonomia, tentativi di (obbligata) indipendenza che covano sotto la sintesi che vuole, semplicemente, Boschi come la luogotenente renziana messa a Palazzo Chigi dall’ex premier allo scopo di governare pur senza stare al governo. È così fino a un certo punto, giacché – spiegano - la vera quinta colonna del renzismo nell’esecutivo Gentiloni è e resta Luca Lotti – come da programma.

Tra i due del giglio magico non a caso negli ultimi tempi le frizioni sono in (ulteriore) aumento vertiginoso, a tratti quasi violente, pur riguardando sempre faccende come nomine, piccole interdizioni, micro poteri in genere.



È sicuro invece che dopo la corsa referendaria Boschi abbia coltivato una immagine di sé diversa. Anche qui, un po’ per convinzione, un po’ per necessità. Frutto, fra l’altro, di una piccola novità: basta con la comunicazione gestita dal renzianissimo Luca Di Bonaventura, che infatti è passato a seguire più da vicino Lotti. Boschi invece si è affidata a un consulente della comunicazione che gli ha consigliato Chicco Testa (ultimamente peraltro molto meno renziano pure lui): Gianluca Comin, titolare della Comin & Partners, già per anni direttore delle relazioni esterne di Enel, nonché portavoce di Paolo Costa nel primo governo Prodi.

Sparita dai social network per quaranta giorni (per poi tornare, a partire da metà gennaio, al ritmo medio un post ogni due giorni), dalla televisione per tre mesi, Boschi s’è fatta comunque meno mediatica e più grand commis. E mentre nel salotto di Bruno Vespa, scelto come rientro catodico, ha fatto persino segnare una flessione di share, nel regno dell’invisibile ha ben dimostrato di sapersi muovere.

Da sottosegretaria a Palazzo Chigi, ha avuto in questi mesi il privilegio dell’ultimo sguardo su tutte le leggi, come s’è capito benissimo grazie alla bufera sul ridimensionamento (poi rientrato) dei poteri dell’Anticorruzione di Cantone, ma anche per gli interventi sul Def, gli annunci di tesoretto; e soprattutto, indirettamente, per le lamentazioni degli altri ministri, controllati fin negli spilli (accadeva anche prima, quando Boschi non aveva le deleghe, figurarsi ora).

Nei Palazzi del resto ha saputo costruire una rete di poteri: il segretario generale di Palazzo Chigi Paolo Aquilanti per dire è uomo suo, sistemato colà nel tempo del renzismo in irresistibile ascesa; un ruolo chiave, come segretario del Consiglio dei ministri, lo gioca Cristiano Ceresani, suo ex capo dell’ufficio legislativo alle Riforme nonché già genero di Ciriaco De Mita e collaboratore di Gaetano Quagliariello. In questi mesi Boschi è riuscita pure a far sloggiare Antonella Manzione, l’invisa ex capa dei vigili del comune di Firenze, dalla guida del delicato dipartimento degli Affari giuridici e Legislativi di Palazzo Chigi (Dagl), per farla planare (lei nolente) al Consiglio di Stato.

Attenzione però: al posto della Manzione è arrivato non Ceresani (che era la precisa richiesta della sottosegretaria), ma un altro dei suoi ex collaboratori alle Riforme, Roberto Cerreto. Il che ha creato un ambiguo effetto ottico: funzionario della Camera, distaccato dai tempi di Enrico Letta, Cerreto è legato, come è naturale che sia, assai più all’ex segretario generale di Montecitorio Ugo Zampetti - ora passato con lo stesso ruolo al Colle. Ma ecco: Boschi col suo ruolo, le sue impuntature, la sua figura politicamente ingombrante, ha fatto da velo persino a questo. Il che spiega come il ruolo da Gianni Letta, che pure può indossare, le stia nello stesso tempo un po’ stretto.

D’altra parte non si darebbe in natura un Gianni Letta col caschetto giallo da operaio, o assiso come se niente fosse nel salotto di Vespa, o fotografato intento a interrare le piantine dell’Orto per l’autismo. Anche così Boschi coltiva invece il proprio personaggio: non invisibile come lo sognerebbe e tenta di conformarlo il renzismo post referendario. Anzi, piuttosto pubblico. Come ambizione, più da riserva della Repubblica che da porta silenzi.

E infatti quel che si è davvero rotto, par di capire, è il legame con il partito democratico (semmai ci sia stato davvero): non più protetta dall’abbraccio custodente del caro Matteo, nella celebrazione del Lingotto a Torino Boschi si è trovata davanti un muro di gelo, quando nel suo intervento ha provato a imboccare tardivamente – da sottosegretaria - la strada della difesa delle donne, dopo aver mal gestito - da ministra – la delega delle Pari opportunità.

E non a caso sono ormai lontani gli scenari come quelli che la vedevano magari alla guida del partito, magari alla guida del governo, in ogni caso “vice” Renzi a tutto tondo. Sarebbe impensabile, adesso che più vicino - dicono non senza una punta di cattiveria taluni parlamentari del Pd - sembra essere ormai un ruolo da Nilde Iotti. Una figura che tanto Boschi invocò ai tempi del referendum, per allacciarsi addosso un precedente illustre. E che invece adesso sembra sul punto di divenire un destino plausibile ma, per qualche oscuro verso, beffardo.

La lettera del Prof. Sinagra alla Boldrini: "Lei è un corpo estraneo alla democrazia"

ilgiornale.it
Elena Barlozzari - Mer, 03/05/2017 - 18:32

Il prof. Augusto Sinagra, docente di diritto delle Comunità europee a La Sapienza di Roma, risponde alla Boldrini: "Lei è un corpo estraneo alla democrazia"



“Gentile Signora, in occasione delle onoranze ai Caduti della RSI al Campo 10 del Cimitero Monumentale Musocco di Milano il suo antifascismo ha palesato una delle sue punte più acute”.
È questo l’incipit della lettera aperta indirizzata alla presidente della Camera, Laura Boldrini, da un docente “ribelle”: il prof. Augusto Sinagra. Nome noto nel mondo accademico, sebbene si definisca da sempre un “uomo non allineato” all’establishment insegna diritto delle Comunità europee proprio a La Sapienza, una delle università più rosse della Capitale.

Ieri, nella lettera aperta affidata al web, la sua voce fuori dal coro si è sollevata in merito ai recenti fatti del Musocco di Milano, che hanno visto la Boldrini in prima linea nei panni di “giustiziera” dei “nostalgici”. Secondo la presidente della Camera, infatti, “le manifestazioni fasciste in Italia non possono essere consentite: né il 25 aprile, né in qualsiasi altro giorno dell’anno”.

Alla Boldrini, che in riferimento alla commemorazione organizzata sabato scorso dai militanti di Lealtà-Azione e Casa Pound ha parlato di “affronto alla democrazia nata dalla Resistenza”, Sinagra risponde: “Lei è un corpo estraneo alla democrazia. Lei è espressione di un partito politico minimale non solo sul piano numerico ma soprattutto sul piano propositivo. Lei è stata eletta Presidente della Camera (dico “Presidente” e non “Presidenta” per non storpiare la lingua italiana) all’esito di intese partitiche alle quali i cittadini e la democrazia sono rimasti estranei. Lei non sa nulla di fascismo e il suo antifascismo è solo strumentale alla pur comprensibile sua esigenza di dare una giustificazione alla sua stessa esistenza”.

“Se poi il fascismo viene dogmaticamente assunto come ‘violenza’ – prosegue l’accademico –, la invito a riflettere sul fatto che vi sono due tipi di violenza: quella fisica e quella morale. Alla prima si può resistere, alla seconda non si può e lei non si rende conto di esercitare una continua violenza morale”. A questo punto, il docente, chiama in causa alcuni precedenti: “Non ne perde l’occasione anche quando, tra le altre cose, pretende di imporre il suo punto di vista a proposito delle invasioni migratorie che subisce il nostro Paese. Perché lei lo faccia, francamente non mi interessa.

Evidentemente è uno dei suoi problemi, come quello della rimozione dell’Obelisco Mussolini al Foro Italico di Roma. La storia non si cancella, egregia Signora, e al fondo vedo un’attitudine palesemente rivolta alla paura quando lei sollecita imperiosamente iniziative censorie di immagini ed opinioni su Facebook rievocative del fascismo”.

“Mi fermo qui, egregia Signora. Discutere con lei non ha rilievo culturale”, conclude il professore che, però, prima di congedarsi definitivamente rivolge alla Boldrini un augurio: “Le auguro le migliori cose per questo scorcio di legislatura perché lei non sarà più rieletta presidente della Camera”.

Migranti a votare alla primarie, polemica nel Pd. La procura di Napoli apre un fascicolo

lastampa.it


Un gruppo di immigrati africani e richiedenti asilo, ospiti al Centro di Accoglienza di Ercolano

Il video pubblicato su Fanpage.it sugli immigrati che hanno votato per le primarie del Pd in un seggio di Ercolano è alla attenzione della procura di Napoli che, a quanto si è appreso, lo acquisiranno nei prossimi giorni. La sezione «reati contro la pubblica amministrazione», coordinata dal procuratore aggiunto Alfonso D’Avino, ha deciso di aprire un fascicolo a modello 45, dove confluiscono notizie in cui non si ravvisano, allo stato, ipotesi di reato. 

Aperto un fascicolo
Un analogo fascicolo, sempre una indagine conoscitiva a modello 45, fu aperto dalla procura di Napoli lo scorso anno per il caso degli euro distribuiti all’esterno di alcuni seggi per le primarie Dem del candidato sindaco di Napoli. Anche quella inchiesta scaturì da un video di Fanpage.it Nel video diffuso, uno degli immigrati intervistato all’uscita del seggio da Fanpage racconta che nessuno degli ospiti del centro di accoglienza di San Vito a Ercolano sapeva perché si andava a votare sottolineando che a loro venne detto di votare il terzo nome della lista (Renzi, ndr). Agli immigrati, a suo dire, fu spiegato che era importante votare: «Io l’ho fatto perché mi aiutasse a ottenere il permesso di soggiorno», dice l’intervistato.

Spunta un altro video
Dopo la videointervista in cui un migrante raccontava «siano stati portati al seggio per votare Renzi», Fanpage.it torna ad occuparsi delle primarie Pd ad Ercolano e pubblica la testimonianza di un altro ospite del centro di accoglienza San Vito. L’intervistato, non riconoscibile, racconta nei dettagli le varie fasi della giornata: «Ci hanno accompagnato ai seggi e ci hanno dato i due euro per votare. Poi ci hanno detto di mettere una croce sul colore verde (quello in corrispondenza di Renzi ndr). Quanti eravamo? Hanno portato a votare cinquanta persone e tutti abbiamo votato allo stesso modo». Alla domanda su chi siano i candidati Renzi, Emiliano, Orlando l’intervistato risponde «No, non li conosco». 

Dr Beppe e Mr Grillo

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mattia feltri

Effettivamente è scorretto dire che Beppe Grillo è contro i vaccini. Così come è scorretto dire che è a favore dei vaccini. Diciamo che c’è Dr Beppe e Mr Grillo. Dr Beppe, ottobre 1998: «Là dove hanno fatto i vaccini le malattie sono scomparse, dove non li hanno fatti sono scomparse lo stesso». Mr Grillo, maggio 2017: «Noi antivaccini? È una balla». In fondo non è difficile distinguere. Dr Beppe, ottobre 2008: «Lo psiconano Berlusconi è un padrone che ha preso ispirazione dal suo modello, Putin».

Mr Grillo, gennaio 2017: «La politica ha bisogno di statisti forti come Putin». Dr Beppe, aprile 2013: «Perché non votate Rodotà? Troppo colto? Onesto? Indipendente?». Mr Grillo, maggio 2013: «Rodotà, un ottuagenario miracolato dalla Rete». Dr Beppe, ottobre 2013: «Abolire il reato di clandestinità è un invito ai migranti a imbarcarsi per l’Italia». Mr Grillo, agosto 2015: «Il reato di immigrazione clandestina è inutile, una perdita di tempo». Dr Beppe, novembre 2008: «Obama è venuto dalla Rete, come noi, cambierà il mondo». 

Mr Grillo, marzo 2014: «Obama viene qui a contrabbandare la sua economia, il suo gas, i suoi F35, e noi zitti». Dr Beppe, marzo 2015: «Fuori gli indagati dallo Stato!». Mr Grillo, dicembre 2016: «Gli avvisi di garanzia sono atti dovuti, non ci fermeranno così». Dr Beppe febbraio 2013: «Non ho mai detto di uscire dall’euro». Mr Grillo, dicembre 2014: «Il problema vero non è uscire dall’euro, è uscire il più velocemente possibile». Chi vuole si prende Dr Beppe, chi vuole Mr Grillo, e chiusa lì. 

Bari 1891, va in scena il primo maxiprocesso

lastampa.it
giuseppe salvaggiulo

Contro la criminalità organizzata, con 179 imputati, interrogatori di pochi secondi e “chiasso indemoniato” Raccolte le cronache di un giornale satirico locale


Gli imputati all’uscita del Castello Normanno Svevo, allora carcere di Bari in un disegno dell’epoca di G. Ciani

«Sin dalle sei del mattino si notava un gran assembramento di gente innanzi al castello. Le solite femminucce non mancavano; tutte malconce, con i figlioletti in braccio, aspettavano con ansia l’uscita dei detenuti. Si sentivano per ogni dove schiamazzi di donne, che facevano commenti intorno alla malavita». Così, dalle donne che scortano figli e mariti in ceppi dal castello adibito a carcere allo stabilimento requisito e trasformato in tribunale, il 5 aprile 1891 il giornale satirico barese Don Ficcanaso comincia a raccontare il primo maxiprocesso di criminalità organizzata dell’Italia unita: 179 imputati, 23 avvocati, 900 testimoni, 14 faldoni di carte, 200 carabinieri e due compagnie di soldati per l’ordine pubblico. Ogni udienza un fascicolo, «in modo che in ultimo - scrive il direttore Biagio Grimaldi - si fa un solo volume, contenente l’intero e minuto resoconto della causa». Ora un piccolo editore barese, LB Edizioni, l’ha recuperato e ristampato.

Nell’introduzione il direttore del Don Ficcanaso spiega l’origine del processo: la polizia, impotente di fronte «a questa classe di malviventi che ha afflitto continuamente questa povera città come una piaga», ha cambiato strategia dopo aver scoperto che «la malavita ha messo profonde radici: s’è formata una setta che ha un capo, uno statuto, un giuramento di rito e naturalmente un luogo di riunione». Anziché inseguire singoli delitti, prefetto e questore (forestieri) decidono di processare l’associazione criminale tout-court, fino a quel momento negata dai tribunali per «insufficienza di indizi».

La grande retata 
Il confidente Sabino Coccolino, «uomo risoluto e di coraggio» convocato dal questore nottetempo per non destare sospetti, conferma l’intuizione. La notte del 23 settembre 1890 scatta la grande retata. In sei mesi viene allestita l’aula bunker «con dei grandi gabbioni» e istruito il processo. Quasi un secolo dopo, un metodo investigativo non dissimile ispirerà il primo, storico maxiprocesso alla mafia.

«Vi passeranno dinanzi - promette Grimaldi con spiccato senso del marketing - scene di sangue, episodi amorosi, vendette personali, fatti brutali raccontati dai diversi testimoni, tutti palpitanti di verità che vi faranno fremere di odio e di amore nel medesimo tempo». Le cronache del giornale - asciutte al limite dello stenografico ma non prive di gusto per i dettagli e per la caratterizzazione dei personaggi, nonché condite di vernacolo - non deludono. «U figghie mì!... U portene attaccate come a nu cane», s’ode urlare mentre i detenuti, tra luccichii di baionette e clangori di catene, si avviano dal carcere. «Chi porta il cappello alla mammamì in atto di noncuranza, chi ride guardando tra la folla per riconoscere gli amici, e tutto ciò tra le grida e i pianti delle donne».

Nell’aula «un pigia-pigia e un chiasso indemoniati» accompagnano la prima udienza. Diversamente dall’odierno rito accusatorio, il processo comincia con gli interrogatori degli imputati, la confessione è prova regina. «“Il presidente chiama Telegrafo Giuseppe”. “Presente”. “Voi siete imputato di associazione alla malavita: che ne dite?”. “Non è vero”. “Siete imputato anche di oltraggio alla guardia Fanelli”. “Nego tutto”».

Pochi secondi e tocca al prossimo. Come cambiano i tempi: nel processo Mafia Capitale l’interrogatorio dell’imputato Salvatore Buzzi è durato più di trenta ore. Torniamo al 1891: i più negano, qualcuno si discolpa accusando altri. Il primo a confessare, dopo quattro udienze, è tal Iacobbi Andrea. Racconta il rito di affiliazione a «giovanotto» nel carcere di Trani, il linguaggio in codice, le minacce.

Poi tocca a parti lese e testimoni: tre guardie, un confidente, una prostituta sfregiata in viso con un rasoio per aver dissuaso un’amica dal fornire un alibi falso a un malavitoso. Non manca un pentito, un impiegato del Telegrafo. E il questore racconta in tribunale le intimidazioni subite dai poliziotti in prima linea nelle indagini, nonché le collusioni di certe guardie penitenziarie. Quindi vengono depositate otto lettere, sequestrate in carcere o nelle case degli imputati durante le perquisizioni.

Stupri, estorsioni, rapine 
Anche i tatuaggi sui corpi degli delinquenti, puntualmente elencati dal cronista - spade, teste di donne, serpi, cuori - sono prove dell’esistenza di una «associazione di malfattori il cui principale fine è il delinquere contro le persone e le proprietà». Stupri, estorsioni, pestaggi, rapine, danneggiamenti di postriboli, furti ai danni di fruttivendoli e tabaccai, minacce a guardie che si mettono di traverso alle scorribande dei malavitosi. In tutto 34 reati-fine contestati.

La nascita del sodalizio criminale è individuata nell’affiliazione di cinque detenuti baresi, avvenuta tra il 1883 e il 1884 per opera di alcuni camorristi napoletani. La malavita mutua dalla camorra, come ricostruito da un minuzioso rapporto del questore, gran parte delle regole: dalla gerarchia alla ripartizione dei proventi, dalle sanzioni disciplinari ai doveri degli associati.

«Il procuratore del Re, cavalier Francesco Fino, incomincia la requisitoria mantenendosi quasi sempre calmo», annota il cronista. Premette che, sconfitto il brigantaggio, è la criminalità organizzata la piaga nazionale da debellare. Ne afferma «come cosa certa» l’esistenza in città. Chiede la condanna di tutti i 179 imputati, massimo della pena 15 anni 6 mesi e 20 giorni per Ginefra Giuseppe.
È l’avvocato Bovio a tenergli testa. Denuncia indebite pressioni mediatiche e definisce il processo «un immenso pallone splendidamente dipinto» ma destinato a precipitare: non si può dare un’associazione criminale con metà degli affiliati minorenni, «un’associazione di lattanti». E poi quali sarebbero i reati di siffatta malavita? Furti di lattughe, pomodori e cocomeri.

L’ultimo capitolo del libro non è dedicato alla sentenza (per quella ci si deve accontentare, in appendice, dell’elenco delle pene) ma alle conclusioni del Don Ficcanaso. Innocentiste, a dispetto dei primi articoli, par di capire per compiacere un’opinione pubblica che udienza dopo udienza ha solidarizzato con i malviventi locali. E che in fondo si riconosce nell’esclamazione di una donna del popolo alla vista degli imputati: «Digghe ìì ca ce stève la fatiche, chidde povre file de mamme non facèvene le magabbùnde», «Io dico che se ci fosse stato lavoro, quei poveri figli non avrebbero fatto i vagabondi». 

Il cinismo di divertirsi con il Giro

lastampa.it
marco malvaldi

Per me, guardare il ciclismo in televisione è qualcosa che rasenta il cinismo: un bel panino, una birra ghiacciata e via, stravaccati sul divano, a guardare delle persone che si fanno un cesto epico tentando di scalare delle montagne sotto il sole a picco.

Per guardare il Giro, mio padre mi permetteva addirittura di smettere di studiare, consapevole che anche se la corsa rosa si svolgeva tutti gli anni, ogni tappa è unica, e perdersela sarebbe un peccato. 
Ogni tappa è unica, ma alcune, parafrasando Orwell, sono più uniche delle altre.

Il ricordo di tappa più vivo nella mia memoria è quello del 5 giugno 1988; quel giorno, il passo da scalare era il Gavia. Di sole cocente, però, manco a parlarne: freddo neve e vento accolgono i ciclisti sulla salita e, soprattutto, lungo la discesa. Ne venne fuori una tappa simile ad un film di Fantozzi, ma con una differenza. Una, ma sostanziale: era tutto vero. Il freddo, la neve, la sofferenza.

Sofferenza causata principalmente dal freddo, e inasprita dalle inadeguate mantelline con cui la gran parte dei ciclisti tentò l’impervio saliscendi. Non tutti, a dire la verità, usarono le mantelline: il leader della classifica della montagna, il belga Van der Velde, affrontò la discesa senza altra protezione che non la maglia ciclamino. Dopo qualche tornante fu costretto a fermarsi, congelato e soccorso dai tifosi. Alcuni ciclisti, preferendo la vita alla classifica, fecero la discesa a piedi; la maglia rosa, Franco Chioccioli, beccherà più di 4 minuti dal vincitore, svenendo subito dopo il traguardo. Si ignora se alcuni ciclisti vennero trangugiati dai lupi: nel caso, la cosa non mi stupirebbe. 

Il vincitore di giornata fu il semisconosciuto statunitense Andrew Hampsten, che dovette la vittoria di tappa a un tipico consiglio popolare di quelli che può dare la mamma: quando fa freddo, copriti bene. Fu l’unico, infatti, a non affrontare la discesa in mantellina, ma ben tappato e protetto: ciò nonostante anche lui, all’arrivo, verrà portato sul podio letteralmente a braccia, incapace di muoversi. Grazie a questa inaspettata vittoria, però, alla fine trionferà a Milano, scrivendo il suo nome sul trofeo senza fine. Non proprio senza fine, invece, fu la carriera di Hampsten: questa rimarrà l’unica vittoria importante del suo palmarès. 

Il favoritissimo dei pronostici, Franco Chioccioli appunto, per rifarsi e vincere il suo unico Giro dovrà aspettare il 1991. Per andare sul sicuro, quell’anno Chioccioli non fece calcoli: anche con la maglia rosa addosso, Coppino attaccava e contrattaccava, dando spettacolo dall’inizio alla fine della corsa rosa. Darà spettacolo anche sul podio, con le sue affermazioni da vincitore, dapprima dichiarando come un vero ciclista d’altri tempi che «portare la maglia rosa a Milano è stata una cosa molto bellissima» e poi cesellando una delle frasi più vere del ciclismo mondiale.

Dando voce sincera a uno dei motivi per cui molti di noi si fermano a guardare gli eroi delle due ruote, testualmente, disse: «Sì, Dio mi avrà aiutato di sicuro. Però a sudare su quella bicicletta c’ero io». E noi, che non saremmo capaci di arrivare in fondo a una tappa nemmeno con l’aiuto di Nostro Signore, annuiamo e ammiriamo. Perché per me il senso del giro, e del ciclismo, è proprio questo: guardare con sincera ammirazione l’essere umano che riesce a superare i propri limiti, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Fino ad arrivare a cento.

Domani a Superga la commemorazione del Grande Torino

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francesco manassero

Sono passati 68 anni dalla tragedia. Per alcuni granata è la prima volta, ma per altri potrebbe essere l’ultima




Sessantotto anni dopo, sarà sempre silenzio, commozione e lacrime a Superga, teatro dello schianto che alle 17.05 del 1949 spazzò via per sempre il Grande Torino, una delle più forti squadre del mondo di tutti i tempi. 31 vittime, 18 calciatori, 3 dirigenti, 2 allenatori, 3 giornalisti e 4 membri dell’equipaggio alla guida di quel maledetto trimotore Fiat che fermò il tempo sui cieli di Torino, domani saranno ricordati con la consueta commemorazione tra sacro e profano. 

Con la messa nella Basilica affidata a don Robella, il successore dello storico cappellano don Aldo Rabino, e la lettura dei nomi dei caduti da parte del capitano del Torino sulla lapide posta ai piedi del muraglione. L’appuntamento al Colle, al quale parteciperanno come sempre migliaia di tifosi provenienti da ogni parte d’Italia, è alle ore 17 e per molti del Torino sarà la prima volta, a cominciare dall’allenatore Sinisa Mihajlovic. Per qualcun altro potrebbe essere anche l’ultima, come per il bomber Andrea Belotti, il gioiello da 100 milioni da esibire nel prossimo calciomercato. 
I granata saranno guidati come sempre dal patron Urbano Cairo, che non ha mai perso un appuntamento da quando nel 2005 è diventato presidente.