lunedì 1 maggio 2017

Dopo settant’anni rimane ancora senza mandanti la strage di Portella delle Ginestre

lastampa.it
andrea cionci

Il primo maggio del 1947 il bandito Salvatore Giuliano e i suoi complici spararono sui lavoratori siciliani riuniti per celebrare la Festa del Lavoro: era una spedizione punitiva o dietro c’era una strategia più complessa?



Lapide commemorativa a Portella della Ginestra

Portella della Ginestra: un nome piacevole, primaverile, che, tuttavia, evoca un giorno di sangue, indissolubilmente legato alla prima, sanguinosa strage dell’Italia Repubblicana. Il primo maggio 2017 ricorrono settanta anni da quel giorno in cui una folla inerme di lavoratori, donne, bambini e anziani, fu bersagliata dalle raffiche di mitra della banda di Salvatore Giuliano: undici persone uccise, tra cui due bambini, più una sessantina di feriti. Incredibile come, a una simile distanza di tempo, non sia stata fatta ancora luce sui mandanti della strage. Un barlume di speranza si è acceso quando, il 21 aprile scorso, il Presidente del Senato Pietro Grasso, durante un convegno organizzato dall’Istituto Gramsci siciliano, ha annunciato: “C’è una direttiva della Presidenza del Consiglio per togliere il segreto di Stato sulla strage”.


Il memoriale della strage a Portella della Ginestra
Il luogo e l’occasione


Portella è una località montana del comune di Piana degli Albanesi, situata a 3 km circa da Palermo. In quella vallata, il primo maggio 1947, la gente era tornata a celebrare la Festa del Lavoro, che dal Regime fascista era stata spostata al 21 aprile, ricorrenza del Natale di Roma. Erano circa duemila i lavoratori, molti dei quali agricoltori, che vi si erano riuniti per manifestare contro il latifondismo e festeggiare la recente vittoria del Blocco del Popolo (l’alleanza tra i socialisti di Nenni e i comunisti di Togliatti) che aveva da pochi giorni battuto la Democrazia cristiana alle elezioni dell’Assemblea Regionale Siciliana. 

La località fu scelta perché, da uno dei sassi del pianoro, alcuni decenni prima, teneva i suoi animati discorsi ai contadini il medico Nicola Barbato, una delle figure simbolo del socialismo siciliano tra Otto e Novecento. Nel ’47, le condizioni di vita del popolo erano miserrime e molti dei partecipanti alla manifestazione - come ammesso da vari sopravvissuti - si trovavano lì anche per mettere qualcosa nello stomaco, un sorso di vino, un boccone di pane con qualche carciofo, unico companatico disponibile. 

Il grande tema all’ordine del giorno era la riforma agraria, ancora da attuare, di cui un precedente significativo era stata l’occupazione delle terre incolte legalizzata, nell’ottobre del ’44, dai decreti del Ministro dell’Agricoltura Fausto Gullo. A causa delle penuria di cibo, si consentiva ai contadini, con tali provvedimenti, di occupare i terreni sottoutilizzati e si imponeva una diversa ripartizione dei raccolti che favoriva maggiormente i contadini, rispetto ai proprietari, in controtendenza con gli usuali accordi della mezzadria. 

Nella tradizione ancora feudale della Sicilia di quegli anni, tali novità offrivano il destro a un probabile rivolgimento sociale che avrebbe avuto pericolosi riflessi nei sottili equilibri politici della regione gestiti anche e soprattutto dalla mafia.

La preparazione e il massacro
Gli autori della strage si erano organizzati già dal giorno prima, non appena Salvatore Giuliano aveva ricevuto una misteriosa lettera, da lui subito bruciata. I banditi si erano, quindi, recati sui promontori che dominano la vallata di Portella; avendo incrociato, durante il cammino, due ignari cacciatori, li avevano sequestrati, affinché non mandassero all’aria l’operazione. Erano appena scoccate le 10: l’oratore del comizio, un calzolaio di San Giuseppe Iato che sostituiva il deputato del Pci Girolamo Li Causi, aveva iniziato a parlare, sul palco, quando echeggiarono i primi spari. Inizialmente vennero scambiati per dei mortaretti, ma quando le persone cominciarono a cadere, insanguinate, tutti compresero la vera natura degli scoppi. I più anziani si gettarono a terra, ma furono soprattutto i giovani, meno esperti, a cadere sotto le raffiche. La pressoché totale assenza di ripari esponeva i lavoratori e le loro famiglie alla decimazione. In circa un quarto d’ora tutto fu compiuto. 

La violenza continua
Alla strage di Portella della Ginestra, per circa un mese, seguirono attentati con mitra e bombe a mano diretti alle sedi del Pci di Monreale, Carini, Cinisi, Terrasini, Borgetto, Partinico, San Giuseppe Jato e San Cipirello. Ogni azione recava la firma di Giuliano che, in appositi volantini, sobillava la popolazione alla ribellione verso il comunismo avanzante. 

Così come la mafia aveva giurato vendetta al Fascismo che, con il prefetto Cesare Mori, l’aveva duramente colpita, così, nell’immediato dopoguerra, Cosa nostra reagiva anche ai nuovi soggetti politici che miravano a cambiare una realtà siciliana che il sodalizio tra massoneria, latifondisti, indipendentisti voleva mantenere immutabile. In questo sistema, il bandito Giuliano, nonostante la personalità da “Robin Hood rusticano” che gli avevano cucito addosso, si trovò ad essere poco più che una pedina, manipolata da poteri la cui influenza andava oltre le sue reali capacità di comprensione. 


Salvatore Giuliano

Un ritratto realistico di Salvatore Giuliano
Lo storico palermitano Giuseppe Carlo Marino fornisce un ritratto realistico del bandito, al di là dell’alone romantico che ormai lo circonda definitivamente: “Si trattava, piuttosto, di un ragazzo, la cui formazione umana e sociale era ancora in fase di crescita. Le vicende di cui fu protagonista forgiarono in lui una personalità sempre più autoreferenziale e megalomane, convinta di ricoprire un ruolo decisivo per la storia della Sicilia e dell’Italia intera. Questa realtà contraddice l’immagine restituita dalla stampa nazionale e internazionale, che lo aveva posto sotto i riflettori come simbolo del folklore e del mistero della Sicilia. Egli stesso, dopotutto, coltivò questo personaggio rappresentandosi come un giustiziere del popolo che combatteva il mostro di un potere antipopolare”.

Le teorie astronomiche del bandito
A sostegno di questa visione, l’archeologo viterbese Luca Pesante ci ha fornito alcuni documenti, sconosciuti al grande pubblico, provenienti dall’Archivio di Stato di Viterbo. “Qui, nel ’52 – spiega Pesante - si concluse il processo per la strage di Portella. Vi era stato trasferito, da Palermo, affinché si svolgesse senza interferenze e intimidazioni. Tuttavia un mio congiunto, l’avvocato Camillo Mostarda, che vi prese parte come giudice popolare, rimase ugualmente molto turbato dalla vicenda giudiziaria, e non sapemmo mai perché”. Tra le carte dell’Archivio, figurano alcuni gustosi appunti di Salvatore Giuliano dedicati - nientemeno - che all’astronomia, nei quali, con una certa tracotanza giovanile, il bandito affermava di aver scoperto la vera causa del moto terrestre.

Secondo la sua fantasiosa teoria, descritta, comunque, con una certa attitudine al ragionamento e una insospettata cultura di base, la rotazione della terra si doveva a una sorta di travaso continuo tra le acque degli oceani opposti sulla superficie del pianeta, attraverso canali sotterranei che passavano per il centro del globo della cui dimostrazione lui incaricava il mondo scientifico. Era molto convinto delle sue intuizioni in materia, tanto da minacciare pesantemente i direttori dei giornali che non avessero pubblicato i suoi “saggi” di astronomia: “Quindi decidetevi a chiudere il giornale, o a pubblicare tutto quanto vi mando” scriveva in un biglietto minatorio.


Biglietto minatorio a direttore di giornale firmato da Giuliano

Una lunga scia di morti
Una personalità abituata alla violenza, quella del giovane bandito, che fu responsabile di circa 430 morti, fra carabinieri, poliziotti e civili. La sua carriera criminale era cominciata nel ’43, quando, fermato a un posto di blocco per traffico illegale di grano, aveva ingaggiato uno scontro a fuoco con i carabinieri, uccidendo un appuntato. Datosi definitivamente al banditismo e dimostrando attitudine al comando e all’azione, fu presto assoldato dal Movimento per l’indipendenza della Sicilia che gli conferì i gradi di colonnello nell’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia (EVIS), almeno fino al ’46 quando, con la concessione dell’autonomia speciale alla regione, la formazione paramilitare clandestina fu disciolta. Ci vollero ben quattro mesi per appurare che gli sparatori di Portella della Ginestra erano stati Giuliano e i membri della sua banda che vennero citati, dal rapporto dei Carabinieri, come “elementi reazionari in combutta con i mafiosi”.

Due ipotesi: una semplice spedizione punitiva?
Sui mandanti e i moventi, invece, grava ancora il più fitto mistero. In sostanza, sono due le ipotesi fondamentali elaborate dagli studiosi. La prima riguarda il fatto che la strage sia stata una semplice reazione del mondo agrario all’avanzata del Blocco popolare. “Se si fossero modificate le condizioni di voto tra Nord e Sud – spiega Giuseppe Carlo Marino – sarebbe stato uno scossone per l’intero Paese. Mentre, al nord, la Dc aveva fatto il pieno di voti, il Meridione, e soprattutto la Sicilia, rischiavano di diventare un bacino di consensi per la sinistra che avrebbe potuto portare anche un 3-4% di voti in più alle elezioni nazionali”. Tuttavia, su questa tesi pesano alcuni dubbi: possibile che un simile atto criminoso avesse un reale potere di “deterrenza elettorale”? Non avrebbe potuto, piuttosto, attirare ulteriori simpatie verso i social-comunisti e rivelarsi controproducente?



... o c’è dell’altro?

La seconda ipotesi, ventilata per primo dallo stesso Prof. Marino, fa risalire, invece, le motivazioni della strage di Portella a una strategia di più ampio respiro, volta indurre una sollevazione popolare di tale violenza da consentire, poi, allo Stato italiano di cancellare definitivamente il Pci dall’agone politico, mettendolo fuori legge. “Ricavai questa idea da un appunto conservato nell’archivio Li Causi; – spiega Marino – era stato scritto dal bandito Rosario Candela, membro della ghenga di Giuliano e riportava le testuali parole: ”La strage era una grande provocazione per mettere fuori legge il Pci”. Allo stesso Li Causi capitò di citare, en passant, la strage come un’operazione in cui vi erano anche gli interessi mediterranei di una grande potenza straniera”. 

Nel caso, una delle piste porterebbe verso gli Stati Uniti i cui rapporti con la mafia e l’indipendentismo siciliano erano già stati intessuti, fin dal 1943, in previsione dell’invasione dell’isola, come documentato da Nicola Tranfaglia in “Come è nata la Repubblica”. Che gli americani guardassero, generalmente, con favore a una marginalizzazione d’ufficio del Pci si evince anche dalle memorie di Mario Scelba che narrava un episodio significativo, pure avvenuto alcuni anni dopo i fatti di Portella. In Per l’Italia, per l’Europa, libro oggi quasi introvabile, l’allora Presidente del Consiglio raccontava di aver ricevuto sollecitazioni dal successore di Truman: “Eisenhower, che si intendeva poco di politica, (sic) mi chiese: “Perché non mettete fuori legge il Pci?” E io gli risposi: “Lei metterebbe fuori legge un terzo degli americani?”. 

35.000 dollari per Pisciotta
Va ricordato che, stando alle rivelazioni di William Colby, ex capo della Cia, gli Americani erano pronti a occupare nuovamente la Sicilia nel caso di una vittoria comunista, dando, poi, compimento alle speranze degli indipendentisti. In tal caso, la figura di Giuliano sarebbe, con ogni probabilità, tornata alla ribalta come comandante di un rinato Evis. 

In sintesi, la seconda ipotesi sulla strage ipotizza che qualche settore dell’amministrazione, o dei servizi segreti americani, in combutta con la mafia, assoldarono il bandito Giuliano per il massacro di Portella della Ginestra promettendogli forse l’impunità, l’espatrio negli Stati Uniti e una nuova vita. In tale contesto, risulta inquietante l’assegno di 35.000 dollari, (circa 320.000 euro di oggi) conservato presso l’Archivio di Viterbo, firmato da un tale James P. Morgan, (da non confondere con il banchiere John Pierpoint Morgan) il cui beneficiario era l’allora detenuto Gaspare Pisciotta, braccio destro di Giuliano che, nel ’50, si macchiò dell’assassino del suo capo. Tuttavia, sembra strano che l’assegno sia stato inviato in un carcere senza tenere conto delle normali procedure in materia di corrispondenza dei prigionieri. Un indizio costruito per creare una falsa pista, dunque?


Il misterioso assegno per Gaspare Pisciotta. (Gentile concessione Archivio di Stato di Viterbo)
L’ipotesi di un secondo gruppo di fuoco

A rendere ancora più nebulosa la vicenda, il presunto coinvolgimento di ex fascisti. Secondo il professor Giuseppe Casarrubea, presidente dell’Associazione Vittime della Strage di Portella della Ginestra (deceduto nel 2015) alla sparatoria avrebbe partecipato anche un altro gruppo di fuoco, appostato in una posizione diversa da quella della banda Giuliano. Ciò sarebbe dimostrato dalla traiettoria di alcuni proiettili che colpirono le vittime, provenienti non dall’alto del monte Pelavet, ma da una posizione situata al loro stesso livello. Il secondo gruppo di fuoco sarebbe stato composto da ex aderenti alla Decima Mas, legati all’aristocrazia agraria, che erano, forse, accomunati agli Usa dal sentimento anticomunista. Secondo Casarrubea, gli attacchi di Portella e quelli dei mesi successivi si svolsero, quindi, sotto la copertura della banda di Salvatore Giuliano, ma con il parziale contributo fisico di gruppi neofascisti e il consenso e l’appoggio diretto di elementi dello Stato italiano e dello stesso governo americano di Truman.


Il Monte Pelavet d’inverno

Conclusioni
In ogni caso, il Pci non fu messo fuori legge e il Blocco popolare, alle elezioni del 18 aprile 1948, subì una cocente sconfitta, causata anche dalla mobilitazione del mondo cattolico e della Chiesa. Il frontismo di sinistra, che pure prometteva bene, contò solo il 30% dei voti a Camera e Senato contro il 48% della Dc che, da allora, avrebbe guidato il Paese con i tre governi De Gasperi. L’insuccesso elettorale segnò la fine del patto fra socialisti e comunisti che decisero, da allora in poi, di presentarsi ognuno con i propri simboli. 

Le turbinose vicende elettorali di quegli anni offrono l’idea dell’intensità dello scontro politico in cui si consumò la strage di Portella della Ginestra. Le uniche speranze di far luce sui mandanti e i moventi sono, ora, da riporre nella desecretazione dei documenti, sempre che questi vengano resi disponibili nella loro assoluta integrità. 

Ha ancora senso stampare le foto ai tempi dei social network?

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andrea nepori

Secondo Canon la carta rimane il modo preferito per conservare le immagini più importanti. E gli smartphone -sorpresa - non sono più i nemici giurati della vera fotografia



Nel mondo si scattano ogni anno 2,5 trilioni di immagini. Milioni di milioni di scatti che, nella maggior parte dei casi, rimangono confinati ai supporti digitali e si visualizzano solo su dispositivi elettronici. Solo una percentuale minuscola di quelle immagini viene stampata e conservata come si faceva con le foto analogiche, mentre almeno un’immagine su 6 viene condivisa online. Ma qualcosa sta cambiando, e la stampa fotografica vive un suo momento di rinascita, seppur con molti cambiamenti rispetto al passato. I costi sono scesi, mentre la qualità è cresciuta, fino a raggiungere livelli impensabili dieci anni fa per prodotti di stampa destinati al consumatore non professionista.

Inversione di tendenza
«Nel decennio 2000-2010 la stampa fotografica ha registrato un crollo senza precedenti, a causa del passaggio dall’analogico al digitale. Il concetto del vecchio laboratorio fotografico, di fatto, non esiste più», spiega Massimiliano Ceravolo, Information & Imaging Solutions Director di Canon Italia. «Tuttavia negli ultimi anni, nonostante la maggior parte delle immagini si scattino su smartphone, si è registrata un’inversione di tendenza. Si torna a stampare di più, anche se strumenti, metodi e prodotti stampati sono radicalmente cambiati».

Il cambiamento innescato dalla digitalizzazione del settore ha portato ad ampliare enormemente il concetto di stampa fotografica, soprattutto grazie alle possibilità offerte dall’avanzamento tecnologico degli strumenti di lavoro degli stampatori.

«Oggi osserviamo due tendenze. Da una parte resiste l’album fotografico, la cui qualità ormai ha raggiunto livelli altissimi a costi contenuti, con un valore medio di circa 35€ per prodotto», spiega Marco Di Lernia, Country Manager di Canon Italia. «Dall’altra notiamo una crescita importante di quello che chiamiamo “photo merchandising”. Oggi la foto si può stampare su tutto a prezzi contenuti, dalla cover del telefono alla tazza, passando per la t-shirt, il magnete da frigo o il biglietto da visita»

Ricordo fotografico
A cambiare radicalmente, spiegano Ceravolo e Di Lernia, è il concetto stesso di ricordo fotografico. L’articolo da regalo personalizzato con una foto scattata in vacanza è importante al pari di una foto che vent’anni fa si conservava con cura nell’album di famiglia. È palpabile, aggiungono, la «voglia di liberare la foto dagli apparati digitali su cui siamo soliti immagazzinarla».

La nostalgia, grande alleata del marketing tecnologico degli ultimi anni, gioca un ruolo importante anche nel determinare le tendenze del settore fotografico. Basti pensare al successo di prodotti come le fotocamere istantanee Instax di Fuji o all’Impossibile Project, azienda hipster che è riuscita nell’impresa - impossibile, appunto - di resuscitare la Polaroid. 

Il ritrovato interesse per la stampa fotografica, però, non ha radici puramente passatiste. È anzi conseguenza dell’avanzamento tecnologico. «Abbiamo ormai superato i problemi di scala. Oggi si può produrre anche un singolo book senza preoccuparsi dell’allestimento delle macchine. E così la singola copia, o il numero limitato di copie non sono più un problema. Una maggiore personalizzazione rende così possibile soddisfare esigenze di stampa molto più specifiche e granulari», spiegano Di Lernia e Ceravolo.

Alleati a sorpresa
E poi ci sono gli smartphone, che oggi «non sono più un nemico». È paradossale, dicono i dirigenti Canon, ma l’aumento delle prestazioni delle fotocamere degli smartphone ha avuto alla fine due effetti positivi: ha favorito appunto la riscoperta della stampa, grazie alla qualità delle immagini scattate; ha contribuito a suscitare un rinnovato interesse per la fotografia “vera” in moltissimi potenziali clienti, che si interessano così ad apparecchi semi-professionali o professionali, mediamente più costosi, a partire dalle fotocamere mirrorless di fascia media. Con buona pace delle moribonde compatte da poche centinaia di euro.

Cloud concreto
Anche il concetto di condivisione è diventato ibrido. «Dobbiamo rispondere anche alle esigenze di “cloud printing”», spiega Di Lernia. «Così come siamo abituati a condividere un’immagine digitale, oggi ci sono le possibilità per condividere facilmente la stampa tramite cloud. Cosicché, per fare un esempio, i nonni possano stampare le foto dei nipotini con un clic». 

Tutti i maggiori produttori di macchine fotografiche, nel corso degli ultimi anni, si sono dotati di una propria soluzione per l’archiviazione delle immagini sul cloud, nel tentativo di limitare lo strapotere di Apple e Google. Nikon ha ImageSpace, Sony offre PlayMemories. Nel caso di Canon il servizio si chiama Irista. La nuova sfida, dunque, è l’integrazione degli archivi remoti con soluzioni di stampa dedicate, che possano rispondere a questa crescente esigenza di “liberazione dell’immagine” dalla prigione digitale dei nostri dispositivi elettronici. Proprio a questo scopo Canon ha acquisito di recente Kite.ly, una startup che offre servizi di print on-demand. Una strategia allargata, per investire, come dicono dall’azienda, nei «servizi di imaging diversificato». 

Oltre il cloud
C’è infine un’altra categoria di prodotti che beneficia del rinnovato interesse per il photoprinting: quella delle stampanti portatili. Polaroid Zip, HP Sprocket e Canon Selphy, sono alcuni dei modelli più gettonati su Amazon in Italia.

È un approccio diverso da quello della stampa on-demand, legato alla voglia di concretizzare lo scatto sul momento. Un approccio più affine, in questo senso, alle macchine istantanee. 
«Prodotti come la Selphy non contrastano con i servizi di stampa online», conclude Ceravolo. «Coprono un’esigenza di mercato diversificata. Sono utilizzate alle feste o in altri ambiti mondani. La “foto ricordo”, insomma, ha ancora un valore importante, emozionale, legato all’esperienza di vita del momento. Un livello davvero “sociale”, più che “social”». 

Nella città norvegese dove il sole non tramonta (o non sorge) è anche vietato morire

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noemi penna



Chiamarla città delle contraddizioni non è abbastanza. Longyearbyen si trova nell'arcipelago delle isole Svalbard, in Norvegia. Qui, alla latitudine 78°13, per quattro mesi l'anno - dal 19 aprile al 23 agosto - il sole non tramonta mai. Questo fenomeno, detto sole di mezzanotte, vede la nostra stella madre brillare sopra l'orizzonte per 24 ore al giorno. Ma per quando suggestivo sia questo fenomeno, non è l'unica particolarità della città spersa nel deserto polare.

Le temperature estremamente rigide che si raggiungo soprattutto durante la notte polare, quando il sole non supera mai la linea dell'orizzonte a causa dell'inclinazione dell'asse di rotazione della Terra - il record è stato di -46,3 °C nel marzo 1986 -, hanno indotto l’amministrazione locale ad emettere una ordinanza alquanto «particolare».



Longyearbyen è infatti una cittadina in cui «è vietato morire». Fa troppo freddo e le temperature impediscono la decomposizione dei corpi. Da qui il divieto di sepoltura: in caso di malore le autorità locali provvedono subito al trasporto sulla terra ferma. Lo strano provvedimento pare esser motivato da una epidemia avvenuta negli Anni 20 e dal ritrovamento di virus patogeni ancora «attivi» nei tessuti di corpi riesumati a distanza di anni dalla morte.



Nota noir a parte, Longyearbyen è in grado di affascinare per i suoi panorami artici. Il turismo è in crescita: ha un aeroporto internazionale (il Svalbard), il museo etnografico e l'Airship Museum, con reperti e documenti relativi al volo del dirigibile Italia e all'operazione di recupero dei superstiti. Altra chicca è lo Svalbard Global Seed Vault, un deposito sotterraneo globale dei semi: un giardino dell'Eden ibernato, che custodisce l'intero patrimonio genetico botanico globale preservando la biodiversità mondiale.