lunedì 24 aprile 2017

“Gommoni scortati fino alle navi umanitarie”. La nuova tecnica dei trafficanti di migranti

lastampa.it
fabio albanese, grazia longo

E il ministro Minniti: le nostre motovedette alla Libia per monitorare le irregolarità


Un fermo immagine da Marine Traffic alle ore 18.16 del 23 aprile

Non solo l’inchiesta di tre procure - Catania, Palermo e Cagliari - ma anche l’attenzione vigile del Viminale. Sull’ipotesi di contatti diretti tra scafisti e alcune Organizzazioni non governative (Ong), il ministro dell’Interno Marco Minniti viene costantemente aggiornato dai magistrati.

All’origine della preoccupazione del governo sul reale compito di alcune organizzazioni non governative c’è il sospetto che la rotta verso le nostre coste non sia casuale. In teoria sarebbero più comode, come meta, le coste di Malta e della Tunisia. Destinazioni più facili da raggiungere, che vengono invece snobbate da Ong straniere. E poiché oltre all’emergenza del traffico di esseri umani c’è sempre l’insidia dell’allarme terrorismo islamico, all’attività delle procure si aggiunge quella più sotterranea ma ugualmente capillare dell’Intelligence. 

La posta in gioco è troppo alta, contro il rischio di connessioni tra network criminali e alcune Ong si deve intervenire anche a livello preventivo. Preziosa, a tal fine, l’attività delle 10 motovedette che l’Italia consegnerà alla guardia costiera libica. «Le prime due sono state assegnate venerdì scorso - ricorda il ministro Minniti - entro maggio saranno tutte operative e potranno monitorare non solo gli imbarchi degli immigrati ma anche il ruolo svolto dalle Ong». 

Intanto la fotografia del fenomeno registra un’inversione di tendenza. «È cambiato tutto in questi ultimi anni, non ci sono più scafisti delle organizzazioni criminali ad accompagnare i migranti, su imbarcazioni sempre più piccole, affollate e insicure, ma li guidano ugualmente a distanza e li indirizzano verso le navi al largo della Libia», racconta un investigatore che da anni si occupa di sbarchi in una zona della Sicilia, il Ragusano, dove negli ultimi quattro anni sono arrivati decine di migliaia di migranti (3020 solo da gennaio a ora) e dove la Squadra mobile di Ragusa ha arrestato centinaia di scafisti, 200 nel 2016 e già 32, quattro dei quali minorenni, in questo scorcio di 2017. 

Non può rivelarsi ma il suo racconto è preciso e dettagliato: «Abbiamo documentazione fotografica dell’ultima tecnica adottata dai trafficanti - spiega -. I migranti vengono ammassati su gommoni che possono galleggiare solo poche miglia o su barchini e li scortano con le moto d’acqua fino a quando non si vede all’orizzonte un’imbarcazione delle Ong o una ufficiale. Dopo di che, invertono la loro rotta e tornano in Libia. Sui gommoni, il timone è stato invece affidato a uno o due migranti; qualche volta sono costretti, spesso però sono loro stessi a proporsi ai trafficanti perchè così si pagano il loro viaggio.

I più coraggiosi e sfrontati sono i nigeriani ma ultimamente perfino migranti del Bangladesh, che sono miti e non aprono mai bocca, sono disposti a trasformarsi in scafisti». L’investigatore aggiunge che «per salvare quella gente bisogna stare per forza ai limiti delle acque territoriali». Tesi sostenuta dalle stesse Ong che respingono sdegnate i sospetti che possano avere contatti diretti con i trafficanti libici. Ma i dubbi del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro sono forti: «Non siamo affatto sicuri che alcune Ong facciano un lavoro pulito. Quando, all’inizio dell’operazione Sophia anche le navi militari stavano a ridosso delle acque libiche, abbiamo chiesto di farle arretrare e così è stato. Le ong invece sono sempre lì». 

E l’anonimo investigatore rincara la dose: «A noi risulta con evidenza che le Ong hanno contatti con i libici». Ma Ong e navi militari collaborano ed è talmente vero che, ancora quattro giorni fa, nelle drammatiche fasi del salvataggio di 8300 migranti, è accaduto che i naufraghi siano stati salvati da due motovedette della Guardia Costiere e poi trasferiti sulla nave Vos Prudence di Medici senza Frontiere che li ha poi trasferiti nel porto di Pozzallo. 

L’ultimo sopravvissuto di Guernica: “Quel massacro parla al presente”

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domenico quirico

Ottant’anni fa il bombardamento dell’aviazione tedesca dipinto da Picasso. Luis Iriondo era un adolescente: “L’orrore è arrivato nel giorno del mercato”


Luis Iriondo, 94 anni, sopravvissuto al bombardamento di Guernica, davanti a una riproduzione del quadro di Picasso nel museo della Pace

Sì. Uomini come Luis Iriondo mi lasciano sempre senza fiato. Aveva quattordici anni il 26 aprile del 1937 quando i bombardieri tedeschi e italiani scesero su Guernica per stuprarla a colpi di bombe, per innaffiare le strade di fuoco, di esplosivo e di ferro: un cimitero di civili, un grido straziante che Picasso fissò sulla tela. Lo incontro vicino alla chiesa di Santa Maria. Si è salvata dalla distruzione, i «moros» di Franco la usarono come accampamento dopo la «reconquista», poi le donne di Guernica dovettero ripulirla in segno di umiliazione.

Luis è un sopravvissuto, parola terribile del Novecento. Bisogna esser folli per credere, dopo aver vissuto il primo bombardamento terroristico della Storia, credere ancora nel potere dell’uomo sul suo destino. Sperare in una vittoria dello spirito sulle forze del male, credere in dio, credere nell’uomo e in una riconciliazione tra loro. E invece Luis comincia a raccontare e la muraglia sembra meno alta, meno invalicabile. D’un tratto tutto diventa presenza, tutto diventa semplice, vero, possibile.

Significa che non siamo soli e vinti, che le forze disperse si riuniscono, sempre, da qualche parte. 

«Era una bella giornata come oggi, il cielo chiaro, pregna di umidità e di fermenti. Era lunedì, il giorno del mercato, dicevano l’avrebbero sospeso, la guerra si avvicinava, ma la piazza era piena di contadini e di bestie. Il mercato per noi di Guernica era la festa, al pomeriggio c’era la partita di pelota. Fu per questo che proprio quel giorno mia madre mi autorizzò per la prima volta a indossare i pantaloni lunghi: dai, ero un uomo adesso, non ero più un bambino, solo per la festa, ammonì mia madre.

Non andavo più a scuola, c’era la guerra, il mio istituto l’avevano ultimato nel ‘33 ed era già chiuso, diventato caserma! Mia madre non voleva che ciondolassi senza far nulla e aveva chiesto al direttore della banca di impiegarmi come apprendista, portare le lettere, piccole commissioni, non maneggiavo certo i soldi. Ero al lavoro quel pomeriggio, io e un rifugiato di Lekeitio, un paese già occupato dai franchisti. Il bombardamento venne alle 16 e 20. Fu allora che le campane di Santa Maria cominciarono a suonare. No, non era per la messa, era l’allarme per gli aeroplani che si stavano avvicinando. Prima si usavano le sirene della fabbrica d’armi che era in città.

Poi si erano accorti che creava confusione, molti pensavano che segnalasse la fine del turno e restavano a casa, sulla montagna che sta proprio sopra Guernica, il Kosnoaga, alcuni soldati dalla vista lunga quando scorgevano gli aerei nemici, c’erano solo aerei nemici ormai in cielo, salire da Burgos o da Vitoria facevano segnali agitando bandiere e allora giù, le campane suonavano suonavano, ma c’erano stati molti allarmi, il fronte era a venti chilometri, ma non era mai successo nulla. Per questo non volevo correre nei rifugi ma il profugo di Lekeitio insistette: non sfidiamo la fortuna, mi costrinse, io sono vivo per questo lui invece è morto nel bombardamento».

La Maginot disfatta
Sono salito a Guernica in un paese ariostesco di rocce a picco e mare spumoso, frondami umidi e torrenti sonori, annegato nella luce ardente della primavera. Ascolto la lingua basca residuato, forse, dei primi idiomi del mondo. Da quassù scopro Bilbao, la profonda «ria» fino all’oceano. Bilbao era il «cinturon de hierro», la cintura di ferro, una sorta di Maginot costruita con l’aiuto di tecnici russi e francesi. Per il governo di Valenza era impenetrabile. Come tutte le Maginot si disfece in un istante. Seguo la strada da cui avanzarono le frecce nere della Agregation legionaria italiana, i requetés con le boine, i berretti a cencio, rosso sangue, e i terribili tabores marocchini del generale Mola. Non sono venuto qui per una guerra antica, di ieri: Guernica è stato un orrore sperimentale, i suoi trecento morti sono state vittime esemplari.

Già. Quante Guernica abbiamo vissuto dopo? Coventry, Dresda, Hiroshima e poi le città violentate del nostro tempo senza guerre, Aleppo, Grozny… città che sembran aver perduto la loro ombra. In questi ottanta anni quante volte abbiamo pensato che fosse l’ultima volta? Funziona sempre così: c’è l’impressione di un malinteso che confonde tutte le cose, (fino agli anni settanta la versione ufficiale nella Spagna franchista era che Guernica fosse stata incendiata dai rojos prima di fuggire…) si mescolano inestricabilmente bene e male, i colpevoli e gli innocenti, entusiasmo e crudeltà. Ho visto bene? ho ben capito? e poi vi dicono che tutto è finito che non si ripeterà… in fondo il mondo migliora si respira. Si respira fino al prossimo massacro che giunge di colpo, il tempo passa, passa.

«Ah i rifugi! l’avevano costruiti con sacchi di sabbia e qualche trave di ferro, alla buona, ma che sapevamo dei bombardamenti aerei a quel tempo? Il rifugio più vicino alla banca era nella piazza del mercato, già si sentivano le prime esplosioni, erano gli aerei italiani che cercavano invano di colpire il ponte all’ingresso della città, ma noi non sapevano nulla di questo. L’ingresso del rifugio era sotto una terrazza che chiamavano “el sacafaltas”: quando si ballava nella piazza le ragazze si radunavano lì per vedere lo spettacolo e scegliere l’innamorato, era la vita prima, prima della guerra, eravamo un centinaio in quel rifugio non c’era ventilazione

né luce, eran rifugi fatti così, alla buona, dopo due minuti già urlavamo perché ci sentivamo morire soffocati, allora qualcuno ordinò di sederci a terra, perché c’è più ossigeno in basso, io ero in fondo al tunnel dove la volta era più bassa e c’era meno aria. Ma il pavimento era umido e sporco e la paura di rovinarmi quei magnifici pantaloni e dei rimproveri di mia madre era più forte del senso di soffocamento, rimasi in piedi, le esplosioni cessarono, uscimmo a respirare aria buona a sentirci rivivere, e invece era solo l’inizio».

La voce della morte
So cosa vuol dire essere sotto un bombardamento aereo, ciò che provarono per primi, nel Novecento, gli uomini le donne i bambini di Guernica. oggi gli aerei sono così veloci che quando la bomba cade sono già lontani, senti solo il sibilo, la voce della morte. Gli junker tedeschi della legione Condor e i Savoia Marchetti della Aviazione legionaria, invece, erano lenti. Avanzarono da Nord a Sud usando come traccia il percorso della ferrovia, quasi ala contro ala, ben allineati, squadriglia dopo squadriglia, e sganciarono spezzoni incendiari mescolati a bombe perforanti.

Cinquemilacentodiciassette ordigni. Un torrente di fuoco e di polvere. Ho visto anch’io come Luis, in altri luoghi del mondo, case sollevarsi lentamente e sfasciarsi nell’aria per poi ricadere. E il rumore, il rumore che ti inghiotte, devi scrollare la testa per poter ragionare e vedi gente attorno a te che ha la bocca aperta, sai che sta urlando disperatamente ma non li senti. E fiamme escono da terra, vortici d’aria ti afferrano facendoti ruotare, una via intera in un attimo diventa un mare di fiamme, luci gialle e rosse ricadono dal cielo come un nubifragio. Fu così: Guernica in poco tempo prese fuoco, fatta, com’era, di legno. Ascolto Luis raccontare: sì, si respira fuoco in quei momenti.

Che sappiamo di questo stare sulle soglie della morte e forse un po’ più in là, quando le bombe smantellano una città, di come si cammini nudi sotto lo sguardo di dio? Avvengono in quelle ore (tre ore durò Guernica) confidenze che voi riceverete di rado, per la semplice ragione che le soglie della morte non sono scritte da nessuna parte. E se voi tornate in quel luogo dove avete subito la prova del fuoco, con gente che non era là, vi sembrerà di non ricordare più nulla e di raccontare bugie. Giacché i ricordi di un bombardamento assomigliano ai ricordi di infanzia.

«Quando è arrivata la nuova ondata, siamo di nuovo corsi nel rifugio. Stavolta avevo deciso che sarei rimasto per ultimo, mai più in fondo a quel tunnel, a costo di morire. Mi tirai dietro i sacchi di sabbia per fermare le schegge, adesso era come una unica esplosione, sembrava che entrasse da uno dei bracci della piazza dove è la scuola femminile e la percorresse tutta intera, allargando un lungo suono lugubre che sembrava entrarci dentro e poi c’erano raffiche di aria calda, un calore ripugnante che aveva il gusto di morte avevano raccomandato a noi ragazzi: se c’è un bombardamento stringete un oggetto tra i denti, dicevano che una esplosione più forte avrebbe potuto farci esplodere i visceri. Io mi ero portato dietro un bastoncino di dieci centimetri che stringevo in bocca fino a farmi male».

La preghiera spezzata
«Nel rifugio cominciammo a pregare, la preghiera che ci avevano insegnato al catechismo: Nostro signore Gesù cristo, dieci volte provammo e dieci volte una bomba ci spense la voce. Infine uscimmo dal rifugio: tutta Guernica era un braciere, la gente fuggiva verso la montagna, incontrai salendo un mio compagno di nome Eloy. Ci fermammo a guardare la città bruciare sotto di noi, le nostre case erano vicine, vedemmo le mura della sua crollare in un mare di fumo. Calmo, freddo, gelandomi il cuore Eloy mi disse: mia nonna e mia zia sono là: una è sorda e l’altra paralitica».

Allora Guernica non è il passato: è il presente. È una guerra che ci parla, ci spiega, ci offre terribili insegnamenti. Come assomiglia a quella di Siria, ad esempio! Guerre che avanzano con andamento di epidemia. Bashar come Franco, con potenti, determinati alleati totalitari, allora Germania e Italia, oggi Russia e Iran, contro le democrazie, timide e ipocrite. A Hitler e Mussolini che gli mettevano fretta, chiedevano avanzate risolutive, Franco rispondeva che in una guerra civile occorre una sistematica occupazione dei territori, che bisogna «ripulire», una rapida vittoria ti lascia invece il paese pieno di nemici.

Anche Assad lo sa: è ostinatamente paziente, avanza da sei anni con metodo, riprende città e paesi uno ad uno, lascia che i suoi avversari li abbandonino, attende che le loro mischie interne li indeboliscano. E poi come in Spagna la guerra serve come sanguinoso laboratorio, sulla pelle di un popolo intero, di nuove armi: i tedeschi misero alla prova i loro aerei micidiali, i russi di Putin esibiscono la tecnologia della morte ad alta tecnologia con cui hanno sostituito la ferraglia sovietica. Guerre feroci, entrambe: ottanta anni fa i generali africanisti ribelli, formati nei massacri delle terre del Rif, dove saccheggio tortura e assenza di pietà erano la norma, oggi i fanatici di dio della mischia siriana.

Gli altri curdi
E poi i baschi: i baschi che sono i curdi di oggi nel vicino oriente. Aspiravano, con vigore antico e disperato, alla autonomia. In nome di essa un giovane industriale dolciario, il lehendakari Aguirre, aveva proclamato lo stato separatista. La Repubblica faceva promesse. Chi potevano scegliere? Erano disposti a tutto, anche ad allearsi ai rossi, una incongruenza perché le pietre e le foglie della Biscaglia, dal ponte di Irun alle rocce oceaniche della Galizia, erano ferventemente cristiane e nulla avevano a spartire con i massacratori di preti e gli incendiari di chiese. Come i baschi i curdi resteranno con un pugno di rovine in mano.

In questi luoghi, in fondo, quella guerra è finita solo due settimane fa, con la consegna delle ultime armi dell’Eta. Forse conviene attendere che la Spagna si disintegri da sola. No, Guernica non è il passato. La memoria è rimasto un terreno di scontro politico: da una parte il partito conservatore, la Chiesa con i suoi 498 martiri, l’estrema destra, dall’altra una rivendicazione di memoria che si mescola a una revisione critica della transizione democratica da parte della sinistra radicale, Podemos, i neo comunisti. La guerra civile è lo specchio davanti a cui si rigiocano molti conflitti politici dell’oggi.

La canzone
E poi con Amaya, una giovane signora basca, vado a visitare il museo di Guernica intitolato alla pace. Quando una suggestiva rievocazione interattiva di quel giorno di 80 anni fa sfuma in una straziata canzone di bimba Amaya scoppia a piangere. Il passato con i suoi echi è in agguato dentro di te, primo o poi te lo ritrovi davanti, imperioso. Allora non puoi più scantonare. Sì: Guernica è davvero un macigno sul cuore.

Internet non verrà liberata da troll, odio, violenza e fake news

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carlo lavalle

Prevale il pessimismo sulle sorti del web tra gli esperti consultati da Pew Research Center ed Elon University

Nessun progresso contro troll, odio, false notizie e violenza online. Anzi, è probabile che, in futuro, il clima vada peggiorando, con un web sempre meno in grado di restare uno spazio aperto, libero e inclusivo. Sono le previsioni pessimistiche condivise dalla stragrande maggioranza degli oltre 1500 esperti di tecnologia, manager e studiosi, intervistati dai ricercatori di Pew Research Center ed Elon University .

IDEALISMO WEB AL CAPOLINEA
L’epoca dell’idealizzazione di Internet è tramontata. Dopo una prima fase piena di attese e fiducia sulle capacità costruttive ed emancipatorie del cyberspazio, secondo gli autori dell’indagine “The Future of Free Speech, Trolls, Anonymity and Fake News Online ”, ha prevalso una visione più realistica e preoccupata, meno incline al fideismo.

Il fatto è che studi e ricerche, passo dopo passo, hanno messo in luce l’esistenza, nell’ambiente web, di vari fenomeni deteriori. Così, tra molti, ha cominciato a emergere demoralizzazione, rassegnazione, e disillusione. In questo contesto, la trasformazione di Internet - visto come terra di conquista di cybercriminali, truffatori, violenti e spie – è stata addirittura paragonata al processo involutivo di uno stato fallito .

CAUSE DELL’INVOLUZIONE
I motivi di questo cambio di atteggiamento? Chi esprime pessimismo sulle sorti future del web crede che la sua involuzione sia dovuta alla natura umana (siamo tutti troll) o all’aumento della disuguaglianza.

Per Richard Lachmann, docente di sociologia alla University at Albany, «Internet non farà che riflettere l’aggravarsi dei conflitti nella società determinati da crisi economica e ambientale». Con i meno abbienti, spiega Randy Albelda, professore di economia presso l’University of Massachusetts Boston, nella veste di troll sempre più arrabbiati.

D’altro canto, alcuni ritengono che l’allargamento dell’accesso online a vasti strati della popolazione, grazie anche alla diffusione di smartphone, comporterà maggiore visibilità e impatto per i comportamenti più incivili, in grado di condizionare negativamente, sotto lo scudo dell’anonimato, la comunicazione via social network.

Allo stesso tempo, parte degli esperti denuncia, invece, le responsabilità di siti, testate e piattaforme come Twitter e Facebook, accusati di non essere realmente interessati a disfarsi di troll, estremisti e produttori di false notizie (fake news). Perché questa forma di attivismo malevolo conviene, in quanto porta in dote alle aziende private più clic e più introiti.

RISCHIO MODERAZIONE
Sempre secondo l’opinione dei pessimisti, l’impiego di sistemi di vigilanza e moderazione per fronteggiare il diffondersi di odio e violenza sarà causa del rafforzamento della sorveglianza online. L’uso negativo dei social media, a giudizio di Paula Hooper Mayhew, docente presso la Fairleigh Dickinson University, farà crescere a livello globale la domanda di misure più restrittive. Che saranno introdotte dai governi per monitorare e regolare l’attività degli internauti.

A quale costo? Per Richard Stallman, paladino del software libero, terrorismo e troll forniranno il pretesto per più sistematici controlli e censure. Con rischi di manipolazione statale e serie conseguenze su diritto di informazione, libertà di espressione e privacy degli utenti.

OTTIMISMO MINORITARIO
In controtendenza, un piccolo gruppo di ottimisti, appena il 19 per cento degli intervistati, si aspetta un miglioramento dello stato di Internet. In base alle ipotesi più rosee, piattaforme e siti diverranno più sicuri grazie all’evoluzione tecnologica, specialmente nell’ambito dell’intelligenza artificiale. Gli algoritmi, secondo il parere di Marina Gorbis, manager presso l’Institute for the Future, fermeranno violenza e trollismo, mentre i bot saranno capaci di promuovere connessioni virtuose.

E’ possibile, sostiene Lindsay Kenzig, ricercatrice nel campo del design, che la tecnologia decida più di prima «chi e cosa vedremo online, in modo da indirizzarci verso comunità separate di utenti con gli stessi interessi». Le persone, in ogni caso, continueranno ad avere a disposizione luoghi nei quali discutere liberamente in modo protetto. Ma, ribatte la pessimista Susan Etlinger, analista di Altimeter Group, questi “spazi sicuri”, al riparo da troll e professionisti dell’odio, saranno solo fittizi e isolati “villaggi Potemkin”. Buoni per mostrare una versione edulcorata di Internet, nascondendo la sua vera realtà sempre «meno trasparente e più problematica».