venerdì 21 aprile 2017

Il cane e Kant

lastampa.it
mattia feltri

Quasi ogni giorno sui siti ci si imbatte in notizie di cani. Il cane che salva il padrone, il padrone che salva il cane, il cane pazzo di gioia per il ritorno del padrone o pazzo di dolore perché il padrone è morto. Ce n’erano anche ieri. La notizia di un cane che guaiva sul corpo senza vita di un cane investito da un’auto. Si aprono questi video, li si guarda e ci si commuove, sempre. A freddo viene da pensare che sono video un po’ ricattatori, di buoni sentimenti a buonissimo mercato. Però c’è qualcosa di più, c’è che da Argo in poi i cani sono stati una misura precisa dei sentimenti di umanità, per usare un termine così stranamente esclusivo della nostra specie. 

Viene in mente, infatti, uno scritto del filosofo franco-lituano di origine ebraica, Emmanuel Lévinas, richiuso in campo di concentramento durante la Seconda guerra mondiale. «Fummo spogliati della nostra pelle di uomini», scrisse. E poi: «Noi non eravamo più nel mondo degli uomini». E però una mattina comparve nel campo un cane, senza padrone e senza nome, che i prigionieri chiamavano Bobby, poiché sognavano l’America e gli americani. I prigionieri partivano la mattina per i lavori forzati e tornavano la sera, e ogni mattina e ogni sera c’era Bobby a salutarli abbaiando gioiosamente. Per i carcerieri no, ma per il cane sì, decisamente sì, Lévinas e gli altri erano incontestabilmente uomini. Il cane fu dunque cacciato, e i prigionieri diedero l’addio «all’ultimo kantiano della Germania nazista». 

Vivendi costringe gli eredi Battisti e Mogol a vendere i diritti delle loro canzoni

repubblica.it
di SARA BENNEWITZ

Senza un accordo comune, su istanza di Universal-Ricordi, la società Acqua Azzurra, fondata dagli autori nel 1969 è in liquidazione e quindi dovrà vendere al miglior offerente i diritti di canzoni come Emozioni o Mi ritorni in mente

Vivendi costringe gli eredi Battisti e Mogol a vendere i diritti delle loro canzoni

Il titolo potrebbe essere “Eppur mi sono scordato di te,” dato che i diritti di alcune delle canzoni più conosciute della musica italiana degli anni Sessanta, quelle di Lucio Battisti e Mogol, sono in cerca di un compratore e la società che li possiede, Acqua Azzurra srl, è in liquidazione. I soci dopo una serie di litigi, incapaci di prendere una decisione unanime, hanno deciso di mettere in liquidazione la Acqua Azzurra, che era stata fondata dai due autori nel 1969.

A non voler continuare nell’avventura è la Universal che controlla la Ricordi, che a sua volta fa capo alla Vivendi di Vincent Bollorè e che ha una quota del 35% della società padrona dei diritti di brani come “Mi ritorni in mente”, “Emozioni”, “Pensieri e parole”, “La canzone del sole” e “Il mio canto libero". Gli altri soci sono con il 56% Aquilone srl (detenuta pariteticamente dalla vedova di Lucio Battisti, Grazia Letizia Veronese e dal figlio Luca) e al 9% L’altra Metà srl (controllata all'89% da Mogol, all’anagrafe Giulio Rapetti, al 10% da Alfredo Rapetti e all'1% da Carolina Rapetti). La vendita non vuol dire che gli eredi di Lucio Battisti e Mogol non continueranno a ricevere una percentuale dagli incassi derivanti dallo sfruttamento delle canzoni. Per legge e per contratto, infatti, è previsto che chiunque comprerà il catalogo continuerà a versare loro quanto dovuto.

In occasione del cda del 10 gennaio scorso infatti, secondo quanto risulta a Radiocor, i consiglieri hanno preso atto che la casa discografica "ha dichiarato di non essere favorevole" alla proroga della società in occasione dell'assemblea del 21 dicembre 2016, quando non è stata "raggiunta la maggioranza richiesta per l'adozione delle modifiche statutarie, necessaria per prorogare il termine della durata della società", come si legge dal verbale del cda. La messa in liquidazione della società, con la nomina di due liquidatori, è stata decisa nelle assemblee del 9 e 14 marzo scorsi.

In quella occasione è stato deliberato di "porre in essere le attività ritenute utili e/o necessarie per il miglior realizzo dell'intero catalogo editoriale". La richiesta ai liquidatori è quella di promuovere "la vendita in blocco” entro il dicembre 2017 onde evitare di svalutarne il prezzo di realizzo vendendo canzone per canzone. Acqua Azzurra ha chiuso il bilancio 2015 con un valore della produzione di quasi 800mila euro e utili per 510mila euro (circa 780mila euro e 536mila euro nel 2014).

Questa non è la prima volta che i soci della società in liquidazione non sono in perfetta sintonia. Nel luglio del 2016 c'era stata la sentenza di primo grado della causa promossa da Mogol contro la società e la vedova di Lucio Battisti ai quali chiedeva 8 milioni di euro. Il tribunale di Milano ha parzialmente accolto le richieste di Mogol, condannando Acqua Azzurra a pagare all'autore 2 milioni e 651mila euro. Quella decisione è stata impugnata e si aspetta la sentenza di appello.

Russia, la Corte suprema mette al bando i Testimoni di Geova: "Sono estremisti"

repubblica.it
ROSALBA CASTELLETTI

I giudici ne hanno vietato l'attività in tutto il territorio russo, confiscando i beni dell'organizzazione

Russia, la Corte suprema mette al bando i Testimoni di Geova: "Sono estremisti"

Jaroslav Sivulskij, 48 anni, che non ha mai tenuto un'arma in mano, da ieri è considerato "un estremista" alla stregua di un membro di Al Qaeda, dello Stato Islamico o di altri gruppi terroristici. Solo perché si professa Testimone di Geova. La Corte Suprema russa, accogliendo una richiesta del ministero della Giustizia, ha vietato tutte le attività del movimento religioso in Russia e ne ha confiscato tutti i beni. Non appena la sentenza entrerà in vigore, Jaroslav e altri 175mila fedeli russi rischieranno multe tra 300mila e 600mila rubli (circa 5mila-10mila euro) e il carcere da sei a 10 anni se si ritroveranno a pregare.

"Siamo scioccati da quest'ingiustizia. Durante il processo il ministro della Giustizia non ha presentato alcuna prova d'estremismo. Abbiamo semmai ascoltato numerose testimonianze inconfutabili sulla nostra innocenza. Siamo tornati all'era sovietica quando noi Testimoni di Geova eravamo perseguitati", commenta da San Pietroburgo Sivulskij, portavoce della congregazione russa. "Mio padre trascorse sette anni in prigione, inclusi sei mesi in isolamento. Mia madre, appena diciottenne, venne condannata a 10 anni di carcere. Fu rilasciata dopo quattro grazie a un'amnistia alla morte di Stalin, ma dovette andare in esilio in Siberia insieme alla sua famiglia". 

Dopo le persecuzioni, i Testimoni di Geova erano tornati liberi di professare la loro fede al crollo dell'Urss nel 1991. "Sembrava che avessimo riconquistato la libertà, ma non è così. Andremo in prigione di nuovo. Non smetteremo di credere nel nostro Dio e di praticare la nostra religione. Non abbiamo smesso sotto il regime sovietico, non smetteremo nel ventunesimo secolo", commenta Jaroslav annunciando che la congregazione presenterà appello e, se necessario, ricorso presso la Corte europea per i diritti umani. "Non ci arrendiamo".

Il bando totale dalla Federazione russa è solo l'ultimo colpo per il movimento religioso dopo dieci anni di battaglie legali, sequestri di Bibbie, raid durante le funzioni domenicali e gli incontri di preghiera casalinghi. La magistratura russa accusa i Testimoni di Geova, una denominazione religiosa fondata negli Stati Uniti nel 1870, di minare l'armonia della società e considera "sediziose" le loro pubblicazioni perché "dipingono le altre religioni in chiave negativa", invitano a non votare e a evitare il servizio militare.

Le vessazioni sono iniziate nel 2007 quando il viceprocuratore generale lanciò controlli a tappeto sulle attività dei Testimoni di Geova. L'anno prima, tra le attività estremiste vietate per legge, era stato incluso "l'incitamento alla discordia religiosa". Da allora otto congregazioni locali e 95 pubblicazioni erano state dichiarate "estremiste" e perciò messe al bando. Talora, racconta Sivulskij, i volumi vietati venivano piazzati ad arte durante i raid nei luoghi di culto per avere il pretesto per chiuderli e incriminare i fedeli.

Un anno fa, a preludio dell'ultima offensiva, al quartier generale dell'organizzazione a San Pietroburgo era stato intimato di cessare ogni attività, ordine che i Testimoni di Geova avevano provato a sfidare in tribunale venendo però respinti definitivamente lo scorso gennaio. Ora il bando totale che Rachel Denber, vicedirettrice di Human Rights Watch per l'Europa e l'Asia centrale, definisce "un terribile colpo per la libertà di religione e associazione in Russia". "I testimoni di Geova - ha commentato - sono messi di fronte a una scelta straziante: abbandonare il proprio credo o venire puniti perché lo professano".