martedì 18 aprile 2017

Vitalizi, i tagli solo in 10 regioni: assegno salvo per 1600

repubblica.it
di EMANUELE LAURIA

Metà delle assemblee locali non ha applicato le riduzioni sui trattamenti degli ex consiglieri. In Sicilia record reversibilità, in Sardegna baby pensionati a 40 anni

ROMA . È una riforma a metà. Una scure rimasta a mezz'aria che non colpisce condannati per peculato, baby-pensionati quarantenni, congiunti ormai anch'essi attempati di deputati che svolsero il loro mandato nel Dopoguerra. Che ha risparmiato, all'ultima conta, un tenace e variegato drappello di 1.600 "fantasmi". Sono i sopravvissuti ai tagli della spending review deliberati per le Regioni, sono gli ex consiglieri (e i loro parenti) che dopo aver resistito alla soppressione dei vitalizi - perché questa norma è stata applicata ovunque in modo non retroattivo - hanno scansato anche la temporanea decurtazione delle pensioni.

Il buon esempio. Un passo indietro: il 22 marzo scorso il consiglio di presidenza della Camera ha introdotto un contributo di solidarietà, temporaneo, a carico degli ex deputati. Il presidente della conferenza delle assemblee regionali, il friulano Franco Iacop, ha subito applaudito alla decisione di Montecitorio rammentando "con soddisfazione" che i rappresentanti dei "parlamentini" sul territorio si erano portati avanti con il lavoro, approvando già il 10 ottobre del 2014 un ordine del giorno che prevedeva la stessa misura nelle Regioni. In realtà, dati alla mano, il compiacimento di Iacop è un tantino eccessivo.

Perché oggi, a due anni e mezzo da quell'atto di indirizzo votato all'unanimità in conferenza, solo la metà delle Regioni ha seguito le indicazioni e fatto tagli veri, almeno nella misura indicata dall'ordine del giorno: dal sei per cento per vitalizi sotto i 1.500 euro al 15 per cento per gli importi superiori ai seimila euro. A mettersi in regola, diciamo così, Lombardia, Friuli, Marche, Lazio, Piemonte, Toscana, Trentino, Val d'Aosta, Veneto e Puglia. Le altre regioni? Sono rimaste fuori da questo percorso virtuoso, in alcuni casi semplicemente non approvando una legge, in altri limitandosi a pannicelli caldi di natura diversa.

Reversibilità d'oro. Emblematico il caso di due Regioni autonome quali Sicilia e Sardegna. A Palermo l'Ars ha recepito il decreto Letta scritto per i dirigenti pubblici, con l'effetto di applicare i tagli solo ai percettori di vitalizi sopra i 90 mila euro annui. A essere penalizzati poco più di una ventina su 320 beneficiari di assegni. Non hanno pagato dazio, per fare qualche esempio, i congiunti di nove deputati che hanno frequentato il Palazzo nella prima legislatura: dalla figlia di Natale Cacciola, eletto nel partito monarchico nel 1947, che da 40 anni percepisce un vitalizio da 2 mila euro al mese, a quelli di Ignazio Adamo, esponente del

Blocco del popolo, che da 44 anni percepiscono un assegno di reversibilità da quasi 4 mila euro. Nella Regione Sicilia che ha una storia più antica delle altre sono 130, record assoluto, le pensioni pagate a vedove e figli di "onorevoli" defunti. E le cifre, in alcuni casi, si avvicinano ai diecimila euro al mese: Anna Manasseri, vedova dell'onorevole Vincenzo Leanza, da 14 anni gode di un vitalizio da 9.200 euro mentre Angela Zoroschi, moglie dell'ex dc modicano Raffaele Avola scomparso nel 1993, riceve a casa un assegno da 8.200 euro. A Lina Caffarato, vedova di Pompeo Colaianni, spettano circa 8 mila euro.

I vitalizi ai condannati. In Sardegna l'unica "dieta" adottata è stata il blocco dell'adeguamento dei vitalizi all'Istat. Nessun altro taglio sulle "pensioni" dirette - escluse cioè le reversibilità - che l'amministrazione sarda eroga in quantità superiore a qualsiasi altra regione: 236 quelle pagate nel 2015. Un numero che è così alto anche perché, fino a qualche anno fa, il consiglio regionale di Cagliari dava la possibilità anche a chi non aveva raggiunto i 60 anni di ottenere il vitalizio. E fra i titolari di assegni, non colpiti da alcuna riduzione, ci sono anche l'ex vicepresidente del consiglio Claudia Lombardo (Fi) e l'ex assessore Andrea Biancareddu (Udc), baby pensionati a 41 anni e 48 anni con appannaggi mensili da oltre 7 mila euro (lordi).

Lombardo e Biancareddu hanno svolto quattro legislature, per le regole sarde quel beneficio spetta loro. Nell'elenco dei vitalizi sardi, a lungo tenuto segreto, figurano oggi i nomi di 11 ex consiglieri di recente condannati per le spese allegre fatte coi soldi dei gruppi. Secondo le accuse si distribuivano una "paghetta" da 2.500 euro. Prassi riconosciuta illecita in primo e in qualche caso in secondo grado. Fra i consiglieri condannati per peculato che risultano percettori di vitalizi l'ex capogruppo di Idv Adriano Salis (3.500 euro), l'ex senatore del Pdl Silvestro Ladu (7.077) e Beniamino Scarpa (Partito sardo d'azione, 5.002).

I "settimini". In altre regioni, che hanno evitato il contributo di solidarietà, sono giunti segnali in senso contrario all'austerity: in Campania e in Calabria gruppi bipartisan di consiglieri hanno tentato di ripristinare il vitalizio cancellato sostituendolo con una pensione contributiva. Iniziative affondate fra le polemiche. Ma la stessa misura, senza grande clamore, era intanto già stata adottata in altre Regioni come la Sicilia. Il paradosso è che il colpo di forbice non è scattato proprio dove la spesa per i vitalizi è più rilevante: basti pensare che la Calabria, la regione più povera d'Italia, paga quasi 9,5 milioni di euro fra vitalizi diretti e

indiretti, tre milioni in più della Lombardia che ha un reddito procapite due volte superiore. Ed è in queste regioni che la forbice sociale è più ampia: in Calabria, dove un abitante su tre vive sotto la soglia di povertà, 146 ex consiglieri sono titolari di una pensione "politica" e dodici sfondano il tetto dei settemila euro al mese. "Settimini", li hanno chiamati con ironia sui social, con riferimento invidiosetto alla loro "fortuna". In testa ci sono tre ex presidenti del consiglio - Antonio Borrello, Domenico Romano Carratelli e Antonio Giulio Galati - che hanno maturato il diritto alla lauta indennità facendo meno di 15 anni di attività complessiva.

 
Mai deputato, ma col vitalizio. La spesa per i vitalizi si è gonfiata negli anni grazie a regole generose e sotterfugi che hanno fatto, sul campo dei privilegi, l'Unità d'Italia. A Trieste l'ex consigliere friulano Roberto "Charlie" Visintin, scomparso di recente, è riuscito a godersi per oltre dieci anni una pensioncina malgrado avesse maturato appena 15 mesi di attività: colleghi benevoli, prima della fine della consiliatura, avevano approvato una legge che portava il periodo minimo necessario per il vitalizio da 30 mesi a, appunto, quindici.

A Palermo Salvatore Caltagirone si rese protagonista di un'impresa simile: nella primavera del 2001 ebbe il tempo di sedersi appena cinque volte fra gli scranni dell'Ars. Conquistando solo per questa "apparizione" un assegno vita natural durante da 3 mila euro. Inimitabile la storia del quasi-deputato siciliano Franco Bisignano, uno che all'Ars non ci mise mai piede ma vinse un ricorso contro chi lo aveva preceduto in lista e, 15 anni dopo la fine della legislatura, acchiappò il diritto al vitalizio da 1.800 euro. Beneficio che, con la sua scomparsa, è passato alla moglie Franca Rosa Baglione.

Voce del verbo cumulare. Il discorso è sempre quello. I vitalizi sono stati aboliti, ma i provvedimenti non hanno colpito gli assegni riconosciuti in passato. Che continuano, dunque, a essere erogati. E in buona parte senza neppure le penalizzazioni previste. La metà delle Regioni non solo non ha applicato il contributo di solidarietà ma non ha neppure adottato un'altra misura prevista nelle direttive fornite dalla conferenza delle assemblee nel 2014: una decurtazione per chi cumula più pensioni (ad esempio quella di parlamentare nazionale o europeo e di consigliere). In Abruzzo, per fare un esempio, la legge che aboliva i doppi vitalizi, qualche mese fa, è giunta in aula e subito rispedita in commissione. "Per doverosi approfondimenti".

Lo spettro dei ricorsi. "Io credo che dalle Regioni siano arrivati importanti segnali in questi anni - dice Iacop, presidente della conferenza delle assemblee regionali - e conta poco se, nel calcolo, manca qualche consiglio all'appello. Ci siamo mossi in condizioni difficili, senza una protezione legislativa nazionale e con centinaia di ricorsi pendenti. Il bilancio, per me, è positivo". Il tema dei ricorsi, d'altronde, è caldo: almeno 300 consiglieri vittime dei tagli attendono da un paio d'anni l'esito di azioni giudiziarie fatte in nome dell'intangibilità dei "diritti acquisiti". Maurizio Paniz, ex deputato del Pdl, è uno degli avvocati più attivi in questo campo: "Finora la competenza su questa materia non è stata definita: un organo giurisdizionale rinvia a un altro, fra Tar, giudici del lavoro e Corte dei conti. Ma a breve dovrebbero arrivare le prime sentenze - afferma Paniz -

E mi sembra ispirato da buon senso il comportamento di quelle Regioni che, vista la situazione, non hanno varato il contributo di solidarietà". Sarà un tribunale, prima o poi, a dare un senso a questa battaglia. Un senso giuridico, almeno. Perché sullo sfondo restano i dati. Per i 3.500 vitalizi regionali, diretti o pagati agli eredi, se ne vanno ogni anno 150 milioni di euro, la gran parte dei quali spesi in regioni del Sud: Sicilia, Sardegna, Puglia, Campania, Lazio stanno in un range fra i 10 e i 18 milioni annui ciascuna. Il costo medio di un vitalizio regionale è di 45.245 euro annui, tre volte quello di una pensione "non politica". Numeri che, in attesa delle pronunce dei tribunali, continuano a porre con forza una questione di opportunità.

10  Le regioni che non hanno approvato per legge il taglio: fra queste Emilia e Calabria


141 milioni La spesa sostenuta dai consigli regionali per i vitalizi

11 I condannati per peculato che figurano fra i titolari di assegno in Sardegna

1.600 I consiglieri che hanno evitato di pagare il "contributo di solidarietà"

18 milioni Il costo dei vitalizi per l'Assemblea regionale siciliana che ne paga più di tutti

300 I ricorsi pendenti nei tribunali di tutt'Italia contro le riduzioni, dove sono state fatte

Il prezzo elevato dei farmaci veterinari pesa su tutti, non solo sui proprietari di animali

lastampa.it
fulvio cerutti



Sempre più famiglie aprono le porte di casa per far entrare cani e gatti nelle loro vite. Ma c’è qualcosa che esce in maniera cospicua: il denaro per i farmaci veterinari. Il prezzo dei medicinali per gli amici a quattro zampe è infatti molto superiore rispetto alla medicina umana: a parità di principio attivo impiegato, il costo pagato mediamente è tre o quattro volte superiore, ma non mancano i casi in cui il prezzo finale è dieci o venti volte più alto. Da anni le associazioni animaliste e quelle dei consumatori spingono perché, laddove sia possibile, venga utilizzato il farmaco umano. Ma per ora il mondo della politica non ha ancora risposto a queste richieste e questo ricade non solo sui proprietari di animali, ma anche sulla spesa pubblica.

ELEVATE DIFFERENZE DI PREZZO
Sono ormai molti i confronti pubblicati online che mettono in evidenza elevate differenze di prezzo. Sul sito Farmacoveterinario.it sono gli stessi medici veterinari a riportare alcuni confronti significativi. Il metoclopramide, un farmaco usato per curare le gastriti e contrastare il vomito, ha un costo a uso umano di circa 1,89 euro alla scatola. Mentre quello veterinario è di circa 10 euro. Il rapporto è di oltre 1 a 5. 

In medicina veterinaria 100 mg di furosemide, un principio attivo usato per aumentare la diuresi (cioè la produzione di urina stimolando il rene a una maggiore filtrazione) costa circa 1,25 euro, mentre in umana la stessa quantità costa 0,19 euro. Il farmaco veterinario ha quindi un costo 6,5 volte superiore a quello umano, a parità di dosaggio.

Un altro esempio arriva dal ramipril, il principio attivo previsto dai farmaci utilizzati nella terapia di malattie cardiache croniche, quindi utilizzate per l’intera durata della vita del cane dopo averne riscontrata la malattia. Secondo quanto riporta il sito la confezione di farmaco a uso veterinario costa quasi 10 volte di più (per l’esattezza 9,8 volte) dell’equivalente a uso umano.

IL MECCANISMO A CASCATA
In Italia la normativa che regola l’uso e la prescrizione dei farmaci veterinari è il Decreto Legislativo 193/2006 che prevede un cosiddetto “meccanismo a cascata”: in primo luogo il farmaco che il veterinario può prescrivere è quello destinato a quella specie animale e per quella patologia. Se non si trova un prodotto adatto, se ne può prescrivere un altro previsto per un’altra specie animale o per un’altra affezione della stessa specie animale. 

In mancanza di questo il veterinario può ricorrere a un medicinale autorizzato per l’uso umano (in tal caso il medicinale può essere autorizzato solo dietro prescrizione medico veterinaria non ripetibile) o può essere utilizzato un medicinale veterinario autorizzato in un altro Stato membro dell’Unione europea conformemente a misure nazionali specifiche, per l’uso nella stessa specie o in altra specie per l’affezione in questione, o per un’altra affezione. In ultima istanza può essere dato un medicinale veterinario preparato estemporaneamente da un farmacista in farmacia a tale fine, conformemente alle indicazioni contenute in una prescrizione veterinaria.

UNA SPESA CHE PESA SU TUTTI GLI ITALIANI
C’è una differenza fondamentale nell’utilizzo dei farmaci in medicina umana e quelli in veterinaria. Nella prima lo Stato ha un approccio diretto perché in molti casi è lui stesso che copre il costo del farmaco. Per questo, se esiste la versione “generica” del medicinale, lo Stato spinge perché venga utilizzato quella versione in quanto risparmio diretto per la spesa pubblica. Dunque per le tasche di tutti gli italiani.

Nel caso dei farmaci veterinari lo Stato non ha un intervento diretto e quel mercato potrebbe considerarsi come fonte di “entrata” per le casse erariali grazie all’iva al 22 per cento applicata. Ma in realtà l’elevato prezzo dei medicinali è un costo anche per lo Stato che è il maggior detentore di animali con la gestione dei canili. Questa voce pesa infatti sul bilancio di spesa per la cura dei cani che, secondo quanto riporta un rapporto della Lav (“Randagismo 2016. Cosa è cambiato negli ultimi 10 anni”) nel 2015 ha sfiorato i 118 milioni di euro. Cifra che, moltiplicata per sette anni, tempo medio della permanenza in canile di un cane in assenza di adozione, supera gli 825 milioni di euro. 

Gli attuali prezzi elevati dei farmaci veterinari possono comportare un altro problema per le casse dello Stato: quando un proprietario di cane o gatto si trova ad affrontare una malattia cronica e costosa, può capitare che si rivolga ad altri soggetti, diversi dai medici veterinari, chiedendo loro la prescrizione di farmaci per uso umano con i principi attivi utili per le cure animali. In tal caso, non solo lo Stato si vede privare delle entrate dell’Iva, ma vede inconsapevolmente vendere prodotti pagati in toto o in parte dal sistema sanitario nazionale. Una duplice perdita.

Il 2 per mille per la cultura scompare a sorpresa dal 730

lastampa.it
paolo baroni

Il governo dimentica il contributo per le associazioni introdotto da Renzi. Pressing su Padoan: subito un emendamento alla manovra per rimediare

Ricordate l’impegno di Matteo Renzi, «ogni euro destinato in più alla sicurezza stanzieremo un euro in più per la cultura»? A distanza di un anno e mezzo da quell’annuncio, che tra le varie misure prevedeva la costituzione di un fondo da 150 milioni di euro «per donare a tutti i cittadini la possibilità di dedicare il 2 per mille a una associazione culturale» (parole dell’ex premier), il meccanismo si è già inceppato.

Basta buttare uno sguardo al nuovo modello 730, che da oggi si può compilare on line, per vedere che si può destinare l’8 per mille allo Stato o a 12 differenti confessioni religiosi, ci sono 6 opzioni per il 5 per mille (volontariato e no profit, ricerca scientifica o sanitaria, tutela dei beni culturali, attività sociali del comune di residenza e associazioni sportive dilettantistiche) e c’è il 2 per mille a favore dei partiti.

Il riquadro che consente di indicare una scelta a favore di una associazione culturale invece è scomparso. Perché? Il primo sospetto che è venuto al senatore Franco Panizza del Partito Autonomista Trentino Tirolese, che sul 2 per mille il 14 marzo ha presentato un’interrogazione urgente ai ministri Padoan e Franceschini, lo portava dritto ad immaginare un gesto intenzionale: «il solito blitz dei soliti burocrati ministeriali a caccia di risparmi». Poi però Panizza ha capito che la spiegazione era molto più banale: se ne erano dimenticati. 

La denuncia
La misura doveva essere confermata con la legge di bilancio, ma per una distrazione non è stata inserita nel testo approvato alla Camera. La si doveva recuperare al Senato, ma poi il voto di fiducia imposto dalla crisi del governo Renzi ha fatto piazza pulita di questa come di tante altre richieste di modifica e la cosa è morta lì. «I partiti - lamenta Panizza nella sua interrogazione - sono stati riammessi ad usufruire del 2 per mille dell’Irpef a discapito delle associazioni culturali, le cui attività andrebbero, invece, sempre sostenute per il fondamentale ruolo sociale che esse rivestono, soprattutto a livello locale». 

Due pesi e due misure? E’ evidente che i partiti pesano molto di più di una miriade di associazioni sparse in giro per lo Stivale. Ma va anche detto che mentre la legge che assegna il 2 per mille alle forze politiche disponeva da subito di uno stanziamento strutturale, 9,6 milioni di euro nel 2015, 27,7 nel 2016 e 45,1 da quest’anno in poi (poi ridotti a 20), il 2 per mille «culturale» no. E per inciso alla fine i milioni stanziati per questa causa non erano nemmeno 150 come annunciato dall’ex premier ma 50 di meno. 

L’anno passato sono state ben 1130 le associazioni ammesse a ricevere contributi attraverso il meccanismo del 2 per mille, 48 quelle escluse. Bastava dimostrare statuto alla mano di svolgere in prevalenza attività culturale ed operare da almeno 5 anni. Nell’elenco stilato dal Mibact sono così entrate tantissime bande musicali e bande cittadine e altrettante proloco, e poi cori, filarmoniche, associazioni folkloristiche, cineclub e cineforum. E ancora: alcune università della terza età, le Acli e l’Arci, il Touring club italiano e diverse associazioni di amici di musei (Brera, Poldi Pezzoli, Bagatti, quelli siciliani), l’Istituto Alcide Cervi e lo Sturzo. 

Rimedio in extremis
Come ovviare al buco? Si era pensato di inserire un emendamento nella legge delega sullo spettacolo in discussione al Senato, ma la modifica sarebbe comunque arrivata fuori tempo massimo e non avrebbe salvato i contributi di quest’anno. «Ora – suggerisce Panizza – vedo un’unica soluzione: il governo dovrebbe inserire un emendamento nel decreto sulla manovrina: visto che il grosso delle dichiarazioni vengono fatte on line, e che per queste c’è tempo sino a luglio, almeno potremmo recuperare questa quota. Certo poi l’Agenzia delle entrate dovrebbe aggiornare i software, ma volendo si può fare». Padoan e Franceschini cosa ne pensano? Per ora non è pervenuta alcuna risposta.

Perché si dovrebbe bere un caffé salato?

lastampa.it
SALVO CAGNAZZO

Il momento più dolce della giornata potrebbe diventare il più salato: ecco il perché…

Caffé salato

Abbandonate i falsi miti secondo cui il caffé salato sia pessimo. Per esaltarne il gusto, provate ad aggiungere nell’acqua della caffettiera un granello di sale. Provate. I puristi del caffè storceranno il naso. Appare come una pratica non ortodossa. Ma secondo il centro Monell di Philadelfia, quel tocco nella bevanda – preparata all’americana – renderebbe la miscela meno amara, conferendo alla bevanda maggiore morbidezza.

Quindi, è chiaro che in un espresso, forse è troppo. Ma con una quantità di acqua maggiore è accettabile.

Anzi, proprio gradevole. Alcuni parlano addirittura di caffè al sale. Pare essere diventata una specialità di alcune catene americane molto importanti che farebbero pagare caro questo caffé salato, fino a quasi quattro dollari a tazza. Facendo qualche ricerca, abbiamo scoperto che in realtà le macchine espresso hanno un filtro col sale. Perché? Il motivo è per evitare che proprio l’acqua povera di sodio possa alterare il gusto del caffè. Non ci avevate mai pensato eh?

Per quanto riguarda il caffè americano, durante la preparazione, le componenti amare della bevanda vengono estratte lentamente. Questo procedimento fa sì che l’amarezza eccessiva venga meno, grazie all’aggiunta inaspettata. Esattamente si tratta dello ione di sodio Na+ che diminuisce o addirittura annulla il sapore sgradevole, esaltando solo le caratteristiche positive.

Probabilmente, durante le ore di chimica a scuola ce lo avranno insegnato. Il sodio riduce l’amaro. Detto in altri termini, modifica il sapore e non esalta il gusto, per essere precisi. Quindi, domani mattina provateci, un pizzico di sale e via.

Su Wikipedia i bot litigano più degli esseri umani

lastampa.it
enrico forzinetti

Questi software ingaggiano tra loro delle vere guerre a colpi di correzioni reciproche sulle voci dell’enciclopedia online. Neanche le pagine in italiano sono immuni da queste lotte



Sembrerà strano ma online c’è qualcuno che litiga più degli esseri umani. Per il momento niente insulti, minacce o commenti offensivi, ma soltanto continue correzioni reciproche che talvolta si trasformano in vere lotte di mesi. Il terreno di scontro è Wikipedia. I protagonisti sono i bot.
Ad aggiornare e modificare le voci dell’enciclopedia online non ci sono soltanto persone in carne e ossa. Una parte consistente di questo lavoro, soprattutto per quanto riguarda le correzioni più ripetitive e meccaniche, è fatto da software che agiscono in autonomia scandagliando continuamente le pagine di Wikipedia. Il problema è che questi bot spesso non vanno d’accordo tra loro.

QUANTO LITIGANO I BOT
Una ricerca pubblicata sulla rivista PLOS ONE ha preso in esame il comportamento dei bot su Wikipedia tra il 2001 e il 2011. Il tasso di correzioni reciproche cambia molto a seconda della lingua considerata. Una voce nella versione tedesca ha subìto in media 24 correzioni in 10 anni, ma osservando Wikipedia in portoghese le modifiche salgono a oltre 180. Ma ancora più interessanti sono le differenze rilevate nelle relazioni tra gli utenti “umani” in confronto a quelle che si instaurano tra bot. Questi ultimi hanno un tasso di litigiosità non solo decisamente più elevato, ma che si protrae molto più a lungo nel tempo. Un bot impiega quasi un mese per realizzare la sua prima correzione. Un tempo di reazione più alto dell’uomo che in media lascia passare soltanto un paio di minuti. I bot però si rifanno successivamente: dopo il primo intervento sono in grado di ingaggiare guerre di modifica, le cosiddette edit war, che possono andare avanti per anni.

L’ESEMPIO SULLA VERSIONE ITALIANA
I litigi tra bot non risparmiano le voci italiane dell’enciclopedia. È possibile andare a vedere tutte le ultime modifiche fatte automaticamente da questi software applicando i giusti filtri. Le singole pagine permettono poi di visualizzare, sotto la voce Cronologia, tutte le modifiche che sono state fatte nel tempo. Uno strumento utile per capire quante volte siano intervenuti i bot.



Prendendo come esempio la cronologia della voce dedicata a “Papa Benedetto VIII” si riscontrano molte delle osservazioni riportate nello studio. La sera del 28 febbraio è iniziata una lotta di correzioni reciproche tra due bot. L’oggetto della contesa? Lo si trova nella prima riga. “Benedetto VIII, nato Teofilatto II dei conti di Tuscolo”: la discussione ruota tutta intorno al “conti” scritto con o senza la lettera maiuscola. La prima modifica è del bot Yuma che decide di cambiare la “C” in “c”, rispetto alla versione precedente di fine settembre. Fra00 però non ci sta e appena mezz’ora dopo fa ricomparire la “C”. Inizia così una guerra di modifiche che vede altre sette correzioni reciproche durante il primo giorno di marzo. Una lotta che per ora pare aver vinto Yuma: alla voce su Papa Benedetto VIII in questo momento c’è scritto “conti”.

I 5 errori da evitare quando ricaricate la batteria dello smartphone

lastampa.it
lorenza castagneri

Per evitare che il sistema di alimentazione si rovini anzitempo, è importante comportarsi bene: ecco i consigli di produttori ed esperti



Anche ricaricare il cellulare ha le sue buone regole. La prima è che non bisognerebbe usare lo smartphone finché si spegne. Così come è meglio evitare di lasciarlo attaccato alla corrente troppo a lungo. Tutta la notte, per esempio, non va bene. Sono due degli errori più comuni che si commettono in questi casi e non sono gli unici. Ma imparare a comportarsi bene è importante se vogliamo evitare che la batteria ci abbandoni prima del previsto. Ecco, allora, cosa non fare più.

Primo errore: non far scaricare completamente il telefono
A dare qualche dritta è un sito che, non a caso, si chiama Battery University . E allora partiamo dai fondamentali: non si deve aspettare che l’autonomia raggiunga l’1 per cento. Perchè? Semplice: così facendo le batterie agli ioni di litio - che ormai si usano per tutti gli smartphone - si rovinano e finiscono per durare meno.

Secondo errore: non si deve arrivare al 100% di batteria
Attenzione, però, non va nemmeno bene il contrario: non si deve tenere il cellulare troppo in carica e fargli raggiungere il 100% di batteria. L’ideale è collegare il cellulare alla corrente più volte durante la giornata, per periodi di tempo non troppo lunghi. La ricarica parziale è migliore perché legata ai cicli di vita della batteria, un concetto che spiega molto bene Apple sul suo sito.



Terzo errore: rimuovere il telefono dalla custodia
Altro suggerimento: quando state alimentando il telefono, rimuovetelo dalla custodia. Lo consigliano tutti i produttori. Le cover rischiano di surriscaldarlo in questa fase e ciò può avere effetti negativi sulla durata della batteria. Se notate che la batteria si sta riscaldando, è meglio fare una pausa nel processo di ricarica. Per la stessa ragione, non continuate a utilizzare lo smartphone quando si sta ricaricando.

Quarto errore: non ricaricate il telefono a temperature non troppo alte
Per far sì che la batteria non si rovini, è importante evitare di custodire il telefono a temperature più alte di 32°. Anche quando lo ricarichiamo, dovremmo farlo in ambienti né troppo caldi né troppo freddi. E non dimenticate di utilizzare sempre il caricabatteria originale. Anche ricaricare il cellulare ha le sue buone regole. La prima è che non bisognerebbe usare lo smartphone finché si spegne. Così come è meglio evitare di lasciarlo attaccato alla corrente troppo a lungo. Tutta la notte, per esempio, non va bene. Sono due degli errori più comuni che si commettono in questi casi e non sono gli unici. Ma imparare a comportarsi bene è importante se vogliamo evitare che la batteria ci abbandoni prima del previsto. Ecco, allora, cosa non fare più.

Quinto errore: non abbandonare il telefono scarico
Anche se sappiamo che non useremo il telefono per un po’, è meglio non lasciare che si spenga. «Questo potrebbe rendere impossibile una nuova ricarica», spiegano alla Apple. Per questo, se pensate di non utilizzare il vostro iPhone per lungo tempo, ricordatevi di ricaricarlo almeno fino al 50 per cento ogni sei mesi.

Pappagallo avvelena tre cani imitando la voce del loro padrone e lanciandogli uva

lastampa.it
noemi penna



Il delitto perfetto. C'era quasi riuscito, anche se non volontariamente. A Nutley, in Gran Bretagna, un pappagallo ha avvelenato accidentalmente tre cani imitando la voce del loro proprietario per attirare la loro attenzione e lanciargli degli acini d'uva. Questo frutto contiene una sostanza che può causare insufficienza renale acuta nei cani, e può rapidamente ucciderli, soprattutto se ingerito in grandi quantità. Ed è proprio così che stavano per perdere la vita i due maltesi Boris e Cassidy e lo shih tzu Gus della signora Finch.

La donna era uscita nel pomeriggio, lasciando a casa i tre cuccioli in compagnia del pappagallo cenerino. E quando è tornata ha visto i cani in una brutta condizione, riversi a terra. Molto preoccupata per la situazione, si è guardata intorno e ha visto che dal cesto della frutta mancava un grappolo d'uva e che il raspo si trovava a terra davanti al trespolo dell'uccello. E ha subito capito quello che era successo.



Ha portato immediatamente i cani al pronto soccorso veterinario di Portland, dove sono stati trattati con flebo e carbone attivo, che aiuta a smaltire le tossine in eccesso. I loro reni erano messi male, ma la terapia ha funzionato e i tre cuccioli sono stati rimandati a casa dopo due giorni di ricovero.
«Sono rimasta inorridita quando ho capito cos'è successo. Peaches è un fantastico imitatore della mia voce e deve aver iniziato a chiamare i cani come faccio io per dargli la pappa, tirandogli gli acini d'uva dal suo trespolo».

Un pasto indigesto, che poteva finire in tragedia. «E' stata una situazione davvero terribile. E d'ora in poi l'uva è assolutamente bandita da casa nostra». Anche piccole quantità di uva, uva passa, uva sultanina o ribes possono essere tossici per i cani, anche se sono stati cotti. L'avvelenamento può causare vomito o diarrea. E, in quantitativi maggiori, può portare all'insufficienza renale.
«In caso di intossicazione, il tempismo è tutto», spiega la veterinaria Anna Garvey. «La signora Finch ha fatto bene a portarli da noi in fretta, in questo modo siamo riusciti a eliminare la maggior parte delle tossine prima che causassero dei problemi irreversibili». Ora sarà meglio che «Peaches scelga degli spuntini meno tossici...».

Mamma

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Scusate l’ovvietà ma stavolta è il caso di dirlo: «Mamma, li turchi!»

Il selfie di Fonzie

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mattia feltri

Il bipolarismo delle vite quotidiane è animato dall’idiozia e dalla saggezza che convivono in ognuno di noi. È fin troppo evidente che meno prevale l’idiozia e meglio è, ma il problema dei tempi è che l’uso intensivo dei social esalta la parte idiota, sempre, anche quando è minoritaria. Altrimenti non si spiegherebbe perché i medici in sala operatoria abbiano preso a scattarsi dei selfie (nell’accezione estensiva di foto private da rendere pubbliche su Facebook o Instagram) coi pollici in su, le mani gloriosamente insanguinate e il paziente acciaccato sullo sfondo.

Una totale cretinata, ed è notevole che il ministero sia stato costretto a sottoporre alla categoria una riflessione tanto elementare. Il rapporto fra paziente e medico è straordinariamente asimmetrico perché il paziente vive di affidamento totale, quasi il medico fosse una divinità, e infatti sopporta da lui qualsiasi sgarberia, siccome i medici spesso sono sgarbati dall’alto della loro scienza. Si sopporta in nome di una sacralità che va in vacca (non si trova espressione più calzante) davanti a un selfie in atmosfera da apericena.

Diventa tutto un hei, un ok bello, un Fonzie collettivo che annienta ogni differenza, ogni intensità, si sorride davanti al dolore come al brindisi per l’onomastico. È il modo perfetto per uccidere il senso di umanità in piena noncuranza, in uno spirito di esibizione rasoterra che ha qualche parentela con quello dell’assassino di Cleveland, che chiede un like al suo colpo di pistola. 

Ernest Hemingway, avere e non avere i soldi dallo Struzzo

lastampa.it
andrea di robilant

Un episodio inedito nella vita del grande scrittore americano conteso tra Mondadori e Einaudi: per ottenere dall’editore torinese il pagamento dei diritti d’autore nel 1956 ne divenne azionista


Ernest Hemingway a Venezia con la quarta moglie Mary Welsh in una foto del 31 ottobre 1948

Nella primavera del 1955 Ernest Hemingway, stufo di inseguire Giulio Einaudi per incassare i suoi sacrosanti diritti d’autore (ammontavano a più di dieci milioni di lire), decise di convertire una parte cospicua del suo credito in azioni della Einaudi. Hemingway era solitamente prudente con i suoi soldi e l’Einaudi attraversava una difficile crisi finanziaria: il suo investimento milionario sembrò una decisione incongrua, un vero colpo di testa. Ma ora era editore di sé stesso; e come tale, contava di mettere finalmente le mani sulle sue royalties. Questo episodio inedito della vita del grande scrittore americano affiora dalle carte che abbiamo trovato nell’archivio della casa editrice torinese.

E aggiunge un tassello importante alla sua travagliata storia editoriale nel nostro Paese.Hemingway, in quanto antifascista, era stato persona non grata nell’Italia di Mussolini. I suoi libri erano banditi, mentre altri autori americani, da Sinclair Lewis a William Faulkner, da John Steinbeck a John Dos Passos, venivano tradotti e pubblicati con successo. Con la caduta del regime, nel 1943, si era scatenata una bagarre tra gli editori italiani attorno ai suoi libri. Ma le traduzioni furono affrettate, le edizioni spesso sciatte. Chi avesse i diritti non era mai chiaro.

AVANCES RESPINTE
Nella primavera del 1945 Arnoldo Mondadori scrisse direttamente a Hemingway per chiedergli di diventare il suo «editore unico» in Italia. «Le proibizioni draconiane imposte dal fascismo» gli avevano impedito di farsi avanti prima; ma ora voleva i diritti di tutte le sue opere. Disse che il nome di Hemingway era ancora «praticamente sconosciuto al pubblico italiano», ma lui lo avrebbe diffuso «il più ampiamente possibile […] consapevole del vantaggio morale e culturale che [i lettori] avrebbero tratto dal suo mondo poetico».

Hemingway respinse le avances di Mondadori, che aveva costruito il proprio impero editoriale grazie anche ai buoni rapporti con il regime di Mussolini. Già nel gennaio del 1945, del resto, lo scrittore aveva dato via libera ai suoi agenti per firmare accordi con Einaudi, una casa più giovane, più di sinistra, più letteraria, insomma più adatta a lui. La casa torinese riuscì così ad aggiudicarsi i diritti per cinque opere: Fiesta, La quinta colonna e I quarantanove racconti, Verdi colline d’Africa, Morte nel pomeriggio, Avere e non avere. Le sorti dei due romanzi più importanti, Addio alle armi e Per chi suona la campana, finirono invece in tribunale, dove il vecchio Mondadori riuscì ad avere la meglio. E così la battaglia tra Einaudi e Mondadori attorno a Hemingway entrò nel vivo mentre il mondo si avviava verso la Guerra fredda.

IL RITORNO IN ITALIA
Nel settembre del 1948 lo scrittore e la sua quarta moglie, Mary Welsh, s’imbarcarono per l’Europa con l’idea di approdare a Cannes; ma il piroscafo dovette proseguire verso Genova a causa di un’avaria. Hemingway non metteva piede in Italia da oltre vent’anni. Appena sbarcato venne assalito dai ricordi della Grande guerra, quando era venuto come volontario con la Croce rossa americana ed era rimasto ferito sul Piave. Decise di portare Mary in gita a Stresa, sul Lago Maggiore, dove aveva trascorso un periodo di convalescenza nell’autunno del 1918.

Mondadori aveva la villa di famiglia a Meina, a mezz’ora da Stresa. Invitò Hemingway a pranzo appena seppe dai giornali che si trovava nelle vicinanze. La reticenza dello scrittore ad allearsi con Mondadori si era decisamente attenuata nel clima politico del dopoguerra. Anzi, si sentiva ormai più vicino alla nuova Mondadori, allineata con l’Occidente, che all’Einaudi, troppo vicina al Partito comunista.

Mondadori lo accolse con grandi pacchi sulle spalle e sonore assicurazioni che «tutti, ma proprio tutti» leggevano i suoi libri. Aveva convocato l’intero clan familiare (quattro figli e rispettive famiglie), e dopo diversi Martini, molto cibo e soprattutto molto vino, gli disse che le royalties per Addio alle armi e Per chi suona la campana avevano già superato il milione di lire. Purtroppo le restrizioni valutarie imposte dal governo italiano impedivano di trasferire quei soldi in America; ma, per non lasciarlo a tasche vuote, gli diede 400 mila lire in contanti, abbastanza per vivere molto bene in Italia per parecchie settimane.

UN PIANO PER RISCUOTERE
Ma le sorprese della giornata non erano finite. Tornato a Stresa, Hemingway trovò ad attenderlo in albergo Giulio Einaudi in persona, arrivato da Torino con due giovani e talentuosi editor della sua casa editrice: Natalia Ginzburg e Italo Calvino. Einaudi voleva acquistare i diritti del nuovo e misterioso romanzo di Hemingway di cui tanto si parlava. Hemingway gli rispose la verità: non c’era alcun romanzo in vendita. Piuttosto, quando avrebbe visto i soldi che l’Einaudi gli doveva? L’editore fu come al solito sfuggente, parlare di soldi in Einaudi era considerato una volgarità. Ma quando Hemingway lo informò che Mondadori gli aveva appena dato 400 mila lire, Einaudi gli firmò seduta stante un assegno da 500 mila lire.

Hemingway rimase fedele alla Mondadori. Ma i cinque titoli che l’Einaudi aveva acquistato subito dopo la guerra generavano ottimi incassi, costringendolo a lamentarsi di continuo per i pagamenti a singhiozzo che arrivavano da Torino. Alla fine del 1954, il suo credito era salito a 9.345.244 lire, una somma importante che continuava a crescere e che l’Einaudi, in piena crisi finanziaria, non sarebbe mai riuscita a pagare.

Per salvare la casa editrice, Einaudi si inventò un aumento di capitale aperto a un azionariato diffuso. Propose a Hemingway di sottoscrivere una quota usando il suo credito presso la ditta. A sorpresa, Hemingway non solo accettò l’offerta ma chiese di acquistare azioni per ben 5 milioni di lire. Einaudi dovette dirgli che non ne erano rimaste abbastanza per soddisfare una tale richiesta. Hemingway s’impuntò, e riuscì a ottenere un pacchetto pari a 3.200.000 lire. I certificati di proprietà furono depositati nel suo conto presso la filiale di Venezia della Banca Nazionale del Lavoro. Era il giugno del 1956.

Hemingway era adesso un azionista importante. Come prima cosa costrinse Einaudi ad accettare un piano per il graduale assorbimento del suo credito, con pagamenti mensili di 300 mila lire da versare sul suo conto a Venezia. Assunse un noto commercialista veneziano, Oscar Camerino, per assicurarsi che i pagamenti venissero eseguiti regolarmente. Le royalties, tuttavia, crescevano più velocemente del piano di rientro crediti, e in poco tempo raggiunsero il livello record di 13 milioni di lire. Nel 1956 Hemingway tornò all’attacco, esigendo un versamento di 5 milioni di lire per riportare il debito sotto controllo. Einaudi diede il via libera al mega versamento solo dopo aver ricevuto da Hemingway la promessa che gli avrebbe concesso i diritti di un nuovo libro - promessa che lo scrittore naturalmente si rimangiò subito.

ARRIVA L’EDITORE UNICO
Hemingway aveva comunque visto giusto: era riuscito a sfruttare la sua posizione di forza all’interno della società per ottenere il rientro dei crediti. Le azioni, invece, non furono un buon investimento. Nonostante i successi editoriali, l’Einaudi non riuscì a tirarsi fuori dalle difficoltà finanziarie e già nel 1958 Hemingway si convinse che le sue azioni non avrebbero mai avuto alcun valore. Rimasero custodite nella banca veneziana fino alla sua morte nel 1961. 
Verso la metà degli Anni Ottanta, dopo un ennesimo periodo di difficoltà finanziarie, l’Einaudi finì in amministrazione controllata. Il marchio fu poi rilevato, come si sa, dalla rivale Mondadori, passata nel frattempo nelle mani di Silvio Berlusconi. Il quale diventò, lui sì, «editore unico» di Hemingway in Italia.

Gobetti, l’antifascistacon la spada di fuoco

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bruno quaranta

Così Casorati chiamava il “rivoluzionario liberale” di cui esce Il carteggio 1923: gli anni del matrimonio, dell’arresto e dell’editrice


Il ritratto di Piero Gobetti realizzato da Felice Casorati nel 1961 (particolare), l’anno in cui fu inaugurato a Torino il Centro Studi intitolato al giovane studioso, compare sulla copertina di Carteggio 1923 (Einaudi, a cura di Ersilia Alessandrone Perona). È il secondo volume dell’epistolario di Gobetti, scomparso a Parigi, esule, nel 1926

Una scelta non casuale. Il ritratto di Gobetti, ideato da Felice Casorati, illustra il Carteggio 1923 del rivoluzionario liberale, che morirà neanche venticinquenne in esilio a Parigi. È, il 1923, l’epoca in cui Piero dà alle stampe la prima monografia critica del Maestro di Silvana Cenni. L’artista di «perfetta classicità» che rievocherà il confrère come «un angelo con la spada di fuoco, non per distruggere ma per segnare le cose».

Sempre per la cura egregia di Ersilia Alessandrone Perona, ecco, dopo il Carteggio 1918-1922, sospeso fra l’esordio della rivista Energie Nove e la Marcia su Roma, un ulteriore profilo di Gobetti attraverso le lettere. In numero di cinquecentosettantanove (Einaudi, pp. XCV-661, €70). A colloquio con la prodigiosa anima, l’Italia di color che sanno: da Croce a Prezzolini a Monti, da Sapegno a Saba, da Ansaldo a Salvatorelli.

Il 1923, così cruciale nella breve esistenza di Gobetti. Si sposa, è arrestato, fonda la casa editrice. Come scenario una Torino febbrile, post biennio rosso, il laboratorio della «città futura», secondo il lessico gramsciano, il crogiuolo di un’alleanza fra i ceti dirigenti incompromessi e l’aristocrazia operaia, secondo l’intellettuale liberale ridotto, «per disperazione dell’ambiente sordo» in cui viveva, «a fare all’amore con i comunisti dell’Ordine Nuovo », come osservò Luigi Einaudi.

L’11 gennaio il matrimonio di Gobetti con Ada Prospero. Che il 2 aveva saggiato Prezzolini sulla possibilità di tenere due conferenze a Roma, un’occasione per incontrarsi. Nella capitale gli sposi scenderanno durante il viaggio di nozze. Piero ricevendo l’invito, dal fondatore de La Voce, a lasciare l’empireo: «Io credo che la tua giovane sposa si aspetti da te qualche cosa di diverso dalle nostre discussioni politiche. Devi accalorarti con lei, non con me».

In febbraio e in maggio, il «Resistente n. 1», come Gobetti fu innalzato da Guglielmo Alberti, sarà recluso nelle carceri «Nuove», per «appartenenza a gruppi sovversivi che complottano contro lo stato». Rifiutando, uscitone, di interpretare «la posizione della vittima politica assai anacronistica». Umberto Saba non esiterà a manifestargli la sua ammirazione: «Ti sposi, consegni in una volta sola quattro numeri d’una Rivista, vai in viaggio di nozze, e al ritorno ti mettono in carcere; tu vivi, caro e buon Gobetti, in un’atmosfera di grande romanticismo; poco più e mi ricordi Ernani, non quello di Victor Hugo, che è brutto, ma quello di Verdi che amo come la giovinezza».

In marzo, il 20, il passo d’avvio della casa editrice, che accoglierà opere di vari fra i corrispondenti di Gobetti. Da Salvatorelli a Einaudi, da Luigi Sturzo a Francesco Saverio Nitti, da Missiroli a Salvemini, fino (ma nel 1923 non è ancora nel cenacolo subalpino) al Montale di Ossi di seppia. 

In luglio Augusto Monti, il futuro «profe» del D’Azeglio, che in Gobetti riconoscerà lo «scolaro maestro», suggerì lo «stemma» per La Rivoluzione Liberale, quindi destinato alla casa editrice e disegnato da Felice Casorati: «Bene alfieriano, in greco: “ti moi sun douloisin; (che ci ho a che fare coi servi?”). E così ci sarebbe la rivoluzione e l’aristocrazia e la libertà e il Piemonte, e l’Italia e tutto insomma quello che a noi preme di più».

È l’«editore ideale» a rifulgere nel Carteggio 1923, quale Gobetti delineò in un frammento di diario: «Ho in mente una mia figura ideale di editore. Mi ci consolo, la sera dei giorni più tumultuosi, 5, 6 per ogni settimana... Quattordici ore di lavoro al giorno tra tipografia, cartiera, corrispondenza, libreria e biblioteca...».

«Gobetti editore», tra le ragioni sociali che contraddistinsero la missione politico-culturale di Piero. Assorbendo, va da sé, non pochi capitali. Essenziale il contributo di Riccardo Gualino, imprenditore (vicepresidente della Fiat, fondatore della Snia e della Lux Film), finanziere, mecenate, collezionista d’arte.

La lettera del 19 marzo («Egregio Sig. Gobetti, in relazione alle intese verbali, qui unito Le rimetto a mezzo Vaglia Banca d’Italia N° 1636742 L. 25 000 - somma che io Le concedo in prestito» - la restituzione avverrà nel 1924) testimonierebbe un mutato atteggiamento di Gobetti verso Gualino. Avendo in altra occasione - secondo il ricordo di Ada - rifiutato una donazione di ventimila lire: «Da nessuno - oppose a chi aveva insinuato un suo cedimento -, né da industriali, né da partiti, né da altri, ho mai accettato né stipendi, né mance, né sovvenzioni in nessuna forma». (Ma forse la differenza sta fra prestito e regalìa).

Fra la casa editrice, la rivista La Rivoluzione Liberale, e le molteplici collaborazioni giornalistiche si divideva Gobetti, che a suo tempo non aveva escluso di lavorare stabilmente in un quotidiano, come il romano Mondo di Amendola, già in forza al Corriere della Sera.

Il Corriere. Antigiolittiano a differenza della Stampa di Frassati e come Gobetti, che salveminianamente nello statista di Dronero identificava il «ministro della malavita». Invano Piero chiese al direttore del foglio di via Solferino, Luigi Albertini (25 marzo), «un Suo volume sul Liberalismo», dopo, egualmente invano, averlo sollecitato a raccogliere una serie di articoli e discorsi («Desidero prima far qualcosa di meno frammentario sul passato», la risposta).

Fil rouge dell’officina gobettiana, la riflessione sul fascismo, mettendo in guardia dal «troppo ottimismo» di questo e quell’avversario: «Bisogna invece sapere (scriverà a Tommaso Fiore) che il fascismo è e sarà per molto tempo padrone. Gli deve resistere solo chi è disinteressato. Gli altri collaborino. Noi siamo disposti anche a morir di fame».

Era, in primis, la casa editrice l’arma impropria del Davide Gobetti contro il tiranno Golia. Da affilare e sfoderare nelle dure, prossime stagioni. Non a caso a Parigi va per fondare, anche, una casa editrice, che avrebbe dovuto esordire con un’Enquête sur la fascisme français. Se non che, rapidissima, sopravvenne la morte, fra il 15 e il 16 febbraio 1926. «Somigliava, quando riposò con la coltre fino al mento, al volto del Leopardi», scrisse Prezzolini a Ada. «Nella solitudine del suo pensiero e del suo dolore», come il poeta di Recanati ci è stato tramandato da Francesco De Sanctis.

Sul confine dei dispetti dove litigano Italia e Svizzera

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alberto mattioli

Valichi chiusi a singhiozzo e Roma convoca l’ambasciatore. “Venite a togliere il lavoro a chi vive nei Cantoni”


Da un Paese all’altro: cresce il traffico di persone e cose e aumentano anche i sospetti reciproci

È un crescendo di dispetti e di ripicche. La Svizzera chiude dalle 23 alle 5 tre piccoli valichi di frontiera con l’Italia. La Farnesina convoca l’ambasciatore svizzero, l’equivalente diplomatico di uno schiaffo. Ma anche l’Italia sbarra di notte, da sempre, una dogana, quella di Maslianico.

Quindi, propone Nicholas Marioli, consigliere a Lugano per la Lega dei Ticinesi, partito di maggioranza relativa nel Cantone, Berna protesti con l’ambasciatore italiano. «Vogliono chiudere tutti i valichi con l’Italia? Perfetto. Poi però quest’estate Norman Gobbi, Lorenzo Quadri e Roberta Pantani (tre politici leghisti tosti, ndr) vanno al mare a Biasca», ribatte Luca Gaffuri, consigliere regionale Pd e segretario della Commissione per i rapporti fra Lombardia e Confederazione elvetica.

È un continuo. C’è la vignetta del Mattino della domenica, settimanale molto vicino alla Lega dei Ticinesi, che raffigura gli italiani come la Banda Bassotti. Ci sono le cento contravvenzioni in tre ore elevate giovedì a Ponte Tresa della Polizia cantonale ai danni dei frontalieri che andavano al lavoro, «Multe senza pietà», accusa La Prealpina in prima pagina. Ci sono le polemiche sugli italiani che vengono a togliere il lavoro agli indigeni.

C’è la Gendarmeria che fa sapere che nel ’16 le «riammissioni semplificate» (leggi: i migranti rispediti di là) dalla Svizzera all’Italia sono state 20 mila, quelle dall’Italia alla Svizzera tre, come dire: gli italiani fanno passare tutti. Infine, e qui i danni sono potenzialmente molto più seri, c’è la legge appena approvata in Ticino che vieta alle imprese straniere di concorrere ad appalti di valore inferiore a 8,7 milioni di franchi, in pratica il 90%. Una mazzata per le aziende italiane che lavorano dall’altra parte della frontiera. 

Non è un bel momento per i rapporti italo-svizzeri. Anche se forse bisogna distinguere. Perché l’impressione è che il governo federale abbia una politica e quello cantonale un’altra. Conferma Lorenzo Quadri, direttore del Mattino: «Verissimo. Se la Lega in Ticino è il primo partito è perché si è sempre opposta a Schengen. All’opposto di quel che fa Berna, che per difendere l’industria e uscire dalla black list ha sacrificato le banche, facendo perdere al Ticino migliaia di posti di lavoro».

Anche lei, però, pubblicare quella vignetta... «Sono polemiche strumentali. Noi non diciamo che tutti gli italiani sono ladri. Ma che bisogna fermare i ladri che arrivano in Svizzera dall’Italia, come il governo cantonale sta cercando di fare. Quanto ai rapporti transfrontalieri, è vero che di dossier aperti ce ne sono parecchi. Ma i politici italiani o fanno finta di non conoscerli o, peggio, proprio non li conoscono».

«Una volta - spiega Eros Sebastiani, presidente dell’Associazione frontalieri Ticino - i frontalieri erano 30 mila, adesso sono 65 mila. E, visto che qualche problema di disoccupazione in Ticino c’è, è molto comodo per i politici locali dire che la colpa è di quello brutto e nero. Ecco, adesso i brutti e neri sono gli italiani. Noi frontalieri abbiamo sempre cercato di mediare, ma è sempre più difficile». Attualmente in Ticino per gli italiani non tira una buona aria: «Una volta vedevano la targa e ti chiedevano: uè, cuma stett? Adesso pensano e, talvolta, dicono pure: ah, sei tu che rubi il lavoro a mio figlio.

A forza di parlare alla pancia della gente e non alla sua testa si rischiano guai seri». In effetti, in tutto questo batti e ribatti è difficile trovare una via di mezzo. Matteo Luigi Bianchi, sindaco leghista (Lega italiana, non ticinese) di Morazzone, provincia di Varese, è uno dei pochi da questa parte del confine a dare ragione a quelli di là: «No, sono uno dei pochi a dirlo. In realtà lo pensano in molti. Sui valichi di frontiera è vero che c’è un problema di sicurezza: chiuderne qualcuno permette di concentrare le forze su quelli che restano aperti, Quanto ai frontalieri, il dumping salariale c’è.

E non solo nei confronti dei lavoratori svizzeri. I frontalieri italiani “storici” sono minacciati dai nuovi, che si accontentano di stipendi bassissimi. Insomma, la Svizzera fa quel che dovremmo fare noi. In questi tempi di scelte ideologiche, usa il buonsenso. Dovremmo imitarla, invece di criticarla». «Si sa che la Lega Nord è sempre genuflessa davanti a quella dei Ticinesi - attacca Gaffuri -. Il punto è che a Berna hanno capito che il mondo è cambiato, a Bellinzona no. Ma i territori di confine sono sempre stati dei vasi comunicanti e tali devono restare». 

Sarà. Però riemergono ataviche diffidenze, vecchi pregiudizi, antichi luoghi comuni. Viene in mente Pane e cioccolata, l’emigrante Nino Manfredi che per integrarsi si tinge perfino di biondo. Salvo tradirsi al bar, quando esulta perché l’Italia ha fatto gol alla Svizzera.

All’Outlet di Serravalle nessuno sciopero in massa, e chi è rimasto a casa è stato sostituito nei negozi

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antonella mariotti

I primi clienti di questa mattina di Pasqua con le serrande alzate sono quasi tutti stranieri


L’immagine dell’Outlet stamattina (domenica di Pasqua) è quella di una piazza praticamente deserta: i primi clienti nei negozi sono stranieri, fuori è allestita l’animazione per i bambini

Alle 11 e mezza di Pasqua il parcheggio del Serravalle Designer Outlet si stava riempiendo già di auto e pullman. Alle 14,30 erano quattromila le persone tra i negozi, per la maggior parte stranieri arrivati in mattinata. Questa è la giornata della protesta, ma i dipendenti sono quasi tutti qui.
È giusto dire «quasi» perché quelli in sciopero sono stati sostituiti, e forse domani si conosceranno i numeri reali di questa polemica che finisce sul lavoro a Pasqua ma parte da più lontano, dalla richiesta di più servizi per i lavoratori dei grandi marchi a quella di una contrattazione più sicura. Sono state solo quattro le serrande abbassate, compresa quella del sarto Marco Berardi che per primo si era dichiarato solidale con i suoi dipendenti e aveva dichiarato che non avrebbe aperto il negozio in appoggio alla protesta contro le aperture di Pasqua e Santo Stefano, le due festività aggiunte al calendario dalla McArthurGlen nei primi mesi dell’anno.

Le aperture festive sono uno dei dibattiti che sta sollevando il sindacato del commercio nelle tre declinazioni Cgil, Cisl e Uil, ormai da tempo, nel 2014 erano passate da 12 a sei le chiusure obbligatorie nei festivi, una deroga alla liberalizzazione. La Filcams Cgil è da sempre contraria alla totale liberalizzazione degli orari e delle aperture nel commercio, e sta portando avanti una battaglia a sostegno di una regolamentazione del settore, che permetta di venire incontro anche alle esigenze delle lavoratrici e lavoratori. La liberalizzazione voluta dall’allora governo Monti ha di fatto reso possibile più o meno tutto nel settore del commercio: aperture 24 su 24 e festivi compresi.

LA LEGGE CHE DIMEZZA LE CHIUSURE OBBLIGATORIE
La legge prevede dodici giorni festivi dell’anno (Capodanno, Epifania, 25 aprile, Pasqua, pasquetta, il primo maggio, il 2 giugno, il 15 agosto, il primo novembre, l’8 dicembre, Natale e Santo Stefano) nelle quali le attività commerciali devono rispettare degli orari di apertura e di chiusura domenicale e festiva. Dal 2014 però concessa una deroga fino ad un massimo di sei giorni, individuati liberamente tra i dodici «dandone preventiva comunicazione al comune competente per territorio». E ancora: «Le attività di somministrazione di alimenti e bevande non sono soggette ad alcun obbligo di chiusura domenicale o festiva». 

TRA LE PIAZZE DELL’OUTLET
Anna Boschetti e Tiziana Montanari sono due mamme che accompagnano i bambini dalle «fate», un gruppo di ragazze impegnate nell’animazione. «Io lavoro in una società che fornisce servizi di ristorazione 24 ore su 24 - racconta Tiziana - facciamo i turni e oggi sono qui per accompagnare mio marito che si occupa di animazione. Lavorare nei festivi? Se serve perché no? Sono abituata». Problemi con la Pasqua e la religione? Nessuno, per Anna Boschetti: «Non sono religiosa, ma chiedo a quelli che protestano anche per questo se le altre domeniche vanno a Messa».
 
E poi ci sono tutti quelli che il lavoro tutti i giorni e tutta la settimana lo fanno da sempre. In questi giorni chi contestava la protesta dei lavoratori dell’Outlet di Serravalle portava ad esempio gli ospedalieri. Ma ribattono dalla Filcams Cgil che per prima ha fatto emergere il «caso Outlet»: «Il commercio non è un servizio essenziale paragonabile, come molti fanno, agli infermieri, vigili del fuoco o altro - afferma Alessio Di Labio, della Filcams Cgil nazionale - cosi come non è vero che tutti i paesi europei sono sempre aperti nei giorni festivi.

Le aperture indiscriminate non hanno, come molti auspicavano, né aumentato i consumi nè l’occupazione. Lo dimostrano le tante procedure di licenziamento collettivo aperte da diverse aziende della Grande Distribuzione Organizzata». Difficile se non impossibile durante questa prova di protesta nella battaglia di Pasqua far parlare - anche in modo anonimo - i commessi. Solo una direttrice di un negozio accetta di commentare ma senza nomi e cognomi: «Il vero problema è che questo centro è in crisi, ma non possiamo dirlo - sostiene a bassa voce -. Non ci sono più italiani che vengono a fare acquisti, i negozi vivono sugli stranieri.

Sono contenta di lavorare a Pasqua e non avrei fatto sciopero per non danneggiare la mia azienda: ma fino a ora ho battuto due scontrini». La «fatina» incrociata nella «piazza» principale di questa città della moda invece racconta a viso aperto e quasi scottato dal sole che si chiama Giulia Onorato, ha 22 anni, vive a Torino e passa la Pasqua qui a intrattenere i bambini con pennarelli e giochi. «Sono contenta, mi pagano abbastanza bene, non so ancora quanto esattamente, ma credo intorno ai 100 euro».  


Barricate contro l’outlet clienti scortati dalla polizia
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antonella mariotti

Ieri la protesta dei lavoratori a Serravalle Scrivia contro l’apertura nei giorni di Pasqua e Santo Stefano. Oggi lo sciopero


Disagi. La protesta dei lavoratori dell’Outlet ha di fatto reso impossibile l’ingresso fino alle 11 di ieri mattina

«Alla gente è arrivato il messaggio sbagliato. Non capiscono che lo sciopero non era per Pasqua, che è solo la punta dell’iceberg». Lorena Trovò che ha «44 anni fino a luglio e poi...» è in corteo con il suo compagno, lui che lavora in un negozio del Designer Outlet di Serravalle. «Ma per favore non nominarlo e neanche dove lavora. Devi scrivere che il problema sono gli orari, sono i soldi a fine mese». Nell’Outlet di Serravalle ieri è stato il primo giorno di protesta, di quella vera, che non si vedeva da qualche tempo, una boccata d’ossigeno per i sindacati: sono comparsi gli striscioni con «Quelli che non si arrendono» o più di battaglia «No al capitalismo che lede i diritti dei lavoratori». La protesta era contro la decisone della McArthurGlen di aprire anche i giorni di Pasqua e Santo Stefano: 363 giorni di aperture, due in più rispetto al solito.

Come al solito i conti su quanti erano per strada sotto sole non sono facili: per le forze dell’ordine circa 400 persone, un centinaio in più sul conteggio dei sindacalisti. «Ma è comunque un successo e poi hai visto quanti negozi chiusi? Guarda che comunque siamo tanti» Fabio Favola, Filcams Cgil Alessandria non sorride è teso, questo corteo e questo sciopero lo ha innescato lui dopo le assemblee che neanche immaginava fossero così partecipate e adesso sta lì a guardare i suoi ragazzi che sfilano, perché sono tutti giovani, i delegati li ha portati a essere eletti come rappresentanti e li cura e li osserva e «oggi sono loro i protagonisti. Non sentite l’azienda, parlate solo con loro». 

C’è Alexander Delnevo, 31 anni, quello che si prende più responsabilità, che parla senza timori davanti alle telecamere delle tv, dal Tg1 a Sky a Nemo di Raidue, tutti arrivati qui a vedere questa città della moda addobbata delle bandiere di protesta. Persino sul pilone con il logo McArthurGlen sventolano i vessilli di Cgil, Cisl e Uil: «Giochiamo a risiko, abbiamo conquistato l’Outlet» ride Marinella Migliorini Filcams regionale con la passione di difendere i piccoli esercizi commerciali. E poi c’è lei Alessandra Di Bella, che non arriva a trent’anni, una bimba a casa, e organizza la delegazione per andare a parlare con la proprietà.

Ma la sicurezza le chiede di fermarsi, che devono sapere se possono salire - è pur sempre una proprietà privata - e ci sono quelle magliette rosse con la scritta Cgil. «Se il problema è solo la maglia ecco fatto» via la maglia e Alessandra resta in reggiseno. Tutti ridono l’uomo della sicurezza arrossisce. Alla fine la delegazione di sette dipendenti sarà ricevuta da Daniela Bricola, la manager responsabile del Designer Outlet, un’ora di colloquio dopo il corteo. Gli ingredienti per la giornata particolare della «città della moda» c’erano tutti. Comprese le forze dell’ordine schierate a garantire che i clienti potessero accedere ai negozi. 

La protesta di sabato all’Outlet contro l’apertura a Pasqua



E non è stato facile: il blocco delle due rotonde di accesso sulla strada provinciale da Novi Ligure, e all’uscita dell’autostrada Genova-Serravalle, ha reso un deserto tutta la zona Outlet almeno fino alle 11. «Io volevo solo comprare una cucina», Paolo Sarti è riuscito a scavalcare il blocco hanno provato a opporsi, hanno gridato «Vergogna, vergogna» ma lui ha sorriso e si è fatto strada, e insieme al lui qualche dipendente, uno in monopattino. Ai blocchi c’erano gli uomini Fiom, Ivan Gaetani che «siamo qui per aiutare noi siamo esperti di protesta» che cerca di fermare Michela, una tabaccheria a Genova:

«Sono qui oggi ma domani e Pasquetta lavoro anche io. Questa protesta non la capisco». I momenti difficili sono arrivati con gli stranieri: «I have a mission» diceva un signore sventolando un documento scritto in arabo. È stato difficile farlo passare. Una coppia di tedeschi ha rinunciato: «Anche da noi non si lavora a Pasqua». E Angela e Francesco, in viaggio di nozze in Liguria «Noi capiamo la protesta non verremo a comprare qui domani. Ma oggi perché ci insultano? Non è giusto». Sono le tre del pomeriggio quando il parcheggio Outlet torna a riempirsi. Oggi seconda giornata di sciopero e un’incognita per questa nuova protesta: quanti negozi saranno chiusi? 

Switzer e quel numero che ha cambiato il mondo

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giulia zonca

Nel 1967 fu la prima donna iscritta a una maratona: domani torna a Boston In gara a 70 anni e con lo stesso pettorale di allora: il 261 che poi sarà ritirato


La sequenza storica Jock Semple, il direttore di corsa, insegue Kathrine Switzer nel 1967 mentre il fidanzato Tom Miller (390) la difende A sinistra: Switzer oggi

Il 261 sarà di nuovo al centro della gara, come 50 anni fa, e correrà alla maratona di Boston per l’ultima volta. Lo ritirano, come le maglie dei grandi giocatori, come i pezzi da museo perché quel numero ha fatto la storia. Nel 1967 Kathrine Switzer se lo è fissato al petto con un gesto destinato a cambiare lo sport, a influenzare la società, a smuovere le pari opportunità, a ispirare coraggio. Le ragazze avevano già corso delle maratone, ma sempre senza numero: fuori competizione e fuori da ogni considerazione.

La forza della foto
Kathrine cerca l’ufficialità, vuole essere regolarmente iscritta e compila il modulo senza capire esattamente la portata della decisione: «Non c’erano riferimenti al sesso, e non c’era scritto in nessun regolamento che alle donne era vietato partecipare, semplicemente era scontato che non lo potessero fare, che la 42 km fosse troppo faticosa per il fisico di una ragazza». Lei però è allenata, si prepara con la squadra universitaria, con un tecnico svizzero, Arnie Briggs, e un gruppo che accantona quasi da subito la diffidenza. Per questa quando arriva il momento di provarci davvero ormai non le sembra un azzardo. Si iscrive e firma K.V. Switzer: «Non volevo barare, sognavo di diventare scrittrice e quello era il modo in cui mi facevo chiamare, alla J. D. Salinger».

Nessuno degli organizzatori ha idea di quel che sta per succedere. La vedono dopo il via perché i fotografi iniziano a scattare e il camioncino scoperto che trasporta la stampa si piazza proprio davanti a lei. Lì sopra c’è anche il direttore di gara Jock Semple, uno scozzese-americano irascibile che vede minacciata l’autorità della sua corsa e si lancia in strada: «Un minuto serena e quello dopo terrorizzata. Me lo sono trovato addosso e il mio fidanzato di allora lo ha spostato. Ho continuato nell’angoscia, ma mi sentivo sempre più consapevole. Ho iniziato la maratona da ragazza e l’ho finita da donna». Quelle foto fanno subito il giro del mondo, cambiano la prospettiva, aprono dibattiti e porte. Senza quella scenata ci sarebbe voluto più tempo, ma Switzer cambia la percezione e il futuro lì, su quella strada.

Una corsa speciale
Boston non è solo la 42 km più antica, è la più patriottica e forse proprio per questo l’hanno scelta come obiettivo di un attentato, nel 2013. Si corre di lunedì, nel Patriot’s Day appunto, data dell’inizio della rivoluzione americana, si parte con il colpo di cannone che richiama quello di pistola con cui la vedetta Paul Revere avvisò i cittadini dell’attacco inglese. È, ed è sempre stata, una delle corse più dure, tutta saliscendi, con la celebre Heartbreak Hill, la collina spaccacuore. Finirla significava, ieri più di adesso, essere tosti: una signora al traguardo è stata immediata uguaglianza. Per questo il movimento si è mosso rapido e le donne oggi si sono prese lo spazio, equiparato i premi vittoria, gli sponsor.

Domani la settantenne Switzer corre per ricordare, per celebrare e non lo fa da sola, ma con un gruppo di ragazze (una italiana, Viola Cavalieri) che sfidano il tempo per chi non ha la libertà di muoversi, per le donne che non possono appiccicarsi quel pettorale addosso. Ci sono posti che ancora devono vedere il numero 261 e capire di cosa è capace.