lunedì 17 aprile 2017

Pronta la versione di Windows 10 per il governo cinese

lastampa
enrico forzinetti

Il sistema operativo modificato appositamente da Microsoft potrà tornare sui pc dell’amministrazione pubblica dopo tre anni di assenza per motivi legati alle falle nella sicurezza

Windows potrebbe presto tornare sui computer delle amministrazioni pubbliche cinesi. Secondo il Wall Street Journal , Microsoft ha messo a punto una versione di Windows 10 collaborando con l’azienda di stato China Electronics Technology Group. La casa di Redmond non ha dato altri dettagli, ma uno degli aspetti centrali dovrebbe essere l’assenza di backdoor potenzialmente sfruttabili da intelligence straniere per sorvegliare i dispositivi.

A partire dall’estate del 2014, il governo cinese aveva infatti vietato il sistema operativo Windows 8 sui nuovi pc dell’amministrazione proprio per timori legati alla cybersicurezza. Timori che sono stati anche provocati dalle rivelazioni di Edward Snowden sulle pratiche di spionaggio della Nsa nei confronti della Cina . Da quel momento Pechino aveva così deciso di puntare sullo sviluppo di un proprio sistema operativo.

Windows 10 modificato sarà disponibile solo per i dispositivi degli impiegati statali e non per quelli dei privati cittadini, che hanno comunque continuato a usare in questi anni il software realizzato da Microsoft. Al momento la nuova versione del sistema operativo è ancora in fase di test. 
Prima di poter arrivare sui computer dell’amministrazione dovrà però ricevere la certificazione del governo centrale. La Cina ha infatti recentemente approvato una legge sulla cybersicurezza molto stringente per le aziende produttrici di hardware e software interessate al mercato cinese.

Fact checking: il video di Luigi Di Maio sui vitalizi non è del tutto vero

lastampa.it
simone vazzana

In sette minuti e trenta secondi il vicepresidente della Camera attacca il Pd e il contributo di solidarietà, lamentando la bocciatura della proposta del Movimento 5 Stelle



Mercoledì 22 marzo Marina Sereni, vicepresidente della Camera dei deputati per il Partito democratico, ha proposto all’Ufficio di presidenza della Camera un contributo di solidarietà per tre anni, a partire dal 1° maggio e a carico degli ex parlamentari titolari di vitalizio. Il contributo è del 10% per chi percepisce da 70 mila a 80 mila euro, del 20% per quelli da 80 mila a 90 mila euro, del 30% per quelli da 90 mila a 100 mila euro e del 40% per quelli superiori ai 100 mila euro annui. La proposta, che riguarda solo la Camera dei Deputati e non il Senato, consente di risparmiare 2,4 milioni di euro.

L’Ufficio di presidenza di Montecitorio ha accolto la proposta, bocciando quella del Movimento 5 Stelle, che prevedeva per i deputati eletti da questa legislatura l’applicazione della legge Dini e della legge Fornero: nessuno sconto sull’età pensionabile. I grillini hanno protestato contro i vitalizi prima della decisione dell’Ufficio di presidenza, esponendo dei cartelli con la scritta #sitengonoilprivilegio. Il presidente di turno, Roberto Giachetti, ha sospeso la seduta. E quell’hashtag è subito stato lanciato da Luigi Di Maio, che ha pubblicato su Facebook un video diventato virale nell’ultimo giorno e mezzo.

«Massima attenzione abbiamo bisogno del vostro aiuto. I partiti stanno per bocciare la nostra proposta per abolire la pensione privilegiata dei parlamentari». Un video lanciato prima della decisione dell’Ufficio della Camera: in sostanza, il Movimento 5 Stelle sapeva già dell’impossibilità di vedere accolta la sua proposta (che non avrebbe riguardato gli ex parlamentari, ma solo spostato in avanti il beneficio per quelli in carica), dato che dal 2012 i vitalizi sono stati aboliti, e ai parlamentari in carica spetterà, al 65esimo anno di età in caso di una sola legislatura, una pensione calcolata con il metodo contributivo come per tutti.

Il video è questo ed è stato condiviso molto anche privatamente via WhatsApp. 
Analizzandolo, però, i concetti espressi da Luigi Di Maio e Riccardo Fraccaro meritano delle precisazioni. Ecco un’analisi punto per punto.

1) DI MAIO: «IN PENSIONE A 65 ANNI DOPO UNA SOLA LEGISLATURA»
«Basta stare sulla poltrona 4 anni e 6 mesi e vai in pensione a 65 anni, puoi anche non lavorare per il resto della tua vita. E se fai un altro mandato vai in pensione addirittura a 60 anni, dopo pochi anni su una poltrona».

VERO - C’è da precisare, però, che dal 2012 il metodo con cui viene calcolato l’assegno è quello contributivo. Cioè, legato ai contributi che vengono versati. Il risultato è stata una significativa riduzione dell’importo.

2) DI MAIO: «PARLAMENTARI IMPAURITI: DIFFICILE TORNARE NEL MERCATO DEL LAVORO»
«Mentre eravamo nell’Ufficio di presidenza per iniziare la discussione (della delibera, ndr) hanno iniziato a farci capire, in un modo anche subdolo, parlando dei loro problemi da parlamentari che mi sembrano veramente secondari rispetto ai problemi del Paese, che non sanno se riescono a tornare nel mondo del lavoro dopo aver fatto i parlamentari».

VERO, MA - La ragione storica di quello che oggi appare un privilegio ingiustificato era di consentire a tutti, anche ai più poveri, di iniziare a fare politica senza la paura di perdere un lavoro sicuro, avendo così una fonte di guadagno anche dopo il termine del mandato. È vero, secondo uno studio dell’Istituto Bruno Leoni, che quello del parlamentare è (con le vecchie regole) l’unico lavoro che permette di recuperare sulla pensione il 35% in più rispetto a quanto versato. Numeri che hanno spinto Tito Boeri a proporre di ricalcolare con il metodo contributivo gli assegni in essere: secondo lui si risparmierebbero fino a 76 milioni all’anno.

3) DI MAIO: IL PROBLEMA NON SONO I VITALIZI PREGRESSI
«Per riuscire a buttare fumo negli occhi ai cittadini, prima la maggioranza ha detto che non voterà la nostra proposta per far saltare la proposta di settembre, e poi ha detto che il problema sono i vitalizi pregressi del passato».

FALSO - La proposta del Partito democratico permette di risparmiare 2,4 milioni di euro su un bilancio di un miliardo, dove la voce pensioni per gli ex deputati, quindi dei vitalizi pregressi, pesa 136 milioni di euro (previsione 2016), ossia il doppio rispetto al personale dipendente. Quindi oggettivamente i vitalizi pregressi rappresentano un problema. E, rispetto alla legge Fornero, la proposta del Pd incide proprio sul passato. Anche se per soli tre anni e sottoforma di contributo di solidarietà.

4) FRACCARO: «IN PENSIONE A 60 ANNI DOPO 4 ANNI E 6 MESI»
«Nel 2012 hanno approvato una legge vergogna che è la legge Fornero. Hanno detto: “La legge Fornero per noi non si applica. Noi, dopo 4 anni e 6 mesi, in pensione ci andiamo. E ci andiamo a 60 anni di vita, neanche di contributi”. Perché bastano 4 anni e 6 mesi per andare in pensione a 60 anni, con questo attuale sistema».

FALSO, MA - Dopo 4 anni e 6 mesi si va in pensione a 65 anni, come del resto ha spiegato anche Di Maio all’inizio del video. È con due legislature che invece si scende a 60 anni. Restano però delle differenze con il trattamento riservato ai cittadini, come spiegano le tabelle dell’Inps. I soggetti con primo accredito contributivo a decorrere dal 1° gennaio 1996 possono ricevere la pensione: dal 1° gennaio 2012 in presenza del requisito contributivo di 20 anni e del requisito anagrafico (dai 62 ai 66 anni), se l’importo della pensione risulta non inferiore a 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale (c.d. importo soglia); al compimento dei 70 anni di età e con 5 anni di contribuzione “effettiva” (obbligatoria, volontaria, da riscatto) - con esclusione della contribuzione accreditata figurativamente a qualsiasi titolo - a prescindere dall’importo della pensione. Per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita il requisito anagrafico, dal 1° gennaio 2013 al 31 dicembre 2015, è di 70 anni e 3 mesi; dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2018 è di 70 anni e 7 mesi. Dal 2019 lo stesso requisito potrà subire ulteriori incrementi per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita.

5) FRACCARO: «ORA VOTEREMO LA LEGGE RICHETTI»
«Basta vitalizi, proporremo la legge Richetti. Vediamo se la votano o meno, o se votano questa porcata. Vedremo se sono coerenti o meno con quello che hanno detto fino adesso».

IN REALTÀ - Il Movimento 5 Stelle, in quasi due anni, non ha mai sottoscritto la proposta sui vitalizi di Richetti, presentata il 9 luglio 2015. Eccola qui:


Cosa hanno chiesto dunque i Cinque Stelle? Di applicare anche ai deputati la legge Fornero abolendo il privilegio di uno sconto di cinque anni in caso di un secondo mandato. E la data che segnerà il raggiungimento del requisito per la pensione (dai 65 anni) per i parlamentari alla prima legislatura è quella del 15 settembre. Solo da allora i contributi versati costituiranno titolo per una pensione di circa 800-900 euro al mese (i calcoli cambiano in caso di un nuovo mandato). Dunque un parlamentare, dopo una legislatura, percepirebbe questa cifra anche non lavorando più, è vero, ma potrà incassare la pensione solo al compimento del 65° anno di età. 

Matteo Renzi a Otto e Mezzo: ecco il fact checking sulle sue parole

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andrea carugati

Dal deficit al reddito di cittadinanza, dai vaccini alle primarie: abbiamo individuato alcuni punti controversi dell’ampia intervista condotta da Lilli Gruber



Nel corso della trasmissione “Otto e mezzo” su La7 del 12 aprile in più occasioni l’ex premier Matteo Renzi ha sollecitato i telespettatori a fare un fact-checking sulle sue affermazioni. Abbiamo individuato alcuni punti controversi dell’ampia intervista condotta da Lilli Gruber.

IL DEFICIT
Renzi: «Io sono stato più rigoroso di Monti sui numeri. Il deficit di Monti era al 3 per cento. Il mio al 2,3 e ora al 2,1 con la manovrina».

VERO, MA Il governo Monti ha ereditato una situazione pesante dei conti economici, con uno spread molto elevato e un rapporto deficit-Pil al 5,3% nel 2009 e al 4,2 nel 2010. Il passaggio al 3% è anche effetto della dura manovra economica dell’autunno 2011, con il decreto Salva Italia e la riforma Fornero sulle pensioni, che hanno garantito risparmi pluriennali. Il governo Renzi inoltre ha potuto beneficiare, grazie al Quantitative Easing della Bce, di un costo del debito molto più basso rispetto a quello del governo Monti. Altro dato che contraddice le affermazioni di Renzi sono le cifre del debito pubblico: 2.070.013 milioni di euro nel 2013 e 2.217.695 a dicembre 2016.

IL REDDITO DI CITTADINANZA
Renzi: «I Cinque Stelle vorrebbero finanziare il reddito di cittadinanza con 100 milioni l’anno presi da vitalizi e pensioni d’oro ma costerebbe dai 20 ai 96 miliardi».

VERO, MA Le stime sui costi del cosiddetto reddito di cittadinanza sono molto variabili perché dipendono dalla platea dei beneficiari e dall’ammontare delle somme corrisposte. La proposta del M5S prevede un costo annuo di 16,9 miliardi, e un assegno che porti tutti i cittadini a prendere 780 euro al mese, con un assegno ridotto per chi percepisce altri redditi fino ad arrivare ad un ammontare complessivo di 780 per un single, 1014 per un genitore con minore a carico e 1638 per una coppia con due figli minorenni.

La voce più forte delle coperture prevede 5 miliardi mediante la centralizzazione degli acquisti della PA in capo a Consip. Altri 2,5 miliardi sono di tagli alle spese militari, mentre i costi della politica (indennità e altre voci della macchina istituzionale) sono così suddivisi: 62 milioni di riduzioni da spese degli organi costituzionali, 60 milioni con la riduzione delle indennità parlamentari a 5000 euro lordi al mese e 45 milioni annui da ciò che resta del finanziamento ai partiti. La proposta prevede inoltre 100 milioni dal taglio alle auto blu e 700 milioni da un prelievo sulle pensioni d’oro. La quota relativa ai cosiddetti costi della politica copre effettivamente solo una piccola parte del fabbisogno necessario a finanziare il reddito di cittadinanza.

IL TESORETTO
Renzi: «Io ho lasciato un tesoretto di 47 miliardi, non un buco. Basta verificare al comma 140 dell’articoli 1 della legge di Bilancio del 2017. Con la “manovrina” Non aumenta l‘Iva, non aumenta la benzina e nemmeno le tasse e bisogna dire bravi al premier Gentiloni e al ministro Padoan».

VERO, MA La manovrina da 3,4 miliardi per portare il deficit dal 2,3% al 2,1% è stata chiesta da Bruxelles. Secondo l’ex premier non c’era alcun obbligo, ma la Commissione ha spiegato che c’era il rischio di una procedura di infrazione sul deficit e l’attuale governo ha deciso di provvedere. Nella manovra 2017 si prevede un fondo con una dotazione pari a 1,9 miliardi per il 2017, 3,15 miliardi per il 2018, 3,5 per il 2019 e una somma pari a 3 miliardi per gli anni dal 2010 al 2032.

Il fondo è finalizzato «ad assicurare il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale». In totale la cifra è di 47,5 miliardi per 16 anni. I capitoli principali riguardano trasporti, infrastrutture, difesa del suolo, prevenzione del rischio sismico, riqualificazione urbana. Si tratta di una programmazione pluriennale, dunque, e non di un tesoretto immediatamente disponibile. Quanto a Iva e accise il rischio è che potrebbero aumentare nella manovra per il 2018 se non si trovano altri rimedi per sterilizzare le “clausole di salvaguardia”.

I VACCINI ALLA CAMERA
Renzi: «Il 13 aprile alla Camera c’è un convegno organizzato dal movimento degli scissionisti di Bersani e D’Alema che dà spazio alla tesi dei negazionisti dei sui vaccini».

VERO, MA In realtà si tratta di una iniziativa di un singolo deputato, Adriano Zaccagnini (ex M5S poi passato in Sel e ora in Mdp), che ha organizzato una conferenza («Vaccini, l’altra verità») con alcuni esponenti (medici e non) del fronte No vaccini. Renzi però non ha ricordato che il capogruppo di Mdp alla Camera Francesco Laforgia ha subito preso le distanze dall’iniziativa del deputato che «è personale e non ha nulla a che fare con la posizione del Gruppo e di Articolo 1 su questo tema».

LA PARTECIPAZIONE E I PARTITI
Renzi: «Nessun partito in Europa ha numeri di partecipazione pari a quelli del Pd».

FALSO Nel settembre 2013 gli iscritti alla Spd furono chiamati a pronunciarsi sulla Grande coalizione con Angela Merkel. Su 474.820 mila iscritti si recarono ai seggi in 369.680, circa l’80%. Una percentuale dunque molto più alta del congresso del Pd del 2017, dove il dato finale parla di 266.726 votanti, pari al 59,29% dei 449.852 iscritti. In Francia nel gennaio scorso alle primarie per scegliere il candidato socialista alla presidenza hanno votato al primo turno 1.655.919 cittadini, al ballottaggio tra Manuel Valls e Benoit Hamon la partecipazione è salita fino a 2.045.343. Renzi non si è sbilanciato sulla partecipazione alle primarie del Pd del 30 aprile, ma le stime indicano che potrebbe essere sotto i 2 milioni. Alle primarie del dicembre 2013 vinte da Renzi votarono 2.814.881 cittadini. 

A picco il mercato mondiale dei pc: mai così basso dal 2007

lastampa.it

Stando agli esperti di Gartner, tra i costruttori, Lenovo è al primo posto con 12,4 milioni di pc venduti e una market share del 19,9%, seguita da Hp a 12,1 milioni (19,5%) e a distanza da Dell



Il mercato mondiale dei personal computer ha chiuso il primo trimestre con consegne in calo del 2,4% a 62,2 milioni di unità. Lo si legge nei dati preliminari stilati dagli analisti di Gartner, secondo cui il mercato è sceso sotto il 63 milioni di pezzi per la prima volta dal 2007.

Stando agli esperti, il comparto aziendale ha mostrato una crescita modesta, annullata però dalla domanda in calo degli utenti consumer. Tra i costruttori, Lenovo è al primo posto con 12,4 milioni di pc venduti e una market share del 19,9%, seguita da Hp a 12,1 milioni (19,5%) e a distanza da Dell (9,3 milioni, 15%). Fuori dal podio Asus, unica azienda tra le prime cinque a perdere terreno, con consegne in calo del 14% a 4,5 milioni di unità e quota giù di un punto al 7,3%. In quinta posizione Apple, con 4,2 milioni di Mac (6,8%).

Le previsioni di Gartner contrastano con quelle degli analisti di Idc, che vedono una lieve crescita. Per questi ultimi, che dal settore dei pc escludono i dispositivi convertibili di fascia alta come i Surface Pro di Microsoft, nel primo trimestre le consegne si sono attestate a 60,3 milioni di unità, con una crescita dello 0,6% che rappresenta il primo risultato positivo dal primo trimestre del 2012.

Lite Google-Burger King per colpa dell'assistente vocale

ilgiornale.it
Franco Grilli - Gio, 13/04/2017 - 14:22

Polemiche per uno spot tv di Burger King, in cui il panino viene descritto in modo puntiglioso da un assistente vocale di Google. Ma c'è il "trucco": ed è stato scoperto



Si può litigare e prendersela a morte per la descrizione di un panino? Sì, se dietro ci sono dei colossi come Burger King e Google.

VMa facciamo un passo indietro e vediamo cos'è accaduto. La catena di fast food ha fatto un piccolo esperimento di marketing, con una pubblicità mirata di appena 15 secondi il cui scopo è attivare l'assistente personale di Google sui telefoni Android. L'esperimento, però, ha creato un gran polverone mediatico, con l'accusa, rivolta all'azienda, di aver lanciato uno spot invasivo e, soprattutto, di aver modificato una voce su Wikipedia.

Nello spot un addetto di Burger King mostra un Whopper, uno dei panini più gettonati, e mentre lo fa sottolinea di non aver tempo per descriverne tutte le caratteristiche. Per ovviare al problema si avvicina alla telecamera e lancia il comando vocale, pronunciando queste parole: "Ok Google, che cos’è l’hamburger Whopper?". Quell'Ok Google posto all'inizio della frase non è un errore. L'hanno ideata per attivare l’assistente vocale di Google. Solo che il sistema "pesca" le prime righe di una voce Wikipedia sul tema richiesto. Fino a qui nulla di strano.

relativa alla parola Whopper è stata modificata in questo modo: "Il Whopper è un hamburger, realizzato con una polpetta di carne grigliata fatta al 100 per cento di bovino senza conservanti, coperta da fette di pomodoro, cipolle, lattuga, cetriolini, ketchup e maionese, servito all’interno di una pagnotta con semi di sesamo". Più che una descrizione sembra uno spot. E qualcuno sostiene che a modificare quella voce sia stata la stessa Burger King, per renderla commercialmente più "efficace". Ma è possibile che sia andata proprio in questo modo?

Il Post, che riprende il sito The Verge, osserva che la frase è stata modificata dall’utente "Fermachado123", pseudonimo che fa pensare a Fernando Machado, responsabile marketing di Burger King. Machado, infatti, usa lo stesso username su Instagram e uno simile su Twitter. Venuta a sapere dell'escamotage Google non l'ha presa per nulla bene. ED è corsa ai ripari, intervenendo tecnicamente per impedire che i propri dispositivi si attivino per blo
Google non era stata informata dell’iniziativa commerciale di Burger King e non l’ha presa bene. Così ha registrato la frase dello "spot" in modo tale da farla riconoscere ai propri dispositivi, impedendo che si attivino. Allo studio ci sono nuovi accorgimenti per rendere gli assistenti vocali sempre più "intelligenti".

Così hacker di Stato e cybercriminali usano gli stessi strumenti (o se li rubano)

lastampa.it
carola frediani

Hacker dell’Est riusavano un pezzo del software di Hacking Team, dice un report. Governi e truffatori usavano la stessa vulnerabilità in Word, dicono altri



Di uno spyware, un software spia, non si butta via niente. C’è sempre qualcosa che si può riutilizzare, magari con qualche modifica. Né l’utilizzo di attacchi informatici, anche dei più sofisticati, avviene sempre in esclusiva; spesso attacchi simili se non uguali sono usati nello stesso tempo da governi diversi, gruppi parastatali e criminali. Questo guazzabuglio di pratiche, strumenti e soggetti preoccupa da tempo gli esperti di sicurezza informatica. Negli ultimi giorni però sono usciti due studi che puntano il dito, in modo concreto, proprio su questo fenomeno.

Il Gruppo Callisto
I ricercatori della società finlandese F-Secure hanno infatti individuato un gruppo di hacker di natura statale - soprannominato Gruppo Callisto - che ha messo in piedi, a partire dal 2015, una campagna di cyberspionaggio in Europa orientale e nel Caucaso meridionale. Tra le vittime degli attacchi - condotti con mail di phishing, che facevano scaricare uno spware, un software spia - personale militare, ufficiali governativi, giornalisti e think tank. Ma anche il ministero degli Esteri britannico.

Ora, ultimamente i report su attività di phishing e spionaggio condotte da gruppi di hacker sbucano come le primule a primavera. Tuttavia questa campagna ha due particolarità. La prima è che gli attaccanti si comportano come hacker governativi ma le loro infrastrutture a livello informatico sono collegate anche al mondo cybercriminale, e nello specifico a siti che vendono droghe. Un legame che “suggerisce l’esistenza di connessioni tra il gruppo Callisto e attori criminali. Sebbene i target colpiti dal gruppo facciano pensare che dietro ci sia un soggetto statale con interessi specifici nell’Europa dell’Est e nel Caucaso meridionale, il legame con questi siti fa trapelare il coinvolgimento di elementi criminali”, scrive il report.

Il riutilizzo del software di Hacking Team
La seconda particolarità consiste nel malware usato per l’attacco, veicolato attraverso gli allegati delle mail. Si tratterebbe infatti, per F-Secure, di una variante di un modulo dello spyware RCS sviluppato dall’azienda italiana Hacking Team, venduto ad agenzie governative, e finito online dopo un attacco informatico nel luglio 2015. Nello specifico sarebbe l’agent Scout, cioè un malware che si installa all’inizio raccogliendo le prime informazioni dal sistema attaccato, e attraverso il quale sono poi scaricati i componenti aggiuntivi per una sorveglianza più approfondita.

Secondo F-Secure, la versione riutilizzata sarebbe la stessa del leak. Per altro non sarebbe la prima volta che qualcuno riutilizza parte del codice di Hacking Team dopo il 2015. Qualche tempo fa un altro ricercatore aveva sostenuto che il gruppo APT28/Sofacy/Fancy Bear - ovvero i presunti hacker russi accusati dal governo Usa di aver violato il Comitato nazionale democratico, ma anche sospettati di aver bucato alcuni ministeri italiani - avrebbe copiato e riadattato parte di quel codice per il suo malware per Mac.

Ma potrebbero essere gli stessi hacker? “Ci sono delle somiglianze tra i due gruppi”, commenta a La Stampa Erka Koivunen, Chief Information Officer di F-Secure. “Somiglianze nelle tattiche, tecniche e procedure (in gergo TTPs), nell’uso intenso del phsihing, nello stile dei finti domini usati, nei link agli stessi servizi di webmail, e in altri elementi di una infrastruttura gestita da fornitori di hosting noti per essere adoperati in operazioni criminali. Ci sono anche somiglianze nelle vittime colpite (Paesi, organizzazioni, tipi di professioni). E tuttavia riteniamo che siano distinti. Callisto ha capacità tecniche più modeste di APT28/Sofacy. È possibile che entrambi i gruppi lavorino per accondiscendere lo stesso benefattore”.

Proliferazione e attribuzione
Certo, resta il dubbio del perché un attore di livello parastatale dovrebbe riutilizzare pezzi di codice o malware altrui, magari perfino divenuti pubblici, col rischio di essere più facilmente individuato. “Il rischio esiste. Tuttavia anche se individuato lo strumento non rivelerebbe nulla sull’attaccante. L’attribuzione diventa più difficile se gli strumenti proliferano”, prosegue Koivunen. “Inoltre sviluppare strumenti è sempre costoso e richiede tempo perfezionarli. Rubarli da altri è un modo comune per accelerare i tempi di sviluppo.

Quindi c’è davvero l’impressione che anche hacker di livello statale riutilizzino codice altrui. Perfino la Cia lo faceva”. Il riferimento è agli strumenti di attacco della agenzia di intelligence americana pubblicati settimane fa da Wikileaks, nell’ambito del rilascio denominato Vault 7, in cui l’unità operativa UMBRAGE studiava i software malevoli usati da altri gruppi, incorporandone all’occorrenza dei pezzi (tra l’altro dai documenti pubblicati sembra che anche la Cia avesse studiato con attenzione il codice fuoriuscito nel leak di Hacking Team).

FinFisher, lo zeroday per Word e gli altri
A essere utilizzate da diversi gruppi sono anche le falle dei software. L’altro ieri la società di cybersicurezza Fireeye e il ricercatore di Amnesty International Claudio Guarnieri hanno rilevato che una vulnerabilità di Microsoft Word era usata in contemporanea sia da un attore statale per colpire vittime russe, sia da cybercriminali. E il gruppo di hacker governativi usava la falla in questione - che è stata chiusa da Microsoft nei giorni scorsi - per infettare i target con uno spyware di nome FinSpy, prodotto dall’azienda FinFisher, venduto a una trentina di governi. I criminali invece usavano la vulnerabilità Word per diffondere un malware di nome Latentbot, usato per rubare credenziali o cancellare l’hard drive delle vittime.

La stessa FireEye, in un diverso report uscito qualche settimana fa, metteva in guardia dal fatto che i cybercriminali si starebbero avvicinando sempre di più alle capacità di alcuni attori statali, lanciando attacchi più sofisticati. Ma anche spostandosi da un mondo all’altro, al punto che i ricercatori non sempre riescono a tracciare una linea netta. E c’è chi nota come, d’altro canto, gruppi statali stiano saccheggiando sempre di più strumenti di attacco open source.

Uno scorcio di questa commistione si è intravisto nell’aggressione a Yahoo del 2014, per la quale recentemente il governo americano ha incriminato due noti cybercriminali e due funzionari dell’Fsb, i servizi segreti interni russi. Una vicenda bizzarra che, qualora le accuse statunitensi venissero confermate, aggiungerebbe una tessera illuminante nel mosaico complicato delle relazioni digitali (e non) fra Russia e Stati Uniti. E della zona grigia che specie in alcuni Stati avvicina attività cyber statali e criminali.

In Danimarca ci sono due mari che non si mescolano mai: potere della fisica

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noemi penna



Due mari che si toccano, combaciano ma non si mischiano mai. A offrire questo straordinario spettacolo della natura è Skagen, punta più estrema del Nord della Danimarca: una lingua di terra dove s'incontrano lo Skagarrak (il Baltico) e il Kattegat (mar del Nord). Le due correnti provengono da direzioni opposte: qui s'incontrano ma non defluiscono l'uno nell'altro ma si scontrano creando una sorta di confine accompagnato da un effetto cromatico altamente suggestivo.

Nessun mistero però: ciò è possibile perché questi mari hanno diverse temperature, densità e salinità. Caratteristiche fisiche che creano una sorta di barriera invisibile sotto l’increspatura costante formata dai due moti ondosi opposti. Il luogo da cui apprezzare appieno i diversi blu dell'acqua che si scontra senza mai mischiarsi è Skagen, nell’isola maggiore dello Jutland: un villaggio di pescatori illuminato da una luce costante e armoniosa che permette di catturare immagini da cartolina.

Per via delle forti correnti, però, è praticamente impossibile fare il bagno fra i due mari. E' possibile bagnarsi solo rimanendo vicinissimi alla riva. Ma a incantare anche dalla spiaggia è la luce, così come l'orizzonte, dove le diverse nuance di azzurro dei mari si fondono con quelle del cielo.

La lunga attesa di Carlo il viziato che da 70 anni vuole fare il re

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vittorio sabadin


Una foto del 2014 che fece scalpore: Carlo con l’uniforme saudita a Riad

È sempre un problema quando un membro della famiglia reale britannica deve andare in bagno durante una visita. Se la regina Elisabetta è ospite ad esempio in una casa privata, una delle sue dame di compagnia si accerta il giorno prima che vi siano asciugamani bianchi nuovi e che tutto sia pulito, e raccomanda alla padrona di casa che quel giorno nessun altro usi il bagno riservato alla Sovrana. Il principe Carlo ha invece risolto una volta per tutte il problema in modo pragmatico, e ha deciso di portare sempre con sé, in una valigia affidata a un valletto, una tavola del water di pelle, che viene spostata di bagno in bagno. Lo conferma la scrittrice americana Sally Bedell Smith nella biografia Prince Charles: The Passions and Paradoxes of an Improbable Life, edita da Random House e ora distribuita anche in Gran Bretagna.

Bedell Smith, che ha dedicato biografie ai Kennedy, ai Clinton, a Lady Diana e alla regina Elisabetta, riconosce che è difficile scoprire qualcosa di nuovo su un personaggio del quale si parla quasi ogni giorno da ormai 70 anni, ma consultando amici e conoscenti del Principe è riuscita a venire a conoscenza di alcuni particolari inediti. Non si era mai sentito, ad esempio, che Diana fosse solita picchiare il marito sulla testa quando lui si inginocchiava la sera per pregare, com’è abituato a fare fin da bambino. Non si sa per quale ragione la Principessa lo tormentasse così. L’unico indizio viene forse dal viaggio di nozze sul Britannia, quando Diana andava in sottoveste sul ponte di poppa a distogliere Carlo dalle sue letture e gli diceva: «Vieni in cabina a fare il tuo dovere».

Il Principe del Galles, scrive Bedell Smith, non lascerà il trono al figlio William, come molti ipotizzano. Si prepara al ruolo di re da 68 anni e nessun essere umano ha mai approfondito così tanto e per così tanto tempo il lavoro che sarà chiamato a fare. Lui deve ancora cominciare a svolgerlo a un’età nella quale la gente comune è già in pensione da un pezzo, ma non si farà certo da parte. E poi Carlo, come molti altri a palazzo, giudica William e Kate ancora non pronti ad affrontare i severi impegni della monarchia. Secondo l’ultima biografia, l’erede al trono sarebbe anzi un po’ arrabbiato con il figlio e con la nuora, accusati di essere pigri e di usare ogni occasione pubblica per farsi fotografare come divi di Hollywood. La Regina li ha già richiamati all’ordine, obbligandoli ad abitare a Kensington Palace e a presenziare a un numero maggiore di impegni istituzionali.

Carlo, scrive Bedell Smith, è un po’ viziato e vuole per sé solo le cose migliori. E’ anche collerico, non sopporta di essere contraddetto e non esita a licenziare fidati collaboratori per la minima mancanza. Non sopporta di viaggiare sugli aerei di linea, anche se in prima classe, e vorrebbe poter disporre solo di voli privati. Ora che il Queen’s Flight, la flotta aerea della Regina, non c’è più, Carlo deve lottare con il governo per poter disporre del Voyager, l’Airbus 330 della RAF riservato al primo ministro e ai membri della Royal Family. Chi chiede per primo l’aereo lo ottiene, e Carlo e Camilla lo hanno dunque usato nel recente viaggio in Italia mentre il premier Theresa May, meno svelta, si è dovuta recare in Arabia Saudita noleggiando un charter. La nuova biografia non è tenera con Diana. E’ vero, Carlo la tradiva con Camilla, ma solo dopo che lei gliene aveva già combinate di tutti colori.

La verità è che non avrebbero dovuto sposarsi: Carlo, che lo sapeva, la sera prima del matrimonio ha pianto alla finestra di Buckingham Palace, guardando il Mall che nella notte già si riempiva di gente. La vita con Diana è stata così difficile, a causa della bulimia, del comportamento erratico e degli sbalzi d’umore improvvisi della Principessa, che Carlo ha dovuto ricorrere per 14 anni all’aiuto di Alan McGlashan, uno psicoterapeuta che aveva già cercato di aiutare Diana, ma senza alcun successo. Sarebbe stato meglio se il Principe avesse sposato un’altra. Magari la figlia di Nixon, Tricia, che il presidente americano gli mise alle calcagna per tutto il viaggio negli Usa, sperando invano che si accendesse una scintilla.

La biografia di Bedell Smith è stata recensita ieri sul Times da Ysenda Maxtone Graham, che ha fatto ricorso al collaudato sarcasmo con il quale spesso si giudicano le opere degli ex coloni americani quando insistono nell’occuparsi di cose per loro incomprensibili, come la monarchia britannica. Maxtone scrive che il libro va dunque letto «con accento americano», cita a discredito la frase «come si vede in Downton Abbey» ripetuta continuamente, e l’uso di exhibit al posto di exhibition per parlare delle mostre che visita Carlo. Ma tutto questo si può perdonare. Imperdonabile è invece scrivere che Camilla «indossa abitualmente» i «pants», che in americano significa pantaloni, ma in inglese vuol dire mutandine.

“Insulti alle giovanissime del Toro Femminile”: il presidente ritira la squadra dal torneo

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paolo accossato

Roberto Salerno si rivolge alla Procura Federale per far luce sugli insulti che le ragazze avrebbero ricevuto dalla compagine maschile del Bruino. Il presidente avversario: «Falso»



Un nuovo episodio di intolleranza getterebbe di nuovo ombre pesanti sul calcio giovanile, dopo gli insulti omofobi delle scorse settimane. Il presidente del Torino Calcio Femminile, Roberto Salerno, annuncia - anche online su Facebook - il ritiro dal torneo della squadra delle Giovanissime (tra i 13 e i 15 anni), che sarebbe stata presa di mira da pesanti insulti nel match contro la Bruinese maschile. Il presidente della squadra sotto accusa, Andrea Taramasco, nega categoricamente e annuncia azioni legali. Salerno, in un comunicato, dice anche di voler ricorrere alla Procura Federale: «Il Torino calcio femminile - si legge - non intende far passare inosservate le gravissime discriminazioni omofobiche subite dalla Squadra Giovanissime durante la partita giocata ieri contro la Bruinese (maschile), nel corso del Torneo di categoria di Giaveno».

Prosegue il presidente Salerno: «Secondo una precisa ricostruzione, la squadra avversaria, con i suoi Giocatori e Dirigenti nonché con la sua tifoseria, ha, ripetutamente, fatto oggetto le ragazze del TCF di gravissime espressioni omofobiche e di scherno che hanno obbligato i nostri Dirigenti a richiedere, addirittura durante la partita, l’intervento del Direttore di Gara». Il presidente del Torino Calcio femminile definisce «condotta gravissima» ciò che è avvenuta, e sottolinea che l’aggresione verbale «è iniziata prima della gara e si è protratta anche dopo il suo termine con il concorso di persone maggiorenni, condizionando gravemente il normale svolgimento di una competizione sportiva e turbando la sensibilità delle ragazze».

Il preside della Bruinese maschile, Andrea Taramasco, contrattacca e annuncia azioni legali contro chi diffama la sua squadra: «La partita si è svolta regolarmente, senza alcun insulto». Anche Taramasco ha diramato in mattinata un comunicato ufficiale della società: «L’incontro si è concluso 7-0 con un referto dell’arbitro in cui non sono stati segnalati comportamenti antisportivi». Sottolinea: «Alla luce delle testimonianze dei presenti all’incontro e degli organizzatori del torneo, la Polisportiva si dichiara assolutamente estranea ai fatti e si avvalerà dei propri legali affinché la verità sia portata alla luce: è increscioso accusare la Bruinese che da anni agisce sul territorio promuovendo eventi di carattere sociale ed educativo, come il trofeo femminile che si sta disputando in questi giorni, il trofeo delle donne in programma per il 26 maggio e il torneo “un calcio al bullismo” fissato per il prossimo primo giugno».

Durante il match l’allenatore della Bruinese è stato espulso, ma anche su questo fatto le opinioni divergono. Salerno sostiene sia stato allontanato dal campo proprio per gli insulti lanciati dalla sua squadra, mente il presidente della Bruinese dice che le ragioni non siano assolutamente quelle. 

La Lancia Kappa dell’Avvocato va all’asta

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mattia eccheli (nexta)

Secondo gli esperti di Catawiki, l’auto vale fra i 39 e i 52 mila euro



Due proprietari, il primo dei quali è stato l’Avvocato, cioè Gianni Agnelli, e sicuramente diversi passeggeri illustri, uno dei quali fu la Regina Elisabetta, nel 2000. L’esperto di Catawiki, il sito di aste online che secondo il Financiale Times è al 13° posto fra le società cresciute più in fretta in Europa nel 2016, ha stimato il valore della sua Lancia Kappa con motore diesel da 3.0 litri da 225 cavalli fra i 39.000 ed i 52.000 euro.



A poche ore dal debutto in rete (da mezzogiorno della vigilia di Pasqua) sulla piattaforma che è arrivata in Italia poco più di due anni fa, i rilanci sono ancora pochi. La fine dell’asta è fissata per il 27 di aprile ed è quasi certo che la maggior parte delle attività si concentreranno nelle ultime ore, se non negli ultimi minuti. Gli interessati devono saper aspettare.

L’auto è una dei quattro esemplari di questa serie speciale prodotta su richiesta dell’Avvocato. Il modello ha “solo” vent’anni – è stata fabbricata nel 1997 – ed è equipaggiata con il cambio automatico, una soluzione della quale Gianni Agnelli disponeva su diversi modelli, inclusa una Fiat 125 del 1968 e una Marea del 2001. Per lui, del resto, che poteva contare su una schiera di autisti, le macchine erano “un simbolo di libertà”, come aveva confidato all’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini.



La Lancia Kappa in versione limousine ha percorso appena 28.000 chilometri ed è naturalmente in “perfette condizioni”. Era stata anche fra i modelli esposti nel 2013 in occasione della mostra organizzata dal Museo Nazionale dell’Automobile di Torino per ricordare i dieci anni dalla scomparsa dell’Avvocato. La Lancia Kappa anticipa la collaborazione attuale del gruppo, di Maserati in particolare, con Ermenegildo Zegna, presso il quale Gianni Agnelli aveva scelto personalmente il rivestimento blu degli interni che doveva richiamare la profondità del mare. L’auto di rappresentanza dell’Avvocato (e non solo) ha anche il tetto in vinile.

Involuzioni

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jena@lastampa.it

Più si avvicinano le primarie e più Renzi mi ridiventa renziano.

Verbania, morta a 117 anni Emma Morano: era la più anziana del mondo

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 Pubblicato il 15/04/2017. Ultima modifica il 16/04/2017 alle ore 00:05

Da 137 giorni aveva superato il compleanno record


Il 29 novembre 2016 Emma Morano aveva festeggiato 117 anni (foto Danilo Donadio)

È morta oggi, vigilia di Pasqua, nella sua casa di Verbania all’età di 117 e 137 giorni Emma Morano. Era la persona più anziana vivente al mondo e la quinta nella classifica di tutti i tempi. Da anni ormai non usciva dalla sua casa di Pallanza, a pochi passi dalla collegiata di San Leonardo, e fino all’ultimo ha accolto nella sua abitazione dai giornalisti di tutto il mondo e studiosi dai cinque continenti curiosi di vedere quale fosse il segreto di longevità di questa donna. Le sue rispose spiazzavano per la spontaneità e la semplicità, così come la sua dieta - tra uova quotidiane e carne cruda - sorprendeva i cultori della sana alimentazione.

Originaria del Vercellese
Nata a Civiasco in provincia di Vercelli il 29 novembre 1899, la supercentenaria si era trasferita in giovane età a Villadossola e in seguito - per motivi di salute - a Pallanza dove è sempre rimasta lavorando in una industria tessile e fino a 75 anni al Collegio Santa Maria. Nel 1937 perse a soli sei mesi l’unico figlio e l’anno successivo allontanò il marito violento. In seguito ha sempre vissuto sola mantenendo immutabili ritmi di vita e alimentazione, tra cui le tre uova al giorno che il medico le consigliò in giovane età. Solo da un paio di anni la sua quotidianità aveva subito qualche modifica quando una badante la aiutava nelle faccende domestiche.

Onorificenze
E poi negli anni - man mano che passavano gli anni e i record - si sono moltiplicati i riconoscimenti. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano le aveva attribuito l’onorificenza di cavaliere e in occasione dell’Expo di Milano ha ricevuto la prima medaglia rosa al mondo coniata per l’evento e un biglietto d’auguri da Guinness dei primati dall’ambasciatrice Carla Fracci. Nel 2015 c’era stata anche la benedizione di Papa Francesco.

Il funerale sarà celebrato lunedì 17 alle 14 nella chiesa di San Leonardo a Pallanza. Emma riposerà per sempre nella tomba di famiglia nella sua Pallanza

Pasqua

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jena@lastampa.it



Come Berlusconi neanche i comunisti domani mangeranno l’agnello, non sono vegani ma preferiscono i bambini. 

Bruciare l’abisso

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L’Italia intera sta dibattendo di un libro senza averlo letto. È l’ultimo romanzo di Walter Siti, Bruciare tutto (Rizzoli), demolito su «la Repubblica» da Michela Marzano, parlamentare e scrittrice, perché le pagine contengono scene di pedofilia e scanzonati e ripugnanti consigli di uso dei bambini. E cioè l’«orrore», ha scritto Marzano. Lei il libro lo ha letto, gli altri no: il libro è in vendita soltanto da ieri, e però la discussione si è sviluppata sull’opportunità che un romanziere tratti temi così insostenibili, e per di più mettendosi nel punto di vista dell’orco con tutta la naturalezza della normalità.

Come è stato sostenuto da altri, se così fosse perderemmo molto Dostoevskij, quasi tutto Conrad, e poi Faulkner e il magnifico Caldwell e chissà quanti altri. Se un romanzo non contiene ambiguità morale, vale poco. Se un romanzo sa raccontare il peccato con empatia (non simpatia) per il peccatore, è un romanzo che ha già dato più di un po’. Chi si è sforzato di ricostruire Adolf Hitler mettendosi nella sua testa e nello spirito del tempo non ha portato una goccia di bene al ricordo di Hitler e di quel tempo, ma ha reso giustizia alla causa della Shoah, riconducendola a termini umani e per sottrarla all’incomprensibile e al sovrannaturale.

E invece tutto è comprensibile e tutto è naturale, tutto è umano, soprattutto il baratro che ogni uomo porta dentro, qualcuno affacciandosi e basta, altri calandosi fino in fondo. L’umanità ha nel cuore la possibilità dell’abisso: negarlo, e negarne il racconto, è una resa. 

La proprietaria ordina stuoia troppo piccola, ma il cane fa di tutto per non deluderla

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fulvio cerutti



Voleva fare un regalo al suo cane Kenny: una bella stuoietta dove potersi coricare. Ma quello che doveva essere un bel gesto si è trasformato in un mezzo disastro: per sbaglio ha ordinato quella di misura sbagliata, molto più piccola del suo cagnolone.



Eppure Kenny ha voluto ancora una volta dimostrare alla sua amica umana che è il compagno di vita che non ti delude mai: il cagnolone ha fatto del suo meglio per apparire comodo e contento, per non ferirla.



Di fronte a tanta sensibilità, la sua amica non poteva rimediare all’errore comprandone una nuova delle dimensioni perfette per rilassarsi.

Al capo di Huawei non piacciono gli smartwatch

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andrea nepori

Uno degli amministratori delegati del gigante di Shenzhen ha espresso dubbi sull’utilità degli orologi intelligenti, nonostante la sua azienda abbia da poco lanciato sul mercato il Watch 2


Huawei Watch 2

“Sono confuso dallo scopo degli smartwatch, visto che abbiamo sempre con noi uno smartphone”. Sono le parole con cui Eric Xu Zhijun, uno dei tre CEO di Huawei, ha espresso le proprie perplessità sul presente e sul futuro dei dispositivi indossabili da polso. L’AD di Huawei, uno membri del triumvirato che gestisce l’azienda con turni a rotazione della durata di sei mesi, ha esternato il commento durante il Global Analyst Summit, incontro annuale con analisti finanziari e giornalisti di settore che si è tenuto questa settimana a Shenzhen.

«Xu Zhijun ha chiarito in apertura al suo commento che non è abituato ad indossare un orologio», spiega Carolina Milanesi, analista di Creative Strategies che era presente all’incontro in Cina. «I nostri dati sul mercato USA mostrano che solo il 33% degli acquirenti di smartwatch non indossava alcun orologio prima di comprare il proprio wearable. Questo potrebbe in qualche modo comprovare che i consumatori non abituati a portare l’orologio potrebbero essere più difficili da convincere circa la necessità di indossare uno smartwatch o una fitness band.»

Le posizioni del CEO Xu sorprendono comunque, se non altro perché arrivano in concomitanza con la commercializzazione del Watch 2, seconda iterazione dell’indossabile di Huawei presentata poco più di un mese fa in occasione del Mobile World Congress di Barcellona. L’alto dirigente ha chiarito che il suo scetticismo è noto anche ai team interni che si occupano dello sviluppo del Watch: 
“Quando lo smartwatch team mi presenta varie idee con grande entusiasmo, io continuo a ricordare loro di considerare se vi siano necessità tangibili [per questo tipo di prodotto] sul mercato”, ha spiegato Xu.

Il commento del CEO di Huawei riassume le perplessità di molti esperti di settore. Fatto salvo l’Apple Watch, che secondo le più recenti statistiche di J.D. Power ha il più alto grado di soddisfazione tra i clienti che l’hanno acquistato, il resto degli smartwatch e degli indossabili da polso non convince chi l’ha comprato.

Giudicare l’andamento della categoria non è facile, perché praticamente nessun produttore (Apple, Huawei e Samsung comprese) ha rivelato finora numeri precisi sulle vendite degli smartwatch. L’unica possibilità è affidarsi ancora alle stime e alle considerazioni - tutt’altro che entusiastiche - degli analisti finanziari e di mercato. Secondo gli esperti di Forrester Research, ad esempio, buona parte degli acquirenti di uno smartwatch smette di usare il prodotto poco tempo dopo l’acquisto; per IDC - che stima in 49,2 milioni le unità vendute nel 2016 - gli utenti potenziali faticano a capire la proposta di valore del prodotto.

Servirebbe un punto di svolta, insomma, una “killer feature” che possa convincere anche i più scettici a mettere al polso un orologio smart. L’introduzione di una scheda SIM che possa rendere il dispositivo indipendente dall’accoppiamento con lo smartphone, ad esempio, è la soluzione tentata da Huawei con il Watch 2.

A Cupertino, invece, si lavora con insistenza sul fronte della salute. Secondo indiscrezioni recenti Apple sta investendo ingenti risorse sulla creazione di un sensore non invasivo per la misurazione di glucosio. L’introduzione di una simile innovazione su una versione aggiornata dell’Apple Watch potrebbe rivoluzionare la vita di milioni di persone affette da diabete e ridefinire la natura di un dispositivo ancora alla ricerca della propria identità.

Tutti i trucchi usati, nella grande fuga. Ma scappano solo i turisti

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marco menduni

Le ricerche del serbo autore di due omicidi proseguono da una settimana. Pioggia di disdette negli agriturismi. Il sindaco: “Ma qui non è il Vietnam”

«Non siamo sulle rive del Mekong», sbotta il sindaco Dario Mantovani. Un po’ ce l’ha con le descrizioni epiche di questi giorni, che vedono Igor il killer in fuga per territori inospitali e scenari da guerra in Vietnam. Ma il suo sfogo tradisce tutta l’inquietudine che, dopo una settimana di caccia all’assassino imprendibile, attanaglia questi territori e inizia a far anche danni collaterali. Piovono le disdette ai telefoni dei tanti agriturismi che costellano la zona, tassello fondamentale di un’economia che è al 90 per cento agricola: nessuno vuol correre il rischio di incontrare il delinquente sui sentieri. Il bar Leon d’Oro è zeppo e sarà pure una consuetudine dei giorni di festa, ma in realtà nessuno se la sente di star da solo in casa:

«Qualcuno l’ha visto correre nei campi e gli è balzato il cuore in gola», raccontano gli avventori. Fantasie, suggestioni? Oppure ha ragione la signora Maria Rossi, 90 anni, che ha visto un’ombra passare velocissima sul confine della sua proprietà e dirigersi verso la Vallazza, l’ex palude che corre verso il corso del Reno? «Ha fatto un balzo da felino ed è scomparso tra le piante», ha raccontato terrorizzata. Cristiano Lugli ha accompagnato i carabinieri nel suo podere fino al limitare, là dove c’è la casa del nonno Tony, 92 anni, sul Canale della Botte «Ha dormito qui, per terra, i cani molecolari non volevano più andarsene, il frutteto gli ha fatto da nascondiglio». Poi fa la domanda che tiene tutti nell’angoscia: «Mio padre vive da solo. Quando Igor avrà fame, potrà aggredire uno dei tanti anziani che vivono ancora così, da soli tra i campi?».

Non sarà il Mekong, ma sentite cosa racconta Remo Ariatti, cacciatore, che tutta la zona la conosce benissimo: «Un tempo la Vallazza era ben tenuta, ora è diventata un intrico di vegetazione dove non si passa. Non ce la fa nemmeno il mio cane». Mentre Igor continua a tenere in scacco chi lo bracca, non si va per il sottile: «Ci si muove con la ruspa, si disbosca così, per crearsi dei passaggi». Difficile pensare di tener d’occhio quell’area con i droni: ci hanno provato, ma un attrezzo volante ha colpito la cima di un albero e si è schiantato giù, inghiottito da quel bosco fitto e oscuro come quello che proteggeva la Malefica della Bella addormentata nel bosco. Drone perduto. È possibile ancora oggi, dopo sette giorni di caccia all’uomo, che Igor possa esser qui, che riesca ad alimentarsi e a dormire?
«Sì, è possibile, qui i partigiani si nascondevano per settimane».

È possibile che mille uomini non riescano a stanarlo? Ugualmente possibile. Anche perché si va con mille cautele ogni volta che si perquisisce un casolare abbandonato. Igor spara subito, non lascia il tempo di pensare. Così come ha fatto quando ha sparato contro le due guardie forestali: 5 colpi a segno, esplosi mentre fuggiva, un morto (ieri si sono celebrati i funerali di Valerio Verri, con la partecipazione del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti) e un ferito. È un cecchino, sa usare le armi, con sé ha ancora un fucile e le due pistole sottratte alle vittime. Di arrendersi, come ieri ha chiesto ancora monsignor Massimo Manservisi, vicario del vescovo di Ferrara («deponi le armi e costituisciti»), non ha alcuna intenzione.

Il dna lo ha confermato. Igor ha dormito in alcuni giacigli di fortuna. Ci sono anche tracce di sangue. Si è infilato nei corsi d’acqua con la precisa consapevolezza di ingannare il fiuto dei cani. Non solo. Lo confermano ora anche i carabinieri: nei primi giorni si è gettato nei canali a ogni passaggio dell’elicottero a raggi infrarossi, per evitare che il calore del corpo potesse tradirlo. Così la caccia continua. A Igor, ma anche a chi avrebbe potuto aiutarlo durante questa fuga. Chi potrebbe essere il complice, la persona che gli ha concesso un rifugio almeno per prender fiato? Si cerca nei campi e nei boschi, ma si scava anche nel suo passato.

Nelle celle telefoniche della zona in cui ha ucciso la guardia, dopo l’assassinio brutale del tabaccaio di Budrio il primo aprile. Sulla base di un semplice sillogismo. Se il dna ha confermato che Igor è in realtà il serbo Norbert Feher, autore degli ultimi due delitti (e ora anche fortemente sospettato di almeno un altro caso irrisolto, un omicidio in una cava, sempre vicino a Ferrara) e Norbert è anche l’uomo che amava ritrarsi su Facebook, quei post sul social network partivano da qualche utenza. La ricerca ha portato alla scheda di un telefonino, ovviamente intestata a un’altra persona. Anzi, si è scoperto che Igor ha utilizzato nei mesi almeno tre sim, tesserine telefoniche, diverse, sempre appartenenti ad altre persone: c’è anche una donna.

Sono già state interrogate, negano qualunque contatto con il fuggiasco dopo il fattaccio di Budrio. Ma l’esistenza di un complice, prima accolta con scetticismo, si è fatta sempre più strada man mano che i giorni sono passati. 

Il gran bazar delle armi: mai così dalla Guerra Fredda. In testa sauditi e cinesi

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andrea malaguti

Effetto Trump sul pianeta. Il mercato mediorientale cresce dell’86%. Decisiva la cyber-sicurezza. In Italia mancano soldi e regia comune


L’Italia ha ordinato 90 caccia multiruolo di quinta generazione F35 della Loockheed Martin. Ognuno costerà 93 milioni di euro

L’uomo d’affari Trump ha messo le pistole sul tavolo. E il mondo ha deciso di accettare le regole del nuovo gioco. Quanta paura dobbiamo avere dopo il lancio sull’Afghanistan della Moab, mother of all bombs, l’ordigno più potente mai immaginato dopo la bomba atomica? Quale sarà il prossimo passo? E sono le guerre ad alimentare il mercato delle armi o è il mercato delle armi ad alimentare le guerre? Dubbio antico. E se Papa Francesco ha ragione quando dice: «Fermate i signori della guerra, la violenza distrugge il mondo e a guadagnarci sono loro», allora il più cinico speculatore del pianeta è il Presidente degli Stati Uniti. E il primo ministro italiano, Paolo Gentiloni, in questa piramide nera si colloca alle sue spalle ad appena sette scalini di distanza.

Nella classifica mondiale del commercio bellico, che i Paesi occidentali hanno ribattezzato con qualche ragione e molta ipocrisia «mercato della difesa», gli Stati Uniti sono al primo posto con il 33% delle armi esportate, seguiti dalla Russia (23%), dalla Cina (6,2%), dalla Francia (6%), dalla Germania (5,6%), dalla Gran Bretagna (4,5%) e dalla Spagna (3,5%). Quindi ci siamo noi, che ci accaparriamo il 2,7% della torta. Sono i Paesi ricchi a produrre, a guadagnare e qualche volta a bombardare. Quelli in crescita, o in conflitto, a comprare, a sparare e a morire. Missili, aerei, navi, droni, cannoni, carri armati. La corsa al riarmo, cominciata quattro anni fa e impennatasi in questi mesi, non è mai stata così intensa dai tempi della Guerra fredda e lo scenario internazionale mai tanto complicato.

L’ultimo rapporto Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), scienziati svedesi amanti della pace che tengono sotto controllo le fibrillazioni della terra, restituisce con chiarezza la dimensione della crescita globale: più 8% negli ultimi quattro anni. E il 2017 registrerà l’accelerazione più netta di questa stagione rischiosa. Solo l’Europa rallenta. «Quando Donald Trump ha annunciato un aumento di 54 miliardi di spesa militare per l’anno in corso e ha chiesto ai Paesi della Nato di fare la propria parte, l’effetto domino è stato immediato», dice una fonte americana molto qualificata che preferisce restare anonima del colosso Lockheed Martin. Lo stesso gruppo che produce e vende, anche all’Italia, gli imbattibili, costosi e contestatissimi caccia multiruolo di quinta generazione F35.

Escalation
Ventitré dei 28 Paesi dell’Organizzazione del Trattato Atlantico del Nord (Roma inclusa) si sono impegnati ad aumentare la spesa militare fino al 2% del pil entro il 2024. Un obiettivo ambizioso, e forse irraggiungibile, che secondo l’Istituto di Studi Strategici di Londra equivale a un investimento di 100 miliardi di dollari. «Siamo preoccupati che si possa scivolare in una nuova spirale di riarmo», ha detto il vice-cancelliere tedesco Sigmar Gabriel parlando delle crescenti tensioni tra Russia e Nato. Quella preoccupazione in queste ore è diventata certezza. E fino a quando una fornitura di missili Tomahawk costerà quanto il giro d’affari di una piccola capitale europea, sarà difficile invertire la tendenza. Anche di questo Gentiloni discuterà con Trump nella visita a Washington del 20 aprile. 

L’istituto di studi strategici britannico segnala che la Cina avrebbe destinato alle sue forze armate il 40% in più dei duecento miliardi di dollari dichiarati ufficialmente. Il Giappone ha portato il bilancio della difesa a 44 miliardi e l’Arabia Saudita ha aumentato la spesa militare da 80,7 a 85,4 miliardi di dollari (una cifra pari al 13% del proprio pil). La Russia, che pure spende un diciottesimo della Nato, dal 2010 ha investito 500 miliardi di euro e la Germania ha portato il suo bilancio annuale a 37 miliardi. Era davvero necessario?  Difficile rispondere lucidamente mentre la portaerei Carl Vinson, classe Nimitz, propulsione nucleare, fa rotta verso le coste coreane, la Cina litiga con il Giappone, il conflitto nello Yemen mette a rischio la vita di nove milioni di persone, l’Isis insanguina anche l’Europa e Putin e Assad si scontrano con Washington per il disastro siriano.

«E’ complicato stare tranquilli in un mondo come questo», dice Guido Crosetto, presidente dell’Aiad, la federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza. «In attesa della difesa europea, la scelta di stare dalla parte degli Stati Uniti è l’unica possibile. E non è vero che le armi producono guerra. La storia degli ultimi 70 anni racconta il contrario». È davvero così? Secondo Gianandrea Gaiani, esperto di conflitti e direttore di AnalisiDifesa.it «la corsa agli armamenti arricchisce gli Stati Uniti, ma anche la Russia». E quando Trump chiede agli alleati investimenti più significativi ottiene due risultati: alleggerire l’impegno militare americano e arricchirne l’industria interna. L’Europa compra, gli Stati Uniti incassano. «Non sono sicuro che gli interessi degli Usa e i nostri siano sovrapponibili.

Le tensioni con la Russia e i conflitti in Libia e Ucraina dicono di no. E anche l’acquisto degli F35 da parte italiana. Ci servirebbero se dovessimo andare a bombardare Mosca o Pechino. Ma credo che non sia in programma. Si blatera tanto di difesa europea, ma intanto sostituiamo gli Eurofighter con aerei le cui tecnologie sono e rimangono nelle mani di Washington». E in attesa del passaggio dagli Eurofighter agli F35 l’Italia si trova a gestire due linee di aerei. «Che è come tenere due Ferrari in garage ma non avere abbastanza soldi per il bollo e la benzina», dice Gaiani.

Mentre l’Europa marcia in ordine sparso, senza neppure prevedere una ministeriale dei titolari della Difesa, a livello globale paura e business crescono di pari passo. Multinazionali come Microsoft, Google e Amazon spendono 50 miliardi di dollari per lo sviluppo dei cosiddetti prodotti dual use. Software nati per scopi civili che diventano decisivi per navi, aerei, carri armati ma anche per la cybersicurezza, nuova frontiera dello scontro planetario. Che succede se un hacker entra nei sistemi di rifornimento energetici di un Paese? Quanto dura una nazione senza acqua e luce?

Cyberwar
L’ingegnere del Gruppo Elettronica dice: «Guardi le immagini». Un missile sparato a spalla parte da terra in direzione di un elicottero. Lo disintegra? «No, lo salviamo». Non è una cosa semplice da spiegare. Ma in definitiva sull’elicottero sono stati montati dei sensori che appena sentono arrivare il pericolo - e lo sentono in tempo reale - imbrogliano il razzo facendogli deviare la traiettoria. «Così salviamo i piloti e i mezzi». Mostra una sofisticata piattaforma alle sue spalle. Sarà lunga cinque metri. Uno spazio sufficiente a simulare una serie di situazioni di guerra. «La tecnologia è completamente nostra», dice l’ingegnere. Tecnologia che parte da Roma e rifornisce le forze armate di 28 Paesi.

Elettronica si occupa di protezione di piattaforme militari e ha un giro d’affari di duecento milioni. «Le esportazioni valgono il 60% del nostro fatturato. Il quadro geopolitico, la legge navale e la debolezza dell’euro ci hanno dato una mano. E dal 2015 abbiamo ricominciato a crescere», dice Domitilla Benigni, numero due di un gruppo capace di lavorare sui Typhoon e sulle fregate europee multi missione. Il prossimo business è la sicurezza cibernetica. Attraverso una joint venture tra Elettronica e la modenese Expert System, è nata Cy4Gate leader nello sviluppo di algoritmi di intelligenza semantica. «Siamo in grado non solo di difenderci, ma anche di attaccare», dice Eugenio Santagata, ceo del gruppo.

Competenze preziose. Che il Paese utilizza male. Eppure il Libro Bianco della Difesa riconosce la centralità delle reti informatiche e la necessità di creare un comando interforze, una sorta di Pentagono italiano, che coordini le attività cyber. La Nato ha riconosciuto il cyberspazio come quinto dominio della conflittualità (gli altri sono aria, mare, terra e spazio), la Germania ha dato vita a un cyber esercito di 13.500 uomini e anche la rete italiana per il disarmo e l’osservatorio sulle spese militari italiane, riconosce la delicatezza della nuova emergenza. «Le guerre sono fatte sempre meno con i cacciabombardieri e sempre più con armi informatiche in grado di mettere in ginocchio un paese con un clic», dice Francesco Vignarca, coordinatore della Rete. Riflessione che ne produce un’altra: le spese per la difesa sono distribuite razionalmente?

Il governo italiano ha stanziato 150 milioni nel 2016 - stanziamento non confermato per il 2017 - destinati per un decimo alla polizia postale e per l’importo restante ai servizi segreti. Come se la cybersicurezza fosse un problema solo civile e non militare. Un equivoco che consente a molte aziende di sottrarsi ai controlli della difesa nell’esportazione di software dual use. O è superficialità o è mancanza di consapevolezza. «Io mi limito a registrare la mancanza più elementare di una azione concertata», dice Santagata, segnalando che il Israele il business della cybersecurity vale il 5% del pil. «Siamo indietro. Ma il treno non è ancora partito. Il tempo per salire a bordo è questo», dice Domitilla Benigni.

Le spese italiane
In attesa di salire sul treno, le 112 aziende italiane del comparto difesa danno lavoro a 50 mila persone e fatturano 15,3 miliardi l’anno. Cifre significative, anche se Clemens Fuest, ex capo dell’Ifo Institute di Monaco, avverte che «aumentare le spese per la difesa sottrae denaro per istruzione, ricerca, salute, infrastrutture e difesa dell’ambiente». Che cosa vale di più? Il bilancio ufficiale della difesa dice che la spesa militare è ferma a 20 miliardi, circa l’1,2% del pil, ma il rapporto dell’osservatorio Milex aggiunge a quella cifra 3,3 miliardi, segnalando un aumento del 21% della spesa dal 2006. Il boom non sarebbe tanto a carico della Difesa, quanto del Mise (il ministero dello Sviluppo economico) che lo finanzia con mutui onerosissimi «Il ministero dello Sviluppo economico impiega larga parte dei proprio fondi per la difesa.

Tutti soldi che non vanno alle forze armate ma all’industria. E questo spiega la forte resistenza del complesso militare industriale al controllo del Parlamento sulle spese militari», dice Vignarca. Eppure, anche se i meccanismi di spesa restano opachi, l’investimento complessivo è in linea se non inferiore a quello dei partner europei. «Non spendiamo troppo. Il problema è che spendiamo male. L’esempio della cybersecurity è evidente. E bisogna tenere presente che ormai la produzione rappresenta solo il 30% dei costi. Il restante 70% è logistica», dice Massimo Artini, vicepresidente della commissione difesa della Camera. Così i dubbi che restano sul tavolo sono sempre più radicali. Dobbiamo immaginare il nostro futuro difensivo con l’Europa o con gli Stati Uniti? E dobbiamo immaginare di limitarci a dare un apporto logistico o cominciare a sparare? Servirebbe una discussione aperta.

Che non esiste. O che è imbarazzante fare.Fonti del ministero della difesa spiegano che per quanto la difesa comune europea sia non solo auspicabile, ma persino necessaria, è difficile immaginare di realizzarla in tempi brevi. «In Europa non esiste neppure una commissione difesa». E così mentre il Vecchio Continente decide che cosa fare di sè, «quanto» e «come» investire, Trump sgancia bombe enormi, Pyongyang evoca la guerra nucleare, la Cina sostiene che il conflitto piò scoppiare da un momento all’altro e Mosca si dice molto preoccupata. «Trump vuole una Cina più debole e da questo punto di vista niente sarebbe di meglio di un conflitto tra Pechino e Pyongyang», dice Gaiani, rilanciando senza volere la domanda delle domande: siamo di fronte a una escalation inevitabile, necessaria, provocata ad arte, o figlia della pazzia? 

La guerra dei ggesucristi

ilgiornale.it
Nino Spirlì



… E facciamoci due risate! Mentre i Grandi della Terra affilano unghie e testate nucleari; mentre in giro per tutta l’Italia decine di bastardi maledetti ammazzano mogli e fidanzate, quasi sgozzassero agnelli per la tavola di Pasqua; mentre un’armata di  clandestini  senza documenti e senza nome sciama per tutta l’Europa in attesa di poterla occupare definitivamente; mentre furfanti dell’est, del sud, del nord e dell’ovest ci entrano in casa per rubarci le ultime due lire che ci son rimaste e manco in galera vanno, nel mio paesello del cuore della Piana di Gioia Tauro, un tempo così ricco da sfiorare l’onore di divenire quarta “provincia” della Calabria, litigano i preti, i santi e anche i ggesucristi.

Vi racconto, poi chiarisco.
Erano quasi le 21.00 di ieri, Venerdì Santo, ed ero immerso nelle preghiere poco prima che muovesse la Via Crucis. Ad un tratto, mi sento battere delicatamente sulla spalla. Era una signora che conosco e mi conosce da quando ero poco più alto di una lattina di CocaCola: “Nino mio, hai visto che tristezza? Quelli di San Giuseppe non partecipano alla Via Crucis condivisa: sembra che il loro parroco, in barba al messaggio cristiano e agli inviti di papi e vescovi, si sia rifiutato di unirsi agli altri due parroci del paese per le celebrazioni pasquali. Dicono che non voglia avere rapporti con le altre parrocchie e i loro responsabili… Quello lì ci sta dividendo anche le famiglie!”

Viva Gesù e la Sua Chiesa! mi son detto, amaro, fra me e me. Ma alla signora ho risposto con un sorriso e un pazienza. In verità, quel prete non mi è mai stato simpatico, da quando ha messo piede a Taurianova. Da quando scoprii che nella sua parrocchia l’ostia della Prima Comunione costava (e costa ancora, suppongo) centottanta euro; una messa in suffragio,  fra i quindici e gli X euro; matrimoni e funerali, poi, sembra abbiano “richieste di offerte” sostanziose… Non l’ho mai incontrato – né mai l’ho voluto fare – questo signore in tonaca, se non per interposta persona: il suo diretto superiore, quel vescovo Milito, dal visetto pacioccone a dispetto dell’indole,  che ha il suo daffare quotidiano fra preti pedofili, preti condannati, preti chiacchierati, preti chiacchieroni.

Insomma, una diocesi, quella di Oppido Mamertina – Palmi, in cui tanti buoni sacerdoti si trovano “impastati” con una massa di disadattati che ha scelto, non già la chiamata, ma il “mestiere di prete”.
“Quello di San Giuseppe”, tanto per fare un esempio, me lo lascia, qualche dubbio, sulla “chiamata”. Quello che sostiene pubblicamente dall’ambone il candidato cattocomunista alla poltrona di primo cittadino; quello che offende chi gli sta antipatico, scaricando improperi durante le omelie, che, in realtà,  dovrebbero trattare della Parola di Dio; quello che litiga coi Padri Cappuccini ospiti nel suo “territorio” e li scippa, per principio e dopo decenni, della messa al Cimitero (che, peraltro, nemmeno celebra, lasciando un intero paese senza benedizione il 2 novembre), o chiude le porte della sua chiesa (ormai semivuota) al passaggio della processione di Sant’Antonio organizzata dai Frati, o li perseguita con mille angherie.

Quello che, appunto, non vuole partecipare alla Via Crucis condivisa con gli altri parroci e le altre parrocchie cittadine, preferendo la solitudine e il rancore. Quello che chiede il modello ISEE ai genitori di un piccolo comunicando per verificare se realmente non possano permettersi i costi della Prima Comunione, ecco, quello non mi sembra un buon pastore che Dio abbia potuto voler chiamare a guida delle sue pecorelle. Costringere il proprio gregge all’odio e alla separazione è messaggio cristiano? Me lo chiedo io e se lo chiedono due terzi della cittadina. E l’ormai scontato silenzio del vescovo è rispettoso della Fede dei Taurianovesi, che si sono trovati a celebrare i Santi Riti Pasquali con la morte vera nel cuore?

Fossi al posto del responsabile della diocesi, allontanerei dal gregge il pastore, quantomeno,  maldestro. Se la guida vacilla, le pecorelle rischiano di cadere nell’abisso. E ci mancherebbe solo questo, mentre le bombe atomiche sono pronte a volare dall’Asia all’America e viceversa… Mah! Non sarà una notiziona, ma mi piaceva presentarvela, questa guerra dei ggesucristi scoppiata nelle lontane contrade del Sud. Un’altra squallida paginetta della pessima Chiesa che abbiamo ereditato da quando i seminari sono stati presi d’assalto da furbi, sconfortati, disastrati, confusi, egocentrici… Anticristi, direi…

Fra me e me, per augurarVi Buona Pasqua di Resurrezione. Se non proprio da morte, almeno dalle umane miserie.

Vespa, Fazio e Conti quasi fuori dalla Rai

ilgiornale.it
Alessandro Sallusti - Ven, 14/04/2017 - 15:13

Il cda ufficializza il tetto agli stipendi. Solo il governo può salvarli



Il consiglio di amministrazione della Rai ha confermato il tetto agli stipendi delle star tv, come stabilito nella legge di riforma dell'editoria. Ora solo un decreto del governo potrebbe salvare la Rai dalla fuga della sua prima linea, molto probabilmente indisponibile ad abbassare il proprio compenso sotto la soglia dei 240mila euro.

Parliamo, tanto per capirci e come esempio, di gente come Fabio Fazio e la sua squadra, la Clerici e, nel campo dell'informazione, Bruno Vespa.

La decisione è figlia di due fattori: la paura e la demagogia. La paura, dei consiglieri, è quella di dovere un domani rispondere in proprio, cioè con il patrimonio personale, di danni erariali che la Corte dei Conti potrebbe loro contestare. La demagogia è invece la malattia del nostro tempo, in questo caso un mix tra invidia sociale e patetico tentativo di assecondare l'onda dell'anti-casta che ha nei grillini i principali interpreti.

Cominciamo con il dire che le «star» della Rai non guadagnano tanto, ma tanto quanto il libero mercato dell'intrattenimento televisivo li valuta. Cioè guadagnano - salvo eccezioni sempre possibili - il giusto. Chi sostiene il contrario è solo divorato dall'invidia, dal rancore e dal devastante principio che dobbiamo essere tutti uguali. Aggiungiamo poi che, per quanto si risparmi su queste eccellenze, parliamo di cifre apparentemente importanti, ma talmente modeste che non un solo euro in più potrebbe finire nelle tasche dei pensionati al minimo o nelle necessarie ristrutturazioni di scuole e ospedali. Ma c'è di più: una simile decisione non farebbe che arricchire ancora di più dei privati già molto benestanti (gli editori di Mediaset, La7, Discovery e via dicendo) ai quali gli esodati Rai si offrirebbero con super sconto.

Ma a parte il destino di questi signori, che ovviamente non ci toglie il sonno, un livellamento al ribasso della Rai snaturerebbe la sua attuale duplice identità di tv pubblica e tv di mercato. Se si sceglie la prima opzione, che senso avrebbero oltre diecimila dipendenti, perché strapagare i produttori di Don Matteo o di Montalbano, perché produrre il Festival di Sanremo? Tanto varrebbe vendere reti e frequenze, fare cassa davvero e ritirarsi nella ridotta del canale unico al servizio del premier di turno. Altro che «prima azienda culturale italiana». Qui si sta andando verso «Tele Palazzo Chigi».

Microsoft, la Ue ostaggio dei suoi software. Così i governi si sono consegnati alla multinazionale

ilfattoquotidiano.it
di Maria Maggiore | 9 aprile 2017

L'inchiesta di Investigate Europe su come la pubblica amministrazione europea si è legata mani e piedi a un sistema di licenze con la società Usa
 
Microsoft, la Ue ostaggio dei suoi software. Così i governi si sono consegnati alla multinazionale

La Microsoft sembra rimasta indietro rispetto ai più dinamici campioni della Silicon Valley, Apple, Amazon, Google, Facebook, che ormai ritmano le nostre giornate a suon di smartphone, super computer, elettrodomestici e auto iper digitali. Ma il dinosauro di Redmond occupa una posizione da monopolista nei desktop della pubblica amministrazione, un settore, che da solo pompa il 30% dei ricavi dell’Information Technology in Europa. Eppure l’alternativa esiste e si chiama open source, software libero: chi sviluppa i codici li mette a disposizione della comunità, basta scaricare gratuitamente un programma e poi cercare l’assistenza sul web o pagare dei professionisti. Imprese locali. Senza la licenza che t’imprigiona a vita.

Il “Lock-in”, primo problema – Nel 2014, un tremito di panico ha attraversato i servizi digitali di Olanda, Regno Unito e le province tedesche di Berlino e della Bassa Sassonia. La Microsoft ha annunciato di sospendere il sistema di sicurezza di tutti i computer delle amministrazioni pubbliche, se i governi non si affrettavano a sostituire il vecchio Windows XP con Windows 7. Non c’era possibilità di negoziare. Risultato: solo per un anno il governo olandese ha dovuto sborsare 6.5 milioni di euro per un software di protezione del suo vecchio sistema operativo, prima di migrare verso il nuovo modello Microsoft. Lo stesso hanno dovuto fare le altre amministrazioni europee. Il problema si ripresenterà nel 2020, quando Microsoft aggiornerà i suoi sistemi operativi Windows. Perché l’amministrazione pubblica dei nostri Paesi è incatenata ai programmi Microsoft.

Gli esperti lo chiamano “vendor lock-in” essere legati a un solo venditore. I documenti sono tutti formattati con Windows. Questa dipendenza si è accentuata negli ultimi dieci anni. Spiega Martin Schallbruch, fino al 2016 capo del servizio informatico del governo federale tedesco: “Il lock in delle amministrazioni sarà un tema molto serio nel futuro, se non si agisce con investimenti importanti i nostri Stati rischiano di perdere il controllo sul proprio sistema informatico. È una questione di sovranità”. Diego Piacentini, il commissario voluto da Renzi per digitalizzare l’Italia, manager in aspettativa di Amazon, spiega: “Nella Pubblica amministrazione italiana ci sono tanti servizi che non sono utili e non si parlano tra loro. Il vero problema oggi è la mancanza di operabilità e questa la puoi ottenere non solo con open source, ma anche con un altro applicativo proprietario”.

Ma se si continua a investire in software e nuove applicazioni (l’anagrafe unica, le fatture on-line, i documenti on line) che si agganciano sempre al sistema operativo Windows, della Microsoft, non se ne uscirà più. “La Pubblica amministrazione non può e non deve essere ricattabile”, dice Flavia Marzano, Assessore IT al Comune di Roma, una lunga carriera come professore di Tecniche per l’Amministrazione Pubblica. “Devo avere il controllo sul software che controlla i dati dei miei cittadini”. Le istituzioni europee sanno, ma non agiscono – La Commissione europea conosce bene il problema della dipendenza. Nel 2013 ha pubblicato il rapporto Contro il lock-in, domandando una nuova politica per superare la dipendenza dai software proprietari. “Gli standard aperti creano concorrenza, spingono all’innovazione e fanno risparmiare denaro”, scriveva la Commissaria alla concorrenza Neelie Kroës quattro anni fa, quantificando in 1,1 miliardi di euro all’anno il costo della “non–concorrenza” nel settore pubblico.

Ma nulla si è mosso. L’anno prossimo scadrà un importante blocco di licenze alla Commissione. Occasione per cambiare? “No, firmeremo con la Microsoft, stiamo valutando le alternative, ma per il momento non ce ne sono, non possiamo bloccare tutto il sistema”, ha detto a Bruxelles Gertrud Ingestad, direttrice generale per le infrastrutture digitali. Eppure Google, Facebook e Skype (che appartiene a Microsoft) usano il sistema a codice aperto Linux. La stessa cosa per il controllo del traffico aereo europeo, per gli uffici fiscali di mezz’Europa (ma non in Italia), per la Marina olandese, per la gendarmeria francese. Tutti con Linux. La Difesa italiana diventa libera – Alla caserma De Cicco, a Roma, il generale Camillo Sileo sta portando avanti una rivoluzione. Tre anni fa, in spirito di spending review, ha proposto ai suoi superiori di tagliare il costo delle licenze Microsoft, 28 milioni di risparmi in 4 anni. Il ministero della Difesa ha accettato.

Microsoft non l’ha presa bene: si racconta che il Capo del servizio commerciale della Microsoft sia volato da Redmond per impedire questa migrazione, ma niente. Sileo e il suo staff tecnico avevano preparato bene il colpo, con uno studio che spiegava perché era possibile migrare a LibreOffice (il software open source per i computer fissi). “Abbiamo scoperto che solo il 15 per cento degli utenti usa appieno Office, cioè Word, Excell e Power Point, per il resto il desktop è come una macchina per scrivere. Non c’era quindi bisogno di pagare tutte queste licenze”. È partito LibreDifesa: da settembre 2015 ad oggi sono stati cambiati 33.000 computer, si arriverà a 100.000 nel 2020. E nei tre corpi della Difesa, l’Esercito, la Marina e l’Aviazione. “Abbiamo preparato questa migrazione con l’aiuto di LibreItalia, un’associazione no profit che diffonde l’open source nella Pa italiana”.

Dietro al generale Sileo, per sei mesi, c’era l’occhio attento di Sonia Montegiove, presidente di LibreItalia, un’informatica della Provincia di Perugia. Sileo mostra due schermi con i due software da lavoro, Office e Libre Office. “Sono uguali”. Solo che uno costa 280 euro a utilizzatore, ogni tre anni, l’altro è gratuito e lo posso cambiare come voglio. Sonia Montegiove spiega che altre Pa italiane sono passate a Libre Office: “I comuni di Bari, Verona, Trento, Assisi, Norcia, Todi, la Provincia di Perugia e il consiglio regionale dell’Umbria. Alcuni altri hanno migrato, ma non vogliono farlo sapere, per paura della Microsoft”. Vietato disturbare il gigante – In Italia il codice per l’amministrazione digitale o CAD, esiste dal 2005 ed è stato riveduto già tante volte. Però l’impianto resta:

“Le pubbliche amministrazioni acquisiscono programmi informatici, dopo una valutazione comparativa tra (nell’ordine): “software sviluppato per conto della pubblica amministrazione; riutilizzo di software sviluppati nella Pa; software libero o a codice sorgente aperto; software fruibile in modalità cloud computing e software di tipo proprietario”. Prima il software libero e poi quello proprietario. Peccato che non ci siano sanzioni, né incentivi. E dunque chi si avventura verso l’open source, rischia di scontrarsi con Microsoft. Nella provincia di Bolzano per quattro anni un’equipe di quattro funzionari ha lavorato a tempo pieno al viaggio verso Libre Office: si risparmiavano 500 mila euro di licenze il primo anno e 1 milione ogni anno successivo.

Ma nel 2014 cambia la giunta e il 12 aprile 2016 viene approvata una nuova delibera in cui si annuncia un contratto con la Microsoft, 5,2 milioni su tre anni per andare sul Cloud (il software O365). Delibera votata dopo aver chiesto a una società “indipendente”, la Alpin di Bolzano, di dire la sua tra LibreOffice, Google a sempre Microsoft. La Alpin, che nel suo sito fa promozione di prodotti Microsoft e chiede a chi cerca lavoro di saper usare i suoi programmi operativi, in sei giorni e con un compenso di 12 mila euro, conclude che ormai è un’esigenza andare sul cloud, quindi meglio restare con la Microsoft. Ma lo stesso responsabile IT, Kurt Pöhl, nella delibera di aprile ammette: “La banda non è pronta a sopportare una tale migrazione verso il cloud”. Intanto da maggio 2016 la Provincia versa 150 mila euro al mese nelle casse della Microsoft per un programma non ancora installato.

Nella Regione Emilia Romagna la Microsoft ha dovuto essere più generosa: a ogni utilizzatore in regione sono state date quattro licenze in più, da usare privatamente, più cinque licenze per smartphone e 5 per tablet. E un nuovo contratto è stato firmato. “La nostra priorità non è fare la guerra a Microsoft”, risponde l’onorevole Paolo Coppola (Pd), presidente di una Commissione parlamentare d’inchiesta che dovrebbe dirci come vengono usati i 5,2 miliardi che ogni anno la pubblica amministrazione spende sul digitale. “Noi dobbiamo insegnare agli italiani ad usare un computer. Se i big ci possono aiutare, ben vengano”. Ma quanto si spende per le licenze ? Nessuno lo sa. Né in Italia, né in Germania, in Francia, in Portogallo. La pressione sui dipendenti Microsoft è altissima, ogni tre mesi ricevono una graduatoria sulle loro prestazioni.

“Se per due anni non vai bene, ti propongono un pacchetto di soldi, ma ti mandano a casa”, ha raccontato un impiegato italiano. “Le licenze vengono fatturate dall’Irlanda, da noi tutto si concentra sulle vendite, sulla lobby”. “Microsoft sa benissimo quante licenze vengono taroccate e da chi, lo sa da subito, ma non si muove, fin quando non sente aria di bruciato”, spiega un funzionario pubblico. Poi si negozia, diciamo, e di solito arriva il super sconto: “Azzerano le licenze non pagate, installano un nuovo software che ci permette di andare sul cloud e sul totale tolgono ancora il 30-40 per cento. Difficile rinunciare”. Le strane gare della Consip – La potenza politica della Microsoft è evidente. Nel Regno Unito i suoi finanziamenti ai partiti politici sono pubblici, ma un ex-consulente IT dell’ex premier Cameron, Rohan Silva, ha rivelato le minacce della società americana al governo conservatore: niente fondi in caso di passaggio all’open source.

In Portogallo, il giovane manager Microsoft Mauro Xavier è stato scelto dal capo del partito conservatore Pedro Coelho come capo della sua campagna elettorale nel 2011, per poi tornare in azienda dove oggi è a capo dell’Europa orientale. E continua a consigliare i governi portoghesi sulle migliori scelte in materia digitale. In Francia Investigate Europe ha trovato almeno cinque impiegati al ministero degli Interni e della Difesa, membri dello staff del ministero, con regolare indirizzo mail e telefono fisso, ma pagati da Microsoft e con un profilo da consulenti o venditori dentro l’azienda americana. Roberta Cocco è assessore al comune di Milano per la trasformazione digitale: in Microsoft dal 1991, ex direttore del Marketing in Italia e ha quasi quattro milioni di dollari in azioni Microsoft, per ora congelate.

In Italia, come in molti altri Paesi, i prodotti Microsoft vengono venduti attraverso delle gare pubbliche della Consip (società del ministero del Tesoro, azionista unico). Ogni due anni in media la Consip apre un bando chiamato “Enterprise agreement per prodotti Microsoft”, la concorrenza è già tagliata fuori. Chi li vince? A ruota la Telecom o Fijutsu che rivendono dunque software, hardware e servizi della società americana. Una volta firmata questa Convenzione, le Pa non hanno più bisogno di andare a gara, firmano contratti sulla base dell’accordo Consip: 5 milioni qui, 10 là, i soldi vanno tutti in Irlanda da dove la Microsoft fa partire le fatture per le licenze. Abbiamo chiesto a vari avvocati in diversi paesi europei se lanciare bandi per una sola società, fosse in linea con le norme europee sugli appalti pubblici.

“Non aprire ad altri fornitori è una chiara violazione della direttiva Ue sugli appalti”, risponde Matthieu Paapst, un avvocato olandese tra i massimi esperti in materia. “Il problema è che la Commissione europea è la prima a non rispettare le regole, firmando contratti con la Microsoft senza un bando pubblico”. “Cominciare una causa costa tempo e denaro”, spiega Marco Ciurcina, un avvocato torinese che nel 2006 vince una causa contro il ministero del Lavoro che voleva acquistare 4,5 milioni di licenze Microsoft. L’associazione Assoli riuscì a far bloccare l’acquisto per non rispetto della concorrenza. L’avvocato Ciurcina oggi però pensa ad altre soluzioni: “Non si può cambiare il sistema per vie legali. Deve cambiare la consapevolezza politica”. Microsoft non ha mai voluto rispondere alle nostre richieste d’interviste, nè dalla sede europea, né da molte sedi nazionali, tra cui l’Italia.