venerdì 14 aprile 2017

DisFatti Quotidiani

ilgiornale.it
Alessandro Sallusti - Mer, 12/04/2017 - 14:54



In qualsiasi ambito professionale se uno commette un grave errore e non lo giustifica in modo convincente, per prima cosa nell'ipotesi più soft - viene sospeso, in attesa di accertare la verità, per evitare altri guai.

Succede per gli amministratori delegati delle società, per i medici, per i piloti di aerei (anche per noi giornalisti) per chiunque insomma abbia responsabilità importanti nei confronti della comunità. Succede per tutti meno che per i magistrati e per i loro collaboratori più stretti. Prendiamo John Woodcock, pm di Napoli che ha avallato un falso per incastrare il padre di Matteo Renzi.

È vero che tutti siamo uguali di fronte alla legge (e a Dio) ma diciamo che in questo caso Tiziano Renzi era un po' meno uguale, nel senso che il suo caso andava trattato con rigore assoluto perché avrebbe potuto (in parte è avvenuto) cambiare il corso della politica italiana, essendo ovvie le ricadute sul figlio Matteo. Parliamo quindi di un errore compiuto salvo prova contraria in malafede o comunque con una inaccettabile leggerezza - che non poteva accadere perché dovevano essere certi i controlli e le verifiche prima di dare in pasto il tutto all'opinione pubblica.

Uno quindi si aspetterebbe che il magistrato e i responsabili materiali del falso venissero immediatamente allontanati dal caso (meglio se dal mestiere). E invece niente. Woodcock e i suoi uomini continueranno è notizia di ieri a indagare sull'affare Consip come se nulla fosse. Per di più con il dente avvelenato con i colleghi romani che li hanno smascherati e quindi in cerca di rivincite e vendette.

La questione sta imbarazzando non poco. Marco Travaglio, avvocato difensore delle toghe (e dei grillini indagati) cerca di liquidare la faccenda come farebbe un bambino scoperto a fregare la merendina al compagno. E che sarà mai: «Non è la prima e non sarà l'ultima volta che un investigatore sbaglia», ha scritto ieri. E ancora: «Un errore spiacevole ma umanamente comprensibile».

A parte che non parliamo di un «errore» ma di un «reato» (un capitano è indagato per falso), davvero vogliamo chiudere la faccenda con uno «spiacevole»? Spiacevole è arrivare tardi a un appuntamento, tramare contro lo Stato producendo falsi verbali è da matti. Non spiacevole ma pericoloso è che un magistrato e una procura che hanno attentato, sbagliando mira, alla famiglia di un leader politico continuino a fare il loro mestiere. Anche perché Woodcock, come noto, «non è la prima e (purtroppo) non sarà l'ultima volta che sbaglia». Sarà anche «umanamente comprensibile», ma adesso sarebbe ora di dire basta.

Volkswagen Tipo 181 “Pescaccia”, Suv cabrio senza sapere di esserlo

lastampa.it
simonluca pini (nexta)

Nato come progetto militare, arrivò nel 1969 nelle concessionarie italiane; aveva solo due ruote motrici e l’aspetto da fuoristrada


Leggendo i dati delle immatricolazioni del primo trimestre 2017 in Europa, si vede chiaramente come i Suv stiano conquistando clienti mese dopo mese, con la Volkswagen Tiguan a ricoprire il ruolo di regina delle vendite. Oltre 45 anni fa, per la precisione nel 1969, il termine Suv non esisteva ancora ma il marchio tedesco aveva già pensato a un mezzo per la vita all’aria aperta battezzato Tipo 181. 

Venuto alla luce circa una decina d’anni prima, il progetto realizzato da Volkswagen fu avviato per rispondere alle richieste della Nato per la realizzazione di un veicolo militare leggero da ricognizione unificato. Nel 1966, a causa delle specifiche richieste dell’Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord, Volkswagen abbandonò il progetto destinato all’uso militare. Fu però poi ripreso nel 1968 in Messico, per offrire un mezzo più resistente rispetto al Maggiolino prodotto dall’anno precedente a Puebla. Il debutto del modello europeo arrivò al Salone di Francoforte del 1969, mentre in Italia fu presentata al Salone di Torino dove fu ribattezzata Pescaccia.


Pescaccia, la “spiaggina” tedesca

Con una carrozzeria Torpedo a cinque posti, con capote in tela o tetto rigido asportabile, la Volkswagen 181 si andava ad inserire nella nicchia di mercato delle cosiddette “spiaggine” confrontandosi con concorrenti come la Citroën Mehari o la Mini Moke. Derivata meccanicamente dalla Volkswagen 1500, la Pescaccia si differenziava per le sospensioni rinforzate con ammortizzatori più lunghi, soluzioni che garantiva un’altezza da terra minima di 20 centimetri. Il motore, posizionato posteriormente, erogava 44 cavalli sull’asse posteriore ed era abbinato ad una trasmissione a quattro rapporti. 

Bene in fuoristrada nonostante le due ruote motrici
Nonostante la trazione a due ruote motrici la scoperta tedesca si trovava a suo agio anche in fuoristrada, escludendo ovviamente i passaggi più impegnativi destinati alle 4x4, anticipando così di quasi 50 anni i Suv a due ruote motrici. Discorso completamente diverso per quanto riguardava la guida su asfalto, dove la velocità massima di 110 km/h e l’abbondante rumorosità di marcia ne limitavano l’utilizzo sui lunghi tragitti. A bordo lo spazio era ottimo per quattro persone, mentre per il quinto passeggero mancava un appoggio regolare per la schiena a causa dello schienale posteriore diviso in due. 


Costava come un’Alfa Romeo 1300 Super
 
Oltre alla filosofia costruttiva e alla polivalenza d’uso, la Pescaccia condivide con i Suv anche il prezzo di listino “importante”. Nel 1970 era commercializzata al prezzo di 1.550.000 lire, a cui si potevano aggiungere accessori come il differenziale autobloccante. Per fare un paragone con le vetture dell’epoca, una Opel Kadett (paragonabile all’attuale Opel Astra) tre porte in versione base partiva da 850.000 lire. Con una cifra poco superiore al prezzo di acquisto della Volkswagen Pescaccia, ovvero 1.595.000 lire, si entrava in possesso dell’Alfa Romeo 1300 Super, berlina lunga 4.16 metri e spinta dal motore 1.3 litri da 103 cavalli. 

Comprare oggi una Pescaccia
Se vi è venuta voglia di acquistare un’auto d’epoca in grado di portarvi in spiaggia o da usare in montagna (preferibilmente d’estate), la Volkswagen Pescaccia potrebbe essere il modello che state cercando. Quanto vale il Suv d’antan prodotto dal marchio di Wolfsburg? Cercando tra gli annunci online di vetture in Italia, si parte da circa 5.000 euro per esemplari da restaurare, fino a superare i 16.000 euro per una Pescaccia in ottime condizioni. 

Il mistero della cittadella perduta della Siberia a cui gli archeologi non sanno dare risposta

lastampa.it
noemi penna



Un mistero ancora da svelare. A cent'anni dalla scoperta, l’isola perduta di Por-Bajin è ancora un capitolo da scrivere. Stiamo parlando di un particolarissimo sito archeologico sperso nel lago Tere-Khol, nella Repubblica Russa di Tuva, in Siberia, di cui non si sa nulla. 



Da anni gli studiosi di tutto il mondo stanno cercando di determinare quale fosse la sua destinazione d'uso: i ritrovamenti hanno spinto gli archeologi ad ipotizzarne diverse alternative, ma ancora oggi non si sa nulla di certo su questa cittadella fortificata a forma rettangolare, che risalirebbe a 1500 anni fa.



  Ad aver costruito Por-Bajin, che tradotto significa Casa d'argilla, in mezzo al lago potrebbero essere stati gli Uiguri, un popolo nomade che ai tempi governava gran parte della Mongolia e della Siberia meridionale. La datazione di alcuni oggetti ritrovati nella cittadella, che si estende per 35 mila metri quadrati, rimanda all’Ottavo secolo ma sono talmente pochi e vari da non consentire l’identificazione e lo scopo della struttura.



La sua architettura ha fatto pensare in un primo momento che si trattasse di una fortezza o di una prigione. Oggi si sono aggiunte all'elenco delle ipotesi anche la possibilità che si possa trattare di una residenza estiva, di un monastero o addirittura di un osservatorio astronomico. 

All'interno delle mura perimetrali, che oggi raggiungono un’altezza di 12 metri, sono visibili le fondamenta di una trentina di edifici e due costruzioni centrali, comunicanti tra loro da un ponte. Non sono chiari anche i motivi dell'abbandono, anche se le strutture mostrano i segni di una serie di disastri. Ci sono infatti prove di almeno un terremoto che ha lasciato grandi crepe nei muri, così come di un incendio, alimentando storie e leggende sul suo misterioso passato.

Aerei, più biglietti che posti. Come difendersi dall’overbooking

lastampa.it
emanuele bonini

Polemiche dopo il caso del medico Usa portato a forza a terra. Ma in Europa viaggiatori protetti

Preso, sollevato contro il suo volere, strappato a forza dal sedile da tre uomini che non si sono fermati neanche di fronte alle grida. Il tutto davanti agli occhi dei passeggeri convinti di essere pronti a partire, ma che al posto delle consuete dimostrazioni di sicurezza hanno visto un uomo trascinato per le braccia, lungo tutto il corridoio dell’aereo. Una scena che ha scioccato quanti si trovavano sul volo Chicago-Louisville della United Airlines, pronto al decollo all’International Airport di Chicago.

La compagnia statunitense ha pensato di risolvere così un caso di overbooking, la pratica che consente di vendere lo stesso posto a sedere a più persone. Una decisione che ha però turbato il resto del velivolo, suscitando le polemiche dopo che un video girato da una delle persone a bordo è stato messo in rete ed è diventato virale. United Airlines l’ha combinata grossa. L’ha ammesso anche la stessa compagnia in una nota, in cui condanna l’accaduto e annuncia un’inchiesta. 

La pratica delle sovraprenotazioni nel trasporto aereo non è di per sé vietata, ma i modi scelti per trovare una soluzione al problema non hanno precedenti. È accaduto che l’aerolinea ha chiesto, come sempre avviene in casi analoghi, se qualcuno fosse disposto a rinunciare di propria spontanea volontà al volo, ma volontari non sono stati trovati. Si è dunque estratto il nome dello sfortunato passeggero, quello poi portato via a forza. A nulla è valsa l’identità del malcapitato, che ha dichiarato di essere un medico con la necessità di tornare a Louisville per ragioni di lavoro. Ma spetta a chi opera il volo decidere come comportarsi, e questo vale anche in Europa, con la differenza che nell’Ue le compagnia devono decidere quale indennizzo dare e non trascinare via le persone.

Se un caso di overbooking analogo si fosse presentato in uno scalo europeo, su un volo di una compagnia europea, tutto sarebbe finito. La legislazione comunitaria del 2004 prevede che si neghi l’imbarco. In altre parole, quando il volo è pieno, è pieno. Di fronte a più persone che hanno acquistato lo stesso posto a sedere, chi è già sul velivolo vi resta, chi è ancora nel terminal non viene fatto salire a bordo. Non vuol dire che questa è la soluzione. Anche la legislazione Ue prevede che di fronte a casi simili la compagnia debba cercare di convincere qualcuno a scendere, a condizioni che le parti devono concordare. Se anche così il nodo non si scioglie, chi opera il volo può vietare l’utilizzo del biglietto, facendo scattare i meccanismi di risarcimenti e rimborsi previsti dalla legislazione comunitaria, attenta comunque a garantire tutele minime.

Nemmeno l’Unione europea vieta la pratica dell’overbooking. Vacanze, viaggi e spostamenti degli europei dunque non sono al riparo da inconvenienti o disagi. È previsto che possano verificarsi, ma non è previsto che si possa prelevare qualcuno con la forza una volta che questo è sistemato al proprio posto, regolarmente riservato. Non si viene portati a terra, si resta a terra. In questo caso si garantiscono risarcimenti (da 250 euro a 600 euro a seconda della lunghezza della tratta), ma almeno è fatta salva l’incolumità del passeggero.

In caso di negato imbarco c’è sempre diritto al risarcimento. Ma solo chi è convinto a cedere il posto può avere diritto anche a scegliere tra rimborso, volo alternativo o spostamento della prenotazione a una data successiva, e assistenza. È bene dunque recarsi il prima possibile all’imbarco, per avere la certezza di non restare in piedi e non veder sfumare viaggio e vacanze. 

La legislazione comunitaria, con i suoi diritti e le sue tutele, non si applica in caso di volo che arriva in territorio comunitario da un Paese extracomunitario e gestito da una compagnia aerea extra-Ue. United Airlines, che collega Stati Uniti e Unione europea, potrebbe anche usare le maniere forti con cittadini europei. La compagnia ha promesso che non si ripeterà, ma è meglio non rischiare. 

I sensori di movimento dello smartphone possono rivelare dati sensibili

lastampa.it
enrico forzinetti

Una ricerca dell’Università di Newcastle ha dimostrato quanto sia facile rubare il PIN sfruttando le informazioni raccolte dal giroscopio. Ma il problema è molto più ampio



Avere uno smartphone con il maggior numero di funzionalità possibili è il sogno di ogni amante della tecnologia. Ma bisogna fare attenzione: all’interno del dispositivo i sensori che ci permettono tutte le attività possono essere pericolosi per la nostra privacy. A sottolinearlo è uno studio realizzato dall’Università di Newcastle e pubblicato sulla rivista International Journal of Information Security.
I ricercatori si sono occupati in particolare di quanto sia facile rubare il PIN per sbloccare il dispositivo sfruttando il giroscopio, un sensore che serve a rilevare i movimenti dello smartphone. Se al primo tentativo hanno raggiunto il 70% di possibilità di ottenere la combinazione giusta, alla quinta prova erano certi di avere il PIN corretto.

Ma il problema è più generale: gli studiosi hanno calcolato fino a 25 diversi sensori come il GPS, la fotocamera, l’accelerometro o l’NFC, tutti che raccolgono informazioni sull’uso che la persona fa del dispositivo. A questo si aggiunge il fatto che spesso l’utente non è a conoscenza di tutto ciò e in molte circostanze non sa che sta fornendo informazioni importanti sulla sua attività quotidiana.
«Alcune app e siti non richiedono il permesso di accedere alla maggior parte dei dati raccolti dai sensori - spiega Maryam Mehrnezhad, ricercatrice della School of Computing Science e autrice dello studio - Certi programmi possono silenziosamente ottenere questi dati per monitorare informazioni sensibili come l’attività fisica, le azioni che compiamo sullo schermo, il PIN o le password».

Guardiani, esploratori, guide o messaggeri: l’epopea dimenticata dei cani da guerra

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andrea cionci

“Arruolati” nei reggimenti di Bersaglieri e di Fanteria alla fine del secolo scorso e incaricati in molte missioni durante i due conflitti mondiali: così i cani hanno aiutato le forze armate italiane (e non solo)


Cani sull’Adamello

Se gli amici si vedono nel momento del bisogno, mai come in una situazione-limite come la guerra i cani si sono dimostrati fedeli compagni dell’uomo. I ruoli in cui vennero impiegati nell’’Esercito italiano furono i più vari: soccorritori, guardiani, esploratori, messaggeri, guide, robusti trasportatori di materiali, impavidi di fronte agli scoppi e alle esplosioni. Nelle nostre Forze armate questi animali posero al servizio del soldato le loro migliori capacità, a differenza di altri eserciti che se ne servirono, talvolta, per missioni suicide.

E’ pur vero che, fin dall’antichità classica, Greci e Romani avevano impiegato i cani durante le battaglie, anche per lanciare materiali incendiari contro i nemici, ma fu nel Rinascimento che questi animali iniziarono a comparire in modo organico e stabile nelle milizie. Dal 1800, in poi, il cane cominciò a essere messo alla prova in sempre nuovi addestramenti e impiegato sul campo tanto da meritare la prima medaglia. Si chiamava “Moustache” il mastino francese che, durante la battaglia di Austerlitz fu decorato perché aveva contribuito ad evitare che la bandiera del suo reggimento cadesse in mano nemica. 

In Italia, solo verso la fine del secolo scorso, reggimenti di Bersaglieri e di Fanteria “arruolarono” i primi cani con una fortuna crescente, che toccò il culmine durante le due guerre mondiali. Ancor oggi vi sono reparti cinofili nel nostro Esercito che, nelle aree a rischio dei teatri operativi, se ne servono principalmente – oltre che per compiti di sorveglianza - per scoprire, grazie al fiuto, armi, munizioni, e i temibili IED (improvised explosive device). 



La guerra di Libia (1911) fu il battesimo del fuoco per i nostri soldati a quattro zampe: furono inviati in Nord Africa circa 140 animali, prelevati sia dalla Regia Guardia di Finanza che da privati. Erano accompagnati da 12 soldati e fin da subito vennero impiegati nella ricerca dei feriti, nella sorveglianza e nel trasporto munizioni. Così come riporta l’Ufficio coloniale dello Stato Maggiore, la razza prescelta era quella del pastore sardo: “intelligente, di fiuto finissimo, aggressivo e molto adatto a segnalare nemici nascosti tra le fratte o arrampicati sulle palme”. I risultati soddisfacenti ottenuti sul campo furono testimoniati da quasi tutti i presidi italiani in territorio libico. 



Fu però con la Grande Guerra, che il cane, confrontato al mulo, dimostrò di offrire grandi e utilissimi vantaggi. L’Ufficio storico dell’Esercito ci ha fornito una relazione della brigata Pistoia, del 1916, che ben li descrive. “L’addestramento dei cani non richiede molto tempo, e presto si abituano allo scoppio vicino dei proiettili d’artiglieria. Rispetto ai muli, i cani possono giungere, allo scoperto, in maggiore prossimità della prima linea e il loro mantenimento è di pochissimo costo”.

Il cane infatti, consumava metà della razione di pane e carne giornaliera del soldato e si accontentava dei rimasugli delle cucine. Se il mulo, per il quale, fra l’altro, occorreva un mangime specifico, aveva bisogno di almeno 30-40 litri d’acqua al giorno, al cane ne bastavano 3 o 4. Inoltre, non aveva bisogno del maniscalco e, ben più degli equini, si rivelava resistente agli agenti atmosferici. I cani, inoltre, potevano essere reperiti ovunque e con facilità, tanto che nella Prima guerra mondiale, fra i reparti, vi erano cani di tutte le razze, perfino incroci. 



Ciò che più colpisce è che, a fronte della frugalità del suo mantenimento il cane aveva capacità di trasporto altamente competitive rispetto al mulo. Se quest’ultimo poteva essere caricato a soma con un massimo di 100 kg, il cane poteva trasportare, tramite apposita carretta, ben 60 kg. Appaiato a un altro esemplare, poteva trainare, quindi, un peso addirittura superiore rispetto a quello del mulo. Da non sottovalutare, la spesa per la sua attrezzatura da tiro che era quasi dieci volte inferiore rispetto a quella dell’equino. Nella carretta, spesso si alloggiavano le cassette di munizioni per il fucile ’91 mentre nel basto potevano essere inseriti 30 pacchetti di cartucce, o due proietti d’artiglieria da 87 mm.

La velocità del cane era di circa 5-6 km/h e giornalmente poteva percorrere fino a 27 km. Essendo più piccolo e agile del mulo, inoltre, era sottoposto a una mortalità minima sul campo di battaglia. In una relazione del canile militare di Bologna al Comando supremo si riscontrava una sola perdita, su 30 animali, in quattro mesi di servizio in prima linea. Nel 1916, al fronte, prestavano la loro opera 478 cani, da pastore, da caccia e meticci, dotati di 16 carrette, 182 bastelli e 110 slitte. L’Intendenza emanò una direttiva per il buon trattamento degli animali che dimostra quanto fossero preziosi per il Regio esercito: i conducenti dovevano essere loro affezionati, pulire spesso la cuccia e alimentarli con dosi sufficienti di pane, pasta, carne, riso, latte. Infine, erano tenuti a farli riposare un giorno a settimana. 



Fra i due conflitti, il programma sui cani da guerra conobbe un ulteriore sviluppo. Alla fine degli anni ’30 esisteva un Centro militare apposito presso l’XI Corpo d’Armata di Udine. Qui si selezionavano e addestravano con grande cura solamente pastori tedeschi, destinandoli soprattutto al collegamento, alla guida e al trasporto di ordini, divisi rigorosamente per il tipo di impiego. Aumentarono anche i requisiti per il personale addetto, che doveva essere “volontario e volonteroso, di buon carattere, senza precedenti politici o penali, alfabetizzato e unicamente dedito alla cura del cane”.

Per le bestie furono ideati anche specifici ricoveri antigas, essendo poco pratico provvedere ad apposite maschere. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, l’uso di questi animali fu più limitato rispetto al precedente conflitto, anche grazie allo sviluppo dei mezzi di trasmissione. Furono, però, esplicitamente richiesti, nel 1940, sulla frontiera egiziana, dalle piazzaforti di Tobruk e Bardia: si rivelarono fondamentali come porta ordini, quando i telefoni venivano distrutti dal fuoco nemico, o quando le sabbie, sollevate dal ghibli, rendevano impossibile l’uso di mezzi ottici. 

Dal deserto alla neve: la funzione dei cani come trasportatori di viveri, munizioni, feriti, sopravvisse al fianco dei reparti di Alpini sciatori che, legandosi alle slitte, oltre a guidarli ne venivano anche trasportati. Il pastore tedesco, già ampiamente selezionato e addestrato in Germania presso la scuola di Kummersdorf, ad uso dell’esercito e della polizia germanici, si era imposto non solo in Italia come razza più affidabile per questi impieghi, ma perfino in Giappone dove la fanteria li utilizzava per i collegamenti. 


Durante il secondo confitto mondiale, i cani furono, tuttavia, utilizzati anche in modo cruento dall’esercito sovietico. Il generale Ivan Panfilov fu l’ideatore dei cosiddetti cani-mina. Si trattava di animali addestrati a cercare il cibo sotto i carri armati; venivano poi dotati di un ordigno anticarro e, dopo un adeguato periodo di digiuno, lanciati contro i mezzi corazzati nemici. Il percussore della mina, costituito da una asta rivolta verso l’alto, quando urtava contro il fondo del carro nemico esplodeva, sacrificando l’animale e distruggendo il mezzo.

Il cane-mina, tuttavia, si rivelò un vero boomerang per i russi, sia perché il morale dei soldati ne risentiva, al vedere costretta l’Armata rossa a simili espedienti, sia perché, a volte, le povere bestie non facevano troppe distinzioni di nazionalità e si infilavano anche sotto i carri armati sovietici. Vi fu un caso in cui un’intera divisione russa fu costretta a ritirarsi a causa di questo involontario “ammutinamento” dei cani-mina. 

Ecco i (soliti) pacifisti

ilgiornale.it
Alberto Giannoni e Marta Bravi



Puntuali come sempre da 70 anni, scendono in campo i pacifisti. No, non puntuali quando scoppia una guerra, non quando si consuma un genocidio, non quando un aggressore minaccia o uccide un aggredito. No, i pacifisti scendono in campo appena si muovono gli Usa.

Possono restare in silenzio per anni; anni di guerre civili, di stermini di massa, di morti innocenti fra civili, decenni di regimi comunisti assassini e violenti. E loro sembrano dormire o pensare ad altro. Ma appena si mette in moto una portaerei americana, appena parte un missile a stelle e strisce, fosse anche diretto verso un obiettivo militare, beh allora i pacifisti si svegliano dal loro torpore e scendono in campo, scendono in piazza. E cantano e ballano e firmano. A loro, in fondo, non interessa poi tanto che un qualche dittatore possa tenere un popolo intero sotto lo schiaffo della sua repressione.

I pacifisti sono indifferenti ai ludi borghesi della democrazia e dello stato di diritto. Non sanno, o non vogliono capire, che non c’è pace senza giustizia, senza libertà, senza democrazia. Per loro, per i pacifisti, basta che gli americani se ne stiano tranquilli in qualche ranch del Texas e tutto va benone. Basta che gli americani (soprattutto se repubblicani), ma anche Israele, non mettano il becco nelle cose del mondo. Se gli imperialisti restano isolati, allora non ci sono dittatori, né stermini, né genocidi. Anzi ci sono, ma è come se non ci fossero. Eccoli, i pacifisti (e un grande nonviolento, Marco Pannella, giustamente aggiungeva “con rispetto parlando”). In fondo sono solo comunisti con la bandiera arcobaleno.

E a questo fa pensare il sit-in che una miriade di sigle (con una manciata di militanti) ha pensato di animare in Galleria per dire che “Milano dice no alla guerra”. In Siria finora ci sono stati 500mila morti e 12 milioni di sfollati. Ma ci voleva un intervento di Trump per far sì che i pacifisti si accorgessero della tragedia di Damasco e Aleppo.

AlGia

"Gli errori capitano, ma hanno già deciso che Scarfato è colpevole"

repubblica.it

Travaglio sul caso Consip. Il direttore del Fatto annuncia una querela a Renzi


Corbis via Getty Images

Marco Travaglio ritorna sul caso Consip all'indomani delle nuove accuse lanciate nei suoi confronti dall'ex premier Matteo Renzi a Otto e mezzo. In un editoriale sul Fatto quotidiano, Travaglio sottolinea come "gli errori giudiziari per un'errata interpretazione o trascrizione sono tutt'altro che infrequenti". Il riferimento è all'indagine condotta dalla procura di Roma nei confronti del capitano del Noe, Gianpaolo Scarfato, a cui viene contestato di aver attribuito all'imprenditore Alfredo Romeo una frase, relativa a un incontro con Tiziano Renzi, padre dell'ex premier, che sarebbe stata invece pronunciata dall'ex parlamentare Italo Bocchino.

Travaglio punta il dito contro "i garantisti de noantri" che "hanno già deciso" che Scarfato "è colpevole (mentre tutti gli indagati di Consip sono innocenti)".
Scrive Travaglio
"L'ipotesi che, dopo mesi trascorsi a esaminare montagne di indizi e conversazioni, l'ufficiale abbia confuso Bocchino e Romeo in una riga dell'informativa (ma non nella trascrizione letterale né, ovviamente, nella relativa bobina) per un errore umano, è scartata a priori. Come è escluso in partenza che, se ha citato i pedinamenti dei servizi segreti senza avvertire i pm che uno dei possibili pedinatori era in realtà un innocuo passante è perché altri due personaggi non sono stati ancora identificati, e perché tutti i protagonisti dello scandalo conoscevano in tempo reale o addirittura in anticipo le sue mosse".
Il direttore del Fatto quotidiano si chiede: "Che interesse avrebbe un carabiniere a mettersi nei guai inventando false prove contro il suo comandante generale, il braccio destro e il padre del premier? E perché, se ha volutamente attribuito una frase alla persona sbagliata nell'informativa, non ha fatto altrettanto nella trascrizione della conversazione, aiutando la Procura a incastrarlo invece di mettere al sicuro il depistaggio?".

Travaglio annuncia una querela nei confronti di Renzi: "Ha diffamato il Fatto"
Il direttore del Fatto annuncia che denuncerà l'ex premier Matteo Renzi per diffamazione dopo aver definito il suo giornale a Otto e mezzo su La7 "Falso quotidiano".
"Con grave sprezzo del ridicolo, il signor Matteo Renzi a Otto e mezzo tenta di spostare l'attenzione dalle indagini, che coinvolgono suo padre e vari suoi amici, sul fatto quotidiano, che ha l`unico torto di raccontarle. Con grave sprezzo della verità, il signor Renzi sostiene che mi sarei sottratto a un'udienza di conciliazione nella causa civile intentata da suo padre al fatto quotidiano e al sottoscritto per alcuni articoli che riferivano spiacevoli (per lui) verità: si trattava invece di un`udienza di comparizione delle parti, che richiedeva esclusivamente la presenza degli avvocati. Con grave sprezzo del diritto, infine, il signor Renzi dimostra una scarsissima conoscenza della giurisprudenza (in cui peraltro risulterebbe laureato), asserendo che io sarei 'scappato' dal tribunale di Firenze. Si informi presso i suoi avvocati o si trovi qualcuno che capisca di leggi e scoprirà che nelle cause civili non è prevista la presenza dei denunciati, ma solo dei loro avvocati, trattandosi di processi che si celebrano in camera di consiglio sulla base di atti scritti".
"Ho una lunga esperienza di cause civili - ricorda Travaglio - intentatemi da personaggi ben più preoccupanti di lui e del suo babbo, per esempio dal suo co-riformatore costituzionale Silvio berlusconi, che a suo tempo ci provò più volte e uscì regolarmente sconfitto. Non ho avuto paura dei Berlusconi, dei Dell'Utri, dei Previti, figurarsi se mi spaventano le minacce di questo bulletto e della sua famigliola. Quando sarà denunciato da me e dal Fatto quotidiano, da lui diffamato ieri come 'Falso quotidiano', non mi meraviglierò della sua assenza dal tribunale né lo accuserò di 'scappare': preferirò credere che abbia finalmente deciso di mantenere la leggendaria promessa di ritirarsi a vita privata in caso di sconfitta al referendum costituzionale. Sconfitta che, casomai gli fosse sfuggita, si è verificata il 4 dicembre scorso".

Milena difende la sua creatura: "Attacchi strumentali della politica su Report"

repubblica.it

La giornalista respinge le accuse che arrivano dal Pd


Roberto Serra - Iguana Press via Getty Images

"Non ne ho seguito lo svolgimento, occupandomi d'altro, ma mi limito a registrare un fatto: la politica reagisce sempre allo stesso modo, non entra mai nel merito delle critiche sollevate, ma le strumentalizza a piacere. E questo non aiuta il Paese a migliorare e tantomeno a correggere le storture che sono sotto agli occhi di tutti". Milena Gabanelli, ex conduttrice di Report, non si tira indietro e difende il programma dagli attacchi arrivati dal Pd e rilanciati dall'ex premier Matteo Renzi a Otto e mezzo. Attacchi nati dopo l'inchiesta sull'acquisto de L'Unità e gli appalti del gruppo Pessina.
Interpellata dall'Ansa, la giornalista respinge le accuse, avanzate dal senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, di essere ancora l'autore "ombra" della trasmissione.
"Maurizio Gasparri, in qualità di membro della Commissione Parlamentare di Vigilanza, dovrebbe sapere che la sottoscritta ha lasciato definitivamente Report il 28 Novembre scorso, e che il nuovo conduttore, autore e responsabile si chiama Sigfrido Ranucci. Pertanto è offensivo nei confronti di entrambi sostenere che ne esercito il controllo".

Gli ergastolani: “Meglio l’eutanasia che la vita in cella”

lastampa.it
francesco grignetti

Provocatoria iniziativa nata nelle carceri italiane. Chiederanno le firme a una proposta di iniziativa popolare per consentire l’eutanasia volontaria per chi ha la condanna a vita



Viene dal carcere l’ultima provocazione: oltre 100 ergastolani hanno inviato una lettera al Garante nazionale per i diritti delle persone detenute, Mauro Palma, annunciando di voler avviare la raccolta di firme per una proposta di legge che dovrebbe permettere a chi sta scontando la pena dell’ergastolo, in particolare quella dell’ergastolo ostativo, quando la pena è davvero a vita e non è previsto alcun beneficio, di ricorrere all’eutanasia. Titolo della lettera, «Contro la pena di morte viva».
 
Il professor Palma, ricevuta la lettera, colto l’evidente «elemento provocatorio della richiesta», da parte sua ritiene giusto aprire un dibattito sull’ergastolo. C’è un illustre precedente. Papa Francesco, un paio di anni fa, scrivendo di suo pugno un messaggio alla Commissione internazionale contro la pena di morte, sosteneva che «la pena dell’ergastolo, così come tutte la condanne che per la loro durata rendono impossibile per il condannato progettare un futuro, può essere considerata una pena di morte nascosta». Se ne parlò per qualche giorno, poi il nulla. 

Scrivono ora gli ergastolani che l’idea è nata riflettendo su quei Paesi europei che hanno legalizzato l’eutanasia, e seguendo l’appassionato dibattito in Belgio che ha accompagnato l’eutanasia di una giovanissima affetta da depressione. La lettera è un pugno nello stomaco: «Se a una ragazza di 24 anni - scrivono - è stato concesso di morire per sua volontà, nonostante con i giusti aiuti si può guarire per depressione, perché non autorizzare l’eutanasia ad ergastolano privo di ogni possibilità di avere una sola gioia di vita? Vivere per decine di anni in una stanza aspettando la vecchiaia e poi la morte è la tortura più perversa e crudele che un uomo possa ricevere». 

Belve

lastampa.it
jena@lastampa.it

Gli abitanti della pianura padana temono la belva di Budrio, il resto del mondo quella di Washington.