giovedì 6 aprile 2017

Nelle fortezze fantasma della Seconda Guerra Mondiale abbandonata nel Mare del Nord

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nodmi penna



Fortini sul mare abbandonati da oltre sessant'anni. In Gran Bretagna, sull'estuario dei fiumi Tamigi e Mersey, si ergono dall'acqua sette spaventose fortezze marittime, le Maunsell: piccole piattaforme costruite durante la Seconda Guerra Mondiale come torri di difesa, circondate da mine navali. Un quartier generale con trincea «acquatica» nel Mare del Nord che prende il nome dal suo ideatore, l'ingegnere Guy Maunsell, ancora oggi «off limits».



I lavori di realizzazione furono completati nel 1942 per proteggere la Gran Bretagna dalle incursioni tedesche.  Ai tempi, i fortini erano ben più di sette: alcuni erano stati costruiti vicini alle spiagge ma sono stati smantellati a causa dell'instabilità del fondale. Ma la maggior parte del quartiere militare è andata distrutta durante i combattimenti: le vedette Maunsell sono infatti state il bersaglio di 22 aerei tedeschi, 30 razzi e una motosilurante.



Uno dei forti sopravvissuti è stato speronato da una nave norvegese nel 1953: l'impatto uccise quattro persone e distrusse la struttura, nonché le tecnologie custodite al suo interno, compresi armi e radar. Un altro fortino è stato invece distrutto da una tempesta nel 1996. Insomma, un borgo desolato e decadente, annoverabile nell'elenco dei luoghi abbandonati più suggestivi e spettrali al mondo.




Ma le cose potrebbero cambiare. Questo angolo della desolazione potrebbe essere trasformato in un resort di lusso. Il destino delle fortezze fantasma dipende dall'Operation Redsand Forts, il progetto di recupero e conversione voluto da David Marriot Cooper. Il costo della riconversione delle fortezze Maunsell si aggira intorno ai 35-40 milioni di dollari, con un ritorno annuo di circa 15 milioni. La progettazione è stata affidata allo studio Aros Architects, che ha previsto la realizzazione di appartamenti di lusso, un centro benessere e un centro ricreativo con servizi da milioni di sterline a notte, raggiungibili solo in elicottero o in catamarano, proprio come su un'isola privata extra lusso.

Cassazione: la scritta “attenti al cane” non salva il proprietario

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“Cave canem” non salva il padrone. Chi possiede un cane - avverte infatti la Cassazione - «non può dirsi esonerato dal custodire adeguatamente l’animale dal sol fatto di aver apposto un cartello con la scritta “attenti al cane”. Un tal genere di cartello - proseguono gli “ermellini” - costituisce mero avviso della presenza del cane, che certo non esaurisce gli obblighi del proprietario di evitare che l’animale possa recare danni alle persone».

Per questa ragione, la Cassazione - con la sentenza 17133 depositata oggi - ha accolto il ricorso del Procuratore della Repubblica di Palermo contro l’assoluzione dal reato di lesioni colpose emessa dal Giudice di pace di Palermo in favore del proprietario di un cane di grossa taglia che, sfuggito alla custodia, aveva morso il postino entrato nel vialetto di casa per consegnare una lettera nonostante sul cancello ci fosse il cartello che metteva in guardia sulla presenza non troppo amichevole del quattro zampe.

Ad avviso del giudice di merito, il postino “Puccio” aveva fatto male a non arrestarsi davanti all’avvertimento e la sua entrata «aveva costituito un fatto imprevedibile e non evitabile dal custode del cane, ed inoltre non sanzionabile perché verificatosi all’interno di una proprietà privata». Per questo Ettore C., il padrone del `cagnone´ mordace era stato assolto.

Ma la Suprema Corte non ha condiviso questa scelta ritenendo non solo che l’indicazione sulla presenza del cane non sia assolutamente sufficiente a escludere la responsabilità per i eventuali morsi dal momento il proprietario ha obblighi «che vanno adempiuti assicurando il cane ad un guinzaglio o ad una catena, ovvero custodendolo in una zona del giardino che non gli consentisse di avvicinarsi agli estranei o di scappare».

Gli “ermellini”, quindi, hanno dato ragione al ricorso del Pm che ha sostenuto anche che «l’ingresso di un postino presso un’abitazione privata è una attività assolutamente ordinaria e prevedibile da parte del proprietario dell’animale» che non può ritenersi «esentato da responsabilità per avere apposto un cartello con la scritta “attenti al cane”».

Il cane da guardia di questa vicenda era sfuggito alla presa della figlia del suo padrone e aveva morso il postino che, in divisa e con il casco in mano, avanzava sul vialetto della villetta con il braccio proteso in avanti per porgere una lettera. Secondo la Cassazione, il verdetto assolutorio deve essere annullato con rinvio perchè è uno sbaglio sostenere che «il cane non avrebbe attaccato il postino se questi non fosse entrato nella proprietà» laddove occorreva verificare se «una adeguata custodia, ove adempiuta, avrebbe impedito l’evento». 

Il più antico trattato di pace della storia? Una tavoletta di terracotta di 5 mila anni fa

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emanuele bonini

Il Consiglio europeo ospita il reperto con cui venne siglato l’accordo di buone relazioni tra Ebla (a 60 chilometri da Aleppo) e Abarsal, città sulle rive del fiume Eufrate



La testimonianza storica della diplomazia, l’esempio millenario della costruzione di pace. Nel giorno della conferenza sugli aiuti per la Siria, la sede del Consiglio europeo ospita il trattato internazionale più antico della storia dell’umanità. Si tratta della tavoletta di terracotta su cui è inciso l’accordo di buone relazioni tra Ebla (antica città del III millennio a.C., i cui resti si trovano a circa 60 chilometri a sud-ovest di Aleppo) e Abarsal, città che gli archeologi non sono riusciti a identificare e che ritengono si trovasse sulle rive del fiume Eufrate.

Il reperto risale al 2.350 a.C. circa, ed è stato portato a Bruxelles per una mostra inaugurata oggi alla presenza dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue, Federica Mogherini, in una pausa dei lavori della conferenza. “Gli stessi che oggi hai riunito attorno al tavolo, 4.300 anni fa facevano la pace”, le parole rivolte a Mogherini da Francesco Rutelli, presidente dell’associazione “Incontro di civilità” promotrice dell’iniziativa.



L’accordo internazionale più antico della storia vuole offrire un messaggio simbolico, e la scelta di aprire l’esposizione (ospitata fino al 21 aprile) con la riunione a livello ministeriale sulla Siria non è stata un caso. “Ebla, una nuova cultura, un nuovo linguaggio, a nuova storia”, questo il titolo della particolare esposizione, vuole offrire un contributo alla scrittura di una nuova pagina di storia siriana dopo sei anni di guerra civile. 

Il trattato internazionale sottoscritto tra Ebla e Abarsal inizia con la definizione dei due territori, contiene disposizioni relative al rifornimento d’acqua per le carovane, alla consegna delle merci, al controllo sul transito di viaggiatori stranieri nel territorio di Abarsal, con l’obbligo di informare la città di Ebla di ogni attività ostile, al commercio. Sulla tavoletta del III millennio a.C. è scritto anche che il re di Abarsal non poteva prendere i beni di cittadini di Ebla morti su suolo di Abarsal. La tavoletta venne rinvenuta all’interno delle sale degli archivi reali di Ebla, sito archeologico i cui scavi iniziarono nel 1964 dall’equipe guidata dall’italiano Paolo Matthiae. In Consiglio è stata ricostruita in scala 1:1 la sala dove è stata rinvenuta, così come trovata dai ricercatori.

Dopo la maglia rosa del Giro d’Italia il 20 maggio, il paese di Coppi sogna il Tour de France nel 2019

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franco bocca

In quell’edizione, oltre al 100° anniversario della nascita del Campionissimo, saranno trascorsi anche 70 anni dalla prima clamorosa doppietta Giro-Tour, a segno nel 1949



Le celebrazioni per Coppi sono scattate. Ieri è stata presentata a Castellania la partenza della tappa del Giro del 2017, che fra un mese e mezzo porterà la «carovana rosa» dal paese natale di Fausto a Oropa. Ma la frazione del Giro potrebbe essere un semplice «aperitivo». Nel 2019, infatti, in occasione del centenario della sua nascita, potrebbero arrivare a Castellania sia la corsa rosa sia il Tour de France.

Il direttore generale del Giro, cioè Mauro Vegni - ha svelato il sindaco Sergio Vallenzona - ha promesso che farà di tutto per far arrivare qui una tappa a cronometro». Ma nel 2019, oltre al 100° anniversario della nascita di Coppi, saranno trascorsi anche 70 anni dalla prima clamorosa doppietta Giro-Tour, messa a segno nel 1949, manco a dirlo, dal Campionissimo di Castellania. 
Per questo Christian Prudhomme, il patron della Grande Boucle, starebbe pensando addirittura a una cosiddetta «Grande Depart» del Tour dall'Italia che coinvolgerebbe non solo il paese di Fausto, ma anche Cuneo, Sestriere e il Gran Paradiso.

Innocenti evasioni

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mattia feltri

Un bel giorno i signori del Comitato europeo per la prevenzione delle torture e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (che impegno gravoso!) hanno visitato le nostre carceri per vedere se è tutto a posto. E invece, guarda un po’, sono rimasti scandalizzati da quello che hanno trovato: un’autentica piaga. Il sovraffollamento? Sì ma non è proprio una piaga. I detenuti in attesa di giudizio? Vabbè, ma la vera piaga non è quella. La vera piaga è il linguaggio. Pensate, nelle prigioni italiane non si dice idraulico, ma stagnino. Non si dice modulo di richiesta, ma domandina. Non assistente alla persona, ma piantone. Non addetto alle pulizie, ma scopino. Tenetevi forte: si usa il termine cella, invece del più propizio camera di pernottamento.

Non siete allibiti? Questa, hanno spiegato, è infantilizzazione, è isolamento dal mondo esterno, complica il reinserimento. E la nostra amministrazione, così storicamente sensibile alle condizioni dei detenuti, è corsa ai ripari, ratta come la folgore. Una circolare urgentissima ha sistemato le cose: finalmente si dirà compagno di socialità invece di dama di compagnia, e addetto alla spesa invece di spesino. Che sollievo. 

Però rimane un dubbio: che quelli del Comitato, usciti dalla loro sede di Bruxelles, siano andati a destra anziché a sinistra e per errore abbiano visitato i penitenziari norvegesi. Perché se fossero passati da Regina Coeli o Poggioreale avrebbero suggerito di chiamarli Ricoveri per diversamente suiformi, al posto di spaventosi porcili. 

Attenzione

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jena@lastampa.it

Ieri ho incontrato Renzi, era molto nervoso, avvertite Gentiloni.

Morte e ricordo: i custodi delle (buone) memorie

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6 APRILE 2017 | di Silvia Morosi e Paolo Rastelli | @MorosiSilvia @paolo_rastelli

Il cimitero americano di Omaha Beach, in Normandia
Il cimitero americano di Omaha Beach, in Normandia

«Togli qualsiasi cosa che non vorresti vedere restituita alla tua famiglia se tu fossi un soldato». Era questo il motto ufficioso dell’unità dell’esercito americano che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva il compito di recuperare gli effetti personali dei soldati uccisi. Per farli avere a mogli, madri, figli e padri che in patria aspettavano di ricevere quel minimo conforto che può venire dal toccare gli oggetti di una persona amata che non c’è più. Questa unità era chiamata Effects Bureau, Ufficio effetti, ed era alle dipendenze del Deposito del commissariato di Kansas City.

Migliaia di pacchi – Pochestorie ne ha appreso l’esistenza nel libro Una guerra al tramonto, l’ultimo volume della «Trilogia della liberazione» di Rick Atkinson che lo descrive così:

«Un enorme magazzino al 601 di Hardesty Avenue, appena sotto una grande insenatura del fiume Missouri. Da modesta impresa avviata con una mezza dozzina di impiegati nel febbraio del 1942, si era ampliato fino ad avere oltre mille dipendenti e, nell’agosto del 1945, gestiva 60mila spedizioni al mese, ciascuna contenente gli effetti personali degli americani morti in sei continenti».
Il deposito centrale aveva ovviamente degli omologhi in ogni teatro di operazioni in cui erano impegnati i soldati Usa: qui la descrizione della succursale francese dell’Ufficio effetti, pubblicata sulla Quastermaster Review del settembre-ottobre 1945.

Artiglieri americani si preparano a sparare sulle linee tedesche (Wikipedia)
Artiglieri americani si preparano a sparare sulle linee tedesche (Wikipedia)

Ripulitura – L’Ufficio effetti non aveva solo un compito di recupero delle proprietà dei caduti, ed eventualmente anche di identificazione delle salme (come si può vedere qui, nella riproduzione di un modulo ufficiale compilato per la salma di un soldato sconosciuto ritrovata in Belgio), ma anche quello di «ripulire» in tutti i sensi, reale e figurato, gli oggetti personali. Via le macchie di sangue  dalle uniformi, via la corrosione cadaverica dalle buffetterie, via le giubbe a brandelli che suggerivano immagini di ferite spaventose inferte alla carne dei propri cari. Ma, essendo la natura umana quella che è, via anche le fotografie pornografiche, via le lettere a una fidanzata di guerra che avrebbero potuto rendere ancora più cocente il dolore di una vedova, via i documenti segretati che mai e poi mai dovevano essere visti dal comune cittadino americano.

Spade e fisarmoniche – «Nel corso degli anni – scrive ancora Atkinson – gli ispettori dell’Ufficio effetti avevano trovato tappeti, spade nemiche, una mitragliatrice tedesca, una fisarmonica italiana, un sacchetto da tabacco pieno di diamanti, zanne di tricheco, una testa rinsecchita, una zattera giapponese». Di lavoro, l’Ufficio effetti ne aveva non poco. Solamente dall’Europa sarebbero arrivate 82.357 salme di soldati americani, tanti ma tuttavia solo una frazione dei 270 mila morti in tutti i teatri di operazione. Non furono poche le famiglie che scelsero di lasciare i loro cari a riposare accanto ai commilitoni, come si può intuire visitando  il cimitero americano dietro la spiagga normanna di Omaha. Il rimpatrio di ogni cadavere comportò un costo medio per il governo di 564,50 dollari. In Europa le esumazioni iniziarono nel luglio del 1945:
«Ogni tomba veniva aperta a mano, senza usare macchinari, i resti spruzzati con una miscela da imbalsamazione, di formaldeide, cloruro di alluminio, gesso di Parigi, legno in polvere e argilla. Avvolto in una coperta, ciascun corpo veniva quindi deposto su un cuscino in una cassa di metallo foderata di raso di rayon».

Un soldato addetto al servizio mortuario esamina gli effetti personali di un caduto (Centro di ricerca sanitaria dell'Us Army )
Un soldato addetto al servizio mortuario esamina gli effetti personali di un caduto (Centro di ricerca sanitaria dell’Us Army )

Morale e democrazie – L’esercito americano non era ovviamente l’unico ad avere un Ufficio effetti, la cui esigenza appare ovvia dopo un minimo di riflessione: la guerra di massa comporta uccisioni in massa, che in qualche modo devono essere gestite, soprattutto nei Paesi democratici dove l’appoggio della popolazione è indispensabile allo sforzo bellico. Occuparsi dei caduti, sotto tutti i punti di vista, è essenziale per il morale. E poichè ogni esercito è un’organizzazione altamente burocratica e autoreferenziale, che tende a regolamentare ogni minimo aspetto della vita individuale di chi ne fa parte, è ovvio che anche la morte e il dopo-morte ricevano un’attenzione adeguata.

Adeguamenti nella Raf – Nella Royal Air Force (Raf), l’aviazione britannica, l’equivalente dell’Ufficio effetti era chiamato (alquanto bizzarramente) Commissione di adeguamento. Molti aviatori britannici, soprattutto quelli degli aerei da bombardamento, venivano abbattuti in territorio nemico: ogni giorno la Commissione provvedeva a svuotare gli alloggi degli equipaggi morti per fare posto ai rimpiazzi. Ne scrive Kate Atkinson in Un dio in rovina, un romanzo bellico molto ben documentato dal punto di vista storico e, a parere di chi scrive, davvero strepitoso: non solo sulla Seconda guerra mondiale ma anche sulla vita, la morte, l’amore, la memoria e sulle infinite sliding doors che aspettano ciascuno di noi.

Un bombardiere britannico Halifax si prepara al decollo
Un bombardiere britannico Halifax si prepara al decollo

A pensare è il protagonista del romanzo, Teddy Todd, un pilota del Comando bombardieri della Raf: «Se lui fosse morto, la Commissione di adeguamento – che eufemismo ridicolo – avrebbe mandato qualcuno a prelevare tutta la sua roba, tenendo da parte qualunque oggetto che potesse minimamente turbare una madre o una moglie: fotografie sconce, lettere ad «altre» donne, o preservativi. Teddy non aveva nulla da nascondere, o meglio, non aveva prove tangibili di nessuna sua indiscrezione. Certe volte si domandava che fine facessero quegli oggetti espunti da una mano pietosa. Venivano gettati via) Oppure esisteva, chissà dove, un archivio dei segreti scomodi? Non l’avrebbe mai scoperto».

“False le voci sulle pressioni per far rinunciare Benedetto XVI”

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andrea tornielli

Georg Gänswein intervistato da Matrix smentisce le ultime illazioni sulle dimissioni: «Era una decisione libera. Le cose che si sono lette recentemente sono inventate». I due Papi? «Il Papa è uno, Ratzinger lo è stato e ha rinunciato»



Si avvicina il giorno del novantesimo compleanno di Benedetto XVI e monsignor Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia e suo segretario particolare, smentisce tutte le voci e le recenti interviste sulle presunte pressioni per far rinunciare Joseph Ratzinger. Gänswein ha rilasciato un'intervista alla trasmissione Matrix, in onda in seconda serata su Canale 5 mercoledì 5 aprile 2017.

Rispondendo alle domande del vaticanista Fabio Marchese Ragona, il segretario del Papa emerito affronta il tema delle voci sulle presunte pressioni del governo americano durante la presidenza di Barack Obama per spingere alle dimissioni Papa Benedetto XVI. Voci e complotti rilanciati di recente in alcuni articoli e interviste, dalle quali Papa Ratzinger finiva per apparire un debole.

«Non è per niente vero, è inventato, è un’affermazione senza fondamento - ha detto don Georg - Io ho parlato anche con Papa Benedetto dopo questa intervista e queste voci, ha detto che non è vero. La rinuncia era una decisione libera, ben pensata, ben riflettuta e anche ben pregata. Queste cose che si sono lette recentemente sono inventate e non sono vere. Papa Benedetto non è la persona che cede a delle pressioni. Tutt’altro. Quando ci sono state sfide e quando si è dovuto difendere sia la dottrina sia il popolo di Dio è proprio lui che si è comportato in modo esemplare: non è fuggito quando è arrivato il lupo, ma ha resistito, e questo non sarebbe mai stato motivo per lasciare il pontificato e rinunciare».

Nell'intervista Gänswein parla anche del rapporto tra Francesco e il predecessore: «Sono rapporti molto cordiali, molto buoni, ci sono visite, si parlano, si sentono. È chiaro: Papa Francesco è il successore di Pietro. Papa Benedetto è stato il Papa, ha rinunciato e si è ritirato per pregare. Pregare vuol dire aiutare il suo successore e la Chiesa, perché la Chiesa non viene governata soltanto con le parole e le decisioni, ma anche con la preghiera e con la sofferenza. Ed è quello che lui fa adesso. Non c'è nessun malinteso. Se ci sono delle interpretazioni diverse, qualche volta anche un po' maliziose, questa... è la vita, è il mondo e anche la Chiesa.

Non vedo nessuna confusione. Vedo qualche volta qualche nostalgia e qualche malinteso, però una confusione riguardo ai ruoli, riguardo a chi è il Papa, io questo non lo percepisco». Il segretario particolare di Benedetto XVI ha risposto anche una domanda sulla “lobby gay“ in Vaticano. «La lobby gay, non credo che sia una lobby di potere - ha detto - Si è cercato di rimediare e di dare la risposta necessaria». Ma «è stata esagerata l'importanza di questo gruppo, è stata data una risposta e una soluzione a suo tempo. Parlare di lobby potere è non soltanto esagerato, ma cento volte esagerato!».

Le spese inutili: affitto e motorino usato spiegano cosa non va in Italia

corriere.it
di Fadi Hassan

Un economista cresciuto in Italia, docente universitario in Inghilterra, racconta l’arrivo da Londra a Roma per un progetto di ricerca: «Troppi balzelli». L’Italia è l’unico Paese europeo che non ha registrato incrementi di produttività tra il 2000 e la fine del 2016

Fadi Hassan, nato e cresciuto a Pavia da genitori siriani, è docente di Economia presso il Trinity College Dublin e Research Fellow del Cep alla London School of Economics: È stato, tra l’altro, consulente di Bce, Banca mondiale e ommissione europea. È in Italia per un progetto di ricerca. Ecco il suo diario.

Sullo stato dell’economia italiano si alternano voci di esultanza ogni qualvolta la crescita del Pil si alza di alcuni decimi e voci di pessimismo che sottolineano l’ineluttabilità del nostro declino. In un’ottica di realismo, il dato che sintetizza al meglio la traiettoria economica del nostro Paese è il Pil pro-capite in relazione agli Stati Uniti a parità di potere d’acquisto.

Il grafico è una disarmante linea rossa a palombella. Dopo il picco del 1991 in cui il nostro reddito pro-capite era l’86% di quello americano, l’Italia ora ha un reddito che è il 63% di quello degli Usa. È lo stesso livello che avevamo nel 1961: nell’ultimo ventennio siamo tornati indietro di 55 anni.

Si tratta di un declino troppo marcato e prolungato per essere ascrivibile a una sola causa. Quindi, è improbabile che ci sia un’unica soluzione che risolva i nostri problemi, sia essa l’uscita dall’euro o il Jobs Act. Anche se non c’è una «silver bullet» questo non vuol dire che non ci sia niente da fare o che le riforme messe in atto negli ultimi anni — fra cui lo stesso Jobs Act — siano inutili. Vuol dire però che è necessario agire su più fronti.


 
Le riforme necessarie
La lista delle cose che andrebbero fatte è nota e si incentra su parole chiave come produttività, cultura manageriale e meritocrazia. In alcuni casi si tratta di riforme economiche, in altri è una questione culturale di più lungo periodo, dove la politica tout-court deve fare da traino. Da un punto di vista pragmatico però, la domanda che conta è: cosa si può fare in un contesto di vincoli di spesa e quando c’è un governo in scadenza che ci sta accompagnando ad elezioni nel 2018?

In realtà ci sono diverse riforme importanti che un governo può fare con un costo economico limitato e spendendo un po’ di capitale politico. Il punto che vorrei toccare riguarda la «misallocation» (ossia un’erronea allocazione) della domanda aggregata dovuta a posizioni di rendita. Ci sono delle distorsioni di mercato, che toccano diversi aspetti della nostra vita quotidiana, che ci portano a spendere troppo in settori a bassissima produttività e che coinvolgono pochi lavoratori. Questo porta ad una cattiva allocazione di una parte dei nostri consumi, che potrebbero essere diretti ad attività che generano un ritorno più virtuoso per l’economia nel suo aggregato.


 
Le differenze tra Londra e Roma
Faccio alcuni esempi concreti che mi hanno coinvolto nelle scorse settimane. In un semplice trasferimento da Londra a Roma ci sono due cose basilari da sistemare: affittare una casa e munirsi di motorino. Per l’affitto della casa ho dovuto pagare oltre 1000€ di spese d’agenzia (che immagino ne prenda altrettanti dal proprietario di casa). Quello che l’agenzia ha dovuto fare per affittarmi casa è ben poco e non giustifica tale spesa. Tuttavia quello che conta da un punto di vista macroeconomico è che i miei soldi sono andati ad un servizio a bassa produttività che ha coinvolto giusto 1-2 persone.

Capitolo motorino. Acquisto uno scooter usato, devo effettuare il passaggio di proprietà e assicurarlo. Il passaggio tra tasse e balzelli costa 100€ euro, ma dato che il processo fai-da-te è abbastanza laborioso ricorro ad una scuola guida che mi carica 60€ (alcune agenzie chiedevano anche 120€). Conto finale 160€: il 15% del valore del motorino. La chicca finale è l’assicurazione, che ovviamente non riconosce gli anni di guida immacolata londinese: devo pagare 450€ ad una compagnia di assicurazione telefonica (ovviamente la meno cara).
La locazione a Londra
A Londra il costo dell’agenzia immobiliare sarebbe stato di circa 300€, il passaggio di proprietà gratuito e semplice, l’assicurazione 150€. In Italia ho speso 1.800€. Questi soldi avrei potuto allocarli, ad esempio, per comprare un motorino nuovo. Cioè una spesa in un settore a più alta produttività e che avrebbe contribuito al lavoro di molte più persone. Una distorta allocazione della domanda non riguarda solo quanto si spende, ma anche il tempo che si perde. Nell’interminabile attesa che arrivasse internet a casa, ho comprato una «saponetta» per una connessione portatile.

Ottenerla è stato veloce e semplice: entro in negozio, firmo le carte e pago. Per disdirla però, non è stato sufficiente andare in negozio e fare il processo inverso. Sono dovuto andare in posta e mandare una raccomandata con ricevuta di ritorno, tempo sprecato: un’ora, inclusa la ricerca di una busta per cui ho dovuto girare fra quattro tabaccai, dato che con mia sorpresa le poste non hanno buste per le lettere (è un po’ come andare al bar e doversi portare la tazzina da casa). In quell’ora avrei potuto lavorare, andare al bar o fare altre attività che avrebbero generato un contributo maggiore all’economia.
Cittadini felici
Insomma, con una migliore regolamentazione del mercato di intermediazione immobiliare e di quello assicurativo, con una migliore regolamentazione dei passaggi di proprietà e di tutela del consumatore, avremmo avuto un cittadino più felice e con 1.800€ in più da spendere in attività economiche più virtuose. Questi sono solo pochi esempi e molti altri potrebbero essere fatti. Su queste cose la politica può e deve agire. Al momento, la sensazione è che troppo spesso ci siano da pagare oboli di rendita che distorcono la domanda. Sembra di essere rimasti al film di Benigni e Troisi «Non ci resta che piangere», ogni qualvolta che uno attraversa una linea c’è qualcun’altro che grida «un fiorino!».

Camminare o no? Una ricerca: sulle scale mobili meglio stare fermi

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di Antonella De Gregorio

L’esperimento condotto in una fermata del metrò londinese dà torto ai frettolosi (e agli inglesi): lasciare libera la corsia a sinistra non rende più efficiente il passaggio

Gli inglesi ne fanno una questione di bon ton (e di efficienza): sulle scale mobili si tiene rigorosamente la destra, rimanendo fermi in un punto preciso, aspettando di arrivare. Solo chi è di fretta cammina a sinistra, salendo le scale. E tanta influenza ha esercitato il modello britannico, da averlo reso consuetudine internazionale. Chi sta fermo sulle scale mobili delle stazioni della metropolitana - o in aeroporto, o in un centro commerciale - si mette in fila sulla destra, lasciando la sinistra a chi vuole passare salendo i gradini, soprattutto nelle città più frenetiche e negli orari di punta. A Milano prima, a Torino poi, da anni si cerca di inculcare nei passeggeri la «regola» internazionale, con annunci via altoparlante e avvisi che invitano a «tenere la destra». Ma molti utenti continuano a salire in ordine sparso, intasando la salita di chi va di fretta.
Lo studio
Adesso arriva uno studio che ribalta tutto: sulle scale mobili è meglio non camminare, perché lavorano meglio e in maniera più efficiente e sicura se tutti stanno fermi. Gli esperti lo hanno dimostrato con un test, raccontato dal Guardian, effettuato qualche mese fa nella stazione Holborn della metropolitana di Londra (dove le scale mobili accumulano 56 milioni di passaggi all’anno). I ricercatori, che si sono ispirati a un analogo test condotto a Hong Kong, hanno verificato per tre settimane che se stanno tutti fermi, la scala consente a 31,25 persone in più ogni minuto di salire (112,745 persone al minuto contro 81,25).

L’idea sembra un controsenso, ma consente a molte più persone di salire contemporaneamente le scale, mentre i movimenti a destra e sinistra creano disordine e riducono lo spazio. Una scala mobile, che normalmente trasportava 12.745 persone nell’ora di punta tra le 8,30 e le 9,30 di mattina in una settimana di normale utilizzo, è riuscita a spostarne 16.220 grazie all’obbligo (mal tollerato, va detto) a rimanere fermi.
Tutti fermi, non solo i pigri
Una conclusione che ribalta la convinzione diffusa che solo pigri e fannulloni non assecondano il movimento del trasportatore e intralciano chi ha fretta. Il dilemma ora è come mettere d’accordo chi sostiene da anni che, per ragioni di sicurezza, sulle scale mobili bisognerebbe stare fermi (così si fa a Tokyo e Hong Kong), con chi invoca regole flessibili: quando non c’è congestione conviene camminare. C’è poi chi invoca la gratificazione personale: se si è di fretta, muoversi verso la meta rassicura. Senza contare chi ha per obiettivo quello di bruciare calorie.
Uno su quattro in movimento
Per la cronaca: nel 2011 una ricerca dell’università di Greenwich aveva evidenziato che in media il 75% dei passeggeri sta fermo sulla scala mobile e solo il 25% cammina. Michael Kinsey, ingegnere che nel 2011 ha affrontato il tema, sostiene che probabilmente non vale la pena cercare di convincere gli utenti di scale mobili che coprono tratti brevi a stare fermi; cosa diversa per quelle più lunghe. «Ma -si chiede- se il principale obiettivo è aumentare la capacità della scala mobile, non sarebbe meglio chiedere alle persone di entrambe le file di camminare?»

Vietata la «puzza di fritto» nei condomini: un errore secondo chef e pizzaioli

corriere.it
di Carlotta Garancini

Fritto, che buono!

Chi non ama il fritto? Quella magica cottura nell'olio che rende croccante, dorata e super golosa qualsiasi cosa, «anche una ciabatta» come si usa dire? L'unico problemino, non lo neghiamo, è quel non proprio leggero odore che impregna tutta la cucina, a volte addirittura l'intera casa e persino i vestiti che indossiamo. E che, stando alle notizie dell'ultima ora, per alcuni è davvero insostenibile.


Disputa tra condomini

La «puzza di frittura», infatti, è arrivata persino in Cassazione, oggetto di una discussione tra condomini. Questo il fatto: i proprietari di un appartamento sono stati accusati dai vicini di continui fumi, odori e rumori provenienti dalla loro cucina e la questione ha coinvolto i tribunali di giustizia.


La puzza di fritto diventa reato

Come si è conclusa la vicenda? I primi due gradi di giudizio e, in particolare la sentenza finale della Cassazione (14467/017), hanno dichiarato i «frittomani» colpevoli di «molestie olfattive», inquadrate nel reato “getto pericoloso di cose” (articolo 674 del codice penale).


Inutile ricorso

A nulla è servito il ricorso degli imputati che hanno cercato di argomentare come gli odori non rientrassero nella tipologia citata di reato. La Cassazione ha infatti giudicato come superato il limite di tollerabilità delle emissioni olfattive.


Parola agli chef

«Allora dovrebbero bandire anche l'odore del soffritto — scherza Filippo La Mantia del ristorante Filippo La Mantia Oste e cuoco di piazza Risorgimento a Milano — Anche a me, quando rientro a casa, capita di sentire odore di aglio e cipolla sulle scale del condominio, ma cosa posso fare? La cucina è una cosa personale. Capisco che possa dare fastidio, ma per me non è come mettere musica ad alto volume fino a notte fonda».


Caponata, addio? Mai!

«La mia cucina è fatta per il 40% di fritture e nel mio ristorante friggo 9mila kg di melanzane all'anno — continua La Mantia - non potrei mai rinunciare a fare la caponata, ma per questo ho degli impianti di aspirazione e aerazione molto potenti. Quando si fa il fritto in casa, l'ideale sarebbe mettere magari un fornello a induzione sul terrazzino, ma certo non tutti hanno a disposizione uno spazio esterno».


Fritta anche la pizza

Abbiamo interpellato sulla questione anche Ciro Oliva, giovanissimo pizzaiolo della pizzeria Concettina ai Tre Santi di Napoli: «Qui a Napoli non potrebbe mai succedere che qualcuno si lamenti per l'odore, l'amore per la pizza in generale e quello per la pizza fritta rasenta il sacro». E come potremmo dar torto ai napoletani: Ciro fa la pizza fritta con la ricetta della nonna, ma trovando sempre ingredienti nuovi con cui proporla, dalla ricotta alle olive, dalle acciughe alle zeste di limone.


Il consiglio per le fritture casalinghe

«Nel mio ristorante alziamo e abbassiamo continuamente la temperatura dell'olio per non farlo bruciare e lo cambiamo ogni giorno», spiega Oliva, la cui pizza è stata premiata dal Gambero Rosso come la migliore di Napoli. «Il consiglio che posso dare per le fritture a casa è quello di usare un olio con un punto di fumo alto come l'olio di semi di girasole o quello extravergine d'oliva».