mercoledì 5 aprile 2017

Usa, ristorante vieta l'ingresso ai bambini: subito boom di prenotazioni

corriere.it
di Simona Marchetti


La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato quando i genitori di una bambina che stava giocando con l'iPad al tavolo si sono rifiutati di abbassare il volume del dispositivo, a dispetto delle richieste dello staff del Caruso's, ristorante italiano chic di Mooresville, vicino Charlotte, nella Carolina del Nord. «Alla fine abbiamo dovuto chiedere loro di andarsene — ha raccontato Yoshi Nunez, manager del locale, al «Washington Post» — ed erano anche irritati, ma sembrava che non gli importasse di quello che pensavano gli altri ospiti del ristorante».



Alla luce dello spiacevole episodio, il proprietario del Caruso's, Pasquale Caruso, a sua volta padre di due figli, ha quindi deciso di adottare un provvedimento drastico, vietando l'ingresso al ristorante ai bambini al di sotto dei 5 anni. Com'era facilmente prevedibile, il divieto (entrato in vigore lo scorso gennaio) ha fatto andare su tutte le furie i genitori statunitensi, che sulla pagina Facebook del locale non hanno risparmiato critiche feroci e commenti sarcastici nei confronti del signor Caruso e della sua politica «anti-bambini», giurando di non mettere mai piede nel suo ristorante. Che, però, da quando ha messo alla porta i clienti più piccoli ha visto aumentare vertiginosamente le prenotazioni: se infatti prima del divieto faceva una media di 50 coperti al giorno, adesso siamo a un'ottantina circa, con molti ospiti che sono arrivati persino a suggerire che la misura adottata dal Caruso's dovrebbe diventare una legge dello Stato.

«Non ho nulla contro i bambini, tanto è vero che io stesso ne ho due — ha precisato il proprietario del ristorante al «Mooresville Tribune» — ma sto cercando di creare un ambiente elegante per le coppie e gli amici che vogliono rilassarsi durante la cena. Il divieto non è stato basato su un singolo incidente, ma è stato deciso dopo che abbiamo cominciato a perdere soldi e clienti, perché molti ospiti si lamentavano del comportamento tenuto da alcuni bambini piccoli, che tiravano il cibo dappertutto, correvano ovunque e urlavano, dando fastidio agli altri tavoli, senza che i genitori intervenissero. Ho cominciato ad avere la sensazione di non trovarmi più al Caruso's, bensì in una pizzeria della zona».

Ogni quanto tempo vanno lavati i panni?

lastampa.it
daniela raspa

Alcuni indumenti andrebbero lavati spesso, altri meno. Una guida rivela nel dettaglio ogni quanto tempo realmente si dovrebbe farlo
 
ogni quanto tempo

OGNI QUANTO TEMPO LAVARE GLI INDUMENTI
Sono in molti a chiedersi ogni quanto tempo andrebbero realmente lavati i vestiti. Alcuni hanno infatti l’abitudine di mettere in lavatrice gli indumenti ogni volta li si indossa. Altri, al contrario, attendono che siano maleodoranti prima di lavarli. Da un eccesso all’altro, chi è tuttavia in grado di stabilire con certezza ogni quanto tempo è necessario procedere al lavaggio di un certo capo piuttosto che un altro?

REALSIMPLE SVELA OGNI QUANTO TEMPO LAVARE I VESTITI
A fornire una guida specifica e dettagliata sull’argomento è la rivista online Realsimple. Il sito dà infatti, con l’ausilio anche di un grafico e di una tabella, delle utili indicazioni sui diversi tipi di indumenti. Per quanto riguarda i jeans, ad esempio, andrebbero lavati anche dopo cinque o sei volte averli indossati. Un giorno in più prima di finire al lavaggio per le gonne ed altri tipi di pantaloni. Queste indicazioni valgono, ovviamente, in condizioni generali. Se l’indumento si macchia o si sporca al primo giorno, o prende cattivo odore per via di agenti esterni, va subito lavato.

GLI INDUMENTI CHE VANNO LAVATI PIU’ SPESSO
Come è prevedibile, gli indumenti che vanno lavati più spesso sono l’intimo e altri accessori di uso quotidiano. Slip, top, t-shirt a pelle, calzini, collant, devono inevitabilmente raggiungere la cesta della biancheria dopo ogni utilizzo. Anche il pigiama o comunque gli indumenti con cui dormiamo, si dovrebbero lavare di frequente. Molto più di frequente di quanto molti di noi probabilmente sono soliti fare. Il pigiama, infatti, andrebbe cambiato ogni tre o quattro giorni al massimo. Stesso discorso vale per i reggiseni, che molte di noi tengono su anche per settimane. Secondo la guida, dopo cinque giorni andrebbero messi a lavare.

BUONE ABITUDINI OLTRE IL LAVAGGIO
Oltre ad indicare ogni quanto tempo vanno lavati i diversi indumenti, il sito fornisce altri consigli. Tra tutti, il primo è quello di mettere all’aria fresca i panni una volta indossati, anziché riporli subito all’interno del guardaroba. Infine, se pure le indicazioni sui tempi di lavaggio sono abbastanza precise, fidiamoci sempre del nostro “naso”. I cattivi odori sono il primo indice che un vestito va lavato, indipendentemente da grafici e tabelle.

TIM raggiunge la velocità di 700 Mbps su rete live 4.5G

lastampa.it
luca indemini

Prosegue il cammino verso il 5G: la sperimentazione spazia dai droni alla virtual reality. E Torino si candida al ruolo di città laboratorio

Nel cammino verso il 5G la velocità non è tutto, ma certo rappresenta un indicatore significativo. Si respira dunque un comprensibile entusiasmo durante il 5G Day al centro d’innovazione e sviluppo Open Lab di TIM, quando lo speed test effettuato dal Direttore Technology Giovanni Ferigo sulla rete live 4.5G segna 700 Mbps in download.

E così mentre viene scandito il conto alla rovescia verso il 2020, data fissata per il lancio della tecnologia 5G, se ne provano a immaginare le potenzialità. Per farlo, TIM conferma lo stretto legame con Torino, sempre più città laboratorio. «Dalla seconda metà di quest’anno, grazie all’accordo con il Comune, installeremo più di 100 small cell in città, che ci permetteranno una copertura capillare del territorio, per fornire alla collettività i servizi di nuova generazione legati alla Smart City – spiega Giovanni Ferigo –. Torino sarà la prima città in Italia e tra le prime in Europa a dotarsi di una nuova rete mobile 5G».


IL 5G E LA CIRCULAR INNOVATION

Se a Torino si potranno sperimentare anche applicazioni che hanno a che fare con la vita dei cittadini, è soprattutto in ambito business che il 5G è destinato a un impatto rivoluzionario. Già nel percorso di sviluppo, che vede player di diversi settori collaborare fianco a fianco, nella definizione dello standard e nell’immaginare i possibili sviluppi. Ericsson è partner tecnologico di TIM in questa avventura, ma il dialogo si allarga all’Automotive, fortemente interessato al 5G, soprattutto per quanto riguarda le autonomous car, alla robotica, alla sanità e più in generale a quell’ampio settore che va sotto il marchio di Industria 4.0.

Attraverso l’accordo per il “5G for Italy”, TIM ed Ericsson si stanno impegnando creare un ecosistema aperto, mirato ad aggregare industrie e piccole e medie imprese, per sviluppare e testare nuovi servizi e progetti pilota che si avvalgono delle potenzialità della tecnologia mobile del futuro. Come ha avuto modo di sottolineare l’AD di Ericsson Nunzio Mirtillo, inoltre, il 5G porterà nuove opportunità per gli operatori mobili italiani, che nel 2026 potranno beneficiare di un 47% di ricavi aggiuntivi, grazie alla digitalizzazione delle industrie, abilitata dalla nuova tecnologia. I settori che offriranno maggiori opportunità per gli operatori italiani saranno manifatturiero, public safety e healthcare.


DEMO LIVE ALL’OPEN AIR LAB

Il 5G Day è anche l’occasione per raccontare scenari e orientamenti emergenti a livello internazionale e presentare le prime sperimentazioni disponibili. Come anticipato, la vera innovazione non è legata all’aumento di velocità. Rispetto a 3 e 4G, la nuova tecnologia introduce un cambio di paradigma: la diminuzione della latenza fino a pochi millisecondi permetterà controlli real time ad altissima precisione; inoltre la nuova rete permetterà di realizzare sensori e oggetti alimentati a batteria con durata superiore ai 10 anni. E ancora, col 5G potranno coesistere terminali connessi fino a 100 mila per cella e si potranno realizzare prestazioni ad elevatissima affidabilità per le attività “mission critical”.

In ambito Internet of Things si aprono scenari ancora non del tutto esplorati, con la possibilità di introdurre soluzioni innovative per robotica, sanità, realtà aumentata e sistemi di logistica self driving. Nei laboratori di TIM vengono sperimentate tecnologie immersive che permettono di interagire con persone e oggetti in mondi virtuali, pur trovandosi in luoghi anche molto distanti. La “virtual reality”, in ambito turistico e di promozione del territorio, permette di visitare virtualmente luoghi, piazze o palazzi, potendo usufruire di tutta una serie di contenuti informativi aggiuntivi. Altri campi d’applicazione fortemente interessati dalle nuove potenziali della VR sono quello del gaming, dell’intrattenimento e della progettazione industriale.



Anche i droni, grazie all’integrazione con la rete 5G, sono destinati a un’accelerazione per quanto riguarda lo sviluppo di sistemi di controllo e monitoraggio. In un primo tempo sarà possibile ricevere le immagini in streaming in tempo reale, con l’aggiunta di riprese a infrarossi, quindi potranno essere introdotti “droni connessi”, dotati di autopilota nativamente connesso alla rete radiomobile.

In questo modo sarà possibile monitorare le operazioni del drone da una Centrale di Controllo e fornire supporto al pilota, valutando la sicurezza del volo e intervenendo laddove necessario. In ottica evolutiva, la rete 5G permetterà un controllo centralizzato di flotte di droni, ad esempio per la consegna urgente di medicinali in ambito urbano. La sfida cruciale in questo senso è rappresentata dalla durata delle batterie, che potrebbe essere vinta con l’introduzione di droni in grado di autoricaricarsi, raggiungendo stazione dedicate.

In questo fare sistema tra operatori e settori diversi, impegnati fianco a fianco nella sfida al 5G, si legge anche una volontà di affermare un primato europeo, soprattutto nei campi dell’Industry 4.0 e dell’Internet of Things, dopo anni in cui gli Stati Uniti e il Far East l’hanno fatta da padroni.

La quotidianità del male

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mattia feltri

Una donna bionda, fra i quaranta e i cinquanta, la si direbbe la donna più innocua del mondo. A una tv locale parla del Napoli e della Juventus, e del centravanti Gonzalo Higuain. «Odio la Juve, devono fare la fine degli ebrei». Attorno ridono. «Nei forni crematori!». Ridono ancora. Poi ci sono altre storie: i ragazzi ebrei delle medie e dei licei che lasciano le scuole delle periferie parigine per la violenza antisemita dei loro compagni islamici, lo studente ebreo di Berlino insultato e picchiato da coetanei di origine araba e turca, l’associazione ebraica Judisk föreningen che chiude nel Nord della Svezia, arresa alle minacce neonaziste. 

Storie degli ultimi giorni, ma ce ne sono a centinaia. Che bizzarria: secondo un sondaggio tedesco, gli immigrati islamici sono per la metà antisemiti; ed è in reazione a loro, agli immigrati, che trovano nuove fortune i neonazisti. In attesa di uno scontro finale, condividono una vecchia passione: l’odio per gli ebrei. Una ricerca del Congresso ebraico mondiale scopre che nel 2016 sui social sono stati scritti 382 mila post antisemiti, uno ogni 83 secondi. Ed lì che si capisce tutto: sui social si scrivono cose così, «chi difende l’Europa e il capitalismo è un ebreo», «peggio dell’ebola, peggio degli ebrei», «mia madre è sbronza persa, sta bestemmiando contro gli ebrei».

Come l’innocua donna bionda: con disincanto totale, anche quando non c’entra nulla, senza la passione degli scellerati, un normale antisemitismo quotidiano da caduta del tabù. La banalità, diceva Hannah Arendt. 

Gli smartphone sono un pericolo: record di incidenti per i pedoni

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nicla panciera

La disattenzione ha causato 6mila morti negli Stati Uniti l’anno scorso. Simile la tendenza nel nostro paese

Sempre connessi, faticano a riporre in tasca il cellulare e, in metro o per strada, avanzano con lo sguardo fisso sullo schermo, cercando di evitare con la coda dell’occhio eventuali collisioni con gli ostacoli presenti sul loro cammino. Amano comunicare e controllare le notifiche in arrivo senza sosta, ma queste abitudini possono essere molto pericolose perché distraggono il pedone a tal punto da impedirgli di prestare attenzione alla strada. E se fin qui, in caso di incidente, si riconosceva la colpa del guidatore, oggi è sempre più chiaro che anche il pedone gioca la sua parte.

RECORD DI PEDONI VITTIME DI INCIDENTI FATALI
Secondo il rapporto “Spotlight on Pedestrian Traffic Fatalities” appena pubblicato negli Stati Uniti, il 2016 segnerà il raggiungimento di un triste record, quello del numero di pedoni deceduti in un incidente stradale. La cifra più alta mai raggiunta negli ultimi 20 anni: 6000 persone morte in seguito a una collisione con un autoveicolo (+11% rispetto all’anno precedente, +22% rispetto al 2014). Come si legge nel documento, è il secondo anno di fila in cui si è registrato questo allarmante aumento. I pedoni sono le vittime nel 15% dei sinistri stradali fatali.

Le cause sarebbero da identificare nell’aumento dei mezzi in circolazione, delle persone che decidono di andare a piedi e, appunto, nella sempre più diffusa abitudine di controllare il proprio cellulare, distogliendo l’attenzione dalla strada. Nel nostro paese, i dati definitivi forniti da Istat e Aci mostrano che, a fronte di una diminuzione complessiva degli incidenti stradali del tutto in linea con le statistiche europee, sono invece aumentati i decessi dei pedoni, che sono stati 602 nel 2015 (con un incremento del 4,1% rispetto all’anno precedente).

UN PROBLEMA NOTO DA TEMPO
Il problema non è certo nuovo. Nel 2011, in un report dedicato alla sicurezza stradale e all’uso dei telefoni cellulari da parte dei guidatori, l’Oms aveva già sollevato il problema dell’attenzione dei pedoni, citando i primi studi pubblicati e concludendo che anche per chi è a piedi «la distrazione cognitiva derivante dall’uso del telefono cellulare riduce la consapevolezza delle situazioni e aumenta i comportamenti pericolosi, esponendoli ad un rischio maggiore di infortuni stradali».

ZOMBIE DEGLI SMARTPHONE
In Italia, il nuovo codice della strada, che regola il comportamento dei conducenti ma anche dei pedoni, punisce i distratti che non si avvalgono degli attraversamenti pedonali ma anche chi “causa intralcio al normale transito degli altri pedoni” e chi non adotta “l’attenzione necessaria ad evitare situazioni di pericolo per sé o per altri”.

Intanto, sono sempre più frequenti le iniziative per i più distratti, proprio quelli che avanzano guardando sempre il telefonino (chiamati “zombie” o “petextrians”, dall’inglese coloro che camminano pedestrians mandando un messaggio text) e che non si accorgono del rumore del traffico e del sopraggiungere delle autovetture. Ad esempio, c’è il sistema di segnaletica orizzontale luminosa installato nella città bavarese di Augusta tra due fermate del tram. O le corsie preferenziali nei marciapiedi per chi usa il cellulare in Cina o l’iniziativa “Su la testa, giù il telefono” proprio negli USA.

L’innovazione potrebbe venirci in aiuto e forse qualcuno sta già pensando di dotare i dispositivi elettronici di sensori intelligenti, in grado di avvisarci del pericolo, o di qualche altra soluzione tecnologica che ci consenta di fare una passeggiata sicura. Cellulare alla mano.

Un post su Facebook non è mai solo per gli amici

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fabio di todaro

Secondo il Garante della Privacy, «nessun profilo può essere considerato del tutto chiuso». E di conseguenza è giusto adottare le dovute cautele: per tutelare se stessi e per le altre persone eventualmente chiamate in causa

Il target del messaggio è rappresentato soprattutto dai minori. Ma il consiglio, in realtà, è musica per le orecchie degli oltre 27 milioni di italiani che hanno un profilo su Facebook. Nessun post può fregiarsi dell’inviolabilità, nemmeno quello pubblicato su un profilo visibile ai soli amici. Questo perché, secondo il Garante della Privacy, «nessun profilo può essere considerato del tutto chiuso». E di conseguenza è giusto adottare le dovute cautele: per tutelare se stessi e per le altre persone eventualmente chiamate in causa attraverso il testo del messaggio.

UN PROVVEDIMENTO AD HOC DEL GARANTE DELLA PRIVACY
Il principio è stato esplicitato in un provvedimento attraverso cui, lo scorso 23 febbraio, il Garante ha obbligato una donna a rimuovere dalla propria pagina Facebook due sentenze emesse dal tribunale di Tivoli che riguardano la cessazione degli effetti civili del proprio matrimonio. Secondo l’Autorità presieduta da Antonello Soro, il documento conteneva aspetti della vita familiare che chiamavano in causa anche la figlia minorenne. E il sostenere, da parte della donna, che la pubblicazione fosse avvenuta su un profilo visibile soltanto agli amici non è stato comunque sufficiente a evitare la misura restrittiva: giunta a seguito di una segnalazione partita dall’ex marito.

Nelle motivazioni il Garante ha spiegato che «non può essere provata la natura chiusa del profilo e la sua accessibilità a un numero ristretto di amici, in ragione del fatto che esso è agevolmente modificabile in ogni momento da parte del titolare» e della possibilità «per qualunque amico ammesso al profilo stesso di condividere sulla propria pagina il post rendendolo, conseguentemente, visibile ad altri utenti».

INEVITABILE IL DISAGIO PER I MINORI
Il Garante, nel disporre la rimozione dei post, ha sottolineato «che le sentenze consentono di rendere identificabile la bambina nella cerchia di persone che condividono le informazioni pubblicate dalla madre sul proprio profilo e contengono dettagli molto delicati, anche inerenti alla sfera sessuale, al vissuto familiare e a disagi personali della piccola». Si determina così, spiega l’Autorità, «una possibile conoscibilità dinamica, più o meno ampia, del contenuto che può estendersi potenzialmente a tutti gli iscritti a Facebook». Il Codice in materia di protezione dei dati personali impone il divieto di pubblicare qualsiasi informazione che rende identificabile un minore coinvolto a vario titolo in procedimenti giudiziari.

Passeggero senza biglietto, tutti giù dal treno

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massimo massenzio

Disagi questa mattina, 4 marzo, per i pendolari che viaggiavano sulla linea ferroviaria Torino-Fossano. In base alle prime ricostruzioni pare che a causare la cancellazione di due treni sia stato l’intervento dei carabinieri di Carmagnola, intervenuti su uno dei due convogli per un passeggero sorpreso senza biglietto.

Secondo quanto riferito da alcuni testimoni l’uomo, dopo un’accesa discussione con il controllore, si sarebbe rifiutato di abbandonare il suo posto e nemmeno l’intervento di un carabiniere in borghese è riuscito a fargli cambiare idea. Il militare sarebbe stato aggredito verbalmente e, a quel punto, è stato deciso di far scendere un centinaio di passeggeri sulla banchina della stazione di Carmagnola e chiamare rinforzi attraverso il 112.

I carabinieri hanno identificato l’uomo e lo hanno accompagnato in caserma per accertamenti, ma prima che la situazione tornasse alla normalità è stato necessario cancellare anche un secondo treno diretto a Torino. Adesso il passeggero “abusivo” rischia di essere denunciato per interruzione di pubblico servizio. 

Assad

lastampa.it
jena@lastampa.it

Sennò quando crescono magari si ribellano.

La convalida del Papa per i matrimoni celebrati dai lefebvriani

lastampa.it
andrea tornielli

Il passo di Francesco: con una lettera a firma del cardinale Müller e di monsignor Pozzo, autorizza i vescovi a rendere lecite le nozze celebrate dai preti della Fraternità San Pio X

Dopo la concessione della facoltà di confessare lecitamente che Francesco ha esteso anche oltre il Giubileo ai sacerdoti della Fraternità San Pio X, un nuovo passo di avvicinamento viene compiuto da Roma verso i lefebvriani. Con una lettera approvata dal Papa vengono autorizzati i vescovi delle diocesi nelle quali è presente la Fraternità a delegare un sacerdote perché presenzi al momento del consenso nel rito del matrimonio dei fedeli lefebvriani. Se necessario il vescovo potrà anche delegare direttamente il prete della Fraternità che celebra le nozze.

«Malgrado l’oggettiva persistenza per ora della situazione canonica di illegittimità in cui versa la Fraternità di San Pio X - si legge nel testo - il Santo Padre, su proposta della Congregazione per la Dottrina della Fede e della Commissione Ecclesia Dei, ha deciso di autorizzare i Rev.mi Ordinari del luogo perché possano concedere anche licenze per la celebrazione di matrimoni dei fedeli che seguono l’attività pastorale della Fraternità, secondo le modalità seguenti. Sempre che sia possibile, la delega dell’Ordinario per assistere al matrimonio verrà concessa ad un sacerdote della diocesi (o comunque ad un sacerdote pienamente regolare) perché accolga il consenso delle parti nel rito del Sacramento che, nella liturgia del Vetus ordo, avviene all’inizio della Santa Messa, seguendo poi la celebrazione della Santa Messa votiva da parte di un sacerdote della Fraternità».

«Laddove ciὸ non sia possibile, o non vi siano sacerdoti della diocesi che possano ricevere il consenso delle parti - continua la lettera - l’Ordinario può concedere di attribuire direttamente le facoltà necessarie al sacerdote della Fraternità che celebrerà anche la Santa Messa, ammonendolo del dovere di far pervenire alla Curia diocesana quanto prima la documentazione della celebrazione del Sacramento». «Certi che anche in questo modo si possano rimuovere disagi di coscienza nei fedeli che aderiscono alla FSSPX e incertezza circa la validità del sacramento del matrimonio - conclude la lettera - e nel medesimo tempo si possa affrettare il cammino verso la piena regolarizzazione istituzionale, questo Dicastero

confida nella sua collaborazione».
La “Lettera della Pontificia commissione Ecclesia Dei ai presuli delle Conferenze episcopali interessate circa la licenza di celebrare i matrimoni dei fedeli della Fraternità San Pio X”, resa nota il 4 aprile 2017, è firmata dal cardinale Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede Gerhard Ludwig Müller e dal Segretario dell’Ecclesia Dei, l’arcivescovo Guido Pozzo, ed è stata approvata da Francesco. Un documento che, sulla scia della decisione già presa sulle confessioni, tiene conto delle esigenze dei fedeli e sana un problema finora esistente per le nozze celebrate dai preti della Fraternità.

Perché un matrimonio sia valido e lecito, non basta infatti l’ordinazione del ministro assistente al rito (i cui celebranti sono gli sposi), serve anche la giurisdizione. Il ministro assistente di fronte al quale gli sposi formulano il consenso, perché questo sia valido, deve aver ricevuto la delega da parte del vescovo o più comunemente del parroco del luogo presso cui ci celebra il matrimonio. Neanche un cardinale o un nunzio apostolico possono benedire le nozze di una coppia di sposi senza questa delega. È rimasto famoso il caso del nunzio apostolico Federico Tedeschini (poi creato cardinale da Pio XI), che negli anni Venti benedisse in Spagna tante nozze senza aver ricevuto la delega né dal vescovo né dal parroco: tutti quei matrimoni furono dichiarati nulli dalla Sacra Rota per difetto di forma canonica. 

Senza la delega dell’ordinario diocesano o del parroco del luogo, il matrimonio è infatti nullo per difetto di forma canonica, anche se la nullità va provata in sede giudiziale. Questo ovviamente non vuol dire che tutte le nozze celebrate fino ad oggi per i fedeli della Fraternità siano nulle: è sempre esistita la possibilità di chiedere la delega, o di chiedere una “sanatio” (una sanatoria ex post) dopo il matrimonio. Ora questa difficoltà non esisterà più, dato che grazie alla lettera pubblicata oggi viene superato ogni dubbio giuridico: qualsiasi vescovo diocesano è espressamente autorizzato per volontà del Papa a concedere la delega e dunque a permettere che anche i matrimoni celebrati da sacerdoti lefebvriani siano validi e leciti.

Nel rito preconciliare secondo il messale del 1962 promulgato da Giovanni XXIII, quello usato dalla Fraternità San Pio X, il sacramento del matrimonio viene celebrato all'inizio della messa. Non è cioè incorporato nella celebrazione liturgica come avviene normalmente nel rito della riforma post-conciliare, pur essendo sempre possibile celebrarlo al di fuori della messa. Il vescovo è dunque ora autorizzato a nominare un sacerdote suo delegato per ricevere il consenso degli sposi quando il matrimonio è celebrato da un prete della Fraternità e può decidere di delegare direttamente il sacerdote lefebvriano. Dopo la pubblicazione del documento odierno, il vescovo non può più addurre come motivazione per negare il consenso e la delega il fatto che i sacerdoti della Fraternità non abbiano uno status giuridico nella Chiesa cattolica.

Il gesto di Francesco è dunque un ulteriore passo di attenzione e benevolenza nei confronti della Fraternità, con l’auspicio, dichiarato anche nel testo della lettera, che presto si possa giungere alla piena riconciliazione. Com’è noto, la Santa Sede ha proposto nei mesi scorsi al superiore della San Pio X, il vescovo Bernard Fellay, una nuova versione della dichiarazione dottrinale da sottoscrivere, praticamente concentrata nella “Professio fidei”, la professione di fede cattolica. Quando la Fraternità l’avrà accettata, si perfezionerà in tempi brevi la concessione dello status giuridico per i vescovi e i preti lefebvriani. La formula scelta da tempo è quella della “prelatura personale” direttamente dipendente dalla Santa Sede.

Dopo la pubblicazione della lettera, la Casa Generalizia della Fraternità San Pio X ha divulgato un comunicato nel quale si dice «profondamente grata al Santo Padre per la sua sollecitudine pastorale, che viene espressa nella lettera della Commissione Ecclesia Dei, con l'obiettivo di togliere i dubbi circa la validità del sacramento del matrimonio». «Papa Francesco vuole chiaramente, come nel caso delle confessioni, che tutti i fedeli i quali desiderano sposarsi in presenza di un sacerdote della Fraternità San Pio X, siano in grado di farlo senza alcuna preoccupazione circa la validità del sacramento. Si spera che tutti i vescovi condividono la stessa sollecitudine pastorale».

La vita dei bambini “libellula” prigionieri di un corpo estraneo

lastampa.it
maria corbi

Circa l’1 per cento dei ragazzini sotto i 12 anni si sente a disagio con la propria identità. All’estero la terapia è psicologica e ormonale. E in Italia nascono i primi centri dedicati


La foto fa parte del progetto fotografico Genderqueer di Chloe Aftel, fotografa statunitense

Non chiamatelo disturbo dell’identità di genere, ma disforia, ossia «malsopportazione», perché non sentirsi a proprio agio nel proprio corpo non è da considerarsi una malattia, bensì una condizione. E quando a reclamare una identità diversa da quella imposta dal certificato di nascita sono i minorenni le cose si complicano. In Gran Bretagna e Olanda ma anche negli Stati Uniti sono un pezzo avanti ma anche da noi qualcosa si muove. A iniziare dai centri dedicati ai bambini «libellula» attivi a Torino, Milano, Trieste Bologna, Firenze, Napoli e Bari. 

Difficile «dare i numeri» del fenomeno e capire se sono veramente in aumento perché, avverte Damiana Massara, coordinatrice della commissione minorenni della Onig, «non tutti i genitori di bambini e non tutti gli adolescenti si rivolgono ai centri, quindi i dati che abbiamo sono per forza sottostimati. C’è sicuramente una maggiore attenzione da parte dei genitori al problema».

Ad aver cercato di ragionare sui numeri sono stati per primi gli olandesi, pionieri in questo campo, e secondo il loro studio il problema può riguardare circa l’1 per cento della popolazione under 12. Dato che si sovrappone a quello individuato dai ricercatori canadesi. Secondo la dottoressa Kristina R. Olson che a Seattle sta lavorando al più largo studio di sempre su bambini fluid gender la stima più probabile è fra lo 0,3 e l’uno per cento del totale. In Italia, come spesso accade, l’attenzione sul tema viene accesa da un «caso» che fa notizia. E così è stato con Camilla, la mamma che ha aperto un blog per raccontare la vita del suo bambino a cui non piacciono super eroi e macchine ma bambole e il colore rosa. 

Per la disforia di genere minorile, esistono linee guida internazionali, che in Italia non sono ancora state recepite. Ci sono però i centri che se ne occupano come l’unità di Medicina della Sessualità e Andrologia dell’ospedale universitario Careggi, a Firenze diretto dal professor Mario Maggi. «Facendo uno studio abbiamo visto che 4 soggetti su 5 hanno avuto un esordio precoce della disforia, prima degli 11 anni», spiega il professor Mario Maggi. E mentre da noi l’attenzione a queste problematiche in età infantile e adolescenziale è quasi una novità in Olanda (ma anche negli altri Paesi del Nord Europa, negli Stati Uniti e in Canada) è dagli Anni 80 che si dà attenzione a questa fascia di età.

«L’Olanda è stata pioniera in questo», conferma Maggi, «perché hanno capito che bisogna intercettare la disforia in età adolescenziale e trattare i soggetti sia con un approccio psicologico, sia medico con il blocco dell’evoluzione puberale nei casi compresi nelle linee guida internazionali». Il fine è quello di «allungare la finestra di ascolto», spiega Jiska Ristori, psicologa del Careggi. «Senza subire la sofferenza di un corpo che si sviluppa in una direzione non desiderata».

«Nei bambini (under 12) che mostrano comportamenti cross-gender solo il 15 per cento li mostrerà ancora in età adolescenziale. Questo perché l’identità sessuale dei bambini è fluida e in divenire», continua la Ristori. «Quando invece la disforia di genere persiste in età adolescenziale raramente poi desiste». Per questo, «prescrivere i bloccanti della pubertà significa dare all’adolescente più tempo per riflettere sulla sua identità sessuale e di genere». Ma in Italia non si può fare, perché è impossibile per un medico prescrivere un piano terapeutico ormonale per la disforia di genere nei minorenni in quanto non è riconosciuta come entità nosografica.

Solo in due casi al Careggi, nel 2013, si è avuto un permesso speciale per due ragazzi, un maschio e una femmina, che si erano costretti al digiuno dopo aver saputo alla lezione di biologia che una corretta alimentazione favorisce una pubertà sana. E il rischio in questi casi è anche la tendenza suicidaria. «Questo ci ha permesso di ottenere sul caso singolo un permesso dal comitato etico dell’ospedale per l’utilizzo dei farmaci. E adesso i due ragazzi stanno benissimo», dice Maggi. E quindi, fa notare il professore, ci siamo chiesti «quanti casi di anoressia in età adolescenziale sono in realtà casi di disforia di genere? E in questa direzione stiamo lavorando».

Ma l’utilizzo dei farmaci che bloccano la pubertà crea in Italia ancora forti polemiche. Il tema «gender» trova in assoluto molti ostacoli, figuriamoci quando si tratta di minori, soprattutto se si propone di portare il tema nelle scuole dove le associazioni cattoliche fanno le barricate. «Mentre nelle scuole è importante informare i ragazzi, spiegare loro che mentre l’identità di genere è la percezione soggettiva del proprio essere, l’orientamento sessuale riguarda la scelta del partner. E che il ruolo di genere, ossia come si esprime al mondo la propria identità, dipende dalla società in cui ci si trova e dagli stereotipi che vi insistono».

Quindi la disforia deve essere considerata come un disequilibrio nell’identità di genere. Ed è importante fare una diagnosi precoce e accurata. Psicologi e psichiatri devono valutare se il soggetto adolescente non stia nascondendo in realtà dietro a una disforia un suo orientamento sessuale, omosessuale o lesbico, che considera più difficile da accettare. C’è poi lo psichiatra che deve fare una diagnosi differenziale, come spiega Giovanni Castellini, del team del Careggi, «per escludere che vi siano situazioni, come per esempio una psicosi, capaci di simulare una disforia di genere».

Oltre i confini di maschio e femmina. Negli Usa ora i giovani sono “fluid”

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paolo mastrolilli

Per due millennials su dieci la sessualità è un elemento fluttuante


Uno dei primi atti di Trump è stato annullare il provvedimento con cui Obama aveva garantito protezione ai membri della comunità LGBTQ, ad esempio consentendo loro di andare nei bagni che ritengono più affini alla propria natura

Quando uno chiede a K.C. Clemens, 28 anni di Brooklyn, come si identifica, la risposta è questa: «Sono bianco, di robusta costituzione, finocchio, nonbinary e trans». Rowan invece si descrive come «gender fluid», ossia di genere fluido; Tyler Ford «agender», cioè asessuata; Jacob Tobia «genderqueer», ossia tendente all’omosessualità ma non proprio sicuro; e Marie McGwier «gender non conforming», cioè non conforme alle classificazioni tradizionali del genere. Ecco la prossima rivoluzione sociale degli Usa, che rischia di esplodere con le sue contraddizioni nell’era Trump: il diritto delle persone di scegliere il proprio sesso, e magari cambiarlo a piacimento nel corso della vita.

Il 16 marzo scorso il settimanale Time aveva messo questo fenomeno in copertina, con il titolo «Beyond He ore She: The Changing Meaning of Gender and Sexuality», cioè «oltre lui e lei: come cambia il significato di genere e sessualità». Poco prima, a gennaio, il National Geographic aveva stampato in prima pagina la foto di Avery Jackson, trans di 9 anni a Kansas City. Secondo un sondaggio commissionato dall’organizzazione per i diritti degli omosessuali e trans GLAAD, il 20% dei millennials non si identifica strettamente con un genere. Non solo come maschi o femmine, ma neppure come omosessuali o transgender. Pensano che la sessualità sia un elemento fluttuante della loro personalità, non definitivo e non vincolato alle

caratteristiche fisiche con cui sono nati, e tanto meno a come la società li vede o vuole vederli. Facebook, che col suo miliardo di frequentatori è forse la principale piattaforma globale di connessione tra gli esseri umani, lo ha già capito, e infatti offre circa 60 opzioni diverse per identificare il genere dei propri utenti. Ammesso che vogliano farlo. Sui nostri passaporti, invece, è ancora obbligatorio indicare il sesso maschile o femminile, e uno dei primi atti del presidente Trump è stato annullare il provvedimento con cui il suo predecessore Obama aveva garantito protezione ai membri della comunità LGBTQ, ad esempio consentendo loro di andare nei bagni che ritengono più affini alla propria natura.

La lotta per l’affermazione dei diritti sessuali è antica, e negli Stati Uniti ha vissuto anche momenti violenti, come la storica rivolta allo Stonewall Inn del Greenwich Village nel 1969. La sentenza Obergefell v. Hodges, con cui il 26 giugno 2015 la Corte Suprema ha riconosciuto i matrimoni gay, ha costituito una pietra miliare, ma ormai siamo già oltre. Nel 2014 Time aveva pubblicato un’altra copertina scandalo intitolata «The Transgender Tipping Point», sostenendo che dopo l’accettazione dei gay, l’America era pronta anche alla svolta nei confronti dei suoi cittadini trans, stimati in circa un milione e mezzo di persone.

Obama aveva voluto che alla Casa Bianca si costruisse un bagno aperto a tutti i sessi, come peraltro succede già in tutte le nostre case, e questo voleva essere un segno dei tempi che cambiano. Poi l’8 novembre scorso Donald Trump ha vinto le elezioni, e alcuni analisti democratici hanno attribuito la sconfitta di Hillary Clinton anche al fatto di essere andati troppo avanti sui temi sociali: «Gli americani non sono ancora pronti a condividere i bagni».

La spaccatura è molto profonda. Da una parte ci sono i liberal, che considerano la storia come un progresso lineare e sono certi del punto di approdo, nonostante la battuta d’arresto rappresentata dall’elezione di Trump. Dall’altra ci sono i conservatori, ispirati in larga parte anche dalla dottrina religiosa, secondo cui Dio ha pensato il sesso come uno strumento per la riproduzione, e quindi chiunque lo pratica senza questo scopo, etero, omo, trans, commette un peccato.

I giovani «fluid» però sono oltre simili logiche. Criticano anche i gay e i trans che hanno basato le loro lotte sul diritto di affermare l’omosessualità e il cambio di sesso, perché si tratta comunque di scelte definitive. Sfidano la società con la determinazione a decidere il proprio destino, non sono più isolati grazie ai social, solidarizzano tra loro accettando qualunque scelta degli altri, ma per prevalere dovranno prima sconfiggere chi l’8 novembre ha votato Trump come reazione a questo nuovo mondo.

Il filosofo e la blogger, opinioni a confronto su maschi e femmine

lastampa.it
alessandra di pietro

Lorenzo Gasparrini: “Superare l’oppressione emotiva e sociale”. Costanza Miriano: “I genitori sono prigionieri degli stereotipi”


Lorenzo Gasparrini è padre di due bambini. Il suo ultimo libro è «Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressione»

Il filosofo Lorenzo Gasparrini si definisce «attivista antisessista o feminist «in inglese, perché nel mondo anglosassone gli uomini assumono questa definizione, in Italia un maschio femminista scatena dubbi e diffidenze». Sposato, 44 anni, padre di due bambini di 12 e 8, il suo ultimo libro è «Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressione» (Settenove), un saggio sugli stereotipi e sui pregiudizi che i maschi incorporano fin dall’infanzia su se stessi e sull’altro sesso. «Solo una presa di coscienza da parte degli uomini sul patriarcato può offrire un sguardo maschile nuovo sui rapporti di genere». 

Una posizione non comune.
«Già. Se non aderisci al modello maschile dominante scompari, sei considerato un non uomo, oppure sei tollerato come una simpatica eccezione. E invece abbiamo davanti la possibilità di uno straordinario percorso per essere maschi nuovi. L’obiettivo è uscire dalle logiche di potere, violenza o gerarchia su cui sono costruite molte relazioni sociali. A partire dal matrimonio».

Qual è la sua esperienza?
«Impostare una relazione paritaria è complicato perché devi assumere ruoli storicamente inediti rifiutando le molte facce dell’oppressione emotiva, economica, psicologica, sociale tra i generi. Io ci provo. Con mia moglie non ho meno differenze, e attriti di tante altre coppie ma essendo un uomo che si mette in discussione finiscono in modo positivo, un conflitto che fa crescere entrambi».

Che cosa vuol dire per lei essere padre oggi?
«Assumersi responsabilità nuove che ti regalano meravigliose scoperte. I padri di solito sono esclusi dal rapporto fisico e tattile con il neonato, il congedo paterno è visto come un atto contro l’azienda, invece accudire il neonato richiede cambiamenti nella voce e nei gesti, mette in gioco il corpo del padre e lo porta a conoscere e far crescere le proprie potenzialità nella cura».

Quello che viene definito mammo?
«Per favore no. Mammo è una mostruosità verbale che identifica una mostruosità concettuale, un padre è un padre, non una madre di seconda scelta».

Lei ha due figli maschi: quali sono i pilastri della sua educazione?
«Il primo è gestire la rabbia a cominciare dai diffusi insulti sessisti: non basta respingerli. Bisogna sempre separare il motivo per cui si litiga dalla rabbia, riconoscerla e toglierla di mezzo: solo così si può risolvere il conflitto. E poi insegno loro ad amare ogni diversità senza fermarsi alla superfice ma questo viene facile: i bambini sono curiosi dell’altro per loro natura». 

LA BLOGGER: «SBAGLIATO INCASELLARE LA CURIOSITÀ INFANTILE»
Costanza Miriano, giornalista di Rai Vaticana e blogger, cattolica e sposata, è madre di quattro figli e autrice di quattro libri sulla relazioni tra uomini e donne: il primo e più noto è «Sposati e sii sottomessa», l’ultimo «Quando eravamo femmine» (tutti Sonzogno).

Che cosa ne pensa dei bambini gender fluid?
«Penso che probabilmente i loro genitori sono persone imprigionate negli stereotipi. Il maschio non si distingue dalla femmina perché vuole il rosa e gioca con le bambole. Come mamma non incoraggerei né scoraggerei questa tendenza che credo sia parte della curiosità infantile. In ogni famiglia c’è una distribuzioni di ruoli nelle dinamiche familiari che cambiano nel tempo. Credo non esista un bambino gender fluid se non nella testa dei suoi genitori».

Dunque maschi e femmina si nasce e non si diventa?
«Certo, c’è un corpo dotato di sesso. Con quello nasciamo e quello è portatore di senso. Poi come si diventa maschi o femmina, con quali accenti o caratteristiche, dipende dalla cultura e dal tempo in cui si vive, e dalle condizioni materiali che ci sono date, anche. Oggi molte differenze tra maschio e femmina ci sembrano accessorie e di sicuro alcune, come la forza fisica che un tempo serviva per andare a caccia, proteggere il territorio e i più deboli, sono meno esercitate. Restano però le sostanziali e profonde caratteristiche del maschile e del femminile da cui non possiamo prescindere».

Quali?
«L’uomo, il padre, è custode della regola, alza i muri e mette i limiti, chiede ai figli di sopportare le frustrazioni e insegna a morire. Noi donne, le madri, insegniamo a vivere, siamo sismografo di ogni stato emotivo e amiche delle eccezioni. Questa realtà è necessaria. Prima di tutto alla riproduzione della specie, ma non solo».

E invece che cosa accade?
«Oggi si afferma una catechesi del pensiero unico che getta le relazioni nelle crisi più profonda, l’idea che l’individuo si autodetermini in tutto compreso il sesso, che uomini e donne siano indipendenti l’uno dall’altro e non complementari. Invece nessuno è felice da solo e funzioniamo solo in relazione con l’altro. Tutto questo è qualcosa di più di un colore della maglietta o di una bambola. È un’avventura impegnativa e appassionante, ma si può imparare a stare insieme e a generare qualcosa di nuovo, la vita a due, che prende la carne del figlio come prova tangibile di un miracolo: un uomo e una donna uniti. Per sempre. Perché un figlio è una nuova persona per sempre».