lunedì 3 aprile 2017

Legittima difesa, come funziona in Italia la legge e quali sono le proposte di modifica

corriere.it

La norma

La legittima difesa è una delle «cause di giustificazione»: rientra cioè in quelle situazioni che rendono lecito un comportamento normalmente qualificato come reato. È regolata dall’articolo 52 del codice penale. (Nella foto Ansa, Mario Cattaneo, l’oste che il 10 marzo 2017 ha ucciso uno dei ladri entrati nel suo bar ristorante a Casaletto Lodigiano)


I casi

Si parla di legittima difesa (e quindi di non punibilità) per chi «ha commesso il fatto costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa». In caso di furto non c’è proporzione fra il pericolo generato da uno sparo e quello di essere derubati. La proporzione c’è, per la legge, se «taluno legittimamente presente» nel proprio domicilio o in un luogo ove venga esercitata attività commerciale, professionale o imprenditoriale usa un’arma «legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere la propria o la altrui incolumità o i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione». Questa seconda parte («i beni propri o altrui...») è stata aggiunta nel 2006. (Nella foto Ansa, Carabinieri del Ris di Parma fanno dei rilievi all’interno del bar dove Davide Fabbri è stato ucciso durante un tentativo di rapina a Riccardina, frazione di Budrio, nel Bolognese, il 2 aprile 2017)


L’eccesso di legittima difesa

Quando si viola il principio di proporzionalità fra la difesa e l’offesa si entra nel campo dell’eccesso di legittima difesa (delitto colposo previsto dall’articolo 55 del codice penale). Nel valutare la proporzionalità va tenuto conto, fra le altre cose, anche delle condizioni fisiche dell’aggressore rispetto a quelle dell’aggredito. (nella foto LaPresse, la conferenza stampa Rodolfo Corazzo, gioielliere, che nel novembre 2015 ha sparato ed ucciso Valentin Frrokaj, ladro che si era introdotto nella sua casa a Rodano. Per lui la Procura aveva chiesto l’archiviazione)


I reati possibili

Se un aggressore entra in una casa senza alcuna arma e l’aggredito gli spara un colpo di pistola o usa contro di lui un’altra arma scatta il reato di lesioni colpose (in caso di ferite) o di omicidio colposo (se muore). L’omicidio diventa volontario se l’aggressore viene colpito alle spalle: per la legge in quel caso lui sta «desistendo» dalla propria intenzione criminosa. (Nella foto Ansa, il fermo immagine, tratto dal Tg5 del 23 settembre 2009, che mostra Remigio Radolli, il gioielliere che, durante una rapina nel suo negozio ha sparato ferendo gravemente un rapinatore a Cinisello Balsamo, Milano)


La proposta della Lega

L’11 novembre 2015, la Lega Nord ha presentato a Montecitorio un testo, a prima firma di Nicola Molteni, che prevede la legittima difesa in tutti i casi di violazione dell’abitazione o del luogo in cui si svolge il proprio lavoro. Il testo, riprendendo una previsione del codice penale francese, prevede infatti che corrisponda direttamente a «difesa legittima» quella di chi semplicemente agisce «per respingere l’ingresso, mediante effrazione o contro la volontà del proprietario, con violenza o minaccia di uso di armi da parte di persona travisata o di più persone, in un’abitazione privata, o in ogni altro luogo ove sia esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale». (Nella foto Ansa, un carabiniere sul balcone dell’appartamento dove si è tolto la vita il gioielliere Massimo Mastrolorenzi, in via Casalotti a Roma, il 28 febbraio 2009. L’uomo nel maggio del 2003 uccise due rapinatori che stavano tentando il colpo nella sua gioielliera di via Marmorata, nel quartiere Testaccio. Il 20 febbraio 2009 il pm aveva riformulato l’accusa nei confronti del gioielliere: non più eccesso di legittima difesa ma duplice omicidi o volontario)

La riscrittura in commissione

La proposta di legge è stata però riscritta durante la discussione in commissione Giustizia con l’approvazione di un emendamento del Pd a firma di David Ermini. Il nuovo testo non va a modificare più l’articolo del codice penale relativo alla legittima difesa ma quello sulle attenuanti. E introduce il concetto che non sussista l’eccesso di legittima difesa qualora ci sia una situazione di «grave perturbamento psichico» in chi ha agito in propria difesa. La situazione di «grave perturbamento psichico», già prevista dal codice, viene valutata dal giudice nei casi, ad esempio, in cui una aggressione avvenga di notte, da parte di una persona armata o con il volto coperto in una casa con persone anziane, donne o bambini o ai danni di qualcuno che abbia già subito precedenti aggressioni. (Nella foto Graziano Stacchio, il benzinaio di Ponte di Nanto, Vicenza, che la sera del 3 febbraio 2015 uccise un bandito mentre assaltava la gioielleria davanti alla sua pompa di benzina con altri quattro malviventi: per lui la Procura ha chiesto l’archiviazione)



L’iter bloccato

Dopo la modifica del testo, al momento dell’approdo in Aula il 21 aprile 2016, il provvedimento è stato rimandato in commissione su proposta di Area popolare (sostenuta dal Pd) e il relatore, il leghista Molteni, si è dimesso dall’incarico. A questo punto dovrà ripartire l’esame e si dovrà provvedere a una nuova calendarizzazione in Aula. Ma, al momento, l’iter sembra fermo. (Nella foto Ansa, Michelangelo Rizzi, l’imprenditore che nel gennaio 2005 ha reagito a una rapina in casa a Sandrà, frazione di Castelnuovo del Garda, Verona, uccidendo uno dei due rapinatori)


La stretta sui furti

Si parla invece di stretta sui furti in casa nel ddl di riforma del processo penale in discussione al Senato. Nel provvedimento si prevedono pene aumentate per questo tipo di reati, senza alcun riferimento alla legittima difesa di chi subisce il furto. Una volta approvato dovrà comunque tornare a Montecitorio per una nuova lettura (nella foto Ansa, la protesta dei parlamentari della Lega Nord durante il seguito della discussione in materia di difesa legittima in aula della Camera, il 21 aprile 2016)


(Hanno collaborato a queste schede: Davide Casati, Giuseppe Guastella)

Impazienza

lastampa.it
jena@lastampa.it

Renzi ha fretta di andare alle elezioni anticipate, non vede l’ora di perderle. 

Loro

lastampa.it
jena@lastampa.it

Ve lo immaginate voi un bel governo Renzi-Berlusconi?
Voi no, loro sì.

Italia chiusa per ladri

giornali.it
Alessandro Sallusti - Dom, 02/04/2017 - 16:37

Le razzie dei delinquenti immigrati diventano un caso internazionale: la Svizzera blinda i valichi confinanti col Belpaese



La Svizzera, come l'America di Trump, chiude la sua frontiera meridionale. Che non è - ovviamente - con il Messico, ma quella con l'Italia di Renzi e Gentiloni.

«Chiuso per ladri», sintetizzano, tra rabbia e ironia, i giornali del Canton Ticino. I ladri, meglio dirlo subito, non siamo noi italiani ma i nostri ospiti che abbiamo accolto senza alcun filtro e che lasciamo scorrazzare senza regole e condizioni. Abbiamo fatto credere, a questi signori, che i confini non esistono, che sono solo una convenzione arcaica e razzista.

Gli svizzeri non la pensano così. Pur non facendo parte dell'Unione europea avevano allentato i controlli ai valichi, i presìdi di quelli minori erano stati addirittura sospesi. In fondo quel confine non faceva paura: ci passavano soprattutto lavoratori frontalieri, gente seria, e se qualche contrabbandiere pensava di fare il furbo non aveva vita facile.

Negli ultimi mesi molti immigrati arruolati dalla criminalità organizzata, o «lavoratori» in proprio, avevano intuito l'opportunità di allargare gli affari su nuovi mercati. Così in Canton Ticino si è registrata un'impennata di furti e rapine in casa compiuti da frontalieri del crimine: immigrati stabilizzati in Italia che passano il confine per delinquere e poi tornano nella loro nuova patria dove godono - a differenza di quanto accadrebbe in Svizzera - di una sostanziale impunità.

Come se non ci bastasse l'avere in casa mafia, camorra e 'ndrangheta, stiamo allevando, con le sciagurate politiche sull'immigrazione, una nuova associazione criminale transnazionale - globalizzata, direbbero gli amanti della modernità - che, se non estirpiamo velocemente, sarà il problema sociale del prossimo futuro. E, per farlo, non c'è altra strada di quella individuata in fretta e senza tanti psicodrammi dagli svizzeri, che saranno pure svizzeri, ma non sono fessi: chiudere le frontiere, impedire che persone indesiderate e malintenzionate mettano radici e infettino comunità che già di loro hanno una salute cagionevole.

Che quelli che abbiamo, di «ladri» domestici, ci bastano e pure avanzano. In tutti i campi.

“I nostri mille agnelli per voi”. Il dono dei pastori sardi ai terremotati

lastampa.it
nicola pinna

Nella carovana che aiuta gli allevatori dell’Umbria in difficoltà


“Sa paradura” è una forma antica di mutuo soccorso: a chi ha perso il gregge i pastori sardi regalano una pecora a testa. Per gli allevatori umbri ne hanno regalate due a testa (Foto di Alessandra Chergia)

L’ultimo camioncino arriva alle cinque del pomeriggio: «A bordo ci sono altre 72 pecore, queste le hanno donate i pastori del Nuorese e dell’Ogliastra». Al volante dalle quattro del mattino, Ignazio Mura ha fatto il giro degli ovili di tre province: «Più di dodici ore di lavoro, ma quando c’è di mezzo la solidarietà è tutto molto meno faticoso». «In due settimane, ho attraversato in lungo e largo le campagne sarde e ho messo insieme tutte queste pecore. Questi sono gli agnelli della solidarietà». Il dono dei sardi agli allevatori umbri farà ripartire l’attività di oltre cinquanta aziende agricole messe in ginocchio dal terremoto che ha devastato il Centro Italia.


(Foto di Alessandra Chergia)

Tra i mille animali quasi pronti alla partenza, Giommaria Usai riesce addirittura a riconoscere quelli che arrivano dal suo allevamento che si trova nella zona di Porto Torres: «L’aiuto reciproco nel mondo delle campagne è un valore sacro, antichissimo e sempre rispettato. Con i nostri colleghi dell’Umbria ripetiamo un rito che in Sardegna si svolge da sempre, ogni volta che si verificano calamità o incendi. Si chiama “sa paradura”. Noi sappiamo bene cosa vuol dire trovarsi in difficoltà e così abbiamo deciso di esportare questa tradizione fuori dalla nostra isola».

«Sa paradura» dei pastori sardi è una forma antichissima di mutuo soccorso. Per ricostituire il gregge di chi ha perso tutto, si mobilitano sempre in tanti: una pecora a testa e una benedizione. Si fa da secoli e chi vive tra Barbagia, Ogliastra e Campidano a queste belle usanze resta ancora molto affezionato. «Quando c’è una disgrazia non si fanno mai differenze, l’aiuto è davvero per tutti - ricorda Battista Cualbu, presidente regionale di Coldiretti -. Mio padre aveva un collaboratore che era finito nei guai e si era ritrovato in carcere. Ha passato 20 anni in cella e nel frattempo ha perso tutte le pecore, ma appena ha finito di scontare la condanna i pastori della zona lo hanno aiutato ad avere un nuovo gregge. L’aiuto è ancora più prezioso se rivolto a chi è nelle condizioni peggiori. Noi, infatti, non abbiamo scelto la zona di Cascia per caso, ma perché da quelle parti le aziende agricole hanno subito il danno maggiore».


(Foto di Alessandra Chergia)

Nelle campagne della Sardegna la pecora è considerata come un animale sacro. Fornisce ogni giorno latte e formaggio, ma anche carne e lana. La tradizione contadina dell’isola è tutta legata all’allevamento ovino e per difendere il bene più prezioso di ogni pastore si è addirittura versato molto sangue. L’abigeato (il furto di bestiame, ndr), che per legge è depenalizzato, nelle campagne sarde resta sempre un delitto imperdonabile. Punito, spesso, nel peggiore dei modi. «Noi abbiamo deciso di donare il bene più prezioso che abbiamo, cioè le nostre pecore - dice Giommaria Usai -. Comprendiamo la difficoltà dei nostri colleghi umbri e così abbiamo pensato di metterci insieme e far arrivare un aiuto concreto».

Alla raccolta di bestiame (ma anche di foraggio e mangime) hanno partecipato più 500 pastori e per questa volta si è fatto uno strappo alle vecchie regole: «La tradizione prevede che ognuno doni una sola pecora, ma abbiamo voluto raddoppiare per dare una mano a un numero maggiore di colleghi - sottolinea Gavino Satta, allevatore a Bulzi, un paesino vicino a Sassari -. Per noi non è stato un grande sforzo: è molto bello fare qualcosa per chi se la passa peggio di te. Anche qui, comunque, la situazione non è delle migliori: il prezzo del latte è bassissimo, calato anche recentemente, e i pascoli sono secchi perché la pioggia non è stata generosa».

Nei giorni di questa originale e gigantesca colletta, le pecore sono stata visitate e accudite dai dipendenti dell’agenzia regionale Agris, all’interno dell’oasi di Bonassai, a pochi chilometri da Alghero. «I nostri dipendenti hanno dato un grande contributo, raddoppiando ogni giorno i turni di lavoro - dice il direttore Sandro Delogu -. Si sono rimboccati le maniche e con l’aiuto degli studenti dell’Istituto agrario di Sassari si sono persino messi a mungere».


(Foto di Alessandra Chergia)

La carovana della solidarietà è salpata venerdì sera da Olbia: viaggio in traghetto fino a Piombino e arrivo sabato mattina a Cascia. Oggi sarà festa. Perché insieme alle pecore, gli allevatori hanno portato fino in Umbria anche piatti tipici, vini e un po’ di musica sarda. E non poteva essere diversamente, visto che il primo appello per l’iniziativa l’aveva lanciato proprio il cantante-pastore Gigi Sanna, fondatore del gruppo Istentales. «Non c’è distinzione tra pastore sardo e pastore umbro, siamo abituati allo stesso modo a fare i conti con le difficoltà. Per questo, abbiamo una bella abitudine: se possediamo due pecore ne offriamo una a chi sta peggio di noi».

«Con i nostri camion abbiamo fatto arrivare qui un messaggio di speranza per i colleghi che da un giorno all’altro si sono trovati in condizioni così difficili - riflette Luca Saba, presidente regionale di Coldiretti -. Questo è un carico di solidarietà vera, nata spontaneamente tra gli allevatori, senza sponsor di organizzazioni o istituzioni. Questo è il cuore d’oro delle campagne». 

«Gli spot a pioggia sui piccoli siti? Fastidiosi e non danno profitti»

corriere.it
di Massimo Sideri

Il dibattito negli Stati Uniti: perché è più efficiente puntare sulle grandi testate. I grandi numeri e le pubblicità online a pioggia potrebbero essere molto distanti dalla promessa di catturare il consumatore grazie a complessi algoritmi

Avete presente quella sensazione di essere letteralmente inseguiti dalla pubblicità? A chiunque è capitato di guardare online o anche comprare un paio di scarpe di una data marca per vedersele poi comparire a ogni angolo del web per settimane. Si chiama pubblicità programmatica, si basa su un software che vi insegue sulla base della profilazione personale e le promesse sono molto alte: «La tecnologia — ha scritto online Sean Downey, uno dei manager della piattaforma di Google Doubleclick — permette di tagliare in maniera sartoriale il messaggio indirizzandolo alla persona giusta, nel momento giusto e nel contesto giusto».

Wow. Cosa potrebbero sognare di più i brand? Peccato che non funzioni: il recente caso scoppiato su Youtube, con i brand di alcune società come Audi che venivano associati a fake news o addirittura a siti neo-nazisti che inneggiavano all’odio razziale, ha creato un inatteso test ancora più imbarazzante per chi prometteva così tanto.
La scelta della banca d’affari
La banca d’affari americana JPMorgan Chase, ha raccontato il New York Times, è passata dal programmare la pubblicità su 400 mila siti ad appena 5 mila, senza riscontrare sostanziali differenze nei risultati. Il re della pubblicità online è nudo. «Sono passati pochi giorni ma non abbiamo visto nessun deterioramento nelle metriche delle nostre performance» ha detto Kristin Lemkau, chief marketing officer della banca, riferendosi alle loro pubblicità display. I risultati precedenti erano dei falsi positivi.Nel caso di JPMorgan la loro pubblicità era finita su siti online come «Hillary 4 prison».

Con un effetto doppio: una cattiva immagine per il brand si associava al fatto che una parte dei ricavi, grazie al sistema di revenue sharing, andava proprio ad alimentare siti di fake news o associazioni estremiste (la pubblicità della Bbc era finita sugli spazi online di predicatori estremisti dell’Islam banditi dalla Gran Bretagna). La pubblicità programmatica si basa sull’enorme numero di piccole presenze online. Il network di Google per la pubblicità display ne comprende oltre due milioni. Youtube arriva a tre milioni. Ma ora il test involontario causato dal ritiro della pubblicità di questo genere da parte di grandi committenti, tra cui il gigante della pubblicità Havas, potrebbe svelare metriche che le società probabilmente conoscevano ma che non volevano diffondere: i grandi numeri e le pubblicità online a pioggia potrebbero essere molto distanti dalla promessa di catturare, grazie a complessi algoritmi, il consumatore giusto proprio mentre sta per tirare fuori la carta di credito.
Il duopolio
Facebook e Google hanno in sostanza il duopolio del mondo dell’advertising online controllandone circa il 60 per cento del mercato occidentale. In Italia la pubblicità programmatica è partita in ritardo ma attualmente sta crescendo. Peraltro è noto che la diffusione di questo sistema è diventata anche uno dei problemi delle società editoriali serie che, prima delle allettanti promesse degli algoritmi, erano considerate il luogo ideale dove piazzare la pubblicità. Il software, basandosi sulla profilazione personale degli utenti, tendeva a disintermediare i giornali (non è un caso che l’inchiesta sia partita proprio dal New York Times). Ma la promessa era, se non proprio una fake news, una semi-fake news.

2 aprile 2017 (modifica il 3 aprile 2017 | 02:17)

“Le bufale sono la nuova frontiera della paura: ecco come vaccinarsi”

lastampa.it
letizia tortello

Nella giornata del fact checking, il “debunker” David Puente spiega perché cadiamo nella rete delle notizie false (e talvolta ci piace)



Dalla ripugnante sirena morta, ritrovata nell’ordine, prima a Lampedusa, poi in Siria, poi a Siracusa, al ristorante nigeriano che serve carne umana, alla carne di gatto confezionata nel banco frigo dei supermercati. Tutto questo l’avrete visto girare sulla vostra pagina Facebook, e magari avrete fatto un salto sulla sedia. E ancora, il giapponese che mena un cane a stazione Termini, il pesce gigante pescato a Fukushima, le fake news di Trump su un attentato in Svezia per mano di un immigrato, il ministro Poletti, che tra le varie esternazioni degne di nota e di un giro di social negli ultimi tempi, dice che «gli imprenditori dovrebbero essere più cinesi, e lavorare a Natale e Capodanno». Sono le bufale, notizia choc false e verosimili, agenti patogeni dell’informazione del nostro tempo, che si diffondono molto prima che qualunque rettifica possa bloccarle. Chi le scatena?

David Puente, debunker, sbufalatore di secondo lavoro (di primo è un programmatore informatico), con un passato nella Casaleggio Associati, li chiama gli «untori», come quelli del Manzoni, che nel 1600 portavano la peste. Pericolosi e sempre più vicini alla politica. Nel giorno del fact-checking, il 2 aprile, Puente spiega come difendersi dalla malattia della credulità popolare che pretende di diventare informazione alternativa, quella di cui «i giornali non parlano, riflettete e diffondete!».

Come e perché si diffondono le bufale? Possibile che la gente ci caschi?
«La prima leva è la paura. Siamo molto insicuri, circolano una grande quantità di notizie, sentiamo il bisogno di orientamento tra le fonti di informazione, di trovare appigli credibili e gruppi di persone che confermino le nostre stesse paure. Tutto questo si trasforma in un’informazione nuova, in una nuova propaganda che può fare molti danni».

Le fake news sono davvero nate con noi?
«No, sono sempre esistite le notizie che tentano (e riescono) di coinvolgerci emotivamente, sfruttando la rabbia e la credulità. Solo che prima si esaurivano nel tempo e nello spazio delle quattro chiacchiere da bar. Oggi, con i social, sono virali e arrivano in contemporanea da tutte le parti del mondo, grazie a Facebook, mezzo potentissimo».

E così nascono siti come Snopes o PolitiFact, che ha addirittura vinto il Pulitzer. E poi c’è lei che fa il debunker. Pensa che il futuro dei giornali sarà di dotarsi di figure come la sua, programmatori informatici e fact checker, in grado di smashcerare le bufale online?
«La mia figura, in un mondo perfetto dell’informazione, non dovrebbe esistere, il mio lavoro dovrebbero farlo già ora i giornali».

Scusi, ma perché i giornali dovrebbero stare dietro alle bufale che girano in rete?
«Perché anche loro ci cascano molto più di quel che credono. Un esempio per tutti, la Bbc si scusò per aver diffuso la notizia di un ristorante in Nigeria, in cui servivano carne umana. Dopo un po’ di ricerche, avevo scoperto che era un’informazione girata su un forum nigeriano e parlava del ristorante di un hotel, in cui erano stati trovati dei teschi. Una notizia verosimile, dunque, non vera, travisata».

Un lettore o un utente Facebook che volessero provarci da soli a sbufalare la cattiva informazione, come fanno? C’è un decalogo?
«Quando leggiamo una notizia, soprattutto quelle che ci vengono presentate con la premessa della contro-informazione su cui i media tacciono, possiamo attivare dei campanelli d’allarme, ad esempio pensare ai dati che ci vengono forniti, se i numeri hanno una qualche credibilità oppure no, se le persone coinvolte esistono, insomma è bene fare da soli qualche verifica. Chi lancia bufale, o è uno che si vuole divertire, per testare proprio il grado di stupidità della gente, come Ermes Maiolica, al secolo Leonardo Piastrella, che fa il metalmeccanico di professione, ed conosciuto come il “re delle bufale” (il primo aprile, tra l’altro, ha festaggiato facendo credere di essere morto, ndr), che veva diffuso la credenza che Umberto Eco supportasse il Pd contro i grillini, peccato che Umberto Eco fosse già deceduto, oppure sono professionisti delle bifale, che hanno trovato in questo il loro business redditizio».

Anche la politica trae molto beneficio dalla diffusione delle fake news. Le bufale sono la nuova strategia del consenso?
«Come ho già detto, le bufale fanno presa sulle paure della gente, offrendo una sicurezza. Mi sembra logico che la politica ci marci sopra, non sono una novità di adesso, c’erano anche al tempo di Hitler. Ma se vai al potere grazie alle bugie, altri potrebbero farti cadere per le tue stesse bugie».

Un vago riferimento al blog di Grillo, da cui lo stesso comico ha preso le distanze? Lei che ha lavorato alla Casaleggio, come ha vissuto la notizia che www.beppegrillo.it non c’entra nulla con Beppe Grillo?
«Ho trovato quella di Beppe una scusa totalmente ridicola: “Io non sono responsabile del mio blog, che è un blog collettivo, anche se si chiama come me”, ha detto Grillo, e lo stesso hanno detto i suoi avvocati. Peccato che, quando lavoravo alla Casaleggio e si trattava di fare un post, la regola è che chiamavamo Beppe e lo concordavamo con lui. E ricordo bene un altro post in cui, in passato, lui prendeva la responsabilità di quel che veniva scritto sul blog. Dire che non si sa cosa viene pubblicato mi sembra una balla. Si noti che i 5 telle non prendono mai le distane dalle bufale che li riguardano o da chi utilizza il loro logo per screditare gli avversari».

Perché, secondo lei?
«Finché il lavoro sporco di screditamento dell’avversario lo fanno gli altri, va bene ed è è più semplice. Piuttosto, viene da chiedersi perché ci sono grillini che non vogliono sentire ragioni, se si scredita il loro leader. Perché in quel momento viene colpito il loro punto di riferimento, questo è inammissibile. Ad ogni modo, al di là del M5S, le bufale oggi sono una strategia utilizzata molto da una certa avanguardia nera, dall’estrema destra. Dalla violenza verbale, spero che la violenza non scenda in strada».

C’è una cura immediata alla falsa informazione?
«Bisognerebbe vaccinarsi, iniziare un lavoro nelle scuole, preparando prima di tutto gli insegnanti, che vanno nel panico quando si tocca l’argomento Facebook. Questo lavoro potrebbe durare 20 anni, ma credo che ne valga la pena».

Dieci film che non sapevi fossero remake

lastampa.it
Marco Triolo (Nexta)


Per un pugno di dollari (1964)

Ci sono film talmente famosi e amati da essere ritenuti completamente originali... quando in realtà sono remake!

E' il caso di Per un pugno di dollari di Sergio Leone: il capostipite dello spaghetti western nasce in realtà da una sceneggiatura che plagia totalmente La sfida del samurai di Akira Kurosawa, al punto che il regista giapponese fece causa alla produzione e vinse i diritti di distribuzione in estremo oriente e il 15% degli incassi. Ovviamente nessuno contesta il valore del film di Leone: la storia non sarà originale, ma l'estetica è tutta un'invenzione del geniale regista italiano.



 

Vi presento Joe Black (1998)

Vi presento Joe Black, love story sovrannaturale con Brad Pitt, è ispirato a La morte in vacanza (1934) di Mitchell Leisen, a sua volta tratto dalla pièce dell'italiano Alberto Casella.



Ti presento i miei (2000)

Ti presento i miei, ormai un classico della filmografia di Ben Stiller e Robert De Niro, nasce da un cortometraggio del 1992 diretto da Greg Glienna.


Ocean's Eleven è in realtà il remake di Colpo grosso, classico del "Rat Pack" di Frank Sinatra che in originale ha lo stesso titolo.



Mr. Deeds con Adam Sandler rifà E' arrivata la felicità (Mr. Deeds Goes to Town), film del 1936 diretto dal grande Frank Capra.



Il thriller Unfaithful - L'amore infedele, diretto da Adrian Lyne e interpretato da Richard Gere e Diane Lane, è il remake di Stéphane - Una moglie infedele (1969) di Claude Chabrol.



The Italian Job, l'action con Mark Wahlberg, Charlize Theron e Jason Statham, è il remake di Un colpo all'italiana (1969), con Michael Caine e... Benny Hill!