domenica 2 aprile 2017

Le lotte fra clan beduini del deserto che segnano il destino del Paese

lastampa.it
giordano stabile

Il regime del Colonnello era riuscito a neutralizzare le rivalità tribali. Poi con la sua caduta nel 2011 il conflitto nel Fezzan è riesploso



Sono sei anni che al posto di frontiera di Tumu, al confine con il Niger, lo Stato libico non esiste più. Gli edifici della dogana e di controlli di polizia, che d’inverno le tempeste di sabbia quasi sommergono, stanno ancora in piedi perché i giovani combattenti delle tribù Tebu fanno i turni di guardia e controllano chi entra nel loro territorio. Sono tribù che vivono di qua e di là dal confine e conoscono bene tutte le strade dei contrabbandieri e dei trafficanti di uomini.

Ai tempi di Gheddafi, trafficavano anche loro ma ora la situazione si è rovesciata. Se manca il potere centrale, sono quelli locali che devono provvedere. In Libia è vero più che altrove. La dittatura di Gheddafi aveva in parte neutralizzato l’influenza delle tribù, in un equilibrio che aveva soprattutto penalizzato la Cirenaica. Dal 2011, le forze centrifughe si sono di nuovo scatenate.

All’estremo Sud del Fezzan, Tumu è uno sbocco naturale per le colonne di migranti che dal Sahel risalgono verso la Libia. Sono carovane di camion stracarichi, anche 70-80 alla volta, che partono da Agadez, la più importante città nel Nord del Niger, e arrivano fino a Dirku, l’ultima cittadina prima del confine. Poi, di lì cercano di passare in Libia, raggiungere Sebha, attraversare il deserto libico fino alla costa. È il Fezzan, una regione grande quanto la Francia, la porta di accesso per l’Europa. E il Fezzan, dopo la caduta di Gheddafi, è tornato il regno assoluto delle tribù. Soprattutto ora che il controllo della Libia è conteso fra il premier legittimo Fayez al-Sarraj e il rivale appoggiato da russi ed egiziani Khalifa Haftar.

I Tebu, di etnia e lingua africani, spesso apostrofati come «mori» dai libici della costa, controllano la parte meridionale, alle frontiere con Niger e Ciad. Sono «neri del deserto», sparsi fino al Sudan e al Darfur, guerrieri coraggiosissimi che spesso combattono al soldo di milizie arabe. Nella lotta per il potere nel Fezzan, dopo l’uccisione di Gheddafi, hanno alla fine scelto di stare con Al-Sarraj. È un punto importante, conquistato anche nella battaglia di Sirte contro l’Isis, quando piccole milizie Tebu hanno combattuto al fianco di quelle di Misurata alleate di Al-Sarraj. Ora i Tebu, il «popolo delle rocce», sono la chiave per chiudere il confine con il Niger e il Ciad. 

L’altra sono i Tuareg. Altra popolazione non araba. Berberi, «navigatori del deserto». Come i Tebu non conoscono frontiere, sanno come attraversarle e quindi anche come sigillarle. In Libia, la loro roccaforte è la zona di Ghat, dove lo scorso settembre erano stati rapiti Danilo Calonego e Bruno Cacace, poi rilasciati anche grazie all’aiuto delle tribù berbere. Ghat è un crocevia di traffici e terrorismo. Al-Qaeda nel Maghreb islamico, Aqmi, si è impiantata nelle montagne, ha cercato alleanze, si è inserita nei traffici e si è espansa soprattutto durante gli scontri fra Tuareg e Tebu per il controllo della cittadina di Ubari, nel 2015.

Sotto Gheddafi, i Tuareg avevano goduto di un rapporto privilegiato con Tripoli, a scapito dei Tebu, soprattutto durante l’intervento libico in Ciad negli anni Ottanta, quando si erano trovati sui fronti opposti. Nel 2011, la rivalità era esplosa. Nel novembre del 2015, però, con la mediazione del Qatar, il leader Tuareg Abu Bakr Al-Faqi ha raggiunto un accordo con i Tebu, e sempre sotto l’influenza qatarina si è schierato in favore degli accordi di Skhirat che hanno portato alla nascita del governo di Al-Sarraj. L’accordo ha permesso all’attuale premier di prevalere nel Sud del Fezzan, ma Haftar ha cercato subito di avere il sopravvento nel Nord, verso Sebha, il capoluogo.

Il generale ha trovato un forte alleato negli Al-Qadhadhfa che da Sirte, città natale di Ghedaffi, si sono spostati negli scorsi decenni verso il Fezzan. Questa tribù berbera arabizzata è stata la principale base di sostegno tribale di Gheddafi. A Sirte si è scontrata con le milizie di Misurata, prima dell’avvento dell’Isis. A Sebha si è trovata di fronte un potente alleato di Misurata, la tribù degli Awlad Sulaiman, i figli di Solimano, beduini, arabi nomadi del deserto, ostili a Gheddafi fin dalla sua presa del potere. Come indica il primo nome del loro leader, Senussi Omar Massaoud, sono legati alla Senussia, la confraternita salafita più importante della Libia. 

La rivalità con gli Al-Qadhadhfa è scoppiata lo scorso novembre per il «caso della scimmietta», quando una bertuccia di un commerciante ha strappato il velo a una ragazza Awlad. Un pretesto per scatenare la guerra per il controllo di Sebha. Ora, con gli accordi di Roma, gli Awlad Sulaiman hanno due potentissimi alleati nei Tuareg e nei Tebu e possono contrastare gli aiuti che arrivano dal generale Haftar agli Al-Qadhadhfa. La battaglia nel Fezzan non è solo per il controllo delle frontiere. É per il controllo della Libia.

Gli immigrati fanno solo i lavori che agli italiani non piacciono

lastampa.it
alessandro barbera

Lo studio Inps: l’occupazione straniera non ha legami con i salari bassi Accettano professioni umili, sono flessibili e non rubano il posto a nessuno


I protagonisti dello studio sono 227mila lavoratori di 107.000 imprese (esclusa l’agricoltura) emersi grazie alla più grande sanatoria mai effettuata in Italia, quella voluta a settembre del 2002 dal secondo governo Berlusconi che regolarizzò circa 600mila persone

Quante volte l’avete sentito dire? Quante volte vi siete fatti irretire dalla rassicurante convinzione che gli immigrati rubano lavoro e futuro? Lo sospetta persino Bakari, uno dei giovani africani che ogni mattina pulisce le strade di Roma Nord nel timore di essere arrestato. Non ha bisogno di molto: una ramazza, una paletta, due pezzi di cartone con cui – quasi scusandosi per il disturbo – chiede in italiano qualche centesimo e una manciata di dignità. A Roma l’inefficienza dell’Ama ha raggiunto un livello tale da trasformare truppe di irregolari nel più straordinario spot a favore dell’integrazione. Bakari si aggira attorno a una grande struttura della Polizia, e nessuno sente il bisogno di distoglierlo dalla rimozione meticolosa delle ortiche ai lati di un marciapiede più simile a quelli di Accra che di una capitale europea. Meno male che Bakari c’è: secondo la più classica delle regole del mercato, colma la domanda inevasa di decoro di una città sull’orlo perenne del collasso finanziario.

Gli immigrati non rubano il lavoro agli italiani, né – se regolari – spingono al ribasso i salari. Non è l’opinione parziale di un romano o di anime belle. Lo dice con dati inoppugnabili una recente ricerca di tre studiosi: Edoardo di Porto dell’Università Federico II di Napoli, Enrica Maria Martino del Collegio Carlo Alberto di Torino e Paolo Naticchioni di Roma Tre. Non è l’unico studio sul tema, ma è il primo che censisce un intero campione di immigrati. Lo hanno fatto grazie ad una borsa VisitInps, il progetto voluto dal presidente Tito Boeri che mette a disposizione della ricerca l’enorme mole di dati dell’Istituto di previdenza. I protagonisti dello studio sono i 227mila lavoratori di 107.000 imprese private (esclusa l’agricoltura) emersi grazie alla più grande sanatoria mai effettuata in Italia, quella decisa a settembre 2002 dal secondo governo Berlusconi che regolarizzò 650mila persone.

Le due sanatorie successive furono drasticamente inferiori: nel 2009 furono accolte 222mila richieste su 295mila, nel 2012 passarono appena 60mila richieste su 134mila. Il numero di extracomunitari in rapporto alla popolazione in Italia è volato in quindici anni: dall’1,7 per cento del 1998 all’8 del 2012. Oggi quella crescita è azzerata o quasi: gli immigrati censiti in Italia sono poco più di cinque milioni, due terzi dei quali extracomunitari. In Francia sono 4,3 milioni (ma con un altissimo numero di immigrati di seconda e terza generazione), in Germania i residenti stranieri sono ben sette milioni e mezzo.

Il crollo
Se una volta gli immigrati si fermavano in Italia per cercare fortuna, oggi la gran parte di loro si spinge verso nord. Fra il 2008 e il 2013 i permessi di soggiorno per lavoro sono passati da 738mila a 1.442mila, ma negli ultimi anni la progressione è calata fino ad azzerarsi: nel 2013 sono stati appena lo 0,46 per cento in più dell’anno precedente. Chi non ha potuto avere il rinnovo annuale del permesso è lentamente scivolato nel lavoro irregolare. Danesh Kurosh del dipartimento immigrazione Cgil spiega che la progressiva chiusura dei decreti flussi sta ingrossando il sommerso: oggi quelli che lavorano senza una regolare posizione contributiva sono almeno 500mila. Cosa accadeva quando l’Italia era invece fra i principali Paesi di destinazione e accettava di buon grado le regolarizzazioni? La novità della ricerca Inps è nella precisione dei dati a disposizione: la sanatoria di fine 2002 imponeva alle imprese di assegnare a ciascun lavoratore emerso un codice rimasto negli archivi dell’Istituto.

I numeri
A fine 2003, appena un anno dopo, nove di quei dieci immigrati lavoravano ancora in Italia. Dopo cinque anni erano ancora l’85 per cento. Ma la cosa ancora più sorprendente è che dopo due anni solo il 45 per cento di quel campione era impiegato nella stessa impresa, dopo cinque più di un lavoratore su tre aveva cambiato provincia. «I dati suggeriscono che queste persone erano e sono disposte ad una mobilità che gli italiani non hanno mai avuto», spiega Di Porto. Per intenderci: la probabilità di cambiare impresa per un lavoratore italiano negli ultimi trent’anni è stata appena del 15 per cento. Inoltre «la persistenza nel mercato italiano associata al rapido cambiamento di impresa e residenza dimostra un eccesso di domanda insoddisfatta per mestieri a bassa qualifica». Questi numeri confermano una tendenza che si noterà anche negli anni della crisi.

Linda Laura Sabattini dell’Istat ha fatto notare che mentre i posti scendevano nell’industria, nell’edilizia, nel commercio, gli occupati stranieri aumentavano comunque nei servizi alle famiglie e nella ristorazione: riecco la domanda inevasa. L’evidenza dei numeri Inps non solo conferma l’utilità della forza lavoro immigrata, ma smonta un altro falso mito, ovvero la presunta spinta al ribasso dei salari. Nei dati il fenomeno emerge solo nei primi tre mesi: le retribuzioni medie degli emersi fanno scendere di circa il 16 per cento il salario delle imprese che li regolarizzano. Ma in meno di un anno quel gap si chiude. La sanatoria della Bossi-Fini produsse l’emersione di due-tre lavoratori a impresa nell’arco di tre mesi. Sei mesi dopo il numero degli occupati era lo stesso, a dimostrazione che la gran parte delle aziende, se nelle condizioni di farlo, non aveva interesse ad occupare irregolari.

Raccontare con dovizia di dettagli la storia di ieri aiuta a capire cosa fare oggi e domani. Il ministro dello Sviluppo tedesco Gerd Mueller stima che dall’Italia solo quest’anno potrebbero transitare fino a quattrocentomila persone, il doppio dell’anno scorso, venti volte quelle sbarcate nel 1997. La mera chiusura delle frontiere rischia di scaricare decine di migliaia di Bakari sulle strade italiane. Il ministro Marco Minniti propone di utilizzare i richiedenti asilo nei Comuni e per lavori di pubblica utilità, ma in mezzo a quelle decine di migliaia di persone ci saranno molti migranti economici. Dimenticate per un momento l’esodo di cinque milioni di siriani, o la tragedia della Libia orfana di Gheddafi.

Sui barconi che dal Mediterraneo si spingono lungo le cose siciliane ci sono anzitutto migranti in cerca di fortuna. Giovedì scorso a Pozzallo sono arrivate su una nave 428 persone: più di trecento erano marocchini.Gli emersi dalla sanatoria 2002 erano quasi per la metà (il 45 per cento) dipendenti in due settori, manifattura e costruzioni. Dopo cinque anni quella percentuale era salita al 60 per cento: una conferma in più della tendenza degli immigrati a compensare la scarsa offerta di manodopera. Liliana Ocmim è peruviana, vive in Italia da 25 anni, ha tre figli e fa la presidente del dipartimento immigrati Cisl: «Come è possibile che i giovani italiani all’estero siano disponibili ai lavori umili che qui rifiutano?» La risposta è amara, e dice molto dei problemi del Belpaese.

Immigrati mobili
Negli anni della crisi la salvezza di quegli immigrati è stata ancora una volta la mobilità: «Molti sono rientrati nel proprio Paese dove hanno trovato il lavoro che qui avevano perso», racconta Mohamed Saady, edile e presidente della Anolf-Cisl. Ocmim allarga le braccia: «Questi numeri confermano quanto siano sbagliate le politiche di chiusura. Più il lavoro è irregolare, più aumenta la concorrenza al ribasso». La ricerca dice una cosa chiara: la sanatoria della Bossi-Fini non fu un regalo a persone poi tornate nell’illegalità, ma un riconoscimento a chi già lavorava in Italia ed è rimasto a lavorare in Italia. Uno dei luoghi comuni sugli immigrati vuole che siano un salasso per lo Stato.

E invece è vero il contrario. Pochi giorni fa a Biennale Democrazia Boeri ricordava che i lavoratori stranieri residenti in Italia versano otto miliardi di contributi sociali all’anno e ne ricevono tre in prestazioni. Vero è che molti di loro domani avranno una pensione, ma non tutti: l’Inps calcola che sin qui gli immigrati hanno regalato al sistema previdenziale 16 miliardi di contributi. Spiega Boeri: «Chiudere le frontiere produce solo tre risultati: più evasione contributiva, schiaccia i salari, aggrava i problemi sociali. Per far sopravvivere l’Europa occorre una politica comune dell’immigrazione, una gestione del problema dei rifugiati e la revisione della convenzione di Dublino. Ma è possibile crederci con i populisti al potere in cinque Paesi dell’Unione?».

Twitter @alexbarbera



Torre di Babele dell’occupazione, l’azienda italiana col più alto numero di nazionalità tra i dipendenti
lastampa.it
giacomo galeazzi

In Manutencoop nel 2015 erano complessivamente 3.460, provenienti da 98 diversi paesi e rappresentavano il 21% della popolazione aziendale

Si parlano decine di lingue nella Torre di babele dell’occupazione. Squarci di lavoro quotidiano e testimonianze dall’azienda italiana con il più alto numero di nazionalità tra i propri dipendenti. «Non ho avuto particolari problemi di integrazione anche se all’inizio non è stato facile soprattutto perché, alla fine degli anni ’80, sono stato tra i primi dipendenti di origine straniera a lavorare in azienda- racconta Abdessattar Maatouguj-. E i lavoratori stranieri allora non erano tantissimi nemmeno qui in Emilia Romagna. In particolare dai clienti, ricordo quando lavoravo in un ipermercato della zona, venivo visto in modo “strano”, non erano abituati. Io stesso ero un po’ chiuso poi con gli anni ho cercato di aprirmi di più con gli altri e ora mi sento a casa e a mio agio. Anche la mia famiglia si trova bene, mia figlia, ne sono molto orgoglioso, si è da poco laureata in Economia».

20mila dipendenti e 995 milioni di euro di fatturato
Manutencoop è il principale gruppo attivo in Italia nell’erogazione e la gestione di servizi integrati rivolti agli immobili, al territorio e a supporto dell’attività sanitaria. In estrema sintesi Manutencoop svolge tutti i servizi necessari per «far funzionare» un immobile: dalle pulizie alla manutenzione degli impianti, al riscaldamento passando per la gestione del verde e attività specialistiche a supporto delle strutture sanitarie. Ha sede centrale a Zola Predosa (Bologna), uffici e presidi operativi distribuiti su tutto il territorio nazionale. Conta oltre 20mila dipendenti in tutta Italia e un fatturato che nel 2015 ha toccato i 955 milioni di euro. 


Lavoro a tempo indeterminato e carriera

Originario di Sfax, città situata nella zona centrale della Tunisia, Abdessattar Maatouguj ha 52 anni e vive in Italia dal febbraio 1988 dove è arrivato per motivi di studio a Pavia, dove si era iscritto al corso di laurea in filosofia. Si è spostato a Bologna dove viveva il fratello arrivato in Italia in precedenza. Ha iniziato a lavorare in Manutencoop per mantenersi agli studi nel 1990 ed è stato assunto come addetto alle pulizie all’Istituto Ortopedico Rizzoli. Da subito a tempo indeterminato, come avviene per la maggioranza dei lavoratori in Manutencoop, dopo un periodo di prova di un paio di settimane. Nel 1992 si è sposato con Rim, conosciuta in Tunisia, e per mantenere la nuova famiglia ha iniziato a lavorare a tempo pieno. Progressivamente ha poi abbandonato gli studi anche per riuscire a conciliare il lavoro con l’altra sua grande passione: il calcio.

Per anni ha giocato, infatti, come centrocampista nel Villanova di Castenaso. Oggi Maatouguj ha 2 figli, Marwa di 23 anni che si è da poco laureata in Economia e Commercio a Ferrara e Amir (che in arabo significa “Principe”) che ha 13 anni. In Manutencoop dopo la prima esperienza all’Istituto Rizzoli come semplice addetto alle pulizie ha ricoperto man mano, negli oltre 27 anni di carriera, ruoli sempre di maggiore responsabilità e oggi coordina oltre 100 colleghi (italiani e provenienti da diversi paesi stranieri) che si occupano delle pulizie presso vari clienti di Bologna e provincia come lo Stadio Dall’Ara, il centro commerciale Ipercoop Centronova, l’Ospedale di Budrio. In particolare ogni giorno Maatouguj si occupa della pianificazione delle attività, della turnistica e si relaziona con i referenti dei vari clienti. Visti gli ottimi risultati scolastici, Marwa,la figlia maggiore, ha ricevuto negli anni scorsi una delle borse di studio bandite da Manutencoop per gli studenti più meritevoli figli di dipendenti. 


Abdessattar Maatouguj

“A Natale riposano i cattolici, viceversa per le feste islamiche”
«Oggi coordino oltre 100 colleghi e sperimento ogni giorno cosa vuol dire l’integrazione tra diverse religioni e tradizioni- spiega Maatouguj. Da un punto di vista contrattuale o di organizzazione del lavoro non c’è nessuna differenza tra italiani e stranieri però quando organizzo i turni cerco, per quanto possibile, di andare incontro alle esigenze di tutti. Per Natale, ad esempio, metto in turno i colleghi di religione islamica e lascio di risposo le persone di religione cattolica, viceversa in occasione delle feste islamiche. Lavoro anche con colleghi ortodossi che festeggiano il 7 gennaio e cerco di far riposare loro in quella data. La diversità può diventare una ricchezza a livello organizzativo». E aggiunge: «Non credo sia vero che gli stranieri fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare. O almeno questa non è stata la mia esperienza. Io sono responsabile sia di lavoratori stranieri, sia di tanti italiani. La mia responsabile, italiana, ha iniziato come me facendo le pulizie presso i clienti. Ho iniziato a fare questo lavoro perché avevo bisogno di lavorare e pagarmi gli studi ma mi è subito piaciuto e dopo 27 anni mi piace ancora molto». 

Rivista aziendale anche in arabo e inglese
Manutencoop si caratterizza ormai da anni per una forte presenza di lavoratori stranieri all’interno del proprio organico: al 31 dicembre 2015 erano complessivamente 3.460, provenienti da 98 diversi paesi e rappresentavano il 21% della popolazione aziendale. I cinque paesi principalmente rappresentati sono: Marocco (420), Albania (346), Filippine (307), Romania (320), Perù (176). Il 98% del personale complessivo del gruppo è assunto a tempo indeterminato. La presenza di lavoratori stranieri in organico è costantemente in crescita da oltre 15 anni: già dal 2004 la rivista aziendale “Ambiente” prevede traduzioni in arabo ed inglese. Allo stesso modo da anni vengono tradotti in diverse lingue vari manuali operativi. A tutti i dipendenti Manutencoop propone varie iniziative di welfare aziendale: borse di studio per i figli dei dipendenti (285 borse nel 2016 per complessivi 255.000 euro) attribuite esclusivamente per merito, assistenza sanitaria gratuita, campi estivi e centri estivi residenziali estivi gratuiti per i figli dei dipendenti. 

“Un settore in cui c’è lavoro e c’è per tutti”
Andrea Paoli è il nuovo Direttore del personale e dell’organizzazione. E’ stato nominato da pochi mesi dopo oltre 11 anni di carriera in azienda dove si è occupato prevalentemente di Relazioni Industriali in tutta Italia ovvero ha gestito i rapporti con tutte le organizzazioni sindacali del settore in cui opera Manutencoop. Quarantasei anni, originario di Cles in provincia di Trento, dopo la laurea in ingegneria elettronica, Paoli ha lavorato in diverse aziende, tra le altre Gewiss e gruppo Hera, passando dall’ambito dell’organizzazione aziendale al settore delle Risorse Umane. Vive a Imola (Bo) e ha due figli. «Da noi lavorano oltre 3000 persone nate all’estero pari al 21 % del totale- afferma Paoli-.

E’ una percentuale elevata ma non dimentichiamo che il restante 79% è costituito da italiani, che rimangono comunque la maggioranza. Se poi guardiamo alla distribuzione territoriale abbiamo una presenza di stranieri praticamente assente nel centro-sud e superiore alla media nel nord, con percentuali elevate in Emilia Romagna. Non direi che ci sia una diversa specializzazione». Paoli crede invece che «il lavoro che offriamo sia appetibile, sia per gli italiani che per i cittadini di origine straniera, principalmente per la stabilità che riusciamo ad offrire: il 98% del nostro personale, non va dimenticato, è inquadrato con contratti a tempo indeterminato ed operiamo in un settore in cui c’è lavoro e ce n’è per tutti. Eroghiamo servizi, penso alle pulizie o alle manutenzioni in un ospedale, che sono a tutti gli effetti servizi pubblici essenziali». 


Andrea Paoli

“Stabilità e continuità occupazionale fanno la differenza”
Secondo Paoli «la stabilità e la continuità occupazionale che un’azienda riesce a garantire fanno la differenza e sono i presupposti per una reale integrazione. Un lavoro stabile e prospettive certe sono condizione essenziale per la realizzazione di un progetto di vita personale e familiare, sia per gli italiani sia per gli stranieri». E, sottolinea, «la storia di Abdessattar è da questo punto di vista esemplare. E’ una storia di integrazione e riscatto sociale attraverso il lavoro» . Inoltre Manutencoop «oltre a garantire opportunità di lavoro stabili», cerca anche di «supportare i dipendenti con l’offerta di iniziative di welfare aziendale rivolte principalmente alle famiglie. Penso alle borse di studio per i figli dei dipendenti o ai campi estivi nati con l’obiettivo di favorire la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro». Progetti di questo tipo, dedicati alle generazioni future, conclude Paoli, sono un ulteriore occasione di integrazione. E’ per noi motivo di orgoglio vedere come ogni anno siano sempre di più i ragazzi e le famiglie di origine straniera che scelgono di partecipare.

Wojtyla e Pinochet, la verità su quella foto frutto di un inganno

lastampa.it
luis badilla

Lo scatto 30 anni fa. La manovra politica del dittatore cileno inizio della sua fine. La storia e il tempo fanno giustizia a san Giovanni Paolo II


Papa Wojtyla e Pinochet

Trenta anni fa, il 1° aprile 1987, san Giovanni Paolo II, subito dopo l’arrivo all’«Aeroporto internazionale» di Santiago del Cile, nella cerimonia di benvenuto, con fermezza e chiarezza per chi voleva capire - e tra i presenti c’era il dittatore generale Augusto Pinochet con i suoi generali - pronunciò queste parole: «Come araldo di Cristo, portavoce del suo messaggio al servizio dell’uomo, insieme a tutti i pastori della Chiesa, proclamo la inalienabile dignità della persona umana creata da Dio a sua immagine e somiglianza e destinata alla salvezza eterna.

Animato da questo spirito, esclusivamente religioso e pastorale, desidero celebrare con voi il mistero pasquale di Gesù Cristo, per inserirlo più profondamente nella vita e nella storia della vostra patria tanto amata. Mediteremo in comune gli insegnamenti del Signore, pregheremo uniti, e comunitariamente cercheremo di far sì che il messaggio del divino Redentore penetri nelle nostre vite e nelle strutture della società, per trasformarle secondo il piano di Dio, convertendo i cuori e costruendo un paese riconciliato».

Lo stesso giorno nella collina San Cristóbal, ai piedi di un gigantesco monumento dedicato a Maria Vergine, Papa Wojtyla aggiunse: «Da questo luogo ai piedi di Maria, che è stato per più di mezzo secolo un faro di speranza, saluto e benedico tutti gli abitanti del Paese, da Arica a Cabo de Hornos fino all’Isola di Pasqua - ma in modo particolare tutti coloro che soffrono nel corpo e nello spirito; gli uomini, le donne e i bambini delle popolazioni emarginate; le comunità indigene; i lavoratori e i dirigenti, coloro che hanno subito le conseguenze della violenza; i giovani, i malati, gli anziani.

Trovano un posto nel mio cuore di Pastore anche tutti i cileni che da tante parti del mondo guardano con nostalgia alla Patria lontana. Come Sacerdote e Pastore penso con amore a tutti coloro che, cedendo alle forze del male hanno offeso Dio e i loro fratelli: in nome del Signore Gesù li invito alla conversione perché abbiano la pace».

Una preparazione negoziata a lungo
Linguaggio misurato, lungamente studiato ed elaborato, con discorsi visti e rivisti diverse volte e tenuti sotto controllo fino all’ultimo minuto. La visita del Papa in Cile nell’aprile 1987, dove la dittatura militare di Pinochet governava con pugno di ferro noncurante del rispetto di qualsiasi diritto da ormai 14 anni, era fra le più difficili compiute fino a quel momento (32 dall’inizio del pontificato).

Il Pontefice, la diplomazia vaticana, la Chiesa cilena, l’opinione pubblica interna e internazionale, la politica oltre i confini del continente, tutti, erano consapevoli della delicatezza della missione. La stampa di mezzo mondo non solo era presente con centinai di inviati ma seguiva il pellegrinaggio al minuto. Per vivere un momento simile si dovette aspettare fino al 1998, anno della visita di Giovanni Paolo II a Cuba.

La questione principale, quasi unica si direbbe, era una sola: il Papa e il dittatore, in particolare la scaltrezza e disperazione di Pinochet, non convinto nel suo intimo della «bontà» della visita del Papa per il suo orrendo regime. Il generale temeva il Papa e temeva la reazione del popolo, temeva inoltre – e in questo è stato lungimirante – le conseguenze destabilizzanti per il suo regime, seppure graduali e non immediate, che dalla presenza di Karol Wojtyla potevano scaturire. Fece di tutto per evitare che il Papa

incontrasse tutti gli esponenti politici dell’opposizione, come accade il 3 aprile 1987. Provò fino all’ultimo a evitare un discorso di Giovanni Paolo II ai dirigenti delle opposizioni. Usò ogni mezzo: la diplomazia felpata, la minaccia, il tono duro ed energico, insinuando rappresaglie contro la Chiesa cilena con la quale i rapporti erano pessimi da anni, in particolare con il cardinale Raúl Silva Henríquez, ormai arcivescovo emerito dell’arcidiocesi di Santiago, il suo «più fermo, coerente ed evangelico oppositore».

Anche la Chiesa locale e il Vaticano temevano Pinochet, la sua insolenza, spregiudicatezza e doppiezza. Lo possiamo scrivere perché abbiamo conosciuto personalmente il generale e con lui abbiamo parlato più di una volta, anche pochi giorni prima del golpe che guidò con efferatezza anche se fino al minuto prima diceva di essere «un militare rispettoso della Costituzione». Con Pinochet e i suoi la preparazione della visita fu lunga e delicata anche perché le sue pretese, identiche a quelle di Imelda Marcos, moglie del dittatore delle Filippine

(paese visitato da Papa Wojtyla nel 1981), erano spudorate: accompagnare il Pontefice in tutti gli eventi principali del programma di sei giorni in cinque città. I responsabile della preparazione del viaggio avevano fatto sapere a più riprese a Pinochet che il protocollo pontificio prevedeva solo tre incontri: arrivo, congedo e visita di cortesia alla casa di governo (La Moneda) ma la cosa non gli è mai piaciuta al punto di sentirsi «emarginato e maltrattato» (da parte vaticana). Anni dopo continuò a raccontare con amarezza questa vicenda puntando il dito contro un non meglio precisato «entourage del polacco» (parole testuali dette a un suo ambasciatore). 

La famigerata foto
Il 2 aprile 1987 alle 9 del mattino era prevista, allestita e organizzata con precisione puntigliosa da parte di padre Roberto Tucci e dei suoi collaboratori la visita di cortesia di san Giovanni Paolo II al palazzo presidenziale, La Moneda. L’incontro privato doveva durare 10 minuti e poi erano previsti pochi altri minuti per il saluto ai familiari più stretti. In seguito il Papa si sarebbe trasferito subito a «La Bandera», forse il quartiere di periferia più povero della capitale cilena d’allora, visita che Karol Wojtyla riteneva molto importante e che voleva che si svolgesse con calma e serenità.

La dittatura invece aveva ideato e allestito una cosa molto diversa a quanto era stato concordato e provato più di una volta. Durante le prime ore del mattino furono trasportate sulla piazza antistante il palazzo presidenziale quasi 7-8 mila persone, sostenitori del governo («Voglio vedere il Papa», si diceva ai giornalisti). Poi, i 20-25 minuti che doveva durare tutta la visita diventarono oltre 45 grazie a ritardi e sorprese ideate per far crescere le migliaia di voci che arrivavano dalla piazza («Juan Pablo Segundo te quiere todo el mundo»...). A un certo punto, frutto di «mossa studiata», alla fine del colloquio con i dittatore, il Papa venne fatto

uscire da una porta non prevista negli accordi con il chiaro proposito di metterlo davanti a una grande tenda nera momento nel quale Pinochet si rivolse al Papa così: «Santità, fuori la gente lo vuole salutare e vedere. Attende una sua benedizione». In quel preciso istante addetti militari fecero scorrere la tenda e aprirono la finestra del balcone centrale del palazzo presidenziale che si affacciava sulla pizza festante. Giovanni Paolo restò ammutolito sentendosi tradito e costretto a sottostare alle malefatte di Pinochet che poi, tramite i suoi collaboratori, fece circolare una menzogna vergognosa: che papa Giovanni Paolo II gli avrebbe dato la comunione, bugia gigantesca che, ripetuta senza controllo, tuttora viene spacciata come «autentica».

Ecco il racconto di un protagonista di questa storia, il cardinale Roberto Tucci, responsabile dell’organizzazione della visita: «Come dimenticare poi il volto di Wojtyla quando si accorse del tiro che gli giocò Pinochet durante il viaggio in Cile nel 1987? Lo fece affacciare con lui al balcone del palazzo presidenziale, contro la sua volontà. Ci prese tutti in giro. Noi del seguito fummo fatti accomodare in un salottino in attesa del colloquio privato. Secondo i patti - che avevo concordato su precisa disposizione del Papa - Giovanni Paolo II e il Presidente non si sarebbero affacciati per salutare la folla. Wojtyla era molto critico nei confronti del dittatore cileno e non voleva apparire accanto a lui.

Io tenevo sempre d’occhio l’unica porta che collegava il salottino, dove eravamo noi del seguito, alla stanza nella quale erano il Papa e Pinochet. Ma con una mossa studiata li fecero uscire da un’altra porta. Passarono davanti a una grande tenda nera chiusa - ci raccontò poi il Papa furioso - e Pinochet fece fermare lì Giovanni Paolo II, come se dovesse mostrargli qualcosa. La tenda fu aperta di colpo e il Pontefice si ritrovò davanti il balcone aperto sulla piazza gremita di gente. Non poté ritrarsi, ma ricordo che quando si congedò da Pinochet lo gelò con lo sguardo. Alfonsín, in Argentina, fu più rispettoso, e non pretese assolutamente di comparire al suo fianco.

In Africa invece re, dittatori e governanti corrotti lo tiravano da tutte le parti per sfruttarne l’immagine. Lui lo sapeva, ma era uno scotto da pagare per incontrare la gente. Ne era addolorato, ma sopportava. Con noi poi si sfogava. E quando parlava non risparmiava le denunce» (L’Osservatore Romano, 23 dicembre 2009). Pinochet, il 6 aprile 1987, si congedò da papa Giovanni Paolo II gonfio di contentezza. Riteneva di aver «vinto». Solo anni dopo prese coscienza di due cose: che il Santo Padre in pochi istanti, nel palazzo di governo, aveva capito fino in fondo chi era veramente e poi, che il Papa che lui si vantava di aver ingannato aveva seminato la sua fine.

Omicidio Mattei, depistaggi e bugie su un delitto di Stato raccontati dal magistrato che ha scoperto la verità

repubblica.it
Giuseppe Oddo

“Manomissione dell’altimetro” o “bomba a bordo”. Sono le due ipotesi formulate a caldo in una perizia dell’officina riparazioni motori dell’aeronautica di Novara condotta sui resti dei reattori dell’aereo precipitato il 27 ottobre 1962 a Bascapè, nei pressi di Milano-Linate. Tenuta nascosta per decenni e scoperta nella seconda metà degli anni Novanta da Vincenzo Calia, il sostituto procuratore di Pavia che riaprì le indagini sulla morte di Enrico Mattei, la perizia dell’aeronautica è una delle prove più lampanti dell’occultamento dei fatti e del depistaggio avvenuti intorno all’assassinio del fondatore dell’Eni.

Perché di assassinio si tratta, con buona pace dei negazionisti di ieri e di oggi.

Come ha accertato la Procura di Pavia nel 2003, al termine delle indagini, il Morane Saulnier 760 precipitato a Bascapè era stato sabotato la sera precedente con una piccola carica di esplosivo, mentre era parcheggiato nell’aeroporto di Fontanarossa, a Catania. Mattei era stato convinto a recarsi in Sicilia dove pernottò la notte tra il 26 e 27 ottobre 1962 e dove scattò la trappola della sua eliminazione. Cosa nostra, attraverso Stefano Bontate e il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, fece solo un lavoro di fiancheggiamento.
Il velivolo fu manomesso da mani molto esperte. A fare da innesco fu il sistema di apertura dei carrelli, che il pilota Irnerio Bertuzzi azionò quando il piccolo jet era già allineato alla pista di Linate, pronto per l’atterraggio.


Conferimento della cittadinanza onoraria di Matelica al magistrato Vincenzo Calia. Cronache Maceratesi
La perizia e varie altre carte inedite sulla sciagura di Bascapè figurano ora in un saggio di Chiarelettere che Business Insider Italia ha ricevuto in anteprima e che esce il 31 marzo in libreria: “Il caso Mattei”, lo stesso titolo del film diretto nel 1972 da Francesco Rosi, con Gian Maria Volontè nella parte del protagonista. Ed è un saggio che non passerà inosservato, perché uno dei due autori è Calia. Il magistrato, che oggi è procuratore aggiunto della Procura di Genova, ha scritto la prima parte del libro, che contiene il racconto dell’inchiesta e le sue convinzioni profonde.
Della seconda parte è invece autrice la giornalista di Euronews Sabrina Pisu che avanza una serie di ipotesi sui presunti mandanti dell’omicidio frutto della massa di indizi emersa dalle indagini.


31/03/1977. Amintore Fanfani, Presidente del Senato e Giulio Andreotti, Presidente del Consiglio. AGF

Smontata la tesi dell’incidente

Calia smonta la tesi dell’incidente – accreditata dalla commissione amministrativa di inchiesta istituita dall’allora ministro della Difesa, Giulio Andreotti – e dimostra come l’aereo cadde per un’”esplosione limitata non distruttiva” all’interno del velivolo, innescata dal congegno di apertura del carrello anteriore. Gli accertamenti eseguiti dall’esperto di tecnologia dei metalli Donato Firrao su piccoli frammenti dell’aereo, su oggetti personali di Mattei e su schegge estratte dai corpi riesumati, hanno evidenziato sui vari reperti la “presenza di modificazioni” riconducibili a “una sollecitazione termica e meccanica di notevole intensità ma di breve durata, caratteristica dei fenomeni esplosivi”. In pratica, la certezza di un’esplosione.  L’ingegner Firrao ha anche partecipato al collegio peritale sulla sciagura di Ustica. La carica esplosiva era stata sistemata nel cruscotto, proprio davanti al sedile del pilota Irnerio Bertuzzi, a destra del quale era seduto Mattei.

Bertuzzi perse il controllo del velivolo a causa della piccola deflagrazione, che invalidò tutti i passeggeri. Viaggiava a bordo anche il giornalista statunitense di Time-Life William McHale, che stava realizzando un reportage su Mattei e che accettò all’ultimo momento l’invito del presidente dell’Eni di ritornare con lui a Milano. I corpi furono in parte spappolati dall’esplosione, e frammenti umani furono espulsi all’esterno, per la disintegrazione del tettuccio in plexigas che chiudeva la cabina di pilotaggio, e ritrovati sparsi per i campi lungo la traiettoria opposta a quella di caduta dell’aereo. Uno dei testimoni chiave, l’agricoltore Mario Ronchi, che aveva visto nel buio della sera l’aereo in fiamme girare a vuoto nel cielo e che fu il primo ad arrivare sul luogo del disastro, fu convinto a ritrattare le interviste che aveva rilasciate al Corriere della Sera e alla Rai.


Il Genenerale Giovanni Allavena, capo del Sifar. Screenshot da “La vera storia della loggia massonica P2”. Youtube
Intorno al relitto – scrive Calia sulla base delle testimonianze – c’era un brulicare di uomini delle forze dell’ordine, di personale dell’Eni e di agenti in borghese del Sifar, il servizio segreto militare dell’epoca, a capo del quale il presidente del Consiglio in carica, Amintore Fanfani, aveva nominato due settimane prima il generale Giovanni Allavena, il cui nome figurerà molti anni dopo nelle liste della loggia massonica segreta P2.

Ordini dall’alto

Testimoni ripescati da Calia a distanza di oltre trentacinque anni hanno dichiarato che l’ordine proveniente dalle alte sfere militari e politiche era di dimostrare che l’aereo fosse venuto giù per il maltempo o per una manovra errata del pilota, anche se su Linate la visibilità era buona, quella sera scendeva solo una leggera pioggia, come dimostrano le prove raccolte dal magistrato.


Amintore Fanfani con Enrico Mattei. Sceenshot. Orizzonti tv
Parti dell’aereo, tra cui il carrello anteriore tranciato di netto con la gomma integra, furono ritrovati a molte centinaia di metri dal relitto, come conferma il vastissimo repertorio fotografico rinvenuto da Calia, mai consultato dalla commissione di inchiesta né dai magistrati che indagarono all’epoca. Se l’aereo si fosse fracassato nell’impatto violento con il suolo, i rottami sarebbero dovuti rimanere intorno al relitto e i corpi all’interno della cabina, mentre la macabra presenza di arti e brandelli di carne penzolanti dagli alberi e della mano di Mattei trovata tranciata provavano l’esatto contrario. Era inoltre evidente che se l’aereo fosse esploso e si fosse incendiato a terra – come sosteneva la commissione di inchiesta presieduta dal generale dell’Aeronautica Ercole Savi –  le foglie dei pioppi a pochi metri di distanza avrebbero dovuto presentare almeno qualche segno di bruciatura. Invece gli alberi erano integri, come ha accertato Calia.

E i resti umani trattenuti dai rami, sparpagliati in un raggio molto ampio, non potevano che essere “piovuti” dall’alto: dimostrazione ulteriore che il piccolo jet fu danneggiato in volo nel momento in cui il pilota, già in fase di atterraggio, aveva azionato la leva di comando delle ruote, che fu infatti rinvenuta in posizione “carrello giù”.Il racconto di Calia è sorprendente per la quantità di prove e di testimonianze che il magistrato riesce a recuperare a distanza di così tanti anni e nonostante tutte le reticenze, le resistenze, i silenzi che ancora oggi avvolgono la vicenda di Enrico Mattei.

Enorme e sistematica attività di depistaggio

L’aspetto più interessante e sconcertante è l’enorme e sistematica attività di depistaggio e occultamento delle prove fatta emergere da Calia con la sua tenace azione giudiziaria frutto di centinaia di interrogatori avvenuti nel più assoluto riserbo e della consultazione di documenti che fanno luce sul delitto. Un delitto maturato nelle alte sfere dello Stato, i cui mandanti non andavano ricercati all’esterno, tra le “sette sorelle” del petrolio con cui il presidente dell’Eni era ormai in procinto di scendere a compromesso, ma all’interno: nei potentati della Dc e negli apparati dello Stato più esposti nella lotta internazionale contro il comunismo, i quali vedevano in Mattei – nella sua straordinaria capacità di manovrare il parlamento e i partiti e di condizionare la politica estera – un nemico da abbattere.


Il regista Francesco Rosi, con Claudia Cardinale, presenta il suo film ‘Il Caso Mattei’ al Festival del Cinema di Cannes Film Festival, 13 Maggio 1972. Keystone/Hulton Archive/Getty Images
Nell’immaginario collettivo la sciagura di Bascapé era stata fissata come un incidente e tale doveva restare. E tutti coloro che si discostarono dalla narrazione ufficiale dei fatti furono in qualche modo neutralizzati. Alcuni ci rimisero la vita, forse s’erano avvicinati troppo alla verità. Altri si lasciarono comprare con consulenze, prebende, libri e articoli ricattatori pubblicati, poi ritirati o solo minacciati.

Una scia di sangue

Il cadavere di Mattei lascia sul campo una scia di sangue impressionante. La più inquietante è la morte di Marino Loretti, il motorista dei due Morane Saulnier con cui viaggiava Mattei, molto amico del comandante Bertuzzi. Loretti fu accusato di aver dimenticato un cacciavite nel motore di uno dei due jet durante un’attività di manutenzione (vicenda su cui si è molto ironizzato, passata alla storia come ”attentato del cacciavite”). In realtà il cacciavite era stato lasciato apposta da qualcun altro affinché la responsabilità potesse ricadere su Loretti: il quale fu rimosso dall’incarico e trasferito in Africa.

Un tecnico di grande esperienza, uomo di estrema fiducia di Bertuzzi, veniva così allontanato dai Morane Saulnier prima dell’ottobre 1962, mentre il presidente dell’Eni riceveva pesanti minacce di morte e l’efficienza e la vigilanza sui suoi aerei divenivano ancora più importanti per la sua sicurezza. Loretti finì per dimettersi dall’Eni e per andare a lavorare per una piccola compagnia aerea. Morì nel 1969 pilotando un piccolo aereo tra Ciampino e Roma Urbe. I due motori si piantarono in fase di decollo e l’aereo precipitò.


Gian Maria Volonté ne Il caso Mattei (1972)
Qui comincia un’altra storia: Calia acquisisce agli atti le carte della commissione d’inchiesta che aveva accertato come causa dell’incidente di Loretti la mancanza di carburante e scopre, attraverso documenti e testimonianze, che l’aereo aveva cherosene più che sufficiente e che i motori s’erano piantati perché qualcuno durante la notte, a Ciampino, aveva versato parecchi litri d’acqua nel serbatoio. Loretti fa in sostanza la stessa fine di Mattei.

E muore pochi mesi dopo aver inviato una lettera a Italo Mattei, fratello del fondatore dell’Eni, dove scrive di essere stato allontanato in modo intenzionale dall’incarico di motorista e di poter suggerire con le informazioni di cui è in possesso una nuova pista investigativa sulla morte di Enrico Mattei.

Perché la commissione d’inchiesta tacque sull’acqua nel serbatoio dell’aereo nonostante l’esame di un campione di carburante effettuato dai laboratori dell’aeronautica militare ne avesse rilevato la presenza? Perché collaborarono alle indagini un ingegnere e un capitano dei servizi segreti? Uno dei due, Romualdo Molinari, si trovava peraltro in Sicilia nell’ottobre 1962 come pilota di un gruppo di volo del comando dell’aeronautica militare antiSom di Fontanarossa nei cui hangar era stato ricoverato, nella notte tra il 26 e il 27, l’aereo di Mattei. Tante. Troppe coincidenze.

Il rapimento di De Mauro


Mauro De Mauro. Wikipedia
La scia di sangue avanza con la morte di Mauro De Mauro, il cronista del quotidiano di Palermo “L’Ora”, il cui rapimento trascinerà con sé altre morti. La sera del 16 settembre 1970, De Mauro si allontana sulla sua Bmw con alcuni uomini di Cosa nostra che lo aspettavano sotto casa e sparisce nel nulla. Il suo corpo non sarà mai ritrovato. Era stato incaricato dal regista Francesco Rosi di ricostruire, per la produzione del film su Mattei, gli ultimi due giorni di vita del presidente dell’Eni, trascorsi in Sicilia.

De Mauro ripercorre il tragitto di Mattei. Va a Gagliano Castelferrato, in provincia di Enna e poi a Riesi, il paese del mafioso Di Cristina, di cui era stato testimone di nozze Graziano Verzotto, il segretario regionale della Dc che curava le relazioni esterne dell’Eni in Sicilia. Va a Gela. E incontra a Palermo i potenti dell’epoca, tra cui Verzotto e l’avvocato Vito Guarrasi, una delle figure più ambigue della storia siciliana e nazionale, che nel 1943 aveva partecipato alla missione italiana presso il comando alleato ad Algeri. Ad amici e parenti De Mauro confida di avere in tasca uno scoop che farà tremare l’Italia.

Come scrisse Leonardo Sciascia, forse aveva detto la cosa giusta alla persona sbagliata o forse la cosa sbagliata alla persona giusta.


Il rinvenimento dell’auto di Mauro De Mauro. Wikipedia
Sta di fatto che le indagini della polizia, indirizzate fin dal primo momento sulla pista Mattei, furono presto abbandonate a favore di quelle dei carabinieri, i quali sostenevano che De Mauro fosse stato rapito per i suoi articoli sui traffici di stupefacenti della mafia. L’allora colonnello Carlo Aberto Dalla Chiesta, comandante della legione dei carabinieri di Palermo, ebbe uno scontro verbale con la moglie di De Mauro, che imputava invece il rapimento del marito al lavoro sulla ricostruzione degli ultimi giorni di Mattei in Sicilia che lo aveva assorbito nei mesi precedenti. Come De Mauro era scomparso nel nulla, così si dissolsero le indagini sul suo conto.


L’avvocato Vito Guarrasi. Carlo Carino/Imagoeconomica

Annacquare le indagini

Calia studia le carte e nel 1988 chiama a deporre tra gli altri il sostituto procuratore di Palermo Ugo Saito incaricato delle indagini. Saito dichiara che l’ordine di annacquare le ricerche era partito dal capo dei servizi segreti, Vito Miceli, durante una riunione cui aveva partecipato il vicequestore Boris Giuliano (a sua volta ucciso dalla mafia), e che l’ultimo anello della catena delittuosa su cui indagava la Procura di Palermo era Amintore Fanfani.

Saito aggiunge che era in procinto di trasmettere gli atti delle indagini su De Mauro alla Procura di Pavia, chiedendo l’arresto di Fanfani per l’omicidio di Enrico Mattei.
E tira in ballo anche un altro nome: “Ho anche memoria del fatto che dagli atti potevano emergere ipotesi di responsabilità a carico di alcuni personaggi di rilevo della vita italiana. Fanfani, Cefis…”. Peraltro, stando alla ricostruzione di Junia De Mauro, figlia del giornalista, sembra che anche Mauro De Mauro attribuisse a Cefis “precise responsabilità sulla morte di Mattei”
.

1968 – Eugenio Cefis Vice Presidente dell’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi). Keystone Pictures USA/ZUMAPRESS.com

Il braccio destro

Eugenio Cefis era stato l’ombra di Mattei all’Eni. Allievo della scuola militare di Modena e poi agente del Sim, il controspionaggio militare fascista, Cefis è in Valdossola durante la resistenza come vicecomandante della divisione Valtoce e come organizzatore delle brigate “Di Dio”. Durante la guerra partigiana conosce Mattei, che è a capo delle formazioni cattoliche, il quale dopo la liberazione lo vorrà al suo fianco all’Agip.

Quando nel 1953 nasce l’Eni, Cefis diventa il numero due del gruppo. E’ l’uomo delle operazioni riservate di Mattei. La sua interfaccia in Sicilia è l’avvocato Guarrasi, il suo acerrimo nemico il senatore Verzotto. Fulvio Bellini, autore di un famoso libro su Mattei, diceva che Cefis traesse il proprio potere non sono dal fatto di tenere in pugno un certo numero di deputati e senatori, ma anche dalla capacità di gestire somme di denaro rilevanti al di fuori dei fini istituzionali dell’Eni.

Aveva il culto della segretezza ed erano suoi amici alcuni esponenti di punta dei servizi, da cui riceveva informazioni di prima mano e per i quali rappresentava a sua volta un punto di riferimento, come se avesse ricevuto una qualche investitura superiore. Un appunto dei servizi ritrovato da Scalia, il cui grado di attendibilità è tutto da dimostrare, lo indica come fondatore della P2. Di certo conosceva parecchi esponenti della loggia e il maestro venerabile Licio Gelli, con il quale restò in contatto fino al momento in cui questi non fu arrestato in Svizzera.

L’originale del documento dei servizi in cui si indica Eugenio Cefis come fondatore della loggia P2 (evidenziato da Business Insider Italia) .


Chiarelettere

Chiarelettere

Chiarelettere
La sua carriera sembrava dovesse cessare nel gennaio 1962, quando Cefis lasciò l’Eni per ragioni mai chiarite. Ufficialmente si dimise per motivi personali. Italo Mattei sostenne invece che il fratello lo avesse allontanato perché ne aveva scoperto i maneggi e lo considerava un doppiogiochista asservito agli americani.

La sua uscita di scena dura però appena nove mesi. Subito dopo la morte di Mattei, Fanfani lo nomina infatti capo dell’Eni, dove resterà – prima come vicepresidente esecutivo e poi come presidente – fino al momento del suo sbarco in Montedison. L’Eni aveva scalato con i soldi dello Stato la più grande impresa chimica privata, che Cefis guidò con piglio risoluto fino al 1977, finché non decise di uscire per sempre dalla scena pubblica, andando a vivere in Svizzera ma continuando a curare i propri affari di famiglia sparsi tra l’Italia e il Canada.


Enrico Mattei a un raduno di partigiani. Wikipedia

L’accusa di PPP

Cosa sapeva Cefis della morte di Mattei? Cosa aveva capito? Mario Reali, che è stato a lungo rappresentante dell’Eni a Mosca nel periodo sovietico e che aveva rapporti con il primo ministro Aleksej Kossighin e con altre personalità dell’Urss, sostiene che Cefis conoscesse la verità sulla morte di Mattei. Sabrina Pisu cita fra le altre cose un appunto riservato trasmesso il 9 dicembre 1970 dal questore di Milano al ministero dell’Interno e alla divisione Affari riservati, dove si afferma che la responsabilità di Cefis nella morte di Mattei fosse molto più diretta di quanto si credesse allora e che nell’Eni più d’uno ne era convinto.

Calia da magistrato non si pronuncia. Per lui parla l’inchiesta, anche se conclude il libro con una citazione di “Petrolio”, il romanzo di Pier Paolo Pasolini pubblicato postumo, di cui uno dei personaggi è Carlo Troya, alias Eugenio Cefis. La citazione è emblematica: “In questo preciso momento storico Troya sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore”.

L’ombra del caso Mattei con la sua sequenza di delitti si allunga fino alla spiaggia dell’idroscalo di Ostia, dove nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 lo scrittore “corsaro” è assassinato in modo efferato. E ancora una volta il nome di Cefis è accostato, in tempi non sospetti, alla morte del fondatore del gruppo del “cane a sei zampe”: non da un magistrato, ma dal più grande intellettuale di quegli anni, il quale nelle sue opere andava denunciando la natura violenta, brutale e omologante del potere.

Se qualcuna di queste 15 battute ti fa ridere sei uno scienziato, se le capisci tutte sei un genio

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Valerio Mariani


Chris Jackson/Getty Images

Se con “scemo chi legge” andiamo sul sicuro, visto che dovrebbe essere un giochetto comprensibile ai più, sfidare il prossimo con l’Antinomia del Mentitore di Epimenide di Creta – “questa frase è falsa” – e chiedergli se è realmente vera o falsa diventa rischioso.
Una risata da bar potrebbe trasformarsi in una tragedia greca, appunto.
Ma i giochi di parole, le freddure intelligenti, quelle per nerd veri hanno un fascino particolare, perché oltre a “creare atmosfera” all’aperitivo garantiscono un’allure speciale a chi le propone, che camminerà a un metro da terra non appena qualcuno dirà “non l’ho capita” e partirà con la spiegazione dotta. Scandagliando il web abbiamo trovato le 15 freddure più intelligenti in circolazione con relativa descrizione.

1. Per logici

La moglie di un professore di logica ha appena partorito. L’ostetrico porge il figlio al padre mentre la madre chiede “è maschio o femmina?” Il marito risponde: Sì.


Universal
Spiegazione: secondo la logica matematica la risposta è tecnicamente corretta. Se ci si riferisce a un neonato chiedendo se è maschio O femmina, la risposta non può che essere “Sì”, o anche “certo”, dato che uno dfei due sarà per forza. Quale sarebbe stata la risposta se la domanda fosse stata: è un maschio E una femmina?
2. Per femministe

Siete in grado di dire una frase sicuramente non sessista? Eccola: “due donne al bar parlano del test di Bechdel”.


REUTERS/Adrees Latif
Spiegazione: il test di Bechdel è una prova per determinare se una narrazione ha dei connotati sessisti. La cosa divertente è che il test pone tre condizioni: nel racconto devono essere presenti almeno due donne, che devono parlare almeno una volta tra loro e non necessariamente di un uomo. Una sola risposta negativa implica che la frase è sessista. Possiamo stare tranquilli, quella frase non è sessista.
3. Per fisici

Un certo Heisenberg viene fermato dalla polizia in autostrada: ‘Ha un’idea di quanto veloce sta andando? Risposta: no, però so benissimo dove sono’.


AGF
Spiegazione: Werner Heisemberg è stato un grandissimo fisico tedesco che ha introdotto il Principio di Indeterminazionein cui, appunto, si sostiene che è impossibile determinare con precisione sia la posizione sia la velocità di una particella.
4. Ancora per fisici

Sempre sul povero Heisenberg: sapete perché è un pessimo amante? Quando trova la posizione non sa come muoversi, quando ha la giusta energia non ha il tempo.

Perché: sempre per il Principio di Indeterminazione.
5. Per musicisti

Do, Mi Bemolle e Sol bloccati all’ingresso di un bar: scusate, ma non sono ammessi minori.


Noel Vasquez/Getty Images
Perché: Do, Mi bemolle e Sol compongono un accordo in Do minore.
6. Sempre per fisici (ma sportivi).

Primo principio della Termodinamica: non puoi vincere. Secondo: non puoi pareggiare. Terzo: non puoi smettere di giocare.


AGF
Spiegazione: si tratta di una interpretazione un po’ fantasiosa dei principi della termodinamica. In parole (molto) povere il primo afferma che nulla si crea né si distrugge, il secondo che la materia tende a passare dallo stato di ordine a quello di disordine e la terza che più la temperatura cala, e ci si raffredda, e meno confusione ci sarà.
7. Per chimici

Se non sei parte della soluzione, sei parte del precipitato (insomma precipiti).

Soluzione: si dice che “o sei parte della soluzione oppure sei parte del problema” e se succede non piacerebbe al tuo capo. In chimica, se non sei parte della soluzione, precipiti, come capiterebbe a una sostanza in polvere che non si scioglie in un liquido, accumulandosi sul fondo del bicchiere.
8. Per filosofi

È tutto solipsistico qui o sono io?


d26b73/Flickr
Spiegazione: secondo la dottrina filosofica del solipsismo, l’individuo può affermare con certezza solo la propria esistenza (penso, dunque sono – diceva Cartesio), tutto il resto è rappresentazione della sua coscienza. La domanda, dunque, non può avere una risposta coerente.
9. Per latinisti

Un antico romano entra in un bar e chiede un Martinus. Il barista risponde: un Martini vorrà dire. Risposta: no, ne voglio solo uno.


Giorgio Cosulich/Getty Images
Spiegazione: chi ha studiato latino lo sa: il suffisso “us” si usa per il nominativo singolare della seconda declinazione, “i” per il plurale.
10. Per latinisti 2

Un antico romano entra in un bar alza l’indice e il medio della mano destra e ordina cinque birre.

Spiegazione: provate a fare il segno della vittoria con le dita, è equivalente a V, che nella numerazione romana indicava il numero cinque.
11. Per chimici 2

Anche Elio entra in un bar e chiede una birra, il barista risponde: mi dispiace, non serviamo gas nobili qui. Elio non ha alcuna reazione alla risposta.

Spiegazione: l’Elio è un gas nobile, senza colore, senza odore, non infiammabile e che non ha nessuna reazione. Mentre la birra è gasata, ha odore, colore e, soprattutto, provoca qualche reazione. Dunque non è certo un gas nobile.
12. Per ingegneri

La moglie dice al marito ingegnere: vai al supermercato e compra 5 mele, se hanno le uova comprane 10. Il marito va al supermercato e chiede alla commessa se hanno uova. Risposta: sì, certo. Ok mi dia 10 mele, per favore.

Spiegazione: c’è proprio bisogno di spiegarla?
13. Per statistici.

Tre statistici vanno a caccia. Il primo manca un coniglio di un metro sulla destra, il secondo di un metro sulla sinistra e il terzo esclama: “l’abbiamo preso”!

Spiegazione: la media tra un metro a destra e un metro a sinistra del coniglio è esattamente dove è il coniglio.
14. Per linguisti

La prima regola del club della tautologia è la prima regola del club della tautologia.

Spiegazione: v. la prossima
15. Per logici 2

Tautologia è “ciò che è tautologico”

Spiegazione: in linguistica la tautologia è una figura retorica che consiste nell’aggiunta di contenuto ridondante e dal significato ripetitivo all’interno di un dato discorso al fine di porre maggiore enfasi. In logica, invece, è un’affermazione vera per definizione, quindi fondamentalmente priva di valore informativo.