sabato 1 aprile 2017

Attacco ad Hacking Team, sbuca una pista spagnola

lastampa.it
carola frediani

Il gruppo indagato per l’incursione al sindacato di polizia catalano ora è sospettato anche del colpo al produttore italiano di spyware, rivelano gli investigatori


L’attacco informatico che colpì Hacking Team nel 2015 potrebbe essere stato condotto da Barcellona. Da un gruppo di catalani e spagnoli fortemente politicizzati e responsabili di altre incursioni digitali e pubblicazioni di dati, incluse quelle contro il sindacato di polizia della Catalogna, Mossos D’Esquadras (SME).

L’ipotesi investigativa arriva direttamente da Barcellona. Secondo la testata locale Ara, gli investigatori catalani ora sospettano che il gruppo di quattro persone indagate lo scorso 31 gennaio per l’attacco informatico al sindacato di polizia abbia anche colpito in precedenza Hacking Team, usando lo pseudonimo online e account Twitter Phineas Fisher.

Si tratterebbe di una novità perché, quando i quattro indagati erano stati fermati a fine gennaio, la polizia aveva contestato loro solo l’attacco al sindacato senza esprimersi sugli altri, che erano pure stati rivendicati dall’account Twitter Phineas Fisher (poi HackBack), lo stesso usato per la diffusione dei dati sul Mossos.

Ora però fonti investigative citate da Ara sostengono che per la polizia locale - che starebbe collaborando via Interpol con quella italiana - il gruppo di indagati potrebbe essere responsabile anche dell’attacco al noto produttore italiano di spyware Hacking Team, avvenuto nel 2015 col rilascio online di 400 GB di dati. Ara sostiene anche che la polizia italiana stesse già lavorando sull’idea che l’origine dell’attacco fosse in Spagna.

La polizia catalana stima che il gruppo, oltre ai quattro indagati, possa comprendere ancora due o tre persone. E che avrebbe base a Barcellona, con forti contatti coi movimenti sociali «antisistema» del territorio. Il blitz di fine gennaio aveva individuato un trentatreenne di Salamanca e una coppia (di 31 e 35 anni) di Barcellona. Più un quarto indagato poco dopo, sempre in Spagna. Tuttavia Phineas Fisher/Hack Back - cioè l’identità che su Twitter aveva diffuso e/o rivendicato i leak di vari attacchi informatici, in particolare contro l’azienda di spyware GammaGroup nel 2014; contro Hacking Team nel 2015; contro il sindacato di polizia catalano nel 2016 - aveva continuato a scrivere ai giornalisti con il suo indirizzo mail anche dopo il blitz.

In quei giorni, via mail, alla Stampa Phineas aveva spiegato di aver cancellato i suoi profili social alcune settimane prima per troppo stress e rigetto verso l’eccesso di visibilità, e di essere tornato online solo perché la polizia spagnola diceva di averlo arrestato. Ovviamente il fatto che Phineas fosse ancora comodamente in possesso del suo indirizzo mail aveva fatto sorgere dei dubbi sul collegamento fra gli indagati e lo stesso Phineas. Ma poteva essere compatibile anche con l’idea che dietro a quello pseudonimo non ci fosse una sola persona bensì un gruppo, di cui alcuni membri ancora non individuati. 

Ora gli investigatori starebbero facendo anche una analisi linguistica dei testi, delle rivendicazioni e delle comunicazioni di Phineas. Va detto che dal punto di vista ideologico l’identità di Phineas è sempre apparsa molto coesa e articolata in tutti i suoi testi. Dal punto di vista linguistico, mostrava una perfetta padronanza di inglese, spagnolo e catalano. E culturalmente, sembrava avere un forte interesse verso il mondo latinoamericano.

Come avevamo ricostruito in precedenza su La Stampa, Phineas Fisher era sbucato su Twitter nell’estate 2014, con un account dedicato apposta alla diffusione di 40 GB di materiali sottratti a Gamma Group, azienda che vendeva FinFisher, una suite di software di intrusione e sorveglianza, a vari Paesi (e da qui il suo pseudonimo Phineas Fisher, nome utente @GammagroupPR, chiuso infine a inizio gennaio 2017). 

Poi era subentrata una fase di silenzio, interrotta quando era stata attaccata Hacking Team. Allora, lo stesso profilo Twitter dell’azienda italiana, mentre era in mano agli attaccanti, aveva rilanciato il tweet di Phineas che rivendicava l’azione. Account che poi nell’aprile 2016 aveva anche pubblicato un presunto resoconto sull’attacco. Da quel momento comunque il profilo Twitter cambia nome e si fa chiamare HackBack. Diventa più esplicito politicamente, aumentano tweet e versioni in spagnolo delle sue «guide». Rilascia interviste. Ma intanto le indagini avanzano. E, intorno al 10 gennaio 2017, l’account di Phineas/HackBack scompare, viene chiuso. Poche settimane dopo, arriva il blitz.

A bruciar le streghe

lastampa.it
mattia feltri

L’Fbi ha diffuso foto inedite dell’attacco aereo al Pentagono dell’11 settembre 2001. Le foto testimoniano che cosa è successo, dicono i siti, invece non testimoniano un bel niente: chi crede che l’11 settembre sia un inganno globale, troverà all’opposto ulteriore alimento alle sue congetture. Se si cerca «11 settembre» su YouTube, la prima intera schermata ospita video cospirazionisti. Fra le tante novità, il meraviglioso mondo di Internet ha introdotto la realtà componibile: se preferisci che la Terra sia piatta, innumerevoli siti te ne forniranno le prove con procedure e linguaggio scientifici, e un movente gotico: un complotto massonico per abolire Dio e introdurre il nichilismo. 

Ciascuno di noi oggi dispone di supporti per fortificare ogni suo pregiudizio e costruirsi una fenomenologia su misura. C’è chi, in diffidenza alla medicina ufficiale, ha provato a vincere il cancro con la camomilla, e con risultati conseguenti. Chi predispone i neonati a un cosmico abbraccio alla natura imponendogli la dieta vegana (e niente vaccini). La storia fai da te, la geografia fai da te, la farmacologia fai da te, naturalmente il must di stagione, la politica fai da te. E quindi tutto lecito: anche minacciare di morte gli avvocati di Alatri per una nuova, rapida ed efficace giustizia fai da te. Dunque: la Terra è piatta, ci si cura con le radici e gli assassini si appendono all’albero più alto. Quando andiamo a bruciare le streghe, mi fate un fischio?

L’islam italiano si organizza: nasce la “Costituente Islamica”

lastampa.it
karima moual

I promotori: “Il fine è il rispetto del diritto al culto, puntiamo a un’assemblea eletta di 100 persone con premi di minoranza di genere e per regione, e ad almeno 10mila iscritti


La grande Moschea di Roma

Dopo la firma del Patto con l’Islam italiano voluto dal Ministro dell’Interno Marco Minniti, inizia a concretizzarsi, su più fronti, l’iniziativa per arrivare a proporre la tanto ambita intesa con lo Stato. Ma con due novità inedite: da una parte la galassia dell’islam organizzato fa intendere di essere più incline ad accettare compromessi rispetto al passato, che aveva registrato già diversi fallimenti. Dall’altra, invece, emerge con forza la nascita di una nuova realtà: l’emergente “Costituente islamica”.

L’accelerazione voluta dal Viminale sulla firma del Patto con le organizzazioni islamiche in Italia, si porta dietro molte aspettative da parte dei musulmani italiani, che vedono nel pragmatismo del nuovo Ministro un’opportunità da non perdere. Obiettivo: portare a casa qualcosa, dopo 40 anni di tavoli e consultazioni, che di fatto hanno prodotto più dossier e relazioni che cambiamenti reali sulla vita dei fedeli musulmani, a partire dalla questione dei luoghi di culto, ancora irrisolta. 

E allora alcuni, con discrezione e meticolosità, provano a mettere giù, nero su bianco, un’intesa completa e più convincente da portare al tavolo di discussione alla Presidenza del Consiglio. Tra loro la Grande Moschea di Roma - unico ente riconosciuto giuridicamente rispetto alle altre organizzazioni islamiche - emerge come quella che ha più chance di arrivare all’intesa rispetto ad altri, e non solo perché forte della sua autorevolezza, ma anche e soprattutto per il lavoro politico che ha svolto in questi ultimi anni a livello nazionale.

Il CII (Centro islamico italiano), infatti, ha sviluppato un rapporto stretto con la più grande comunità musulmana in Italia, quella marocchina, organizzata nella Confederazione dell’Islam italiano. Tradotto in numeri: l’unione di ben più di 300 moschee a livello nazionale. Un bel seguito da mostrare a chi dal Ministero chiede forza di consenso per potersi sedere al tavolo delle consultazioni sulla questione islam in Italia.

Ma dietro alle trattative della futura intesa non ci sarebbe solo la Confederazione islamica, ma anche la Coreis, sempre più vicina alla Grande Moschea di Roma e alla Confederazione islamica. Un triumvirato che farebbe fronte comune al rivale Ucoii. Fin qui tutto da copione, se non che a pochi giorni dalla firma del Patto, è nata su Facebook la cosiddetta “Costituente islamica”. Una realtà che già dalla sua presentazione promette di dare filo da torcere non solo dentro l’islam organizzato italiano ma anche alle stesse istituzioni. Una base di ribelli, fatta di convertiti e seconde generazioni con cittadinanza italiana, che fa di questa caratteristica il proprio punto di forza e che ha obiettivi chiari: dare ai musulmani (quasi 2 milioni) una rappresentanza eletta per interfacciarsi con lo Stato e le istituzioni e il tutto, ricalcando un po’ l’esperienza grillina, attraverso il web. 

La piattaforma è dunque pronta per dar vita a un’assemblea elettiva di 100 uomini e donne. Questa Assemblea - si legge nella presentazione - farà formale richiesta d’Intesa alla Presidenza del Consiglio. Sulla pagina Facebook iniziano già ad arrivare le adesioni, con tanto di video di presentazione, dove ci si “mette la faccia” dicono. Tra gli aderenti non ci sono solo volti sconosciuti ma anche rappresentanti dell’islam italiano. Facce nuove e soprattutto giovani, come quella di Brahim Baya che hanno grande dimestichezza con il web per attirare anche giovani leve perché è lì che bisogna raccogliere consenso sul futuro. C’è chi ha tradotto l’iniziativa come la nascita del primo partito islamico. 

“Si sbagliano - spiega Francesco Abdalhaqq Tieri, il progettatore della piattaforma - Non ci sono i numeri per fondare un partito islamico e non è assolutamente questo il nostro obiettivo. Inoltre - continua sicuro Tieri - le ultime leggi elettorali fanno fuori molti partitini storici. La soglia è altissima e la politica ha già dimostrato di non volerci se non come marionette”. “Abbiamo il solo fine dell’intesa – spiega – e quindi del pieno diritto al culto. Puntiamo a un’assemblea eletta di 100 persone con premi di minoranza di genere e per regione. Per avere una certa rappresentatività dovremmo avere 10mila iscritti”.

A chi gli fa il paragone con il Movimento 5 Stelle, spiega: “La differenza con loro è che il comitato non deterrà la piattaforma d’iscritti come Grillo e Casaleggio, perché gli iscritti saranno un organo consultivo della costituente e la totalità della piattaforma passerà alla costituente”. Tutto chiaro dunque. Si apre un altro fronte sulla tanto agognata Intesa islamica con lo Stato, alla quale si aggiunge l’ennesimo contendente. Che a differenza del passato, però, ha il passaporto italiano come clausola principale, usa molto bene il web, e ha ben chiari gli strumenti giuridici per arrivare all’obiettivo Intesa. 

Gli altri contendenti sono avvisati, assieme a chi negli ultimi 25 anni ha giocato la carta del “non siete pronti” attraverso cavilli giuridici per scongiurare un qualche ordine o governabilità nell’islam nostrano.

Loro

lastampa.it
jena@lastampa.it

Ve lo immaginate voi un bel governo Renzi-Berlusconi?
Voi no, loro sì.

La coop "pigliatutto" e i servizi fantasma ai migranti

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo Simona Di Rutigliano - Ven, 31/03/2017 - 18:03

La coop Olinda incassa migliaia di euro per il centro profughi di Nuvolera (Brescia). Ma dei servizi che dovrebbe finanziare non sembra esserci traccia



Ogni volta che un immigrato mette piede sul territorio italiano, una cooperativa esulta. La polizia identifica lo straniero, la prefettura lo distribuisce in un Comune e una coop gli offre ospitalità. Il tutto alla modica cifra di (circa) 35 euro al giorno. Soldi che non dovrebbero servire ad ingrassare le casse delle associazioni caritatevoli, ma ad assicurare ai migranti determinati servizi. Eppure non sempre è così (guarda il video).

Provate a chiederlo alle richiedenti asilo parcheggiate nel centro di accoglienza straordinaria (Cas) di Nuvolera, in provincia di Brescia. La struttura è gestita dalla cooperativa Olinda che ha sede a Medole. Nel Mantovano la chiamano la "coop pigliatutto", visto che ha fatto incetta di bandi per l'accoglienza degli stranieri ed è riuscita ad aprire centri anche a Verona e Brescia. Nei mesi scorsi era finita nella bufera con l'accusa di aver "rinchiuso" le 34 ospiti all'interno dello stabile: un polverone risolto dopo proteste e manifestazioni organizzate dal centro sociale "Magazzino 18". Oggi le ragazze non sono più chiuse a chiave in casa, ma molti problemi permangono.

Per il Cas di Nuvolera, l'Olinda incassa qualcosa come 35mila euro al mese. Tanto denaro. Soldi che si sa come entrano nelle casse, ma non si ha la minima idea di come poi vengano spesi, dal momento che molte delle prestazioni che dovrebbe offrire sono praticamente insistenti. A dirlo sono le stesse migranti, mica accusatori qualsiasi. Testimonianze che, insieme alla mancata rendicontazione di incassi e spese, non fanno altro che avvolgere la cooperativa in una nuvola di mistero e aumentare i dubbi circa le sue reali buone intenzioni.

Secondo il regolamento scritto dalla stessa Olinda, le rifugiate dovrebbero seguire corsi di ceramica, di taglio e cucito, attività di volontariato e persino corsi sportivi. Mestieri e iniziative che si dovrebbero svolgere direttamente all’interno della struttura. "Qualcosa viene fatto - afferma una delle immigrate - ma solo a giorni alterni. E non tutte possiamo partecipare". Del resto dei corsi, nemmeno l’ombra. "Non c'è nulla per passare il tempo: la coop dice che facciamo sport? Falso.

Ci permettono solo di dormire e mangiare". A mancare sono anche l’assistenza legale e quella psicologica, servizi che dovrebbero alleviare le ragazze da una realtà difficile e resa ancor più invivibile dalla coop. Senza contare che l'elettricità va a singhiozzo e fino a poco tempo fa non arrivava neppure il gas. E non è tutto: l’Olinda nei giorni scorsi aveva rivendicato l’iscrizione alla biblioteca comunale per tutte le ragazze. Bello, bellissimo: peccato che loro non sappiano neppure dove si trovi e che una dipendente ci abbia confermato che nessuna risulta essere stata mai iscritta in biblioteca.

Registrate a loro insaputa. Possibile? Chissà. Inutile chiedere spiegazioni agli operatori o alla direttrice della Olinda, Ughetta Gaiozzi. La quale non solo si rifiuta di parlare e di fornire spiegazioni, ma respinge le accuse. Tutto in regola, insomma: a mentire sarebbero le ospiti. Secondo la Gaiozzi i corsi previsti dal bando e dal regolamento si svolgono regolarmente, così come sono presenti tutti i servizi che l'associazione è tenuta ad offrire. Prestazioni e passatempi di cui però le dirette interessate dicono di non aver mai goduto. Una cosa è certa: qualcuno dice bugie. E allora una domanda sorge spontanea: i soldi che la cooperativa riceve, se non sono indirizzati a sostenere attività per i migranti, che fine fanno?

L’attenuante del rompiscatole

corriere.it
di Massimo Gramellini

Un ex tipografo è stato condannato a soli sei anni e tre mesi per l’assassinio della moglie in quanto la vittima era una solenne rompiscatole e la sera prima gli aveva gridato: «Tu non vali niente, qui comando io». Non si tratta di un pesce d’aprile, anche perché nell’era della post-verità le notizie fasulle sguazzano già tutto l’anno e il primo aprile semmai si prendono una pausa. Un giudice — una giudice donna — ha realmente concesso l’attenuante della provocazione a un uxoricida di Gioia del Colle, in provincia di Bari, alla luce delle testimonianze che descrivevano sua moglie come un modello particolarmente efficace di trapano ricaricabile. Persino i figli, in una lettera indirizzata al padre in carcere, oltre a perdonarlo hanno ammesso di comprenderlo.

La vicenda pugliese avrà le sue specificità, ma se passasse il principio che la natura bisbetica del coniuge o del collega configura un’attenuante, in poche ore l’Italia si trasformerebbe nel teatro di una strage. Suscita più di qualche preoccupazione il pensiero che la vita delle persone possa cambiare valore a seconda del loro carattere. Ergastolo quando la vittima è un santo. Se invece è un tipo insolente bastano vent’anni, ma la pena può essere ridotta a dieci in caso di comportamenti sistematicamente acidi. Se poi è un reiterato frullatore, il tariffario penale scende fino a sei anni e qui mi fermo perché sto diventando un po’ troppo indisponente e non vorrei che qualche lettore pensasse di potermi fare fuori gratis.

1 aprile 2017 (modifica il 1 aprile 2017 | 07:12)

In vendita su Amazon l'acqua di Lourdes: ma è illegale

ilgiornale.it
Marta Proietti - Ven, 31/03/2017 - 16:12

È possibile avere l'acqua gratuitamente scrivendo al santuario francese nei pressi della grotta dove, nel 1858, secondo i credenti apparve la Madonna



Su Amazon si può ormai trovare di tutto. E da qualche giorno anche l'acqua di Lourdes.
Il popolare sito fondato da Jeff Bezos ospita infatti decine di annunci relativi alla messa in commercio di contenitori. E questo nonostante il fatto che lucrare sull'acqua che, secondo i credenti, è miracolosa sia illegale. Per entrare in possesso dell'acqua basta infatti inviare la richiesta al santuario francese nei pressi della grotta dove, nel 1858, secondo i credenti apparve la Madonna.

Nessuno è finora intervenuto per bloccare la vendita. Così, come scrive Fanpage.it, è ancora possibile acquistare taniche, boccettine, madonnine di plastica piene di acqua di Lourdes a prezzi anche piuttosto alti. Una delle società più attive nella vendita su Amazon è la britannica "Catholic Gift Shop ltd", che offre contenitori di ogni misura con all'interno "autentica acqua santa di Lourdes". L'azienda spiega che la loro è praticamente una missione: "Cinque milioni di fedeli provenienti da tutto il mondo viaggiano a Lourdes ogni stagione. Tuttavia, molti altri non sono in grado di viaggiare. Ecco perché lo mettiamo a disposizione per voi e la vostra famiglia, in qualsiasi parte del mondo".

Inoltre, continuano spiegando che "con il contenitore di Lourdes di acqua santa, potete essere sicuri di avere abbastanza acqua santa a disposizione a casa per voi, i vostri familiari ei vostri parenti stretti". Non solo, la società racconta di aver chiuso un accordo con Amazon per spedire l'acqua in tutto il mondo nei tempi più rapidi possibili "perché sappiamo che voi e la vostra famiglia avete bisogno della santa acqua il più presto possibile". Molti credenti arrabbiati stanno lasciando su Amazon recensioni negative sul prodotto.

Samsung Galaxy s8: falla sul riconoscimento facciale

ilgiornale.it
Luca Romano - Ven, 31/03/2017 - 12:14

Una novità su tutte accompagnerà i nuovi Galaxy S8 e i Galaxy S8+: il riconoscimento facciale per sbloccare lo smartphone. Ma c'è una falla...



Una novità su tutte accompagnerà i nuovi Galaxy S8 e i Galaxy S8+: il riconoscimento facciale per sbloccare lo smartphone.

Un'autenticazione biometrice che permetterà l'accesso alla schermata iniziale dello smartphone. Ma secondo alcuni test effettuati sui dispositivi, il nuovo smartphone avrebbe una falla sul fronte sicurezza. Infatti il sistema di riconoscimento potrebbe essere facilmente aggirato. Sul web infatti un video mostra come basti una foto per sbloccare il dispositivo. Infatti basterebbe "mostrare" al dispositivo una foto del proprietario da un altro smartphone per effettuare l'accesso. In questo momento però non è possibile capire quali possano essere le caratteristiche dell'immagine perché possa sbloccare lo smartphone.

Un punto fondamentale questo, perché se la falla si allargasse allora potrebbe permettere l'accesso anche con una foto rubata sui social. La speranza per gli utenti è che questo problema possa essere risolto entro la fine del mese prossimo. E a quanto pare i tecnici sono già a lavoro per studiare il problema e risolverlo.

Tre parà Usa rubano il Tricolore. Ora rischiano la corte marziale

ilgiornale.it
Claudio Cartaldo - Ven, 31/03/2017 - 16:50

Sfregio alla bandiera italiana. Tre soldati americani hanno rubato il Tricolore esposto in una piazza di Vicenza, lasciando che l'alcol che avevano in corpo gli permettesse di disonorare il simbolo dell'Italia.

L'ignobile gesto è stato messo a segno a Vicenza nella notte tra sabato 18 e domenica 19 marzo. I tre parà americani erano in libera uscita quando hanno ben pensato di allietare la loro serata con qualche litro di birra e alcol di troppo. Una volta usciti per strada, non curanti del loro ruolo istituzionale come servitori dell'esercito Usa, si sono diretti in piazza Marconi, dove si affaccia una caserma italiana. E così hanno deciso di tranciare il cavo che sorregge la bandiera sul pennone della piazza e di rubare il Tricolore.

Pensavano di averla fatta franca, ma non avevano fatto i conti con le telecamere di videosorveglianza posizionate sulla piazza. Così il comando della polizia locale ha segnalato il furto ai carabinieri del Setaf, che sono riusciti a scovare i responsabili. I tre parà ora sono nei guai: essendo in servizio presso la caserma Ederle, ora rischiano di dover comparire di fronte alla corte marziale e di essere espulsi dall'esercito per indegnità. Sul loro capo pende anche una denuncia alla Procura di Vicenza per furto aggravato della bandiera italiana.

Africa svuotata: quasi un genocidio

ilgiornale.it
Nino Spirlì



Un enorme, ricchissimo, sconosciuto, in parte inesplorato continente, che sta perdendo la propria identità, prima ancora di essere riuscito a presentarla in maniera dignitosa e reale al resto del mondo. Non sappiamo quasi nulla dell’Anima dei mille e mille popoli africani; tanto che li consideriamo – ignoranti che siamo – un solo popolo di un solo Stato: l’Africa. Di loro e della loro terra abbiamo imparato ciò che ci hanno imboccato a forza quei quattro documentari televisivi sulla caccia all’elefante, l’accoppiamento dei leoni, le corse dei giaguari nelle savane, i “ciondoli” giganteschi dei Masai, lo sfruttamento delle donne dalle mammelle visonate. Di ognuna delle innumerevoli etnie del continente nero, noi uomini occidentali, pur conoscendo usi, costumi e tradizioni, grado di emancipazione, di istruzione, di progresso sociale, rabbie e disincanti, ignoriamo la vera Identità. Oserei dire, la Divinità…

Sappiamo, sì, che, da quelle parti, la vita umana vale poco. Che non campano tantissimo. Che studiano in pochi. Che scopano tanto. Che i vaccini e i farmaci li vedono come noi vediamo l’altra faccia della luna. Che quando si incazzano fra loro, si massacrano a machetate. Che i loro grassi e disonesti governanti hanno il culo strapieno di dollari, euro, oro, diamanti, mentre il resto della popolazione di ciascuno Stato africano è strapovera, malata e trattata peggio che uno sputo per via.

Sappiamo che i cinesi stanno comprando l’intero continente, pagandolo a suon di mazzette. Che gli americani e i russi, gli inglesi e gli olandesi, i belgi e i francesi, arabi e indiani, da decenni, ne svuotano cave, miniere, mari e foreste. Che gli islamici sono i padroni del petrolio (e non solo di quello) di tutta l’Africa. Che i missionari di tutte le religioni sono amati e odiati, e che, molti di loro, hanno più famiglie del più poligamo degli indigeni stessi.

Sappiamo che guerre e stragi, da quelle parti, puzzano più di strategie straniere e di venduti locali, piuttosto che di vere e proprie rivendicazioni autoctone.

Sappiamo che qualche potentato massomafiopolitico sta svuotando l’intero continente di braccia forti e ventri fertili, trattenendo solo i vecchi e i deboli, che vengono ammazzati, comunque, in loco con epidemie misteriose e cure fasulle.

Insomma, un Genocidio!

Un genocidio che sta causando un altro genocidio. Il nostro.
Perché quei coglioni africani muscolosi e armati di smartphone e stupefacenti, che si vendono ai disonesti, per venire a pisciare per i viali delle nostre capitali, ammazzano, partendo da casa propria, il proprio popolo; e ammazzano, arrivando, il nostro popolo. Usati da chissà quale “figlio di puttana” che ha messo in atto lo sfruttamento finale dell’ultimo lembo di terra che somiglia, per bellezza e ricchezza, a quei primi sette giorni della Genesi.

Ogni partenza da una capanna di canne, una casetta di fango, un condominio sgangherato di Abidjan, Accra, Bamako, equivale ad una resa. Alla consegna della propria Identità ad invasori senza pietà. Ogni sbarco a Lampedusa, Reggio Calabria, Corigliano, Crotone, corrisponde ad un genocidio della nostra gente. Decine di Culture, decine di Identità millenarie, triturate e impastate con un unico scopo: sradicarci, renderci senza passato. Immergere nella nebbia dell’oblio i nostri ricordi. Così potremo essere tutti trasformati in esseri inferiori, da tenere sotto come scimmie ammaestrate davanti ad una catena di montaggio. Fra poco serviremo tutti, bianchi, neri, gialli e rossi, semplicemente per creare profitto per un’oligarchia di sfruttatori, che non ci riconosceranno alcun diritto. Nessuna libertà.

O ci ribelliamo subito, o sarà la fine.
E, guarda caso, i primi a dover dire NO sono proprio questi cristoni africani! Sono proprio loro che non dovrebbero abbandonare a morte certa genitori, nonni, fratelli, sorelle. Sono proprio loro che dovrebbero armarsi a casa propria e lottare per restare. Per seminare e raccogliere. Per crescere e costruire un vero futuro. Africano. Qui, saranno sempre “quelli delle banlieue, delle periferie”. Per uno che ce la farà, mille coveranno solo odio e frustrazioni.

Questo dovrebbero insegnar loro i “professorini” delle cooperative. Anziché far finta di essere santi, andandoli a strappare alle onde del loro mare…

Fra me e me.
“Prima che il diritto di emigrare, ogni popolo a dovrebbe avere il diritto di restare nella propria terra”, così – più o meno – il primo santo vivente del XXI secolo Cristiano, Papa Benedetto XVI

Per proteggere la vostra privacy online basta tenere aperto questo sito

lastampa.it
 andrea signorelli

Internet Noise naviga per conto vostro in maniera casuale, nascondendo tra mille ricerche quelle effettuate realmente e camuffando così le vostre azioni in rete

In pochi minuti, ho visitato un blog di imbianchini, ho giocato a un videogame in flash con protagonista Hello Kitty, ho cercato una presa elettrica su uno sconosciuto sito di ecommerce, dato un’occhiata a un resort di lusso in Thailandia, letto una notizia sul Sudan e infine controllato la classifica di Serie A. In verità, solo una di queste azioni è stata veramente compiuta da me, perché tutte le altre sono frutto della navigazione incessante e casuale di Internet Noise , un sito web ospitato su GitHub che sfrutta il vostro browser per visitare una miriade di pagine internet e compiere ricerche su Google senza mai fermarsi.

Per iniziare questa navigazione a casaccio, basta cliccare il pulsante “Make some noise” (“Fate un po’ di rumore”) e tenere aperte le varie schede del browser che inizieranno a setacciare il web senza alcuna logica. Per tornare alla normalità, bisogna invece cliccare “Stop the noise”. Ma perché dovremmo essere interessati a un sito di questo tipo? La risposta va cercata nella decisione del parlamento USA di smantellare le leggi sulla privacy online varate dall’amministrazione Obama e permettere agli internet service provider di vendere alle agenzie pubblicitarie la cronologia delle ricerche sul web degli utenti (ma la EFF , Electronic Frontier Fondation, ha evidenziato anche il rischio che queste nuove norme aprano le porte alla sorveglianza di massa).

È per protestare contro la decisione del parlamento statunitense che il programmatore Dan Schultz ha creato Internet Noise, uno strumento che ha quindi lo scopo di aumentare a dismisura le dimensioni della cronologia del vostro browser, rendendo molto più difficile dare un senso logico alle ricerche da voi effettuate e costruire un profilo-utente utile a scopi commerciali (o di sorveglianza). 

Attenzione, però: come spiegato dallo stesso Schultz “questo strumento farà un bel po’ di rumore, ma è solo una forma di protesta che non vi mette realmente al riparo dal tracciamento”. In effetti, sfruttare un VPN è un metodo molto più efficace per nascondere l’attività online; mentre Internet Noise rientra a pieno titolo nelle tecniche di “offuscamento” rese celebri da due professori del MIT nell’omonimo libro, pubblicato anche in italiano , in cui si spiega in che modo condurre una guerriglia contro la profilazione online costruendo “informazioni ambigue, confuse, fuorvianti, al fine di interferire con la raccolta dei dati”.

Uno di questi strumenti è AdNauseam , un’estensione che clicca tutte le pubblicità che incrociate lungo la vostra navigazione in modo da impedire di capire quali davvero vi interessino. Allo stesso modo, CacheCloak moltiplica i punti d’accesso dei vostri dispositivi mobile per rendere impossibile scoprire, attraverso la geolocalizzazione, in che punto esatto vi troviate, mentre TrackMeNot conduce periodicamente svariate ricerche casuali su numerosi motori di ricerca (una funzione molto simile a Internet Noise). Lo scopo di tutti questi strumenti, e della teoria dell’offuscamento in generale, è uno solo: piuttosto che provare a nascondersi, in alcuni casi è più efficace gettare sabbia negli occhi di chi vuole osservare ogni vostra mossa.

Quest’anno per la prima volta il Play Store supererà gli incassi dell’App Store

lastampa.it

Vola la spesa per le app Android ed è prossimo il sorpasso su Apple: la stima è contenuta nell’ultimo rapporto di AppAnnie, secondo il quale a livello globale nel 2017 gli utenti di smartphone e tablet spenderanno in applicazioni oltre 82 miliardi di dollari



Vola la spesa per le applicazioni Android (Google), tanto che quest’anno per la prima volta supererà quella per le app per iOS, il sistema operativo di iPhone e iPad di Apple. La stima è contenuta nell’ultimo rapporto di AppAnnie, secondo il quale a livello globale nel 2017 gli utenti di smartphone e tablet spenderanno in applicazioni oltre 82 miliardi di dollari. Una spesa in crescita per un mercato florido che, secondo le stime, nel 2021 conterà entrate per oltre 139 miliardi di dollari.

Tra i singoli negozi di applicazioni, spiegano gli analisti, l’App Store di Apple rimarrà saldamente al primo posto nei prossimi cinque anni e genererà una spesa di oltre 60 miliardi di dollari nel 2021. Ma se si somma la spesa per le applicazioni sul Play Store (il negozio ufficiale di Google) e sulle piattaforme di terzi (i negozi di app di Huawei, Xiaomi e Baidu ad esempio), quest’anno per la prima volta le entrate dalle app Android saranno maggiori di quelle della Mela morsicata.

Gli analisti rilevano che l’anno scorso i negozi digitali terzi di app del robottino verde di Google hanno prodotto 10 miliardi di dollari di entrate, mentre quest’anno la cifra raddoppierà.

Milano, scarcerata perchè incinta, viene arrestata dopo un'ora per borseggio

ilmattino
di Michela Allegri

La ritrovata libertà è durata poco più di un'ora, per una quarantaduenne bosinaca detenuta nel carcere di San Vittore, a Milano. Condannata a 15 anni e 9 mesi per un cumulo di pene passate in giudicato, era stata appena scarcerata perchè incinta. Subito dopo essere uscita dal carcere, la donna ha preso la metropolitana per tornare a casa e non ha fatto nemmeno una formata: è stata nuovamente arrestata per un borseggio sul treno.

La straniera era stata catturata il 28 marzo dalla polizia. Le sue spalle erano appesantite da una condanna a poco meno di 16 anni diventata ormai definitiva. La donna era specializzata in furti e borseggi. Nel corso del tempo aveva messo insieme un curriculum criminale di tutto rispetto, accumulando una sfilza di precedenti e di sentenze passate in giudicato. Dopo due giorni trascorsi in carcere, però, i giudici le hanno concesso un decreto di differimento della pena, visto che era incinta di circa 5 mesi. Così, ieri è tornata in libertà.

Ha lasciato San Vittore verso le 17,30. Alle 18,40 era di nuovo in manette. E' stata bloccata dagli agenti della Polmetro, che l'hanno colta in flagrante mentre borseggiava una donna di 61 anni sulla metro in direzione Sant'Ambrogio.

Venerdì 31 Marzo 2017, 18:46 - Ultimo aggiornamento: 01-04-2017 00:48

Caso Orlandi, nuovo appello del fratello Pietro al Papa: «Faccia luce sul rapimeno di mia sorella»

ilmattino.it

Ecco la lettera inviata a Papa Francesco

Papa Francesco,
sono Pietro Orlandi e dopo tanti anni sono ancora qui a chiedere la Verità sul rapimento di mia sorella Emanuela, cittadina vaticana, avvenuto il 22 giugno 1983. Una ragazzina innocente di 15 anni alla quale è stato impedito di scegliere della propria vita, negandole, ancora oggi, ogni forma di Giustizia, dimenticandosi che la vita di ogni essere umano è sacra e non può essere considerata  un pezzo di carta sul quale apporre il timbro “ archiviata”.

Una vicenda che nel corso degli anni è stata caratterizzata da depistaggi, insabbiamenti, omertà e soprattutto mancanza di collaborazione da parte della Santa Sede. Lei disse: “Chi tace è complice”. E’ vero.  In Vaticano c’è chi sa e da tanti anni tace, diventando complice di quanti hanno avuto responsabilità in questa vicenda. A tal riguardo, in Vaticano, ci sono carte secretate, a conoscenza di alcune autorità della Santa Sede, che contengono passi importanti di questa disumana vicenda e che potrebbero permetterci di riabbracciare Emanuela o darle una degna sepoltura.

Il dossier “Rapporto Emanuela Orlandi” a disposizione, nel 2012,  della Segreteria Particolare di Papa Benedetto XVI, contenente  informazioni e nomi che potevano condurci alla Verità, stava per essere consegnato ad un magistrato italiano, ma in Vaticano vennero meno alla parola data e il fascicolo rimase occultato. Dopo 33 anni mi chiedo perché si continua a negare ad una famiglia la possibilità di dare Luce e Pace alla propria figlia, alla propria sorella.

Abbiamo il diritto di conoscere la Verità contenuta in quei documenti e se sulla scomparsa di Emanuela fu posto il Segreto Pontificio, La prego di sciogliere i sigilli a tale imposizione che osteggia il raggiungimento della Verità e della Giustizia. Non possono esistere segreti in uno Stato che si erge a centro della Cristianità perché è contrario alle parole e agli insegnamenti di Gesù: ”Non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato e di segreto che non debba essere manifestato”.

Papa Francesco Lei ha indicato agli uomini la via giusta “Costruire ponti e non alzare muri invalicabili” ed io lo stesso chiedo a Lei, per Emanuela. La Verità, la Giustizia  non possono essere un’utopia, un sogno irraggiungibile  ma i principi fondamentali, per ogni Stato che si reputa civile. Principi fondamentali che in questa vicenda sono stati vergognosamente calpestati per oltre 33 anni.

La mia è una voce tenace, priva di rassegnazione, che mi guiderà, in questa vita ed oltre,  a cercare  Verità e Giustizia, affinché questo grido  appartenga a tutte le vittime innocenti ed  alle persone private della  Libertà. Non ci lasceremo mai rubare la speranza.

Venerdì 31 Marzo 2017, 14:43 - Ultimo aggiornamento: 31-03-2017 15:44

Gli effetti della Brexit su cani e gatti: spostamenti a rischio per 100 milioni di animali

lastampa.it
emanuele bonini

Con l’uscita dal Regno Unito dall’Ue, l’Unione europea non sarà più la loro casa, e sarà davvero difficile tornarci. Parliamo dei britannici, ma quelli a quattro zampe. Cani e gatti che per effetto della Brexit saranno limitati nei loro spostamenti, al pari dei loro padroncini. Si tratta di almeno 15,9 milioni di esemplari tra cani (8,5 milioni) e gatti (7,4 milioni) con passaporto britannico, secondo i dati della Fediaf, la Federazione europea delle industrie per alimenti per animali. Se non si trova un accordo, non potranno attraversare la Manica e circolare in Europa. Lo stesso però vale per tutti quei cani e gatti al seguito degli europei degli altri 27 Stati membri intenzionati a soggiornare in Regno Unito. Significa stop per i 53,5 milioni di cani e per i 63,1 milioni di gatti che vivono nell’Ue continentale.

Le regole: serve passaporto Ue per gli animali da compagnia
L’Unione europea ha riconosciuto a cani, gatti e furetti uno status particolare che ne permette una più semplice e agevole circolazione all’interno del territorio dell’Ue. Dal 2003 per il possessore di queste tre tipologie di animali è in vigore l’obbligo di rilascio di un modello di passaporto europeo per i movimenti intra-comunitari. Senza questo speciale documento, pensato per agevolare lo spostamento di animali da compagnia, non si può portare con sé in un altro Stato membro dell’Ue il proprio amico a quattro zampe. Un’uscita dall’Ue significa dire addio anche al passaporto comune per animali, rendendo più difficile e meno scontato per i britannici farli uscire dall’isola o, per i cittadini britannici attualmente residenti in altri Paesi Ue, riportarli «a casa».

Disagi per un popolazione di cani grande quanto quella italiana
Nel frenetico lavorio per la ridefinizione dei rapporti tra Regno Unito e resto d’Europa dopo l’uscita dall’Ue, finirà anche il capitolo cani e gatti. Un problema non solo britannico, dato che portare il cane o il gatto al seguito coinvolge tutti in Europa, in particolare durante il periodo delle vacanze estive. Se sono 75 milioni le famiglie a possedere almeno un cane o un gatto, in base alla regole europee ciascuno può portare con sé fino a cinque animali da compagnia. Ma soprattutto, la popolazione comunitaria canina è composta da 62.025.940 individui, quanto la popolazione italiana (un po’ di più, per la verità), e quella felina da 70.516.251 esemplari, più dei cittadini della Francia. 

Inglesi da sempre attenti agli animali, potrebbe aiutare
Il rischio di una ripercussione da Brexit per cani e gatti c’è eccome. Sarà più dura per canidi e felini di sua maestà, che rischiano di vedere limitare le libertà di modivmento al solo Regno Unito. Per i cittadini dell’Ue a quattro zampa il disagio rischia di essere più limitato, con la libertà di spostamento ridotta da 28 a 27 Paesi. La premier britannica Theresa May ha promesso che non tutta la legislazione comunitaria verrà cancellata dall’ordinamento giuridico. Non ha ancora chiarito, però, cosa conserverà di oltre 40 anni di legislazione europea.

Qualcuno potrebbe pensare che nella delicatezza e nella complessità del momento gli animali da compagnia non siano tra la principale priorità del governo britannico. Eppure a Downing Street il gatto domestico del primo ministro è funzionario pubblico. E’ il chief Mouser to the Cabinet Office, il capo cacciatori di topi dell’ufficio di gabinetto, ruolo attualmente ricoperto da Larry. E’ dai tempi di Enrico III (inizi del XVI secolo) che i gatti hanno funzione ufficiale. Usi e costumi che potrebbero aiutare a salvare gli animali da compagnia dagli effetti della Brexit. Riuscirà Larry il gatto a convincere Theresa May?

Dove nasconderti (e quanto rimanere nel rifugio) se esplode una bomba atomica sulla tua città

repubblica.it
Andy Kiersz Dave Mosher


Shutterstock

Il presidente Trump si è lanciato in una nuova corsa agli armamenti. La Russia ha violato i trattati per accrescere il proprio arsenale nucleare. La Corea del Nord sta sviluppando missili a lungo raggio e si sta esercitando per la guerra nucleare — e l’esercito statunitense sta prendendo in considerazione attacchi preventivi alle postazioni militari della nazione isolata.

Nel frattempo, il terrorismo nucleare e le bombe sporche rimangono una minaccia preoccupante.Anche se è improbabile che queste situazioni inneschino l’opzione disperata della guerra nucleare, e men che meno di un’esplosione nel tuo quartiere, sono però molto preoccupanti.Per cui potresti chiederti, “Come devo comportarmi in caso di sopravvivenza a un’esplosione nucleare?”.

Michael Dillon, ricercatore del Lawrence Livermore National Laboratory, ha fatto un po’ di calcoli e ha provato a immaginare come comportarsi in proposito con uno studio del 2014 pubblicato dal giornale Proceedings of the Royal Society A: Mathematical and Physical Sciences.Analogamente, agenzie governative e altre organizzazioni hanno approfondito questo terribile  argomento e hanno diffuso raccomandazioni dettagliate e piani d’intervento.

Lo scenario

TTstudio/Shutterstock
Sei in una grande città appena colpita da un’esplosione nucleare a basso potenziale, tra lo 0,1 e i 10 chilotoni; una potenza molto minore della bomba sganciata su Hiroshima, che era di circa 15 chilotoni. Non è improbabile se si pensa ad armamenti quali la nuova bomba a caduta libera B61-12, che è stata costruita dagli USA e raggiunge i 50 chilotoni, ma può essere portata a una potenza di 0,3 chilotoni (Russia e Pakistan stanno lavorando su simili armi nucleari cosiddette “tattiche”).
Gli studi hanno mostrato che tu e almeno altri 100.000 tuoi concittadini potete salvarvi, se riuscite a restare sani di mente esponendovi poco alle radiazioni. Uno dei tuoi obiettivi principali e immediati è quello di evitare il fall-out.
Come evitare le radiazioni del fall-out
Il fall-out è un insieme di materiale esplosivo, terreno e macerie vaporizzate reso radioattivo e sparso in giro dai venti sotto forma di polvere e cenere (a New York, ad esempio, si diffonderebbe verso est). Nel grafico sotto è la macchia viola.


FEMA
La cosa migliore da fare è trovare un buon posto dove nascondersi. Maggiore è la densità del materiale che si frappone fra te e il mondo esterno, meglio è —  poi aspetta che i soccorsi ti raggiungano.Il governo USA raccomanda di nascondersi in un edificio vicino, ma non tutti rappresentano un vero riparo da un fall-out nucleare.I rifugi inadeguati, che costituiscono circa il 20% delle case, sono costruiti con materiali leggeri e sono privi di scantinati.I rifugi migliori sono fatti di mattoni pieni e cemento e privi di finestre. Come un rifugio antiatomico, appunto.
Questa immagine, tratta da una guida del governo USA fornisce una vaga idea su che cosa renda un edificio un posto migliore o peggiore in cui nascondersi in caso di fall-out:

Livelli di protezione dalle radiazioni offerti di vari edifici e diversi punti. I numeri più alti significano un maggior livello di protezione. Lawrence Livermore National Laboratory/FEMA
Nascondersi in un sotto-seminterrato di un condominio in mattoni di cinque piani, ad esempio, dovrebbe esporti a solo 1/200 della quantità di radiazione da fall-out esterna.
Mentre restartene nel salotto della tua casa a un piano costruita in legno, dimezzerà soltanto la radiazione, cosa che, se sei nei pressi di un’esplosione nucleare non ti servirà a molto.Allora, cosa devi fare se non c’è un buon rifugio nelle immediate vicinanze? Resti in un rifugio inadeguato o rischi di esporti per trovare un rifugio migliore? E quanto devi aspettare?
Resto o rimango?
Nel suo studio del 2014, Dillon ha sviluppato dei modelli per compiere la scelta migliore. Mentre la risposta dipende dalla distanza dall’esplosione, che determinerà la velocità con cui si presenterà il fall-out, esistono però alcune regole generali da seguire.Se durante l’esplosione ti trovi nelle immediate vicinanze o all’interno di un rifugio solido, resta lì fino a quando i soccorsi vengono a evacuarti verso un posto meno radioattivo.

Se non ti trovi già in un rifugio antiatomico, ma conosci un posto a circa cinque minuti di distanza — magari un grande condominio con un sotterraneo a qualche isolato di distanza – i suo i calcoli suggeriscono di andarci velocemente e restarvi.Ma se il bell’edificio di mattoni pieni si trova a un quarto d’ora, allora è meglio rifugiarsi nel rifugio ‘leggero’ per un po’— per spostarti probabilmente dopo un’ora in un rifugio migliore.

Ciò perché un po’ della radiazione più intensa dovuta a fall-out a quel punto si è placata, anche se è sempre meglio ridurre la tua esposizione.