giovedì 30 marzo 2017

Dagli agricoltori al whisky, il glossario della Brexit

lastampa.it
a cura di alberto simoni

Agricoltori. 91mila di loro prendono sovvenzioni dalla Ue come protezione dalle fluttuazioni del mercato. Ogni anno Londra incassa 2,5 miliardi di sterline. I «farmer» esportano nella Ue il 73% dei loro prodotti. Che ne sarà? La rovina è dietro l’angolo senza accordo con l’Ue.

Birra. I prezzi delle celebri pinte nei pub del Regno sono schizzati in alto, colpa dell’inflazione e della sterlina debole. Heineken, Carlsberg e i maggiori produttori hanno alzato i prezzi e non sembra che il trend cambierà. Ma difficilmente i pub perderanno clienti.

City. Il cuore pulsante dell’economia, la fortuna della Londra contemporanea: investitori, banche, istituti d’affari e melting pot. Solo sottovoce banchieri e analisti confessano di aver timori che l’ombelico del mondo finanziario possa spostarsi. A Milano ci sperano.

Downing Street. Al numero 10 sta Theresa May. Passerà comunque alla storia per aver avviato i negoziati con la Ue. Se avranno successo, sarà ricordata per la sua abilità (oltre che per le scarpe colorate), altrimenti perderà mestamente il posto e finirà nella polvere.

Elisabetta. I tabloid hanno provato a tirare la Regina per la giacca ai tempi del referendum ipotizzando una sua simpatia per il Leave. Mai confermata. Né smentita tuttavia. Certo è che in un Regno Unito che rischia di perdere pezzi, l’unica certezza resta la monarchia.

Giocattoli. La Brexit non è amica dei bambini. I celebri mattoncini colorati Lego costano già il 5% in più e la Hobby Association prevede un altro 15% di rialzo nei prossimi mesi. Anche nel fantastico mondo di Legoland, insomma, le case con giardino saranno meno abbordabili.

Hard Brexit. Ovvero Regno Unito chiuso nella sua splendida solitudine. Barriere, tariffe, file agli aeroporti, commercio farraginoso. Nessuno crede che andrà così, altrimenti sarà (non solo per i britannici) davvero «hard» (dura) ma non la Brexit, la vita nella perfida Albione.

Industria ittica. Ovvero i pescatori. Vedi alla voce agricoltori. I pescatori hanno le loro quote di pescato concordate con l’Ue, ne faranno a meno, pescheranno quel che vorranno ma rischiano di non poterlo esportare o quantomeno a condizioni vantaggiose. Chi getterà ancora le reti?

Johnson (Boris). Vulcanico, geniale, istrionico, gaffeur, uomo copertina della Brexit. Quando è sceso in campo, aprile 2016, i Brexiteers hanno recuperato e vinto le elezioni. Come ministro degli Esteri parla di tutto, e poco di Brexit. Troppi tecnicismi. Non è materia per un cavallo di razza come lui.

Khan. Il sindaco di Londra sembra Don Chisciotte. Lotta con i mulini a vento per far capire agli europei che Londra li ama e che vuole essere amata come un tempo. Il leader laburista Corbyn non gli dà manforte. Anche perché, lo scorso 23 giugno nel segreto dell’urna Corbyn - dicono i maligni - ha votato Leave.

Low cost. Come le compagnie aeree, quelle che negli Anni 90 hanno reso la perfida Albione meta privilegiata di milioni fra turisti e lavoratori. Scordatevi di viaggiare con 9,99 sterline dall’Italia a Stansted. Soprattutto se sarà hard Brexit.

Migranti. Frontiere chiuse, anzi no. Metteremo le quote. Sì, ma solo per i lavoratori stranieri non specializzati. Anzi nel Regno Unito post Brexit saranno tutti benvenuti. Purché paghino le tasse. Per ora il ministro Davis tiene calmi gli spiriti. Saremo sempre ospitali. Vedremo fra due anni.

Passaporto. Il signor Philips ha votato Leave. Oggi è fiero che la sua nazione abbia riconquistato la sovranità ceduta per 40 anni ai cattivoni di Bruxelles. Chissà se la penserà ancora così quando arriverà a Roma per visitare il Colosseo e sarà costretto a fare la coda a Fiumicino al controllo passaporti insieme a ghanesi, keniani e cinesi.

Sterlina. L’amata moneta, simbolo della sovranità britannica, continua a perdere. Dal luglio scorso ha lasciato oltre il 16% sul dollaro e poco più del 10% sull’euro. L’11 ottobre ha toccato il punto più basso (1,21 sul dollaro) in 32 anni. E per gli analisti non è ancora finita.

Tabloid. Non cambieranno mai. L’ultima copertina del Daily Mail, le gambe di May e Sturgeon in mostra e il titolo che riporta la storia indietro agli Anni 50 (parole di Ed Miliband) lo dimostrano. Sesso, sangue, soldi e scalpore. Con o senza Brexit.

Ukip. Il partito indipendentista ha vinto il referendum e poi è sparito. Ha perso anche l’ultimo di tre deputati a Westminster. Intanto lo storico leader Farage continua a percepire il salario da parlamentare europeo. Il suo erede Paul Nuttall dice: saremo i guardiani della Brexit. Ma nessuno lo ascolta più.

Whisky. Basta una cifra: 4095 milioni di sterline, l’export del celeberrimo liquore Made in Uk. Tre quarti delle esportazioni di cibo e liquori finisce sugli scaffali europei. Londra confida che agli europei si sostituiscano i cinesi: con gli americani lo scorso anno hanno bevuto e mangiato prodotti britannici per 20 miliardi di sterline.

Berlino, rubata la moneta da un milione di dollari: pesa 100 chili, è la più grande del mondo

lastampa.it

I ladri hanno agito poco dopo le tre del mattino, aggirando il sistema di allarme del Bode-Museum. La “Big Mapple Leaf” è entrata nel Guinness dei primati nel 2008



La moneta più grande del mondo è stata rubata. Complicato usarla per giocare a testa o croce, dato che pesa 100 chili e ha un diametro di 53 centimetri (spessore di tre). D’oro massiccio, era esposta al Bode-Museum di Berlino. Un colpo da un milione di dollari, questo il valore della moneta secondo gli esperti di numismatica. Nel 2008 è stata citata nel libro del Guinness dei primati come la più grande moneta d’oro del mondo.

Su un lato ha inciso il volto della regina Elisabetta II, sull’altro presenta invece una foglia d’acero, simbolo del Canada. Ed è per questo che è stata chiamata «Big Mapple Leaf» («la grande foglia d’acero»). È arrivata in Germania dall’Australia nel 2010.

Gli investigatori credono che gli autori del furto si siano serviti di una scala per entrare nel museo, fuggendo poi su un treno della metropolitana di superficie. La scala, infatti, è stata ritrovata nei pressi dei binari. Il colpo è avvenuto fra le 3:20 e le 3:45 del mattino. Si indaga su come sia stato possibile, per i ladri, aggirare i sistemi di allarme del museo. 

Perché i ragazzi sono in maglietta anche con il freddo

lastampa.it
alberto mattioli



È cambiata la percezione del tempo. Non il Tempo nel senso di fluire delle ore, ma come tempo meteorologico, temperatura, sole-pioggia, caldo-freddo e, in questo periodo, oddìo non si sa come vestirsi. I vestiti, appunto: sono loro a certificare che si è verificata una mutazione antropologica, o forse fisica, per cui oggi i «gggiovani» sembrano impermeabili al freddo e più in generale ai mutamenti climatici. Sono diventati atermici.

Fateci caso in questi giorni di termometro incerto, quando al sole non ci vuole il golfino, all’ombra sì, e di sera in ogni caso meglio mettere il soprabito. Macché: qualsiasi under 30, e magari anche qualche over (a questi però poi viene la febbre) va in giro dall’inizio di marzo in maniche corte, senza calze e, nei casi più estremi, in bermuda e infradito. Per lui, pare, fa sempre caldo. Sicché in questi giorni, per la strada, nella metro, sui tram, si vedono la madama con il cappottino e la ragazzotta in microgonna, il signore con ancora il cardigan sotto la giacca e il barbuto senza calze. Sotto il risvoltino, niente.

Le ragioni sono almeno tre. Intanto, quella modaiola e la moda, come insegnava Leopardi, è più forte anche della morte, quindi del Tempo con la maiuscola. L’hipsterismo è ormai un isterismo che si accanisce sulle calze, capo di vestiario contro il quale una parte sempre più consistente della popolazione sembra nutrire un’inspiegabile avversione. Qui c’è una curiosa contraddizione, almeno d’inverno quando, anche con dieci gradi sottozero, l’hipsterino de’ noantri sfoggerà in alto barbone e sciarpone egualmente lussureggianti e in basso pantaloni strappati e niente calze.

Figuriamoci con venti gradi sopra. In questi giorni a spasso per Montenapo si aggirano giovin signori con completi impeccabili e scarpe griffatissime intervallati da quei raccapriccianti cinque centimetri di pelle nuda. I ragazzi a scuola, intanto, sono già in infradito. Ci vuole certamente un fisico bestiale. Ma, in effetti, le generazioni più giovani, che vivono in palestra trascurando colpevolmente il calcetto (ecco perché non trovano lavoro, direbbe il ministro Poletti), il fisico ce l’hanno e, giustamente, lo mettono in mostra nel più naturale dei modi: spogliandosi.

Poi, anche in questo caso il merito, o la colpa, di quel che succede è della globalizzazione. Se a Torino fa ancora effetto vedere qualcuno che vive in maniche corte da marzo a ottobre compresi, a New York è del tutto normale. Lì il nonno gira in cappotto, il figlio in giacca, il figlio del figlio in t-shirt. A Londra in dicembre nei locali si vedono fanciulle con i piedi nudi che poi, o per l’uso dei tacchi a spillo o per l’abuso di alcol, assumono quella colorazione rossastra che ricorda il roastbeef sul carrello degli arrosti del ristorante Simpson’s, sullo Strand. Insomma, se cambia lo stile di vita, è inevitabile che cambi anche lo stile dell’abbigliamento.

Infine, c’è una ragione climatica. Com’è noto, la madre di tutti i luoghi comuni, «non ci sono più le mezze stagioni», è stata confermata dalla scienza. Di conseguenza, sono spartiti anche i famigerati abiti, appunto, «da mezza stagione» dei diversamente giovani, quando si abbandonava lo spigato siberiano alla Fantozzi per qualcosa di meno pesante ma in ogni caso più del «fresco di lana» estivo (per i signori - intesi come categoria antropologica, non di genere - consisteva quasi sempre, chissà perché, in completi principe di Galles). Con la tropicalizzazione della Pianura padana, il passaggio dalle nebbie invernali (benché, com’è ri-noto, non ci siano più i nebbioni di una volta) a un’estate torrida con complicazioni monsoniche è diventato rapidissimo e repentino. Con grande gioia dei diversamente anziani, ancora capaci di illudersi che l’estate duri tutto l’anno.

Persino "l'Unità" inseguiva le lettere tra Churchill e il Duce

ilgiornale.it
Roberto Festorazzi - Mer, 29/03/2017 - 08:07

In un articolo del 1949 a firma di Gianni Rodari si trovano nuove tracce delle trame degli 007 inglesi

Il 7 luglio 1949, l'Unità, organo del Partito comunista italiano, pubblicò, in prima pagina, in posizione di testata e su quattro colonne, un ampio articolo intitolato: «Due inglesi si sono impadroniti di una parte del tesoro di Dongo?».Si trattava di un servizio, denso di dettagli di prima mano, nel quale veniva rilanciata e accreditata la notizia del disseppellimento di carteggi mussoliniani in Friuli.

L'autore dell'articolo era una penna che, di lì a poco, avrebbe acquisito celebrità: il giornalista e scrittore, nonché ex partigiano, Gianni Rodari. Il giornale del Pci, per il rilievo conferito all'articolo, e per il tono generale del servizio, mostrava, non soltanto di essere al riguardo molto bene informato, ma soprattutto di poter contare su fonti di sicuro affidamento.

Riferiva infatti l'Unità che, nella località friulana di Marzovalis di Verzegnis, «due persone sono scese giorni or sono da una lussuosa automobile britannica e dopo aver consultato una carta si ponevano a scavare il terreno nelle vicinanze della casa di un tale Filetti. L'operazione era di breve durata: poco dopo i due risalivano in macchina con una cassetta, frutto delle loro ricerche e si allontanavano rapidamente. Che cosa conteneva la cassetta? Testimoni oculari riferiscono di avervi intravisto dei documenti e dei preziosi».

Il rinvenimento della preda cartacea, da parte di agenti segreti stranieri, era avvenuto tra le frazioni di Chiaicis e di Intissans, del comune di Verzegnis, in Carnia, non lontano da Tolmezzo. Il Messaggero Veneto era stato il primo quotidiano a pubblicare una notizia di cronaca al riguardo, ripresa, e alquanto sviluppata, come abbiamo visto, dal giornale del Pci.

Rodari, per non lasciare nulla all'immaginazione del lettore, aveva poi aggiunto: «Riteniamo di poter affermare che un filo rosso unisce Dongo al villaggio friulano, ed è la targa inglese della macchina a fornirci la traccia». L'Unità aveva anche identificato uno dei due misteriosi personaggi che erano discesi dall'automobile straniera: si trattava dell'enigmatico uomo di intelligence Angelo Zanessi, alias capitano Zehnder, che gli Alleati, nell'ultima fase del conflitto, erano riusciti a infiltrare nell'entourage di Mussolini, sul lago di Garda, per carpire al dittatore segreti e carteggi esplosivi.

Zanessi-Zehnder si era mimetizzato abilmente nella colonna italo-tedesca, fermata a Dongo dai partigiani, ed era stato autore di una delle più vaste operazioni di recupero dei fascicoli duceschi spariti sul lago di Como, nelle giornate di fine aprile del 1945. Parte dei materiali, era stata da lui occultata in Friuli, già alcuni mesi dopo la caccia grossa di Dongo. Ora, poniamoci la domanda più interessante: perché l'Unità scelse di sparare una notizia che aveva le sembianze di una indiscrezione? Perché, evidentemente, al Pci constava, con assoluta certezza, che, tra le carte trafugate a Dongo, vi fosse anche il famoso epistolario intercorso tra il Duce e Winston Churchill.

Scrive infatti il cronista d'eccezione Gianni Rodari: «Tornano in scena gli inglesi e con essi torna in scena Churchill. Il vecchio leone conservatore ha soggiornato a lungo, come si sa, dopo la Liberazione, sul lago di Como. Anch'egli inseguiva qualcosa che Mussolini portava con sé al momento della fuga. Nei giorni scorsi si è appreso che Churchill ha prenotato una villa di dodici locali sul lago di Garda per trascorrervi un periodo di riposo. Alla luce degli ultimi avvenimenti il nuovo viaggio di Churchill acquista lo stesso sapore del primo».

Bum. Con quasi venti di giorni di anticipo, sul suo arrivo in Italia, l'Unità era riuscita a pubblicare la notizia della nuova, strana vacanza dello statista britannico, nel cosiddetto Lake District della Lombardia ove si erano svolti gli eventi dell'epilogo del capo del fascismo.

Villeggiature alquanto sospette, che consentivano al leader politico d'Oltremanica di coordinare, sul campo, la ricerca di spezzoni della sua corrispondenza con il Duce, i quali, per un dispetto della storia, parevano essersi talmente dispersi, segmentati, da rendere problematico, se non impossibile, il loro integrale recupero. Ecco perché, all'affacciarsi di ogni nuova minaccia, riguardante l'esistenza di sue lettere segrete a Mussolini intercettate in Italia, Churchill, puntualmente, si precipitò nella Penisola, in zona di operazioni.

Nel pomeriggio di lunedì 25 luglio di quel 1949, l'ex premier inglese, sbarcato da un bimotore da trasporto C-47 Dakota atterrato all'aeroporto di Orio al Serio, si installò così in un'intera ala del Grand Hôtel di Gardone Riviera, insieme alla sua corte di fedelissimi, tra i quali due detectives di Scotland Yard. Che fosse venuto esclusivamente a dilettarsi di pittura, come sostengono, da sempre, non soltanto gli storici inglesi, negazionisti in materia, ma anche taluni loro colleghi italiani, come i malinformati Mimmo Franzinelli e Gianni Oliva? Difficile crederlo.

Frederick William Deakin, stretto collaboratore di Churchill, il quale viaggiò al seguito dello statista conservatore in questa seconda vacanza nella Penisola, nel 1986 ebbe a confessare il genere di pressione, al limite del ricatto, che venne esercitato sull'illustre ospite britannico. Questo il suo racconto: «Una sera, il portiere del Grand Hôtel dove alloggiavamo, mi portò una busta indirizzata a Churchill e che era appena stata consegnata al suo banco. Il plico conteneva copie microfilmate di certi documenti, apparentemente autografi, di Mussolini.

Tra essi ve ne era uno del 2 ottobre 1935 relativo alla dichiarazione di guerra all'Etiopia, e un altro del 10 giugno 1940 relativo alla dichiarazione di guerra all'Inghilterra e alla Francia. Il latore del plico aveva chiesto di potersi incontrare con Churchill, ma quando mi recai nella hall non c'era più nessuno. L'episodio, perciò, non ebbe seguito. Io mi limitai ad annotare: Sembra che in questa regione fotocopie di documenti provenienti dagli archivi di Mussolini siano capitate, alquanto misteriosamente, in mano di privati». Occorre aggiungere altro?

Craxi/Di Pietro, il duello è ricominciato…

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Tiberia de Matteis

Suona ironica la classica iscrizione “La legge è uguale per tutti” che domina l’aula processuale ricreata sul palcoscenico sui generis del Teatro Golden di Roma in cui si celebra più che si rappresenta fino al 16 aprile, come un rito giudiziario e sociale, lo spettacolo Tangentopoli, scritto dall’avvocato penalista Vincenzo Sinopoli e da Andrea Maia, che firma pure la regia.

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Parentesi seria nella programmazione solitamente brillante che tanta fortuna regala allo spazio del quartiere San Giovanni, questa proposta ricorda ai più e svela ai giovani un passaggio decisivo della storia italiana che troppo spesso lasciata sprofondare nell’oblio. Si immagina l’incontro, mai avvenuto in tribunale, fra Antonio Di Pietro e Bettino Craxi: un dialogo vibrante, incisivo e non privo d’umorismo in cui dovrebbero emergere tante verità sepolte del Paese fra responsabilità non assunte o rimbalzate ad altri. Nei panni del magistrato si muove con sorvegliata disinvoltura e una ben calibrata sensibilità Sebastiano Somma, che non cade mai nella tentazione imitativa, né nella pulsione caricaturale, offrendo la multiforme e tormentata umanità del personaggio.

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Augusto Zucchi offre poi un’immagine credibile, interiorizzata e convincente di un Craxi, sofferente per la sua sorte quanto per il diabete, impegnato ad allontanare il suo destino di capro espiatorio, testimoniando un’abitudine ai finanziamenti irregolari spontanei diventata prassi consolidata e condivisa da tutti i partiti. Vero colpo di scena la presenza in platea, la sera della prima, di Di Pietro, pronto a dichiarare: “Sono emozionato nell’essere ricordato da vivo. Se tornassi indietro, non mi dimetterei né farei politica!”.

Almeno

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jena@lastampa.it

La domanda che tutti gli sportivi italiani si pongono è: ma il ministro Poletti è almeno capace di giocare a calcetto?

Volevano rubare la salma di Enzo Ferrari e chiedere il riscatto

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nicola pinna

In manette la banda sarda di Orgosolo, arresti anche nel Nord Italia


Enzo Ferrari, fondatore della casa del cavallino rampante, nel suo ufficio a Maranello

I sequestri dei vivi non sono più redditizi e questo i criminali sardi l’hanno capito già da tempo. E così la banda aveva pensato di fare il colpaccio con un morto. Ma non con uno qualunque: con la salma di Enzo Ferrari. L’intenzione era quella di assaltare la sua tomba e portare via i resti del grande costruttore. Con un’intenzione molto semplice da capire: chiedere il riscatto alla famiglia e mettere insieme un grosso bottino. Il colpo comunque non è riuscito, anche perché i carabinieri erano già sulle tracce della banda, che aveva base a Orgosolo e ramificazioni nel Nord Italia.

L’attività preminente, secondo i militari del comando provinciale di Nuoro, era il traffico di armi e droga e infatti all’alba di oggi è scattato un maxi blitz tra Sardegna, Lombardia, Veneto, Toscana ed Emilia Romagna. In 19 sono finiti in carcere, altri 4 ai domiciliari mentre per 11 persone il giudice ha disposto l’obbligo di dimora. In campo per far scattare gli arresti, gli uomini dei reparti speciali dei Cacciatori di Sardegna e persino i paracadutisti del Tuscania. Oltre 300 gli uomini impiegati, per un’operazione (coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Cagliari) che era considerata ad altissimo rischio proprio per il profilo criminale dei soggetti interessati. E perché qualcuno poteva anche tentare la fuga.

L’assalto alla salma di Enzo Ferrari, secondo i progetti della banda, doveva servire per finanziare le principali attività dell’organizzazione ed era stato progettato come un classico sequestro, di quelli firmati dall’Anonima. Un gruppo che sarebbe dovuto entrare in azione nel cimitero di San Cataldo e un altro poi avrebbe dovuto custodire il bottino. Poi c’era chi si sarebbe dovuto occupare di attivare i contatti con la famiglia Ferrari o con i vertici dell’azienda per chiedere il riscatto. Ma i carabinieri intercettavano già la banda e così hanno impedito che il blitz ai danni del fondatore della celebre casa automobilistica (morto a Modena nell’agosto del 1988) potesse essere portato a termine.

La banda degli amici di Graziano Mesina era nel mirino dei carabinieri che stavano indagando sul sequestro lampo del direttore di un banca e della moglie (messo a segno nel 2007) e su un traffico di stupefacenti venuto fuori mentre si tentava di scoprire chi fossero gli organizzatori del rapimento. Da quel momento, si è scoperto che nelle campagne di Orgosolo (il paese di Mesina, appunto) c’era la base logistica di una ramificata organizzazione capace di trafficare armi da guerra e di importare in Sardegna ingenti quantitativi di droga. Ventisette chili di cocaina in una settimana, stando ad alcuni passaggi delle intercettazioni: droga di altissima qualità pagata 39 mila euro al chilo, per una spesa complessiva di circa 1 milione di euro in appena sette giorni.

Il capo di tutto, secondo i carabinieri, era Gianni Mereu un 47enne di Orgosolo che però abitava in provincia di Parma. E da lì prendeva ogni decisione e dava ordini specifici ai suoi uomini in Sardegna, Toscana, Veneto, Lombardia e ovviamente Emilia Romagna. Curava persino rapporti con la ‘Ndragheta calabrese e con alcuni personaggi che erano in grado di procurare armi da rimettere in circolo: uno era un vigile del fuoco in servizio a Padova, considerato un esperto balistico, che recuperava fucili, pistole e kalashnikov dal Cerimant di Padova, un centro di distruzione delle armi dell’Esercito. A fargliele avere erano un maresciallo e un dipendente civile del Ministero della Difesa, che oggi sono stati arrestati. 

Il custode del paese fantasma: “Io non mi muovo da qui, il mondo viene a cercarmi”

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niccolò zancan

Giuseppe Trunfio è l’unico abitante di Roscigno Vecchia (Salerno): sono scappati tutti per paura delle frane ma io salverò questo borgo


Giuseppe Trunfio è l’ultimo abitante di Roscigno Vecchia, un piccolo borgo antico sulle montagne del parco del Cilento, in Campania

Sono arrivati anche quelli di National Geographic per fare un servizio su di lui come su certe specie in via d’estinzione. Gli scrivono dalla Germania e dall’Olanda. Da ogni parte d’Italia. Saluti, baci e abbracci: «Torneremo presto!». Gli hanno mandato cento cravatte. Sette pipe. Dei salami.
Il signor Vincenzo Tronchetti da Lagonegro, proprio ieri, ha lasciato scritta questa dedica: «Tranne Trunfio Giuseppe, qui non c’è niente. Questo è il bello!».

Giuseppe Trunfio è l’ultimo abitante di Roscigno Vecchia, un piccolo borgo antico sulle montagne del parco del Cilento, in Campania. In realtà è una specie di custode della memoria. Qui dove qualsiasi altro Paese avrebbe già inaugurato un museo, un set cinematografico e una mostra permanente, adesso ci sono dei ruderi che cadono a pezzi e questo signore folcloristico che replica se stesso. La cravatta, la pipa: «Prego, venite, vi faccio vedere». La sua casa con l’impianto elettrico del 1950, una grande manopola beige che ancora gira e, assicura, «funziona perfettamente».

Perché ha capito che vivere nel suo vecchio paese disabitato poteva diventare un mestiere. È l’unico residente dal 2001. «Prima di tornare qui, dove è nata la mia famiglia di contadini, sono stato un emigrante. Era la primavera del 1963 quando sono partito per andare a fare l’aiuto carpentiere in Lombardia. Poi spaccapietre in Svizzera. Servizio militare a Como, due anni nella Finanza, trent’anni da operaio edile in giro per il Nord Italia, durante i quali ho fatto tre figli, che ora vivono sparsi per il mondo. Sono tornato quando non avevo proprio più nessun impiego».



Era nato come un borgo di pastori e greggi in transumanza. Roscigno Vecchia deve il suo nome agli usignoli che ancora cantano fra i tigli, l’acero e i castagni che risalgono la vallata fino al Passo della Sentinella. Ma essendo alla confluenza fra il torrente Ripiti e il fiume Calore, non è mai stato facile vivere qui. La signora Anna Roberto compirà novant’anni il 16 aprile, ne aveva dodici quando i suoi genitori annunciarono il trasferimento al paese nuovo. «C’erano frane tremende e fango. Mettevamo le briglie, ma il terreno scantonava sempre. A me non importava perché ero giovane, ma ricordo la tristezza e i tormenti degli anziani. Negli anni ci siamo trasferiti tutti tranne pochi residenti».

Del signor Luigi Passerella dicevano che era strano, che non si adattava a nulla. Rimase con i suoi pensieri irregolari, lì dov’era nato, fino alla morte. Della signora Dorina Alessandro dicevano anche peggio: «La cacciarono dal convento dove voleva farsi suora. Era una donna fatta a modo suo, in realtà bravissima. Ha fatto la contadina, ed ha vissuto a Roscigno Vecchia fino alla fine dei suoi giorni». Il terzo abitante, l’ultimo, è l’emigrante Giuseppe Trunfio ritornato a casa. «Questo è il vero paese, non l’altro», dice a tutti.

È successo qualcosa di inaspettato. È stata un po’ la leggenda del borgo fantasma animato da chissà quali creature, e molto la bellezza di questa piazza vuota riconquistata dall’erba. Il passaparola ha iniziato a richiamare turisti. L’anfiteatro di Paestum è a 50 chilometri da qui, Salerno all’orizzonte, ma ci vuole più di un’ora d’auto perché la strada è quella che è. Eppure ogni giorno dell’anno qualcuno arriva fin quassù. Forse, più che altro per sentire il silenzio e abitare il passato.



Il custode con la pipa e la cravatta sta seduto vicino al pozzo, accoglie i nuovi arrivati: «Qui facevamo il grano, il vino era dolce. Ecco il vecchio bar Roma, quello era il tabacchino». I turisti americani sgranano gli occhi di pura meraviglia.

Il paese vecchio sta rinascendo seppur nell’abbandono, quello nuovo soffre come tutti i borghi italiani. Sono partiti in tanti. Dei 1200 residenti ne sono rimasti 550. Il bilancio del 2016 è impietoso: 54 morti e 2 nati. E tutti ti raccontano della casa di riposo costruita a metà e mai inaugurata. Del Bar Iris che ha chiuso, come il negozio del fotografo e la piccola rivendita di mobili. Della famiglia più famosa di Roscigno: «Quella del senatore Maurizio Gasparri».

Ma la ricchezza del paese nuovo potrebbe essere proprio il paese vecchio. Negli Anni Ottanta era stato definito addirittura la «Pompei del Novecento». Ma tutti i buoni propositi sono sfioriti per lasciare spazio alle piante rampicanti, alle piogge che fanno marcire i legni e aprono nuovi squarci nei vecchi tetti delle case antiche. «Dovrebbero farne qualcosa di bellissimo», dice la signora Veronica Trimarco venuta qui a curiosare. «Chissà i francesi cosa avrebbero saputo fare di un gioiello come questo».

L’unico che ne ha capito le potenzialità è il solo residente Giuseppe Trunfio. Gli chiedono di farsi fotografare vicino ai peperoncini secchi che tiene appesi nella sua cucina. Gli chiedono di mostrare la foto dell’ultima nevicata dell’inverno del 2005. Arrivano tre ragazzi con gli occhi da esploratori. Sono studenti dell’Università di Stoccolma, facoltà di Legge. «Che posto incredibile», dice Evelyn Kachaye. «Ma è vero?».

È l’Italia originale, rimasta identica dai tempi della Seconda guerra mondiale. Canti d’uccelli, odore di legna che arde nel camino dell’unica casa illuminata. «Mi scrivono da tutte le parti per ringraziarmi. Hanno esposto le mie foto in Cina. Guardate questa cartolina da Amsterdam. Non mi manca niente. Non cambierei la mia casa di due stanze con nessun’altra. Amo definirmi così: unico abitante libero abusivo e speciale di Roscigno Vecchia. Sono qui da solo, non lo discuto. Ma il mondo intero gira intorno a me». 

Il poema dei folli

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mattia feltri

L’eterno poema della follia ha trovato una struggente, commovente, irresistibile interprete in Valeria Bruni Tedeschi, che sul palco per il David di Donatello come migliore attrice ha ringraziato Franco Basaglia, che cambiò l’approccio alla malattia mentale, ha ringraziato Barbara che le propose la sua amicizia il primo giorno d’asilo dandole la focaccia, e facendola sentire magicamente non più sola, ha ringraziato Leopardi, Ungaretti, Pavese, Natalia Ginzburg che la illumina e la consola, la sua povera psicanalista, Anna Magnani, Brassens, Chopin, De André, sua mamma, sua zia, sua sorella, gli uomini che l’hanno amata riamati e anche quelli che l’hanno lasciata, il regista Paolo Virzì che la guarda senza paura, il mondo triste buffo e fantasioso del cinema.

Ha ringraziato tutti, interminabile, desacralizzante, ridendo e piangendo. E ridendo e piangendo ha distrutto pezzo a pezzo la liturgia della presentabilità sociale di questi show di cartone,
autocelebrativi, mascherati di falsa modestia, fitti di complimenti vicendevoli e speculari, di grazie al pubblico, senza non sarei nulla. Ha frantumato l’ultima inutile recita buttandoci dentro la vita, la bimba che era, la donna che ha amato, ha letto, è cresciuta, il riso e il pianto, la forza fragile e l’abbandono, il profondo e il profondissimo. Dicono i medici che la normalità è una questione statistica, soltanto un comportamento consueto è normale. E poi salta su una donna e dice: è la vostra consuetudine vile a essere folle. Dovremmo ringraziarlo tutti, Franco Basaglia.