lunedì 27 marzo 2017

Apple ci pensa: un dispositivo per trasformare iPhone e iPad in MacBook

repubblica.it
di ALESSIO AMORUSO

Il brevetto per questa soluzione hardware è stato depositato dall'azienda di Cupertino che vuole espandere le funzionalità dei suoi smartphone e tablet con una serie di nuovi accessori dedicati per rendere i dispositivi dei potenziali laptop

Apple ci pensa: un dispositivo per trasformare iPhone e iPad in MacBook

APPLE potrebbe introdurre nel prossimo futuro una nuova generazione di accessori per migliorare la produttività. Questa informazione emerge da un interessante brevetto depositato dall'azienda presso gli uffici dell'U.S. Patent and Trademark Office (USPTO) lo scorso martedì. La particolarità dei brevetti risiede nella modularità dei concept descritti, una sorta di evoluzione in chiave Apple di quanto visto con Asus Padfone e Padfone 2. Nell'idea dell'azienda di Cupertino, sarà possibile utilizzare un iPhone o un iPad per dare vita ad un dispositivo 2 in 1 in stile Macbook. In questo modo si andranno ad unire fisicamente e filosoficamente le differenti linee di prodotti della casa.

Le due versioni distinte di accessori ruotano attorno alla stessa idea adattandosi alle caratteristiche di ciascun dispositivo. Il primo caso di utilizzo prevedere un iPhone e il nuovo accessorio. Stando alle immagini, permetterebbe di espandere le funzionalità dello smartphone aggiungendo un display più grande e una tastiera qwerty meccanica. L'iPhone provvederebbe a fornire la potenza di calcolo necessaria, l'elaborazione grafica, la connettività e fungere da touchpad. L'accessorio servirebbe principalmente ad espandere le dimensioni del display dello smartphone, magari implementato anche le funzionalità touchscreen. Inoltre verrebbe fornita una tastiera e ampliata l'autonomia grazie alla batteria integrata.

Per quanto riguarda iPad invece, il brevetto depositato ricalca a grandi linee alcuni accessori già presenti sul mercato. Infatti si tratta principalmente di una struttura in grado di alloggiare verticalmente il tablet e offrire al contempo una tastiera qwerty completa e un trackpad. Si spera anche una serie di porte aggiuntive per collegare eventuali accessori o chiavette.

Per poter sfruttare al meglio questi accessori, Apple dovrebbe introdurre maggiori ottimizzazioni ad iOS in modo tale da unificare l'esperienza utente con quella di MacOS, approccio che però fino a ieri l'azienda di Cupertino non solo si è sempre rifiutata di seguire ma ha anche apertamente criticato nei competitor. Allo stato attuale dei sistemi operativi mobile però resta vero che l'aggiunta di una tastiera o di un trackpad non porterebbe grossi vantaggi.

Apple potrebbe e dovrebbe sfruttare i feedback ricevuti dai dispositivi pensati per la produttività come iPad Pro. Non a caso anche Samsung si sta muovendo nell'unificazione dell'esperienza mobile e desktop con la DeX Station e Galaxy S8.

Android 8, ecco le prime novità della versione preliminare

lastampa.it
andrea nepori

Con la prossima generazione del sistema operativo per smartphone e tablet di Google la batteria durerà di più. Ecco alcune funzioni svelate dall’anteprima per gli sviluppatori, in attesa di conoscere il nome ufficiale: per ora si chiama “O”



Google ha diffuso la prima versione preliminare di Android 8. In attesa che il nome ispirato ad un dolcetto venga annunciato ufficialmente (a maggio, alla Google I/O), il successore di Nougat per adesso viene indicato come “Android O”. L’anteprima del sistema operativo è destinata solamente agli sviluppatori, che potranno testare le proprie applicazioni in vista del lancio ufficiale, più avanti quest’anno. Alcune delle novità principali, però, sono già state rese note dagli ingegneri di Big G in un post sul blog ufficiale di Android .

La novità più importante riguarda la gestione dei processi in background. Il numero di funzioni di sistema a cui le app potranno accedere quando non sono aperte è stato limitato, come accade su iOS di Apple, in modo da tagliare drasticamente il consumo di batteria. E’ una delle novità che Hiroshi Lockheimer, SVP responsabile dello sviluppo di Android e Chrome OS, aveva già preannunciato in una recente intervista con la Stampa .

L’altra grande novità sono i “canali” di notifica: con Android 8 sarà possibile categorizzare le notifiche in base al loro contenuto. In questo modo si potrà decidere in maniera granulare, app per app, quale tipologia di messaggi ricevere sempre e quali invece relegare silenziosamente all’elenco delle notifiche. 

Android 8 introduce anche il Picture in Picture, cioè la possibilità di ridurre un video ad un piccolo riquadro per continuare a vederlo quando si apre un’altra applicazione. Aggiunta inoltre la possibilità di selezionare un’app di default per la gestione delle password, che si integrerà così con le nuove API per il riempimento automatico dei campi di autenticazione a livello di sistema.

Le altre novità annunciate da Google riguardano principalmente gli sviluppatori. Non grandi rivoluzioni ma un perfezionamento dell’esistente, come è normale per un sistema operativo che si appresta a compiere 12 anni.Le icone adattabili, ad esempio, permettono di realizzare una singola grafica che i vari dispositivi potranno tagliare a piacimento, a seconda della forma preferita dal tema in uso.

Novità anche per la gestione colore e per la qualità della trasmissione audio ad alta fedeltà tramite Bluetooth, grazie al supporto al Codec LDAC. Nessun segno, come previsto, di una possibile convergenza tra il sistema operativo mobile e Chrome OS, come invece suggerivano alcune indiscrezioni trapelate a fine anno. 

«Sono entrambi sistemi operativi di successo e continuiamo a passare funzionalità da uno all’altro. Di recente, ad esempio, abbiamo portato le app di Android su Chrome OS e il sistema di aggiornamenti di Chrome OS su Nougat, l’ultima versione di Android», aveva spiegato Lockheimer a La Stampa. «Ma non ci sarà nessuna convergenza, sono destinati a dispositivi diversi. Ormai è chiaro che gli smartphone non sostituiscono tablet, e i tablet non sostituiscono del tutto i laptop. Sono dispositivi destinati a soddisfare esigenze diverse con sistemi operativi integrati, ma separati».

Con il computer alla ricerca del prezzo migliore: ecco come si compra online in Italia

lastampa.it
andrea nepori

I dati del comparatore di prezzi Idealo mostrano che 8 italiani su 10 acquistano tramite ecommerce almeno una volta al mese, soprattutto libri, vestiti e accessori oppure prodotti elettronici



Compriamo online un po’ più spesso dei consumatori britannici, lo facciamo quasi sempre da PC ma usiamo sempre più spesso anche lo smartphone e il tablet. E’ il ritratto delle abitudini di acquisto digitali nel nostro Paese che emerge da uno studio realizzato dal comparatore di prezzi Idealo in collaborazione con i sondaggisti di Survey Sampling International (SSI).

Online e offline, alla pari
«L’incrocio dei dati a cui abbiamo accesso internamente, assieme a quanto emerge dal sondaggio che abbiamo condotto con SSI, ci ha dato un quadro molto chiaro delle modalità di acquisto online dei nostri connazionali», spiega Paolo Primi, Marketing Manager di Idealo, durante un incontro nella sede dell’azienda a Berlino. «Uno degli aspetti più interessanti è l’integrazione del canale digitale e di quello fisico: almeno un italiano su tre visita i negozi della propria città per confrontare o provare i prodotti prima di comprare online; ma sempre un italiano su tre fa esattamente il contrario: confronta online per poi acquistare in negozio». 


Comparazione dei prezzi

La comparazione dei prezzi online è cosa seria, e vale milioni. Nella sede di Berlino di Idealo - una vecchia fabbrica a più piani ristrutturata nel cuore del quartiere di Kreuzberg - lavorano circa 700 dipendenti, di cui 15 italiani. In Germania il comparatore di prezzi del gruppo Axel Springer domina il mercato. In Italia è dietro a TrovaPrezzi ma ha superato - per visibilità e numero di prodotti comparabili - i francesi di Kelkoo. 

Del resto anche nel nostro Paese, come in molti altri mercati, il prezzo è l’aspetto più importante per chi compra online: è la discriminante che può trasformare la semplice intenzione di acquisto in un ordine andato a buon fine.

«Gli italiani acquistano online principalmente perché si trovano i prezzi migliori», racconta Primi, il cui lavoro per la divisione marketing di Idealo spesso è analogo per mansioni a quello di un data journalist. «Il prezzo è un movente tanto forte da mettere in secondo piano la scelta dell’ecommerce da cui effettuare l’acquisto. Basta anche una piccola differenza, ad esempio, affinché l’utente medio preferisca ad Amazon un negozio online meno conosciuto, da cui magari non ha mai comprato prima».

In Italia il confronto dei prezzi prima di un acquisto è pratica molto diffusa. Ma curiosamente avviene con metodiche che rischiano di essere poco efficaci. «Gli italiani comparano i prezzi, è vero, ma spesso non lo fanno nel modo migliore», afferma Primi. «Dal nostro studio emerge che il 66% degli intervistati li confronta sui marketplace, il 63% lo fa sulla piattaforma dell’ecommerce da cui acquisterà. Una pratica che non aiuta a trovare sempre i prezzi migliori e non evita le insidie del dynamic pricing, la pratica che consente di alzare e abbassare i prezzi a seconda del profilo dell’utente. Solo il 44% dice di passare prima per un comparatore di prezzi».

La fiducia
I numeri di Idealo e SSI mostrano che nel 2017 l’atavica diffidenza verso l’acquisto online e la paura del “pacco” (in senso lato) sono diminuite in maniera sensibile. L’82% dei consumatori dice di conoscere i sigilli di sicurezza e di verificarne la presenza sul sito dell’ecommerce prima di un acquisto, ma più della metà degli intervistati non è stato in grado di riconoscere nemmeno una certificazione. Tra le più popolari ci sono TrustedShop (nota al 19% del campione), Trustpilot (16%) e Netcomm (16%). 

«La vera differenza la fanno le opinioni di chi ha già acquistato lo stesso prodotto», dice Primi. «I commenti positivi di altri utenti influenzano un acquisto più di una certificazione di sicurezza. Un utente su due si convince a effettuare il primo ordine da un ecommerce grazie alle recensioni positive».

Come paghiamo?
Quando si tratta di finalizzare l’acquisto, però, la diffidenza verso i sistemi di pagamento elettronico emerge eccome. La carta di credito collegata ad un conto bancario è usata solo dal 20% del campione. Paypal, preferito dal 60% degli utenti, domina il mercato, mentre il 14% degli intervistati dice di affidarsi alla Postepay, la carta di debito prepagata di Poste Italiane. Sopravvive anche il contrassegno (cioè il pagamento alla consegna, nonostante sia offerto sempre più raramente dagli shop online) mentre solo il 2% paga tramite bonifico, un’operazione più macchinosa e soprattutto più lenta. 

Chi compra cosa, dove
Il quadro anagrafico che emerge dal sondaggio di Idealo mostra che gli acquisti online sono dominio degli over 30. Nelle fasce comprese tra 35-44 anni e tra i 45-54 anni si concentrano gli acquirenti assidui, cioè coloro che comprano online almeno due o tre volte al mese. Nelle fasce ai due estremi, ovvero 18-34 e over 55, gli acquirenti sporadici (uno o due acquisti all’anno) sono la maggioranza. 
Interessante notare, inoltre, che l’acquisto online è pratica principalmente urbana: i consumatori che ordinano più spesso da Internet abitano principalmente nei grandi centri; nelle comunità più piccole (meno di 10.000 abitanti), abbondano gli acquirenti occasionali.

I prodotti più acquistati sono i libri e audiovisivi. In tanti, forse spinti soprattutto dalle politiche di “reso facile” di molti ecommerce, si fidano di Internet anche per rifarsi il guardaroba: vestiti, scarpe e accessori sono la seconda categoria merceologica per popolarità. Al terzo posto dispositivi elettronici ed elettrodomestici. «La classifica dei prodotti più acquistati online è inversa rispetto alle categorie su cui si effettua più spesso il confronto prezzi», dice Primi. «Pochissimi consumatori fanno comparazione su libri e contenuti multimediali, mentre la pratica è molto diffusa prima dell’acquisto di uno smartphone o di un microonde».

Gender Gap
Dallo studio emerge, infine, una triste conferma del gender gap italiano: gli uomini acquistano online più spesso delle donne (1 su 3, contro 1 su 4). Un’analisi separata pubblicata da Idealo a inizio marzo mostra tutto il peso della cosiddetta Pink Tax, la “tassa rosa”. Nel caso di prodotti di profumeria e cosmesi le donne sono vittime di discriminazione sui prezzi nel 64% dei casi: lo stesso prodotto costa mediamente di più nella versione da donna rispetto a quella maschile. E da un confronto tra le percentuali di acquisto online emerge una sorprendente correlazione con il Gender Inequality Index, l’indicatore delle diseguaglianze di genere calcolato dalla Nazioni Unite. 

«Abbiamo notato che nei paesi in cui le donne acquistano di più online c’è maggiore parità di genere», conclude Primi. «Significa che una percentuale più alta di acquirenti donne corrisponde a migliori condizioni di salute, istruzione, presenza politica e partecipazione socio-economica per la popolazione femminile». 



I dati di Idealo sull’ecommerce in Italia sono disponibili nell’ebook gratuito “L’ecommerce in Italia: le nuove abitudini di acquisto online”.

Ora anche il Parlamento indaga sulle navi delle Ong Mistero sui finanziamenti

lastampa.it
francesco grignetti

La denuncia del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, che ha raccontato in Parlamento tutti i suoi dubbi e le perplessità quanto al lavoro delle navi umanitarie che stazionano di fronte alla Libia e caricano a bordo migliaia di migranti, ha convinto la Commissione Difesa del Senato che era necessario avviare immediatamente un’indagine conoscitiva. «Ci sono - spiega il presidente della commissione, il senatore Nicola Latorre, Pd - troppi punti interrogativi. Vogliamo chiarirci, rispondere a qualche curiosità... E chissà se non aiuteremo a svelare qualche magagna». Va da sè che il governo non è contrario all’iniziativa, anzi.

L’inchiesta dei senatori partirà con la convocazione dell’ammiraglio Enrico Credendino, responsabile della missione Eunavformed, di Vincenzo Melone, comandante generale della Capitaneria di porto, del responsabile di Frontex. Saranno invitate poi tutte le Ong impegnate con imbarcazioni nell’area del Mediterraneo. «L’indagine - conclude Latorre - sarà uno strumento importante per mettere a disposizione del Parlamento e del governo tutto il materiale utile per eventuali iniziative che si renderanno necessarie». Il sospetto, che dopo le parole di Zuccaro è anche più di un sospetto, ma una pista investigativa, è che qualcuna tra le Ong sia finanziata da chi ha interesse ad alimentare il flusso dei migranti. Il metodo è sempre lo stesso: seguire i soldi. E non si esclude che, seguendo i soldi, potrebbero venire sorprese sconcertanti sia su chi fa da sponda in Italia, sia all’estero. 



La spesa per le navi umanitarie in effetti è imponente. Le Ong sono associazioni di volontariato che noleggiano navi per l’occasione a prezzi da capogiro. Una di loro, la «Moas», con sede a Malta, spende 400 mila euro al mese per affittare due droni con cui pattugliano le acque libiche; hanno poi due navi in mare e l’affitto di una nave costa circa 300 mila euro al mese. Si consideri che nell’autunno scorso ce ne erano ben 13 davanti alla Libia. Anche in questo inizio di 2017, nonostante alcune Ong ancora non siano pronte, il 50% dei salvataggi in mare lo stanno facendo loro. E questi sono i numeri: 20.674 persone raccolte in mare dall’1 gennaio al 22 marzo, 42,66% in più rispetto agli stessi giorni del 2016. 



Per ora, però, sono supposizioni. Ma se si ascoltano i senatori di destra, l’indagine dovrà essere propedeutica a contrastare in tutti i modi queste Ong. «Lungi dal limitarsi alla loro funzione umanitaria, di fatto stanno contribuendo al trasporto di clandestini in Italia, alimentando le attività di trafficanti di persone e degli scafisti», accusano Paolo Romani, Maurizio Gasparri e Bruno Alicata, Forza Italia.

E la questione dei migranti diventa, una volta di più, motivo per avanzare sospetti su manine straniere. Agli occhi dei leghisti, infatti, non sfugge la gran presenza di Ong tedesche tra quelle che soccorrono i migranti davanti alle coste libiche per scaricarli in Italia. Ed è nuova benzina sul fuoco delle polemiche con Berlino: «C’è un problema politico di fondo - dice Alessandro Pagano, Lega - cui qualcuno deve rispondere. La Cancelliera è stata interrogata da qualcuno in merito o ci troviamo per l’ennesima volta succubi e sotto scacco dei tedeschi?». Gli fa eco Paolo Grimoldi: «Il governo italiano impedisca l’ingresso in acque territoriali italiane, utilizzando le navi della nostra Marina militare, a queste navi straniere che violano le convenzioni internazionali. Se non verrà impedito lo sbarco di queste navi, si renderanno complici dei nuovi trafficanti».

Spiare il partner sullo smartphone? Più facile di quel che sembra

lastampa.it
lorenzo longhitano

Il software esiste ed è disponibile per pochi euro, ma a volte non è neppure necessario. Ecco come tutelarsi



Partner e compagni di vita spiati e controllati ventiquattro ore su ventiquattro, abusando degli stessi strumenti utilizzati da organizzazioni e governi per monitorare terroristi e dissidenti. È l’ultima denuncia che parte dalla rivista Forbes e secondo la quale, nel variegato mondo degli sviluppatori di software per la cyber sorveglianza, sarebbe in vigore una pratica preoccupante: vendere sottobanco, a comuni cittadini, potenti software normalmente riservati a soggetti ben più facoltosi. La pericolosità delle soluzioni elencate da Forbes sta nella loro capacità di insediarsi silenziosamente ed efficacemente all’interno di uno smartphone per spifferarne i segreti a chi sta in ascolto, ma ottenere mezzi meno raffinati ma in qualche modo efficaci a scopi così meschini è anche più semplice di quanto riferito dalla rivista.

Strumenti come Stalkscan sembrano all’apparenza innocui, ma se usati con le intenzioni sbagliate possono rivelarsi molto pericolosi. Il sito in questione permette gratuitamente di esplorare il profilo Facebook di chiunque alla ricerca di informazioni lasciate pubbliche, ma normalmente nascoste nei meandri del sito: tramite la comoda interfaccia si possono visualizzare i luoghi visitati, gli eventi in programma e i like alle foto sui profili altrui in pochi clic. Oltre a Facebook, altri siti e servizi ormai onnipresenti nella nostra vita digitale si possono trasformare in armi. Ancora non tutti sanno che un normale account Google collegato allo smartphone non contiene soltanto email e informazioni sui contatti, ma anche uno storico degli spostamenti registrati tramite il GPS del telefono: un dettaglio attivato per impostazione predefinita e accessibile da ogni computer o dispositivo.

In questi casi il pericolo deriva da informazioni che non vengono adeguatamente protette, la cui responsabilità dovrebbe gravare sulle spalle di chi le produce; esistono però molti altri strumenti ugualmente facili da reperire, che permettono di carpire dati personali e privati dagli smartphone o dai computer delle vittime senza che questi ultimi ne siano consapevoli in alcun modo. In particolare, chiunque abbia accesso fisico al dispositivo da spiare può installarvi qualunque tipo di software: da

semplici keylogger, ovvero programmi che registrano ogni lettera digitata sulle tastiere virtuali, fino a soluzioni più complesse offerte in abbonamento a poche decine di euro al mese, in grado di tenere traccia di ogni tipo di attività — dalle chiamate ai messaggi, da Facebook a eventuali conversazioni su Tinder. Basta avere il tempo di caricare il software a bordo e di impostarlo adeguatamente: le informazioni raccolte vengono spedite di nascosto all’indirizzo scelto, tramite la connessione Wi-Fi o cellulare del dispositivo.

Per fortuna tutelarsi da questo genere di intrusioni non è difficile. Gli occhi indiscreti su Facebook e dintorni si neutralizzano imparando a stringere le maglie della propria privacy sui social network, sia tramite le impostazioni, sia con un uso più oculato di questi mezzi; gli account online in generale vanno poi protetti evitando di condividerne le password (anche quelle relative a servizi apparentemente innocui) e attivando le verifiche in due passaggi su tutti i siti che le prevedono; per difendersi dalle app spia, invece, basta in teoria impostare una password sicura sul telefono o evitare di lasciarlo in mani altrui, se necessario anche quando si tratta del partner.

Bollette di luce e gas: i diritti (calpestati) dei consumatori ai tempi del mercato libero

lastampa.it
veronica ulivieri

Dai contratti non richiesti ai conguagli-salasso: solo nel 2016 quasi 45 mila reclami allo Sportello dell’Autorità per l’energia



Contratti attivati senza il consenso dell’utente, fatturazione di consumi vecchi di dieci anni, conguagli che per amor del vero sarebbe meglio chiamare salassi. La lista delle pratiche commerciali scorrette nella fornitura di luce e gas è lunga. Solo nel 2016, lo sportello per i consumatori dell’Autorità per l’energia ha ricevuto quasi 45mila reclami, che superano i 250 mila se si inizia a contare da dicembre 2009, quando il servizio è stato attivato. L’impennata c’è stata nel 2014: in un solo anno si sono sfiorate le 120mila denunce allo sportello. Oggetto più frequente, non sorprende, proprio le fatturazioni e i contratti.

Una giunga in cui per gli oltre 9 milioni di famiglie che oggi sono passate al mercato libero dell’energia elettrica e per i circa 6 milioni di utenze domestiche presenti in quello del gas non è facile destreggiarsi. Valeria Graziussi, avvocatessa che collabora da anni con il Codacons, ne sente ogni giorno di cotte e di crude. I casi più conosciuti sono quelli dei contratti di fornitura attivati senza l’ok dell’utente. “I dati personali e il consenso del consumatore vengono carpiti con l’inganno. Ci sono venditori porta a porta che si intrufolano nelle case e iniziano a fare domande, con la promessa di bollette più convenienti.

In diversi casi queste pratiche vengono messe in atto anche al telefono: il sì pronunciato dall’utente per confermare l’esattezza dei dati, per esempio, viene utilizzato in modo ingannevole come assenso all’attivazione della fornitura”. Oggi però non è più possibile concludere contratti solo al telefono: “Devono essere sempre confermati da un documento cartaceo firmato dall’utente. E proprio quando in seguito a reclami chiediamo la copia cartacea ai gestori, spesso non ne sono in possesso. E qui casca l’asina, perché il contratto si rivela non valido”.

Ma il repertorio delle truffe in cui può incappare il consumatore è ampio: “In diversi casi il gestore fattura consumi più vecchi di 5 anni, che in realtà sono prescritti e dunque non più richiedibili. In altri si emettono per molto tempo fatture basate sui consumi presunti, per poi presentarsi dal consumatore dopo anni con un conguaglio altissimo. In altri casi ancora le aziende ostacolano il diritto di recesso degli utenti, facendo finta di non aver ricevuto la lettera di disdetta”. 

A giugno 2016 l’Antitrsut ha sanzionato per oltre 14,5 milioni di euro i cinque big dell’energia Acea, Edison, Eni, Enel Energia ed Enel Servizio Elettrico. Sanzioni di recente ci sono state anche per HeraComm, Geko (ex Beetwin) e Green Network. “I provvedimenti riguardano i meccanismi di fatturazione e le ripetute richieste di pagamento per bollette non corrispondenti a consumi effettivi, nonché gli ostacoli frapposti alla restituzione dei rimborsi”, ha fatto sapere l’Autorità, chiarendo poi pochi mesi dopo che “le procedure adottate dalle società citate mirano d’ora in avanti ad assicurare un consenso consapevole all’attivazione di una nuova fornitura”.

Le aziende sanzionate si sono assunte impegni precisi nei confronti dell’Antitrsut e dopo la stangata sembra che stiano facendo i compiti a casa. Ma intanto sono in corso “procedimenti volti ad accertare eventuali violazioni del Codice del Consumo” da parte di Estra Energie ed Estra Elettricità, Enegan e Iren Mercato. Un altro procedimento per inottemperanza delle indicazioni dell’Antitrust è in corso contro Green Network.

A questi aspetti si aggiunge un’altra questione molto dibattuta: la scarsa trasparenza nei confronti dell’utente sui propri consumi, anche nell’epoca dei contatori elettronici. “Non possiamo pensare che una persona debba scendere in cantina a leggere i kilowattora consumati. È necessario comunicare con il consumatore in base a parametri chiari e comprensibili, come gli euro spesi”, spiega Roberto Napoli, esperto di temi energetici e già docente del Politecnico di Torino. “Alle bacchettate dell’Europa sul tema, l’Italia ha risposto che i cittadini possono fare richiesta dei dati. Ma perché impelagarsi in procedure burocratiche quando con un’App le persone potrebbero monitorare i dati dei propri consumi? Dati che tra l’altro sono degli utenti e non dei gestori”.

Su questi temi sta lavorando anche la Commissione europea, che a luglio 2015 in una comunicazione alle altre istituzioni comunitarie ha lanciato un programma di azioni per tutelare i consumatori, realizzare nel concreto le reti intelligenti e attuare un’efficace protezione dei dati che si genereranno con la creazione di smart grid. L’iniziativa propone un “New Deal per i consumatori energetici”, ma in Italia, fa notare ironico il professor Napoli, questo tende piuttosto “ad assumere le sembianze di un New Peel, nel senso che le tasche dei consumatori vengono sempre più pelate da azioni per lo meno confusette e birichine”.

@veroulivieri

Fatima, presto santi i due pastorelli che videro il segreto

lastampa.it
andrea tornielli

Approvato il miracolo attribuito ai piccoli veggenti. Il Papa sarà nel santuario portoghese il 12 e 13 maggio, per il centenario. Intanto sul web circolano testi apocrifi attribuiti a suor Lucia


Da sinistra a destra: Lucia, Francesco e Giacinta, i tre veggenti di Fatima

Papa Francesco ha approvato il miracolo attribuito all'intercessione di Francesco e Giacinta Marto, fratello e sorella, i due pastorelli veggenti di Fatima insieme alla loro cugina Lucia, entrambi beatificati da Giovanni Paolo II nel maggio 2000. «Il Santo Padre Francesco - informa una nota vaticana - ha ricevuto questa mattina in udienza» il cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei santi» e ha autorizzato il dicastero a promulgare, tra gli altri anche il decreto riguardante «il miracolo, attribuito all’intercessione del beato Francesco Marto, nato l’11 giugno 1908 e morto il 4 aprile 1919, e della beata Giacinta Marto, nata l’11 marzo 1910 e morta il 20 febbraio 1920, fanciulli di Fatima».

L'annuncio arriva a meno di due mesi dal viaggio che Francesco farà nella cittadina portoghese, sede di uno dei santuari mariani più visitati al mondo, per celebrare il centenario delle apparizioni iniziate il 13 maggio 1917 e conclusesi l'ottobre successivo. Si tratta dell'apparizione che più ha segnato la storia del Novecento, per la sua carica profetica e forte connotazione geopolitica (sul ruolo della Russia) legate alla famosa terza parte del segreto.

Tutto lascia pensare che il Papa, in occasione della visita e della messa già programmata per la mattina del prossimo 13 maggio sulla grande piazza antistante il santuario, possa canonizzate i due veggenti. L'eventuale annuncio della data sarà però ufficializzato nel corso del concistoro previsto per il 20 aprile. Il vescovo di Leiria-Fatima, António Augusto dos Santos Marto, commentando la notizia ai microfoni di Radio Renascença ha affermato che la canonizzazione in quel giorno «sarebbe proprio la ciliegina sulla torta. Tutti lo desideriamo, però sarà il Santo Padre a decidere».

Nella Cova da Iria, una zona di pascolo, nel maggio 1917 tre pastorelli, Lucia dos Santos (10 anni) e i suoi cuginetti Francesco (9 anni) e Giacinta Marto (7 anni), videro una «donna vestita di bianco con in mano un rosario», che diede appuntamento a loro per il 13 dei mesi successivi, per un totale di sei incontri, fino al 13 ottobre 1917, data dell’ultima apparizione. In quel giorno migliaia di persone assistettero al cosiddetto «miracolo del sole»: l’astro prese a roteare e sembrò ricadere sui presenti.

L’evento fu attestato anche dal cronista di un quotidiano portoghese anticlericale. Oltre all’invito alla preghiera e ai sacrifici di espiazione in favore dei peccatori, la Madonna affidò ai veggenti un segreto diviso in tre parti. Le prime due furono rivelate negli anni Quaranta del secolo scorso. L’ultima, conosciuta come il Terzo segreto di Fatima, è stata resa nota soltanto nell’anno 2000, dopo la beatificazione di Francesco e Giacinta.

A impressionare chi si avvicini alla storia di questi bambini, è il cambiamento della loro vita e la loro pronta adesione alle richieste dell'apparizione, accompagnata dalla capacità di infliggersi penitenze per l'espiazione dei peccati dell'umanità che difficilmente si potrebbe immaginare potesse auto-prodursi. Qualcosa aveva veramente sconvolto le loro vite, fino ad allora semplici e spensierate.Nel 1944 suor Lucia scrisse la terza parte del segreto, affidandola al suo vescovo. Successivamente la Santa Sede richiederà il testo, che viene trasferito in Vaticano a metà degli anni Cinquanta, ormai al crepuscolo del pontificato di Pio XII. Il primo Papa a leggerlo è il suo successore, Giovanni XXIII, il quale lo fa conoscere ad alcuni collaboratori e membri del Sant’Uffizio, decidendo però di non pubblicarlo.

Il medesimo atteggiamento viene da Paolo VI, che si reca a Fatima per chiedere la pace minacciata dalla guerra nucleare. Giovanni Paolo II, profondamente devoto alla Madonna, secondo la documentazione conservata negli archivi della Congregazione per la Dottrina della fede, legge il terzo segreto soltanto dopo l’attentato che subisce il pomeriggio del 13 maggio 1981, giorno della memoria liturgica di Fatima, alle ore 17.17.

Il Papa viene gravemente ferito dai colpi esplosi da Alì Agca, perde moltissimo sangue e arriva ormai in fin di vita al Policlinico Gemelli. Un lungo intervento gli salva la vita: il proiettile, penetrato nel corpo, non ha leso alcun organo vitale. Giovanni Paolo II, dopo aver studiato il testo della profezia, si identifica con il Papa colpito, che nella visione però viene ucciso dopo aver salito una montagna ed essere passato attraverso tanti corpi di martiri.

Negli ultimi anni, alcuni gruppi fatimiti e alcuni giornalisti hanno messo in dubbio il fatto che sia stato rivelato tutto il segreto, a vanzando l’ipotesi dell’esistenza di due testi separati: il primo, quello della visione, è stato svelato. Il secondo, quello che conterrebbe l’interpretazione data dalla Vergine alla visione, sarebbe stato derubricato dai Pontefici a elucubrazione della veggente e “archiviato” con le tante comunicazioni, lettere, bobine registrate che lungo gli anni suor Lucia dos Santos aveva inviato in Vaticano. È la tesi dell’“allegato mancante”: secondo alcuni parlerebbe di castighi che stanno per abbattersi sull’umanità, secondo altri si tratterebbe della crisi di fede nella Chiesa.

Alcuni hanno addossato la responsabilità della mancata pubblicazione del presunto testo mancante al cardinale Tarcisio Bertone, che nel 2000 era segretario della Congregazione per la dottrina della fede e dunque il vice del cardinale Joseph Ratzinger. È stato infatti lui a gestire i rapporti con suor Lucia e la pubblicazione del segreto. Bisogna però osservare che la tesi di contrapporre Bertone a Ratzinger e a Papa Wojtyla, non regge.

Bertone era un autorevole esecutore delle volontà del Pontefice e del suo diretto superiore, il Prefetto Ratzinger. Se Giovanni Paolo II avesse stabilito di non pubblicare qualcosa del segreto, sarebbe stata una decisione interamente sua, della quale anche Ratzinger doveva essere al corrente. Inoltre - stiamo sempre parlando di una mera ipotesi - una volta divenuto Benedetto XVI, anch'egli avrebbe ritenuto opportuno continuare a tenere segreto il presunto allegato.

È vero che ci sono indizi che sembrerebbero suggerire l’esistenza di un secondo testo. Fra questi le divergenze di date riguardo al trasferimento del plico da Leiria in Vaticano (4 aprile 1957 o 16 aprile 1957) e sul luogo di custodia (l’Archivio segreto del Sant’Offizio o l’appartamento del Pontefice); e poi sulla data di lettura da parte di Giovanni XXIII (nel 1960 o il 21 agosto 1959), di Paolo VI (il 27 marzo 1965 o il 27 giugno 1963) e di Giovanni Paolo II (nel 1978, pochi giorni dopo l’elezione al pontificato, o fra il 18 luglio e l’11 agosto 1981, dopo l’attentato di Alì Agca).

Alcune di queste incongruenze potrebbero essere spiegate più semplicemente con l'esistenza di due copie dello stesso testo, una conservata negli archivi dell'ex Sant'Uffizio e un'altra nella scrivania del Papa. Attorno a Fatima è proliferata una letteratura apocalittica e sensazionalista che poco o nulla ha a che fare con il cuore del messaggio mariano e con la semplice fede vissuta dei due pastorelli cugini di suor Lucia che ora stanno per diventare santi. Sono state pubblicate varie versioni (apocrife) del testo mancante. 

L'ultimo caso è quello di un giornalista spagnolo che ha ripreso e pubblicato in un libro un presunto manoscritto di suor Lucia (senza averne l'originale, ma soltanto una copia ricevuta anonimamente per email) nel quale si parla dell'apostasia nella Chiesa, di un falso Papa dallo sguardo diabolico - nel 2010 il falso Papa venne indicato dai fatimiti apocalittici amanti dei complotti in Benedetto XVI, oggi in Francesco - e della roccia della fede che viene sradicata da Roma per essere conservata a Fatima. Un testo peraltro già noto da almeno sette anni e già fatto a pezzi nella sua credibilità.

È pieno di incongruenze (dalle date che non tornano all'uso di certe parole) ma è stato negli ultimi giorni rilanciato lasciando in qualche modo balenare la sua autenticità da quanti non perdono occasione di scagliarsi contro l'attuale Pontefice anche a costo di divulgare patacche.

Terrorismo, il Viminale espelle marocchino: «Italiani miscredenti»

corriere.it

L’uomo, 44 anni, sposato con un’italiana che sui è convertita all’islam, si era radicalizzato da tempo, rifiutando di prestare giuramento per ottenere la cittadinanza italiana perché l’osservanza della Costituzione avrebbe violato i dettami shariatici

Con un provvedimento firmato dal ministro dell’Interno, Marco Minniti, è stata eseguita l’espulsione di un cittadino marocchino, per motivi di sicurezza dello Stato, con un volo diretto in Marocco. Con questo rimpatrio, il ventiseiesimo del 2017, salgono a 158 i soggetti gravitanti in ambienti dell’estremismo religioso, espulsi con accompagnamento alla frontiera dal gennaio 2015 ad oggi. Si tratta di un uomo di 44 anni, residente a Santhià (Vercelli) e coniugato con una cittadina italiana convertita all’islam. L’uomo era stato segnalato a seguito di approfondimenti investigativi nell’ambito di indagini condotte dalla Digos di Vercelli per aver manifestato un percorso di radicalizzazione che lo aveva portato a considerare l’Italia un paese di miscredenti, non idoneo alla permanenza della sua famiglia.
La nota del Viminale
Inoltre, spiega una nota del Viminale, nel 2012 il marocchino aveva rifiutato di prestare giuramento per ottenere la cittadinanza italiana, confidando ad alcuni connazionali che l’accettazione dello status avrebbe offeso la sua religione e che l’osservanza della Costituzione avrebbe violato i dettami shariatici. Le indagini investigative acquisite sulla deriva radicale del cittadino marocchino sono state poi confermate anche da elementi della comunità islamica vercellese, dove in passato ha svolto funzioni di imam. Rintracciato il 25 marzo a Torino, all’esito dell’udienza di convalida, è stato espulso dal territorio nazionale e rimpatriato con un volo diretto in Marocco.

26 marzo 2017 (modifica il 26 marzo 2017 | 13:28)

Da 40 anni in marcia alla ricerca del figlio. La storia di Taty e delle madri di Plaza de Mayo

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filippo femia

In Argentina la Giornata della memoria per ricordare il golpe del 1976. L’attivista 86enne: «Chiedo solo di riavere i resti del mio Alejandro, poi potrò morire in pace»


Taty Almeida, 86 anni, membro della Madres de Plaza de Mayo Linea Fundadora

Buenos Aires, 30 aprile 1977. Una decina di donne è ferma in Plaza de Mayo, davanti al palazzo presidenziale. Disperate, reclamano informazioni sui figli scomparsi senza lasciare traccia. Il 24 marzo dell’anno prima un colpo di stato ha instaurato una dittatura militare in Argentina. Le “adunate” di più di tre persone sono proibite, un agente si avvicina alle donne e ordina a muso duro: «Circolare». Loro obbediscono, alla lettera. E iniziano a camminare intorno alla piramide della piazza. Da allora non si sono più fermate: la marcia delle Madres di plaza de Mayo prosegue ogni giovedì, con un fazzoletto bianco in testa. E quella di oggi sarà una ronda speciale, nel giorno che ricorda il golpe a poche settimane del 40° anniversario delle Madres. 


AP

LE “PAZZE” DI PLAZA DE MAYO
Locas, le chiamavano con scherno i militari. «Sì, eravamo pazze. Di dolore – racconta Taty Almeida, 86 anni, membro delle Madres de Plaza de Mayo Linea Fundadora – E pazze perché protestare contro la giunta militare era pericolosissimo». Ha la voce roca e tonante di chi è chiamato a un’arringa in pubblico. Ma il tono si fa improvvisamente dolce quando ricorda il figlio Alejandro: «Se lo sono preso quando aveva 20 anni. Dico sempre che è stato lui a partorire me, non il contrario: se sono diventata quella che sono oggi, lo devo a lui».

La nuova Taty nasce nel 1980, quando si unisce alle Madres abbandonando le amicizie degli ambienti conservatori. «La mia famiglia era piena di militari - racconta - ma capii subito che nessuno di loro mi avrebbe restituito Alejandro. Rischiai moltissimo a unirmi alle altre madri. E poi temevo che mi credessero una spia». In quegli anni non sono più un segreto le atrocità della dittatura. Come i centri clandestini di tortura e i “voli della morte”, aerei che gettavano in mare, ancora vivi, militanti, studenti e sindacalisti. 



UNA LOTTA LUNGA 40 ANNI
Oggi alcune delle madri camminano a stento, aggrappate ai bastoni, altre sono costrette in sedia a rotelle. La loro lotta, però, non si ferma. Ma ha ancora senso questa marcia quarant’anni dopo? Taty abbozza un sorriso, poi risponde quasi rabbiosa: «Oggi è più importante che mai. Noi Madres siamo sempre meno, scenderemo in piazza fino all’ultimo respiro ma non sopravviveremo fino a vedere l’ultimo genocida in carcere. Dovranno essere i giovani a continuare la nostra lotta». A loro chiede di esigere verità e giustizia per i 30 mila desaparecidos, «ma solo nei tribunali: la violenza non ha mai ragione. E poi lottate per tutte le cause che ritenete giuste: non lasciatevi scorrere la vita addosso con indifferenza».

MACRI NEL MIRINO
Molti responsabili della sanguinosa dittatura argentina sono morti, come Jorge Rafael Videla. Ha ancora senso parlare di giustizia? «La giustizia impiega tempo. Forse è troppo lenta, ma avanza. Anche se il governo Macri prova a mettere i bastoni tra le ruote», spiega Taty. L’attuale presidente finisce spesso nel mirino delle Madres. Specie da quando ha proposto, prima di fare retromarcia, di togliere il 24 marzo dalla lista delle festività nazionali: «Vuole cancellare la storia, non gli importa nulla dei diritti umani. Si preoccupa solo per le sue aziende», attacca. 

L’UNICO RIMPIANTO
Oggi Taty ha sei nipoti e due bis-nipoti, di cui snocciola i nomi con orgoglio. Quando le si chiede se si è pentita di qualcosa, non esita a rispondere: «Assolutamente nulla. Ho un solo rimpianto: non aver potuto parlare con mio figlio della sua militanza. Per proteggermi, non mi raccontò mai nulla del suo impegno politico». «Sono certa - aggiunge - che dovunque sia, Alejandro mi guarda con orgoglio e pensa “Continua così, mamma, non ti arrendere”». E un desiderio prima di andarsene? «Ritrovare i resti di Alejandro, solo allora potrò andarmene in pace. Da quando hanno fatto sparire i nostri ragazzi non ci hanno mai restituito i corpi. Non abbiamo un posto dove andare a posare un fiore o pregare». 


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LA SPERANZA DAL DNA
Le speranze di Taty e le altre Madres sono affidate alle squadre di antropologi forensi che ancora oggi cercano di identificare e rintracciare i figlie e nipoti desaparecidos. Ancora oggi i test del Dna restituiscono alcuni figli sottratti ai genitori legittimi e affidati a famiglie vicine ai militari negli anni neri della dittatura. “Scoperte” che riaprono la ferita di una delle pagine più buie del secondo dopoguerra. 



UNA LEZIONE DI CORAGGIO
Oggi come quarant’anni fa le Madres danno una lezione di speranza e coraggio a tutti. «A chi attraversa momenti bui o pensa di non farcela più, dico: “Se ce l’abbiamo fatta noi, tutti possono andare avanti”», spiega Taty. Come disse lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano «in Argentina le locas di plaza de Mayo saranno un esempio di salute mentale perché si rifiutarono di dimenticare in un momento di amnesia obbligatoria».

Nel 2015, insieme a Massimo Carlotto e Renzo Sicco (Assemblea Teatro, Torino) Taty ha pubblicato “Orfana di figlio. I giovedì della Madres de Plaza de Mayo” per l’editrice torinese Claudiana (collana Calamite, 200 pp, euro 13,90), con prefazione di Erri De Luca e postfazione di Sepúlveda. Scrive De Luca: «Solo le madri sanno essere orfane dei figli. L’Argentina divorò la sua gioventù nel decennio Settanta del secolo che ha sprecato più vite. Una generazione manca, senza neanche la pace di una tomba a riceverla». 

Signore Gesù, dacci un Papa.

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Nino Spirlì



(Sede vacante?)

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Signore Gesù, ascolta la preghiera del Tuo popolo confuso. L’angosciato belato del Tuo gregge spaesato. Il grido disperato della Tua gente amareggiata. Fa’ che cessi questo lungo silenzio della Casa del Pastore e, finalmente, una voce, quella del Vero Pastore dei pastori, possa incoraggiare di nuovo la Fede, la Speranza, la Misericordia. Noi l’aneliamo.

Signore Gesù, è dura la prova a cui ci sottoponi in questi anni. “Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal maligno”, ci hai insegnato a chiedere al Padre Tuo. Abbi, dunque, pietà del Tuo popolo e donagli ancora una Santa Guida. Che si ricordi di Te, della Croce e del Sepolcro. Di giuda e del tradimento. Dei nemici della Fede. Del sangue dei Martiri. Del sacrificio dei Crociati. Dei difensori della Tua Chiesa. Che sia compagno di cammino e guida. Che ami il Cristianesimo e la Fede Cattolica. La nostra Storia e la nostra Identità. E che ci aiuti a sconfiggere il male.

Signore Gesù, illumina della Tua Luce le Sante Stanze, tanto da far scappare fino alla sua fine del mondo chi, nel cuore della Cristianità, Ti sta crocifiggendo ancora una volta con le parole, le azioni, i pensieri. Chi costruisce ponti d’oro per i nemici dei figli della Chiesa, vivendo protetto da alte mura sicure. Chi spalanca le porte alla ferocia di un falso dio e dei suoi soldati e non aiuta i santi Cristiani che vengono trucidati in tutto il mondo. Chi si piega alle sporche pretese dei mostri infedeli ed esilia gli uomini santi a Te fedeli. Chi schiaffeggia i Cattolici e accarezza i loro aguzzini.

POPE BENEDICT LEAVES AFTER WEEKLY AUDIENCE AT VATICAN

Signore Gesù, noi, il Santo Padre Lo avevamo. Probabilmente, Lo abbiamo ancora: fa’ che si riaprano le porte della gabbia dorata e regalaci il Liberatore.
Signore Gesù, crediamo in Te. In Te confidiamo.
Signore Gesù, salvaci dal maligno. Comunque sia vestito.

Amen

#difendiamolafededacoluichevienedallafinedelmondo

Israele chiede aiuto alla Russia per avere i resti della sua spia più famosa

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giordano stabile



Eli Cohen fu giustiziato a Damasco nel 1965
Israele ha chiesto alla Russia di mediare con il governo siriano per poter avere i resti di una delle sue spie più famose, Eli Cohen, scoperto, processato e giustiziato a Damasco nel 1965. Non è la prima volta che Israele prova a convincere il regime siriano ma ora, hanno fatto saper alti ufficiali al quotidiano Haaretz, il governo sta esplorando la mediazione russa.

Al Cremlino
Dopo l’intervento a fianco di Bashar al-Assad, dal settembre 2015, Mosca ha una influenza sempre più forte Damasco e Israele vuole sfruttarla per riavere Cohen. Lo scorso marzo il presidente Reuven Rivlin lo ha chiesto direttamente a Vladimir Putin durante la sua visita al Cremlino. Lo stesso ha fatto il premier Benjamin Netanyahu a giugno e a novembre. La Russia avrebbe promesso di fare tutto il possibile. Per Israele riavere i corpi dei propri caduti e seppellirli in patria è estremamente importante. Tanto che prigionieri di Hamas e Hezbollah sono stati scambiati anche con i resti di soldati caduti al fronte. Eli Cohen è considerato uno dei più grandi uomini del Mossad e Israele non vuole lasciare intentata nessuna via. Ma gli ufficiali dei servizi siriani avrebbero risposto di “non sapere più dove è sepolto”.

Di origine egiziana
Cohen, nato in Egitto, era arrivato in Israele nel 1957. Nel 1959 viene arruolato nell’Unità 188, quella delle operazioni sotto copertura. Viene mandato in Argentina per creargli una storia di copertura, come discendente di un immigrato siriano, dal nome Kamel Amin Thaabet. Poi passa un anno a Bruxelles come rappresentante di una ditta belga per essere infine inviato in Siria.

Gli anni a Damasco
E’ il 1962, Cohen si stabilisce a Damasco. Lega con alti ufficiali dell’esercito e dei servizi di sicurezza, ottiene informazioni dettagliate sulle forze armate, il loro dislocamento, le attività sulle Alture del Golan, sulle mosse del governo. Nel 1963 passa la Mossad. Ma due anni dopo le forze di sicurezza siriane irrompono nel suo appartamento, mentre stata trasmettendo informazioni in Israele, e lo arrestano.

Il processo
Due mesi dopo comincia il processo. Dura solo due settimane, Cohen non ha un avvocato, né gli viene concesso il diritto di appellarsi. Viene condannato a morte. L’esecuzione ha luogo il 18 maggio 1965. Il corpo viene lasciato per sette ore in un piazza di Damasco poi portato verso il sobborgo di Mazzeh. Ufficiali siriani hanno rivelato ai russi che poi il corpo è stato spostato “per tre volte” nel timore che gli israeliani cercassero di riaverlo. 

La tomba spostata tre volte
La zona adesso è tutta edificata ed è “impossibile riuscire a rintracciare il luogo” dell’ultima sepoltura. Monthir Maosily, capo di gabinetto del leader siriano Amin al-Hafiz alla metà degli Anni Sessanta, ha confermato che si trova in un’area ora “coperta di strade ed edifici”. Ma Israele non si rassegna. I rapporti con Damasco sono di nuovo tesissimi, dopo il raid di una settimana fa e la risposta siriana a colpi di missili. Ma l’influenza russa è una finestra di opportunità da sfruttare fino in fondo.

Il magnate diventa italiano con la tassa acchiappa-ricchi

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nicola pinna

Il russo Gruzdev sfrutta l’agevolazione comprando una villa in Costa Smeralda


Vladimir Gruzdev, 50 anni, ha fondato una catena di supermercati. È stato anche governatore della regione di Tula. In alto, la posizione della villa in Costa Smeralda

In via Dell’Altea ci sono già residenti famosi. Alla fine di questo vicolo cieco c’è una villa che dalla strada quasi non si vede: cancello gigante e barriera fatta di cespugli per nascondere l’eremo da sogno di uno degli uomini più ricchi del mondo.

Alisher Usmanov è il patron di Gazprom e in Costa Smeralda è di casa da molti anni: da quest’estate avrà un altro russo come vicino. Vladimir Gruzdev ha deciso di fare un bel regalo alla moglie Olga e le ha comprato una villa da sogno. Non solo: per accontentarla ha pensato di trasferire in Italia la residenza di tutta famiglia sfruttando l’entrata in vigore della «tassa fissa per stranieri» da centomila euro. Se Milano tenta di sfruttare gli effetti della Brexit e di creare una nuova City finanziaria, Roma, la Toscana e la Sardegna sperano di diventare il buen ritiro per uomini d’affari di tutto il mondo.

L’ufficio anagrafe di Arzachena, il Comune su cui ricade l’intera Costa Smeralda, in queste settimane comincia a registrare le nuove richieste. Dall’inizio del 2017 ne sono arrivate 14, sei delle quali nei primi venti giorni di marzo, cioè da quando è stata annunciata la tassa. I nomi sono top secret, ma il più grosso che trapela è proprio quello di Vladimir Gruzdev, l’ex governatore della Tula, una regione a 200 chilometri da Mosca, titolare di una catena di negozi di moda con un patrimonio di circa un miliardo di dollari, secondo Forbes. I giornali russi l’avevano soprannominato «il governatore glamour». 

La villa che l’ex agente segreto ha deciso di regalare alla moglie è un luogo da sogno. A due passi dalla riva, giardino confinante con la spiaggia di Romazzino, uno dei punti più belli della Costa Smeralda. Tutt’intorno centinaia di case mimetizzate nel verde e di magnati, finanzieri, politici e star. E Gruzdev non poteva certamente scegliere la seconda fila. L’ex proprietario era un certo Robert Theo Klein, un miliardario tedesco di 77 anni. Di fronte a un notaio di Olbia si è fatto l’accordo: 24,7 milioni di euro per 413 metri quadri, con tanto di giardino, piccolo parco e anfiteatro ottagonale. Tredici stanze su due piani (più seminterrato) e ovviamente tantissimi comfort. 

Dopo avere abbandonato la carriera nei servizi, Gruzdev ha iniziato a gestire le attività commerciali del miliardario Oleg Boyko e poco dopo ha fondato la catena di supermercati Sedmoi Kontinent. Poi ha venduto tutto e ora controlla una rete di rinomati negozi di moda. Nel 2001 è entrato in politica: nel 2007 è stato eletto alla Duma e nel 2011 nominato governatore di Tula. Poi sono iniziati i guai e anche per questo è maturata l’idea di andare a vivere lontano. A preoccupare Vladimir Gruzdev sono gli sviluppi di un’inchiesta che ha coinvolto il suo ex braccio destro, accusato di essersi impossessato di 650.000 rubli che sarebbero dovuti servire per organizzare una convention internazionale su Cernobil. 

Mentre il magnate russo compra casa in Italia, c’è un altro ricchissimo che sta meditando di abbandonare i suoi progetti. Perché se è vero che la «tassa fissa» pare rappresentare un bell’invito per i paperoni, è altrettanto vero che la burocrazia resta il problema più difficile da affrontare per chi pensa di investire dalle nostre parti. E proprio per questo l’emiro del Qatar sembra pronto a rinunciare ai suoi investimenti in Costa Smeralda. Tratta segretamente con un fondo americano per cedere gli hotel e gli altri beni acquisiti nel 2012. Scoraggiato, fanno sapere i ben informati, dai tanti ostacoli che hanno impedito di ampliare gli alberghi esistenti e di realizzare i progetti milionari annunciati all’arrivo a Porto Cervo. 

L’ora illegale

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di Massimo Gramellini

«Scatta l’ora legale, panico tra i socialisti» titolava il settimanale satirico Cuore negli anni di Mani Pulite. Oggi non ci sono più i socialisti, ma resta il panico. Non per la legalità, che interessa ancora soltanto a qualche nostalgico. Per l’ora in sé. Siamo riusciti a trasformare persino un evento innocuo come lo spostamento in avanti delle lancette dell’orologio in una minaccia globale.

Con l’avvicinarsi dell’ora X (stanotte alle 2: mettete la sveglia, mi raccomando) i siti e le televisioni ci informano sui rischi gravissimi a cui anche quest’anno andremo incontro. Il bioritmo è sotto attacco e non è detto che riesca a difendersi. Gli ormoni da stress, poi, ci marciano che è un piacere. Anche le lombalgie aumenteranno. L’unica a ridursi, non chiedetemi il perché, sarà l’obesità infantile. Il quadro tracciato dagli esperti è terribile: adulti insonni e piegati in due dal mal di schiena si aggireranno sotto il sole di mezzanotte sbertucciati da piccoli mocciosi intenti a ingurgitare merendine senza conseguenze per la loro linea.

Non mancano le dietrologie. Chi ci guadagna dall’ora legale? La risposta banale è che serve a risparmiare energia: così almeno sosteneva il suo inventore Benjamin Franklin. Ma i teorici della cospirazione scuotono la testa: sciocchezze, si tratta di un complotto capitalista per tenere aperti i negozi un’ora in più e indurre il consumatore a comprare più merendine e medicine contro il mal di schiena. Quando i sovranisti prenderanno il potere l’ora legale verrà dichiarata illegale e sostituita dall’ora di cittadinanza.

25 marzo 2017 (modifica il 25 marzo 2017 | 08:40)

Morto Cino Tortorella, il Mago Zurlì dello Zecchino d’Oro

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È morto a Milano Cino Tortorella, il mago Zurlì che per tanti anni ha legato il proprio volto e la propria attività allo Zecchino d’oro. A giugno avrebbe compiuto 90 anni. Autore e regista, era anche appassionato ed esperto di enogastronomia. 

LA “NASCITA DEL MAGO ZURLÌ” E GLI ANNI DELLO ZECCHINO D’ORO
Registrato con il nome di Felice all’anagrafe, era nato a Ventimiglia il 27 giugno 1927. Abbandonati gli studi universitari in Giurisprudenza, viene ammesso alla Scuola d’Arte Drammatica del Piccolo Teatro di Milano, fondata da Giorgio Strehler, dove, nel 1956, mette in scena una pièce teatrale per ragazzi dal titolo Zurlì, mago Lipperlì, dalla quale venne tratta la sceneggiatura del suo primo programma televisivo Zurlì, mago del giovedì, andato in onda nel 1957 (pare che sia stato Umberto Eco, allora funzionario Rai ad affidargliela). Nel 1959 concepisce e progetta la manifestazione canora dello Zecchino d’Oro, che va in onda per la prima volta quello stesso anno. 

Tortorella conduce la trasmissione per 51 edizioni, fino al 2008, impersonando fino al 1972 il ruolo del famosissimo Mago Zurlì. Mantella Azzurra e bacchetta, surreali siparietti con Topo Gigio. Nel 2002, in occasione della quarantacinquesima edizione, è anche entrato nel Guinness dei primati per aver presentato lo stesso spettacolo più a lungo di chiunque altro al mondo. Non finì benissimo, con tanto di strascichi legali e accuse reciproche. 

In Rai è stato autore e regista di Chissà chi lo sa?, Scacco al re e Dirodorlando. Su Italia 1 assieme a Anna Tortora, realizzò anche la trasmissione La luna nel pozzo. Avrebbe dovuto condurla Enzo Tortora, sostituito a causa del suo arresto da Domenico Modugno. È stato direttore artistico di Bravo bravissimo, trasmissione di Canale 5 condotta da Mike Bongiorno. Tante le esperienze su emittenti locali. In tempi più recenti si è dedicato alla sua passione per tutto ciò che riguarda la cultura del buon cibo e del buon bere, presenziando a manifestazioni eno-gastronomiche. 

LA FIGLIA CHIARA: «SE N’È ANDATO IN MODO SERENO»
«Con enorme commozione vi confermo che il nostro papà ci ha lasciati questa mattina nel modo più sereno possibile e pieno di affetto attorno a sé: i suoi quattro figli e sua moglie lo hanno accompagnato fino all’ultimo momento», così Chiara Tortorella ha commentato a Tgcom24 la scomparsa del padre Cino, conosciuto come il mago Zurlì. «Cercheremo di far sapere a chiunque sia cresciuto con lui come salutare il mio papà», ha poi aggiunto.

IL MESSAGGIO DELL’ANTONIANO
L’Antoniano «si stringe attorno alla famiglia di Cino Tortorella, che vogliamo ricordare con la sua calzamaglia azzurra mentre sorride immerso tra i bambini». Il 60° Zecchino d’Oro, in programma in autunno, «sarà senz’altro occasione di ricordarlo nel modo migliore». «Ideatore - ricorda l’Antoniano - di una trasmissione che continua ad andare in onda dopo sessant’anni, creando ogni anno un repertorio sempre più vasto di canzoni per l’infanzia, Cino fu anche promotore del Fiore della Solidarietà - oggi Cuore dello Zecchino d’Oro - progetto a sostegno dei più bisognosi che ogni edizione si accompagna al premio musicale, e che ancora oggi è attivo ogni giorno grazie al lavoro di Antoniano onlus».

Il Corriere dell'islam

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Alessandro Sallusti - Ven, 24/03/2017 - 14:54

L'Europa è sotto attacco. Ma il blasonato Corriere della Sera non scrive che ad attaccare Londra è stato un islamico

Non voglio certo insegnare il mestiere a nessuno, tanto meno ai colleghi del blasonato Corriere della Sera.

Ieri mattina, giorno seguente all'attentato di Londra, sono rimasto però perplesso sfogliando il prestigioso quotidiano di via Solferino. Titolo di prima pagina: «Londra, attacco al Parlamento: auto sulla folla, coltellate a un poliziotto: tre morti, 20 feriti». Il soggetto è «un'auto». Mi sono chiesto: che sia stata una strage provocata da uno di quei nuovi veicoli che circolano senza guidatore e che ogni tanto vanno in tilt? Oppure si è trattato di un mega tamponamento, un caso insomma di omicidio stradale multiplo? Poi uno guarda bene e nel piccolo occhiello del titolo c'è un indizio: «Ucciso l'attentatore».

A questo punto uno, incuriosito, apre il giornale. Pagine 2 e 3. Titoli: «Dentro Westminster sotto assedio: sparano, aiutateci»; «Il palazzo viene setacciato, ufficiale con il turbante sikh coordina l'azione». Fantastico, ma chi è l'assediante, contro chi è l'azione di capitan sikh? Uno pensa, giro ancora pagina sicuro che me lo diranno chi è questo figlio di buona donna che falcia i passanti e assedia un parlamento e perché lo fa. È un ubriaco? Uno spacciatore di droga braccato? Un rapinatore? Niente. Titolo di pagina 5: «I nuovi attacchi, Suv e bersagli multipli».

A questo punto il lettore si arrende. E si chiede: perché tanta riservatezza? In lui sorge legittimo il sospetto che si tratti di un socio dell'editore o di un parente del direttore, di qualcuno insomma in grado di alzare il telefono e chiedere: «Mi raccomando ragazzi, toni bassi, non sputtanatemi in tutta Italia che siamo amici».

Purtroppo non è così, nel senso che non c'è bisogno neppure della telefonata. Si tratta di autocensura spontanea di questi intellettuali che pensano di salvare il mondo non chiamando le cose con il loro nome. Islam, Isis, terrorismo islamico? Non scherziamo, sono cose di destra, da razzisti. Loro, al Corriere, sono «politicamente corretti», le stragi islamiche non hanno nome, al massimo nomignoli. Come al tempo del terrorismo domestico anni '70-80: a ogni mattanza scrivevano di «sedicenti terroristi», i killer comunisti erano al massimo «compagni che sbagliano». Quando Montanelli fu gambizzato, arrivarono a omettere nel titolo il nome del giornalista.

Come allora, oggi a me tutto questo fa orrore - sa di complicità, di paura - più dei «cani sciolti» (che saranno anche sciolti ma pur sempre cani rabbiosi). E per questo continueremo a chiamare le cose con il loro nome, costi quel che costi: terroristi islamici accecati da Allah.

È morto Tomas Milian, il cubano che si sentiva italiano

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L’attore aveva compiuto da poco 84 anni. Noto soprattutto per aver interpretato il personaggio di “Er Monnezza”



È morto ieri a Miami, Tomas Milian nome d’arte di Tomas Quintin Rodriguez Milian. L’attore era nato a Cuba, a L’Avana, il 3 marzo 1933. Viveva da molti anni negli Usa ma era noto soprattutto in Italia dove, nonostante avesse lavorato con autori come Lattuada, Visconti o Maselli, era soprattutto per la sua partecipazione in western e nei film polizieschi dove impersonava l’ispettore Nico Giraldi e il poco onesto quanto romanissimo Sergio Marazzi, detto “Er Monnezza”. 

LA FAMIGLIA E L’INIZIO DELLA CARRIERA
Tomas Milian cresce nel piccolo villaggio di Cutono vicino all’Avana. La famiglia fa parte della ricca borghesia cattolica. Suo padre è il generale Emiliano Rodríguez, al servizio del dittatore Gerardo Machado. Sua madre è la nipote di un cardinale dell’Avana.  A 16 anni Tomas decide di intraprendere la carriera artistica. Così, finito il liceo, lascia Cuba e parte per la Florida. Sceglie Miami e si iscrive all’Accademia Teatrale.

Nel 1958, a 25 anni, si sposta a New York. Frequenta l’Actor’s Studio fondato da Elia Kazan (e allora diretto da Lee Strasberg). Nel frattempo si improvvisa lavapiatti, benzinaio, posteggiatore: tutto pur di mantenersi mentre cerca di diventare un attore. Contemporaneamente perfeziona l’inglese, impegno che gli permette di affinare le sue doti recitative tanto da fruttargli un ingaggio a Broadway. Inizia con alcune produzioni minori, che gli valgono le attenzioni dei responsabili della NBC, alla ricerca di volti nuovi per una serie televisiva intitolata Decoy (1957- 58). Diretta da Michael Gordon, è il suo trampolino di lancio.

L’ITALIA E IL CINEMA
Tomas Milian, alla fine degli anni Cinquanta, viene notato dal regista francese Jean Cocteau che decide di farlo esordire al Festival dei Due Mondi di Spoleto (con la pantomima Le Poète et la Muse , regia di Franco Zeffirelli). Ed è lì che la vita dell’attore si lega a doppio filo all’Italia. Milian inizia a lavorare con registi come Michelangelo Antonioni e Bernardo Bertolucci. Così, si trasferisce nel nostro Paese (otterrà la cittadinanza nel 1969)  Milian torna a Spoleto anche negli anni successivi, ma è destinato ad affermarsi come interprete cinematografico recitando durante 40 anni di attività in oltre un centinaio di titoli, per lo più realizzati in Italia. È nel cinema che prende subito il nome d’arte di Tomas Milian.

Esordisce con La notte brava (1959) di Mauro Bolognini, affermandosi presto come uno degli interpreti più dotati della sua generazione. Ne I delfini, realizzato da Maselli l’anno successivo, Milian impersona con efficacia il cinico Alberto De Matteis, destinato al matrimonio con la fidanzata Fedora (Claudia Cardinale). Milian torna a essere diretto da Bolognini che gli affida il ruolo di Edoardo, il cugino del protagonista (interpretato da Marcello Mastroianni) ne Il bell’Antonio (1960). Con intelligenza Milian si allontana dal ruolo del giovane e ricco borghese che rischiava di divenire per lui un cliché, fornendo altre dimostrazioni del suo talento e della capacità di adattarsi con duttilità a parti diverse. 

Infatti, l’anno dopo lo troviamo ne L’imprevisto di Alberto Lattuada, e Giorno per giorno disperatamente di Alfredo Giannetti, in cui tratteggia con bravura la figura di uno schizofrenico. In quel periodo Milian È chiamato da alcuni dei più interessanti registi che apprezzano il suo talento. La sua filmografia si arricchisce di titoli quali La banda Casaroli di Florestano Vancini, Il lavoro, episodio viscontiano del film collettivo Boccaccio ’70. Qui Milian dà vita all’arido e meschino conte Ottavio, marito infedele della bellissima Pupe (Romy Schneider). La collaborazione con Francesco Maselli si ripropone con Gli indifferenti (1964) nel ruolo del velleitario Michele, interpretazione che gli vale il premio “Cinema e Narrativa” ad Agrigento.