domenica 26 marzo 2017

Napoli, l’accusa a de Magistris: «Case popolari alle famiglie di camorra»

corriere.it
di Simona Brandolini, Roberto Russo

Tre alloggi di Scampia sono stati assegnati a famiglie di persone sotto inchiesta. Il Comune si difende: è la norma. Il governo replica: usi il buon senso



«De Magistris ha il dovere di correggere una scelta inspiegabile. Quando l’interpretazione giuridica delle norme fa a pugni con il buon senso, è bene che prevalga il buon senso». Il ministro per il Mezzogiorno, Claudio De Vincenti, va dritto all’obiettivo: il sindaco di Napoli. De Vincenti — parlando alla platea del Pd al teatro Sannazaro — interviene sul caso sollevato dal Mattino che riguarda tre alloggi popolari di Scampia assegnati a famiglie di persone sotto inchiesta per «reati associativi», tra cui quella di Davide Francescone, accusato di essere uno degli assassini di Antonio Landieri, vittima innocente della faida nel quartiere.

«Il parere dell’Avvocatura del Comune di Napoli che ha consentito l’assegnazione di alloggi popolari a famiglie di camorristi — attacca il ministro — appare a dir poco formalistica. In questo caso il buon senso ci dice che chi si è macchiato di crimini di camorra non può passare avanti ai cittadini onesti in una graduatoria pubblica. Il Comune trovi il modo per riallineare l’interpretazione delle regole. Uno dei nostri obiettivi è abbattere le Vele di Scampia. Il governo fa quello che deve fare per i napoletani, lo faccia anche il sindaco».

Come è potuto accadere? Come è possibile che gli uffici comunali abbiano dato parere negativo e l’Avvocatura invece dica il contrario? «Abbiamo semplicemente applicato una legge regionale del 1997 — spiega Fabio Ferrari, avvocato del Comune di Napoli — che non esclude dalle assegnazioni nemmeno gli indagati o i condannati per camorra. Ci siamo limitati a fornire un parere non vincolante».

E, chiarisce l’assessore Enrico Panini, «il paradosso della norma del ’97 è che i gravissimi reati che riguardano i richiedenti o i componenti del loro nucleo familiare non sono ad oggi motivo di diniego. Noi ci siamo attivati per tempo nei confronti della Regione e non abbiamo dubbi sul fatto che le norme verranno cambiate». Duro invece il commento del governatore Vincenzo De Luca: «I Comuni hanno l’obbligo di verificare chi siano gli assegnatari chiedendo i carichi pendenti».

Assunta Malinconico, all’epoca dirigente dell’Ufficio case, poi trasferita al Patrimonio, ricorda quei giorni del 2015 come un incubo: «C’era un clima pesantissimo, ho subìto anche minacce di morte perché alcune famiglie pretendevano addirittura di scegliersi l’appartamento». Lei aveva deciso di applicare un criterio più rigido che teneva fuori la camorra dalle case popolari. Ma subito erano piovuti decine di ricorsi.

E il sindaco? Annuncia querele contro «chi danneggia l’immagine di Napoli» e dice: «Gli uffici comunali hanno svolto un lavoro che è entrato nella storia di questa città, per consentire l’abbattimento delle Vele abbiamo assegnato alloggi a 188 famiglie. Siamo una casa di vetro. Andiamo orgogliosi del fatto che in un contesto difficile e con leggi complicate abbiamo gestito in piena trasparenza e correttezza le assegnazioni». Intanto però Nunzio Fragliasso, procuratore facente funzioni, sta valutando la possibilità di avviare un’indagine.

25 marzo 2017 (modifica il 26 marzo 2017 | 07:27)

De Magistris, il sindaco ribelle che tradì Antigone nel nome della legge

corriere.it
di Marco Demarco

È sempre stato dalla parte della giustizia sostanziale e non formale ma ora giustifica l’assegnazione di case del Comune a famiglie camorriste con la legge scritta

Agente di polizia durante una perquisizione alle Vele di Scampia
Agente di polizia durante una perquisizione alle Vele di Scampia

Non più Antigone ma Creonte? Chi è oggi Luigi de Magistris? Gratta gratta, è questo l’imbarazzante dilemma posto dal ministro De Vincenti a proposito degli alloggi popolari di Scampia assegnati alla camorra. C’è insomma da capire se il sindaco sia ancora dalla parte della sacerdotessa della contestazione; o se sia finito invece per identificarsi con il più noto difensore della legge scritta.
Giustizia sostanziale e formalistica
Finora, il sindaco di Napoli, che non a caso ama definirsi ribelle, è sempre stato dalla parte di Antigone, cioè della giustizia sostanziale contro quella formalistica del reggitore di Tebe. Non ne ha mai fatto mistero: né nei febbrili tweet notturni né nei più meditati post rivoluzionari affi-dati a Facebook. Era con Antigone quando c’era da contestare Renzi per il decreto di no-mina del commissario a Bagnoli: offende le competenze comunali, diceva; ed era con An-tigone un paio di settimane fa quando c’era da contestare il prefetto per aver garantito a Salvi-ni il diritto di tenere il suo comizio a Napoli: la libertà di parola?

A tutti, non al segretario nor-dista della Lega. Ma de Magistris non è più con l’eroina sofoclea ora che si tratta di assumere una posizione esemplare sul fronte della lotta al potere criminale. Ora, e non prima, la legge scritta (una legge regionale, a quanto pare) è portata dal sindaco a giustificazione del suo discutibile operato. Ma se anche fosse, gli ha contestato in sostanza il ministro De Vincenti, possibile arrivare ad assegnare case del Comu-ne a famiglie di camorristi? Possibile, ci sarebbe da aggiungere, non controllare i casellari giudiziari solo perché quella norma regionale non lo richiede?
La dirigente
Il sindaco ribelle avrebbe potuto sollevare in tempo la questione. Invece ha fatto altro. C’è, infatti, una dirigente del Comune di Napoli, quella oppostasi alle assegnazioni sospette, che dice di essere stata rimossa dall’incarico proprio dopo il suo diniego. Frit-tata fatta, argomenta il sindaco, solo perché non avevamo alternative. Un ragionamento co-me si vede tutt’altro che ribelle. Che i panni di Antigone cominciassero ad andare stretti a de Magistris si era capito nei giorni scorsi, quando in polemica con il Corriere del Mezzogiorno, che aveva sollevato dubbi sulla mancata attribuzione di uno spazio a una coop di assistenza ai disabili, il sindaco aveva replicato sec-cato, scaricando ogni responsabilità su una commissione tecnica.

Si era limitato, aveva spiegato, a uniformarsi al suo parere. Eppure, ora non di welfare cittadino si parla, bensì di camorra. Quella stessa camorra di cui spesso il sindaco ha minimizzato la portata, ad esempio in polemica con Saviano. Quella camorra che ha trasformato intere aree di Napoli in quartieri dell’anti-Stato dove ha imposto la sua legge, sparando e uccidendo. Ora che c’era bisogno di dar battaglia, de Magistris ha evitato di impegnarsi. Dall’antagonismo al formalismo. Il caso vuole che in questi giorni sia uscito un bel libro che rilegge la tragedia di Sofocle. «Il dilemma di Antigone», si intitola, l’ha scritto Fabio Ciaramelli, filosofo del diritto, napoletano. Il sindaco farebbe bene a leggerlo.

25 marzo 2017 (modifica il 25 marzo 2017 | 22:43)

Breve storia dell’ora legale: da Franklin all’Unione Europea

corriere,it

di Agostino Gramigna

Pochi sanno che lo spostamento delle lancette risale al settecento e fu opera di uno dei padri fondatori degli Stati Uniti. In Italia compare in piena prima guerra mondiale



Basta fare una ricerca su wikipedia e inserire il nome di Benjamin Franklin. Ecco il quadro biografico che ne esce: genio poliedrico, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, giornalista, diplomatico, attivista, scienziato e politico. Inventò perfino il parafulmine e le lenti bifocali. Insomma ne fece e ne ideò di tutti i colori. Tuttavia, pochi sanno che tra le tante idee che gli frullarono in cotanta testa ci fu pure quella dell’ora legale. Fu Benjamin Franklin il primo a rendere esplicito il concetto che spostando le lancette dell’orologio si potesse ricavarne un risparmio energetico. I geni, è risaputo, non sempre sono compresi. Franklin contribuì sì alla gloriosa storia americana, ma non fu ascoltato sull’ora legale. Ignorato. Forse perché l’epoca non era a lui favorevole: l’industrializzazione era nella sua fase iniziale e doveva ancora accendere i motori.
L’ora inglese
Probabilmente non fu l’unico motivo, fatto sta che per vedere realizzata l’intuizione di Franklin bisogna spostare le lancette del tempo di un paio di secoli, quando il ciclo economico e produttivo è in tumultuoso sviluppo. Siamo nel 1916, ecco il prosieguo della storia. L’Europa è teatro di guerra e in Inghilterra William Willet, un imprenditore tanto testardo quanto instancabile promotore dell’introduzione dell’ora legale, riesce a farla passare alla Camera dei Comuni che da allora prenderà il nome di British Summer Time. Saremmo pure stati dei copioni, mettetela come vi pare, ma nello stesso anno, 1916 appunto, l’ora legale fu adottata in Italia (fino al 1920). Comincia così da noi una storia, quella dell’ora legale, molto poco lineare. Nei decenni a venire fu ristabilita, soppressa, riammessa e ripudiata.
Ci vuole l’Europa
Per venti anni, dal 1920 fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, dell’ora legale si persero le tracce. Fu ripristinata e abolita diverse volte tra il 1940 e il 1948. Nell’anno in cui entrò in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana, l’ora legale riuscì finalmente a prender forma stabile, guadagnando cittadinanza, come un dato della natura delle cose. Le querelle però non sparirono, solo si spostarono su un altro fronte, quello delle date. La domanda era: quando farla scattare? Per ben quattordici anni, dal 1966 fino al 1980, si stabilì che dovesse rimanere in vigore dalla fine di maggio alla fine di settembre.

Poi qualcuno deve averci ripensato. Così per altri quattordici anni (1981-1995) si decise di estenderla dall’ultima domenica di marzo all’ultima di settembre. A dare una definitiva sistemazione alla faccenda ci pensò l’Europa: nel 1996 entrò in vigore il regime definitivo a livello europeo, e si dispose di prolungare ulteriormente la durata dall’ultima domenica di marzo all’ultima di ottobre.

La morale potrebbe esser questa: chi pensa che l’Europa non serve a niente, forse può ricredersi. Con l’ora legale.

25 marzo 2017 (modifica il 25 marzo 2017 | 12:30)

“Cosa fare con l’ora in più che ci regala l’ora legale ?”

lastampa.it
antonella boralevi



Stanotte, non credo alle due come dice la policy, ma insomma “stanotte”, ci sarà un capofamiglia (sarà una donna?) che con santa pazienza si dedicherà a mettere un’ora avanti tutti gli orologi della casa. E anche l’orologio che ha al polso, chiaro.

Solo il telefonino farà tutto da sè. 
Si risparmiano, in Italia, ci ha detto Terna, 104 milioni di euro, di che provvedere ai bisogni energetici di 200.000 famiglie. Un bel risparmio e poi è bello far tardi la sera con la luce che resta.

Che fare di questa ora in più?
Avrei una proposta. Strana. Buffa. Ridicola. Seducente,almeno per me. Amiamoci un po’ di più. In proprio, cioè regaliamoci il tempo beato del far niente (lasciando la casa in disordine e coloro, che del nostro tempo libero sono di solito i padroni, ad arrangiarsi da sè).

Reciprocamente. Un bacio (lungo, c’è tempo) dato al partner mattino quando si è ancora nel letto e la sveglia ha appena suonato, e se poi da cosa nasce cosa, c’è sempre la famosa ora in più. Da genitori, da figli, da nonni. Bussiamo alle porte chiuse, sediamoci sul bordo del letto. Parliamo di scemate, e le cose importanti ci saliranno alle labbra da sè, con calma, c’è tempo.

Altruisticamente. Ascoltiamo lo sfogo del vicino di scrivania, facciamo un po’ di compagnia a chi è solo,occupiamoci dei problemi altrui facendo volontariato.

Sarebbe bello. 
Il fatto è che l’ora in più non esiste. La nostra giornata non cambia orari e la nostra vita neanche. Però, l’ora di luce in più non ce la toglie nessuno.

Ed è bello amarsi (un po’) alla luce del sole. 

Euro, no euro, neuro

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mattia feltri

L’europeista Emiliano dice che l’europeista Renzi vuole allearsi con l’europeista Berlusconi e gli è intollerabile; lui progetta di allearsi, qui e là, su questa e quella questione, con l’antieuropeista Movimento Cinque Stelle. Non si capisce se su queste basi potrà nascere un governo mentre, su queste basi, vorrebbe farlo nascere l’europeista Bersani, che non vuole allearsi con l’europeista Berlusconi come non voleva nel 2013, quando provò ad allearsi con gli antieuropeisti Cinque Stelle e lì, in diretta streaming, finì la sua carriera politica. Gli subentrò l’europeista Enrico Letta che invece si alleò con l’europeista Berlusconi in nome dell’Europa e ne fece un governo, ma oggi forse non si alleerebbe più e dice di capire l’europeista Bersani che vuole allearsi coi Cinque Stelle, antieuropeisti. 

L’antieuropeista Salvini e l’antieuropeista Meloni vorrebbero allearsi con l’europeista Berlusconi ma temono che lui voglia allearsi con l’europeista Renzi, e siccome sono antieuropeisti chiedono a Berlusconi di giurare (vabbè) e sottoscrivere (vediamo) che non si alleerà mai più con l’europeista Renzi. Al limite, in nome dell’antieuropeismo, proveranno ad allearsi coi Cinque Stelle. I Cinque Stelle però non vogliono allearsi né con Salvini né con Meloni, e nemmeno con Emiliano, e tantomeno con Bersani e figuriamoci con Letta, né con gli europeisti né con gli antieuropeisti. Ecco, tutto questo oggi non raccontiamolo agli europeisti in Campidoglio né agli antieuropeisti in piazza, poverini, che credono di avere le idee chiare. 

Exit dalla Brexit

lastampa.it
mattia feltri

Nel suo ultimo spettacolo Beppe Grillo ha detto che Ryanair ha fatto per l’Europa più di tutte le istituzioni di Bruxelles. Un po’ iperbolico ma affascinante, ed efficace. Da che ci sono Ryanair e Easy Jet, e tutte le compagnie di volo low cost, si va da Roma a Bucarest a 15.89 euro e da Bergamo a Düsseldorf a 5 euro e da Bari a Malta a 16.66 euro. Per i ragazzi e per le famiglie fare un week end a Parigi è costoso come farne uno a Sperlonga: eccola la rivoluzione, su e giù per l’Europa a due soldi. Ed ecco la ragione per cui Ryanair e Easy Jet sono diventate la prima e la seconda compagnia del continente per numero di passeggeri. 

Nel 2016 Ryanair ne ha trasportati oltre cento milioni. Ma bisogna dire, lo sa anche Grillo, che è successo grazie alla liberalizzazione voluta dall’Ue, una specie di Bolkestein dei cieli. Però adesso arrivano i guai: con la Brexit l’azionariato delle due compagnie passerà a maggioranza extracomunitaria e di conseguenza Ryanair ed Easy Jet sono aziende extracomunitarie, senza più i vantaggi del mercato comune. Traduzione: perderanno moltissime tratte e le poche conservate costeranno parecchio di più. Se dovessimo ribaltare il ragionamento di Grillo, Brexit ha fatto più danni all’Europa di tutte le istituzioni di Bruxelles. Ma anche in questa, come in tutte le buone storie, c’è il colpo di scena finale. Ryanair ed Easy Jet hanno un sistema per salvare sé e tutti noi, e cioè vendere azioni a investitori comunitari. Seconda traduzione: restare europee. Exit dalla Brexit.