giovedì 23 marzo 2017

Bossi di seppia

corriere.it

di Massimo Gramellini

Un solo leghista è rimasto dentro l’aula di Montecitorio durante il discorso del presidente Mattarella sui sessant’anni, portati malissimo, dell’Europa. “Sempre meglio ascoltare quello che viene detto” ha sentenziato il Bossi, che col passare degli anni sta assumendo i toni e persino un po’ l’aspetto dello Yoda di Guerre Stellari. Ma sarebbe troppo facile attribuire il suo galateo istituzionale all’incedere dell’età che, secondo un frusto luogo comune, renderebbe pompieri anche i più spregiudicati incendiari.

Il vecchio Bossi in cravatta che commemora Bruxelles padrona è identico al giovane Bossi in canotta che sbraitava contro Roma ladrona. Quel Bossi teorizzò l’Europa delle Patrie: una confederazione di province autonome, dalla Padania alla Catalogna, che dovevano sorgere sulle ceneri degli Stati nazionali. Certo, la sua priorità era sganciare il Nord dal resto d’Italia. Ma per ormeggiarlo all’Europa, tanto che qualcuno lo accusò di essere al soldo dei tedeschi.

Venticinque anni dopo, non ha cambiato idea. A differenza della Lega da lui fondata, protagonista di una delle capriole più spericolate della storia. Nel silenzio distratto di tanti, Salvini ha stravolto completamente il Dna del Carroccio, trasformando un movimento federalista ed europeista in un partito nazionalista di estrema destra.

Da Miglio alla Le Pen è come passare dalla zona al catenaccio, ma non è detto che aiuti a vincere. Il leghista rimasto ad ascoltare Mattarella non era il solo. Era l’unico. E forse anche l’ultimo, oltre che il primo.

23 marzo 2017 (modifica il 23 marzo 2017 | 07:44)

Mastella: “Prendo 6 mila e 500 euro al mese. Ho pagato tanto, che c’è di male?”

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L’ex ministro: “I dem smettano di inseguire i 5 Stelle Emiliano? Lui ha la pensione da magistrato”


Ex ministro Mastella è leader di Popolari per il Sud, sindaco di Benevento

«Lo prendo sì, perché non dovrei?». È orgoglioso del suo vitalizio, il risultato di otto legislature a Montecitorio e una a palazzo Madama. E dalla sua casa di Ceppaloni, Clemente Mastella, democristiano di lungo corso, oggi sindaco di Benevento, risponde colpo su colpo ai grillini.

Mastella, la delibera approvata dal Pd, ritenuta insufficiente dai pentastellati, chiederà un contributo di solidarietà a chi già percepisce un vitalizio. Quindi anche a lei. Che ne pensa?
«I democratici sbagliano perché non devono inseguire il M5s sulla stessa scia. Devono mirare a fare cose diverse. Ad esempio si occupino dei giovani e del mondo della scuola». 

Dice così perché non vuole che si tocchi il suo vitalizio?
«Ma no, questa sui vitalizi è una idiozia politica, che poi vedrete risulterà anche incostituzionale. Noi abbiamo messo tanto e adesso guadagniamo tanto. Cosa c’è di male?». 

Intanto in Parlamento il clima si surriscalda. Il M5s ha sfondato la porta dell’ufficio di presidenza di Montecitorio ed è corso in piazza contro la casta.
«L’idea che il vitalizio non debba esistere è una sciocchezza sparata da Michele Emiliano, salvo che poi lui prende la pensione da magistrato».

Lei ogni mese quanto riceve?
«Seimila e cinquecento euro. Però mi faccia dire una cosa».

Cosa?
«Tenga conto che chi, come noi della prima Repubblica, ha un minimo di intelligenza, avrebbe avuto i requisiti per rivestire ruoli dirigenziali in aziende dello Stato. Dunque, avrebbe guadagnato cifre uguali o superiori a quelle percepite».

Quest’onda anticasta consegnerà il paese al M5s?
«Bisogna fare come faccio io, sputtanarli ogniqualvolta dicono idiozie. Di certo c’è che se resistono i numeri dei sondaggi diffusi in questi giorni urge un Cln di salute pubblica per salvare il Paese». 

Come vede Di Maio premier?
«Rubo la battuta a Rino Formica: ha la dimensione del consiglio comunale. Ma, aggiungo io, non di quello di Benevento». 


Vitalizi, approvata la proposta del Pd. Bocciata quella del M5S: scoppia la protesta
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L’Ufficio di presidenza della Camera ha approvato la proposta del Pd sul contributo di solidarietà per tre anni a partire dall’1 maggio a carico degli ex deputati titolari di vitalizio. Il contributo sarà del 10% per i vitalizi da 70mila a 80mila euro, del 20% da 80mila a 90mila euro, del 30% da 90mila a 100 mila euro e del 40% per quelli superiori ai 100mila euro annui. La proposta, è stato spiegato da fonti parlamentari, porterebbe a regime ad un risparmio di 2,5 milioni all’anno per le casse della Camera. 

La proposta del Pd sul contributo di solidarietà è stata approvata praticamente all’unanimità dei componenti dell’ufficio di presidenza: all’appello mancavano solo i 5 Stelle, che hanno lasciato la riunione dopo che la loro proposta era stata invece bocciata. La proposta dei pentastellati, invece, oltre ai voti del proponenti ha incassato anche i voti di Lega e Fratelli d’Italia.

LA PROTESTA DEL M5S
Il vice presidente della Camera Luigi Di Maio ha lasciato l’ufficio di Presidenza della Camera per protesta mentre i parlamentari pentastellati presidiavano l’ingresso. «A me sembra un clima da fine della Seconda Repubblica, siamo alla fine dell’impero dei partiti». Di Maio sottolinea inoltre che un emendamento alla delibera alternativa a firma di Marina Sereni «che ricalcava la proposta Richetti è stata dichiarata inammissibile».

«Siamo alla follia, sono scioccato. Con la delibera della Sereni si prelevano a Cirino Pomicino 3mila euro e una tantum, dopo che ha preso centinaia di migliaia di euro come vitalizio di ex parlamentare. È un modo per buttare fumo negli occhi ai cittadini quando invece la nostra delibera è stata bocciata», spiega Di Maio. «E quando gli abbiamo chiesto il perché qualcuno ha detto che non riusciva a trovare lavoro dopo il suo mandato, qualcun altro ha detto che era un professionista e aveva il suo problema e non poteva permettersi di rinunciare a questo privilegio», aggiunge Di Maio che rivolgendosi al Pd attacca: «Stiamo parlando di un partito che ci viene dietro, prova ad imitarci ma con fuffa». 


ANSA

Alla fine dell’ufficio di presidenza a Montecitorio in cui si è votata la delibera sui vitalizi dei parlamentari, i deputati di M5S hanno urlato loro “vergogna, vergogna!” provando a fare irruzione nella sala

LA REPLICA DEL PD
«L’Ufficio di presidenza della Camera, approvando la nostra proposta sui vitalizi ha assunto una misura di equità e di rigore che incide sui trattamenti più alti dei deputati che percepiscono il vitalizio secondo il vecchio sistema». Lo dice la vice presidente della Camera, Marina Sereni, dopo l’ok dell’Ufficio di presidenza alla delibera.

«Anziché la propaganda a noi stanno a cuore i dati concreti. La proposta del M5S non comportava alcun risparmio e non teneva conto dell’abolizione dei vitalizi parlamentari avvenuta nel 2012 - continua - Una riforma radicale che ha segnato per tutti i parlamentari in carica il passaggio dal regime retributivo a quello contributivo e che ha portato a 65 anni l’età minima per percepire l’assegno. Quella riforma non incideva, né poteva, sul passato e questa è l’anomalia sulla quale, tenendo conto della giurisprudenza più recente in materia, oggi interveniamo».

«Per questo il contributo straordinario di solidarietà per tre anni che abbiamo oggi deliberato - conclude - è un elemento di equità e di perequazione tra vecchio e nuovo sistema che produce nel bilancio della Camera un risparmio effettivo di circa 2,4 milioni l’anno».

Albergo: quali sono gli oggetti più rubati

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flaminia giurato (nexta)

Perchè si va via dagli alberghi con oggetti rubati? Ecco quali sono



Quando si viaggia si viene spesso colti da un irrefrenabile voglia di appropriarsi degli oggetti che vengono messi a disposizioni nelle camere d’albergo. Quando ci si trova nel comfort di una bella camera ricca di piccole bottiglie di shampoo, diversi pezzi di sapone di ogni dimensione allora la cleptomania spesso diventa compagna di soggiorno, e di ritorno. Può succedere anche al più onesto di turisti.

La camera si paga. Quindi, nel momento in cui la si occupa, ci si sente in diritto di possedere il suo contenuto. L’istinto di raccogliere prede il sopravvento e in un attimo, la morale viene messa in secondo piano. Non importa se la coscienza è pronta a farsi sentire: quel tappeto è perfettamente coordinato con il divano del salotto. David Elton, partner della piccola catena alberghiera Homegrown Hotel, afferma che la gente ruba qualsiasi cosa. Accappatoi, appendiabiti, biancheria da letto, copri materassi, asciugamani, cuscini, fino ai coprisedili dei wc. Praticamente tutto quello che si può trovare in una camera d’albergo.

COSA SI PRENDE DALLA STANZA D’ALBERGO In un piccolo albergo indipendente c’è probabilmente più attenzione a non farsi notare, ma nelle grandi catene internazionali i controlli sono meno scrupolosi. Quando poi, si analizza la questione e ci si interroga se bisogna considerarlo propriamente furto, nasce un’ipotesi: se l’oggetto non può essere riutilizzato, allora può essere preso. E allo stesso modo piccoli oggetti con il logo dell’hotel come la cancelleria, che siano penne o taccuini, non sono una grave perdita, anzi, possono fare buona pubblicità alla struttura. Gli articoli da toletta gratuiti sono quelli che vengono presi più spesso. Nessun albergatore rispettabile farò infatti aprire i bagagli al momento del check out in cerca di shampoo, balsami e doccia schiuma. E, di certo, gli stessi non vogliono che un calzascarpe rubato, che magari costa 2 euro, comprometta la fidelizzazione del cliente che spende 200 euro per pernottare in quella camera.

PERCHE’ SI RUBA IN  HOTEL Le persone che viaggiano spesso pensano che sono servizi aggiuntivi per il benessere del cliente, quindi se ne può vantare il diritto di proprietà. Non si può contestare l’affermazione che quando si sta in doccia, e magari si lavano i capelli, non sempre si consuma tutta una bottiglietta di shampoo. Va da se che, quindi, si può prendere per poterlo finire a casa. Gli asciugamani sono l’altro elemento principe dei furti in hotel. Tra gli altri oggetti comunemente presi figurano anche lampadine, batterie e bollitori. Ma anche cibo e bevande, posate, cornici per foto, opere d’arte, tende, libri e la Bibbia. Se, poi, si vuole analizzare la lista degli oggetti più bizzarri, c’è da stupirsi sapendo che c’è chi è riuscito a portarsi via una tv, un pianoforte a coda e anche il cane del proprietario dell’albergo.

Quando l’hacker è uno Stato

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carola frediani

Un estratto dal libro di Carola Frediani, “Guerre di rete”, che spiega come virus e malware siano diventati parte fondamentale dell’arsenale militare dei governi di tutto il mondo



Carola Frediani, esperta di nuove tecnologie, cultura digitale, privacy, hacking e altro, lavora per La Stampa. Ha scritto Dentro Anonymous. Viaggio nelle legioni dei cyberattivisti (Informant, 2012), Deep web. La rete oltre Google - personaggi, storie e luoghi dell’internet profonda (Quintadicopertina, 2014) ed è stata coautrice di Attacco ai pirati. L’affondamento di Hacking Team: tutti i segreti del datagate italiano (La Stampa - 40k, 2015). Il suo ultimo libro è Guerre di rete (Laterza, 2017), del quale pubblichiamo qui un estratto.

Stuxnet: la prima arma digitale
Il fenomeno dell’hacking statale o parastatale esisteva già da tempo, ovviamente, anche se più contenuto e sotto traccia. In un certo senso, l’anno zero – in cui si è strappato il cielo di carta – è stato il 2010, con la scoperta di Stuxnet. Questo malware ha alterato di nascosto la velocità delle centrifughe dell’impianto per l’arricchimento dell’uranio a Natanz, in Iran, portando alla sostituzione forzata di mille macchine. E questa è la prima novità: diversamente da altri virus o worm che puntavano a rubare informazioni o a violare e danneggiare sistemi informatici, Stuxnet realizzava, attraverso i computer, un’operazione di sabotaggio fisico. Il software malevolo era concepito in modo tale da modificare anche le informazioni che arrivavano ai tecnici, così che non si accorgessero della natura del malfunzionamento e la attribuissero ad altre cause.

Secondo il già citato Ralph Langner, il 50 per cento dei costi di sviluppo di Stuxnet è probabilmente andato nel tentativo di nasconderlo. Il malware era estremamente sofisticato. Usava ben quattro “zero-day”, ovvero vulnerabilità di un software che non sono ancora note a nessuno se non all’attaccante.

Si chiamano così perché gli sviluppatori dei programmi vulnerabili, non avendo idea della loro esistenza, hanno avuto “zero” giorni a disposizione per metterle a posto. Inoltre Stuxnet ha dovuto anche aggirare il fatto che i computer di controllo del sistema da attaccare non fossero collegati a Internet. Per saltare questo “vuoto d’aria”, il fatto cioè che i pc fossero separati dalla Rete, ha utilizzato come vettore d’attacco delle chiavette Usb. Gli attaccanti hanno prima infettato i computer di almeno quattro aziende esterne all’impianto di Natanz, che però erano connesse al programma nucleare iraniano o erano suoi fornitori, e da lì sono arrivati al loro target finale.

Ci sono state varie versioni di Stuxnet, in un crescendo di aggressività del malware. Tecnicamente era un worm, un virus che si sparge – oltre che per mezzo di Usb drive – attraverso la Rete. Pur potendo replicarsi e diffondersi su molti computer, rimaneva dormiente provocando solo misteriosi malfunzionamenti se non incontrava particolari condizioni, se non si trovava cioè su una macchina di un sistema di controllo industriale con specifiche configurazioni. Di fatto, però, Stuxnet col tempo si è diffuso in un centinaio di Paesi: qualcuno ha contato 300mila infezioni.

Altra novità di questo malware è che nasce apertamente da un progetto statale. Nel 2012 è arrivata la conferma di quello che molti sospettavano: e cioè che Stuxnet è il frutto di una collaborazione statunitense-israeliana. In particolare faceva parte del piano americano “Olympic Games” – avviato sotto la presidenza di George W. Bush – che voleva sabotare il programma nucleare iraniano con un attacco informatico. Stuxnet è stata dunque la prima arma digitale sviluppata da uno Stato ed effettivamente usata a scopi offensivi.Secondo alcuni osservatori, l’impiego di questo malware avrebbe avuto il merito di impedire un intervento militare vero e proprio.

Una “bomba digitale” avrebbe ottenuto effetti simili a quelli di un’incursione fisica ma in modo discreto e sotterraneo, danneggiando le centrifughe silenziosamente per mesi senza dare nell’occhio. Uno dei suoi vantaggi fondamentali era la possibilità di intervenire di nascosto e, qualora il malware fosse stato scoperto, di negare in modo plausibile di esserne i mandanti. C’è un’espressione tecnica, usata sia nello spionaggio sia nella sicurezza informatica, per indicare questa mossa: plausible deniability, appunto negazione (letteralmente, negabilità) plausibile.

Tuttavia, a medio e lungo termine, Stuxnet ha avuto anche alcune importanti ripercussioni negative. Proprio mentre gli Stati Uniti condannavano le incursioni di cyber-spionaggio cinese, aver rilasciato la prima arma digitale conosciuta li ha messi nella posizione di non poter più predicare astinenza agli altri, come ha notato Kim Zetter nel suo libro Countdown to Zero Day . “Il rilascio del malware ha lanciato una corsa alle armi digitali tra Paesi piccoli e grandi che altererà per sempre lo scenario dei cyber-attacchi”, ha scritto la giornalista di “Wired”.

Peraltro – sostiene il documentario Zero Days 4 di Alex Gibney, uscito nel 2016 – Stuxnet sarebbe stato solo un tassello di una campagna di hacking molto più vasta e articolata, nome in codice “Nitro Zeus”, che aveva penetrato surrettiziamente una serie di infrastrutture critiche iraniane, cioè di quei sistemi vitali per il funzionamento di uno Stato, dall’energia ai trasporti alla difesa. E che avrebbe potuto innescare ulteriori scenari di cyber-guerra.

Ricordiamo che negli anni di maggior tensione sul programma nucleare di Teheran – tra il 2008 e il 2011 – si è svolta una guerra non detta fra le potenze in gioco, che non si è limitata all’hacking. Diversi scienziati e accademici iraniani collegati al programma sono stati assassinati in modo clamoroso. Il 29 novembre 2010, nello stesso periodo in cui Stuxnet veniva progressivamente svelato al mondo e il giorno esatto in cui Costin Raiu trovava il cubo con il suggerimento di prendersi un po’ di relax, Majid Shahriari, professore quarantenne di fisica nucleare con un ruolo rilevante nei progetti atomici di Teheran, veniva ucciso dentro la sua auto in mezzo al traffico e in pieno giorno.

La paghetta ai figli 50enni

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mattia feltri

Cari genitori, se (come chi scrive) avete un figlio di dieci anni, preparatevi: lo dovrete tenere in casa o sul gobbo fino al 2058, quando sarà prossimo alla cinquantina e avrà finalmente raggiunto l’indipendenza economica. Lo dice uno studio della Fondazione Bruno Visentini presentato ieri all’università Luiss. A un ventenne del 2004, e dunque nato nel 1984, servivano dieci anni per diventare autosufficiente; a un ventenne del 2020 ne serviranno diciotto e a uno del 2030 non meno di ventotto. Sono ricerche che soltanto il tempo confermerà o smentirà, ma basate su numeri noti: in Italia gli under trenta che lavorano sono il ventotto per cento, e gli under quaranta appena quattro su dieci. Siamo i peggiori d’Europa, tranne la Grecia. Come al solito. 

Per la Fondazione Visentini la soluzione sarebbe un patto fiscale, e cioè genitori e nonni, che godono o godranno (forse) delle pensioni più generose, rinunciano a qualcosa per finanziare agevolazioni a chi assume i ragazzi, e le pensioni di domani. Il problema è il solito: ognuno di noi, ognuna delle nostre categorie, delle nostre piccole caste deve mettersi in testa che i diritti acquisiti non esistono. Esistono finché ci sono i soldi, e quando i soldi finiscono diventano patacche, diventano parassitario privilegio, il nostro personalissimo vitalizio. Quelli dei politici, i pochi vitalizi che resistono, rimangono perché la Corte costituzionale (difendendo i propri) li ha definiti così: diritti acquisiti. Ma suona meglio delitti acquisiti. 

I continui salvataggi con quelle navi vicino alle coste libiche: i sospetti delle Procure

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di Giovanni Bianconi

Gli interventi privati aumentano mentre calano le richieste di aiuti alle Capitanerie

In almeno quattro occasioni, nel 2016, le navi affittate dalle organizzazioni non governative per l’assistenza ai rifugiati sono entrate nelle acque libiche per raccogliere i migranti appena salpati dalle coste africane e portarli in Italia. Il 5 novembre scorso 149 persone sono state fatte salire, dopo aver percorso appena 11 miglia, sulla Phoenix battente bandiera del Belize e presa a nolo da due privati cittadini residenti a Malta; ma non le hanno portate a Malta, bensì a Catania. In precedenza, il 25 giugno, un’altra nave panamense era arrivata fino a 7 miglia dalla Libia e aveva preso a bordo 390 profughi per portarli a Cagliari. Altri due recuperi simili sono stati effettuati tra giugno e luglio, ancora dalla Phoenix e dalla Topaz-Responder, 52 metri di imbarcazione registrata alle Isole Marshall, in Oceania: 241 migranti scaricati tra Reggio Calabria e Ragusa.
Gli sconfinamenti
La Phoenix e la Topaz sono due navi citate dal procuratore di Catania nell’audizione in Parlamento sul fenomeno delle Ong che mandano i loro mezzi in prossimità della Libia, ma accertamenti sono in corso anche da parte della Procura di Palermo e di altre città; alla ricerca di eventuali connessioni tra gli equipaggi e i trafficanti di uomini che lavorano in Libia. Perché la conseguenza di questi avvicinamenti, oltre all’aumento generale degli sbarchi, è un flusso di partenze che non è rallentato durante i mesi invernali, come avveniva in passato. A parte gli sconfinamenti nelle acque libiche, la gran parte degli interventi «privati» di salvataggio avviene nella cosiddetta fascia contigua, tra 12 e 22 miglia di distanza dalla costa; questo

consente alle organizzazioni criminali di far partire barche e gommoni carichi di uomini, donne e bambini anche con il mare alto, nella consapevolezza che dopo un tratto relativamente breve ci sono le navi delle Ong pronte ad accoglierli. Nel 2016 erano 14, mentre a fine 2015 erano solo tre, e da gennaio a novembre hanno effettuato 422 interventi portando in salvo 44.072 persone; una situazione nuova, che ha contribuito al forte incremento di arrivi dalla Libia: 26.557 a ottobre 2016 rispetto agli 7.914 di ottobre 2015, e 12.332 a novembre (l’anno precedente erano stati 2.870).
Possibili complicità
Gli investigatori hanno già raccolto qualche indizio su possibili complicità tra chi fa partire i migranti e chi li raccoglie. L’aumento degli interventi delle navi non governative, che nella seconda metà del 2016 ha raggiunto punte del 40 sul totale dei salvataggi, è coinciso con la drastica diminuzione, nello stesso periodo, delle tradizionali segnalazioni con telefoni satellitari dai barconi al Comando generale delle capitanerie di porto. Più interventi privati, insomma, a fronte di meno richieste di aiuto all’autorità centrale di soccorso. Il sospetto è che gli Sos dei naufraghi possano arrivare direttamente alle navi noleggiate dalle Ong; oppure che gli stessi scafisti conoscano le rotte da seguire per incontrare le imbarcazioni private; o sistemi di controllo da parte delle navi che perlustrano il mare davanti alla Libia per intercettare i barconi.
Immigrati reticenti
Anche le dichiarazioni dei passeggeri, che solitamente danno un contributo importante alle indagini e all’individuazione degli scafisti, in alcuni di questi sbarchi sono state più reticenti, con una minore disponibilità a fornire informazioni sul viaggio e le modalità di soccorso. E quanto riferito dagli equipaggi delle navi, personale straniero non collegato alle organizzazioni che affittano i mezzi, quasi mai risulta utile a ricostruire i fatti. Anzi, a volte c’è il dubbio di depistaggi, come quando hanno cercato di far passare come minorenni anche migranti «palesemente adulti».

In alcuni casi si è accertato che mentre i profughi venivano trasferiti dalle barche partite dalla Libia alle navi delle Ong, gli scafisti avevano un atteggiamento molto più arrogante e sbrigativo di quando si trovano davanti ai mezzi della Guardia costiera o della Marina militare; a volte si sono preoccupati perfino di recuperare i motori fuoribordo e i salvagente, con l’evidente scopo di poterli riutilizzare in altre operazioni. Si tratta di elementi che lasciano immaginare ipotetiche collusione fra i trafficanti e i soccorritori privati.
Le testimonianze
Agli atti delle indagini giudiziarie c’è pure la testimonianza di un siriano sbarcato a novembre, che ha raccontato il viaggio dal suo Paese all’Italia attraverso la Libia, con una traversata pagata più di 6 mila euro. Il mercante che l’ha fatto salire sulla piccola imbarcazione di legno scortata alla partenza da «uomini libici armati» gli aveva garantito che dopo poco lui e gli altri trenta passeggeri di varie nazionalità avrebbero trovato una nave che li avrebbe recuperati. Come poi è effettivamente avvenuto. Agli investigatori italiani che gli hanno mostrato le fotografie di alcuni presunti trafficanti, il profugo ha indicato il libico che lui aveva pagato, e attraverso il controllo di contatti sono emersi rapporti di quel personaggio con almeno una persona che in Italia risulta aver collaborato ad alcune operazioni di soccorso e con l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati.

22 marzo 2017 | 23:32

Una foto, una storia: le striscioline che distrussero una città

corriere.it
21 MARZO 2017 | di Silvia Morosi e Paolo Rastelli | @MorosiSilvia @paolo_rastelli

A vederle da vicino non fanno molta impressione: un mucchietto di striscioline con riflessi metallici, custodite in una teca di plexiglass nella cripta della Sankt Nicolai Kirche, la chiesa di San Nicola, al numero 60 di un vialone amburghese intitolato a Willy Brandt, il cancelliere della Ost Politik. Eppure queste strisce di alluminio contribuirono a scatenare su Amburgo la prima tempesta di fuoco mai creata dall’uomo nella notte del 27 luglio 1943 durante l’operazione Gomorra, il gigantesco bombardamento dell’antica città anseatica alla foce dell’Elba effettuato dalla Royal Air Force, l’aviazione britannica. Oltre 750 bombardieri (per la precisione 767: 74 bimotori Wellington, 116 Stirling, 244 Halifax e 353 Lancaster, tutti quadrimotori) uccisero 42.600 persone (in grandissima parte civili), ne ferirono 37mila e distrussero oltre 250mila edifici, provocando la fuga dalla città di poco meno di un milione di persone.

Una mappa che dà un'idea della distruzione di Amburgo: le aree in rosso scuro furono distrutte per oltre 70%, quelle a tratteggio più chiaro tra il 50 e il 70% (Cripta di San Nicola, foto dell'autore)
Una mappa che dà un’idea della distruzione di Amburgo: le aree in rosso scuro furono distrutte per oltre 70%, quelle a tratteggio più chiaro tra il 50 e il 70% (Cripta di San Nicola, foto dell’autore)

Windows – Le striscioline (nome in codice “windows”, finestre), sottili fogli di alluminio incollati su carta e lanciati a pacchi dai bombardieri durante l’avvicinamento all’obiettivo, erano lunghe metà della lunghezza d’onda dei radar tedeschi e avevano l’effetto di accecarli, producendo sugli schermi una nebbia diffusa che impediva agli operatori di distinguere i singoli aerei e di guidare i caccia notturni all’intercettazione. Il risultato fu un massacro. In realtà non tutte le vittime morirono il 27 luglio, poiché Amburgo fu il bersaglio della Raf e dell’Usaaf (l’aviazione degli Stati Uniti) per otto giorni e sette notti.

A partire dal 24 luglio, in quello che fu il primo esperimento di “Round the clock bombing“, con gli inglesi impegnati a colpire nell’oscurità e gli americani durante le ore diurne. Ma l’incursione del 27 luglio fu la più devastante, proprio perchè il clima particolarmente secco (non pioveva da giorni) e l’impiego di un gran numero di bombe incendiarie diedero vita alla tempesta di fuoco: incendi talmente vasti e ribollenti (1.800 gradi) nel centro cittadino, capaci di provocare un surriscaldamento dell’atmosfera. Le violente correnti ascensionali richiamavano aria più fredda dalle zone circostanti, causando venti di oltre 200 chilometri orari che alimentavano ancor più le fiamme e spingevano la gente dentro il rogo. Mentre l’asfato liquefatto bruciava i piedi e imprigionava chi cercava disperatamente di fuggire.

La chiesa – Tra i 250mila edifici colpiti ci fu anche la chiesa di San Nicola, che non è mai stata ricostruita e i cui muri diroccati ospitano sculture dedicate all’orrore della guerra e alla pace violata. Il campanile è rimasto in piedi ed è in corso di restauro, mentre nella cripta c’è un piccolo museo, con fotografie e testimonianze dell’epoca. A onore della Germania e della sua volontà di fare i conti con il passato, il museo ricorda che molti cittadini di Amburgo la cui casa era stata distrutta trovarono posto nelle case requisite agli ebrei. E anche che il compito di portare via le macerie e i cadaveri, in mezzo alle bombe inesplose, fu lasciato ai detenuti politici e ai prigionieri russi del vicino campo di concentramento di Neuengamme, i quali però (come del resto gli ebrei) non avevano il diritto di andare nei rifugi in caso di nuovi bombardamenti.

I prigionieri di Neuengamme sgombrano macerie e cadaveri (Cripta di San Nicola, foto dell'autore)
I prigionieri di Neuengamme sgombrano macerie e cadaveri (Cripta di San Nicola, foto dell’autore)

Testimonianze – Un rapporto ufficiale tedesco dell’agosto 1943, stilato dalla polizia di Amburgo e citato dal sito World War II Today, descrive così gli effetti della tempesta di fuoco:

«Alberi con tronchi spessi un metro furono spezzati o sradicati, gli esseri umani furono gettati a terra o spinti ancora vivi nelle fiamme (…). I cittadini presi dal panico non sapevano dove andare. Le fiamme li spingevano fuori dai rifugi ma le bombe ad alto esplosivo li facevano tornare di corsa indietro (gli inglesi usarono bombe ad alto esplosivo da 1.800 chili per scoperchiare gli edifici e rendere più eficace l’azione delle bombe incendiarie, NdR). Una volta dentro (i rifugi), sono morti soffocati dall’ossido di carbonio e i loro corpi ridotti in cenere come se fossero stati in un forno crematorio, cosa che in effetti i rifugi sono diventati. I fortunati sono stati quelli che si sono tuffati nei canali e sono rimasti immersi fino al collo per ore finchè il calore non è diminuito».
Henni Klank, una giovane madre che scampò al bombardamento, scrisse che intorno a lei «le strade bruciavano, gli alberi bruciavano e le loro cime erano piegate sulla strada. I cavalli in fiamme dell’impresa di traslochi Hertz ci superarono al galoppo, l’aria bruciava, tutto bruciava». Fra coloro che assistettero al bombardamento di Amburgo ci fu anche il tenente Helmut Schmidt, futuro cancelliere tedesco, la cui testimonianza è citata in Apocalisse tedesca di Max Hastings:
«Il cielo si annerì, il sole scomparve. La cosa più terribile era il fetore, come trovarsi nella cucina di McDonald’s... un odore di carne arrostita… ma la carne era la gente».

Una pagina di un giornale dell'epoca dedicata ai funerali collettivi delle vittime (Cripta di San Nicola)
Una pagina di un giornale dell’epoca dedicata ai funerali collettivi delle vittime (Cripta di San Nicola)

Cause e conseguenze – Amburgo venne scelta come bersaglio per il suo indubbio valore strategico (grande porto, in possesso di importanti attrezzature navali come i bacini di carenaggio Blohm und Voss e i cantieri che costruivano gli U-boot, i sommergibili tedeschi), ma anche come simbolo della spietata determinazione britannica a condurre una guerra senza quartiere contro la Germania. Il bombardamento strategico delle città tedesche, senza alcuna distinzione tra obiettivi militari e civili, era l’esempio più eclatante di questa strategia. L’uomo responsabile di tutto questo era il capo del Bomber Command, il Comando Bombardieri della Raf, maresciallo dell’Aria Arthur Harris, soprannominato Bomber (il Bombardiere), ma anche Butcher (il Macellaio) per l’inflessibile volontà con cui colpiva il nemico e mandava alla morte i suoi uomini.

La sua ossessione per il bombardamento a tappeto era una risposta pratica all’incapacità tecnica dell’epoca di colpire con precisione soprattutto di notte: non potendo prendere di mira con efficacia solo fabbriche e installazioni militari, si decise di bersagliare le città industriali per distruggere, insieme agli stabilimenti, anche le case degli operai, i sistemi di trasporto e più in generale per deprimere il morale della popolazione. Ciò portò a rovesciare sulla Germania quantità via via crescenti di bombe (perfino nel 1945 quando il nazismo stava crollando, gli eserciti alleati penetravano nel cuore del Reich) e aggiungere distruzione a distruzione era insensato.

Il bombardamento di Amburgo fu in effetti un colpo durissimo al morale tedesco: Adolf Hitler perse ogni fiducia nella Luftwaffe, l’aviazione tedesca, e nel suo capo Hermann Göring (qui un approfondimento sulla Notte dei lunghi coltelli), che pure era l’erede designato del Führer, mentre per l’intero Paese la sorte della città anseatica fu il presagio di terribili eventi futuri. Tuttavia i bombardamenti sicuramente intralciarono lo sforzo bellico tedesco, ma non ne intaccarono la capacità di resistenza.

Come fece notare Henry Tizard, il consigliere scientifico del ministero britannico della Produzione aereonautica (citato da Max Hastings) , i bombardieri erano armi capaci di produrre effetti catastrofici ma non decisivi. Per quanto poi riguarda il morale, forse il singolo cittadino tedesco si sarebbe arreso volentieri. Ma, come è stato notato, «non ti puoi arrendere a un bombardiere che vola in cielo», mentre sulla collettività  la presa del regime nazista, tetragono a ogni ipotesi di resa, restò salda fino alla fine.

Il Bomber Command Memorial a Londra, Green Park (Foto Raf Benevolent Fund)
Il Bomber Command Memorial a Londra, Green Park (Foto Raf Benevolent Fund)

Recriminazioni – Dopo la guerra la cattiva coscienza delle stragi di civili tedeschi, soprattutto quelle dell’ultimo anno di guerra che culminaro nell’attacco a Dresda (13-14 febbraio 1945, vittime stimate tra 35 e 130 mila), cominciò a pesare subito sulla Gran Bretagna, tanto che Winston Churchill, il premier britannico, non citò il Comando Bombardieri nel suo discorso della vittoria e gli aviatori che ne facevano parte non ricevettero la campaign medal, la medaglia che l’ordinamento militare del Regno Unito prevede per chi abbia partecipato a un fatto d’arme in un certo teatro di operazioni. Harris, che pure aveva eseguito gli ordini del primo ministro (il quale aveva “speso” politicamente i bombardamenti per dimostrare a Stalin che la Gran Bretagna faceva la sua parte nella guerra contro la Germania anche se lo sbarco in Francia tardava), ne fu talmente disgustato che se ne andò in volontario esilio in Sud Africa subito dopo la guerra.

Quanto ai suoi uomini, si sentirono trattati ingiustamente, anche perche il tributo di sangue era stato enorme: 55.500 uomini su 120 mila arruolati, un tasso di perdite di poco inferiore al 50 per cento. Secondo le cifre riportate da Max Hastings, che nel 1979, con Bomber Command, è stato il primo a proporre un’opera divulgativa ma storicamente solida sull’argomento, per ogni 100 uomini, 51 morirono in azione, 9 in incidenti in Gran Bretagna, 3 riportarono ferite gravi, 12 caddero prigionieri, uno fu abbattuto ma sfuggì alla cattura e solo 24 completarono il proprio turno di operazioni (30 missioni). Solo nel 2012, in occasione del Giubileo di diamante (60 anni di regno, mentre qui abbiamo ricordato quello di zaffiro), la regina Elisabetta II ha inaugurato il Bomber Command Memorial a Green Park, a Londra.

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Crimini? – Gli aviatori del bombardamento, troppo impegnati a sopravvivere volando migliaia di metri sopra i loro bersagli in mezzo all’inferno della contraerea e con i caccia notturni in agguato, certo non si consideravano assassini di donne e bambini. Invece senza dubbio lo furono. Quanto ai tedeschi, i loro sentimenti sono ben riassunti dalle parole di Helmut Schmidt, che nei bombardamenti perse genitori, nonni, suoceri e casa: «Fu una cosa assolutamente ingiustificata e ingiustificabile». Molti tedeschi a proposito dei bombardamenti parlarono esplicitamente di crimini di guerra, come quelli giudicati a Norimberga che portarono sul patibolo i capi nazisti.

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Chi scrive, per quel che vale, è d’accordo con Max Hastings, secondo il quale «la scelta lessicale appare francamente malaccorta». «Pur con tutte le sue follie e i suoi tragici errori di valutazione – prosegue lo storico e giornalista britannico – l’offensiva aerea strategica fu un’operazione militare volta ad accelerare il crollo della capacità bellica tedesca. Cessò non appena Hitler smise di combattere. Quasi tutti i massacri tedeschi, viceversa, furono perpetrati ai danni di persone indifese, prive della benchè minima facoltà di nuocere all’impero hitleriano. Persone che furono assassinate per ragioni ideologiche, senza alcuno scopo militare». Una distinzione che ci sembra importante, anche a oltre 70 anni di distanza.