lunedì 20 marzo 2017

Il soldato che torna a casa dopo 2000 anni

ilgiornale.it
Nazareno Giusti



Caius Largennius era un legionario romano. Morì a 37 anni, dopo 18 anni di servizio, in un piccolo avamposto romano. All’epoca, due fossati e una palizzata di legno. Oggi, su quel terreno sorge Strasburgo, una delle principali città francesi. E proprio qui, a fine Ottocento, è stata ritrovata una stele raffigurante Caius che, si è scoperto in seguito, proveniva da Lucca. La città nella quale, venerdì 24 marzo, dopo oltre duemila anni, in un certo senso, tornerà.

Infatti, la Domus Romana (in collaborazione con il Comune di Lucca e il municipio francese) ha organizzato una bella mattinata durante la quale, in piazza San Michele, sarà presentata una fedele riproduzione della stele. “La città di Lucca- ha spiegato a OFF il sindaco, Alessandro Tambellini-, fiera del suo valoroso cittadino passato alla storia, celebra la sua memoria con questa giornata per mostrare alla città questo bassorilievo, la cui copia è stata resa possibile grazie al Comune di Vagli di Sotto, alla Cooperativa Apuana, la Cava Romana di Massa e l’azienda Garfagnana Innovazione”.

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Alla fine della giornata la stele sarà accolta all’interno della Domus Romana, in cui, probabilmente, nel 56 avanti Cristo, è avvenuto l’incontro tra Cesare, Pompeo e Crasso. Fin qui la cronaca, ma sulla raffigurazione di questo legionario c’è un piccolo enigma. Infatti, il soldato non ha né elmo né scudo né, tanto meno, la lancia di combattimento. Porta, invece, nella mano sinistra, uno strano oggetto. Come mai? Ce lo spiega Vittorio Lino Biondi, ufficiale delle Forze Speciali dell’Esercito in riserva ed esperto di storia militare: “certezze non ce ne sono, si possono fare, però, delle ragionevoli supposizioni: la tipologia di sepoltura è costosa, quindi chi l’ha commissionata era benestante. 

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Non portando lo scudo, possiamo dedurre che quello raffigurato non era un soldato di prima linea. Il fatto che non porti decorazioni, inoltre, fa pensare ad un compito “riservato”, la cui soluzione, forse, sta nell’oggetto che stringe nella mano: un rocchetto, probabilmente una chiave di lettura. Inoltre, al centro del cingulum, tra il gladio e il pugio, si nota una tavoletta porta-messaggi. Quindi, si può formulare l’ipotesi che possa trattarsi di un messaggero, un corriere da combattimento, insomma, un portaordini di alto livello. Questo giustifica sia la presenza del rocchetto che dell’armamento basico: Caius doveva essere leggero e veloce, perché il suo compito era di estrema importanza per l’esercito romano. Fondamentale, tanto da dedicargli una stele”.

La nuova lira della politica ferma al ’43

lastampa.it
marco zatterin



Nella confusione del dibattito politico è rispuntata la lira. La «nuova lira». Quella che alcuni programmi non scritti immaginano come strumento parallelo all’euro in grado di risollevare parecchi problemi del Paese, un portento salvifico - si assicura - «come la “Am lira”», introdotta dagli americani liberatori nel 1943. A parte l’idea, che qualcuno parecchio euroscettico potrà anche trovare suggestiva, la proposta non ha per ora una fisionomia precisa e la possibilità che ne trovi una viene pesata con scetticismo. Non si vede come si possa fare. E come, se fatta, potrebbe non alimentare bancarotta, inflazione e crisi.

Anzitutto la Am lira non fu salvifica e neanche tanto parallela, in quanto versione alternativa della regia moneta emessa dai nazifascisti. Gli americani la adottarono dopo lo sbarco in Sicilia e presero a stamparla senza troppe cautele. Ne sfornarono 917,7 milioni di pezzi per un controvalore di 167 miliardi. Le «nuove vecchie lire» cominciarono così a risalire la penisola con gli alleati, gonfiando i prezzi, foraggiando il mercato nero e contribuendo all’impoverimento di un Paese distrutto dalla guerra.

Non c’era una politica monetaria seria che sovrintendesse l’opera delle due zecche e i cittadini liberati avevano altro a cui pensare, per cui l’Am lira non generò stabilità nemmeno a ostilità finite. L’aumento dei prezzi fu del 62% nel 1947, anno in cui la Banca d’Italia repubblicana di Einaudi e Menichella avviò l’eliminazione di questa reliquia tossica del conflitto. Inevitabile, perché l’Italia non aveva due monete, ma una due volte.

Questo il passato. Una moneta che oggi vivesse in condominio con l’euro, e per forza di cose nella sua ombra, avrebbe buone chance di generare problematiche analoghe a quelle della «Am lira», se non peggio. Perché la sola eccentrica idea di una «nuova lira» parallela all’euro, oltre a essere incompatibile con i Trattati Ue, genera una ricca messe di domande da brivido. Come concepirla, per cominciare? La si può introdurre a forza. O si può immaginare di uscire dall’Unione, coniare la nuova lira e chiedere agli ex partner di usare un po’ di euro. Ma perché dovrebbero? E perché dovremmo?

Se fosse fisso, il tasso di cambio della rinata lira costringerebbe la «nuova» Bankitalia a inseguire l’euro, una moneta forte e credibile, impresa di svenamento brutale e improduttivo. Se lasciata fluttuare, la «nuova lira» porterebbe un sistema di serie A (l’Eurozona) e uno di serie B (l’Italia). Avremmo insomma due unità per i pagamenti, con la certezza che nessuno vorrebbe la seconda se non costretto. Potrebbe essere imposta dallo Stato per alcuni tipi di pagamento? Potrebbe succedere che la pubblica amministrazione decida di pagare stipendi e fornitori solo in lire? E che fare col debito mostruoso? 

Qui l’intreccio s’aggrava. Il debito internazionale dovrebbe restare in euro con costi elevati per scongiurare un crac. Se convertito in «nuova lire» proporrebbe tassi impraticabili e, stima un economista, «il default della Repubblica sarebbe immediato». Per banche e finanziarie sarebbe una scoppola micidiale. Ammesso e non concesso che la «nuova» formula sia applicata, la doppia circolazione forzerebbe i cittadini ad avere due conti in banca (con doppie spese) a cambiare anche solo per andare a bere un Pernod a Mentone da Ventimiglia, accettando commissioni che l’euro ha cancellato.

Qualcuno suggerisce che il vero vantaggio sarebbe la svalutazione competitiva. Ma l’attivo della bilancia commerciale favorito dalla parte più competitiva dell’Azienda Italia dimostra che non è proprio una esigenza urgentissima. Per contro, volerebbe il costo delle importazioni. Dovremmo continuare a pagare in euro (o in dollari) petrolio, telefonini, computer, sneakers, borse francesi, moto e auto straniere, merluzzo, canzoni di iTunes. La «nuova» valuta potrebbe magari tornare utile per pomodori e arance, a patto che non siano marocchine e sempre che i coltivatori - che se usciti dall’Ue non avrebbero più i miliardi di Bruxelles - si persuadano a trattare con chi non li paga in euro.

Se la regola è che non bisogna mai chiudere le porte all’innovazione politica, sarà bene attendere il piano concreto per la «nuova lira». Semmai ci sarà, visto che vanno di moda gli slogan senza contenuto. Nell’attesa vale la pena di ricordare ai promotori del progetto - tutti nemici storici del comunismo - che a Cuba, dove vige da sempre una tripla circolazione tollerata fra peso ordinario, peso convertibile e dollaro, nessun vero attore del mercato offrirebbe ai turisti le sue merci più preziose in moneta locale: siano esse una scatola di sigari, una corsa in taxi o una qualche esperienza più peccaminosa.

Google ha inventato un modo per navigare più veloci su internet

lastampa.it
enrico forzinetti

Navigare su internet sarà più veloce per tutti. Questo non attraverso una connessione migliore, ma grazie a un’iniziativa di Google. Il colosso di Mountain View ha infatti messo a disposizione sulla piattaforma GitHub un algoritmo open source che permette di rendere i file JPEG più leggeri di circa il 35%.

Il nuovo encoder si chiama Guetzli , un termine che indica anche i tradizionali biscotti natalizi svizzeri, e permetterà attraverso immagini meno pesanti un caricamento più rapido delle pagine web e un consumo più basso di dati nel caso di navigazione da dispositivo mobile. Il tutto senza perdere praticamente nulla sotto il profilo della qualità dell’immagine. 

Guetzli ricorda molto da vicino Zopfli , un algoritmo che Google ha lanciato in passato per generare file PNG meno pesanti, e WebP , anch’esso uno strumento per comprimere file JPEG e PNG che però funziona soltanto su Chrome e Opera. Guetzli, al contrario, è in grado di operare su tutti i motori di ricerca. L’unico difetto rimane la maggiore attesa in fase di compressione dell’immagine rispetto ad altri encoder JPEG.

Questa non è la prima mossa di Google per rendere la navigazione più rapida e maggiormente fruibile da parte degli utenti. Alla fine del 2015 era stato lanciato il progetto Amp , acronimo di Accelerated Mobile Pages, per creare pagine web più leggere e così più rapide da caricare. Un’iniziativa che ha coinvolto oltre 30 testate in tutto il mondo, compresa La Stampa .

Mai più senza memoria, con la chiavetta per iPhone che si collega alla Usb-C del Mac

lastampa.it
antonio dini

Abbiamo provato per voi la iType-C di PhotoFast, una soluzione intelligente per liberare la memoria interna di iPhone e iPad e copiare i dati su un computer

Fra i molti pregi dell’iPhone non c’è quello della flessibilità dei collegamenti fisici. Esistono tuttavia varie soluzioni per ovviare il problema e una di queste, creata da un’azienda asiatica, è la prima a incorporare anche una connessione Usb-C accanto a quella Lightning del telefono di Apple. È la chiavetta di PhotoFast, azienda nata nel 2003 a Taiwan come servizio online di stampa delle foto, che dal 2009 produce memorie esterne per i prodotti Apple, soprattutto iPhone e poi iPad.

UNA CHIAVETTA PENSATA PER IPHONE E IPAD
L’azienda ha realizzato varie generazioni di chiavette a doppia porta: da una parte la tradizionale Usb-A e dall’altra prima il connettore a 32 poli dei vecchi iPhone e adesso l’attuale spinotto Lightning. Più di recente, con l’arrivo prima del MacBook 12 nel 2015 e adesso dei nuovi Macbook Pro con schermo da 13 e 15 pollici, PhotoFast ha pensato di realizzare una interessante variante della sua chiavetta di memoria Usb con app dedicata nei tagli da 64, 128 e 200 Gigabyte. La chiavetta adesso è a tre strati: da un lato la presa Lightning, dall’altro la Usb-C, a cui si può agganciare un ulteriore connettore che la “trasforma” in una Usb-A, la quale può poi essere “aperta” (una soluzione inedita ma ben funzionante che non avevamo ancora visto sul mercato) per trasformarla in una micro-Usb.


Mentre la connessione Usb serve per agganciare la chiavetta al Pc o al Mac (o al telefonino Android), senza che ci sia bisogno di particolari accorgimenti per il suo funzionamento, a essere più interessante è la soluzione per il lato iPhone. L’azienda ha realizzato un software “far vedere” i contenuti dell’iPhone e quindi poterli copiare in entrambe le direzioni, cioè verso la chiavetta e fuori.

UN SOFTWARE MATURATO NEL TEMPO
Dal momento che è già da tempo che il prodotto è sul mercato, PhotoFast ha pian piano fatto evolvere la sua app, che è molto ricca e completa in quanto a funzioni. Abbiamo sperimentato con successo sia la modalità backup degli indirizzi, calendari e delle foto e video del telefono, che in quella di semplice servizio di archiviazione dei dati sulla chiavetta. Abbiamo verificato (e funziona tranquillamente) la possibilità di agganciare anche il proprio account Dropbox, Google Drive, OneDrive o iCloud per gli spostamenti delle immagini, ma anche per poter fare backup di foto sugli account di Facebook, Instagram e Tumblr.


CONFIGURAZIONE E TUTORIAL VIDEO
Nella parte delle impostazione si possono regolare una ampia serie di parametri, proteggere i documenti archiviati sulla chiavetta con un codice (o con il Touch ID, quando ci si connette al telefono) e si possono anche editare i nomi e le estensioni dei documenti salvati sulla chiavetta. Per cercare di ridurre un po’ la complessità delle operazioni disponibili l’azienda ha previsto anche una sezione di Help che contiene degli utili tutorial video che illustrano il funzionamento delle principali opzioni.

LA ITYPE-C SU STRADA
Il software è risultato stabile e la chiavetta funziona come promette, con una interfaccia veloce che consente, nella versione da 64 Gigabyte in prova, trasferimenti rapidi dei dati grazie alla Usb 3.0. Il prezzo del dispositivo è abbastanza impegnativo e la qualità dei materiali buona anche se ci sono particolari “non Apple”, come i tappi che proteggono le estremità della chiavetta che non sono simmetrici perché le porte di connessione non sono perfettamente centrate. Può essere un’ottima soluzione per backup di emergenza del telefono, per svuotarlo ad esempio dalle fotografie mentre si fa un viaggio o una vacanza, oppure per trasferire rapidamente una serie di documenti da o verso un Mac o un Pc.


QUANTO COSTA
La chiavetta in versione da 64 GB attualmente (su Amazon costa 67 euro), mentre il modello da 128 GB è venduta a 90 euro.

@antoniodini

Almeno 50 milioni di account Twitter non sono esseri umani

lastampa.it
carlo lavalle

Una nuova ricerca cerca di fare il punto dei bot sulla piattaforma di microblogging. E analizzando le caratteristiche dei tweet scopre che oltre il 15 per cento sono scritti da software

Like e retweet dei post di Twitter sono sempre più il prodotto dell’attività automatica di un bot. Cresce, infatti, in modo considerevole, il numero di questi programmi capaci di inviare messaggi e comunicare via social network come se fossero esseri umani.

Secondo la valutazione contenuta in un nuovo studio di University of Southern California e Indiana University fino al 15 per cento degli account attivi del micro-blogging, pari a circa 50 milioni in termini assoluti, sarebbero identificabili come bot. Il doppio rispetto alla percentuale precedentemente calcolata dalla stessa Twitter nel 2014. Per arrivare a questi dati, i ricercatori hanno sviluppato un sistema basato sull’intelligenza artificiale in grado di rilevare oltre 1000 caratteristiche dell’attività condotta su Twitter per individuare in maniera accurata i bot.

Grazie a uno strumento messo a disposizione online si può verificarne direttamente l’efficacia e la validità. Basta poco a BotOrNot per valutare quante probabilità, su una scala da 0 a 100, ha un account Twitter di essere un programma artificiale in base a fattori quali gli hashtag usati, il numero di amici o la frequenza dei retweet.

Gli autori del documento “Online Human-Bot Interactions: Detection, Estimation, and Characterization”, accettato alla 11a International AAAI Conference on Web and Social Media (ICWSM 2017), ammettono comunque che il loro modello non è perfetto. Perché tende, ad esempio, a non inquadrare correttamente gli utenti che twittano in più lingue, confondendoli con i bot, e gli account cyborg, programmi che twittano automaticamente ancorché monitorati dalla mano umana. 
Inoltre, anche i software più complessi e avanzati potrebbero non essere adeguatamente classificati.

Con la conseguenza, in questo caso, di venire scambiati per esseri umani. Pertanto, concludono i ricercatori, i bot presenti su Twitter potrebbero essere molti di più, al di sopra della percentuale del 15 per cento stimata.

“Bene demaniale”, la sentenza che trasforma la filatelia in reato

lastampa.it
francesco grignetti

Il tribunale di Torino: la corrispondenza tra enti pubblici e privati dal 1840 va archiviata o distrutta. Avere quei francobolli presuppone un atto illecito


120 Milioni di euro, a tanto ammonta l'annuale giro d’affari della filatelia in Italia Il caso A un commerciante del Torinese a Rivoli, è stato sequestrato l’intero stock di corrispondenza in deposito I carabinieri del Nucleo Tutela patrimonio culturale dovranno identificare i documenti uno per uno e stabilire in quale archivio collocarli

Case d’asta, rivenditori, collezionisti di francobolli e di corrispondenza in generale, lungi dall’essere considerati inoffensivi amatori di antiche carte, sono tutti potenziali briganti. Così almeno secondo una recentissima sentenza del tribunale di Torino, depositata in cancelleria il 22 febbraio a cura del giudice Roberto Arata, che ha condannato un commerciante di francobolli di Rivoli. La sentenza ha fissato un principio apparentemente astruso, ma rivoluzionario per chiunque maneggi pezzi di corrispondenza tra un privato e un ente pubblico, dal 1840 a oggi: «La procedura di scarto non legittima la libera commercializzazione dei beni “scartati”, ma al contrario i documenti “scartati” all’esito della procedura devono essere distrutti».

La rivoluzione
Il principio è davvero rivoluzionario perché il tribunale stabilisce un assioma che può mettere in ginocchio l’intero commercio filatelico, circa 120 milioni di euro all’anno di fatturato, e soprattutto gettare nello sconforto migliaia di appassionati: secondo il tribunale, tutti i documenti che nel corso del tempo siano stati indirizzati a un ente pubblico sono bene demaniale storico e appartengono allo Stato, perciò il loro posto è negli archivi pubblici; se sono stati “scartati” per le ordinarie procedure di spoglio, vanno distrutti. Ergo, se sono nelle mani di un privato non può che essere per via di un atto illecito. Chi ne faccia commercio, è un ricettatore. Chi li acquisti, commette quantomeno «acquisto incauto».

A questo punto qualunque busta porti l’indirizzo di un Comune, di una Provincia, di una Prefettura, persino di un Priorato o di una parrocchia è sospetta. E siccome nel corso dell’Ottocento erano soprattutto gli ecclesiastici a scrivere perché erano tra i pochi ad essere acculturati, molta parte delle buste che vengono vendute nelle aste italiane con i relativi francobolli sono teoricamente fuorilegge.

Le collezioni
Il gran problema delle collezioni filateliche discende da un Decreto legislativo del 2004, che ha stabilito il principio che i documenti indirizzati a un ente pubblico - Stato, regioni, enti territoriali, enti o istituti pubblici, persone giuridiche private senza fine di lucro, enti ecclesiastici, compresi Stati ed enti dell’Italia preunitaria - sono «beni culturali inalienabili». Ne erano discesi molti dubbi interpretativi, che il ministero dei Beni culturali riteneva di aver sciolto nell’ottobre 2013 con una circolare della Direzione generale per gli Archivi. La circolare stabilisce alcuni elementi di buon senso.

Primo, le semplici buste, quelle che portano l’agognato francobollo e l’annullo, non possono essere considerati documenti meritevoli di tutela, a differenza del documento che contenevano; non se ne può presumere «in via generale l’appartenenza al demanio pubblico». Secondo, può essere considerata la «demanialità intrinseca» soltanto per quei documenti che dovevano essere necessariamente conservati, tipo atti legislativi, provvedimenti giurisprudenziali, contratti; per tutti gli altri, prima di definirli «di necessaria appartenenza pubblica», occorre una prova che siano stati sottratti ad un archivio.

E invece no. Il tribunale di Torino ha rovesciato il ragionamento: tutti questi documenti appartenevano a un ente pubblico, perciò se sono sul mercato privato occorre una pezza d’appoggio, ossia il documento di «spoglio» che certifica il non-trafugamento. «L’esistenza delle procedure di “sdemanializzazione” non può, di per sé, essere invocata a decisiva giustificazione del possesso in capo ai privati... per effetto di una sorta di presunzione d’avvenuto scarto». Se il privato non è in grado di esibire la pezza d’appoggio, «deve concludersi che il documento è stato illecitamente sottratto».

Il sequestro
Quanto alle buste, il giudice afferma che «la questione dell’inquadramento giuridico è particolarmente controversa... non può prescindere da una specifica e mirata analisi di ciascun singolo documento». Al commerciante di Rivoli è stato sequestrato l’intero stock in deposito. E ora sta ai carabinieri del Nucleo Tutela patrimonio culturale di identificarli uno per uno e stabilire in quale archivio vadano collocati. 

La nave dell’oro e dei bambini affondata dagli U-boot tedeschi

lastampa.it
vittorio sabadin

Ritrovata la “City of Benares” salpata da Liverpool e diretta in Canada. Tra le centinaia di vittime 87 minori. Il prezioso carico non verrà recuperato


Il Regno Unito negli Anni 40 organizzò molti viaggi per portare via i bambini dalla guerra verso gli Stati Uniti e il Canada. Le navi passeggeri, nella foto sopra la «City of Benares», portavano anche oro e diventavano così bersaglio degli U-boot tedeschi

Ci sono voluti 25 anni di ricerche negli archivi della Bank of England, del governo e del ministeri della Marina e della Difesa britannici, ma ora Will Carrier, uno dei più grandi esperti al mondo di ricerca sottomarina, è sicuro di avere scoperto un immenso tesoro: nei relitti di decine di navi mercantili affondate dai tedeschi nella Prima e Seconda guerra mondiale ci sono lingotti d’oro per un valore di almeno 4,5 miliardi di sterline, circa 5 miliardi di euro. Si trovano tutti in acque internazionali e aspettano solo che qualcuno li vada a prendere.

Carrier, che ha partecipato nel 2000 al recupero del sottomarino russo Kursk, affondato nel mare di Barents con i 112 uomini di equipaggio, guida oggi Britannia’s Gold, una compagnia nata proprio con lo scopo di individuare i mercantili affondati che trasportavano segretamente negli Stati Uniti l’oro che serviva a pagare il cibo e gli armamenti inviati in Gran Bretagna nel corso delle due guerre mondiali. Le prove raccolte sono così precise che molti hedge fund e banchieri della City stanno finanziando le operazioni di ricerca.

Il gruppo guidato da Carrier sarebbe entrato in possesso, secondo quanto scrive Robert Hardman sul Daily Mail, di una mappa disegnata dalla Bank of England nella quale è indicata la posizione dei relitti che contengono i lingotti d’oro e che è attualmente custodita dallo studio legale Campbell Johnston Clark. Tra i relitti indicati nella mappa c’è anche quello della City of Benares, la nave dei bambini il cui affondamento nel settembre del 1940 causò un’ondata di sdegno in tutto il mondo contro la Marina tedesca, che non esitava ad affondare con i suoi U-boot mercantili pieni di civili innocenti.

Ma i tedeschi, secondo quanto le ricerche di Carrier hanno permesso di appurare, erano informati dalle loro spie su quali navi trasportavano l’oro e i comandanti avevano il preciso ordine di affondarle per prime. La City of Benares era salpata da Liverpool diretta in Canada, dove avrebbe dovuto portare al sicuro 100 bambini evacuati da Londra. Viaggiava con il convoglio OB-213, composto da altre 19 navi, e aveva a bordo complessivamente 407 persone.

L’U-boot 48, comandato dal Kapitanleutnant Heinrich Bleichrodt, l’avvistò alle 23,30 del 17 settembre. Alle 23,45 lanciò due siluri che mancarono la nave e alle 00,01 del 18 settembre ne lanciò un altro che la affondò a 600 miglia dalla terra più vicina. Morirono 262 persone e 87 dei 100 bambini che erano stati imbarcati dai loro genitori nell’illusione di mandarli verso la salvezza. Il disastro spinse il primo ministro Winston Churchill ad annullare il programma del trasferimento dei bambini in America, ma non quello segreto dell’invio di lingotti d’oro, essenziale per poter continuare a combattere.

«Non cercheremo il tesoro della City of Benares - ha detto Will Carrier al Daily Mail - per rispetto alle sue vittime e per il fatto che è stata dichiarata un cimitero di guerra, cosa che rende comunque il suo relitto inviolabile. Ma ci sono molte altre navi mercantili che contengono oro i cui relitti possono essere esplorati». Britannia’s gold concentrerà le proprie ricerche inizialmente su tre navi, due affondate nella Prima guerra mondiale, una nella Seconda, che si trovano abbastanza vicine tra di loro sul fondo dell’Atlantico.

Per questa prima fase di recupero sono state stanziate 15 milioni di sterline. Cercare oro nei relitti è un’operazione costosa: circa 100.000 sterline al giorno se il tempo è buono, di più se il mare è agitato. Il 20% del valore recuperato dovrà essere versato al governo britannico, proprietario delle navi affondate, ma l’80% residuo ripagherà ampiamente le spese, detratta anche la quota che sarà volontariamente destinata a opere di beneficenza.

La scoperta dei relitti dell’oro è avvenuta anni fa per caso, trovando fra le carte della Bank of England un appunto scritto a mano nel 1915 e destinato all’allora Cancelliere dello Scacchiere Reginald McKenna, nel quale si faceva riferimento alle spedizioni segrete di lingotti verso l’America, sia da parte del governo che di privati. Per il nemico era abbastanza facile scoprire quali navi trasportavano l’oro: cargo del valore di 30 mila sterline erano ad esempio assicurati per più di 500.000, rivelando così il loro prezioso carico segreto.

La Bank of England informava inoltre i mercati finanziari di ogni vendita di oro fisico, e bastava dunque scorrere l’elenco delle navi in partenza nello stesso giorno per gli Stati Uniti per avere buone possibilità di individuare quella che trasportava i lingotti. Gli unici a non sapere nulla erano i cittadini britannici, ai quali il governo non ha mai fino a oggi voluto rivelare l’esistenza del prezioso carico che nei convogli di guerra metteva alcune navi più in pericolo delle altre.