sabato 11 marzo 2017

I volti (mai visti prima a colori) di chi emigrava in America 100 anni fa

corriere.it
di Raffaella Cagnazzo e Paolo Ottolina

Ellis Island a colori: un artista restituisce vita alle foto di alcuni dei 12 milioni di migranti che hanno raggiunto New York tra il 1892 e il 1954. Europei, ma anche siriani o armeni in cerca di un futuro roseo negli Stati Uniti: fotografati nei loro abiti tradizionali, hanno la speranza negli occhi

Le foto a colori

Le foto a colori

Immagini struggenti che raccontano dei sogni e delle speranze di oltre 12 milioni di migranti che sono passati da Ellis Island, New York, tra il 1892 e il 1954, gli anni della grande immigrazione negli Usa: nei giorni di grande affluenza passavano da questa isola anche 5mila persone al giorno. Si tratta di fotografie che testimoniano l’inizio della nuova vita in America di uomini, donne e bambini provenienti dall’Europa, ma non solo: nelle foto qui riprodotte, ci sono anche armeni e siriani. In questa immagine, Annie Moore, della contea di Cork in Irlanda: è stata lei, il primo gennaio 1892, a entrare - prima persona in assoluto - attraverso il punto di immigrazione di Ellis Island

L’albanese in arrivo dall’Italia

L’albanese in arrivo dall’Italia

Una camicia bianca, un velo in testa fatto con una sciarpa pesante di lana e lo sguardo fisso verso l’obbiettivo della fotocamera: questa immagine mostra una donna, di cui non è riportato il nome, nei suoi abiti tradizionali arrivata a Ellis Island nel 1905. «A quel tempo - si legge nella didascalia della foto scattata da Lewis W. Hine, il fotografo incaricato di ritrarre i migranti - l’Isola sembrava come una grande sala da ballo con le persone vestite nei propri abiti tradizionali multicolori, molti erano costumi tradizionali».
(Ipa)

La bambina italiana

La bambina italiana

Tra i migranti che sono passati da Ellis Island anche migliaia di italiani. Ecco una bambina italiana fotografata con un penny in mano, la sua prima moneta del Nuovo Mondo. La piccola che sembra avere tra i cinque e i sette anni è fotografata nel 1926.

La giovane ebrea

La giovane ebrea

Ellis Island è stato il principale punto d’ingresso negli Usa ed è anche il più grande e più moderno complesso pubblico degli Stati Uniti. Le immagini originali sono della New York Public Library e sono state ricolorate da Matt Loughrey della società My Colourful Past di Westport, in Irlanda. In questa foto, è ritratta una giovane russa ebrea nel 1905. La didascalia della sua foto recita una frase di una poesia di Walt Whitman.
(Ipa)

Gli occhi azzurri del pastore rumeno

Gli occhi azzurri del pastore rumeno

Nel 1906 arriva a Ellis Island anche questo pastore rumeno: viene fotografato da Augustus Sherman con il suo giaccone pesante con l’interno in pelo.Il record degli arrivi è della giornata del 17 aprile 1907 con 11.745 persone registrate in un solo giorno.
(Ipa)

L’anziana cecoslovacca
  
L’anziana cecoslovacca
Ancora una foto firmata da Lewis W. Hine: in questa immagine del 1926 è ritratta un’anziana donna cecoslovacca. «Fino al 1918 - si legge nella didascalia - il flusso di immigrazione di cechi e slovacchi era indipendente».
(Ipa)

L’armeno in fuga dalle persecuzioni turche

L’armeno in fuga dalle persecuzioni turche

Del 1926 la foto che ritrae un ebreo armeno arrivato negli Stati Uniti in fuga - forse - dalle persecuzioni perpetrate dal governo turco nel periodo appena successivo alla guerra. «La sua barba è quella tipica portata dagli ebrei ortodossi europei e del vicino Oriente» si legge nella didascalia sotto la foto.

Gli immigrati siriani

Gli immigrati siriani

Nella foto non si vedono, ma la particolarità di questa donna sono i tatuaggi sul viso e sulle mani , segno che la signora era sposata.
(Ipa)

Il clandestino finlandese

Il clandestino finlandese

Ha affrontato qualsiasi genere di difficoltà per raggiungere il Nuovo Mondo questo finlandese, arrivato negli Usa senza documenti, ma con la speranza negli occhi di una vita migliore.
(Ipa)

E quello tatuato

E quello tatuato

Le braccia incrociate, i numerosi tatuaggi, lo sguardo fiero e sicuro di sé: è il ritratto di questo giovane che si è fatto ritrarre a Ellis Island a petto nudo. Negli anni della forte immigrazione, a circa 250mila persone fu negato l’ingresso negli Usa: 3.500 persone morirono in attesa del processo di identificazione, durante cui però si registrano anche 350 nascite.
(Ipa)

Ricordare i "martiri" del Sud? Il Risorgimento divide ancora

ilgiornale.it
Matteo Sacchi - Sab, 11/03/2017 - 08:55

Il M5S vorrebbe una giornata per le vittime della "invasione" sabauda. Ma non c'è accordo tra gli storici



Un altro giorno della memoria. Dedicato però ai «martiri del Meridione». È questa la proposta presentata dal Movimento 5 Stelle in diverse regioni del Sud Italia: Abruzzo, Campania, Basilicata, Molise e Puglia. E poi è anche approdata al Senato, dove il senatore M5S Sergio Puglia è intervenuto affermando che: «Il tempo è maturo per fare una riflessione e analizzare cosa accadde alle popolazioni civili meridionali e quanto ancora ci costa nel presente. Nei testi scolastici si fa appena un accenno. Chiediamo la verità».

Ma esattamente di cosa si tratta? La data proposta è quella del 13 febbraio. Ovvero quella della fine dell'assedio di Gaeta da parte delle truppe piemontesi nel lontano 1861. Quel giorno la roccaforte borbonica, stretta ormai da terra e dal mare, si arrese dopo 102 giorni (e 75 di bombardamento consecutivo, il fuoco non si arrestò nemmeno mentre veniva trattata la resa). Dopo quel 13 febbraio però non cessò la resistenza al nuovo Stato unitario, soprattutto nelle campagne. Tutti coloro che continuarono a opporsi alle truppe del nuovo esercito italiano vennero semplicemente trattati dal governo di Torino come briganti.

I briganti però avrebbero classificato se stessi come patrioti, sebbene nel movimento spesso citato dalla manualistica come «Grande brigantaggio» fossero confluiti anche briganti veri e propri e contadini poveri ben poco politicizzati.

Il dibattito sul tema resistenza/banditismo dura tra gli storici ormai da decenni. Ed è un dibattito rovente. È un fatto che la repressione venne portata avanti con metodi militarmente durissimi (si arrivò ad impiegare più di 105mila soldati) e si arrivò ad approvare una legge specifica, la legge Pica, che de facto abrogava le garanzie dello statuto albertino.Ma è altrettanto un fatto che la reazione anti unitaria si trasformò in una guerriglia senza quartiere, in cui gli inviati governativi e i militari venivano uccisi nelle maniere più atroci.

Ora l'arrivo della proposta di un giorno della memoria riaccende in pieno il dibattito.Ne abbiamo parlato con il giornalista Pino Aprile, che con alcuni dei suoi libri (come Terroni e Carnefici, entrambi editi da Piemme) ha contribuito a far partire il dibattito. «È una proposta giusta. Era ora. Cosa è successo durante l'annessione? È successo che un esercito è penetrato in un Paese amico senza nemmeno una dichiarazione di guerra, rubando, stuprando e ammazzando. Per carità, in quegli anni è successo anche altrove... Le unificazioni nazionali hanno prodotto sempre massacri. Solo che noi italiani non ce lo siamo mai detti.

Si fa ancora finta che l'annessione del Sud sia stata una parata fiorita attorno a Garibaldi, è stato un genocidio. Uno Stato ricco e prospero è stato spogliato delle sue ricchezze e saccheggiato. Bisogna avere il coraggio di dirlo e un giorno della memoria può essere un buon modo per farlo. Un giorno per piangere le vittime e cercare di unire quello che è ancora un Paese diviso. Ed è un Paese diviso perché una metà è stata brutalmente invasa e saccheggiata e non lo si vuole riconoscere. In altre nazioni i conti con la storia si fanno, la Francia con la Vandea i conti li fa eccome».

Di parere diametralmente opposto lo storico del pensiero politico Dino Cofrancesco: «Cui prodest? Già siamo un Paese disunito e in Europa ci trattano come servi della gleba. Che senso può avere una celebrazione che aumenti le divisioni? Poi mettiamo le cose in chiaro su questo nostalgismo borbonico che sta prendendo piede negli ultimi anni. Rosario Romeo, che è stato il più grande storico della seconda metà del Novecento, diceva che il protezionismo della sinistra storica aveva danneggiato il Sud, ma che senza l'unità il Sud non sarebbe mai diventato Europa, sarebbe rimasto una specie di Libia peninsulare. E Romeo era di Giarre, non di Busto Arsizio. Come del resto erano cultori del risorgimento Adolfo Omodeo (palermitano) o Gioacchino Volpe (abruzzese).

Ma non solo loro, tutti gli intellettuali del Sud già in pieno risorgimento erano favorevoli all'unità e allo Stato forte. È questo che i neoborbonici sembrano dimenticare». Ma le violenze dell'esercito piemontese/italiano? «Il generale Cialdini era quel che era, ma non dimentichiamoci le teste dei bersaglieri mozzate e issate sulle picche. Le violenze ci sono state da entrambe le parti, non ci sono stati dei martiri. Delle vittime invece ovviamente sì. E di certo non userei il termine genocidio. Semmai c'è stata dopo un'emigrazione di massa dal Meridione, ma dovuta all'arretratezza economica del Sud, non all'unificazione. L'unificazione l'ha resa possibile modernizzando».
E se il dibattito è così forte tra storici, forse per le celebrazioni è presto, a meno di non volere una delle solite celebrazioni italiane: quelle che dividono.

Volantino razzista al supermercato Esselunga: «Cassieri, attenti ai napoletani»

ilmattino.it



E' stato subito sospeso dalla direzione di Esselunga il dipendente del punto vendita di via Feltre che aveva appeso in una zona interna riservata ai dipendenti un volantino per mettere in guardia dai truffatori "napoletani". A sollevare il caso il consigliere regionale dei Verdi campani, Francesco Emilio Borrelli, che ha annunciato l'intenzione di "denunciare per istigazione all'odio razziale e discriminazione i responsabili dell'Esselunga di Milano dove è stato affisso un cartello offensivo nei confronti dei napoletani perché è arrivato il momento di porre un freno al dilagare delle violenze verbali alimentate da politici razzisti come Salvini e i leghisti".

All'origine del volantino, la pratica di alcuni clienti che farebbero passare sul rullo della cassa una bottiglia di vino per controllarne il prezzo e poi far passare alcuni colli già chiusi con etichette molto più costose ingannando in questo modo l'addetto. Nel comunicato, l'azienda si dice "sinceramente rammaricata per quanto accaduto e si dissocia completamente dall'iniziativa, avvenuta - viene sottolineato - su iniziativa di un singolo dipendente".

"Non siamo di fronte a sfottò o cose del genere, ma a vere e proprie offese che alimentano i pregiudizi e gli stereotipi di cui siamo vittime da anni e siamo stanchi di continuare a subire e di essere anche presi in giro da gente come Salvini che dopo aver cantato che puzziamo viene a Napoli per prendere qualche voto, approfittando della disponibilità di qualche politicante della peggiore destra" ha aggiunto il consigliere Borrelli per il quale "chi scrive cartelli del genere compie reati e dovrà pagarne le conseguenze penali e civili e il risarcimento economico che riusciremo a ottenere lo utilizzeremo per aiutare le associazioni impegnate contro le discriminazioni".

L’ultima sigaretta

corriere.it

di Massimo Gramellini

Quando l’allarme del suo bar & tabacchi ha suonato erano le tre e mezzo del mattino. Al piano di sopra Mario Cattaneo è saltato fuori dal letto e ha imbracciato il fucile da caccia. Un vicino di casa ha sentito la moglie Fiorenza che gridava “mettilo giù!” e il figlio Gianluca “perché lo hai caricato, papà?” Nel bar c’erano tre ladri dall’accento est-europeo e avevano rubato tante di quelle stecche di sigarette da riempirci un sacco. Cattaneo dice di essere venuto alle mani con uno di loro e che durante la colluttazione è partito un colpo. Il ladro ha tentato di trascinarsi via, ma la sua corsa è finita duecento metri più in là con la faccia nella polvere e un buco nella schiena. I complici, scappati. Il sacco di sigarette, abbandonato per terra.

Il paese lombardo di Casaletto Lodigiano si è schierato compatto con Cattaneo. Salvini e Meloni sono tornati a chiedere una legge che espanda il perimetro della legittima difesa, consentendo ai cittadini di sparare addosso a chiunque invada una loro proprietà. Negli ultimi tempi abbiamo già introdotto dagli Stati Uniti il lavoro precario e gli uragani. Ci mancavano ancora i giustizieri. Qualcuno ha detto che Cattaneo ha sbagliato (pochi, in verità, dieci anni fa sarebbero stati parecchi di più). Molti che ha fatto bene, tanto non saranno loro a doversi addormentare col pensiero di avere ucciso un uomo. Le ragioni per cui ha caricato il fucile sono chiare. Ma le voci discordanti della sua famiglia mentre lo faceva continuano a risuonare in fondo alle coscienze. Forse anche alla sua.

11 marzo 2017 (modifica il 11 marzo 2017 | 07:06)

Jacovacci, il pugile nero di Roma che mise paura al fascismo

repubblica.it
di LUIGI PANELLA

Presentato a Roma 'Il pugile del Duce', un film di Tony Saccucci che ripercorre la vita leggendaria  e le vicissitudini razziali del boxeur italocongolese partendo dall'incontro più famoso: il titolo europeo dei pesi medi disputato nella Capitale nel 1928 contro Mario Bosisio

Jacovacci, il pugile nero di Roma che mise paura al fascismo
Una fase del celebre incontro di Roma Tra Jacovacci e Bosisio

Del momento più importante della vita sportiva, forse dell'intera vita di Leone Jacovacci, non c'è traccia nei filmati dell'Istituto Luce. Strano, perché di immagini del match epocale vinto contro Mario Bosisio, valido sia per il titolo italiano che per quello Europeo dei pesi medi, se ne sono salvate parecchie. Il fatto è che il giorno seguente a quel 24 giugno 1928 qualcuno si preoccupò di tagliare fotogrammi che era meglio non tramandare ai posteri. Perché nella Roma che avrebbe dovuto ''sorprendere l'universo, meravigliosa, ordinata  e potente come lo è stata ai tempi di Augusto'', secondo il progetto di Benito Mussolini, non c'era posto per un pugile dalla pelle nera. ''Il pugile del Duce'', un film di Tony Saccucci che uscirà nelle sale il prossimo 21 marzo in occasione della giornata mondiale contro il razzismo, ripercorre la storia del leggendario atleta degli anni venti.

Leone è il re della foresta: per tre anni, fino a quando il padre - un ingegnere che va in Congo per conto di una società belga e si unisce ad una bella ragazza locale - lo riporta in Italia sottraendolo per sempre alla madre. Leone bambino, una volta in Italia, è curioso e irrequieto. Scappa più volte da scuola eppure riesce a finirla con voti neanche disprezzabili, poi anche Roma gli sta stretta. Fugge lontano, si finge indiano per ottenere asilo su una nave britannica, dove impara i rudimenti della boxe. Il suo nuovo nome è John Douglas Walker, quando inizia a combattere diventa Jack.

Inghilterra, Francia, il mondo si accorge di lui ed anche della sua vera origine quando a Parigi, nel bel mezzo di una battaglia selvaggia, si rivolge al secondo ed esprime un eloquente ''sbrighete, damme l'acqua...". In Italia la federazione fatica ad adeguarsi alla verità. E' italiano? Neanche per sogno, perché ci vogliono 4 anni affichè quella cittadinanza che gli spetta di diritto gli venga riconosciuta quasi come fosse una grazia. Pensa a combattere Leone, lo vuole fare per l'Italia: non è antifascista, magari simpatizza pure per un regime che però lo teme non poco. Perché Jacovacci piace al popolo, a Roma è un idolo e questo i poteri forti lo percepiscono come una minaccia .

Il 24 giugno allo Stadio Nazionale, l'attuale Flaminio, vanno in quarantamila per vedere la sfida con Bosisio, in un un incontro che è tutta una contrapposizione. Jacovacci è potente, nero, romano, del popolo. Bosisio è tecnico, biondo, bianco come il latte, milanese. E la gente canta una celebre canzoncina che ancora qualche anziano manda a memoria:

''Non ri arrabbiare, caro Bosisio, se Jacovacci, ti ha rotto il viso''. E' il primo vero scontro sociale della storia dello sport, dalla Lombardia vengono organizzati treni speciali. Uomini del fascismo come Balbo e Bottai sono in prima fila ad uso dei cinegiornali, nei giorni precedenti arriva una lettera di Gabriele D'Annunzio che annuncia la sua partecipazione. La qualità delle immagini, semplicemente straordinaria, viene alternata con ritagli di giornale, foto d'epoca e un album dove lo stesso Jacovacci tiene con scrupolo la lista dei suoi risultati.

Eppure quel giorno lo segna in rosso, con meno attenzione ed enfasi rispetto agli altri. Perché forse percepisce che è proprio da quell'incontro che inizia il suo declino. Da campione d'Europa torna in Francia, viene isolato dal regime mentre Bosisio si fa intervistare sotto braccio al gerarca di turno per riaffermare l'ingiustezza di quel verdetto. Jacovacci finirà la sua vita a 81 anni dopo aver resistito a sette infarti: aveva sbarcato il lunario facendo il portinaio proprio a Milano, e chissà se davanti a quel palazzo era passato qualche volta ancheMario Bosisio... Nello stesso anno, 1983, Sumbu Kalambay diventerà campione del mondo, primo italiano con la pelle nera a farlo.

"Il merito di questo film va tutto al libro di 480 pagine di Mauro Valeri Nero di Roma. È lui che mi ha detto la spinta emotiva per questo lavoro a cui ho lavorato maniacalmente in maniera filologica", spiega Saccucci. Lui si sente Jacovacci, lo si capisce dal fervore con il quale ne parla, anche a proposito di un altro mito dell'epoca, quello sì amato dal regime, Primo Carnera. In particolare Saccucci prende spunto dalla scelta di Jack Dempsey (uno dei più grandi massimi delal storia) e di George Carpentier (mediomassimo naturale ma sfidante alla categoria più pesante) che, come documentato da alcune immagini del film, scelsero Jacovacci come sparring.

''Penso che se avessero dato la possibilità a Jacovacci di affrontare Carnera, lo avrebbe mandato al tappeto come fece Max Baer''. spiega. Una considerazione che non condividiamo, visto che c'è voluto quasi un secolo perché un mediomassimo (Michael Spinks) riuscisse nell'impresa di salire sul trono più ambito. Ma è il bello della democrazia, di quell'opinione diversa alla quale Jacovacci non ebbe diritto, denigrato da quei quotidiani sportivi che contro di lui costruirono una verità artificiosa. 

"Il razzismo in Italia ha delle caratteristiche particolari, per noi è lo straniero in quanto tale, per altri paesi è invece solo un cittadino di colore diverso - spiega Valeri che, tra l'altro, ha un figlio di colore proprio come Jacovacci -. Nel 1940 i meticci prendevano per legge la cittadinanza del genitore indigeno aggiunge , una legge cambiata solo nel 1947. Ma in Italia non è stato sempre così. Nella prima guerra mondiale c'erano ben quattro generali di colore e anche il primo aviatore italiano è stato un nero".

Importiamo delinquenti ed esportiamo talenti, medaglia d’oro al Carabiniere che ha sparato e ucciso un delinquente

ilgiornale.it
Andrea Pasini



La Costituzione parla chiaro: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Dobbiamo sostenere, proteggere e tutelare la nostra nazione, senza se e senza ma. Questo va fatto sia in qualità di liberi cittadini, ma sopratutto deve essere fatto da chi indossa la divisa. A Monte San Giusto, provincia di Macerata, un appuntato dell’Arma dei Carabinieri ha sparato a Klodjan Hysa, 35enne albanese, criminale capace, solamente, di rubate un auto a Terni e cercare “di investire due carabinieri in borghese, impegnati in alcuni controlli per alcuni furti in zona”, secondo quanto riporta Fanpage.

Dopo due giorni di coma l’immigrato è morto. Non ne sentiremo la mancanza. L’ennesimo esempio che ci mostra quanto l’immigrazione, la globalizzazione e le frontiere aperte, seppur in questo caso parliamo di una vecchia colonia italiana, siano dannose. Importiamo delinquenti. Esportiamo talenti. Un’amara realtà. Disperati da tutto il globo sbarcano sulla terra ferma tricolore in cerca di prede. Abbiamo vestito il ruolo di vittime sacrificali, mentre gli stranieri, lupi nell’animo, si mascherano da agnelli.

Sembra di sfogliare le prime pagine del libro Il campo dei Santi, scritto da Jean Raspail nel lontano 1973. Un romanzo distopico, realizzato in tempi non sospetti, che ci porta, ben prima di Buzzi ed annessi, alle pendici del business dell’immigrazione. “Il tempo dei mille anni giunge alla fine. Ecco, escono le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, il cui numero eguaglia la sabbia del mare. Esse partiranno in spedizione sulla faccia della terra, assalteranno il campo dei Santi e la Città diletta”.Libera citazione de L’Apocalisse 20, 7-9. Profonda lama nella tenera carne del buonismo.

Potrebbe finire tutto qui. Una causa genera sempre un effetto. Un ladro che trova un integerrimo uomo in divisa. Una canaglia che incontra un esecutore della legge sulla sua strada. La giustizia che si compie. Invece no. “Nel frattempo, l’appuntato di 45 anni, originario di Bari, nei confronti del quale l’ipotesi di reato è cambiato da lesioni colpose gravissime per eccesso di legittima difesa a omicidio colposo per eccesso di legittima difesa, è stato ascoltato in tribunale a Macerata”.

Ancora una volta citiamo le penne di Fanpage. Quelle di Saverio Tommasi per intenderci. Eccesso. Omicidio colposo. Stiamo parlando di un Carabiniere che ha colpito per fermare un criminale. Non ci sono sfumature, c’è il bianco ed il nero. C’è il bianco della luce che parla di lealtà davanti alla rettitudine contro il nero della vergogna. I buonismi da ventre molle vogliono crocifiggere chi si batte ogni giorno per far rispettare la legge, questi uomini e queste donne sono complici di Klodjan Hysa. Sono complici del decadimento e del degrado che spadroneggia nelle nostre città.

“Sono qui in seguito al grave, drammatico episodio accaduto venerdì. L’Arma è vicina ai suoi uomini, che sono come figli, non li lasciamo mai soli. Pagheremo l’assistenza legale del Carabiniere coinvolto. Ho incontrato l’appuntato, è sereno, come chi sa di avere la coscienza a posto e di aver fatto il proprio dovere. La sua è stata una reazione a un’azione. Non può sentirsi in colpa per quanto accaduto. Ho sentito parlare di encomi, ma questo non è tempo di medaglie, non è il momento di fare valutazioni.

Pensiamo a gestire il presente. Riponiamo piena fiducia nella magistratura”. Così, in conferenza stampa, il generale dei Carabinieri, Salvatore Favarolo si è espresso. Non sono d’accordo solo su di un punto, sulla medaglia. A questo agente va dato un premio, un’onorificenza da appuntarsi sul petto. Tutti devono vedere quello che è riuscito a fare quest’uomo in divisa. Ha fermato un delinquente. Ha fermato un pericolo per la nostra comunità, per la nostra gente. Ha sgravato la società di un peso. Certo i piedi vanno tenuti a terra, le indagini devono essere fatte in maniera scrupolosa, non si è mai troppo cauti, ma non possiamo continuare a vivere così. Non possiamo proprio.

“La giustizia non è equità, è vendetta e castigo”. Questo scriveva Eugène Ionesco, provate a spiegarlo ai boldriniani, ai renziani e ai cervellotici ragionieri da salotto televisivo. Quelli che la vita di un essere umano non si tocca, ma poi si strappa le vesti davanti alla triste tragedia del povero Dj Fabo. La feccia è feccia. Bisogna gridare basta con le vene sul collo, perché qui nessuno ci ascolta ed allora la nostra rappresaglia cadrà su di voi come l’inverno dopo l’estate. Gelida e glaciale.

Siamo l’ostacolo davanti al decadimento, la volontà può essere quella di gettare a terra le armi, voltarci dall’altra parte e scappare. Ma per noi non sarà mai così, con la bava alla bocca difenderemo questo lembo di terra proprio come l’appuntato marchigiano. Saremo il sogno dei virtuosi e l’incubo dei traditori. Tremano i polsi agli infami, bramiamo di riprendere tra le mani le redini dell’Italia. Coraggio. Solo questo ci porterà verso i bagliori della rivalsa, ma dobbiamo tramandarlo ai nostri figli. Sangue che pulsa nelle vene, sangue che rischiara l’orizzonte.

Torniamo al Carabiniere. Chi delinque deve sapere, senza mezzi termini, che può rimanerci secco. A terra con il cranio forato da un proiettile. All’appuntato va tutta la mia vicinanza, oltre a lui il mio coro vuole arrivare a tutte le Forze dell’Ordine. Uomini che ogni giorno, per uno stipendio da fame, rischiano la loro vita per salvaguardare gli italiani perbene. Si sacrificano per noi. Onore anche al generale che subito ha preso le difese del suo sottoposto, l’attaccamento ai suoi uomini è stato lodevole. Chi comanda deve sostenere i propri inferiori, che 24 ore su 24, scendono in strada per rendere questo Paese un luogo più sicuro.

Le scie chimiche M5S al Senato

ilgiornale.it



L'appuntamento con le «scie chimiche» care ai grillini è a due passi Senato, Istituto di Santa Maria in Aquiro per il prossimo 20 marzo.

Per quel lunedì il M5S ha infatti organizzato una tavola rotonda su «Geoingegneria & disinformazione». E cos'è la misteriosa «geoingeneria»? Già Wikipedia spiega: «Le teorie del complotto sulle scie chimiche fanno uso del termine geoingegneria clandestina per indicare presunte attività volontarie e segrete, su vasta scala, volte a modificare sia il clima globale che il tempo meteorologico locale per scopi militari e ostili alla popolazione, principalmente mediante irrorazione di scie chimiche rilasciate da velivoli civili e/o militari».

Ecco spiegato l'arcano della tavola rotonda. Una gatta da pelare per il Senato, dopo quella dei vaccini. Palazzo Madama fa sapere che la sala viene concessa ai gruppi parlamentari e che quel che avviene al suo interno nulla c'entra con l'istituzione.

Ecco perché è meglio non tenere una smart tv in camera da letto

lastampa.it
lorenzo longhitano

Ancora prima delle rivelazioni di Wikileaks, un hacker coreano aveva mostrato com’è facile entrare nel sistema operativo di un televisore intelligente. Che certe volte può essere davvero stupido



Chi avrebbe detto che tra gli oggetti più stupidi dell’intero panorama smart ci fossero proprio gli smart TV? Il motivo risiede nella semplicità con la quale possono essere violati e tra gli esperti di sicurezza informatica in realtà è un segreto di Pulcinella.

La premessa da fare è che gli smart TV sono tutti costruiti in modo simile, e dietro al display nascondono un processore, un quantitativo di memoria digitale e antenne connettori vari — proprio come un computer. Sono queste componenti che si occupano di far funzionare il sistema operativo e l’interfaccia grafica visualizzata sullo schermo e — come in ogni computer — non sono invulnerabili rispetto agli attacchi informatici. Il problema è che molti smart TV sono programmati decisamente peggio di un comune computer.

L’hacker coreano SeungJin Lee ha dimostrato qualche anno fa di saper controllare una TV di un noto marchio partendo da un dispositivo esterno, semplicemente collegando i due alla stessa rete Wi-Fi. Preso il comando del sistema operativo e del software che fanno funzionare l’apparecchio, acquisire audio e immagini dai microfoni integrati e dalla webcam (quando c’è) è piuttosto semplice, ed è addirittura possibile spiare ventiquattro ore su ventiquattro, facendo sembrare spento il TV.

Non solo: il modello con il quale Lee ha effettuato la dimostrazione riceve i comuni aggiornamenti di sistema attraverso la rete del digitale terrestre, ma senza controllarne adeguatamente la provenienza. In questo modo diventa teoricamente possibile, per chiunque abbia a disposizione i mezzi adeguati, dotarsi di un ripetitore di fortuna, fingersi il produttore e trasmettere a un vasto numero di apparecchi un finto aggiornamento che includa le modifiche desiderate. Altro scenario inquietante è la possibilità di sovrapporre alle immagini scritte in movimento, proprio come quelle dei telegiornali. Le conseguenze potrebbero essere disastrose. 

Si tratta di falle di proporzioni inaccettabili, frutto di errori di programmazione grossolani, e la causa prima di questo pasticcio a catena è da ricercare proprio nella natura degli oggetti in questione, che dentro sono computer ma che fuori sembrano TV — e che come TV vengono visti dai consumatori. Anche se è improbabile che un malintenzionato abbia i mezzi e la motivazione necessari a introdursi nella casa di un utente comune in questo modo, è importante che il pubblico inizi a pretendere prodotti curati anche dal punto di vista della sicurezza interna, affinché chi ne sviluppa il software sia incentivato a fare un buon lavoro. Nel frattempo — raccomanda Lee — forse «meglio non tenere una smart TV in camera da letto».

“Addio, caro amico mio”, il commosso saluto del soldato al cane Bodza

lastampa.it
fulvio cerutti



C’è una fotografia che sta rimbalzando in questi giorni su molti siti dedicati agli animali. È quella che immortala l’ultimo commosso saluto di Kyle Smith, sergente dell’Air Force statunitense, al suo cane K9. Avvolto nella bandiera a stelle e strisce, quella nazione che entrambi hanno servito per molto tempo: «L’ho abbracciato e gli ho detto “ti voglio bene”. Mi mancherai tanto» Bodza, un Pastore Tedesco di 11 anni, ha lavorato come cane anti-esplosivi nell’esercito e grazie al suo fiuto molte persone in paesi come Iraq, Kyrgyzstan e Kuwait gli devono la vita.



I due si sono incontrati nel 2012 e fin dall’inizio è nato un rapporto speciale: «Mi è piaciuto lavorare con lui, mi ha insegnato molto anche perché ero un giovane conduttore di cani. Mi ha seguito ovunque nel mondo, e mi ha sempre dato la buona notte, ogni notte» .



Nell’estate nel 2016 il veterinario ha diagnosticato a Bodza una mielopatia degenerativa, una malattia incurabile che ha colpito il suo midollo spinale. Giorno dopo giorno Smith ha visto il suo cane invecchiare e soffrire per il dolore. Come militare si è trovato molte volte a prendere decisioni complesse, ma quella di far “addormentare” il amico a quattrozampe è stata la più difficile. Ma bisognava prendere per la dignità del cane.



«Aveva un sorriso sul suo musetto quando è stato messo a dormire - racconta Smith -. Gli sono stato accanto sino all’ultimo momento». Con Smith c’erano nove collaboratori, tutti vicini a sostenerlo in un momento così difficile. «Era altruista - ricorda Smith singhiozzando - più di qualsiasi essere umano che abbia mai conosciuto ... mi manca ogni giorno di più»

Addio ai ponti

lastampa.it
mattia feltri

Il crollo del ponte sull’autostrada ad Ancona è la metafora di un Paese a pezzi. O almeno, sarà senz’altro così, visto che lo dicono tutti. Del resto il crollo del ponte autostradale in costruzione in Baviera, giugno 2016, tre morti e vari feriti, è la metafora di una Germania a pezzi. Il crollo del ponte sul Mississippi, Minneapolis, agosto 2007, oltre dieci morti, decine di feriti, è la metafora di un’America a pezzi, come lo è il crollo del ponte nello Stato di Washington, fra Usa e Canada, maggio 2013, un’auto nel fiume, tragedia sfiorata. Il crollo del ponte sull’autostrada Mosca-San Pietroburgo, marzo 2013, morto un camionista, autostrada bloccata per un paio di giorni, è la metafora di una Russia a pezzi.

Il crollo di un ponte in costruzione a Trondheim, settembre 2013, morto un automobilista, è la metafora di una Norvegia a pezzi. Il crollo di un ponte autostradale appena inaugurato a Nord di Copenaghen, settembre 2014, tragedia sfiorata, autostrada bloccata, è la metafora di una Danimarca a pezzi. Il crollo per il maltempo di un ponte sul fiume Wharfe, nel North Yorkshire, dicembre 2015, è la metafora di un’Inghilterra a pezzi. Il crollo di un ponte ferroviario a Graz, febbraio 2015, tragedia sfiorata, linea bloccata per due giorni, è la metafora di un’Austria a pezzi. Il crollo di cinque ponti cinesi solo nel 2012, quasi cento morti, è la metafora di una Cina a pezzi. I ponti crollano ovunque, chissà se metafora di un ovunque a pezzi; l’idea di un Paese a pezzi, da noi, magari ce la dà il gusto per l’autodiffamazione. 

Nostalgia

lastampa.it
jena@lastampa.it

Vi ricordate quando il Lingotto era pieno di operai che votavano un partito di sinistra?

Nel ghetto ribelle di Malmö, dove vacilla il modello Svezia

lastampa.it
andrea malaguti

Viaggio nella città con più immigrati del Paese, in cui si parlano 28 lingue diverse. Crescono reati, violenze e antisemitismo, sale il consenso dei partiti della destra


Nel quartiere di Rosengård, a Malmö, vive la maggior parte della popolazione immigrata: su 25 mila persone, l’86% è di origine straniera. Nel 1972 era il 18 per cento

L’uomo è aggressivo. «Che cosa stai facendo?». È un tipo flaccido, nervoso, occhialuto, attorno alla trentina, con un cappello di lana calcato sulla testa. Un eritreo probabilmente. Così dirà, poco dopo, la signora intervenuta a placare gli animi. Si avvicina. «Perché stai scattando fotografie?». Ma che domanda è? Non si possono scattare fotografie davanti al City Gross Center di Malmö? «Per ricordarmi il posto, come fanno i turisti. Non è un luogo pubblico, questo?».

Il flaccido lo esclude. «Qui non scatti un bel niente». Chiama un amico. Un tipo enorme. Si mette male. L’unica cosa è scusarsi (ma di che poi?) e andare via. Ma i due non mollano. Vengono in mente i ragazzini di certe piazze in mano alla camorra, che controllano la zona affinché nessuno disturbi gli affari. Solo che questi sono più adulti. «Posso passare?». Il loro corpo dice di no. Il senso di straniamento è forte. Negozi con manichini velati e alle spalle della commessa scatole di reggiseni e mutandine, parrucchieri afghani, merciai siriani, iracheni che giocano a carte sui tavolini di plastica. 



Sono le undici del mattino. Nessuno sembra avere un lavoro. «Devo chiamare la polizia?». La domanda, difensiva e di per sé non particolarmente astuta, non provoca nessuna reazione. I due sembrano intenzionati a dar seguito alle minacce. E’ a quel punto che arriva la signora svedese. Sessantenne. Solida. Piuttosto decisa, benedetta lei. «Ha mai visto la nostra biblioteca?». Surreale. «No». Sorride col dolcezza. «Venga, la porto io, è di fianco a quei negozi». I due fanno un passo indietro. Lei saluta con la mano. «Chi sono?».

«Eritrei. Rifugiati. Disoccupati. Vivono qui. E pensano che questo posto sia loro. Presidiano il territorio. Odiano i giornalisti e chiunque scatti fotografie. Hanno molti torti. Ma si sentono come allo zoo. Dopo che Trump ha parlato della Svezia come un Paese ormai nelle mani dell’Islam, arrivano reporter da ogni parte del pianeta. Ieri una tv russa ha pagato dei bambini a Stoccolma perché simulassero dei disordini. La tensione è forte, cerchi di capire». Il circo che si confonde con la vita, ma per chi viene da fuori, è questo il benvenuto di Rosengård - il quartiere di Zlatan Ibrahimovic - nuovo simbolo dell’integrazione sbagliata nel Paese che non sbaglia mai. 

Scontri, violenze sessuali, molestie, antisemitismo, baby gang e voglia di sharia nel versante settentrionale della Svezia felix. Possibile ribaltare un quadro così cupo? E se fallisce la Svezia, che speranza resta a gli altri? È il cibo perfetto per il sovranismo xenofobo dilagante. Ecco perché Malmö è importante.

Area off limits
A Rosengård il tasso di disoccupazione è al 35%, quattro volte superiore al resto della città. Una «no-go-area», secondo la propaganda estremista, «una zona fragile» secondo la polizia, dove si parlano 28 lingue, gli immigrati sono il 40% della popolazione e l’aspettativa di vita - nonostante il sistema di welfare più solido della terra - è di otto anni più bassa rispetto alla zona occidentale della città, quella del porto, del benessere, della fede incrollabile negli esseri umani. «Il governo e la stampa di sinistra vi raccontano balle. Dicono che il problema immigrazione non esiste. Invece è lì. Grosso come una casa». Il blogger di estrema destra Paul Joseph Watson dice alcune cose vere. Ma di sicuro non dice la verità. Che come sempre è molto più complessa.

Sensi di colpa
All’aeroporto di Copenaghen l’Europa finisce. Certamente finisce Schenghen. Per attraversare i quindici chilometri del ponte di Orseund che uniscono la Danimarca alla Svezia, bisogna mostrare un documento d’identità. Due volte. Salendo sul treno e appena passato il confine. È come fare un salto indietro di vent’anni. Il governo di Stoccolma ha chiuso le porte dopo l’ondata migratoria del 2015. Arrivarono 160 mila richiedenti asilo. Il Paese stava per esplodere. Fisicamente e psicologicamente. «È stata una scelta dolorosa. E io l’ho capita pur senza condividerla», dice Nils Karlsson, vice sindaco verde di Malmö.

Filosofo, politologo e insegnante di etica all’Università, sorseggia un caffè americano in un albergo dietro la stazione Centrale. I pensieri sembrano ronzargli in testa furiosamente. «Noi svedesi ci portiamo dietro i sensi di colpa della Seconda guerra mondiale, quando chiudemmo i confini agli ebrei. Da allora pensiamo che le persone abbiano il diritto di scegliere dove vivere. Dobbiamo insistere. Anche se i Trump del pianeta vogliono che falliamo. Potrei sostenere che Malmö è più sicura della gran parte delle città sulla terra e direi solo la verità. Ma nascondere i problemi non serve. La soluzione c’è». Quale?

«Capitale degli stupri»
I problemi di Rosengård sono simili a quelli di Rinkeby, periferia riottosa di Stoccolma, dove martedì hanno ammazzato un uomo a colpi di pistola in una guerra tra gang. Due giorni dopo altri due morti. A Malmö, invece, l’ultimo omicidio è di mercoledì. Anche per questo il capo della polizia, Stefan Sinteus, ha inviato una lettera aperta alla città. «Aiutateci, perché da soli non ce la facciamo più». La sera è meglio restare a casa.

E quando la ministra per l’integrazione, Yla Johansson, rispondendo a Nigel Farage che aveva definito Malmö «la capitale europea degli stupri», ha reclamato alla Bbc la diminuzione dei reati sessuali, i partiti di destra le hanno sbattuto in faccia le statistiche ufficiali. Le violenze sessuali nel 2016 sono state 6700 (oltre 10 mila le molestie), contro le 5920 dell’anno precedente. La maggior parte delle vittime sono donne con un’età compresa tra i 16 e i 24 anni. E allora Yla? Lei si è difesa dicendo che in Svezia le norme sono particolarmente restrittive (è vero) e che le statistiche vanno guardate a distanza di anni. Ma dieci anni fa gli stupri erano 4300. C’è nesso con l’immigrazione?

Ronie Berggren, deputato del partito di estrema destra Democratici Svedesi, dice che il nesso è chiaro. «Solo che il governo si rifiuta di abbinare le statistiche alla nazionalità di chi commette il crimine. La sappiamo tutti la verità. Tranne loro, che vivono nei quartieri ricchi e bianchi e cianciano di integrazione universale. Io ero iscritto ai Democratici cristiani. Me ne sono andato. Cercavo un partito anti islam e anti Europa. Non ho niente contro l’immigrazione in generale. Ma rifiuto l’immigrazione che calpesta i nostri valori». Scontro di culture, dice. Gli pare che i nuovi arrivati vivano al ritmo di un metronomo predisposto sempre sul tempo sbagliato. «Questa non è la mia Svezia».

La scrittrice e analista politica Annika Enroth Rothstein è più dura di lui. «È arrivata un’immigrazione che odia gli ebrei. Che ha trasferito in Svezia lo scontro mediorientale. Far finta di non vederlo è colpevole. L’estrema destra sta crescendo esponenzialmente senza neanche bisogno di fare campagna elettorale. È una cosa che mi spaventa a morte». Vergognose manipolazioni per attaccare un Paese che non ha eguali nel mondo, come sostiene il giornalista inglese naturalizzato svedese, Neil Shipley, o la presa di coscienza di una crisi senza precedenti? E non enfatizzare ciò che accade per non alimentare il razzismo è un comportamento necessario o indebitamente masochistico? 

Antisemitismo
Il centro culturale ebraico della città è al numero 11 di Kamrergatan. Una strada chiusa. Una porta blindata azzurra. Un palazzone squadrato. «Quello che succede a Malmö succede in Svezia», dice il portavoce del centro, Fredrik Sieradzki, mentre racconta che la comunità di Malmö è piccola, molto forte e con qualche difficoltà. «Annika Enroth Rothstein non ha torto quando dice che alcuni ebrei stanno lasciando la città. Un po’ è colpa della tensione. Un po’ del fatto che a Stoccolma è più semplice trovare lavoro. Nelle scuole i nostri studenti sono spesso oggetto di aggressioni. L’antisemitismo è pervasivo.

C’è risentimento da parte dei giovani che arrivano dal Medio oriente. Molti di loro si sono spostati solo geograficamente, ma mentalmente continuano a ragionare nello stesso modo. C’è bisogno di dialogo. È anche per questo che è arrivato il nuovo rabbino da Gerusalemme». 
Il nuovo rabbino si chiama Moshe David HaCohen ed è a Malmo da due settimane. Poco per fare un’analisi, abbastanza per immaginare un percorso. «Io sono afflitto da una malattia incurabile: l’ottimismo. E ho un altro grande vantaggio: non credo ai giornali. Ma credo molto al confronto». Buona fortuna. 

Una generazione
Nell’albergo dietro la stazione Nils Karlsson finisce di bere il caffè americano. «La soluzione?». Esatto. Esiste? «Esiste. È la stessa di sempre. Quella che ha reso diverso il nostro Paese, vale a dire una visione a lungo termine. Ci vorrà una generazione per rimettere a posto le cose, ma ci riusciremo come è già successo in passato. Serviranno confronto, scuole e soprattutto lavoro. Il lavoro fa la differenza. E il mercato a Malmö sta vivendo un momento favoloso. Ma chi arriva da noi oggi non ha abbastanza competenze. Gliele dobbiamo costruire. Con pazienza. Una visione a breve termine è stupida e inutile».

E l’antisemitismo? «C’è. Proprio perché chi arriva non ha opportunità. Non riesce a integrarsi. Così continua a parlare la lingua d’origine, a guardare la televisione del proprio Paese, a coltivare gli stessi rancori. So che a volte la nostra gente si sente straniera a casa propria. Stiamo investendo molto per cambiare le cose. E la polizia sta facendo un lavoro favoloso». A Rosengård, però, gli uomini e le donne sembrano schiacciati in un vicolo cieco. Al di sotto di una certa soglia gli esseri umani diventano solo sistemi di sopravvivenza. E, in attesa di una nuova vita, i sistemi di sopravvivenza se ne fregano del male che fanno agli altri. 

Cane paralizzato si trascina per chilometri in cerca di aiuto

lastampa.it
giulia merlo



Ha sofferto una ferita dolorosissima, provocata da un animale selvatico o forse dai calci di un umano: la rottura della spina dorsale le ha reso inutilizzabili le zampe posteriori. Eppure questa cagnolina non si è data per vinta e ha provato a curarsi da sola per settimane e forse addirittura per mesi, prima di cercare aiuto.

La piccola coraggiosa si è trascinata per chilometri e chilometri di strada alla ricerca di aiuto, fino a quando si è imbattuta in Susanne. La donna lavora in un campo di ricerca sugli elefanti nella regione di Okavango, in Botswana, e quando l’ha vista strisciare verso l’ingresso del suo campo di lavoro è rimasta scioccata.



“Strisciava letteralmente, perché le sue zampe posteriori erano del tutto paralizzate. Non riusciva a camminare e aveva bisogno di aiuto”, ha raccontato. A quel punto Susanne e i suoi colleghi hanno accolto la cucciola e hanno provato ad assisterla al meglio. Il veterinario più vicino era a 8 ore di macchina dal campo, così l’hanno curata da soli per giorni, fino a quando non hanno potuto accompagnarla.

“Il nostro campo si trova in una zona molto remota del paese, piena di elefanti, leoni, iene e molti altri predatori. Ma la cagnolina Poppy è riuscita a raggiungerci”, ha raccontato. Un viaggio difficile, soprattutto a causa della sua lesione spinale ma anche perchè ha dovuto evitare predatori e pericoli lungo il percorso.



Alla fine, Poppy è stata portata da un veterinario. La cagnolina di circa sette mesi ha bisogno di un’operazione chirurgica per guarire dalla lesione e una collega di Susanne ha iniziato una raccolta fondi su GoFoundMe per trovare i finanziamenti per pagarla. “Il veterinario ci ha detto che la possibilità che guarisse del tutto era molto remota, ma Poppy ha così tanta vita che ero sicura che avrebbe combattuto per tornare a camminare. Per questo non ho voluto saperne di sopprimerla”, ha spiegato Susanne.



Dopo giorni di cure, buon cibo e medicinali le condizioni di Poppy sono migliorate incredibilmente e il veterinario ha consigliato di farle riprendere completamente le forze prima di pensare di procedere con un’operazione così rischiosa. “Lei ci guarda con i suoi occhi grandi, imploranti e pieni di vita. E’ una cagnolina dolcissima e lo abbiamo visto subito, nonostante le condizioni disperate in cui la abbiamo trovata”.



Ora Poppy vive insieme ai suoi amici in Botswana e recupera le forze. Entro qualche mese, a seconda di come saranno le sue condizioni, i medici decideranno come procedere. La cagnolina però non cede e ogni giorno dimostra ai suoi salvatori la sua voglia di futuro. 


Facebook sotto accusa in UK: non rimuove foto di minori che violano la legge

lastampa.it
andrea nepori

Un’inchiesta della BBC ha rivelato che, nonostante le segnalazioni, il social network non ha mai rimosso del tutto immagini di minori ritratti in pose erotiche condivise dagli utenti di alcuni gruppi chiusi

Nel febbraio 2016 la BBC aveva pubblicato un’inchiesta sulla pedopornografia diffusa tramite gruppi segreti attivi su Facebook. Il social network aveva promesso un inasprimento dei controlli e strumenti più efficaci per segnalare contenuti che violano i termini del servizio.

TUTTO COME PRIMA
A più di un anno di distanza i giornalisti inglesi sono tornati ad occuparsi del caso e hanno scoperto che in realtà ben poco è cambiato: il sistema di segnalazione dei contenuti osceni, nonostante le promesse del social network, continua a non funzionare come dovrebbe. Molti dei gruppi sono ancora attivi, mentre Facebook ha rimosso solamente 18 delle 100 immagini segnalate di recente dalla BBC; non si tratta di foto espressamente pornografiche, ma comunque sono immagini di minori, spesso in pose erotiche, rubate altrove sul Web e quasi sempre accompagnate da post con contenuti osceni. Le altre 82 immagini, secondo la risposta automatica fornita dai tool di Facebook, non violerebbero le norme della comunità. Tra queste anche il fermo immagine di un video accompagnato da una richiesta esplicita a condividere contenuti pedopornografici.

SEGNALATI ALLA POLIZIA
La scorsa settimana Facebook aveva concesso alla BBC un’intervista nel merito della questione, a condizione che l’emittente potesse produrre esempi concreti di contenuti segnalati ma non rimossi. Ricevute le immagini, per tutta risposta Facebook ha provveduto ad inviare alla polizia i nomi dei giornalisti che avevano raccolto le foto, spiegando che “condividere immagini che mostrino lo sfruttamento dei minori è contro la legge”.

PEDOFILI SOCIAL
“Le regole di Facebook non permettono di avere account a chi ha commesso crimini di natura sessuale”, si legge nell’inchiesta più recente dell’emittente inglese. “Tuttavia la BBC ha scoperto i profili di cinque pedofili pregiudicati e li ha inviati a Facebook attraverso il sistema di segnalazione. Nessuno di essi è stato rimosso”.

Le rivelazioni della BBC lasciano supporre una situazione di consapevole negligenza. I sistemi di Facebook, quasi sempre automatizzati, non fanno un lavoro sufficiente. In altre parole il social network non ha sviluppato soluzioni adeguate per scoprire e rimuovere immagini oscene che violano gli standard della comunità, salvo poi sospendere gli account di utenti colpevoli solo di aver condiviso nudi artistici o foto storiche ritenute “oscene” dagli algoritmi di controllo.

MACCHINA DEI MIRACOLI
Non sono solo illazioni: l’impossibilità tecnica di rimuovere in maniera sistematica immagini che violano le regole del social network (e spesso la legge) è stata ammessa implicitamente anche da Facebook, in un’occasione differente. Martedì scorso il tribunale di Würzburg, in Germania, ha deciso di archiviare un’ingiunzione contro l’azienda di Mark Zuckerberg nel caso del siriano Anas Modamani.

Il rifugiato era l’autore di un famoso selfie con Angela Merkel che i gruppi xenofobi di destra hanno usato per sostenere - falsamente - che la cancelliera conoscesse di persona l’attentatore di Berlino, che con Modamani non ha nulla a che fare. Gli avvocati del social network hanno sostenuto che per rimuovere tutte le foto usate illegittimamente, come richiesto dall’accusa, Facebook avrebbe dovuto creare una “macchina dei miracoli”. A suggerire, insomma, che nemmeno gli ingegneri di Menlo Park hanno il pieno controllo dei contenuti condivisi nei più reconditi anfratti della piattaforma. Sulla base di queste considerazioni il giudice ha dato ragione a Facebook e archiviato il caso.