mercoledì 8 marzo 2017

Abbonamenti a Internet e la «tredicesima» degli operatori: un'occasione per cambiare

corriere.it
di Emanuele Villa

Gli abbonamenti a Internet per la casa sono spesso basati su canoni di quattro settimane anziché di un mese. L'ultimo ingresso è di TIM, a breve arriverà Fastweb. Sale la spesa, ma potrebbe essere un'opportunità

Il canone a 28 giorni

Nel mondo degli abbonamenti domestici a Internet, il concetto di «canone mensile» è in grave pericolo. Diversi operatori stanno gradualmente rimodulando le proprie offerte sostituendolo con il «canone a 28 giorni», stanno cioè applicando alle offerte di connettività domestica lo stesso modello già sperimentato qualche anno fa nel mercato mobile. Di cosa si tratti è presto detto: a differenza di quando accadeva un tempo, il canone di molti abbonamenti a Internet  non è più mensile ma va corrisposto ogni quattro settimane, precisamente ogni 28 giorni (o multipli). Qualcuno potrebbe dire che tra quattro settimane e un mese c'è una manciata di giorni nella peggiore delle ipotesi, ma se si calcola il costo annuale dell'abbonamento le differenze diventano importanti: chi ha quello da 28 giorni paga 13 rinnovi all'anno, chi ha quello mensile ne paga solo 12.


Gli operatori e la «tredicesima»

Anche in ambito domestico, il canone a 28 giorni non è una novità dell'ultimo momento. Vodafone e Infostrada fecero parlare molto di sé in passato, oggi il tema è di attualità poiché Tim ha annunciato una modifica alle condizioni di contratto secondo cui, a partire dal 1 aprile 2017, «il corrispettivo degli abbonamenti delle offerte e dei servizi sarà calcolato su 28 giorni e non più su base mensile». La modifica al contratto vale per tutti gli abbonati Tim, non solo per chi sottoscriverà un abbonamento dal 1 aprile in poi.



A partire da aprile, dunque, chi ha sempre pagato un canone mensile pagherà lo stesso prezzo ma con un rinnovo in più all'anno; la stessa Tim ha dichiarato correttamente che «si determinerà un incremento del costo delle offerte pari all’8,6% su base annua», consentendo contestualmente ai clienti di non accettare la variazione esercitando il diritto di recesso entro il 31 marzo 2017.
Uno dei limiti di questo fenomeno è la difficile coesistenza tra operatori che lavorano col canone mensile e quelli che operano su 28 giorni. Potendo contare su una «mensilità» in più all'anno, chi opera con canone a 28 giorni può confezionare offerte apparentemente più aggressive, e questo spiega - almeno in minima parte - la tendenza di tutti gli operatori a passare al nuovo modello. Mentre Infostrada, Tim e Vodafone operano già nello schema quadrisettimanale, Fastweb è in procinto di comunicarlo ufficialmente e attiverà la procedura a partire da maggio, allineandosi di fatto agli altri «big» del settore.

Le super offerte del primo anno

Una modifica alle condizioni contrattuali che impone il passaggio da un profilo a canone mensile a uno quadrisettimanale è svantaggiosa per il cliente finale, poiché quest'ultimo si trova a pagare un canone in più all'anno. È quel famoso incremento dell'8,6% di cui parla Tim nella sua comunicazione e cui fanno riferimento anche gli altri operatori nella relativa documentazione.

In realtà questo può nascondere un'opportunità. Le modifiche unilaterali di contratto possono non essere accettate e quindi rappresentano un'occasione per cambiare fornitore approfittando delle offerte che questi propongono ai nuovi clienti per un periodo limitato, che di solito è un anno.
A tal fine è molto interessante uno studio di SOStariffe.it, il portale web che compara i costi di svariati servizi come tariffe internet, assicurazioni e telefonia: posto che in Italia esistono ancora tantissimi abbonamenti a Internet per la casa con canone mensile (il 54% del totale), lo studio ha confrontato tutti i costi associati alle tariffe disponibili al momento in Italia giungendo alla conclusione che il primo anno convengono in ogni caso quelle a 28 giorni, ad eccezione delle tariffe di Internet satellitare o Wimax. Come a dire che, nonostante la «mensilità» extra, le attuali offerte con canone a 28 giorni sono talmente aggressive da permettere durante il primo anno un risparmio rispetto a quelle mensili: il 23% per l'ADSL e addirittura il 41% di risparmio annuo sulla fibra ottica.

Dopo il primo anno, l'Adsl non conviene più

Lo studio di SOStariffe.it ci dice che il primo anno di contratto convengono gli abbonamenti con canone a 28 giorni rispetto a quelli mensili, ad eccezione della connettività internet satellitare e Wimax per la quale gli abbonamenti mensili sono fin da subito più convenienti. Ciò si spiega sulla base delle promozioni molto aggressive che i big del settore propongono per il primo anno di contratto, ma il bello è che - sempre secondo lo studio di SOStariffe -, chi opta per la fibra ottica ha un vantaggio anche dopo il primo anno: «Il costo annuo a partire dal secondo anno con una tariffa in fibra a rinnovo ogni 28 giorni è del 13% più basso rispetto alle offerte mensili», sostiene lo studio, che poi aggiunge: «Nei primi due anni di contratto, cone le tariffe in fibra ottica a 28 giorni, l’utente avrà risparmiato 358 euro in totale rispetto all’attivazione di offerte a 30 giorni».



Curiosamente, invece, la situazione è molto diversa per chi opta o è costretto all'ADSL: gli abbonamenti con canone a 28 giorni attualmente disponibili sono convenienti il primo anno ma poi crollano nel periodo successivo costando fino al 33% in più. Il che dimostra che la vera battaglia tra gli operatori si gioca sulla fibra ed è qui che gli utenti possono ancora ottenere validi vantaggi. Ammesso di essere raggiunti dal servizio, ma questo è tutto un altro discorso.

Il ragazzo della villa Gluck

corriere.it
di Massimo Gramellini

Questionario per un esame di educazione civica. Immaginate che cinque Comuni e venticinquemila residenti della provincia di Lecco, molto apprezzata dai ladri, siano protetti da un’unica caserma di otto carabinieri. Immaginate che uno dei venticinquemila, tale Celentano Adriano iscritto con pieno merito al clan dei Famosi, denunci la presenza sospetta di intrusi nella sua villa e che quasi tutti i carabinieri della caserma si mobilitino per proteggerlo. Immaginate infine l’allarme lanciato dal sindaco di uno di quei Comuni: per tenere d’occhio la magione del Molleggiato si lasciano sguarnite le residenze degli altri abitanti della zona, che molleggiati non sono.

Ora, indicate la soluzione: a) portare il numero dei carabinieri da otto a ottanta, con corrispettivo aumento delle tasse e smascheramento di chi le evade (vasto programma); b) mobilitare l’esercito per una missione di pace intorno alla villa di Celentano; c) investire della questione le uniche autorità riconosciute in Italia: le Iene e il Gabibbo; d) aggiornare l’articolo 1 della Costituzione: «L’Italia è una repubblica demoscopica fondata sui Famosi», i Famosi essendo l’ultima aristocrazia per cui sembra valere l’antico emendamento del Grillo (inteso come marchese): «Io so’ io e voi non siete un…»; e) considerata la scarsità di risorse pubbliche, convincere i Famosi a finanziarsi la propria sicurezza ingaggiando guardie giurate. A occhio la e) appare la più praticabile. Ma, come avrebbe detto Flaiano, «poiché si trattava di una buona idea, nessuno la prese in considerazione».

7 marzo 2017 (modifica il 7 marzo 2017 | 07:06)

Un intervento di un giurista sui profili penali della morte di Dj Fabo

lastampa.it
francesca re*

Il parere di Francesca Re, dottore di ricerca in diritto penale e membro di giunta dell’Associazione Luca Coscioni

Il dibattito sulla morte di Dj Fabo è aperto. Ne parla la politica. Ne discutono i giuristi dopo che la Procura ha iscritto nel registro degli indagati il leader radicale Marco Cappato che aveva accompagnato il malato terminale in Svizzera. Un parere autorevole arriva dalla penalista *Francesca Re membro di giunta dell’Associazione Luca Coscioni: «Il 27 Febbraio 2017 Marco Cappato, accompagnando Dj Fabo in Svizzera, ha – secondo l’ordinamento italiano – commesso un reato contro la persona, la cui esatta qualificazione giuridica dovrà essere definita dagli organi competenti. 

La ricostruzione del fatto è semplice, anzi quasi “confessata” dalle numerose dichiarazioni verbali, fotografiche e video apparse su media e social network nelle ultime ore, nonchè dall’autodenuncia di Marco Cappato del 28 febbraio us. Dunque in relazione a questo caso l’Ufficio del Pubblico Ministero non sarà chiamato ad indagare su nulla che non sia stato già dichiarato apertamente dall’autore del reato e la vittima stessa.

In generale, affinchè un reato si realizzi occorre la presenza contestuale di due elementi fondamentali: l’elemento oggettivo rappresentato dalla realizzazione della condotta descritta nella fattispecie stessa e l’elemento soggettivo costituito da coscienza e volontà personale dell’autore a commettere proprio quel reato (l’elemento soggettivo può assumere varie forme come il dolo e la colpa). Nelle ultime ore si è scritto e detto che la condotta di Marco Cappato è potenzialmente idonea ad integrare un fatto di “istigazione al suicidio” (art. 580 c.p.), determinando una certa confusione sia in relazione alla ricostruzione stessa dei fatti sia in relazione alle potenziali conseguenze penali per Cappato. 

L’inquadramento della vicenda fluttua come sempre fra due ipotesi di reato principali, ovvero quella di omicidio del consenziente (art. 579 cp) e quella appunto di istigazione o aiuto al suicidio. 
La fattispecie di istigazione o aiuto al suicidio si distingue dal reato di omicidio del consenziente nel quale vengono fatte rientrare varie ipotesi di eutanasia, soprattutto in relazione alle modalità attraverso cui si realizza l’evento morte. Nel reato di istigazione o aiuto al suicidio è la stessa vittima a provocare la morte e non un terzo. Questo e’ proprio quello che e’ avvenuto nel caso di Dj Fabo, il quale pur essendo stato inevitabilmente assistito nel percorso e nelle procedure ha autonomamente cagionato la sua morte attraverso l’attivazone del farmaco letale. 

In realtà prima di ragionare sulla punibilità della condotta di Cappato si dovrebbe piuttosto ragionare sulla liceità stessa del suicidio che ad oggi la maggior parte degli ordinamenti privi di strascichi confessionali considerano un libero atto di autodeterminazione e dunque un atto lecito. 
In virtu’ di questa lettura, risulterebbe dunque anomalo punire qualcuno per aver contribuito a realizzare un fatto lecito. Il nostro codice, si pone in una posizione ibrida, non prevedendo la punibilità in caso di tentato suicidio, ma prevedendola in un atipico concorso di persone: nel caso appunto dell’istigazione o aiuto al suicidio. 

Nonostante la non condivisibile scelta di politica criminale di considerare in uno stesso articolo due fattispecie dal disvalore assolutamente dissimile (istigazione e aiuto) occorre chiarire che tale diversità di disvalore può essere gestita attraverso l’ampia discrezionalità sanzionatoria lasciata dal legislatore al giudice, che può applicare una pena compresa fra i 5 e i 12 anni di reclusione.

L’istigazione avviene su un piano prevalentemente psicologico e morale, mentre l’attività di aiuto afferisce ad un piano materiale. Appare lapalissiano che Marco Cappato non abbia determinato Dj Fabo al suicidio nè ne abbia rafforzato il proposito, e che dunque la fattispecie astrattamente riconducibile alla sua condotta non sia quella di istigazione al suicidio bensì quella prevista dalla seconda parte dell’articolo 580 c.p., ovvero l’agevolazione materiale dell’evento morte, avvenuta attraverso l’accompagnamento fisico di Dj Fabo in Svizzera.

Sicuramente in un’ottica strettamente penalistica e dunque prescindendo da speculazioni di teoria del diritto il materiale accompagnamento in macchina di Dj Fabo da Milano alla clinica di Zurigo, finalizzato al compimento della sua morte integra gli estremi previsti dalla condotta di aiuto al suicidio punito dall’art. 580 c.p. Tralasciando le questioni di competenza territoriale che andranno valutate, nonostante in Italia viga il principio processuale dell’obbligatorietà dell’azione penale, occorrerà vedere come la procura competente si comporterà in questo caso.

Infatti l’eterogeneità delle decisioni in tema di eutanasia e dunque la totale assenza di un indirizzo giurisprudenziale unitario non consentono precise previsioni. Il fatto certo è che, a prescindere dalle qualificazioni giuridiche, agli sviluppi processuali e alla eventuale pena concretamente inflitta, ad oggi il nostro ordinamento giuridico punisce chiunque aiuti un malato terminale a porre fine alle sue sofferenze. In questo senso lo Stato non solo non facilita un percorso così doloroso e complesso, ma lo scoraggia e lo condanna attraverso lo strumento piu’ autoritario a sua disposizione: la sanzione penale. 

L’epopea hollywoodiana di Vincenzo controfigura di Charlot

corriere.it
di Nicola Catenaro

Era partito per gli Usa a 21 anni dalla piccola frazione di Rosciolo a Magliano
dei Marsi, in Abruzzo. L’incontro con Chaplin per caso. Morì 6 mesi dopo di lui



A Roma, negli anni Sessanta, potevi veramente credere di incontrare il mitico Charlie Chaplin in un bar del quartiere Appio Claudio, mentre sorseggiava un caffè, o negli studi di Cinecittà, mentre curava le luci per un film. La camminata insolita e i tratti del viso, anche in età avanzata, lo facevano somigliare in modo impressionante al celebre personaggio con la bombetta e il bastone di cui per anni è stato la controfigura. Vincenzo Pelliccione, in arte Eugene De Verdi, è stato più di un sosia di Charlie Chaplin. «Mentre lui provava le parti di tutti gli attori — raccontava Pelliccione alla Domenica del Corriere nel gennaio 1978 —, io dovevo star fermo, immobile, come l’omino Charlot. Servivo da termine di paragone».
La gente lo fermava per strada
Ad assumerlo era stato lo stesso Chaplin. Lo aveva incontrato per caso in un ristorante di Hollywood ed era stato folgorato dalla straordinaria somiglianza. Era perfetto anche perché si era allenato a imitarlo per anni. E così Pelliccione-De Verdi sostituisce Chaplin nelle prove de «Il Circo», «Il Dittatore», «Luci della città» e «Tempi moderni» e, dal vivo, durante i tour in Florida o in California. «Io, povero abruzzese emigrato in cerca di fortuna, diventavo Chaplin. La gente mi fermava per strada, mi applaudiva quando facevo il numero con la bombetta e i pantaloni a fisarmonica».

E anche a teatro «riuscivo a imitarlo in modo ineccepibile, nessuno sarebbe stato in grado di distinguere la copia dall’originale», raccontava a Gente nel ‘77. Un giorno, a Los Angeles, gli chiesero di andare alla fermata del tram vestito da Charlot. Una trovata pubblicitaria che generò il caos. «Macchine ferme e persone che applaudivano il grande attore che credevano io fossi, crearono un ingorgo spaventoso... ebbi un colpo di genio e incominciai a dirigere il traffico... il pubblico mi acclamava, finché ebbi paura di tanto fanatismo e mi rifugiai nel teatro. Qui l’impresario mi guardò stupito: “Che hai fatto? Credevi di essere Charlot?”».
Due dollari al giorno
Vincenzo vive a lungo all’ombra del grande attore. Lontani i tempi in cui cercava di sbarcare il lunario a Hollywood, dove si era trasferito nel 1929, «vendendo quadri e collaborando in teatro con Mae West e al cinema con Buster Keaton». All’inizio un percorso in salita. «Guadagnavo due dollari al giorno: uno lo spendevo per mangiare, l’altro per le lezioni di inglese». La vita da controfigura dura dieci anni. Improvvisamente, però, Chaplin decide di fare a meno di lui.

«Non mi volle più sul set, ma Sid Grauman (l’impresario del «Chinese Theatre», quello che sorge lungo la famosa Walk of Fame, a Hollywood, ndr) continuò a scritturarmi. Soffrii il distacco che sfiorava il disprezzo di Charlot». Pelliccione allora si reinventa tecnico delle luci e mago degli effetti speciali per tanti memorabili film: «Ventimila leghe sotto i mari», «Ben Hur», «Cleopatra». E, tornato in Italia, continua a lavorare a Cinecittà. Il 20 giugno del ‘78, a 84 anni, muore in una casa di cura a Roma. Sei mesi prima, la notte di Natale, era scomparso Chaplin.
Nostalgia del paesello
Oggi la vita di quel giovane partito per gli Usa a 21 anni dalla piccola frazione di Rosciolo, a Magliano dei Marsi, nell’Aquilano, viene raccontata in un libro di Generoso D’Agnese, Geremia Mancini e Dom Serafini dal titolo «Abruzzo Stars & Stripes», in uscita per la casa editrice Ricerche&Redazioni. In preparazione anche un docufilm, ideato da Mimmo Mancini e scritto con Pietro Albino Di Pasquale. E il sindaco di Magliano dei Marsi, Mariangela Amiconi, pensa «a come rendere omaggio a questo cittadino illustre».

«Tornava spesso, non riusciva a dimenticare il suo paesello», dice la nipote, Beatrice Marini. Un altro nipote, lo scultore Enzo Carnebianca, da Miami lo ricorda come «inventore instancabile di luci e macchine per effetti speciali». «Girava con un cocker nero ammaestrato che gli portava il giornale quando faceva colazione al bar, del suo passato come controfigura di Chaplin non amava parlare». Fuori da Cinecittà, qualche dispiacere. «Era contrariato che non fosse stato gratificato per l’invenzione delle colonnine salvavita che ancora oggi vengono utilizzate nella nostra rete autostradale».

Modena, il giudice: "Via il crocefisso dalle aule scolastiche nei giorni delle elezioni"

repubblica.it
di VALERIO VARESI

La decisione del tribunale dopo il caso di una scrutatrice che nel 2008 chiese la rimozione perché atea, scatenando uno scambio di querele con un rappresentante della Lega Nord

Modena, il giudice: "Via il crocefisso dalle aule scolastiche nei giorni delle elezioni"

MODENA - Giovannino Guareschi aveva torto quando profetizzò che "nel segreto dell'urna Dio ti vede e Stalin no". Stando a una sentenza del giudice Paolo Siracusano del Tribunale di Modena, il crocefisso non deve essere presente nelle aule scolastiche quando in esse si svolgono le elezioni. Al contrario, durante le lezioni, la presenza del Cristo in croce "rientra nel margine di discrezionalità di ciascun Stato nell'amministrare il servizio scolastico ed educativo purché non sia accompagnato da insegnamenti obbligatori del cristianesimo o da forme di intolleranza verso alunni appartenenti ad altre religioni".

Il caso della scrutatrice che chiede la rimozione. Insomma, in presenza delle urne Cristo scende dalla croce e se la porta via come nel cammino verso il Calvario. Un trasloco breve perché "la discrezionalità del singolo Stato", come ha stabilito il giudice citando una sentenza della "Grande Chambre Cedu" del marzo 2011, consente il suo ritorno a elezioni avvenute. Il fatto che ha scatenato la disputa, come riporta la "Gazzetta di Modena", risale al 13 aprile 2008 (ma la sentenza è recente) quando nel seggio numero 3 di Sassuolo un esponente di lista della Lega Nord, imputa a una scrutatrice di aver insistito nei confronti del presidente del seggio stesso, nella fattispecie il figlio, affinché quest'ultimo rimuovesse il crocefisso in quanto, come riferì ai carabinieri di Carpi il leghista, atea.

E partono le querele. Il fatto e la relativa denuncia finirono sul quotidiano modenese e suscitarono scalpore al punto da provocare querele per diffamazione da parte della scrutatrice e del presidente di seggio. La prima in quanto avrebbe subito un discredito considerando che la rimozione del crocefisso sarebbe stata una scelta offensiva a carico di diffuse sensibilità religiose. Il secondo per lo stesso motivo con l'aggravante di apparire come un burattino nelle mani della madre. In seguito alle indagini dei carabinieri, è stato appurato che l'episodio denunciato dall'esponente del Carroccio era falso. Nessun crocefisso fu mai tolto dalla parete dell'aula per il semplice fatto che un crocefisso in quel luogo non era presente nemmeno prima.

Le motivazioni del giudice. L'argomentazione del giudice Siracusano richiama al dettame della Costituzione che garantisce la laicità dello Stato. In nome di essa, anche l'immagine di un crocefisso, ancorché simbolica, può in qualche modo perturbare le decisioni degli elettori. "L'imparzialità della funzione di pubblico ufficiale è strettamente correlata alla neutralità dei luoghi deputati alla formazione del processo decisionale nelle competizioni elettorali che non sopporta esclusivismi e condizionamenti  sia pure indirettamente indotti dal carattere evocativo, cioè rappresentativo del contenuto di fede, che ogni immagine religiosa simboleggia", ha scritto nella sentenza.

Laicità dello Stato. Il giudice, dunque, rigetta l'idea che togliere il crocefisso nei giorni delle elezioni, sia configurabile come un atto censurabile. Esso, infatti, è in linea coi dettami della Costituzione. Conseguentemente l'accusa del leghista, ancorché falsa, non può essere offensiva né arbitraria dal momento che la rimozione è legittima e in linea con l'ordinamento. Per le stesse ragioni risulta infondata anche la denuncia nei confronti dello stesso leghista perché compiere un atto legittimo e conseguente all'ordinamento che prescrive la laicità dello Stato, non può essere considerato come qualcosa che può mettere in cattiva luce né offensivo di alcunché. Alla fine, la disputa legale si conclude con un nulla di fatto e un sostanziale pareggio.

Quel che resta, al contrario, sono le valutazioni del giudice Siracusano che sanciscono un doppio binario in materia di immagini religiose a seconda dell'uso che si fa di un'aula scolastica.

Vittima dell'uranio impoverito lasciato solo dalle istituzioni militari

repubblica.it
di Roberta Salzano



SANT'EGIDIO DEL MONTELABINO - Viene a contatto con l’uranio impoverito dopo due missioni in Afghanistan; da tredici anni il ministero della Difesa gli nega l’assistenza. È la storia di Antonio Attianese, ex ranger del quarto reggimento alpini paracadutisti. Dal 2004 il 38enne di Sant’Egidio del Monte Albino, sposato con due figli, si è sottoposto a più di 35 operazioni e circa 100 ricoveri. Al rientro dalla missione Enduring Freedom avverte i primi sintomi della malattia: tracce di sangue nelle urine. Spunta la presenza di un tumore alla vescica, dovuto alla «esposizione a un inquinamento ambientale contenente polveri di acciaio e tungsteno», il metallo pesante presente nelle munizioni. Come riportato nella relazione della dottoressa Gatti, esperta in nanoparticelle dell’ospedale di Modena.

Dopo il primo intervento le condizioni di salute peggiorano, i sanitari gli asportano la vescica e un rene, costringendolo a utilizzare una sacca per contenere le urine. Affronta le spese sanitarie da solo, ignaro dell’esistenza della circolare 65/84 dello stato maggiore dell’Esercito, che prevede il «monitoraggio del personale delle forze armate affetto da grave patologia, l’assistenza in campo sanitario, amministrativo, spirituale, psicologico, morale e materiale a favore dei militari e dei loro familiari».

Antonio ne viene a conoscenza alla fine del 2005 e chiede all’amministrazione del proprio reparto l’applicazione. L’ufficio risponde picche e il giovane viene chiamato a rapporto da tre superiori. Col timore che le sue richieste e il collegamento tra il carcinoma, l’uranio impoverito e le missioni, avrebbe potuto screditare l’immagine del reparto, viene invitato con fare intimidatorio a rinunciare a ogni iniziativa. Poi, dopo battaglie legali e pareri negativi, ottiene la causa di servizio al tribunale militare di Roma, in stand-by da 10 anni. 

Stragi naziste, ecco chi sono gli otto ergastolani liberi in Germania

ilmattino.it



Si assottiglia sempre di più, per ragioni anagrafiche, il numero degli ex criminali di guerra nazisti condannati all'ergastolo in Italia che non scontano la pena e vivono liberi in Germania: negli anni scorsi erano alcune decine di persone, ora sono solo otto, tutte ormai ultranovantenni. L'elenco è stato fornito dal procuratore generale militare della Repubblica presso la Corte militare di Appello, Antonio Sabino, nel corso della recente inaugurazione dell'anno giudiziario militare. Gli otto ex criminali di guerra sono stati condannati per alcune delle più gravi stragi compiute in Italia - da Marzabotto a Sant'Anna di Stazzema - ma, a seconda dei casi, l'estradizione ove richiesta non è stata concessa, nè è stata ritenuta ammissibile l'esecuzione della pena in Germania.

Tre sono i condannati per alcune delle stragi compiute nella primavera del '44 sull'Appennino tosco-Emiliano: gli allora sergenti Wilhelm Karl Stark, 96 anni, e Alfred Luhmann (92) e il capitano Helmut Odenwald (97), tutti inquadrati nella Divisione Corazzata 'Hermann Goering' della Wehrmacht responsabile degli eccidi commessi in diversi comuni. In particolare, i tre sono stati condannati all'ergastolo per l'eccidio compiuto a Monchio e in altre località del modenese, dove furono trucidate circa 150 persone, e per la strage di Vallucciole (Arezzo): oltre 100 gli uomini, donne e bambini uccisi per rappresaglia.

Odenwald deve rispondere anche della strage di Monte Morello in cui persero la vita sette cittadini di Sesto Fiorentino, rastrellati dai nazisti in una chiesa vicina, durante una messa, e poi fucilati. Per i tre ergastolani è stata inoltrata la richiesta di esecuzione della pena in Germania, ma non risulta pervenuta risposta. L'ex sergente delle Ss Wilhelm Kusterer, oggi 95enne, è stato condannato definitivamente all'ergastolo per le stragi di San Terenzo e Vinca (350 vittime civili, nel territorio di Massa Carrara) e per l'eccidio di Marzabotto: furono 770 le vittime del massacro sull'appennino bolognese compiuto tra il settembre e l'ottobre del '44, durante la 'ritirata del terrorè dalla famigerata 16/a Divisione SS 'Reichsfuhrer'.

Nei confronti di Kusterer - l'anno scorso al centro di uno scandalo perchè insignito di un'onorificenza in Germania per il suo «impegno sociale», poi ritirata dopo alcuni mesi - era stato emesso il mandato di cattura europeo, ma la procura generale di Karlsruhe aveva rifiutato l'estradizione. È stata quindi inoltrata richiesta di esecuzione della pena in Germania, che l'autorità giudiziaria tedesca ha respinto. Gerhard Sommer, 96 anni, è l'unico responsabile ancora in vita della Strage di Sant'Anna di Stazzema (Lucca), dove il 12 agosto del 1944 furono ammazzate 564 persone. Anche in questo caso c'è una richiesta di esecuzione della pena in Germania.

Non risulta ancora una risposta ufficiale, ma l'esito appare scontato, tanto più che nel 2015 la procura di Amburgo ha archiviato il procedimento aperto nei suoi confronti ritenendolo non in grado di affrontare il processo. Negata l'esecuzione della pena in Germania anche per l'ex sergente Robert Johann Riss, 96 anni, condannato all'ergastolo per la strage del Padule di Fucecchio (Pistoia), dove nell'agosto '44 vennero trucidati 184 civili, in gran parte anziani, donne e bambini. Stesso esito per Hermann Langer, 98 anni, responsabile delle circa 60 vittime civili trucidate nel settembre '44 alla Certosa di Farneta (Lucca).

Infine, la strage di Cefalonia. L'ex militare tedesco Alfred Stork, oggi 97enne, è stato condannato all'ergastolo per aver partecipato sull'isola greca alla fucilazione di «almeno 117 ufficiali italiani», nel settembre 1943. L'imputato, che si è sempre disinteressato del processo, ha rinunciato all'appello e la sentenza è diventata definitiva nell'ottobre 2014. È stato quindi emesso il mandato di arresto europeo ed è ancora in corso una corrispondenza con la Germania per la sua esecuzione, ma niente fa pensare che l'esito possa essere diverso rispetto a quello delle altre vicende. (ANSA).

Vietati i poveri

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mattia feltri

È proprio vero che c’è sempre un ultimo più ultimo di noi sul quale accanirsi. Il sindaco Virginia Raggi ha deciso di punire i rovistatori, cioè quelli che mettono le mani nei cassonetti per tirarne fuori roba da riutilizzare o rivendere. E chi ce le mette? I rom, gli immigrati, i senza tetto, cioè gli ultimi fra gli ultimi. Roma è una città così, piena di spazzatura e piena di accattoni che con la spazzatura ci campano. E l’aspetto più bizzarro è che molti romani detestano i rovistatori, e nonostante rovistino nei cassonetti che i romani usano come discariche. 

In uno splendido video di qualche mese fa, la nostra Flavia Amabile aveva girato per i quartieri con Aldemar, un italiano di 37 anni con trascorsi in carcere che si mantiene rivendendo nei mercatini abusivi giubbotti, borse, pentole, felpe, poltrone, scale, scarpe, persino cassette vhs e lenti per occhiali, tutto un mondo gettato alla rinfusa. Un pezzo lo vende a cinque euro, l’altro a dieci. Presto non potrà più.

Oggi si sanziona soltanto chi rovista e intanto sporca per terra, ma Raggi vuole sanzionare anche chi rovista e basta. Fuori le mani dai cassonetti. La norma nel regolamento comunale ancora non c’è, «un’assenza estremamente deprecabile», ha detto Raggi. Va bene, forse è una politica anche guerreggiare con i disperati, che rovistano e vendono, e con altri disperati, che comprano perché non hanno soldi per comprare nei negozi. Però è curioso, per un Movimento che giustamente incoraggia il riciclo, prendersela con gli unici che riciclano davvero.

Rivelazioni

lastampa.it
jena@lastampa.it

Finalmente svelato il segreto di Pulcinella: la Cia ci spia.

Wikileaks svela il presunto arsenale digitale della Cia

lastampa.it
carola frediani

L’organizzazione di Julian Assange ha pubblicato oltre 8mila presunti documenti sulle cyberarmi dell’agenzia di intelligence. Che mostrerebbero le capacità cyber degli 007 americani



Oggi Wikileaks ha rilasciato online migliaia di presunti documenti della Cia. L’organizzazione guidata da Julian Assange ha chiamato questa nuova pubblicazione di documenti confidenziali Vault 7, aggiungendo che si tratterebbe solo della prima uscita di una serie. Nello specifico, i file diffusi oggi - con un archivio distribuito via torrent, denominato Year Zero - includono 8761 documenti.
Mentre scriviamo questi documenti - anche per il poco tempo a disposizione e per la loro quantità - non sono ancora stati verificati, né sono arrivate conferme o smentite dal governo Usa. Secondo Wikileaks, proverrebbero da una rete separata, altamente sicura, situata nel Centro per la Cyber Intelligence della CIA con sede a Langley, Virginia. E la fonte sarebbe qualcuno che lavora o ha lavorato per il governo americano, e che avrebbe passato porzioni di vasti archivi della Cia a Wikileaks.

L’arsenale digitale della Cia
Cosa contiene questa presunta fuga di dati sulla più nota agenzia di intelligence? Secondo Wikileaks - e anche a vedere i numerosi documenti tecnici diffusi - la Cia avrebbe addirittura perso il controllo sulla “maggioranza del suo arsenale di attacchi informatici”: malware, trojan, virus, vulnerabilità ancora sconosciute se non agli attaccanti (i cosiddetti zero-days) e strumenti di questo tenore. Non stiamo parlando solo della documentazione ma dei software veri e propri, “centinaia di milioni di linee di codice”, scrive Wikileaks. Che però non ha diffuso le armi digitali vere e proprie, ma solo i documenti collegati.

Obiettivo dichiarato del gruppo di Assange è mostrare come la nota agenzia di intelligence americana abbia da tempo investito pesantemente sul terreno cyber, in una sorta di rivalità con la Nsa, l’Agenzia di sicurezza nazionale deputata per missione a questo genere di attività. “Alla fine del 2016, la divisione di attacchi informatici della CIA (...) - scrive Wikileaks - produceva più di un migliaio di sistemi di hacking, trojan, virus e altri malware “armati” (...) La Cia ha creato, in pratica, la sua “propria Nsa” con meno obblighi di trasparenza e senza dover giustificare pubblicamente la necessità di duplicare le capacità della agenzia rivale, spendendo grandi quantità di denaro”.

Quali specifiche capacità sul fronte digitale emergerebbero dai documenti sulla Cia? In realtà nulla che non ci si aspetterebbe o che agenzie come la Nsa già non facciano. L’agenzia avrebbe ad esempio accumulato codici di attacco (exploit) per i telefonini di Apple, per sistemi Android, per Windows, con una particolare attenzione per iOS, il sistema operativo mobile di Cupertino. La Cia svilupperebbe questi strumenti in un gruppo apposito, l’Engineering Development Group, a sua volta parte del Center for Cyber Intelligence della Cia (da cui, come abbiamo detto, proverrebbe il leak).

Tuttavia gran parte di questi attacchi informatici sono anche comprati sul mercato. E secondo i documenti diffusi in Vault 7, non mancherebbe una condivisione di questi strumenti fra agenzie. Alcuni di questi exploit - ad esempio uno denominato Earth/Eve - sarebbero stati comprati dalla Nsa e condivisi con la Cia, ma anche con la GCHQ, l’equivalente britannico dell’Agenzia di sicurezza nazionale americana.

“Queste tecniche - scrive a un certo punto Wikileaks - permettono alla Cia di aggirare la cifratura di WhatsApp, Signal, Telegram, Wiebo, Confide e Cloackman hackerando gli smartphone e raccogliendo audio e messaggi prima che sia applicata la cifratura”. Attenzione però: questa frase non vuol dire che la Cia violi la cifratura di app come Signal o WhatsApp, ma solo che, se ti hackera in precedenza lo smartphone in qualche modo con un exploit, ovviamente potrà accedere a tutto quanto si fa sul telefono.

La Cia avrebbe anche un gruppo apposito, di nome UMBRAGE, incaricato di mantenere un archivio di tecniche di attacco di altri gruppi e Stati, da analizzare o riutilizzare in parte. E, sostiene Wikileaks, con lo scopo di usare le loro “impronte digitali” nelle proprie operazioni per confondere le acque e rendere più difficile l’attribuzione di attacchi.

Attacchi alle smart Tv?
Tra i documenti citati dall’organizzazione di Assange, anche un presunto programma (nome in codice Weeping Angel) sviluppato dalla Cia insieme ai servizi britannici MI5 per infettare alcune smart tv in modo da poter carpire di nascosto conversazioni dal loro microfono. O il fatto che il consolato americano di Francoforte sarebbe una base nascosta per gli hacker della Cia, da cui poi si muoverebbero in Europa.

Se i documenti verranno confermati - va detto che Wikileaks tradizionalmente ha pubblicato sempre documenti autentici, per quanto controversa fosse la loro diffusione - si tratta sicuramente di un duro colpo per la Cia, specie qualora si aggiungano ulteriori rilasci. Un colpo che arriva pochi mesi dopo che erano state diffuse online alcune armi digitali della Nsa da parte di un misterioso gruppo di hacker, The Shadow Brokers. Anche in quel caso però si era parlato della possibilità di un insider.

Un messaggio nel collare del fratello, svela la doppia vita del gatto morto troppo presto

lastampa.it
noemi penna



A una coppia dal Regno Unito si è spezzato il cuore quando è venuto a mancare, improvvisamente, il loro gatto. Ma non sapevano di essere uniti nel dolore ad un'altra persona che non avevano mai visto prima.

Bear e il fratello Teddy erano sempre insieme: due mici tigrati che condividevano ogni avventura, inclusa l'amicizia con un umano estraneo alla loro famiglia, a cui facevano segretamente visita ogni giorno durante le loro ore di libertà. Tutto questo sino a due settimane fa. 
Bear è morto, lasciando un vuoto incredibile in casa. Ma nonostante tutto è riuscito anche a regalare un sorriso e a lasciare un bellissimo ricordo sulla Terra. Questo perché solo il 2 marzo i suoi proprietari hanno scoperto dell'amicizia segreta. Come? Con un tenero messaggio lasciato nel collare di Teddy.



L'altro micio non ha smesso di girovagare. Ma l'umano a cui facevano visita si è molto stupito che ormai Teddy si presentava alla sua finestra da solo. Così, preoccupato, ha scritto una tenera nota per la sua famiglia umana, chiedendo notizie di Bear.

«Caro proprietario, sono un tuo vicino di casa, vivono nell'appartamento 4. Sono anch'io amico dei tuoi gatti: loro mi fanno visita tutti i giorni ma uno di loro, quello più grande, non si fa vedere da due settimane. Spero che lui stia bene: sono così preoccupato... E' un gattino bello e amorevole che mi ha toccato il cuore», ha scritto.



YT è uno studente universitario in Erasmus dalla Cina. Ma fino a quel momento non aveva mai avuto a che fare con i proprietari di Bear e Teddy che, in risposta, gli hanno «inviato una lettera per dirgli che purtroppo Bear era morto, includendo al fondo il nostro indirizzo e-mail». E lui non ha perso tempo: l'indomani ha spedito una lunghissima mail alla coppia, raccontando come passava il tempo con i due mici e raccontandogli le tante cose che Bear combinava a casa sua.

Il gattino ha riempito il cuore di quel ragazzo. E con i suoi racconti il giovane è riuscito in qualche modo a consolare la coppia, lasciando un bellissimo ricordo. Lo studente aveva scattato anche delle foto ai due mici che ha condiviso con i proprietari e non ha fatto mancare dei fiori sulla tomba di Bear, sepolto in giardino. «Siamo orgogliosi del fatto che il nostro piccolo sia stato in grado d'illuminare non solo la nostra vita ma anche quella di altri».

Quei Matti Giusti tra le Nazioni che salvarono gli ebrei

lastampa.it
adam smulevich*

La storia di una famiglia che aprì le porte di casa agli Smulevich, risparmiando loro la deportazione. L'amicizia tra don Renato e Sigismondo, l'ebreo osservante venuto dall'Est


La famiglia Matti al gran completo negli Anni Sessanta.

«Fin quando le circostanze lo renderanno necessario, sarete sotto la nostra protezione». Non ci pensarono più di un istante, giusto il tempo di guardarsi in faccia e capire da un rapido cenno del capo che sì, quella era l'unica opzione possibile dettata dalla coscienza. La porta fu spalancata, per poi richiudersi qualche secondo dopo alle spalle di quegli sconosciuti. 

Autunno 1943. Non proprio un periodo semplice per esprimere solidarietà nei confronti degli ebrei perseguitati nell'Italia nazifascista. A Firenzuola, ultima propaggine appenninica di Toscana prima dell'Emilia Romagna, quell'invito ebbe un significato ancora più forte. La Linea Gotica distava infatti una manciata di chilometri, e quindi soldati tedeschi e una vasta gamma di minacce (compresa la delazione) erano disseminati un po' ovunque. Forse il posto più pericoloso d'Italia in cui trovarsi se si era dalla parte sbagliata. Ma davanti a quella famiglia braccata, arrivata da Prato su indicazione di un conoscente, i Matti non seppero dire di no. «Entrate, presto». 

Fu Renato, uno dei ragazzi di casa Matti, a gestire in prima persona l'assistenza ai perseguitati. Giovane seminarista avviato alla vita ecclesiastica, sarebbe diventato un parroco di campagna molto amato. Un uomo pieno di buona volontà e spirito d'iniziativa, ricordato ancora con affetto dai suoi concittadini. In lui, nei suoi fratelli (in particolare Carlo, futuro medico condotto), nei genitori Armando e Clementina, tutti antifascisti della prima ora, quegli sventurati trovarono un sostegno fondamentale. Costretti ogni giorno ad aguzzare l'ingegno per sfuggire alle insidie, in costante pericolo ma protetti da una rete di soccorso ben strutturata, Sigismondo Smulevich e sua moglie Dora, i figli Alessandro ed Ester, il cugino Leo, ritrovarono la fiducia nell'uomo. E, nel settembre dell'anno successivo, anche la libertà. 

Con la recente scomparsa dell'ultima testimone diretta di quei fatti, la mia prozia Ester, ci siamo sentiti un po' spiazzati nel ripercorrere ed elaborare queste vicende. Perché se è vero che la profonda gratitudine verso i Matti è patrimonio acquisito dalle vecchie come delle nuove generazioni di Smulevich, è almeno altrettanto vero che l'assenza di un riconoscimento formale per quelle azioni pesa oggi come un macigno.

I Matti hanno tutte le caratteristiche tipiche dei "Giusti", cui è stata dedicata alcuni giorni fa una nuova edizione della Giornata europea promossa da Gariwo. Hanno agito a rischio della propria vita, senza pretendere nulla in cambio. Si sono prodigati con impegno continuo, rinunciando a un pezzo della loro autonomia e della loro serenità. Un coraggio disinteressato, puro, genuino. Per questo, al più presto apriremo un fascicolo allo Yad Vashem di Gerusalemme affinché i loro nomi siano scritti per sempre sul muro del Memoriale del bene.

Prima ancora che la pratica entri nelle sue fasi decisive abbiamo però deciso di darci appuntamento a Firenzuola. Smulevich e Matti, le nuove generazioni per la prima volta insieme. Insieme per rendere omaggio a una famiglia di eroi silenziosi, che mai hanno ostentato i loro meriti. Insieme per ripercorrere le strade e quegli intricati sentieri di salvezza. Insieme infine davanti alla casa della frazione di Le Ca' di sotto in cui, pensando che mancassero pochi istanti alla loro cattura, mio bisnonno Sigismondo impartì l'ultima drammatica benedizione ai suoi cari. 

Soltanto pochi attimi dopo, il bisnonno si sarebbe reso conto del suo errore. Alla porta non c'erano infatti soldati tedeschi, ma combattenti delle forze alleate che avevano appena sfondato la Linea Gotica. L'emozione, sia tra i liberatori che tra i salvati, fu indescrivibile. Ricorderà spesso quei momenti insieme a don Matti, in una delle molteplici occasioni di incontro che seguiranno nel tempo. Renato, il prete di campagna. Sigismondo, l'ebreo osservante venuto dall'Est. «Lechaim», alla vita, brindavano entrambi con gli occhi lucidi. 

* Giornalista di «Pagine Ebraiche»

Una petizione su Change.org per promuovere l’utilizzo dei braccialetti elettronici per gli stalker

lastampa.it
andrea carugati



La voce rotta dal pianto di Rosa, una donna di 40 anni, irrompe dentro Montecitorio alla vigilia dell’8 marzo. ”Io gli volevo bene”, racconta la donna parlando dell’ex compagno, diventato il suo incubo, che un martedì di alcuni mesi fa si è presentato nel suo posto di lavoro con una pistola carica in mano. Dopo mesi di pedinamenti, telefonate a tutte le ore, minacce. “Ho visto che avvicinava la mano a una tasca e ho capito ‘sono senza scampo, è la fine’, mi sono detta”. Ma la pistola gli scivola di mano e cade, e lei fa in tempo a chiamare un agente al cellulare: “Se avessi dovuto chiamare il 113 e restare in attesa non mi sarei salvata”. 

Rosa (il nome è di fantasia) racconta la sua storia che è simile a quelle di tante altre donne: alcune come lei possono ancora raccontare. Altre, come la giovane romana Sara Di Pietrantonio, sono state uccise dai loro aguzzini: 1740 in dieci anni, ha raccontato la giornalista del Tirreno Ilaria Bonuccelli che ha lanciato una petizione su Change.org per promuovere l’utilizzo dei braccialetti elettronici per gli stalker. Si tratta di cavigliere collegate a due trasmittenti (una indossata dalla donna e un’altra dallo stalker), operative in Italia dal 2015.

Quando l’uomo che ha subito un’ordinanza restrittiva dal magistrato si avvicina alla donna, superando il limite indicato dal giudice, lo strumento suona e avverte direttamente anche la polizia. “Così la donna può vivere e spostarsi liberamente- spiega la deputata Pd Alessia Morani -. I braccialetti in uso in Italia ad oggi sono 20 ma c’è un solo caso di utilizzo. Mi appello alla magistratura perché ci spieghi i motivi per cui questo strumento non viene utilizzato, se c’è un difetto normativo da sanare il Parlamento è disponibile”.

Rosa continua il suo racconto, simile a tanti altri: le violenze, i pentimenti dell’uomo, i tanti perdoni. “Io gli volevo bene, lui era molto bravo a chiedere perdono”. Poi lei interrompe la relazione, lui diventa sempre più aggressivo: prova ad aggredirla con un coltello, poi la sperona con l’auto. Fino al tentato omicidio con la pistola. “In quell’occasione è stato arrestato, ma è rimasto dentro solo tre giorni, poi è andato ai domiciliari”. Ora, in attesa del processo, è a piede libero, con una ordinanza che gli impone di restare a 200 metri da Rosa. Ma per lui non c’è nessun braccialetto, nessuna forma di controllo diretto. 

Diverso il caso di una donna veneta, il cui ex marito era stato sottoposto al braccialetto anti-stalking. L’unico finora utilizzato in Italia. Ma quell’ordinanza è stata ritirata perché lo strumento è stato ritenuto “troppo invasivo”, racconta Matteo Lazzaro, legale della donna, che ricorda come la sua assistita si sia opposta invano alla revoca. “C’è una resistenza culturale rispetto all’utilizzo di queste tecnologie”, dice Morani. “E anche una sottovalutazione di quanto sia fondamentale bloccare questi stalker prima che l’escalation di violenza arrivi ad un tragico epilogo”. Morani racconta l’esempio spagnolo, dove sono stati utilizzati i braccialetti su oltre 750 uomini. “In nessuno di questi casi l’esito è stato un femminicidio”.

Le statistiche parlano di una donna uccisa ogni tre giorni nel nostro Paese: 116 nel 2016 secondo Telefono Rosa. Secondo l’Istat, ci sono 6 milioni e 788 mila donne che almeno una volta nella loro vita subito un qualche tipo di violenza. Dall’inizio dell’anno ci sono stati già cinque femminicidi e almeno 4 tentativi. “Firmare la nostra petizione- spiega Bonuccelli- significa dire ‘basta alle scarpette rosse’. I braccialetti elettronici non sono la soluzione ma un primo passo per garantire un po’ più di sicurezza a chi trova il coraggio di denunciare. La Turchia li usa, l’Italia no”. “Sono due mesi- conclude la giornalista- che chiediamo al Viminale dove sono questi 20 braccialetti elettronici, che tutti noi cittadini paghiamo perché c’è una

convenzione con Telecom che costa 10 milioni all’anno, considerando anche i braccialetti per la detenzione domiciliare. Non abbiamo ancora avuto una risposta”.