martedì 7 marzo 2017

Ragazzi di Salò anche in Sicilia

corriere.it
di PAOLO MIELI

Un saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri sulla Rsi. Alla repubblica fascista aderirono molti futuri attori: Walter Chiari, Raimondo Vianello, Giorgio Albertazzi

Questa cartolina di Giuseppe Bartoli, che celebra il patto fra Giappone, Germania e Italia, è stata ritoccata sotto la Repubblica sociale. Sulla sinistra si vede infatti che dalla bandiera italiana è stato cancellato lo stemma dei Savoia per sostituirlo con l’aquila della Rsi, fuori prospettiva rispetto al resto del disegno
Questa cartolina di Giuseppe Bartoli, che celebra il patto fra Giappone, Germania e Italia, è stata ritoccata sotto la Repubblica sociale. Sulla sinistra si vede infatti che dalla bandiera italiana è stato cancellato lo stemma dei Savoia per sostituirlo con l’aquila della Rsi, fuori prospettiva rispetto al resto del disegno

La repubblica fascista che Benito Mussolini guidò, per volontà di Adolf Hitler, negli ultimi venti mesi della Seconda guerra mondiale è stata ben analizzata in molti volumi tra i quali sono da menzionare la prima Storia della Repubblica di Salò di William Deakin (Einaudi), L’amministrazione tedesca nell’Italia occupata di Enzo Collotti (Lerici), La guerra civile, ultimo volume della biografia mussoliniana di Renzo De Felice (Einaudi), La storia della Repubblica di Mussolini di Aurelio Lepre (Mondadori), L’occupazione tedesca in Italia di Lutz Klinkhammer (Bollati Boringhieri ), La repubblica delle camicie nere di Luigi Ganapini (Garzanti),

Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza di Claudio Pavone (Bollati Boringhieri), L’ultimo fascismo di Roberto Chiarini (Marsilio). Oltre a quelli assai ben scritti di Indro Montanelli e Mario Cervi, Giampaolo Pansa, Giorgio Bocca, Silvio Bertoldi e, sul versante reducistico, Giorgio Pisanò. Eppure ci sono ancora infiniti aspetti che meritano di essere approfonditi, tante questioni apparentemente marginali su cui è utile entrare nel merito, come dimostra un documentatissimo libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri, L’Italia di Salò 1943-1945, che sta per essere pubblicato dal Mulino.

L’attore Osvaldo Valenti (1906-1945) con la divisa della Decima Mas durante il periodo della Rsi
L’attore Osvaldo Valenti (1906-1945) con la divisa della Decima Mas durante il periodo della Rsi

Roberto Chiarini ha scritto che la riduzione dell’ultimo fascismo alla semplice e unica categoria interpretativa della «barbarie consumata da un manipolo di sanguinari», prima ancora di essere una forzatura intellettuale, è stata a lungo un «artificio retorico» che doveva servire alla autoassoluzione in blocco degli italiani e all’occultamento delle responsabilità collettive per quel che accadde davvero ai tempi Salò. Ed è sottile l’analisi di Avagliano e Palmieri delle due memorie contrapposte in merito a quel che si verificò nel Nord Italia tra il

1943 e il 1945, là dove vengono identificati i limiti della storiografia che ha teso a negare ogni dignità a coloro i quali militarono dalla «parte sbagliata» (cosa che del resto durante la guerra civile avevano fatto gli stessi fascisti con i partigiani, chiamandoli «banditi, fuorilegge, animali»). Ciò che Luigi Ganapini ha definito il «disconoscimento totale e reciproco, non solo politico, dell’umanità dell’avversario». Per non parlare della memoria degli ex repubblichini fortemente condizionata — persino nei testi meno autoindulgenti come quelli di Giose Rimanelli e Carlo Mazzantini — dall’umiliazione della sconfitta.

La scelta di Salò, scrivono Avagliano e Palmieri, fu per molti giovani e perfino adolescenti «una sorta di rivolta generazionale contro il vecchio sistema, rappresentato dalla monarchia, dalle forze della borghesia che avevano voltato le spalle a Mussolini e dai quadri dirigenziali del regime», nella speranza, condivisa anche da diversi squadristi della prima ora, che la Repubblica recuperasse le parole d’ordine del fascismo delle origini e segnasse una «pagina nuova».

Ma attenzione: «L’immagine dei combattenti di Salò come avventurieri, idealisti o poveri illusi tutto sommato in buona fede, non è stata solo frutto di una distorsione dovuta alle propensioni giustificative della memoria a posteriori; è servita piuttosto a relegare un tema arduo e scomodo in una zona d’ombra dove non fosse più di tanto necessario e richiesto fare i conti con una pagina importante del proprio passato e della propria storia nazionale».

Un dato interessante è la grande quantità di futuri personaggi dello spettacolo (oltre a Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, che erano già molto famosi ed ebbero un ruolo attivo nella lotta ai partigiani) che tra il 1943 e il 1945 in un modo o nell’altro militarono dalla parte di Mussolini e dei tedeschi: Giorgio Albertazzi, Enrico Maria Salerno, Dario Fo, Mario Castellacci, Leonardo Valente, Ugo Tognazzi, Mario Carotenuto, Walter Chiari, Raimondo Vianello, Marco Ferreri, Fede Arnaud Pocek (più moltissimi altri che ebbero ruoli marginali). Tra le giustificazioni addotte — molti anni dopo la fine della guerra — è prevalsa la presa di distanza da questa giovanile adesione alla repubblica di Mussolini.

Disse Dario Fo: «Aderii alla Rsi per ragioni pratiche, cercare di imboscarmi, portare a casa la pelle». E Giorgio Albertazzi: «Non sono mai stato fascista; la mia scelta, sbagliata che fosse, nacque per orgoglio nazionale». Forse la spiegazione più articolata fu quella di Raimondo Vianello, che raccontò di aver deciso d’impulso di andare volontario nella Rsi «per ribellione verso il colonnello comandante che il 12 settembre del 1943, con un piede già sulla macchina carica di roba, mi chiamò per dirmi a bassa voce come fosse una confidenza: “Vianello, si salvi chi può!”». I giovani che «andarono a Salò», proseguì Vianello, «erano spinti dall’idea di non abbandonare la battaglia». Pur se consapevoli d’essere «destinati a perdere». Per cui, concluse l’attore, «condannare in toto questo capitolo storico non mi sembra giusto».

Il libro dedica pagine particolarmente interessanti al «primo fascismo clandestino» dei giorni successivi al 25 luglio del 1943; alla «resa dei conti» interna al fascismo; ai prigionieri degli Alleati «non cooperanti», in particolare quelli del campo texano di Hereford; ai «tormenti e ai cambi di fronte» nella Repubblica sociale; al confronto generazionale tra coloro che aderirono alla Rsi; ai loro ultimi scritti e «testamenti ideologici»; al difficile rapporto con i «camerati tedeschi»; al razzismo e all’odio contro gli Alleati; all’illusione finale di un «colpo di coda» mussoliniano. Ricco di particolari inediti è il capitolo dedicato al fascismo clandestino nell’Italia liberata.

Si trattò di una consistente «rete dietro le linee nemiche», che si appoggiò a movimenti spontanei ai quali presero parte soprattutto giovani che non accettavano il cambio di alleanze del governo Badoglio. Movimenti spontanei che hanno inizio in Sicilia, nel luglio del 1943, subito dopo lo sbarco e le prime vittorie dell’esercito alleato. Prima cioè della notte del Gran Consiglio in cui il Duce fu messo in minoranza o comunque a ridosso della caduta di Mussolini (25 luglio). La prima formazione censita è «Fedelissimi del Fascismo - Movimento per l’italianità della Sicilia» fondata a Trapani da Dino Grammatico (futuro deputato regionale del Msi) e Salvatore Bramante il 27 luglio, appena quattro giorni dopo l’ingresso in città delle truppe angloamericane.

Pochi mesi dopo il gruppo viene scoperto, arrestato e processato da una corte alleata: tra i giovanissimi portati alla sbarra, Maria D’Alì, figlia dell’ultimo vicefederale di Trapani che i giornali di Salò definiscono «la Giovanna d’Arco della Sicilia». Qualcuno li considera, più che dei nostalgici, come ragazzi che reagiscono contro il fenomeno non marginale dei loro concittadini (tra breve connazionali) che si mettono in fila per salire sul carro del vincitore. Non sopportavamo, racconterà Salvatore Claudio Ruta, leader del gruppo dei giovani fascisti di Messina, «che l’italiano fosse additato come il tipico voltagabbana, mandolinista e mangia spaghetti».

«Si è trovato un gruppo di fascisti in Sicilia — esulta il 20 dicembre 1943 nel suo diario Giuseppe Prezzolini — meritano un monumento! Un fascista che ha tenuto a dichiarare la sua fede è grande quanto un democratico che non cambiò bandiera sotto il fascismo». Tra i loro avvocati difensori, notano Avagliano e Palmieri, «spicca il nome di Bernardo Mattarella». Il processo, a Palermo, si concluderà con pene severissime e addirittura una condanna a morte: per Bramante, accusato di «sabotaggio» (ma il generale Alexander commuterà immediatamente la pena a vent’anni di carcere).

In concomitanza con questo processo nasce a Palermo il «gruppo Costarini» (dal nome di uno dei primi caduti della Rsi) — fondato da Angelo Nicosia, Lorenzo Purpari, Aristide Metler e Nicola Denaro — che pubblica il giornale ciclostilato «A noi!». Copie di «A noi!» vengono gettate, nel gennaio 1944, dal loggione del teatro Biondo nel corso di una proiezione del Grande dittatore, il film satirico su Hitler (e Mussolini) di Charlie Chaplin, che più volte e in più parti dell’Italia liberata verrà interrotto da questo genere di manifestazioni. A Cisternino, in provincia di Brindisi, quando in un cinegiornale vengono proiettate le immagini della liberazione di Mussolini sul Gran Sasso, un militare dice ad alta voce:

«Sì è un po’ sciupato ma è sempre lui! Battiamogli le mani». Molti spettatori si alzano, applaudono e intonano Giovinezza. A Milazzo vengono lanciati manifestini che promettono il ritorno in Sicilia di Mussolini con i tedeschi i quali «faranno vendetta»: «Ci sarà il Vespro Siciliano!», annunciano. A Ficarra fa proseliti l’ex segretario federale fascista Giuseppe Catalano. A Caltanissetta viene fondata la «Lega Italica» alla quale aderiranno Faustino La Ferla e Francesco Paolo Ayala (padre del magistrato Giuseppe). In sostanza la prima regione italiana ad essere liberata, la Sicilia, sarà anche quella in cui si verrà a creare la più forte, motivata e duratura, componente neofascista.

Sempre in Sicilia, nella fase finale della guerra si sviluppa una protesta contro la leva a cui aderiscono insieme elementi neofascisti, anarchici, cattolici, separatisti e comunisti. Strane alleanze destinate a ripresentarsi nella storia siciliana. Ci si batteva — con lo slogan «Non si parte» — per bloccare il reclutamento di soldati che dovevano andare a combattere contro la Rsi, negli ultimi, decisivi mesi del conflitto. Episodio simbolo della rivolta è quello del 4 gennaio 1945, a Ragusa, dove una giovane incinta di cinque mesi, Maria Occhipinti, si sdraia davanti a un camion che si accinge a trasportare nel continente alcuni reclutati. Un consistente gruppo di ragusani si unisce alla protesta.

L’esercito spara sulla folla, uccide un ragazzo e il sacrestano Giovanni Criscione. Nel dopoguerra, la Occhipinti sarà eletta deputata del Pci. A Comiso i neofascisti del «Non si parte» creano addirittura una «Repubblica indipendente» (per ottenere lo sgombero gli Alleati minacceranno un bombardamento aereo). A Vittoria occupano le caserme dei carabinieri e della guardia di finanza, così come avevano già fatto, guidati da Vittorio Dell’Agli, a Giarratana, dove erano state date alle fiamme le carte dell’ufficio di leva. A Modica il municipio viene dato alle fiamme.

Qualcosa si muoverà anche in Sardegna. Il 3 dicembre 1943 viene fermato al largo dell’arcipelago della Maddalena un motoscafo partito da Olbia e diretto a Orbetello. Alcuni carabinieri infiltrati nell’equipaggio arrestano su quel natante l’ex console generale della Milizia Giovanni Martini, che porta con sé il verbale della costituzione del Partito fascista repubblicano sardo, che si propone di staccare l’isola dalla madrepatria per sottometterla al regime di Salò. Nel marzo del 1944 ad Olbia vengono tratti in arresto i componenti del gruppo che fa capo ad Antonio Pigliaru, Gavino Pinna, Giuseppe Cardi Giua e al sottotenente Ugo Mattone, che riuscirà a fuggire.

Il Tribunale militare territoriale di guerra — pubblico ministero è Francesco Coco (il giudice che nel 1976 sarà ucciso a Genova dalle Brigate rosse) — li farà condannare tutti e la pena più alta, undici anni, sarà per il latitante Mattone. Che però cambierà nome, diventerà un apprezzato sceneggiatore e da quel momento in poi simpatizzerà per il Pci: da questo momento si chiamerà Ugo Pirro e il primo film al quale darà il proprio apporto sarà (nel 1951) Achtung! Banditi! di Carlo Lizzani dedicato all’epopea della lotta partigiana.

In Calabria e a Napoli sarà assai attivo il principe Valerio Pignatelli di Cerchiara, comandante degli arditi nella Grande guerra, rivoluzionario in Messico, capo di una formazione di russi bianchi impegnati a combattere i bolscevichi, presente nella guerra di Etiopia e in quella civile spagnola. Tra i suoi progetti, il rapimento a Sorrento di Benedetto Croce che avrebbe dovuto essere portato a Genova da un sommergibile tedesco, per essere poi trasferito a Milano dove sarebbe stato costretto a commemorare Giovanni Gentile ucciso dai partigiani. In seguito Croce avrebbe dovuto assumere la presidenza dell’Accademia d’Italia. Ma il 27 aprile del 1944 Pignatelli, dopo che sua moglie aveva attraversato le linee per parlare direttamente con Mussolini e il feldmaresciallo Kesserling, viene arrestato. Sarà Bartolo Gallitto a raccogliere la sua eredità operativa. Ma del progetto di sequestro del filosofo non si parlerà più.

A Roma, poco dopo la liberazione, il 10 giugno 1944 comincia a trasmettere Radio Tevere, che in realtà ha sede al Nord. Direttore è Mario Ferretti, futuro radiocronista sportivo, collaborano attivamente Gorni Kramer e il Quartetto Cetra. Sigla di apertura è l’Inno a Roma di Puccini, in chiusura la canzone Tornerai, con un’evidente allusione/invocazione a Mussolini. A fine 1944 nasce il giornale clandestino «Onore», al quale fa capo un gruppo di cui fanno parte anche commercianti, operai e persino contadini. Non sono moltissimi, ma è una rete clandestina assai insidiosa, che viene sgominata grazie ad un giovane tenente che riesce ad inserire un infiltrato: Carlo Alberto dalla Chiesa. Il quale sperimentò contro i neofascisti di «Onore» tecniche che avrebbe riproposto, alcuni decenni dopo, per sgominare terroristi rossi che si proclamavano eredi dei partigiani.
La nuova tappa di un itinerario nelle tragedie del Novecento
Esce in libreria il 16 marzo L’Italia di Salò di Mario Avagliano e Marco Palmieri (il Mulino, pagine 496, e 28). Si tratta di una nuova tappa del viaggio che i due autori hanno intrapreso nella storia italiana con diversi volumi: Gli internati militari italiani (Einaudi, 2009); Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia (Einaudi, 2011); Voci dal lager (Einaudi, 2012); Di pura razza italiana (Baldini & Castoldi, 2013), Vincere e vinceremo! (il Mulino, 2014). A Salò sono stati dedicati molti libri, come La repubblica delle camicie nere di Luigi Ganapini (Garzanti, 1999) e La storia della Repubblica di Mussolini di Aurelio Lepre (Mondadori, 1999). Tratta della Rsi l’ultimo volume, incompiuto, della biografia di Mussolini scritta da Renzo De Felice, La guerra civile (Einaudi, 1997), Se ne occupava anche Claudio Pavone nel suo libro sulla Resistenza Una guerra civile (Bollati Boringhieri, 1991).

6 marzo 2017 (modifica il 6 marzo 2017 | 22:46)

Arrivano le app anti telefonate disturbo

lastampa.it
sandra riccio



Ci molestano a tutte le ore del giorno e senza mai arrendersi. Il problema delle telefonate-disturbo sembrava risolto con l’abbandono delle linee di telefonia fissa e invece, adesso, si ripropone con campagne di marketing sui cellulari che sono ancora più aggressive. Le proposte che arrivano sono tra le più improbabili: si va da spericolati investimenti sulle piattaforme di trading fino all’acquisto di arredamento al telefono. Ci sono poi le tante chiamate dei tanti gestori di luce e gas o del mondo della telefonia, che si fanno periodicamente avanti con tariffe vantaggiose o con sconti per passaggi a nuove tariffazioni.

Il Garante per la privacy ha aperto il Registro gratuito pubblico delle opposizioni per chi non vuole essere contattato che, di fatto, però non include gli utenti dei cellulari (al registro ci si può iscrivere soltanto se la propria utenza, fissa o mobile, è pubblicata negli elenchi telefonici). In più non sempre le società di telemarketing aggiornano i loro database con i nomi di chi non vuole essere disturbato. 
Adesso un prezioso e forse risolutivo aiuto arriva dalle app, quei piccoli software che si installano sul cellulare. E’ il caso, per esempio, di Truecaller che permette di identificare in tempo reale chi ci sta chiamando. In pratica nel momento in cui squilla il telefono ci appare il nome della società che sta chiamando, anche se non è nella nostra rubrica. È anche possibile impostare una lista di numeri da bloccare.

Il servizio è costruito con l’aiuto degli utenti che segnalano i numeri fastidiosi e quindi contribuiscono a costruire una lista nera che in un colpo solo esclude i seccatori al telefono. Periodicamente il database viene aggiornato con l’elenco dei nuovi disturbatori identificati segnalati dalla comunità di utenti. Purtroppo identificare un numero anonimo non è tecnicamente possibile per le applicazioni ma chi fa telemarketing ha l’obbligo di rendere il numero visibile. Truecaller è nata nel 2009 a Stoccolma e sta diventando molto popolare soprattutto in Paesi come l’India dove ha già superato i 100milioni di utenti. 

Un’altra applicazione che offre questo tipo di aiuto è «Dovrei Rispondere?». È collegata a una lista nera di seccatori in continuo aggiornamento. Anche in questo caso sono gli utenti che segnalano se un numero è legato a un servizio commerciale o di telemarketing. Tra le varie funzionalità che offre questa app c’è poi la possibilità di bloccare le chiamate provenienti da numeri anonimi o nascosti. Inoltre c’è la possibilità di bloccare le chiamate da numeri che non sono nella nostra rubrica. Insomma intorno alle telefonate disturbo è nato tutta una serie di servizi per gestire meglio i numeri di telefono e le chiamate in arrivo. Qualcuno spazia anche negli sms. E’ il caso della app «Calls Blacklist» che oltre al blocco chiamate prevede anche il blocco dei messaggini indesiderati.

Qualcosa di buono

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mattia feltri

Una mattina di gennaio la bidella entra nelle cinque classi della terza media dell’istituto Sandro Pertini di Vercelli. Ha una circolare del ministero. Le professoresse, tutte e cinque, hanno la stessa reazione. Impallidiscono e poi leggono la circolare agli studenti: «A partire da oggi, con effetto immediato, gli alunni con entrambi o anche solo un genitore di origine non italiana seguiranno le lezioni in un’aula diversa rispetto a quella del resto della classe».

Gli albanesi e i marocchini, e poi i cubani, i bielorussi, i romeni, i nigeriani, i peruviani e i filippini si alzano, arresi e increduli. (Stessa scuola, ieri mattina. I ragazzini hanno piantato due alberi per la giornata europea dei Giusti. Li hanno dedicati a Faraaz Hussein e Janusz Korczak. Faraaz è un giovane musulmano che, in un locale di Dacca, decide di rimanere al fianco di due amiche vestite all’occidentale, e viene ucciso dai terroristi islamici. Janusz era un medico ebreo di un orfanotrofio di Varsavia che nel 1942 rifiutò di abbandonare i suoi bimbi, e morì con loro a Treblinka). 

La circolare è falsa, la cacciata degli stranieri è un test, duro ma vero. Recita la bidella, recitano le professoresse, i piccoli stranieri. Soltanto i loro compagni italiani non lo sanno. E si ribellano, si mettono davanti alla porta, protestano, piangono, vogliono parlare con la preside, scrivere al ministro: «Sono come noi». Avevano appena studiato le leggi razziali del 1938 e un verso identico nel Corano e nel Talmud: «Chi salva una vita, salva il mondo intero». 

Dilemmi

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jena



Preferireste essere figli del padre di Renzi, di quello della Boschi o figli di nessuno?

Donald Trump possiede più di 3600 domini internet

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enrico forzinetti

Sono perlopiù indirizzi legati alle sue attività da imprenditore e da politico. Ma molti sono stati acquistati per toglierli dalla disponibilità dei detrattori

Il primo risale al 20 gennaio 1997. Quel giorno l’attuale inquilino della Casa Bianca acquistò il suo primo dominio internet: DonaldjTrump.com. Una data importante visto che esattamente 20 anni dopo ha giurato come 45esimo presidente degli Stati Uniti. Nel frattempo il numero di siti da lui comprati ha raggiunto quota 3643.

È stata CNN Money ad arrivare a questa cifra in un suo articolo, aggiornando una ricerca realizzata da Business Insider un paio di anni fa. Tra i domini posseduti da Donald Trump c’è davvero di tutto. A partire da quelli che ci si può aspettare come TrumpEmpire.com o TrumpOrganization.com oppure MakeAmericaGreatAgain.vote, che rimanda al suo sito ufficiale. Ci sono poi indirizzi molto meno scontati.

Negli anni il magnate americano si è infatti premurato di mettere al sicuro nomi di domini potenzialmente utilizzabili contro di lui. Ed ecco come si spiegano i vari VoteAgainstTrump.com, NoMoreTrump.com fino ad arrivare ai più recenti TrumpFraud.org o TrumpScam.com. Indirizzi che non portano da nessuna parte ma di cui si può verificare la proprietà su WHOIS

Interessante è poi analizzare come l’acquisto di domini vada in parallelo alle attività, imprenditoriali e non, di Donald Trump. CNN Money riporta più di un centinaio di domini legati alla Trump University, mentre ne ha contati circa un centinaio successivi al lancio della sua campagna elettorale per le presidenziali americane.

Dialoghi

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jena@lastampa.it

Gentiloni: “La crisi ha lasciato cicatrici”.
Renzi: “A chi lo dici...”