lunedì 6 marzo 2017

La guerra dei droni nuova minaccia Isis

corriere.it
di Guido Olimpio

Dozzine di attacchi condotti in Iraq a febbraio hanno consentito ai jihadisti di perfezionare tecnica, mira e modi di impiego di un’arma facile da reperire e poco costosa. Il cui utilizzo apre scenari allarmanti nel campo della sicurezza dei centri urbani, anche europei
 


WASHINGTON — Nel solo mese di febbraio lo Stato Islamico ha condotto dozzine di attacchi con piccoli droni armati. Incursioni documentate da video che ritraggono le azioni contro gli iracheni. Una tattica iniziata da mesi, accolta con scetticismo (sugli esiti) e interesse, ma che oggi preoccupa. Perché i jihadisti hanno perfezionato tecnica, mira, impiego di un’arma che, senza cambiare gli esiti di una battaglia, ha molte implicazioni. Specialmente nel campo della sicurezza dei centri urbani: molti esperti si attendono il ricorso ai velivoli radiocomandati in una città — anche europea — e al loro utilizzo «a sciame», ossia in gran numero (sotto, un membro dell’Isis con un drone).


La battaglia di Mosul
Gli scontri feroci nelle vie di Mosul, in Iraq, hanno rivelato la determinazione dell’Isis. Che più volte ha sorpreso le unità governative con i droni. Di due tipi: commerciali, acquistati attraverso intermediari sul mercato civile in Turchia e nel Golfo; costruiti nelle officine e laboratori creati all’interno di molte abitazioni. Alcuni sono costati poche centinaia di dollari, altri sono arrivati a cifre oscillanti tra i 3 mila e gli 8 mila dollari. Molti — stando agli osservatori — quelli di origine cinese, con un’autonomia sufficiente per sferrare un raid. Un modus operandi favorito dalle posizioni ravvicinate dei due schieramenti. L’offensiva per liberare la città si è trasformata in una battaglia strada per strada, dunque gli islamisti hanno potuto organizzare delle sortite dotando i velivoli di piccole cariche.

Di solito granate da 40 millimetri, modificate e dotate di piccole alette «in coda» per aumentarne la stabilità. I droni hanno raggiunto le aree dove erano mezzi e truppe nemiche per poi sganciare l’ordigno da una altezza di circa 300 metri. Strike che hanno centrato fuoristrada, camioncini, nuclei di soldati. Un’evoluzione di quanto era già stato fatto sia dallo Stato Islamico sia da altre fazioni coinvolte nel conflitto regionale: gli Hezbollah libanesi e un gruppo d’opposizione siriana ci hanno provato in alcune occasioni, una conferma di una tendenza che va oltre questo specifico teatro (sotto, una granata lanciata da un drone).


I profili di missione
I mini-droni dell’Isis (o di organizzazioni guerrigliere) permettono missioni diverse, tutte low cost, e sono ovviamente facilmente trasportabili viste le dimensioni ridotte.

1) Attività mediatica e propaganda: i militanti se ne servono per registrare con le telecamere «di bordo» gli assalti, le eventuali conquiste.
2) Azioni dirette contro gli avversari, attraverso il bombardamento.
3) Diversivo: è stato rilevato che i velivoli hanno cercato di distrarre i militari per coprire l’avanzata di un veicolo-bomba con kamikaze.
4) Ruolo guida per gli attentatori suicidi: il loro occhio elettronico ha aiutato i «martiri» a bordo dei mezzi fornendo indicazioni utili su difese e eventuali ostacoli.
5) Trappole: è accaduto che alcuni fossero dotati di micro-cariche destinate ad esplodere una volta finiti nelle mani degli avversari.
6) Impatto psicologico: hanno un effetto sorpresa, sono elemento di disturbo nei confronti di reparti già sotto stress.
7) Terrorismo: il successivo passo è un attentato — magari solo dimostrativo — dove a colpire è uno di questi «oggetti volanti».

Gli scenari considerati includono:
A) Attacchi in luoghi affollati, magari con un numero multiplo.
B) Contro edifici governativi.
C) In occasione di grandi eventi. Come al punto 1 possono affiancare un piano eseguito in modo tradizionale (killer a bordo di un camion-ariete, commando in stile Bataclan) limitandosi a riprendere quanto avviene.

Al tempo stesso i pianificatori di una strage potrebbero ricorrere al drone solo per impegnare la sicurezza in un quartiere mentre altri aprono il fuoco altrove (sotto, una «lezione di droni» in una base Isis).


Le difese
Autorità ed eserciti sono al lavoro per trovare risposte. Il Pentagono ha stanziato 20 milioni per la ricerca. Iracheni e alleati hanno dotato gli uomini in prima linea di speciali «fucili» che emettono onde in grado di interrompere i collegamenti del drone, così come esistono sistemi che «confondono» il velivolo e possono provocarne la caduta. Anche gli iraniani hanno fornito apparati simili alle milizie amiche a Bagdad.

In Europa alcune aviazioni hanno studiato tecniche che prevedono l’intervento di elicotteri. I francesi, imitando un progetto olandese, sperimentano una contromisura «naturale»: quattro aquile addestrate a ghermire il modello. Nella base di Mont de Marsan, nel sud del paese, i militari hanno preparato i volatili che avrebbero dato risultati soddisfacenti (foto qui sotto e sopra il titolo principale, Afp). Siamo solo all’inizio del programma e qualche osservatore non è parso troppo convinto. Ma alla base c’è un fatto incontrovertibile: la minaccia è presa sul serio.

Doro, lo smartphone per senior non invecchia mai. E risolve mille problemi a figli e nipoti

corriere.it
di Roberto Pezzali

Esistono prodotti in grado di stupire senza avere un design eccellente, hardware di ultima generazione e potenza bruta. Tra questi ci sono gli smartphone Doro, prodotti per "senior" che mettono davanti a tutto i servizi e le applicazioni. Tutte pensate per il target a cui si rivolgono



Gli smartphone non sono solo megapixel, memoria, schermo, scocche in metallo e prezzi super. La lezione ai grandi nomi del Mobile World Congress arriva da un brand decisamente piccolo, Doro, una delle poche aziende che produce feature phone e smartphone senza preoccuparsi troppo delle caratteristiche ma concentrandosi esattamente sul suo target, i “senior”.


Doro 6050, schermo grande, fotocamera e interfaccia

Doro è svedese, ha come simbolo una simpatica palla che ricorda grosso modo la sfera dei Pokemon e ha un catalogo di prodotti che spaziano dal nuovo Doro 6050, schermo grande, fotocamera e interfaccia molto chiara al Doro 8031, uno smartphone vero basato su Android con funzioni però innovative. “Non guardiamo alle prestazioni - ci dice il Country Manager italiano Mauro Invernizzi - pensiamo soprattutto all’usabilità e al nostro pubblico e abbiamo sviluppato una serie di accorgimenti che possono davvero far la differenza”.

Basta una breve demo per capire che effettivamente esistono almeno dieci motivi validi per regalare ad un nonno o ad un genitore uno smartphone Doro al posto di un telefono classico, dall’interfaccia semplificata alla possibilità di gestire interamente lo smartphone in remoto tramite l’app My Doro Manager, disponibile in cloud da browser, su iOS o Android



Pensate alla necessità di installare o configurare una applicazione, oppure di cancellare foto o semplicemente di capire cosa c’è che non va senza avere lo smartphone sotto mano” ci spiega Invernizzi. “Con Doro Manager potete gestire ogni aspetto dello smartphone, anche alzare la suoneria nel caso in cui non ottenete risposta alle chiamate. C’è anche un accesso remoto completo per i casi più difficili, e ovviamente non mancano la possibilità di gestire rubrica, chiamate e foto”.



Doro non si è limitata a creare un pannello di gestione semplice e immediato, ma ha anche pensato a soluzioni hardware che possano venire in contro alle esigenze di chi ha problemi di vista, di udito o di deambulazione: compatibili con gli apparecchi acustici, gli smartphone dispongono di un tasto per chiamare aiuto e anche di sensori che rilevano una eventuale caduta.



C’è pure il wearable – continua Invernizzi – basta tenere il braccialetto e premere un tasto per chiedere aiuto. E abbiamo anche tolto i connettori, non tutti riescono ad infilarli: la base di ricarica è pratica, comoda e permette di usare lo smartphone come sveglia o come cornice digitale per la foto dei nipoti o dei figli. Non solo: si possono anche aggiungere appuntamenti medici o reminder per pillole e farmaci”. 



Prodotti ben pensati, destinati ad una categoria di persone che con l’arrivo del digitale si è sentita spesso allontanata dalla famiglia che ormai, grazie a social, whatsapp e alle foto digitali, vive di esperienze che viaggiano online. L’interfaccia di utilizzo non è solo “foto di contatti” e icone grandi e leggibili, ma è interamente organizzata per permettere a tutti di inviare un messaggio, di leggere una mail o di spedire e scattare una fotografia.



Non mancano altre caratteristiche come la possibilità di tracciare uno smartphone e, fondamentale, il filtro per le chiamate dei call center: “Oggi con le registrazioni telefoniche per un call center è facile far attivare ad un anziano una promozione o un abbonamento indesiderato, il sistema operativo di Doro filtra queste chiamate e comunque tiene traccia di quello che succede, in modo tale che figli o nipoti possano controllare anche chi chiama, quando chiama e con che frequenza chiama” conclude Invernizzi.


Doro è già da tempo nei negozi italiani, ma talvolta viene snobbato perché si pensa di trovarsi di fronte al classico smartphone con volume più alto, tasto di aiuto e font gigante. Non è solo questo, è un prodotto più completo che viene incontro alle esigenze di una fetta sempre più ampia di popolazione che non ha interessi per megapixel, memoria e smartphone di ultima generazione. Vuole solo uno smartphone che sia facile da usare e per il quale non deve chiedere ogni volta aiuto nel gestire funzioni complesse e incomprensibili.



Dulcis in fondo il prezzo: Doro non è hi-end e non vuole neppure esserlo, perché dal punto di vista hardware sono prodotti molto semplici: il nuovo Doro 6050 presentato a Barcellona costa 85 euro, per lo smartphone serve quasi il doppio. Ma solo il fatto di non dover andare ogni due giorni dalla nonna o da un genitore poco “digital” a capire cosa "è successo ancora a quel maledetto smartphone" ripaga tutto l’investimento.

«Tutti i carabinieri per Celentano Così il territorio resta sguarnito»

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di Anna Campaniello

Il sindaco di Pescate: residenti preoccupati, i vip non sono cittadini di serie A



La sorveglianza della villa di Adriano Celentano, dopo la denuncia del Molleggiato di preoccupanti incursioni nella sua residenza, si sta trasformando in un caso diplomatico. Il sindaco di Pescate, Comune confinante con Galbiate, dove vive il cantante, contesta la massiccia presenza di carabinieri per presidiare la casa del vip: «Il territorio è scoperto, gli altri cittadini sono penalizzati e questo non è corretto», attacca il primo cittadino Dante De Capitani.

Il 28 febbraio scorso, dal suo blog Celentano ha segnalato «fatti molto gravi che si stanno verificando nella mia abitazione di Galbiate nei confronti miei e di mia moglie Claudia». La notizia ha fatto il giro d’Italia. Oltre ad affidare la sua denuncia alla Rete, il cantautore naturalmente si è rivolto anche alle forze dell’ordine. La Procura di Lecco ha aperto un fascicolo, che al momento sarebbe ancora contro ignoti, mentre i controlli davanti alla villa della famiglia del Molleggiato sono stati incrementati.

Una solerzia e un’attenzione che non tutti hanno accolto di buon grado. «Galbiate fa parte di una circoscrizione che comprende cinque Comuni con un totale di 25 mila residenti — dice il primo cittadino di Pescate —. L’unica caserma dei carabinieri di riferimento, per tutti, è quella di Olginate, che può contare su otto militari dell’Arma. È evidente che, se tutti o quasi vengono impiegati per garantire la sorveglianza della villa di Celentano, il territorio resta sguarnito».

Pescate, poco più di duemila abitanti, si affaccia sul lago di Garlate. «Il problema dei furti nelle abitazioni, comprese le ville che ci sono in paese, è molto sentito nella nostra zona — prosegue Dante De Capitani —. I residenti sono preoccupati e questo è un reato che tocca molto le persone. I cittadini sono tutti uguali e tutti hanno diritto ad essere tutelati e a potersi sentire sicuri. Non è giusto creare differenze tra il personaggio famoso e gli altri, qui si parla di sicurezza».

La presenza di Celentano e della sua famiglia non aveva mai creato polemiche di questo tipo. «Il cantautore vive in quella villa da tantissimi anni e non ci sono mai stati problemi, anzi — sottolinea il sindaco —. Ora però la situazione è diversa. Se davvero c’è un pericolo o una criticità particolare per la villa di Galbiate, allora si intervenga in modo diverso, si facciano venire degli addetti alla sorveglianza o comunque si studi una misura di protezione che non vada a penalizzare gli altri cittadini. I furti nelle abitazioni a Pescate sono purtroppo frequenti, le ville vengono prese di mira dai ladri — continua De Capitani —. Non sono mai stati previsti però interventi simili a quelli messi in atto a casa di Celentano. Non ci sono cittadini di serie A e di serie B, non è giusto».

Oltre a sfogarsi pubblicamente, il sindaco si è rivolto direttamente anche ai carabinieri di Olginate. «Ho fatto presenti le mie perplessità — dice —. Mi hanno rassicurato, mi hanno detto che per quel servizio non sono stati impiegati solo i carabinieri della nostra stazione e che il presidio del territorio è garantito. Ma è evidente che non è così e la situazione per noi rimane critica, vogliamo risposte».
Gli elementi per il caso diplomatico ci sono tutti. Almeno per il momento però, il comandante provinciale dei carabinieri di Lecco, il tenente colonnello Pasquale Del Gaudio, preferisce non rispondere al primo cittadino, quantomeno pubblicamente. I dispositivi di sicurezza e la gestione della sorveglianza di casa Celentano, fa capire il militare dell’Arma, non sono materia del primo cittadino. Non è escluso però un chiarimento faccia a faccia, soprattutto per non insinuare troppi dubbi tra i cittadini.

6 marzo 2017 | 07:40

I nostri dati sanitari sono al sicuro? Così i cyber criminali rubano la salute

corriere.it
di Ruggiero Corcella

La sanità è il settore che a livello mondiale ha fatto registrare l’aumento più elevato del numero di attacchi informatici. E in Italia, una Asl sarebbe stata costretta a pagare un riscatto per potere accedere di nuovo ai dati dei propri assistiti, bloccati da un virus

(Fotolia)

Potrebbe capitare a chiunque. I risultati degli esami del sangue, l’esito di una radiografia o di una Tac, i farmaci prescritti, il referto di un intervento chirurgico o di una visita specialistica: tutto potrebbe finire nelle mani dei “cyber ladri”. Negli Stati Uniti, il 26 per cento dei consumatori ha subito furti di informazioni mediche personali inserite nei sistemi informativi sanitari. Sono gli ultimi dati di un nuovo studio su un campione di duemila intervistati, presentato dalla multinazionale Accenture al congresso annuale organizzato dall’associazione HiMSS (Healthcare Information and Management Systems Society) a Orlando.

Metà delle vittime ha dovuto pagare in media circa 2.500 dollari di tasca propria per ovviare all’incidente. Il più delle volte l’identità rubata è stata utilizzata per comperare oggetti (37%) o in attività fraudolente come il pagamento di prestazioni mediche (37%) o l’acquisto di farmaci (26%). Proprio così. I dati sanitari protetti di ciascuno di noi - quelli che per intenderci identificano la nostra “storia di salute” e che dovrebbero essere sempre al sicuro - stanno diventando una miniera d’oro per i cyber criminali.
2016, l’anno peggiore
La rivoluzione digitale in corso, se da un lato promette vantaggi tangibili nelle terapie e nell’assistenza, dall’altro però espone chiunque a rischi potenziali notevoli. Le conseguenze possono essere rilevanti in termini di benessere del paziente, oltre a rafforzare la motivazione di chi commette frodi finanziarie. Sì perché, nella maggioranza dei casi, i cyber criminali vogliono soldi: chiedono un riscatto vero e proprio, nel caso agiscano bloccando l’accesso ai dati.

Oppure rivendendo i dati al mercato nero del “deep web”. Non è un problema solo americano. Anche l’Italia è ormai nel mirino dei web criminali. «C’è stato un caso recente di CryptoLocker in una ASL sul territorio nazionale, che ha pagato il riscatto per riottenere i dati dei propri pazienti. Ovviamente non è di dominio pubblico», fanno sapere gli esperti di Clusit, Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica. «Il 2016 è stato l’anno peggiore di sempre in termini di evoluzione delle minacce “cyber” e del relativo impatto», racconta Andrea Zapparoli Manzoni, tra gli autori del Rapporto Clusit 2017, giunto all’undicesima edizione.
È allarme rosso
Il Rapporto Clusit riferisce che il Cybercrime - ovvero i reati compiuti con l’obiettivo di estorcere denaro alle vittime, o di sottrarre informazioni per ricavarne denaro - è causa del 72% degli attacchi verificatisi nel 2016 a livello globale, confermando un trend di crescita costante dal 2011, quando questo tipo di attacchi si attestava al 36% del totale. «Nella situazione attuale - aggiunge Zapparoli Manzoni -, i rischi cyber non solo stanno crescendo sensibilmente, ma continuano a non essere gestiti in modo efficace, ovvero sono fuori controllo.

Siamo giunti a una situazione da “allarme rosso”». Di recente, il Garante ha preso diversi provvedimenti nei confronti di strutture sanitarie per violazione della privacy dovuta ad accesso abusivo ai dati dall’interno, cioè da parte di personale sanitario che consulta cartelle cliniche di pazienti parenti o amici. Un’altra situazione molto comune e potenzialmente molto a rischio è la condivisione dei referti tra medici per il consulto su Whatsapp, una prassi che come hanno confermato i medici di medicina generale sta prendendo piede.
Pagamento del riscatto
«Il settore della sanità è diventato uno dei maggiormente colpiti dalle due tipologie di attacchi più devastanti - conferma l’ingegnere Francesco Vellucci del Comitato consulenza sulla sicurezza della Società Italiana di Telemedicina e Sanità Elettronica (Digital SIT) -: il “sequestro” dei dati e delle infrastrutture che vengono resi illeggibili e inutilizzabili dagli attacchi tipo “Ransomware” che li crittografa e richiede un riscatto per lo sblocco. Secondo il rilevamento di Trend Micro relativo al 2016, l’Italia è il Paese europeo più colpito da questo malware (programmi creati allo scopo di causare danni, ndr). Poi c’è il furto di dati personali, cartelle cliniche comprese: il cosiddetto “Data breach”».

Perché così tanta attenzione alla sanità da parte dei cyber ladri? «Sequestrare i dati e le infrastrutture, ovvero bloccare le attività correnti, significa per l’ospedale l’impossibilità di erogare i propri servizi - spiega Vellucci -. Ed essendoci in gioco la salute, se non la vita delle persone, la propensione a una pagamento rapido del riscatto (e senza troppa pubblicità) è elevata. Subito dopo le credenziali di accesso ai conti bancari, i dati sanitari sono quelli più facilmente monetizzabili. Nella cartella del paziente si trovano dati dettagliati sull’identità della persona, dati anagrafici, previdenziali, di gruppo sanguigno, stato di salute, utilizzabili sia per costruire false identità per il mercato nero criminale, sia per creare dossier da dove attingere per fornire informazioni specifiche quando richieste da attività criminali».
Anche i dispositivi medici
Non solo dati sanitari: nel mirino degli hacker ci sono anche i dispositivi medici controllabili da remoto attraverso la rete. Secondo il report Fortinet (che ha raccolto i dati di 450 fornitori di programmi di sicurezza informatica nel mondo) , nell’ultimo trimestre del 2016 ci sono stati più di 700mila attacchi al minuto contro le organizzazioni sanitarie. Gli esperti del FortiGuard Labs global threat research team hanno registrato l’intensificarsi degli attacchi soprattutto contro il cosiddetto “Internet delle cose” (IoT, Internet of things) cioè l’estensione di Internet al mondo degli oggetti e dei luoghi concreti.

In particolare sono stati registrati circa due milioni di tentativi di hackerare uno specifico sistema operativo utilizzato in sanità per far funzionare dispositivi medici, pompe di infusione e monitor personali. Una situazione che gli esperti considerano estremamente preoccupante. Di cyber crimini e delle loro implicazioni anche per la sanità si parlerà nel corso della nona edizione di Security Summit 2017, il convegno organizzato da CLUSIT, Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica. La prima tappa si svolgerà a Milano dal 14 al 16 marzo (Atahotel Expo Fiera), con la presentazione de Rapporto Clusit sulla sicurezza. Il 7 e 8 giugno sarà la volta di Roma e il 4 ottobre a Verona.

6 marzo 2017 (modifica il 6 marzo 2017 | 10:08)

Arkansas, otto esecuzioni in 10 giorni altrimenti scadono i farmaci

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di Monica Ricci Sargentini

Gli otto detenuti che saranno sottoposti all'iniezione letale tra il 17 e il 27 aprile in Arkansas
Gli otto detenuti che saranno sottoposti all'iniezione letale tra il 17 e il 27 aprile in Arkansas

Pena di morte 
E’ una macabra corsa contro il tempo quella che lo Stato dell’Arkansas ha deciso di intraprendere a causa dello scadere dei farmaci con cui si mettono a morte i detenuti condannati alla pena capitale.  A finire sotto le mani del boia tra il 17 e il 27 aprile – come racconta il New York Times – saranno otto uomini: quattro afroamericani e quattro di razza bianca (nella foto sopra). Pescati tra i 34 detenuti che attualmente si trovano nel braccio della morte nello stato del sud.

In Arkansas le esecuzioni erano state sospese dal 2005 a causa di una serie di ricorsi legali, oltre che per la difficoltà di reperire i farmaci letali. Tutte e otto le persone che aspettano di essere giustiziate sono state condannate per omicidi perpetrati tra il 1989 e il 1999. È passato molto tempo. Ma il governatore dell’Arkansas, Asa Hutchinson, repubblicano, ha ribadito l’ineluttabilità di così tante esecuzioni in così poco tempo, per i dubbi sulla possibilità in futuro di avere farmaci disponibili. Farmaci la cui esportazione in Usa è stata vietata dagli Stati europei, contrari alla pena capitale. L’Arizona, per esempio, l’anno scorso ha annunciato che avrebbe tolto un tranquillante dal cocktail letale perché non era più reperibile.

“Le circostanze ci costringono a questa tabella di marcia, mi piacerebbe avere mesi e anni di tempo ma non è questa la situazione. E le famiglie delle vittime si meritano di arrivare a una conclusione” ha detto Hutchinson che è stato eletto nel 2015.
Se l’Arkansas manterrà la tabella di marcia prevista, due esecuzioni in quattro date diverse nell’arco di 10 giorni, stabilirà un record negativo: nessuno Stato dal 1977, quando gli Usa hanno reintrodotto la pena di morte, ha ucciso un numero così alto di persone. Nel 1997 ci è andato vicino il Texas con 8 condanne eseguite tra maggio e giugno. Le associazioni per la difesa sei diritti civili sono sul piede di guerra e sperano ancora di cambiare il corso degli eventi.
“Ognuno di questi detenuti ha dei diritti – afferma l’American Civil Liberties Union – e ogni esecuzione è un processo che va pianificato e gestito nei dettagli caso per caso. E questo, sulla base di una programmazione così stringente, è impossibile”.