sabato 4 marzo 2017

Regione che vai, tesoretto che trovi

lastampa.it
paolo baroni

Ogni anno lo Stato spende oltre 150 milioni per le pensioni degli ex membri (e i parenti) delle assemblee locali. Ma da Nord a Sud cambiano i trattamenti e gli importi: la Lombardia è la più virtuosa, il Molise maglia nera

Quella sui vitalizi è una battaglia tutta concentrata su Camera e Senato per effetto dei 5 Stelle che a inizio settimana hanno riaperto le ostilità proponendo di modificare i regolamenti dei due rami del Parlamento ed equiparare questi trattamenti a quelli dei normali lavoratori. Il Pd cerca di contenere la loro spinta rilanciando il progetto di legge presentato dal renziano Matteo Richetti, che a sua volta propone il ricalcolo col sistema contributivo di tutti gli assegni dei politici, quelli vecchi e quelli futuri. Ed è un palleggio continuo destinato a durare per mesi e che probabilmente finirà solo dopo le elezioni.

Tutto il dibattito si è cosi concentrato esclusivamente sui costi dei due rami del Parlamento, che pesano sul bilancio dello Stato per oltre 220 milioni di euro, e sulla possibilità che di qui al 15 settembre i parlamentari della XVII Legislatura arrivino a maturare una pensione di mille euro lordi con appena 4 anni e 6 mesi di contributi, mentre normalmente se ne chiedono almeno 20. L’altro pezzo dello «scandalo», se così lo vogliamo chiamare, ovvero i vitalizi delle Regioni (che pure la proposta Richetti mette nel mirino), resta invece completamente in ombra.

Eppure si tratta di una spesa altrettanto consistente, oltre 150 milioni di euro, secondo le stime contenute nell’ultimo rapporto di «Itinerari previdenziali», frutto di meccanismi di assoluto favore del tutto simili a quelli dei parlamentari. In tutto le Regioni nel 2015 hanno erogato ben 3538 vitalizi (2583 pensionati diretti e 945 reversibilità), contro i 2116 della Camera ed i 1271 del Senato. L’importo medio si attesta attorno ai 45.245 euro (42.314 euro conteggiando anche le reversibilità), contro gli 81.830 dei deputati e i 68.103 dei senatori. 



IL CASO MOLISE
Non tutte le Regioni sono però uguali: ci sono infatti forti differenze sia sugli importi dei trattamenti concessi, che spesso si cumulano poi con altri vitalizi ed altre pensioni toccando cifre davvero esagerate, sia come quantità. La Regione «più virtuosa» in questo caso è la Lombardia, dove secondo i calcoli di «Itinerari previdenziali» si contano 44.800 abitanti per ogni vitalizio erogato a fronte di una media nazionale di 17.195. A seguire poi ci sono Lazio (26.055), Emilia Romagna (25.131), Campania (23.497) e Piemonte con 22.586. La Regione «meno virtuosa» è il Molise, dove si conta addirittura un vitalizio ogni 3852 abitanti. A seguire nell’ordine si piazzano poi Sardegna, Basilicata, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, con medie comprese tra 5300-5800 abitanti per ogni assegno.

CHI SPENDE DI PIÙ
Le Regioni che in assoluto spendono di più sono Puglia, Sicilia, Sardegna, Lazio e Campania con uscite che complessivamente oscillano tra 10 e 18 milioni l’anno. Agli ultimi posti troviamo invece Toscana, Abruzzo, Marche, Basilicata e Molise, che viaggiano attorno a 3-4 milioni di euro. Il numero più alto di percettori si trova in Sicilia, Sardegna, Lazio, Campania e Veneto (da 248 a 312 vitalizi erogati), mentre le regioni col minor numero di prestazioni sono Abruzzo, Marche, Liguria, Basilicata e Molise. 
RICCHI E POVERI
Ma in concreto quanto guadagnano ex consiglieri ed ex assessori regionali? Prima di entrare nei dettagli occorre fare una premessa: il reperimento di questi dati – è scritto nel rapporto – è «difficile, poiché non tutti i soggetti comunicano i dati al Casellario centrale delle posizioni previdenziali attive», in pratica l’anagrafe nazionale delle pensioni. E così dall’indagine emerge che a pagare gli assegni più ricchi è la Regione Puglia, che ai 159 suoi pensionati stacca un assegno che in media vale 77.987 euro l’anno.
Ma anche la Sicilia con 60.293 euro lordi, la Sardegna con 58.236 e la Calabria con 56.053 euro non scherzano. Il più misero invece spetta a 139 ex consiglieri della Toscana, che beneficiano di un vitalizio che in media vale appena 26.660 euro lordi l’anno. Di due regioni, Umbria e Val d’Aosta, non sono stati trovati dati, mentre di Veneto e Lazio si conoscono solo valori netti. Nel primo caso il vitalizio medio è pari a 28.993 euro, nel secondo si arriva addirittura a 63.287, che corrispondono a un lordo di oltre 98 mila euro. 
I RISPARMI POSSIBILI
Anche questi vitalizi, se venisse approvata la «proposta Richetti», verrebbero tutti ricalcolati col contributivo. In media, secondo le stime dell’Inps, anche questi assegni verrebbero così decurtati di un buon 40% con un risparmio pari a circa 60 milioni l’anno. Peccato che sino all’altra settimana il pdl Richetti giacesse quasi dimenticato nei cassetti della Commissione affari costituzionali. Potenza della campagna elettorale in arrivo.

Amazon, la voce dei lavoratori. “È una catena di montaggio”

lastampa.it
fabio poletti

Piacenza, i sindacati: come negli Anni 50. L’azienda: in pochi ci lasciano



Su uno dei tanti siti di lavoro interinale, anonimi lavoratori di Amazon si dicono più che soddisfatti. «Ambiente di lavoro dinamico». «Stimolante e soddisfacente». «Ambiente giovane spero che mi richiamino». Chi ci lavora davvero, è un po’ meno contento. L’unica sede italiana del colosso on line di Jeff Bezos è a Castel San Giovanni vicino a Piacenza. Dopo 7 anni ci lavorano in 2000, i lavoratori interinali sono 700, sfornano oltre 400 mila pacchi al giorno da consegnare in pochi giorni a volte in meno di 24 ore.

«Ma tutto questo ha un prezzo che paghiamo noi. Il lavoro è ripetitivo come una catena di montaggio. Le patologie al tunnel carpale, al collo o alla schiena non si contano. Quando si tratta di stilare il foglio che registra il malessere, i manager fanno pressione perchè non si scriva che è correlato al lavoro», racconta Beatrice Moia, delegata sindacale, una delle addette al processo di lavorazione con mansioni sindacali anche in tema di sicurezza.

Le denunce sono quelle di sempre. Da quando il colosso di Seattle è sbarcato a Piacenza. All’inizio nel 2011 ci lavoravano in 60. Adesso sono un esercito spalmato su un’area grande come 15 campi da calcio. Franck Kouassi viene dalla Costa d’Avorio, anche lui trotta tra gli scaffali: «Almeno 20 chilometri al giorno. Non c’è pausa per il caffè. Per andare in bagno devo chiedere al caporeparto. La pausa pasto è di mezz’ora ma si conta da quando si lascia il reparto, tra andare e tornare dal posto più lontano se ne vanno 8 minuti.

Per 1200 euro al mese». Dicono che i neoassunti o gli interinali, i dipendenti hanno un badge blu gli altri verdi, i primi 5 mesi li fanno al turno di notte. Non c’è Natale né Capodanno. Chi non vuole lavorare il 24 dicembre lo chiede ma non è gradito chiederlo. Cesare Fucciolo assicura che la vita in reparto è dura e assai breve: «Ci spremono come limoni. Dopo 5 anni offrono 5000 euro per andarcene. Hanno bisogno di personale fresco». 

Eppure dopo 6 anni anche qui nella bassa piacentina, terra di aziende agricole e prossimamente di droni per la consegna a domicilio più veloce, qualcosa sta cambiando. In fabbrica sono entrati i sindacati per vedere se c’è spazio per un contratto integrativo interno che manca da sempre. L’azienda per la prima volta si è seduta al tavolo delle trattative. Francesca Benedetti (Cisl): «Certi reparti sembrano le catene di montaggio degli Anni 50». Pino De Rosa dell’Ugl parla di un’azienda fino ad oggi sorda: «Non danno dati su infortuni e provvedimenti disciplinari». 

Il capo del personale a Castel San Giovanni Carlo Franzini declina l’invito a commentare. Risponde Elena Cottini che cura la comunicazione di Amazon: «In questi anni ci siamo impegnati a creare un ambiente di lavoro attento con particolare cura al problema della sicurezza. Il salario dipendenti è nella fascia alta della logistica. Tra i benefit offriamo l’assicurazione sanitaria privata. Ogni volta che è possibile offriamo ai dipendenti opportunità di avanzamento interno.

A chi vuole terminare la fase lavorativa con noi proponiamo “The offer” un aiuto economico per intraprendere altre strade. Ma il tasso di abbandono è basso. Il 3,05% nel 2015 e il 2,55 nel 2016». Si capisce che i punti di vista tra azienda e lavoratori sono diametralmente opposti. Fiorenzo Molinari (Cgil) fa l’ottimista: «Ci sono tutti gli estremi per arrivare allo scontro. Preferiamo capire se c’è ancora dialogo».

Evviva, sono povero

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mattia feltri

Questa dei soldi sta diventando una specie di malattia mentale. Ieri Beppe Grillo era tutto contento perché da un anno con l’altro il suo reddito è sceso da 355 mila a 71 mila euro: «Mi sono impoverito, sono orgoglioso». E stiamo parlando di uno che qualche anno fa, se lo chiamavi e stava a Malindi, quasi collassava: «Belìn, alla svelta, metà telefonata la pago io». 

L’estate scorsa, durante un dibattito fra candidati a sindaco di Roma, Alfio Marchini si abbassò lo stipendio - come le signore l’età - e disse di guadagnare un milione; a quel punto Roberto Giachetti dichiarò imperturbabile i suoi 130 mila euro, Giorgia Meloni rilanciò con 98 mila, Stefano Fassina calò l’asso («95 mila») e Virginia Raggi sorrise felice di sbaragliare la concorrenza: «Io sono lontana da cotanta ricchezza, il mio reddito è di 20-25 mila euro».

Le mancava soltanto di fare il gesto dell’ombrello. Ora, tutta questa ambizione di non arrivare a fine mese non appartiene soltanto ai cinque stelle, ha preso anche quelli del Pd. Dopo le dimissioni, Matteo Renzi annunciò con tripudio di essere disoccupato: «Non ho uno stipendio, non ho un vitalizio, come è giusto che sia». 

Il governatore della Sicilia, Rosario Crocetta, un paio d’anni fa gongolava alla radio: «Ho bisogno di una colletta, guadagno meno di un usciere». Ancora un po’ e arriverà un aspirante leader con credenziali irresistibili: «Sono sommerso di debiti!». Poi, magari, qualcuno capirà che un buon politico non cerca di impoverire sé, ma di arricchire tutti.

Bensì

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jena@lastampa.it

Il mestiere più difficile nella vita di Matteo non è stato fare il premier o il segretario, bensì il figlio. 

Un errore di battitura dietro al collasso dei server Amazon

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antonio dini

Martedì scorso si sono registrati disservizi in tutta la Rete per il malfunzionamento di AWS, la piattaforma cloud dell’azienda americana. E ora si apprende che non si è trattato di un attacco hacker, ma di un banale errore umano

Il singhiozzo di Amazon mette in ginocchio tutta la rete. Ma cosa lo ha provocato? È stato il fattore umano, lo sbaglio di un operatore, a creare la momentanea interruzione di servizio di alcuni server di Amazon che hanno messo in crisi centinaia di attività basate sui servizi cloud dell’azienda di Jeff Bezos, da Quora a Trello, a IFTTT, a tantissime altre attività private. Uno sbaglio tecnico che ha provocato un effetto domino per più di quattro ore imprevedibile e incontrollabile.

Lo spiega la stessa Amazon : durante la giornata di martedì scorso, per effettuare lavori di aggiornamento al software che calcola i pagamenti dei servizi di Amazon Web Services (per gli addetti ai lavori AWS), i tecnici hanno dovuto spegnere un piccolo numero di server inviando i comandi tramite console. Qui entra in gioco l’errore umano: un refuso, un errore di battitura nella console di comando (forse uno zero in più, Amazon non lo spiega) da parte di uno dei tecnici ha infatti provocato lo spegnimento di un numero molto maggiore di server rispetto a quello previsto. Tra gli altri, sono stati coinvolti anche alcuni server critici, che hanno funzione di coordinamento per centinaia di altri, che a loro volta si sono bloccati, provocando un effetto domino.

Dopo essere stati spenti oppure aver perso la sincronizzazione con i dati degli altri server, i sistemi hanno fatto partire le procedure di riavvio automatico. A differenza di quanto avviene con i nostri computer, che oggi sono diventati estremamente rapidi, il riavvio dei server è una procedura lunga e complessa. Una procedura che in questo caso ha però sorpreso anche i tecnici di Amazon, rivelandosi particolarmente lunga a causa delle verifiche automatiche dell’integrità dei dati. Amazon ha spiegato che è al lavoro per creare procedure automatiche di ripartenza molto più rapide e che comunque in futuro i tecnici non saranno più in grado di mettere offline un numero di server critico senza una doppia autorizzazione. 

Infine, oltre a scusarsi, Amazon ha dichiarato di voler correggere anche un particolare che si è rivelato molto imbarazzante. Durante il “crollo” di martedì scorso il servizio online di pubblico monitoraggio dello stato dei server AWS (la Health Dashboard) ha continuato a segnalare tutto ok, disco verde. Questo perché è anch’esso parte del sistema che non funzionava. Da oggi la Health Dashboard gira su server dedicati e fisicamente sconnessi.

Rubare per fame non è reato, la Cassazione assolve un clochard

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Annullata una sentenza della Corte d’Appello di Genova che condannava un ragazzo per avere prelevato senza pagare wurstel e formaggio



«Il fatto non costituisce reato»: per questo motivo la Cassazione ha annullato completamente la condanna per furto inflitta dalla Corte di Appello di Genova a un giovane straniero senza fissa dimora, affermando che non è punibile chi, spinto dal bisogno, ruba al supermercato piccole quantità di cibo per «far fronte» alla «imprescindibile esigenza di alimentarsi». Con questo verdetto la Suprema Corte ha giudicato legittimo non punire un furto per fame del valore di 4 euro per wurstel e formaggio.

A fare ricorso in Cassazione non è stato il giovane senza fissa dimora, Roman Ostriakov. Il ricorso lo ha fatto il Procuratore generale della Corte di Appello di Genova che chiedeva che l’imputato fosse condannato non per furto lieve, come stabilito in primo e secondo grado, ma per tentato furto dal momento che Roman era stato bloccato prima di uscire dal supermercato, dopo essere stato notato da un cliente che aveva avvertito il personale vigilante.

Il clochard alla cassa aveva pagato solo una confezione di grissini, non i wurstel e le due porzioni di formaggio che si era messo in tasca. La sentenza degli ermellini - numero 18248 della Quinta sezione penale - non riporta l’entità della pena inflitta a Roman, che aveva già dei precedenti di furti di generi alimentari di poco prezzo perchè spinto dalla fame. Ad avviso dei supremi giudici quello commesso da Roman è un furto consumato e non tentato, ma - a loro avviso - «la condizione dell’imputato e le circostanze in cui è avvenuto l’impossessamento della merce dimostrano che egli si impossessò di quel poco cibo per far fronte ad una immediata e imprescindibile esigenza di alimentarsi, agendo quindi in stato di necessità».

Così è stata annullata senza rinvio la sentenza di condanna inflitta in appello il 12 febbraio del 2015 «perchè il fatto non costituisce reato». Il collegio degli “ermellini” è stato presieduto da Maurizio Fumo, il consigliere relatore è Francesca Morelli. Anche la Procura della Cassazione aveva chiesto l’annullamento senza rinvio della decisione dei “severi” magistrati genovesi.

La truffa degli inglesi in Spagna “Vacanze gratis a chi si ammala”

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francesco olivo

Boom di reclami per finte intossicazioni: il rimborso è automatico

C’è una strana epidemia che colpisce i turisti inglesi in Spagna. A leggere le cifre non sembra si trovino male da queste parti, quasi 17 milioni nel 2016, eppure si ammalano uno dietro l’altro, tutti con la stessa sindrome: intossicazione alimentare. Gli stomaci deboli dei britannici si spiegano senza ricorrere alla medicina:due anni fa nel Regno Unito è entrata in vigore una nuova legge a tutela dei consumatori che consente di chiedere un rimborso ai tour operator per presunte disavventure, senza spese legali e senza nemmeno dover produrre prove concrete. 

Dalla legge alla truffa il passo è stato breve, in un anno i reclami sono aumentati del 600 per cento («mentre i malati di altre nazionalità sono diminuiti», raccontano da Tenerife una delle isole più colpite dal fenomeno), di fatto migliaia di persone si fanno vacanze gratis. Basta uno scontrino della farmacia, o una diagnosi via telefono fatta dal medico in Inghilterra. Per evitare rogne i tour operator accettano tutti i reclami e si rifanno sugli alberghi. Il conto quindi lo pagano gli albergatori, che registrano perdite di decine di milioni, 50 nella sola Maiorca, almeno altrettanti alla Canarie e in Andalusia.

Le associazioni degli hotel chiedono al governo di intervenire e l’ambasciata spagnola a Londra prepara la protesta ufficiale «è un problema di Stato», dice Inma Benito, presidente degli albergatori di Maiorca. Dietro alla crescita esponenziale dei malati immaginari ci sono vere e proprie organizzazioni. Nel Regno Unito sono sorti studi legali che offrono consulenze gratuite ai turisti che hanno acquistato pacchetti, prendendosi una percentuale del rimborso. Su Facebook sono spuntati gruppi che agevolano i reclami. Fuori da hotel e pensioni frequentate dagli inglesi, poi, si sono piazzate dei furgoni con dei fac-simili dei moduli per le domande, c’è chi ha visto anche volantini provocatori: «Fai la denuncia e ti rimborsiamo la vacanza». 

«Le confesso che non sappiamo più come fare - spiega Jorge Marichal, presidente dell’associazione degli hotel di Tenerife - non ci possiamo rifiutare di pagare, perché i tour operator trattengono le quote. Ci sono casi assurdi, consideri che presentando uno scontrino di un farmaco un turista ha ottenuto tremila euro. Un hotel a 4 stelle della zona ha dovuto sborsare 300 mila euro». Così una legge a favore dei consumatori ha finito per penalizzarli, almeno quelli onesti «perché l’unica cosa che possiamo fare è alzare i prezzi per tutelarci». Altra conseguenza: «Nessuna compagnia ci vuole più assicurare», continua Marichal - stiamo facendo firmare dichiarazioni agli ospiti che affermano di essere sani, ma non basta».

A Maiorca alcuni pensano a rifiutare di ospitare i turisti inglesi, ma visti i numeri, 2,3 milioni nel 2016, l’esclusione costerebbe troppo cara. Tocca accettare i prossimi malati. 

Trovata una fossa comune in un ex orfanotrofio “Sepolti 800 bambini”. Choc in Irlanda

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Confermati i sospetti di uno storico locale. La struttura per ragazze era gestita da suore ed è stata attiva fino al 1965.



Una fossa comune in un ex orfanotrofio cattolico è stata trovata in Irlanda. Un gruppo di esperti ha comunicato la scoperta, confermando il sospetto che vi siano state centinaia di sepolture non classificate - 800 secondo i certificati di morte - di bambini. I test del dna evidenziano che i corpi - sepolti in una struttura divisa in 20 camere - avevano una età tra le 35 settimane e i 3 anni. L’orfanotrofio venne chiuso nel 1965. 



Si è arrivati a questa scoperta grazie al lavoro svolto da una commissione di inchiesta sulle “case” per ragazze madri gestite da religiose. La struttura dove sono stati ritrovati i resti umani si trova a Tuam, nell’Irlanda nord occidentale, e fu attiva tra il 1925 e il 1961. 



La vicenda era stata denunciata negli anni scorsi da uno storico locale e poi anche dopo il “mea culpa” della chiesa cattolica irlandese si era passati a far luce su quegli eventi. Ne è emerso che chi viveva nelle “case” ha sofferto malnutrizione, malattie e miseria, con altissimi livelli di mortalità. In un comunicato la commissione pubblica si è detta «scioccata» per quanto scoperto sinora e ha chiesto l’intervento delle autorità competenti per dare degna sepoltura ai resti. 

Tende e caporali, ecco i ghetti d’Italia

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flavia amabile

Edifici occupati e casolari diroccati: le condizioni di vita sono disperate. Le situazioni più difficili si concentrano in Puglia. Ma la mafia dei profughi fa affari anche a Nord



L’Italia dei ghetti? In Puglia, innanzitutto. Si concentrano tutte lì le situazioni più difficili, quelle a rischio come il ghetto di Rignano dove è scoppiato l’incendio due notti fa. Ci sono motivi economici dietro questa concentrazione, sono le capitali dell’agricoltura in nero, della raccolta effettuata in condizioni disumane e troppo spesso del tutto illegali. Ecco, quindi il «ghetto dei bulgari» nella campagna di Foggia dove vivono una cinquantina di persone, la metà rispetto a un mese fa. 
Oppure nella zona tra Cerignola, Borgo Tressanti e Borgo Tre Titoli vivono altre 250 persone in casali diroccati. Lo stesso a San Marco in Lamis dove vivono un centinaio di braccianti. Un migliaio si trovano a Manfredonia nella zona dell’aeroporto militare, tutti abusivi, tutti al di fuori di qualsiasi ufficialità.

Ma il ghetto più numeroso, secondo il ministero dell’Interno si trova in provincia di Reggio Calabria, è la tendopoli di San Ferdinando dove, nonostante gli sgomberi del passato, vivono in 2300. In totale si tratta di oltre 3 mila lavoratori ma, come specifica il Viminale, si tratta di dati «destinati ad aumentare in misura esponenziale con l’inizio della stagione di raccolta dei pomodori (da aprile ad autunno inoltrato).

Ma esistono anche altri ghetti, quelli che si creano nei centri di raccolta e smistamento dei richiedenti asilo e soprattutto di chi usa l’Italia come un ponte per andare altrove ma non sempre ci riesce ed è costretto a rimanere all’interno dei confini italiani. Federico Gelli, presidente della commissione d’inchiesta sui migranti, spiega che «in questi ultimi tre anni il flusso di arrivi è rimasto più o meno stabile. L’unica differenza sostanziale è nel fatto che fino al 2015 i migranti arrivavano in Italia e proseguivano verso gli altri Paesi europei. Nel 2016, invece, uscire è diventato molto più difficile, la gran parte di loro è rimasta in Italia».

Le conseguenze sono state evidenti nei centri più vicini ai confini. Oggi a Ventimiglia ci sono circa 270 persone ospitate nel Campo gestito dalla Croce rossa nell’area del parco Roja, mentre tra le 60 e le 70 persone – per lo più famiglie – sono ospitate nella parrocchia di S. Antonio. Anche in questo caso si tratta di cifre limitate dalla stagione. Quando in primavera riprenderanno gli sbarchi in grande numero è molto probabile che la zona tornerà a riempirsi: stando ai numeri raccolti dalla Caritas di Ventimiglia nel corso del 2016 sono stati 15 mila i migranti transitati dalla parrocchia di S. Antonio e dal Centro di Ascolto locale.

A Como ci sono 150 persone circa nel campo aperto dalla prefettura e gestito dalla Croce rossa e altri 70 circa ospiti della parrocchia di Rebbio. Ma per avere idea delle dimensioni dell’afflusso nella zona durante il 2016 basti pensare che sono stati 34 mila i tentativi d’ingresso illegali di migranti in Ticino, quasi tutti attraverso la frontiera di Chiasso.

Milano e Roma restano comunque le città più sotto pressione perché non solo danno ospitalità a migliaia di profughi, ma sono diventate degli snodi di transito per i tanti migranti diretti verso il Nord Europa. Nel capoluogo lombardo in tre anni sono passati 120 mila migranti, prima ospitati come si poteva all’interno della stazione Centrale poi nei paraggi, infine nell’hub di via Sammartini, diventato un centro di permanenza dove in questi giorni si trovano meno di 300 persone, di cui 150 richiedenti asilo, per evitare problemi di ordine pubblico e tensioni con il quartiere. 

Roma è la città che ospita il più alto numero di stranieri inseriti nei circuiti di assistenza, 8785 nel 2016, quasi duemila in più di Milano. Al Viminale lo sanno: con queste cifre i problemi sono all’ordine del giorno. E non è razzismo ma la concretezza della realtà. 

Il 20% di chi si uccide è un malato grave

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raphaël zanotti

Studio dell’Istat dopo il caso di dj Fabo: un esercito silente si toglie la vita senza andare in Svizzera. La correlazione con la patologia grave è più forte nelle donne e aumenta col crescere dell’età

Lontano dalla Svizzera delle cliniche, lontano dai riflettori del dibattito bioetico, c’è un Paese che soffre e si toglie la vita.

La storia personale di Fabiano Antoniani, meglio conosciuto sui giornali con il nome di dj Fabo, è un simbolo. Ma si porta dietro un tale carico di sofferenza e coraggio da paralizzare il dibattito sul fine vita. La forza dell’esempio e l’urgenza della denuncia scuotono le coscienze. Il pericolo, però, è che le coscienze restino scosse e inermi di fronte a chi ha deciso di sacrificare la sua cosa più preziosa, la sua stessa esistenza, in una battaglia. Come possiamo giudicare un gesto tanto estremo?

Per ogni Fabiano Antoniani, però, ci sono altre 800 persone all’anno affette da gravi malattie fisiche o mentali che si suicidano da sole, in casa o negli ospedali, con le modalità più disperate, lontane da amici e parenti, senza un’assistenza medica che le lasci svicolare in un sonno senza risveglio. Persone che affrontano, in solitaria, la propria scelta definitiva.

È a queste persone, oltre che a Fabiano Antoniani, che la politica deve risposte. In uno studio dell’Istat, presentato appena qualche giorno fa, per la prima volta si affronta questo tema delicato. E si scopre che questo piccolo esercito silente è molto più numeroso di quanto si potrebbe pensare. Sui 12.877 suicidi avvenuti in Italia tra il 2011 e il 2013, oltre 2400 riguardano persone affette da gravi patologie fisiche o mentali. Si tratta di un caso su cinque.



Lo studio non crea un rapporto causa-effetto, i motivi dei suicidi restano molto spesso oscuri, personali, complessi. Ma la ricerca ha preso in esame i casi in cui è stato lo stesso medico che ha stilato il certificato di morte a sottolineare la presenza di queste patologie come possibile concausa del gesto estremo. Ne risulta una statistica probabilmente sottostimata (non sempre il medico era a conoscenza della malattia o ha ritenuto che quest’ultima aveva influito sul suicidio), ma comunque importantissima per chi deve legiferare.

Cosa è emerso? Per esempio che il suicidio in presenza di malattie gravi è più frequente con l’avanzare dell’età e la correlazione è più forte nelle donne (27% dei casi) che negli uomini (16%). I suicidi affetti da malattie mentali sono il doppio di quelli dei malati fisici. Si tratta di casi difficili da trattare, anche per le cliniche svizzere dove è possibile procedere al suicidio assistito ma è complicato discernere la volontà del paziente.

La depressione gioca un ruolo fondamentale. Sono le donne a uccidersi più sovente in presenza di disturbi psichici (circa il doppio degli uomini dai 35 anni in su). Quasi la metà decide di impiccarsi, poco meno di uno su quattro decide di gettarsi nel vuoto mentre solo il 5% sceglie di usare un’arma da fuoco (probabilmente perché, a causa delle condizioni di salute, pochi ne possiedono una).Le differenze di genere, invece, scompaiono di fronte a patologie fisiche. Le modalità in questo caso diventano più dirette. Crescono percentualmente i casi di auto avvelenamento, uso di oggetti appuntiti, suicidi con un’arma da fuoco. Sono forse gli episodi più crudi.

Si tratta comunque, nell’uno come nell’altro caso, di persone che hanno scelto di mettere fine alle loro sofferenze senza per questo trasformare il loro gesto in una rivendicazione pubblica in favore di una morte più dignitosa per chi si trova nelle loro stesse condizioni. Suicidi nell’ombra. Non è un caso se oltre la metà di loro sceglie di compiere l’ultimo gesto in casa, ma c’è anche una percentuale significativa (un malato fisico su tre) che si uccide nell’istituto di cura dove è ricoverato. 

Non si può far finta che non succeda. Tutto ciò avviene da anni. Alcuni non conoscono le cliniche svizzere, altri non le desiderano, altri ancora - più banalmente - non possono permettersele. 

Parti di cervello delle vittime del nazismo trovate nella cantina del Max-Planck-Institut di Monaco

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monaco di baviera

Rinvenuti decine di contenitori di vetro con sezioni di cervelli in formalina e altri tessuti umani

Quando sono scesi in quella cantina del Max-Planck-Institut di Monaco, il dottor Martin Keck e la sua piccola squadra di scienziati non credevano ai loro occhi. Decine di contenitori di vetro con sezioni di cervelli in formalina e altri tessuti umani. Il medico sapeva però bene di che si trattava: era quel che rimaneva delle vittime dei programmi di «eugenetica» del Terzo Reich, materiale accatastato alla meno peggio in un antro dell’archivio di quella che è una delle più autorevole istituzioni scientifiche del mondo.

Una cantina che Keck e i suoi colleghi, incaricati delle ricerche dallo stesso Max-Planck, hanno trovato in uno stato di «totale confusione»: l’hanno descritto lo spazio come una specie di grande «ripostiglio della spazzatura», con documenti, preparati e strumenti «buttati a casaccio qua in una condizione desolante». Lo rivela il settimanale tedesco Der Spiegel, secondo cui questi materiali erano considerati fino ad adesso perduti.

In tutto si calcola che tra il 1939 e il 1941 siano state circa 70 mila le vittime assassinate dai nazisti nell’ambito dei programmi da loro definiti di «eutanasia»: bambini, adulti con gravi infermità mentali o fisiche, un numero che poi cresce drasticamente fino al 1945, con una stima che va dalle 120 mila alle 250 mila persone. Un’altra strage silenziosa, perpetrata dagli scienziati del Reich «in nome della ricerca».

Ma, stando a quello che scrive lo Spiegel, molti di questi segmenti cerebrali dei «pazienti» di strutture adibite alla «distruzione di vite indegne di essere vissute» sono stati utilizzati dagli scienziati ancora per decenni dopo la fine della guerra. Solo nel 1990 il Max-Planck-Institut avrebbe deciso di tumulare i resti di quelle vittime la cui morte poteva essere ascritta ai programmi di eugenetica nazista.

L’inumazione avvenne al Waldfriedhof, uno dei più grandi cimitero di Monaco, in una cerimonia che il settimanale definisce «poco dignitosa». Di sicuro era anche furtiva: ancora prima dell’alba, per evitare di suscitare l’interesse della stampa popolare, furono sotterrati i resti umani, segmenti di cervello ma anche cervelli integri compresi, in ventiquattro scatole di metallo e legno. Ma si trattava solo di circa il 30 per cento dei resti che si trovavano nelle cantine dell’Istituto. 

Cassazione: controlla la moglie con una videocamera, marito condannato

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È stata confermata dalla Cassazione la condanna a due anni e sei mesi di reclusione, senza la concessione delle attenuanti, nei confronti di un marito che maltrattava e umiliava la moglie con diversi modi e mezzi, tra i quali anche l’installazione in casa di una videocamera e di un registratore per tenere sotto controllo la donna e farla vivere in una condizione di continua prostrazione pure quando lui era assente dall’abitazione.

In particolare, la Suprema Corte ha riconosciuto come «condotte umilianti, ingiuriose e violente» quelle commesse da Vincenzo L.M., palermitano di 55 anni, ai danni della moglie e consistenti nella «privazione delle risorse economiche per fare la spesa e comperare i medicinali, danneggiamenti all’abitazione, gravi offese personali, aggressioni fisiche, monitoraggio mediante l’installazione di una videocamera e di un registratore».

Ad avviso degli “ermellini”, questa situazione «evidenzia un regime di convivenza connotato da plurime e frequenti, dunque abituali, percosse, lesioni, ingiurie, minacce, privazioni e umiliazioni tali da cagionare alla vittima uno stato di prostrazione fisica e morale e da configurare appieno la fattispecie incriminatrice dei maltrattamenti in famiglia». Con questo verdetto - sentenza 8506 della Sesta sezione penale - la Cassazione ha reso definitiva la condanna emessa dalla Corte di Appello di Palermo il 21 aprile 2016.

Senza successo, il marito sopraffattore ha cercato di difendersi sostenendo che la sua «condotta» era «giustificata dal fatto» che la moglie si comportava come una «separata in casa», e che le «offese verbali» che lui le rivolgeva «costituivano soltanto una risposta alle parole ingiuriose usate d’abitudine» dalla donna. Secondo l’uomo, non era stato chiarito «in che misura l’installazione di una videocamera e di un registratore all’interno dell’abitazione abbiano costituito condotta idonea ad integrare» il reato di maltrattamenti.

Vincenzo L.M. si era anche appellato alla sua condizione di «incensuratezza» e alla «episodicita’» dei fatti violenti per cercare di ottenere uno sconto di pena tramite la concessione delle attenuanti. Ma la Cassazione non gli ha dato ascolto e lo ha condannato anche a pagare 1500 euro alla cassa delle ammende.