giovedì 23 febbraio 2017

La finta app di Pornhub che prende in ostaggio gli smartphone Android

lastampa.it
marco tonelli

Il software ufficiale della popolare piattaforma non è scaricabile sul Play Store: così gli utenti si devono affidare a siti di terze parti, sconosciuti e inaffidabili



L’applicazione richiede una scansione per individuare eventuali virus. Una volta eseguita, è possibile vedere video pornografici. In realtà, installa un ransomware che blocca lo smartphone e chiede un riscatto di più di 100 dollari in Bitcoin. Così, la finta app di Pornhub, scaricabile da distributori sconosciuti o comunque inaffidabili, diffonde il virus destinato a infettare i sistemi operativi Android. Questa nuova tipologia di Ransomware è stata scoperta da ESET, una società di cybersicurezza irlandese, che ha subito lanciato l’allarme. 

L’applicazione ufficiale della popolare piattaforma non è scaricabile sul Play Store. E per poterla distribuire, lo stesso sito web consiglia di disabilitare il controllo sull’installazione di applicazioni provenienti da terze parti sconosciute. Infatti, tutti i programmi con contenuti pornografici sono classificati come x software e per questo motivo vietati dal negozio ufficiale di Google. Di conseguenza, è necessario affidarsi a piattaforme meno sicure e controllate.

Case di lusso e auto fuori serie: ecco la banda dei nomadi ladri

ilgiornale.it

Disoccupati, ma con case lussuose e auto fuori serie. Rubavano un'auto in soli 30 secondi. Così mantenevano le proprie



Nomadi in manette a Catanzaro. Disoccupati, ma con case lussuose e auto fuori serie.
Il segreto di tanta ricchezza? I proventi dai furti. A sgominare la banda dei rom i carabinieri del capoluogo. Venti i nomadi coinvolti nell'operazione "Safety car". Erano capaci di rubare un’auto in soli trenta secondi. Anche quelle di ultima generazione.

Utilizzavano il famigerato metodo del "cavallo di ritorno". Si impossessavano del mezzo, lo custodivano in un posto sicuro e, una volta intercettato il proprietario, chiedevano la tangente per restituirgli l’auto. Un metodo consolidato negli anni che, però, non gli ha permesso di farla franca. Il giudice li ha definiti "esperti e abituati a lavorare insieme secondo un copione prestabilito ed idoneo per una serie indeterminata di furti da commettere".

Grazie ad una denuncia i carabinieri della piccola stazione di Gasperina, hanno scoperto il giro d’affari del clan che si muoveva in tutto l’hinterland catanzarese e operava principalmente nelle ore notturne. Le auto predilette? Le Fiat o le Alfa Romeo. Non disprezzavano, però, le automobili delle altre case automobilistiche.

La banda dei nomadi non si fermava soltanto ai furti di auto. Erano specializzati anche nei furti in appartamento. Con i soldi loscamente incassati acquistavano droga da rivendere nelle piazze della Calabria. E’ così che mantenevano le famiglie. "Si tratta di un reato odioso - ha sottolineato il procuratore Gratteri - perché tocca la collettività nella vita quotidiana. I Carabinieri sono riusciti a portare a termine una indagine completa e piena di prove documentali, ricostruendo il furto di decine di autovetture".

Molte delle automobili (fortunatamente) sono state restituite ai legittimi proprietari. Ma, nonostante gli arresti, l’incubo rom non passa. A pochi chilometri dalla città dei tre colli, in contrada Scordovillo, vivono migliaia di zingari accampati nel ghetto più grande del sud Italia. Anche loro esperti in furti ed estorsioni. Da anni i cittadini chiedono lo sgombero e l’abbattimento della baraccopoli. Ma nulla è stato fatto. Per non parlare, poi, dei rom che abitano le case popolari di via Isonzo, noti per lo spaccio di droga (cocaina ed eroina) e il traffico di armi. Un clan sempre più forte ed egemone. Che va annientato.

Condannato Seferovic, il rom che la Kyenge aveva difeso

ilgiornale.it

Condannato a quattro anni di carcere Senad Seferovic. La Kyenge si era battuta per far sì che uscisse dal Cie di Modena



Condannato il rom difeso dalla Kyenge. L'ex ministro, ormai cinque anni fa, si batteva per lo ius soli, quella visione giuridica per cui basta essere nati in Italia anche da genitori stranieri per ottenere la cittadinanza.

Nel contorno mediatico della proposta della Kyenge, finì la vicenda della liberazione dal Cie di Modena di Senad Seferovic, un giovane giostraio di origine rom per cui la Kyenge si battè fortemente affinchè venisse, appunto, liberato. Non tanto per dello ius soli, quanto, diceva la Kyenge, per i suoi diritti prescindenti dalle pendenze. La questione venne condita da una burrascosa polemica con il senatore Giovanardi, il quale, invece, si opponeva alla libertà di Senad Seferovic ed anzi spingeva fortemente per la sua espulsione.

All'epoca, Il giudice di pace di Modena, diede ragione all'ex ministro Kyenge, avvalendosi del fatto che, non essendo mai stato naturalizzato in Bosnia Erzegovina, il ragazzo non avesse alcun documento. Le pendenze giudiziarie, però, avevano spinto la Questura a chiederne l'espulsione dall’Italia. La Kyenge, allora, vinse la sua battaglia, ma ieri il giovane è tornato a far parlare si dè, visto che è stato condannato a 4 anni e 4 mesi di reclusione.

Senad Seferovic, infatti, scrive il quotidiano L'Arena, finì in carcere, quando, il 14 novembre 2016 era su un'auto che, dopo un inseguimento con una Gazzella dei carabinieri, imboccò contromano la Serenissima. Dei quattro presenti sul veicolo fu l'unico ad essere arrestato e ieri, appunto, è stato condannato per la vicenda. Il ragazzo di cui la Kyenge invocavava la liberazione dal Cie di Modena, insomma, pare sia tutto fuorchè un modello d'integrazione. Quando venne mandato nella struttura, peraltro, era stato fermato per un'accusa di furto. Già nel 2015 i carabinieri di Anzola, cittadina in provincia di Bologna, lo avevano arrestato assieme ad una banda composta da cinque nomadi, colti a Fiorano mentre erano intenti a trasportare un carico di rame dal valore di circa 40 mila euro.

Sono passati cinque anni, la proposta della Kyenge sullo ius soli si è arenata, ma Senad Seferovic pare non abbia apprezzato molto lo sforzo dell'ex ministro quando si battè per tirarlo fuori dal Cie di Modena. Almeno pare non abbia avuto alcuna intenzione di modificare il suo quadro comportamentale.

“Vieterei l’ananas sulla pizza”, bufera sul presidente islandese (costretto a scusarsi)

lastampa.it
filippo femia

La polemica culinaria ha spaccato il Paese. Johannesson si è detto contrario all’accoppiata. Poi le spiegazioni: «Non posso fare leggi per proibire cibi. Ma preferisco i frutti di mare»



Chi avrebbe immaginato che il presidente islandese si sarebbe trasformato nel baluardo a difesa della cucina italiana? A migliaia di chilometri dal Belpaese, nelle fredde terre dei vichinghi, Guoni Johannesson si è scagliato contro la pizza all’ananas, madre di tutti gli “stupri” culinari (peggio anche del ketchup sugli spaghetti e del cappuccino sorseggiato durante il pasto). 

Durante la visita a un liceo di Akureyri, città portuale affacciata su un fiordo nel Nord del Paese, ha risposto alle domande degli alunni. Prima ha spiegato la sua visione su temi di attualità e poi svelato la sua fede calcistica («Tifo Manchester United»). Poi un ragazzo ha alzato la mano: «Le piace l’ananas sulla pizza?». Una domanda innocente, ma la risposta ha sollevato un’ondata di polemiche. Johannesson ha detto di essere «profondamente contrario» all’ananas sulla pizza. Ma si è spinto oltre: se ne avessi il potere, ha detto, proibirei l’accoppiata con un’apposita legge. Apriti cielo. 

L’hashtag #pineapplepizza ha subito scalato le classifiche di Twitter, spaccando la civilissima comunità social islandese (ma non solo). Da una parte chi inneggiava a Johannesson come un eroe culinario, dall’altra chi lo accusava di «nazismo gastronomico». Tanto che è stato costretto a un chiarimento. «Non ho il potere di fare leggi che proibiscano alla gente di mettere l’ananas sulla pizza», ha scritto su Facebook. Buttandola poi in politica, con una spiegazione sui rischi del potere illimitato e senza contrappesi («Non vorrei essere nella posizione di chi può fare leggi che vietano quello che non gli piace. Non vorrei vivere in un Paese del genere»). Ma, sulla pizza, è rimasto irremovibile: «Consiglio quella con i frutti di mare».

Eletto a giugno, il presidente islandese è popolarissimo, con indici di gradimento oltre il 95%. Le decisioni di rifiutare l’aumento di stipendio del 20 per cento e di donare un decimo del suo reddito in beneficenza hanno sorpreso i cittadini islandesi. Johannesson è il primo capo di Stato al mondo ad aver sfilato a un Gay Pride ed è conosciuto per il suo stile altamente informale: grande fan della pizza, è stato visto addentare un trancio nel tragitto dalla strada all’ufficio. Indovinate? Nessuna traccia di ananas.

Qualche mese fa Jamie Oliver, chef inglese di celebri programmi tv, era finito sulla graticola per l’aggiunta del chorizo alla ricetta della paella. Tutta la Spagna si era infuriata per l’ingrediente “alieno”. La morale, allora come oggi, è la stessa: con le tradizioni culinarie non si scherza. 

Via

lastampa.it
jena@lastampa.it

Addio Partito bello o dolce ditta mia
cacciati senza colpa i bersanian van via
e partono cantando con la speranza in cuor.

Marx e i Pokémon

lastampa.it
mattia feltri

Il leader emergente del comunismo americano si chiama Dylan e ha dieci anni. Sul suo canale YouTube propone analisi come «le donne sono oppresse in oriente e anche in occidente», sulla superiorità (non pedante) dei vegetariani, e naturalmente su «perché abbiamo bisogno del comunismo». Ogni video fa da 40 a 60 mila visualizzazioni, e il più amato è uno in cui, da buon materialista storico, dimostra che Dio non può essere onnipotente; e lì sotto uno commenta: «Ecco il capo che ci servirebbe, ma non lo meritiamo». L’unico difetto del bimbo è che fra tante parole talvolta gli scappa un ruttino, già una significativa inversione di tendenza rispetto all’Italia, dove fra tanti ruttini talvolta scappa una parola. 

In un’intervista a Select All (segnalata da Rivista Studio), Dylan precisa di amare l’idea comunista di redistribuzione del reddito, e si dichiara piuttosto socialista, perché il comunismo «prevede leader unici come Stalin e Gorbaciov che poi corrompono l’idea». Gli spiace che a scuola non si parli di comunismo, o lo si demonizzi: «Dicono che condividere la ricchezza sia un furto, ma se condivisione e furto fossero la stessa cosa, probabilmente non ci sarebbe bisogno di due parole diverse: le definizioni sono importanti». Rimane da dire che detesta Donald Trump («un grosso, grasso scherzo») e si vergogna del suo primo video, che era sui Pokémon.

Ma a dieci anni passare dai Pokémon a Marx non è così grave: qui da noi c’è chi a sessanta è passato da Marx ai Pokémon, e nemmeno lo sa. 

Niklas Frank: “Grazie a Dio, papà è stato giustiziato”

lastampa.it
niklas frank

Pubblicato il 06/10/2016
 Ultima modifica il 06/10/2016 alle ore 07:32

Il figlio di Hans Frank, il governatore nazista della Polonia racconta a Forlì l’orrore per il padre


Settant’anni fa, in chiusura del processo di Norimberga, veniva impiccato Hans Frank, governatore generale della Polonia dal 1939 fino alla fine della seconda guerra mondiale Il tribunale lo aveva riconosciuto colpevole di crimini di guerra e crimini contro l’umanità La sua missione come governatore della Polonia consisteva sostanzialmente nell’uccidere il maggior numero di ebrei possibile. Dal matrimonio con Birgit Herbst nacquero cinque figli. Niklas, nato nel 1939, scrittore e giornalista, è l’ultimogenito

Dovete immaginarvi mio padre Hans Frank come un uomo viscido, dal carattere sfuggente. È stata la sua viltà a condurlo alla forca. Grazie a Dio è stato giustiziato a Norimberga il 16 ottobre 1946. Sono contrario alla pena di morte, ma per mio padre farei un’eccezione ancora oggi. Almeno, per una volta, ha potuto sperimentare quella paura della morte che ha imposto milioni di volte a persone innocenti.

Mio padre Hans Frank è stato ministro del Terzo Reich senza portafoglio e governatore generale della Polonia. In base alle leggi del Reich si trovava lì in qualità di rappresentante di Hitler, e dunque è stato il responsabile politico di ogni assassinio avvenuto nel governatorato. Al processo di Norimberga ha riconosciuto la sua colpa nel massacro degli ebrei - anche se solo per pochi minuti - e ha poi concluso la sua sorprendente confessione con la frase: «Passeranno mille anni e questa colpa della Germania non sarà cancellata». Perché ha sparso così, improvvisamente, la sua colpa personale sulle teste di 80 milioni di tedeschi? In chiusura ha però detto:

«Voglio rettificare solo una cosa: nella mia confessione ho parlato di mille anni, prima che la colpa del nostro popolo causata dal comportamento di Hitler venga cancellata. Non solo il comportamento dei nostri nemici di guerra - accuratamente tenuto fuori da questo processo - nei confronti del nostro popolo e dei nostri soldati, ma anche gli enormi stermini di massa commessi nei confronti di tedeschi, per quello che ho potuto io stesso constatare, soprattutto in Prussia Orientale, Slesia, Pomerania e nella zona dei Sudeti da parte di russi, polacchi e cechi, e che tuttora vengono perpetrati, hanno di fatto già oggi azzerato completamente la colpa del nostro popolo». 

Con queste parole marciava già sulla strada della negazione dei crimini tedeschi per il dopoguerra della Germania: compensando i propri crimini con quelli degli alleati, egli minimizzava i propri. Malgrado le prove schiaccianti presentate nel corso di un lungo processo, mio padre non aveva capito nulla. Malgrado in prigione si fosse fatto battezzare secondo il rito cattolico, anche se avesse avuto un’apparizione di Gesù nella sua cella, è rimasto un tipico tedesco: ostinato, deciso a non vedere, vile e viscido fino alla fine della sua vita. Io disprezzo lui e il suo Gesù tinto di nazionalsocialismo. Il modo in cui mio padre ragionava è ben rappresentato dal suo rapporto con Mussolini. Lui amava il Duce.

Così scriveva in un suo manoscritto strappalacrime redatto in prigione e che successivamente mia madre autopubblicò (ed ebbe anche un certo successo) con il titolo: Di fronte alla forca: «Oggi sono stato oggetto di un suo benvenuto davvero cordiale. Ci siamo seduti al tavolo uno di fronte all’altro. La sua testa aveva una struttura gigante con una fronte meravigliosamente geniale, sotto i grandi, potenti e nerissimi occhi brillava la vita, così come io non l’avevo mai vista in nessun altro uomo, non con questa inesauribile e fiammeggiante intensità. Mussolini era nato grande, e a differenza di Hitler era uno spirito libero, né possedeva, come invece Hitler, quell’ideologia pericolosa e fanatica». 

Mio padre era legato a lui da un amore pieno e untuoso. E continuava: «Tutto ciò che viene detto oggi su Mussolini dai suoi nemici, che con il suo ignominioso assassinio portano il peso di una tremenda ingiustizia, è completamente sbagliato. Egli amava il suo popolo sopra ogni cosa, e per esso voleva il meglio». Al contrario di mio padre sono ancora oggi profondamente invidioso del popolo italiano, che al contrario di quello tedesco, si è sbarazzato personalmente del suo Führer, anche se in modo brutale e in forme contrarie allo stato di diritto.

Per anni mia madre ha intrattenuto un affettuoso epistolario con Edda Ciano Mussolini, con alcuna consapevolezza, da entrambe le parti, dei crimini commessi dai rispettivi marito e padre. Nella nostra famiglia veniva spesso raccontato con orgoglio che Mussolini, dopo la sua liberazione da parte dei tedeschi, come prima cosa avesse detto. «E adesso deve venire il ministro della Giustizia Frank!». Per quanto ne so, mio padre è ancora cittadino onorario di Bologna… Chissà se in qualità di figlio posso girare gratuitamente sui bus della città?

Per quanto riguarda la colpa tedesca, lo Stato tedesco, in quanto successore legale del Terzo Reich, deve preoccuparsi che i risarcimenti alle vittime vengano garantiti nel modo più generoso possibile. La cosa però è stata accettata dalla Germania con riluttanza, e ancora molti procedimenti sono in attesa di essere regolati. Noi, un Paese ricco sfondato, non possiamo in alcun modo nasconderci dietro sofismi legali. 

Una colpa individuale sussiste solo ancora fra quei pochissimi tedeschi ancora in vita che all’epoca presero parte attiva ai crimini. Noi altri tedeschi siamo tutti non colpevoli. Ci rendiamo tuttavia colpevoli nella misura in cui non riconosciamo i nostri crimini come tali. E in conseguenza di questo, secondo me, alberga presso di noi un antisemitismo in divenire sempre più audace e un crescente odio per i richiedenti asilo. Io amo la Germania, ma non mi fido dei tedeschi. Non abbiamo imparato nulla dai crimini dei nostri genitori, nonni e bisnonni. Dunque, temeteci.