domenica 19 febbraio 2017

Caro Papa Francesco si sbaglia il terrorismo islamico esiste

Magdi Cristiano Allam - Sab, 18/02/2017 - 21:03



Non è la prima volta che Papa Francesco scende in campo per assolvere l'islam dalla responsabilità del terrorismo di chi sgozza, decapita, massacra e si fa esplodere urlando «Allah è il più grande».

L'ha fatto all'indomani della strage dei vignettisti di Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015 a Parigi, arrivando a giustificare l'atrocità dell'Isis per avere rappresentato in modo irriverente Maometto. L'ha fatto all'indomani del barbaro sgozzamento il 26 luglio 2016 in una chiesa a Saint-Étienne-du-Rouvray, in Normandia, dell'anziano sacerdote cattolico Jacques Hamel da parte di due giovani terroristi islamici francesi.

Cinque giorni dopo, domenica 31 luglio, quasi fosse la Chiesa a doversi discolpare e quasi fosse la cristianità a dovere tendere la mano all'islam, fu consentito agli imam di entrare nelle chiese in Italia e in Francia, di salire sugli altari affiancati dal sacerdote e di recitare i versetti del Corano in arabo. Fu la prima volta in assoluto che accadde in 1.400 anni di storia dell'islam. La Chiesa per 1.400 anni ha sempre condannato l'islam, ha sempre condannato il Corano, ha sempre condannato Maometto. Non c'era mai stata una così formale e plateale legittimazione dell'islam come religione.

L'affermazione di Papa Francesco fatta ieri all'università Roma Tre, «non esiste il terrorismo cristiano, non esiste il terrorismo ebraico e non esiste il terrorismo islamico», è un passo ulteriore nell'accreditare il relativismo religioso. Mettere sullo stesso piano ebraismo, cristianesimo e islam, assolvendoli indistintamente e acriticamente perché sarebbero le «tre grandi religioni monoteiste, rivelate, abramitiche», sostenendo che tutte e tre adorerebbero lo stesso Dio «clemente e misericordioso», ci impone la conclusione che l'islam è una religione legittima a prescindere dai suoi contenuti e dai comportamenti violenti dei suoi adepti.

Papa Francesco sbaglia nel sovrapporre in modo automatico la dimensione della persona con la dimensione della religione. Il cristianesimo si fonda sull'amore del prossimo, il cristiano è tenuto ad amare cristianamente il musulmano a prescindere dalla sua fede, ma non a legittimare la sua religione anche se i suoi contenuti sono del tutto incompatibili con la fede cristiana, perché l'islam condanna l'ebraismo e il cristianesimo di miscredenza e legittima l'uccisione dei miscredenti.Sarebbe sufficiente che Papa Francesco ascoltasse più attentamente i sacerdoti e i vescovi cristiani e cattolici d'Oriente, che conoscono bene l'arabo e il Corano, che hanno subito la discriminazione e patito la persecuzione islamica per il semplice fatto di essere cristiani.

Papa Francesco sbaglia facendo propria la tesi che ha prevalso in seno ai vertici della Chiesa, secondo cui il nemico da combattere è la secolarizzazione della società e la diffusione dell'ateismo, specie tra i giovani. In questo contesto si è giunti alla conclusione che l'islam sarebbe un alleato perché mantiene comunque in piedi l'idea di Dio. Si tratta di un tragico errore perché non è lo stesso Dio. Non c'è nulla che accomuna il Dio Padre della cristianità con l'Allah islamico che nei versetti 12-17 della Sura 8 del Corano tuona «getterò il terrore nel cuore dei miscredenti. Colpiteli tra capo e collo (...) Non siete certo voi che li avete uccisi, è Allah che li ha uccisi».

Papa Francesco sbaglia promuovendo un immigrazionismo che sta auto-invadendo l'Europa di milioni di giovanotti islamici. Come può immaginare che la rigenerazione della vita e la rivitalizzazione della spiritualità in questa Europa decadente possa realizzarsi con la sostituzione della nostra popolazione con una umanità meticcia e con l'avvento dell'islam? Il continuo riferimento storico sulle contaminazioni etniche che hanno connotato la storia dell'Europa è sbagliato, sia perché si è trattato di popolazioni cristiane o che hanno aderito al cristianesimo, sia soprattutto perché l'Europa e la Chiesa hanno potuto salvaguardare la propria identità e la propria civiltà solo perché hanno combattuto e sconfitto gli eserciti invasori islamici a Poiters (732), con la Reconquista (1492), a Lepanto (1571), a Vienna (1683).

Papa Francesco si ricordi che tutto il Mediterraneo era cristiano fino al Settimo secolo. E che in meno di 200 anni dopo la morte di Maometto nel 632 le popolazioni cristiane al 98% che popolavano la sponda orientale e meridionale del Mediterraneo furono violentemente sottomesse all'islam. Per averlo evocato nella sua Lectio Magistralis a Ratisbona il 12 settembre 2006 Benedetto XVI fu messo in croce fino a quando fu costretto a rassegnare le dimissioni.

Papa Francesco probabilmente sa già tutto ciò e pertanto non possiamo continuare a dire che sbaglia. Dobbiamo avere l'onestà intellettuale e il coraggio umano di dire che Papa Francesco sta consapevolmente ottemperando a una strategia finalizzata alla legittimazione dell'islam come religione costi quel che costi, anche se culminerà nel suicidio della Chiesa.

magdicristianoallam@gmail.com

Quale

lastampa.it
jena@lastampa.it

Quando ci saranno due Pd, uno di Renzi e uno di D’Alema, non sarà facile decidere quale votare. Ce ne vorrebbe un terzo.

Paolo: il sacerdote mi pagava «Frequenta anche altri ragazzi»

ilmattino.it
di ​Maria Chiara Aulisio



Quel sacerdote, il giovane Paolo, 28 anni, bell’aspetto e modi gentili, lo ha conosciuto su facebook. Qualche messaggio esplorativo, poi la “richiesta di amicizia” e infine l’incontro. O meglio: gli incontri visto che i due cominciarono a frequentarsi in maniera piuttosto assidua. All’inizio una o due volte al mese, un po’ alla volta sempre più spesso fino al giorno in cui Paolo ha detto basta: «Con quel prete non ci voglio stare più».

Andiamo con ordine. Vi siete conosciuti su facebook. Quando?
«Diverso tempo fa. Abbiamo cominciato scrivendoci dei messaggi nella posta privata, si parlava del più e del meno, poi ho capito che lui volentieri sarebbe andato oltre. E allora ci siamo incontrati».

Ti ha fatto proposte esplicite?
«Non ce n’è stato bisogno. Sono un ragazzo abbastanza sveglio. Come si dice a Napoli “vengo dalla strada”, mi è bastato poco per capire».

Quindi?
«Abbiamo cominciato a vederci».

Dove?
«A casa sua. Prima in un appartamento, poi anche in un altro».

Addirittura due appartamenti? Tutti del prete?
«No, non aveva due case. È che a un certo punto si è trasferito e allora ci vedevamo lì, sempre zona centro».

Ma lo sapevi che si trattava di un sacerdote?
«Certo che lo sapevo».

E la cosa non ti creava alcun problema?
«No, o forse sì... alla fine però ci stavo lo stesso. Quel prete l’ho conosciuto in un periodo molto difficile della mia vita, avevo un sacco di problemi anche in famiglia: all’inizio era quasi un sollievo parlare con lui. Gentile, affettuoso, bravissima persona, le sue parole mi rassicuravano, poi andava come andava... Adesso non è che voglio difendere nessuno, però c’è ben poco da meravigliarsi: sono tanti i preti, e ben più importanti di lui, che vanno con i ragazzi, un giro esagerato che manco ve lo potete immaginare».

Sempre con la complicità di Facebook?
«Non solo. Navigando su internet ho scoperto una chat per preti: si chiama “Reverendis”».

Reverendis? Di che cosa si tratta?
«È una specie di luogo di incontri virtuali per fare amicizia con i sacerdoti. Dicono che è fatta apposta per superare la solitudine e trovare conforto, si fanno discorsi di qualsiasi tipo. E si dice veramente di tutto. Io spesso ci andavo, la sera prima di addormentarmi facevo un giro su “Reverendis”, un po’ per sfizio, un po’ per curiosità. Se ne hai voglia, lì di preti disponibili ne trovi quanti ne vuoi anche se i npoletani sono pochi. In ogni caso, per quanto mi riguarda, con quel mondo ho chiuso».

Non frequenti più i preti e nemmeno le chat?
«Basta. Ho cambiato vita, adesso ho un lavoro che mi piace e di tutte “ste storie” non ne voglio sapere più niente. Anche per questo ho smesso di incontrare quel sacerdote».

Sei stato tu, quindi, a decidere di non vederlo più?
«Sì, sono stato io. La situazione era insostenibile».

Per quale ragione?
«Era diventato troppo insistente. Pretendeva che ci vedessimo sempre più spesso e io francamente non ne avevo voglia. Sapevo molto bene che si trattava di incontri pericolosi, ogni volta che mi sono trovato in queste situazioni sono stato molto attento, la mia preoccupazione era che tutta questa storia prima o poi potesse venire fuori. Così come è successo e non vi nascondo che mi dispiace molto».

Hai mai ricevuto soldi in cambio delle tue prestazioni?
«Diciamo che mi pagava la benzina. Mi regalava venti, trenta euro ogni volta che ci vedevamo. Non gli ho mai chiesto niente, insisteva sempre lui per darmeli i soldi, alla fine me li prendevo. Che dovevo fare?».

Come l’ha presa quando gli hai detto che non volevi più vederlo?
«Non bene, ma da quel giorno gli ho sempre detto di no. Per un po’ mi ha anche “bloccato” su Facebook, non potevo più avere accesso al suo profilo, recentemente però ho visto che mi ha “sbloccato” non so manco perché».

L’ultima volta che vi siete sentiti?
«Non mi ricordo precisamente. Forse quattro o cinque mesi fa sempre su Facebook».

Il prete ti ha mai parlato di altri ragazzi con cui si intratteneva come faceva con te?
«Frequentava anche altri ragazzi, lo sapevo. Ma quando e come si incontrassero non ne ho proprio idea».

Nei vostri messaggi su cui qualcuno è riuscito a mettere le mani e spedire direttamente al Cardinale, parlate anche di un altro sacerdote da coinvolgere negli incontri.
«Vero, si trattava di un suo amico, mi pare si fossero conosciuti in seminario. Provai anche a contattarlo più volte su Facebook ma senza esito».

Sabato 18 Febbraio 2017, 12:00 -
Ultimo aggiornamento: 18-02-2017 12:04


Napoli, festini gay con i preti dossier sulla scrivania di Sepe

ilmattino.it
di ​Maria Chiara Aulisio



C’è un dossier sulla scrivania del cardinale sul quale in Curia si sta lavorando da alcune settimane per decidere il da farsi. All’interno di quella busta bianca consegnata nelle mani di Crescenzio Sepe, dettagli, circostanze e soprattutto messaggi che raccontano, senza troppi giri di parole, di una serie di incontri a luci rosse tra sacerdoti e ragazzi. La vicenda comincia nella basilica di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone e finisce in un appartamento privato nella zona del centro.

Nel mirino di chi ha messo insieme il carteggio c’è un sacerdote in particolare accusato di frequentare a pagamento più di un ragazzo. La conferma arriva proprio da uno dei protagonisti di questa brutta vicenda sulla quale l’arcivescovo dovrà fare chiarezza al più presto: Paolo, 28 anni, conferma i rapporti sessuali con il sacerdote e, in cambio, di aver ricevuto del danaro. Ma non è il solo. Del «giro» - come si legge negli screenshot delle chat su facebook contenute nel dossier - farebbero parte anche altri preti che, in maniera più o meno saltuaria, parteciperebbero agli incontri hard.

La storia andrebbe avanti da alcuni anni: incontri e festini si consumerebbero all’insaputa di tutti, o quasi, ormai da tempo. Il parroco di Santa Maria degli Angeli, don Mario D’Orlando, si sorprende, prende le distanze dal dossier, e dichiara di non saperne nulla: «Ma che dite? Incontri con i ragazzi? Mi sembra tutto molto strano. Anzi lo ritengo impossibile. E comunque non ne so niente». Nessun minore coinvolto, per fortuna.
Almeno secondo  Venerdì 17 Febbraio 2017, 22:05

Le scissioni che hanno cambiato la storia e quelle diventate un flop

lastampa.it
fabio martini



La storia della sinistra italiana è segnata da una striscia senza fine di strappi, spesso dolorosissimi, ma caratterizzati da una differenza essenziale: alcune scissioni hanno interpretato una necessità “storica”, lasciando un segno indelebile nelle vicende politiche e sociali; altre, fatte sulla spinta di una necessità della “cronaca” o per effetto di divisioni personalistiche, hanno finito per avere un respiro corto e alla lunga si sono trasformate in un flop, un danno per lo schieramento che si immaginava di rafforzare. Se è presto per capire come si concluderà la diatriba in atto all’interno del Pd, ancora più prematuro è prevedere se l’eventuale scissione apparterrà agli eventi storici o ai flop: ma i precedenti possono aiutare a capirlo.

La prima grande separazione nella storia della sinistra italiana è quella che nel 1921 porta la frazione comunista a lasciare il Partito socialista nel congresso di Livorno, che infatti da allora viene proverbialmente associato al termine scissione. Il nucleo raccolto attorno ad Amedeo Bordiga e ai più giovani Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti si separa dal ceppo socialista in nome del mito della “rivoluzione d’ottobre”, della violenza rivoluzionaria, dell’Internazionale comunista. I fatti si incaricheranno di dimostrare che quella scelta interpretava una “necessità” storica, condivisa da milioni di persone, in Italia e fuori. Certo la storia, alla lunga, avrebbe dato ragione al capo dei socialisti riformisti, Filippo Turati, che a Livorno ai compagni che lasciavano il partito, indirizzò parole fraterne e profetiche:

«La miseria, il terrore e la mancanza di ogni libero consenso in Russia produrrà decenni di patimenti e povertà, un paradosso per un Paese così ricco di risorse», «la forza del bolscevismo russo è nel peculiare nazionalismo che vi sta sotto» e «quando anche voi avrete impiantato il partito comunista in Italia, sarete forzati (lo farete, perché siete onesti) a ripercorrere la nostra via, la via dei socialtraditori». In Russia e in Italia andò come aveva profetizzato Turati, ma è altrettanto vero che la scissione del 1921 diede vita ad un partito, il Pci, che avrebbe segnato profondamente per 70 anni la vita politica e sociale italiana e che sarebbe diventato la più grande forza comunista dell’Occidente. 

Molto importante e interprete delle “necessità” della storia anche la scissione di palazzo Barberini, quella che nel 1947 portò i socialisti “autonomisti” di Giuseppe Saragat a lasciare il Partito socialista guidato da Pietro Nenni, nella convinzione che fosse strategicamente sbagliata l’alleanza stretta con il Pci stalinista di Togliatti. La scissione fu esiziale per il consolidamento di una forza socialista autonoma in Italia, ma i socialdemocratici, pur con un’identità sempre più sbiadita, contribuirono ai governi centristi guidati da De Gasperi, protagonisti della rinascita del Paese, la più poderosa della storia nazionale.

Sempre ai danni del Psi la scissione che nel 1963 portò alla nascita del Psiup, in dissenso dalla scelta di Nenni di dar vita a governi di centro-sinistra. Ispirata dai “carristi” che avevano preso posizione favorevole all’URSS in occasione della repressione della rivolta in Ungheria, i psiuppini si fecero il loro partito, costituirono una piccola nomenclatura, ma senza mai distinguersi dal Pci, chiusero i battenti dopo 8 anni e più tardi il più carismatico di loro, Lelio Basso, confessò che quella scissione era stato un errore.

L’ultima scissione importante risale al 1991: contestando lo scioglimento del Pci, nasce il Partito della Rifondazione comunista che per qualche anno intercetta, con risultati significativi, gli elettori che credono in una rinascita del comunismo, ma anche in questo caso a far la differenza è la “necessità” storica: nel 1921 il comunismo era un mito per milioni e milioni di persone, nel ventunesimo secolo per tanti è un incubo, per altri non evoca più qualcosa di trascinante.

La lenta agonia dei circoli: “Ma siamo un pezzo di storia”

lastampa.it
flavia amabile

Sull’Aventino la sezione del Pci che deve 50mila euro: “Deserta da anni, ogni tanto spunta un comunista”


Il circolo Pd Alberone di via Appia Nuova 361

Andare in giro per circoli di partito è un viaggio nell’agonia di un mondo, qualcosa di ancora più definitivo di un percorso della nostalgia. È la certezza di un’estinzione annunciata, la tristezza di un sottobosco di sigle che si tramandano e si dividono i luoghi a ogni passaggio di casacca; perché dove lo trovi un altro locale alle cifre che un tempo garantiva l’Ater, l’aziende delle case popolari?

Sembra quasi un inutile accanimento andare a chiedere a questi mondi se sono davvero morosi con gli affitti come risulta dalle liste che da mesi circolano sulle cifre esorbitanti che l’azienda non riesce a incassare. Sono sette milioni di euro ma i partiti hanno pendenze per circa un milione. Uno dei principali morosi è il circolo Pd di via Crema nel quartiere Appio. Deve 77.152 euro all’Ater ma la lista non racconta che cosa c’è dietro quella cifra, il tormento di una sede che un tempo apparteneva ai Popolari, passata alla Margherita e poi diventata del Pd.

Un domino. «Un domino. Soprattutto nel senso dell’effetto caduto», conferma scherzando Nino La Martire, farmacista della zona e iscritto storico della sede. Sono caduti tutti: i Popolari, la Margherita. Anche il Pd non sta affatto bene ma nel frattempo il circolo di via Crema è stato chiuso nell’operazione pulizia coordinata da Fabrizio Barca. «Non era produttivo», spiega Nino La Martire. Eppure nel momento di massimo fulgore aveva 300 iscritti ma era molti anni fa.

Si fa davvero fatica a associare la produttività a una sede di partito. Prendiamo il circolo Pd di via del Gazometro, quartiere Testaccio. Nelle liste Ater risulta moroso a dicembre scorso per una cifra di poche migliaia di euro ma, ancora più del debito, a provocare sconforto sono il simbolo del partito socialista semisbiadito sulla facciata, le persiane cadenti, i rattoppi visibili dall’esterno.

L’unico segno del tempo che passa è rappresentato dall’Unità esposta per farla leggere a chiunque come avviene in ogni sede del partito da tempo immemore. Non è la copia del giorno, è quella del 15 febbraio ma Ilario Valeri, ultrasettentenne, si ferma a leggere un articolo di cronaca nera. «Vengo qui ogni giorno. La mattina sono sempre aperti. L’affitto? Hanno debiti? Ma lasciateli stare: questo è un pezzo di storia di questo quartiere. Se chiude anche la sede del Pd che cosa resta?».

La storia è evidente anche a qualche centinaio di metri di distanza, nella sede di Sel dove allo stesso numero civico risulta anche la sede del Pd. Una signora pulisce lo stanzone pieno di sedie accatastate su un lato. «Non so nulla di affitti, ma che volete da loro? Qui non ruba nessuno. E che potrebbero rubare? Soldi non se ne vedono da tempo».

La signora probabilmente non ha torto: non devono esserci grandi fondi in un posto dove sono affissi in pochi metri i manifesti della campagna elettorale di Fassina candidato sindaco di Roma, un insegna del Pds con la Quercia degli anni Novanta e una di Sel con un numero di telefono da tempo non funzionante. È la storia come stratificazione delle fasi senza che nulla cancelli davvero quella precedente.

Viene quasi un groppo in gola se si sale sul colle dell’Aventino a cercare il circolo Pci, Partito Comunista Italiano, se ancora significa qualcosa questa sigla nel 2017. Era la sezione dove era iscritto Armando Cossutta, ci sono associazioni di guide turistiche specializzate in percorsi nella storia del Novecento che organizzano tour per andare a vedere la lapide in marmo presente sull’edificio con la scritta e il simbolo di un partito che non esiste più. Secondo l'Ater al 31 dicembre 2016 il circolo ha quasi 50mila euro di debito. La sede è in un villino dal fascino indiscutibile nonostante gli infissi cadenti, il cancello arrugginito. I vicini di casa assicurano che ogni tanto qualcuno dei «comunisti» si fa vivo.

Tutt’altra atmosfera in via Scarlatti, quartiere Parioli, circolo totalmente operativo, profilo Faebook e Twitter. Risulta una pendenza ma è una bolletta non pagata, specifica Manuel Felsani, il segretario. Al circolo Pd Alberone sull’Appia smentiscono qualsiasi debito. «Paghiamo 140 euro e li abbiamo sempre versati. C’è una trattativa per adeguare il canone ma se ne sta occupando il partito», spiega la responsabile Antonella Di Giacomo. Problemi che in questo momento sembrano lontani. «Vediamo se il partito lunedì esisterà ancora», commenta un iscritto andando via.