sabato 18 febbraio 2017

L'isola Cayman d'Italia

Alessandro Sallusti - Ven, 17/02/2017 - 14:42



Ieri a Milano il sindaco Sala e il ministro dell'Economia Padoan hanno varato un progetto che potrebbe portare a incentivi fiscali per i manager e le società della comunità finanziaria europea in cerca di una nuova piazza il giorno in cui la City di Londra «chiuderà» per via della Brexit. Meno tasse in cambio di più affari e di una maggiore centralità sullo scacchiere internazionale è una ricetta perfetta, al contrario di quella che si sono dati i siciliani siamo sempre in Italia di meno tasse in cambio di più mafia.

Ieri abbiamo riportato l'audizione choc alla Camera del capo degli esattori siciliani. Politici, società, comuni cittadini le tasse semplicemente non le pagano: 52 miliardi di buco in dieci anni. E oggi raccontiamo la beffa nella beffa: in quella Regione un esercito di 886 avvocati assunti dall'agenzia di riscossione regionale è riuscito a recuperare solo l'otto per cento dell'ammanco. Come dire: cornuti e mazziati, perché di certo questi signori non lavorano gratis.

Sapevamo della Sicilia come di un paradiso naturale, non in queste dimensioni di un paradiso fiscale. Una sorta di isola Cayman (centro di raccolta mondiale dell'evasione) fai da te. La differenza è che nel mare delle Antille moltiplicano i soldi, noi invece li bruciamo. È vero che in Sicilia c'è una sorta di doppia tassazione: da una parte il pizzo alla mafia e dall'altra il contributo allo Stato italiano. Ma quando è troppo è troppo. Almeno un po' di equilibrio, altrimenti tanto vale abdicare alla sovranità che si risparmiano tempo e soldi.

Attenzione. Qui non si parla di disperati perseguitati da Equitalia, comunque non solo di loro. C'è una classe dirigente, politica e imprenditoriale, che non riconosce lo Stato (nonostante il fiume di denaro che riceve) e che, soprattutto, non lo teme. C'è un senso di impunità mascherato da vittimismo e piaggeria che ha superato il limite. È vero, convivere con la mafia è terribile, ma la mafia sopravvive e cresce dove pagare le tasse non è un dovere e neppure un obbligo, ma una libera scelta. Che poi magari uno sceglie di versare l'obolo al padrino: costa meno e offre più vantaggi e garanzie. Il vero patto Stato-mafia non è nelle carte giudiziarie inseguite (vanamente) da Ingroia, è nell'inerzia di una magnifica terra che si ostina a non volere essere tale.

Bersani

lastampa.it
jena@lastampa.it

Parlar del più e del meno con D’Alema
Per ore ed ore
Per non sentir che dentro qualcosa muore
Capire tu non puoi
Tu chiamale se vuoi
Scissioni

Cristo si è fermato a Roma

lastampa.it
mattia feltri

Saranno i mille campanili di Roma, tesi verso l’eternità del cielo, ma qui nella capitale si susseguono miracoli di stampo evangelico. Il nuovo lago di Tiberiade è l’Atac, l’azienda municipale dei trasporti, dove non si moltiplicano pani e pesci ma pneumatici, e con altrettanto soprannaturale magistero. È successo che nei tre anni compresi fra il 2013 e il 2015, gli autobus romani hanno bucato 6 mila e 36 gomme, ma ne hanno sostituite d’urgenza 15 mila e 371. Con conseguente aumento del costo, otto milioni in più. E dove sono finite le novemila gomme acquistate di troppo? Mah. 

Inutile cercare spiegazioni non metafisiche in una città, e in un’azienda, che era già riuscita a moltiplicare per quattro il prezzo dei dischi freno per i treni della metropolitana: 6 mila e 700 euro l’uno invece di mille e 700, cifra di listino. Nulla, se non i prodigi celesti e gli insegnamenti biblici, dà il senso alla vita dell’Atac: pochi mesi fa una piaga d’Egitto s’è abbattuta sui conducenti e gli operai, centosessanta dei quali sono caduti simultaneamente sotto malattie sorprendentemente varie e terribili, ognuna delle quali impediva loro - in scienza e in coscienza - di mettersi al volante o in officina. Ma la mano di Dio è calata su di loro, e dopo la visita fiscale l’ottanta per cento degli infermi si è rialzato in piena salute, come Lazzaro.

Tutto questo non può che riempirci di ottimismo: presto arriverà la primavera e con le piogge la città si allagherà e si fermeranno tutti i mezzi pubblici. E noi proveremo a camminare sulle acque.

L'Italia ha sempre nostalgia delle sue rivoluzioni a metà

Francesco Perfetti - Sab, 18/02/2017 - 08:36

Dal Risorgimento fino agli "Anni di piomb"» si è coltivato il mito. Danneggiando presente e futuro



Alle origini, almeno in Italia, ci fu Alfredo Oriani. Proprio lui, il «solitario del Cardello» com'era chiamato, gettò le premesse per una lettura critica della storia italiana che ne sottolineava il carattere di rivoluzione «incompiuta» o «tradita».

Nelle sue due opere più famose, La lotta politica in Italia e La rivolta ideale, questo burbero, scontroso, solipsistico intellettuale romagnolo tradusse la propria insoddisfazione per l'esito, a suo parere deludente se non fallimentare, del processo risorgimentale in un sogno profetico: il completamento di quella rivoluzione a opera di una «aristocrazia nuova». Così, senza neppure rendersene conto, Oriani divenne il padre di una «ideologia italiana» che, attraverso manifestazioni diverse, avrebbe attraversato come un mutante tutta la storia italiana del Novecento.

A Oriani guardarono, infatti, personaggi di ogni estrazione culturale e politica, di destra e di sinistra, esponenti di una sorta di «sovversivismo intellettuale» germogliato all'insegna del «ribellismo» e dell'illusione nella possibilità di trasformare, grazie all'opera di una «aristocrazia nuova», il mondo reale. Una «cultura politica della rivoluzione», insomma, destinata a diventare il tratto dominante, sia pure sottotraccia, della storia nazionale e che ha finito per bloccare la possibilità di affermarsi di una «cultura politica riformista».

Nel suo ultimo e importante saggio dal titolo Ribelli d'Italia. Il sogno della rivoluzione da Mazzini alle Brigate rosse (Marsilio, pagg. 418, euro 19,50) lo storico Paolo Buchignani segue un lungo itinerario, tipicamente italiano, che dal Risorgimento giunge fino ai cosiddetti «anni di piombo» e che si sviluppa, appunto, all'insegna di un progetto culturale e politico rivoluzionario.

Osserva Buchignani: «Questa cultura politica si manifesta sia come rivoluzione nazionale che come rivoluzione sociale, si declina a destra e a sinistra, nel fascismo e nell'antifascismo, si colora di rosso o di nero, si evolve in sintonia con i tempi e le circostanze, s'inabissa e riemerge, cambia pelle, accentua un elemento o l'altro a seconda dei casi, delle forze politiche, delle situazioni nelle quali si esprime, ma non si snatura».

Questa cultura politica della rivoluzione cui fa riferimento Buchignani è camaleontica e tale suo camaleontismo discende dalla necessità di surrogare, in qualche modo con altre prospettive, i fallimenti ricorrenti dell'illusione rivoluzionaria. Ecco, allora, che entra in gioco la categoria del «tradimento della rivoluzione», anch'essa declinata in varie specificazioni, come terreno di coltura della «ideologia italiana».

Ed ecco, ancora, che l'intera vicenda storica dell'Italia unita può essere letta all'insegna di questa categoria interpretativa: il Risorgimento, per esempio, ma anche i governi della Destra storica e della Sinistra storica, per non dire del fascismo, della Resistenza e, nel secondo dopoguerra, dei disegni eversivi della destra extraparlamentare, delle pulsioni operaistiche, della contestazione studentesca, del terrorismo brigatista.

Il saggio di Buchignani è un contributo importante e maturo della più recente storiografia contemporaneistica italiana poiché mette bene in luce, con un approccio di tipo culturale, il denominatore comune, rappresentato dal «mito rivoluzionario», di esperienze politiche in apparenza profondamente diverse e contrastanti. Un esempio emblematico: il caso di Benito Mussolini e di Piero Gobetti. Buchignani muovendosi lungo la direttrice già individuata da Augusto Del Noce che ne aveva sottolineato la comune matrice culturale idealistica e in particolare gentiliana spiega il rapporto fra i due, e simbolicamente tra fascismo e antifascismo, ricorrendo sia al «mito rivoluzionario» sia alla categoria del «tradimento della rivoluzione».

Entrambi erano convinti che la guerra fosse destinata a sfociare in una rivoluzione e in un rinnovamento radicale, ma poi Mussolini divenne, per Gobetti, il rivoluzionario «traditore», colui che, per giungere al potere e per consolidarvisi, sarebbe stato disposto a scendere a compromesso con le forze tradizionali, a cominciare dal giolittismo. Tuttavia, al di là degli esiti storici, fascismo e antifascismo risultano accomunati da una medesima sostanza intellettuale, l'idealismo di stampo gentiliano, e da una medesima categoria culturale e sociologica, il «mito della rivoluzione» cioè, incrinato dalla pratica del «tradimento» politico.

Altri esempi, oltre al «Risorgimento tradito», sono quelli del «fascismo tradito», che diventò un Leitmotiv del fascismo movimento contrapposto al fascismo regime, e della «resistenza tradita». Al «fascismo tradito», in fondo, si collega non soltanto la lotta interna, durante gli anni del regime, tra rivoluzionari e conservatori, ma anche la trasmigrazione, nell'immediato secondo dopoguerra, di molti significativi esponenti della sinistra fascista nelle file comuniste, i cosiddetti «fascisti rossi», in nome del recupero delle genuine istanze rivoluzionarie del primo fascismo.

Il mito della «resistenza tradita» fu coltivato, invece, per diversi decenni da quelle forze politiche (e dai loro eredi) che, in qualche misura, muovendosi all'insegna dell'idea dell'«unità della resistenza a guida comunista», avevano sempre sostenuto che la resistenza dovesse essere vista come il fatto rivoluzionario per eccellenza della storia dell'Italia unita e che avrebbe dovuto, quindi, produrre un tipo di società e di sistema politico diverso da quello effettivamente realizzato.

Furono alfieri e portabandiera di questo mito della «resistenza tradita» gli azionisti di derivazione gobettiana e rosselliana, i socialisti massimalisti del Nenni frontista, certe frange di un liberalismo progressista, tutti in posizione subordinata ai comunisti, egemoni non soltanto di questo vasto schieramento, ma anche dello scenario politico-culturale del Paese grazie al controllo di molti centri nevralgici di produzione della cultura come giornali, case editrici, università e via dicendo.

Questo stesso mito venne poi ripreso largamente dal movimento studentesco, dai gruppi extraparlamentari sessantottini e post-sessantottini e utilizzato proprio, in un singolare contrappasso, contro il partito comunista, accusato di aver tradito la resistenza e lo stesso antifascismo con la rinuncia all'idea della rivoluzione antiborghese e anticapitalista. E non è privo di significato che, sulla linea di una contrapposizione al «mondo moderno», abbia potuto maturare persino l'incontro con gruppi della destra radicale ed eversiva.

La verità, come si desume dal bel libro di Buchignani, è che, a destra come a sinistra, il cuore pulsante di quella che è stata definita l'«ideologia italiana» è quella che si potrebbe chiamare la visione giacobina della storia con le sue implicite pulsioni di rinnovamento catartico della società e i suoi sogni di creazione di impossibili paradisi in Terra. Questa visione costituisce l'essenza del «mito rivoluzionario»: un mito che la categoria del «tradimento» rende proteiforme e sempre cangiante. E, purtroppo, pericoloso.

Quei partiti che non pagano l’affitto. A Roma arretrati per 6,8 milioni

lastampa.it
francesco grignetti

Centinaia di immobili pubblici occupati da sigle politiche morose. Nell’elenco anche formazioni defunte che non salderanno mai i conti

Il Circolo Pd Appio- Tuscolano risulta moroso per 77.152 euro. Nel momento di massimo fulgore contava 300 iscritti

È uno scandalo che nella Capitale sembra non dover finire mai. Gli immobili pubblici, in questo caso le case popolari della Regione Lazio, in sigla Ater-Roma, restano il regno della morosità. E quando a dover pagare i canoni sono partiti politici, sindacati, associazioni culturali o sportive, il mancato pagamento è assicurato. Pur con qualche piccolo segno di miglioramento, secondo gli ultimi dati, aggiornati al 30 novembre scorso, dalle casse l’Ater mancano 6,8 milioni di euro. Erano 8,8 milioni di arretrati soltanto quattro mesi prima. 

A giudicare dalle carte, insomma, il direttore generale dell’Ater, Francesco Mazzetto, sta facendo bene il suo lavoro anche se è altissima la montagna del debito da incassare. «Sono rientrati 2 milioni di euro», fa sapere. C’è però un particolare che lascia interdetti: gli elenchi degli affittuari di natura politica sindacale o associativa, che l’Ater per la prima volta è costretto a rendere pubblici, hanno una sorta di omissis: quando vi è in corso una procedura di «regolarizzazione», gli importi della morosità vengono oscurati. 

Ecco, siccome il Pd o la Cgil, pizzicati con morosità abnormi, hanno avviato il percorso di «regolarizzazione», nulla più si sa delle loro situazioni contabili. Ci si può riferire quindi solo all’ultima lettera di Matteo Orfini, commissario del Pd a Roma, ai segretari di circolo del partito: «Il debito imputato alle nostre strutture territoriali - scriveva il 25 gennaio - è superiore ai 600 mila euro. Una situazione gravissima e ingiustificabile, frutto della gestione in anni passati». Si noti che il debito del Pd nei confronti dell’Ater-Roma era di 646mila euro già nel marzo del 2015. 

Nel frattempo, alcune sedi storiche sono state restituite al padrone di casa. Clamoroso è il caso della sede del partito di via dei Giubbonari, che ha accompagnato e declinato la storia della sinistra romana. Prima il Pci, poi Pds, poi Ds, infine Pd. Nel frattempo il debito era esploso a 130mila euro. Finché le chiavi sono state restituite. 

Non c'è soltanto il centrosinistra, però, nell’elenco di chi non paga. Ci sono sedi di partiti morti e defunti, quale il circolo Psi a Garbatella (morosità di 50 mila euro), la sede Psdi dell’Alberone (54mila), il circolo Pri di Prati, in via Turba (25mila). Sono in tutta evidenza crediti incagliati, che sarà impossibile esigere. 

E naturalmente c’è l’intero spettro costituzionale: l’Udc di via Anagni (142 mila euro), An di Corviale, ora passata a Fdi (161mila euro), Sel di via Silvano (142mila euro). Sotto mentite spoglie c’è anche Forza Italia, che usufruisce dei locali affittati all’associazione culturale «Mai dire no», di cui sappiamo grazie alle inchieste sulla nuova Affittopoli capitolina del «Tempo» che due anni fa aveva un arretrato di 143 mila euro e che attualmente è in fase di «regolarizzazione». Un dato comunque salta agli occhi. Nel marzo 2015, la morosità complessiva dell’universo politico ammontava a 3,5 milioni di euro. Trenta mesi dopo, il debito dei partiti nei confronti dell’Ater è ridotto (si fa per dire) a 1,3 milioni. 

Ma i partiti, come si sa, hanno una formidabile leva per fare cassa: i soldi che arrivano dallo Stato attraverso i rimborsi elettorali o i lauti assegni per gli eletti. Quando ad essere morosa è una associazione qualsiasi, che per statuto non ha patrimonio né scopo di luco, con chi rivalersi? L’Ater può mettersi l’animo in pace di fronte ai 217 mila euro di debito che ha accumulato il Circolo ricreativo Corinaldo di via Corinaldo 120, oppure i 184 mila del Club Peperino di via del Peperino 39, o ancora i 175 mila del circolo Enal di piazza Donna Olimpia 5.

Già più difficile accettare che la Guardia nazionale ambientale Onlus, un’associazione di guardie zoofile volontarie che vanta di essere inserita dal 2011 negli albi della Protezione civile e dal 2016 è riconosciuta dal ministero dell’Ambiente, possa avere accumulato un debito di 173 mila euro per affitti non pagati nella sua sede centrale di via Scarpanto 64 dove occupa un locale di 228 metri quadri. Sono oltre cento le associazioni che a Roma risultano morose nei confronti dell’Ater. E la cifra è iperbolica: 3 milioni, 995 mila euro di affitti non incassati. 

«È tutta una vergogna - s’arrabbia Alessandro Capriccioli, consigliere regionale dei Radicali, che su questo tema sta facendo una battaglia di trasparenza - perché se questo è l’andazzo, tanto varrebbe dare i locali a titolo gratuito, ma a tutti, non solo agli amici degli amici. Oltretutto la maggior parte di questi locali restano chiusi il 99 per cento del tempo. Si potrebbe pensare a un sistema di rotazione oraria, con cui tutti i partiti, tutti i sindacati, e tutte le associazioni garantiscano un certo numero di ore aperte e di attività svolte a favore dei cittadini». 

Cinquant’anni fa nasceva il Ciao, un’altra leggenda Piaggio

GM

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Parliamo d’amore. D’amore, fughe d’amore e gesti d’amore. Solo così si può sintetizzare il Ciao, la leggenda della Piaggio che ha accompagnato generazioni e generazioni nel primo bacio, al primo appuntamento, nell’assenza ingiustificata a scuola, a fare la gita fuori porta, per andare a lavorare. E in questi giorni, quell’oggetto che a un adolescente perennemente connesso e super digitale potrebbe sembrare poco più di una bicicletta, compie 50 anni.  Non che avesse aspirazioni diverse già nel 1967, data di nascita: voleva imporsi per la sua semplicità, per il suo peso contenuto, per una appena accennata necessità di essere manutenuto e per i consumi ridicoli. Insomma, quell’oggetto necessario a portarti da un punto A a un punto B e a farti sentire parte integrante del tessuto sociale.

Era un’Italia che cresceva, un Paese dove le famiglie facevano figli, i giovani provavano a ribellarsi, le aziende offrivano opportunità di lavoro e in televisione andava in onda la finale di Sanremo con un inedito e acerbo Lucio Dalla.  Il Ciao costava 54.000 lire, nella sua versione base. Era abbordabile anche nel prezzo e sostituiva il sogno proibito di acquistare una moto.

Un colpo ai pedali, di metallo rivestiti di plastica nera, per avviarlo e partire alla conquista della libertà. Certo, non ci si viaggiava comodissimi perché la capacità di assorbire la condizione della strada era affidata alle molle sotto il sellino e non c’erano le sospensioni posteriori. Ma chi lo acquistava sapeva bene cosa comprava e non voleva nulla di più. Gradito anche dal pubblico femminile, il Ciao si adattava a ogni esigenza e grazie al motore nascosto sotto il telaio, in lamiera d’acciaio, poteva raggiungere i 40 km/h, proprio come una minicar di oggi.

A meno che qualche audace smanettone non l’avesse modificato. La Piaggio ne ha costruiti oltre 3 milioni di pezzi ed è stato uno dei ciclomotori che in Italia ha fatto furore, anche in virtù dei vari upgrade usciti sul mercato nel tempo e delle campagne pubblicitarie innovative, ironiche, irriverenti che hanno portato il motorino a diventare un’icona di stile.

Talmente riconoscibile che, come la Vespa, si è guadagnato anche un Registro Ufficiale dedicato.Si dia il via dunque ai festeggiamenti e visto che oggi a 50 si inizia a vivere, la Piaggio potrebbe certo pensare a un nuovo corso anche per quella che potrebbe sembrare una bella bicicletta …elettrica. Con gli stilemi e qualche tocco vintage di quel prodotto che la storia l’ha già scritta.Intanto, sulla pagina Facebook del Museo Piaggio, che si trova a Pontedera e vale pur sempre una visita reale, inizieranno le celebrazioni ufficiali con una serie di post dedicati alle date salienti di questo primo mezzo secolo.
Ciao!

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