mercoledì 15 febbraio 2017

Il caso delle ministre svedesi in Iran: giusto o no indossare il velo?

lastsmpa.it
francesca sforza


La ministra del Commercio svedese Ann Linde durante la sua visita in Iran la scorsa settimana

Ha fatto molto discutere il caso delle rappresentanti del governo svedese che hanno deciso di indossare il velo durante una visita ufficiale in Iran. È giusto rispettare le leggi di un paese straniero (anche se non coincidono con le nostre) o sarebbe stato più giusto, visto il tipo di legge e il tipo di composizione della delegazione in visita (tutte donne), cogliere l’occasione e ribadire la propria contrarietà all’obbligo di indossare il velo? Sono molti i lettori e le lettrici della Stampa intervenuti sul tema in seguito all’articolo che riportava (e sì, un po’ commentava) la notizia. Per questo abbiamo pensato a un sondaggio, nella convinzione che, al di là della conta numerica delle opinioni, sia un modo per tenere vivo un dibattito importante, in tempi di integrazione controversa e riluttante.

Giusto qualche precisazione: la legge islamica, in vigore in Iran dal 1979, impone alle donne di indossare l’hijab, il velo che copre testa e collo, nascondendo i capelli. La polizia religiosa ha il compito di vigilare affinché la norma sia rispettata. Nel gennaio 2015 il progetto di legge che concedeva più poteri alla polizia religiosa per far rispettare la norma è stato bocciato perché giudicato incostituzionale; contestualmente, il Paese ha conosciuto negli ultimi anni un fenomeno di “alleggerimento del velo”, nel senso che si è passati a veli che non coprono completamente i capelli come accadeva in passato, e a vestiti un po’ più corti del tradizionale chador. Il cambiamento si registra in maggioranza nelle grandi città, e viene comunque spesso stigmatizzato da parlamentari e leader religiosi.

Non esiste alcuna norma di diritto internazionale che renda obbligatorio il velo a una donna straniera. Indossarlo è una forma di rispetto per la consuetudine locale - rispetto che viene richiesto dal cerimoniale locale - ma non può considerarsi un obbligo. 

A sorpresa torna il Nokia 3310

La Stampa
antonio dini

Il telefono, tra i più venduti di sempre (126 milioni di pezzi), troverà nuova vita tra pochi giorni



È il più amato e il più venduto di sempre. È il Nokia 3310, lo storico cellulare lanciato dalla casa finlandese nel settembre 2000, che a sorpresa tornerà sul mercato tra pochi giorni. Lo ha anticipato HMD Global Oy, l’azienda che ha comprato i diritti del marchio Nokia per la telefonia tradizionale, dopo l’acquisizione della parte industriale del gigante finlandese da parte di Microsoft. L’erede del 3310 avrà un prezzo di 59 euro circa e connessione 3G: potrebbe essere il “dumb phone” del futuro.


Al prossimo Mobile World Congress, che si terrà tra pochi giorni a Barcellona, HMD presenterà anche tre modelli di telefoni Nokia (chiamati semplicemente con un numero: 3, 5 e 6). Ma la stampa e gli appassionati di tutto il mondo sono entrati in fibrillazione quando sono filtrate le notizie di un altro prodotto: un omaggio al 3310, il Nokia più famoso di sempre.



Il mitico telefonino 2G, con il gioco più additivo di una droga (il celeberrimo Snake II), è ancora un oggetto di culto tra gli appassionati di tutto il mondo e non solo. Venne venduto in 126 milioni di esemplari dal 2000 al 2005, ma a sorpresa si scopre che è ancora usato da alcuni irriducibili (semplicemente “perché funziona”), e in Cina ancora vengono prodotte batterie compatibili. Il Nokia 3310 ed è considerato una specie di telefono indistruttibile: schermo in bianco e nero, guscio personalizzabile con le oggi introvabili Xpress-On, resistenza superiore.

Un telefono hipster per definizione. Unica funzione smart: gli sms. Niente fotocamera o altre tecnologie del futuro (se non la possibilità di aggiornare i logo degli operatori tramite speciali sms), il Nokia 3310 si è conquistato la sua reputazione grazie a una performance e resistenza unica. Prendeva segnale anche sottoterra, rapidissimo nell’aggancio della linea, poteva volare fuori da borse e borsette innumerevoli volte senza rompersi: come un puzzle si divideva in tre (batteria, cover frontale e corpo del telefono) per poi ripartire come se niente fosse. Tra gli aneddoti di una vita, c’è chi narra di averlo usato per giocare a pallone (ovviamente senza riuscire a romperlo). Soprattutto, la batteria del Nokia 3310 durava una settimana.



Oggi HMD vuole rilanciare il nuovo Nokia 3310 a 59 euro: ancora nessun particolare è stato svelato, anche se sicuramente dovrà essere un telefono almeno 3G, perché in un paio di anni le reti Gsm 2G verranno spente. Secondo alcune fonti, invece, potrebbe costare addirittura 39 euro (con vendita online), niente touch, doppia Sim, 30 giorni di stand-by e 22 ore di chiamate, con radio fm, player mp3, fotocamera da 2 megapixel e schermo da 2,4 pollici. Molto simile al Nokia 150 lanciato lo scorso dicembre, di cui potrebbe essere una riedizione limitata “Nokia 3310”.Appuntamento quindi a Barcellona, allo stand HMD, il 26 gennaio prossimo per saperne di più: se il nuovo 3310 venderà anche solo la metà del suo illustre antenato, sarà un successo planetario.
@antoniodini

San Valentino, quando Topolino ha tradito Minni

La Stampa
stefano priarone

Per San Valentino ricordiamo la storia “maledetta” del 1990, di due grandi Disney italiani, che fece infuriare la Disney americana (e procurò un famoso titolo a Cuore).



Topolino scopre il sesso. Suppergiù è questo che si leggeva nel 1990 nel testo del settimanale satirico Cuore (all’epoca ancora allegato all’Unità) sotto il titolo “Topolino tromba!”.

Cosa era successo? 
Topolino n. 1785 dell’11 febbraio ha una copertina, con Paperino e Paperina che celebra San Valentino e anche la storia principale, del numero, Topolino in «Ho sposato una strega» è insolitamente “romantica”.



Il Topo litiga con l’eterna fidanzata Minni e parte con il cane Pluto per un viaggio in camper. Conosce una bella ragazza bionda, Samantha, i due si innamorano e si vogliono sposare. Topolino persiste a farlo anche quando il padre di lei gli dice che è uno stregone e Samantha una strega. Sono “buoni”, niente magia nera, tuttavia non è facile essere sposati con una strega, anche perché Samantha non mantiene la promessa fatta a Topolino di rinunciare alla magia e in breve tempo il matrimonio va in crisi.

Ma niente paura: non è mai accaduto davvero, è una magia opera del padre di Samantha che ha mostrato ai due cosa sarebbe accaduto se si fossero davvero sposati. E così Topolino e Samantha, seppure a malincuore si devono lasciare, lo status quo è ripristinato.

La storia in se stessa non è poi così sconvolgente, è chiaramente ispirata, a partire dal titolo, al film del 1942 di Renè Clair «Ho sposato una strega», Samantha ha la stessa pettinatura della strega del film, Veronica Lake e si chiama come la protagonista della sitcom degli anni Sessanta «Vita da strega», basata sullo stesso tema (un uomo comune che sposa una strega).

Del resto, gli autori non sono certo due novellini alle prime armi, ma due affermati fumettisti Disney italiani, ancora adesso attivissimi: i disegni sono del veneziano Giorgio Cavazzano, nel 1990 poco più che quarantenne, ma già un acclamato maestro, ha iniziato a quattordici anni chinando le matite del grande Romano Scarpa e il suo stile “anarchico” ha rivoluzionato la grafica disneyana nei Settanta, i testi del milanese Massimo Marconi, all’epoca supervisore dei soggetti e delle sceneggiature di Topolino (quindi non ha avuto problemi ad approvarsi la storia).

Eppure diventa la “storia maledetta di Topolino” per antonomasia.



In una trasmissione radiofonica della zona di Genova alcuni lettori si lamentano, specie della sequenza nella quale Topolino e Samantha sono a letto assieme dopo le nozze, la notizia viene quindi ripresa dal Secolo XIX e poi da Cuore che fa il titolo già citato con tanto di intervista a Pippo il quale dichiara che il matrimonio dell’amico “è una perdita incolmabile per il movimento gay”.

E così la Disney americana si fa mandare la storia tradotta e ne blocca la pubblicazione. 
Non sarà mai ristampata: vengono distrutte le tavole originali e persino le pellicole di stampa di tutte le storie del numero, non solo di quella “maledetta” (quando hanno ristampato altre avventure dell’albo hanno dovuto scannerizzare le pagine).

Non pensiate peraltro che Topolino n. 1785 sia un albo dal costo elevato: lo è se incappate in un venditore che ne conosce il valore, per il resto è un Topolino come tanti, e all’epoca il settimanale vendeva centinaia di migliaia di copie a numero (avrebbe raggiunto il milione nell’estate del 1993 quando ai numeri erano allegati pezzi di un gadget – un walkie talkie – da mettere assieme), non è difficilissimo da recuperare.

Ciò detto, siamo lo stesso contentissimi di averlo trovato, a un recente mercatino dell’antiquariato (preso con un altro Topolino, tre euro in tutto). 

Svezia femminista con Trump ma sottomessa al velo islamico in Iran

Ivan Francese - Mar, 14/02/2017 - 10:22

Il governo svedese che contestava il "maschilismo" del presidente Usa sfila a capo coperto davanti al Capo di Stato iraniano Hassan Rouhani



Questione di opportunità, si dirà. E la convenienza è stata rispettata, come impone la legge islamica vigente in Iran: che obbliga le donne a coprirsi la testa con il velo. Ma la vista delle donne del governo svedese che sfilano con il capo coperto davanti al presidente iraniano Hassan Rouhani ha fatto comunque discutere. Non solo e non tanto perché si tratterebbe di un gesto simbolico di sottomissione della donna - in Iran, si sa, funziona così da quasi quarant'anni - ma per via delle posizioni "femministe" assunte proprio dall'esecutivo del Paese scandinavo appena pochi giorni fa.

Solo settimana scorsa, infatti, la vicepremier Isabella Lovin si era fatta ritrarre nel suo Gabinetto attorniata da sette ministre donne mentre firma un provvedimento esecutivo. Si trattava di un modo per rispondere politicamente allo scatto del presidente Usa Donald Trump, immortalato mentre firma un ordine esecutivo sull'aborto circondato da soli uomini. Uno scatto che aveva fatto molto discutere sul sessismo, vero o presunto, del nuovo inquilino della Casa Bianca.

"Siamo un governo femminista e questa foto lo dimostra: tocca a ognuno interpretarla", aveva scritto la Lovin, che è anche titolare del ministero dell'Ambiente. Ora che però la sua collega del dicastero per il Commercio, Ann Linde, si è mostrata a capo coperto in occasione della sottoscrizione a Teheran di alcuni accordi commerciali, sulle donne dell'esecutivo svedese è piovuta una ridda di critiche. La scelta delle ministre di Stoccolma è stata duramente contestata dagli attivisti iraniani per i diritti delle donne, ma il governo svedese ha difeso la propria decisione spiegando che l'unica alternativa sarebbe stata quella di inviare una delegazioni di soli uomini.

Lo smartphone a prova di spia: si autodistrugge in pochi secondi

repubblica.it

Il prototipo messo a punto dai ricercatori dell'Arabia Saudita si attiva anche da remoto e si disgrega sfruttando l'energia della batteria

Lo smartphone a prova di spia: si autodistrugge in pochi secondi
(foto: KAUST)

UN TELEFONO a prova di spia che si auto-distrugge. Lo ha sviluppato un gruppo di ricercatori della King Abdulla University of Science and Technology (KAUST), il meccanismo consiste in uno strato di polimeri che si espande velocemente quando il dispositivo è sottoposto a temperature superiori agli 80 gradi Celsius, portando all'effettiva rottura dello smartphone. L'auto-distruzione sviluppata dai ricercatori sauditi può essere attivata esercitando una determinata pressione o anche da remoto. Il meccanismo potrebbe essere usato per garantire la sicurezza in situazione estreme, come in un film di James Bond.

Tra i potenziali clienti, spiega uno dei ricercatori, ci sono "comunità che si occupano d'intelligence, multinazionali, banche, fondi speculativi, amministrazioni della sicurezza sociale, chi gestisce grandi quantità di dati".

In passato la Darpa, l'agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare, aveva commissionato dispositivi con chip e sensori in grado di auto-eliminarsi; e un paio di anni fa Boeing aveva lanciato l'idea di Black, uno smartphone Android con una funzione di autodistruzione che si attiva in caso di manomissione del cellulare.

Arriva CC Search, il motore di ricerca per immagini senza diritti d’autore

La Stampa
carlo lavalle

Quasi dieci milioni di file, tra i quali gli archivi di Rijksmuseum, Flickr, 500px, New York Public Library e Metropolitan Museum of Art come fonti iniziali



Creative Commons lancia un nuovo motore di ricerca per trovare immagini che si possono utilizzare liberamente sul web. Per ora, CC Search , questo il nome, è disponibile in una versione beta, in attesa di quella definitiva. Come spiega Ryan Merkely, amministratore delegato di Creative Commons - un’organizzazione non a scopo di lucro che fornisce licenze di diritto d’autore in modo da permettere la condivisione delle opere e favorire la produzione di opere derivate – in un post pubblicato sul blog dell’associazione, il neonato motore di ricerca garantisce una porta di accesso diretta ai contenuti rilasciati sotto il suo schema.

Gli internauti avranno la possibilità di attingere agli archivi di Rijksmuseum, Flickr, 500px, New York Public Library e Metropolitan Museum of Art come fonti iniziali. I contenuti reperibili riguardano solamente le foto, nonostante le licenze Creative Commons siano attribuite anche a video e musica. In tutto, sono 9.477.000 le immagini attualmente fruibili dai diversi database ma il numero è soggetto a variazione. In prospettiva, si punta ad annettere al progetto l’intera collezione della biblioteca digitale europea Europeana.

CC Search è uno strumento di facile uso che permette anche di raffinare la ricerca grazie a filtri di selezione in base a tipo di licenza, titolo, autore, tag, e archivio. Ha, inoltre, una serie di funzioni social per aggiungere tag alla singola foto, o per creare e condividere una lista di immagini preferite.
E per consentire di sviluppare un prodotto migliore, Ryan Merkely invita gli utenti, dopo aver provato il motore di ricerca, a inviare suggerimenti e opinioni via email e social network.

L’udienza si è tenuta domani

La Stampa
mattia feltri

Il 28 novembre del 2016 un avvocato di Bologna sta cercando il modo di evitare la galera a un cliente. Il caso si discute l’indomani (29 novembre). L’uomo, un africano, secondo il pm deve andare in carcerazione preventiva, e il tribunale del riesame deve stabilire se ci andrà o no. In quel momento all’avvocato arriva una mail proprio dal tribunale. Avranno rinviato l’udienza, pensa. Apre il documento e macché, scopre che la decisione è presa: il cliente finirà in cella. 

L’avvocato si maledice, si dà dell’asino, della bestia: mi sarò appuntato male la data, ho saltato l’udienza, che disastro! Poi si accorge che la data della sentenza (in termine tecnico, dell’ordinanza) è quella giusta: 29 novembre. Cioè, è il 28 novembre, l’udienza è il 29, ma la sentenza c’è già. E piena di dettagli, di scienza, nove pagine in punta di diritto. Il giorno dopo l’avvocato va in udienza: «Che stiamo qua a fare? Avete deciso, e senza sentire le ragioni della difesa...». C’è un po’ di imbarazzo. I giudici decidono di astenersi perché, vedi mai, «si può ingenerare l’apparenza che si sia già assunta la decisione prima del contraddittorio». 

Eh, accidenti, magari sì, si è ingenerata, e però i giudici spiegano che è stato un errore materiale, non era una vera ordinanza, era una traccia, una bozza di lavoro, un bignamino per facilitare il lavoro. Si fa sempre. E cioè, signori miei: è la prassi. E se è la prassi, forse questa storia non è un’eccezione, è la regola. In prigione per la sentenza che è stata emessa domani. 

Psico

La Stampa
jena@lastampa.it

Fagioli è morto proprio quando il Pd aveva un urgente bisogno della sua psicoanalisi collettiva.

Post-fascisti, il crepuscolo di una forte tradizione politica

La Stampa
fabio martini



Ben prima dell’avviso di garanzia a Gianfranco Fini (che peraltro non è una condanna), la vicenda politica che viene dal Movimento sociale, uno dei partiti “storici” della Prima Repubblica, aveva già subito una lunga sequenza di “infarti” che ne hanno reso residuale il peso politico sulla scena nazionale. Un paradosso se si pensa che alcuni dei valori di quel partito – a cominciare dal nazionalismo-sovranismo – sono tornati attualissimi nell’area della destra non solo italiana. L’Msi, che era nato nel 1946 con l’idea di raccogliere in un partito tutto quel che idealmente si richiamava al regime mussoliniano e dopo aver vissuto per 45 anni ai margini del consesso politico (con forme di ghettizzazione e di auto-emarginazione), al crollo della Prima Repubblica sembrò potesse vivere una nuova stagione.

L’Msi si presentò a quel passaggio d’epoca con due “atout”: uno storico (una classe dirigente del tutto immune da episodi di malcostume) e uno politico: la coraggiosa decisione del suo leader, Gianfranco Fini, di cambiare nome, tagliando i ponti ideali con la stagione fascista. Due requisiti apprezzati dagli elettori: due anni dopo la svolta di Fiuggi, Alleanza nazionale, nuovo nome del partito, ottiene alle elezioni Politiche del 1996 il 15,7%, diventando il terzo partito italiano, evento storico per gli eredi di un partito nato nel mito di Mussolini e guidato per anni da un gerarca di Salò come Giorgio Almirante.

Un patrimonio via via disperso. Alle ripetute prove di governo, esperienza sempre mancata a quella tradizione politica, i notabili di An hanno mostrato la corda. I vari ministri, presenti nei governi Berlusconi, senza sfigurare, non hanno mai lasciato un segno di destra e il colpo di grazia è arrivato quando gli eredi dell’Msi sono stati chiamati alla guida di una grande città. Il governo di Roma di Gianni Alemanno è stato segnato da una “abbuffata” clientelare con pochi precedenti e nel 2013 il giudizio degli elettori è stato molto chiaro.

Certo, il colpo di grazia a quel che restava dell’Msi lo diede, non tanto il divorzio da Berlusconi, ma la successiva decisione del neonato partito di Fli di allearsi con due personaggi che nulla avevano a che fare con la tradizione della destra post-fascista: Pierferdinando Casini e Mario Monti. Ne è derivata una diaspora, divisa da antichi dissapori: una parte dei quadri “missini” hanno formato Fratelli d’Italia, Maurizio Gasparri e Altero Matteoli sono dentro Forza Italia, mentre Gianni Alemanno e Francesco Storace si sono messi per conto proprio. Divisi e sostanzialmente irrilevanti, proprio ora che le sirene del nazionalismo tornano a suonare.

Dall’odio può nascere l’amore: Hater e le altre app di San Valentino

La Stampa
bruno ruffilli

Affari per miliardi di euro, milioni di iscritti: così Tinder e le tante applicazioni di dating online promettono di trovare la storia di tutta la vita o di una sola notte. Puntando sulle nicchie, sull’intelligenza artificiale, ma anche sull’intuito umano



Un apostrofo rosa fra le parole t’odio. Ma Cyrano de Bergerac non c’entra: a far nascere storie di una notte e relazioni lunghe una vita è l’algoritmo sviluppato da Hater, l’ultima app di dating appena arrivata sullo store digitali di Apple e a breve disponibile in quello di Google.

Come si intuisce dal nome, Hater non sceglie il partner ideale basandosi su quello che a due persone piace, ma su ciò che entrambe detestano. Non è detto che non funzioni, se si pensa a quanto è innocuo dichiarare interesse, passione, amore per qualcosa e quanto invece è più impegnativo l’odio: impone una presa di posizione, una scelta che esclude gli altri. «L’odio, a differenza dell’amore, circoscrive la propria identità», scriveva Aldo Busi. «Dimmi chi odi e ti dirò chi sei; dimmi chi ami e ne saprò quanto prima».

Così l’app propone una serie di domande, per le quali sono possibili quattro risposte: a destra mi piace, a sinistra no, in alto lo amo, in basso lo detesto. Il modello di interfaccia è Tinder, l’app regina della categoria, dove si sceglie un possibile partner con uno swipe, come in un mazzo di figurine. Hater è pensata per il mercato globale, ma evidentemente il grosso di chi la usa vive in America: il neopresidente Trump è in cima alla classifica dei più odiati, con il 78 per cento che lo detesta e un 6 per cento cui non piace.

I possibili oggetti di odio sono comunque parecchi: c’è LinkedIn (detestata dal 16 per cento di chi usa Hater), gli Yankees, il cibo senza glutine, la Volkswagen (in realtà molto benvoluta, il 70 per cento la ama); uno su cinque non sopporta Madonna, il 35 per cento fa fatica ad accettare il pizzetto negli uomini. Una volta acquisite le risposte, l’app sceglie poi tra i possibili partner, in primo luogo quelli più vicini, ma solo se tutti e due si piacciono (anche qui con uno swipe) la chat può avere inizio.
 
I numeri
Il giro d’affari del dating online, incluso l’indotto (fiori, ristoranti, regali, ecc), è di 6,7 miliardi di euro in Italia e quasi 26 miliardi in Europa. Lo dice uno studio commissionato da Meetic al Center for Economics and Business Research in sei Paesi europei: Germania, Spagna, Gran Bretagna, Italia, Francia e Olanda. Limitandosi solo ad app e siti dedicati, si tratta comunque di un mercato globale che supera 4,3 miliardi di euro nel 2016. Il colosso del settore è IAC (InterActiveCorp), cui fanno capo applicazioni come Match.com, OkCupid e Tinder. Badoo, invece, è attiva dal 2006, ha 300 milioni di utenti registrati in 190 Paesi, dei quali 60 milioni usano l’app almeno una volta al mese.

E in America esistono 54,3 milioni di persone single: il 90 per cento ha usato almeno una volta un’app di dating online, secondo lo Statistic Brain Research Institute. In Italia sono circa 9 milioni.  Hater è già tra le app più scaricate in America, ma la concorrenza è agguerritissima: Tinder, forte di oltre 100 milioni di download e con un milione e mezzo di abbonati alla versione premium a pagamento, adotterà per l’algoritmo softicate funzioni di intelligenza artificiale. E , ha appena annunciato una versione per Apple Tv dell’app, che così si trasforma in una specie di reality show da vedere in salotto.

Le nicchie
Intanto Facebook sta testando una funzione per proporre nuovi amici e partner, ma sempre usando un algoritmo. Il vantaggio del social network più diffuso del mondo è che a spulciare tra gli amici degli amici si trova sempre qualche sorpresa. Identificato l’obiettivo, passate in rassegna le foto e le informazioni personali, basta chiedere l’amicizia. Considerato il contatto in comune, sarà facile che la richiesta venga accettata; poi si comincia a chattare e il resto viene da sé (o magari no). In più, su Facebook è difficile mentire: foto, like e status sono un ritratto abbastanza fedele di chi c’è dall’altra parte dello schermo. E volendo, c’è Hinge, un’app di dating che si appoggia alla rete di Facebook, e propone i possibili partner proprio tra gli amici degli amici.

Sono sempre più numerose le app specializzate, che puntano a nicchie e categorie più o meno ampie. C’è Tastebuds, per quelli che non si perdono un disco o un concerto: propone una canzone abbinandola a un profilo, e così il like è insieme alla persona e alla musica che ascolta. E poi app per vegani, amanti dei libri, fan di Star Trek, appassionati della campagna, adoratori di vampiri, gay ed etero in tutte le declinazioni possibili.Tindog promette incontri tra proprietari di cani che possono trovarsi per affinità e vicinanza geografica: a cominciare dal parco sotto casa; BeLinked si propone di far incontrare l’anima gemella in base alle affinità lavorative su LinkedIn. In realtà, però, non è detto che una passione comune basti a far nascere una relazione, e men che meno a farla durare.

L’attimo fuggente è celebrato su Snapchat, dove l’età si abbassa e le foto diventano più esplicite, anche perché dopo qualche secondo testi e immagini scompaiono. Divertente, ma si conclude poco. Monkey, recentissimo, è una specie di Chatroulette che mette in contatto video con sconosciuti a caso da tutto il mondo. Happn è l’app per chi cerca una seconda chance: grazie alla geolocalizzazione immediata, mostra una timeline di persone incrociate per strada, e permette di ritrovare il momento in cui ci si è scambiato uno sguardo.

Ma l’idea forse più originale l’hanno avuta quelli di Once, che, dopo una prima selezione digitale, hanno reclutato uomini e donne veri (soprattutto donne) per suggerire il partner ideale. Ogni giorno, verso mezzogiorno, ognuno dei due utenti visualizza nello stesso momento il profilo dell’altro, poi può esprimere un like e avviare una chat, oppure ignorare il potenziale partner e attendere 24 ore per ricevere una nuova proposta.

E pare che funzioni

Real Time all’Accademia della Crusca: la parola “amore” deve essere di genere neutro

La Stampa
nadia ferrigo

Su Change.org la petizione dall’emittente tv: “Se i pregiudizi partono dal linguaggio, è arrivato il momento di cambiare anche la lingua”



Uno strafalcione mostruoso, ma pensato per attirare l’attenzione. Nella campagna pubblicitaria per San Valentino della rete televisiva Real Time c’è un apostrofo di troppo: «Vi auguriamo un’amore che è tutto un programma». Nonostante le polemiche, oggi l’emittente rivendica quel che è stato un errore intenzionale e spiega che non ha sbagliato niente: la provocazione serviva solo per attirare l’attenzione sulla vera iniziativa, sintetizzata, in un apostrofo sbagliato.

«Un amore è un’amore. L’amore non ha età, razza, religione, genere, orientamento sessuale - si legge nella pagina pubblicitaria pubblicata sul Corriere della Sera -. Nella lingua italiana però, la parola amore è un sostantivo di genere maschile. Se i pregiudizi iniziano dal linguaggio, è arrivato il momento di cambiare la nostra lingua. Chiediamo di consentire l’uso della parola amore anche come sostantivo femminile, rendendola di fatto di genere neutro. Perché un amore è un’amore. Nient’altro. Perché siamo per ogni genere d’amore, contro ogni pregiudizio».

Sempre Real Time ha lanciato una petizione sulla piattaforma online Change.org, nella quale chiede all’Accademia della Crusca «istituire il genere neutro per la parola amore. Anche se il genere neutro nella nostra lingua non esiste». Peccato che tra le prerogative della Crusca, la più antica accademia linguistica del mondo, non ci sia modificare la nostra lingua. Tantomeno tornando a generi che come anche Real Time ammette nella sua petizione, non esistono nemmeno più. 

San Valentino, perché amiamo così tanto i nostri cani e gatti? Ecco cosa dice la scienza

La Stampa
noemi penna



Esistono tante forme di amore. Quello romantico, quello materno. E, perché no, anche per se stessi. Ma se esiste un amore incondizionato al di là di vincoli di sangue e tornaconti è sicuramente quello verso i nostri animali domestici. Chi non ha a casa un cane o un gatto non lo può capire. Ma esiste una spiegazione? Perché amiamo così tanto i cuccioli di casa?

«E' davvero una questione sorprendente», sostiene Clive Wynne, direttore del Canine Science Collaboratory del dipartimento di Psicologia dell'Università dell'Arizona al Washington Post. Wynne ha dedicato la sua carriera allo studio del comportamento animale e al rapporto evolutivo tra animali e persone. E ha spiegato che è facile capire soprattutto il contrario. Ovvero perché gli animali domestici ci amano incondizionatamente: «Il successo dei cani e delle altre creature addomesticabili sulla superficie della Terra è interamente dovuto al fatto che, in qualche modo, ci prendiamo cura di loro». Addirittura, alcuni scienziati hanno suggerito che gli animali mostrano una sorta di «parassitismo» dato dal prendere cibo e riparo dagli esseri umani senza offrire molto in cambio.



Chi sostiene questa tesi, afferma anche che l'amore dell'uomo verso l'animale sia dato proprio da questa «forma di dipendenza». Per la serie: so di esser importante per te allora ti meriti il mio affetto. Wynne non condivide - anche se, essendo padrone di un cane, potrebbe essere anche lui sotto questa forma di «incantesimo psicologico»! - e ha riconosciuto non esiste alcuna spiegazione evolutiva soddisfacente che giustifichi la sensazione e il benessere che proviamo quando guardiamo i nostri cani e gatti.

Si tratta di un idillio antico. E' stato stimato che la storia d'amore fra uomo e cane esista da 30 mila anni. E Wynne pensa che il connubio sia avvenuto per una necessita reciproca: l'uomo offre cibo e riparo mentre il cane fornisce protezione e aiuto durante la caccia. Il cambiamento del rapporto pare essere avvenuto 10 mila anni fa, quando i cani iniziarono ad apparire raffigurati in opere d'arte e presenti nei luoghi di sepoltura.



Non a caso, nei pressi del lago Baikal in Siberia, gli archeologi hanno scoperto un antico cimitero di 5-8 mila anni fa in cui i cani venivano sepolti accanto ai loro padroni.«Arrivare ad una sepoltura mostra un'attenzione particolare, già segno di cura dell'animale». E non solo: «Le tombe individuate spesso comprendono corredi e oggetti di valore che indicano anche una forte predisposizione all'affetto».

E mentre i cani si sono evoluti insieme agli uomini cacciatori, i gatti sono diventati «domestici» grazie agli agricoltori. La prova del Dna suggerisce che i gatti siano stati addomesticati dai Natufiani, che vivevano nel Levante circa 10 mila anni fa, dove hanno «inventato» l'agricoltura stanziale. I gatti erano utili per la cattura dei roditori che popolavano i magazzini di grano. Ed essendo sempre alla ricerca di cibo, prima hanno iniziato a riunirsi in colonie attorno agli insediamenti umani per poi diventare più sociali e iniziare a sviluppare delle capacità di comunicazione necessarie per farsi capire in qualche modo dagli esseri umani.

Ecco quindi come siamo arrivati ad amare gli animali. Ma perché li amiamo? «Oggi non possiamo amare cani e gatti semplicemente per la loro utilità», osserva Wynne: «Il mio cane, che amo a dismisura, è assolutamente e completamente inutile in casa». Proprio per questo, alcuni sostengono che il nostro amore per gli animali domestici sia puramente sociale, piuttosto che biologico.



Lo psicologo Harold Herzog dell'Università del Western Carolina ha scritto che «l'amore per gli animali domestici è un'abitudine contagiosa che "cattura" i nostri coetanei», come lo dimostra l'ascesa e la caduta di mode di cani di una precisa razza. E forse la sensazione di caldo e affetto appiccicoso che si prova quando si guarda negli occhi un cucciolo è solo la conseguenza di una pressione sociale alla «Torna a casa, Lassie».

Come scienziato, Wynne non è soddisfatto di queste teorie comuni per spiegare il nostro amore per gli animali domestici. Vorrebbe prima vedere i risultati di una ricerca sulle scansioni cerebrali delle persone che guardano e interagiscono con cani e gatti. Ma essendo una persona che sa cosa vuol dire amare un cane, è disposto anche a qualche conclusione meno scientifica.

Wynne ha osservato che i cani domestici sono molto «infantili» e hanno atteggiamenti «simili ai bambini». Quando la sua famiglia ha adottato un cane, sua moglie («che è un ingegnere, una donna molto pratica»), ha osservato che «sembrava di esser tornati ad avere un bambino appena nato», ripercorrendo in qualche modo «le stesse emozioni provate con il primo figlio». Ed è forse proprio questo tutto quello che c'è da sapere: gli esseri umani sono programmati per amare le cose morbide e indifese. E chi non lo fa, probabilmente appartiene a un'altra specie.