martedì 14 febbraio 2017

La prefazione del Papa al libro di una vittima di abusi

La Stampa
papa francesco

Francesco scrive l'introduzione di "La perdono, padre", il racconto di Daniel Pittet, abusato per quattro anni da un prete. Ecco il testo integrale



Il gesto inedito di Francesco: scrive la prefazione al racconto di un uomo che da ragazzo è stato violentato per quattro anni da un religioso. Il libro si intitola «La perdono, padre», è scritto dal francese Daniel Pittet (Piemme, pag. 228, 15,50 euro), che nel novembre scorso ha voluto incontrare il suo abusatore dopo più di quarant'anni. Il libro si conclude con l’intervista al frate responsabile dell’abuso. Per concessione dell'editore pubblichiamo il testo integrale della prefazione del Pontefice:
Per chi è stato vittima di un pedofilo è difficile raccontare quello che ha subito, descrivere i traumi che ancora persistono a distanza di anni. Per questo motivo la testimonianza di Daniel Pittet è necessaria, preziosa e coraggiosa. 

Ho conosciuto Daniel in Vaticano nel 2015, in occasione dell’Anno della vita consacrata. Voleva diffondere su larga scala un libro intitolato «Amare è dare tutto», che raccoglieva le testimonianze di religiosi e religiose, di preti e di consacrati. Non potevo immaginare che quest’uomo entusiasta e appassionato di Cristo fosse stato vittima di abusi da parte di un prete. Eppure questo è ciò che mi ha raccontato, e la sua sofferenza mi ha molto colpito. Ho visto ancora una volta i danni spaventosi causati dagli abusi sessuali e il lungo e doloroso cammino che attende le vittime. 
Sono felice che altri possano leggere oggi la sua testimonianza e scoprire a che punto il male può entrare nel cuore di un servitore della Chiesa.

Come può un prete, al servizio di Cristo e della sua Chiesa, arrivare a causare tanto male? Come può aver consacrato la sua vita per con­durre i bambini a Dio, e finire invece per divorarli in quello che ho chiamato «un sacrificio diabo­lico», che distrugge sia la vittima sia la vita della Chiesa? Alcune vittime sono arrivate fino al sui­cidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono.

Si tratta di una mostruosità assoluta, di un or­rendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna. Gesù usa parole molto severe contro tutti quelli che fanno del male ai bambini: «Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe me­glio per lui che gli fosse appesa al collo una ma­cina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare» (Matteo 18, 6).

La nostra Chiesa, come ho ricordato nella let­tera apostolica «Come una madre amorevole» del 4 giugno 2016, deve prendersi cura e proteggere con affetto particolare i più deboli e gli indifesi. Abbiamo dichiarato che è nostro dovere far prova di severità estrema con i sacerdoti che tradiscono la loro missione, e con la loro gerarchia, vescovi o cardinali, che li proteggesse, come già è suc­cesso in passato.

Nella disgrazia, Daniel Pittet ha potuto incon­trare anche un’altra faccia della Chiesa, e questo gli ha permesso di non perdere la speranza negli uomini e in Dio. Ci racconta anche della forza della preghiera che non ha mai abbandonato, e che lo ha confortato nelle ore più cupe.

Ha scelto di incontrare il suo aguzzino qua­rantaquattro anni dopo, e di guardare negli occhi l’uomo che l’ha ferito nel profondo dell’animo. E gli ha teso la mano. Il bambino ferito è oggi un uomo in piedi, fragile ma in piedi. Sono molto colpito dalle sue parole: «Molte persone non ri­escono a capire che io non lo odii. L’ho perdo­nato e ho costruito la mia vita su quel perdono».

Ringrazio Daniel perché le testimonianze come la sua abbattono il muro di silenzio che soffocava gli scandali e le sofferenze, fanno luce su una terribile zona d’ombra nella vita della Chiesa. Aprono la strada a una giusta riparazione e alla grazia della riconciliazione, e aiutano anche i pe­dofili a prendere coscienza delle terribili conse­guenze delle loro azioni.

Prego per Daniel e per tutti coloro che, come lui, sono stati feriti nella loro innocenza, perché Dio li risollevi e li guarisca, e dia a noi tutti il suo perdono e la sua misericordia. 

© 2017, Éditions Philippe Rey
© 2017, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano
© 2017 - EDIZIONI PIEMME Spa, Milano

“Se solo i fedeli sapessero che padre Joël mi stupra costantemente”

La Stampa
leonardo martinelli

Pubblicato in Francia un libro su una storia di pedofilia. Papa Francesco ne ha scritto la prefazione. Al fondo un’intervista del prete che si definisce “mostruoso stupratore”



Era il 15 agosto 1971. Daniel Pittet se lo ricorda bene: aveva appena 12 anni. Era a Friburgo, la sua città natale, in Svizzera. Assisteva alla messa, come sempre. E all’omelia il sacerdote, padre Joël, stava parlando appassionatamente della Madonna. «Era così bello quello che diceva – ha raccontato Daniel al quotidiano francese «Le Parisien» – che tanti fedeli piangevano. Il divario era terribile. Mi sono detto: ma se solo tutti loro sapessero che padre Joël mi stupra costantemente». Perché erano già tre anni che quel prete, del vicino convento dei cappuccini, lo faceva. Ecco, in quel momento Daniel ha avuto un’illuminazione. Ha deciso di perdonare il suo torturatore. «Lui non ci può fare nulla – ha bisbigliato -: è solo una persona malata. È un poveraccio ». Sì, è stata quella la prima volta che lo ha perdonato.

Daniel Pittet ha scritto un libro sulla sua triste storia. In Francia è pubblicato dalla casa editrice Philippe Rey: il titolo è « Mon père, je vous pardonne». «Padre mio, la perdono». Papa Francesco ha deciso di scriverne la prefazione. E alla fine del testo è stata inserita un’intervista a padre Joël, nella quale lui stesso, che oggi ha 76 anni, si definisce «un pedofilo mostruoso». Dopo quel giorno di ferragosto, così lontano, continuò a stuprare il piccolo Daniel, che era il figlio di un padre violento, finito in un ospedale psichiatrico, e di una madre depressiva. Ancora un anno di calvario, quattro in tutto. E più di 200 volte: Daniel, malgrado il perdono, si ricorda di tutto, perché «niente cancella le ferite, né le sofferenze inflitte». Non prova odio «perché non si odiano i malati e i poveri di spirito». E poi, «se si vuole vivere, bisogna perdonare. Altrimenti ci si suicida e basta».

Oggi Daniel è padre di sei figli e dice: «Prego ogni momento per colui che ha abusato di me». A differenza di tante persone, che hanno vissuto la sua stessa tragedia, non ha perso la fede cattolica. Anche se, alle spalle, ha diciotto anni di psicoanalisi. E conserva di quell’esperienza «una fragilità psichica ma anche fisica». «Nel momento in cui vivo una situazione troppo impegnativa dal punto di vista emotivo – ha raccontato a «Le Parisien» -, mi ammalo». Ha avuto già due attacchi di meningite molto forti, soffre regolarmente di polmoniti e di cervicale, prende medicinali per gestire le proprie angosce. A un certo momento è riuscito a denunciare quello che aveva subito da padre Joël alla gerarchia ecclesiastica e, nel 2003, la Chiesa e la congregazione alla quale il religioso appartiene l’hanno riconosciuto come vittima e l’hanno pure indennizzato. Ma padre Joël non è mai stato sottoposto a un procedimento giudiziario, perché il reato era ormai prescritto.

Lo scorso 12 novembre, 44 anni dopo le ultime sevizie (non si erano più visti), Daniel ha avuto il coraggio di affrontare padre Joël. Lui, a un certo momento, era stato spostato dai cappuccini in Francia, prima a Lione e poi a Grenoble, ma ora vive in un convento in Svizzera, vicino a San Gallo. «L’ho visto arrivare davanti a me con un deambulatore – ha raccontato Daniel - : era un vecchietto, tutto ricurvo, pronto a morire. Gli ho detto : ciao Joël. Gli ho anche offerto dei cioccolatini tipici di Friburgo. Ma lui all’inizio non mi ha riconosciuto. Oggi sono alto un metro e 94 e peso 120 chili. Alla fine, però, ha ammesso: finirò al’inferno. E io gli ho detto: se domandi perdono, andrai in paradiso come me».

Il primo inconrtro fra Daniel e il papa, invece, risale al 2014, nella residenza di Santa Marta a Roma. Daniel aveva scrito un libro sui religiosi e le religiose della Svizzera francofona (dal titolo «Amare è solo dare»). Chiedeva una prefazione al pontefice. «Mi ha messo la mano sulla spalla e mi ha chiesto chi fossi – ha raccontato Daniel -. Ho risposto : non sono niente, sono uno scemo qualsiasi. E lui, con il suo solito senso della battuta, ha detto : quello lo sapevamo già». Si sono rivisti per caso nel 2015 e Francesco gli ha chiesto a bruciapelo: «Ma tutta questa forza dove la trovi?». Daniel gli ha raccontato la verità, il suo segreto. «Il papa aveva capito che in fondo ero uno fragile. È rimasto senza parlare. Mi ha chiesto perdono. Ha detto che avrebbe pregato sempre per me». Qualche mese più tardi Daniel gli ha inviato il suo libro. Francesco glielo ha rimandato con la sua prefazione.

Il ragazzo nel Paese delle 75 mila leggi

La Stampa
pierangelo sapegno

Nel nostro incomprensibile Paese niente è più emblematico della storia dello studente di 17 anni dell’Itis Pininfarina di Moncalieri, punito perché vendeva i panini ai compagni di scuola nell’intervallo. Il preside prima l’ha sospeso per 15 giorni, poi gli ha dato 6 in condotta. 
I vigili adesso l’hanno pure multato: 5176 euro per aver violato le regole «con un’attività commerciale illegale». Il ragazzo ha detto di aver avuto l’idea guardando un abusivo che si faceva i suoi soldini fuori dall’istituto.

Non sappiamo se l’abusivo sia stato multato. In compenso, quando la Fondazione Einaudi ha voluto premiare lo studente con una borsa di studio da 500 euro riconoscendone «la spiccata attitudine all’imprenditoria applicata», avendo lui cercato solo di vendere un prodotto più curato a prezzi più competitivi, i suoi compagni di scuola sono scesi in piazza per protestare: «Così si premia chi infrange le regole». E il preside Stefano Fava ha subito riconosciuto le loro ragioni: «Giusto. La scuola deve insegnare a rispettare le leggi. Questo è il nostro compito».

Già, ma quali leggi? Secondo la presidenza del Consiglio dei ministri, le leggi in Italia sarebbero in tutto 75 mila. Tanto per capirci, in Gran Bretagna sono 3000. In Germania, 5500. In Francia 7000. Winston Churchill sosteneva che «troppe leggi creano il non rispetto della legge». E Tacito avvertiva che solo un Paese molto corrotto ha bisogno di molte leggi, anticipando di qualche secolo l’incontrovertibile lettura storica della nostra società. Ma il vero problema è che questo guazzabuglio di norme e cavilli risponde troppe volte ai bisogni di un sistema retto sulle corporazioni e sui diritti delle lobbies. Ma non siamo passati solo dalla legge della giungla alla giungla delle leggi. La cosa più importante è che con l’eliminazione del medioevale diritto del più forte, da noi si è introdotto il diritto del più furbo.

Perché se ha ragione il preside dell’Istituto di Moncalieri che «dobbiamo pensare anche alla salute dei ragazzi, e noi non sappiamo da dove provenissero quei panini, né se fossero mal conservati», il controsenso è che non è per questo che il ragazzo è stato punito - se fosse sempre così, non esisterebbero abusivi in Italia -, ma per il fatto molto più grave di aver infranto le regole, spezzando in questa maniera l’immobilità di un sistema, che si regge sugli intoccabili diritti acquisiti delle nostre corporazioni. Vale per tutti, dai tassisti ai farmacisti, dai giornalisti fino addirittura agli abusivi: guai a toccare qualsiasi interesse consacrato dalle abitudini superate dal tempo. E ha ragione Bruno Tinti, l’avvocato del ragazzo imprenditore, quando dice che «da noi Bill Gates sarebbe ancora nel suo garage».

Il fatto è che oltre alle 75 mila leggi vigenti, nel mare infinito di codici e codicilli, di norme e commi vari, alcune leggi che non sono scritte sono più precise di quelle scritte. Ecco cos’ha pagato il ragazzo dei panini, ecco qual è la sua colpa. Perché in questo strano Paese, a volte tutti noi riusciamo a diventare giudici incorruttibili. E nulla potrà indurci a fare giustizia. 

“Trolling”, ecco in che modo i giovani reagiscono alle “intrusioni” mentre navigano in rete

La Stampa
fabio di todaro

Ricerca dell’«Osservatorio Giovani» dell’Istituto Giuseppe Toniolo, il 13 per cento dei ragazzi risulta vittima di episodi

È ormai una certezza, come per i loro genitori lo sono stati i Pink Floyd e i Beatles. La quasi totalità dei giovani italiani tra i 20 e i 34 anni usa la rete e una quota pressoché analoga è presente sui social network. Aggiornamento professionale, acquisti di vacanze, contatto con amici lontani, confronto su temi di interesse comune, ricerca di un nuovo posto lavoro: sono diverse le ragioni per cui si passa sempre più tempo davanti al pc, anche se all’orizzonte non ci sono soltanto benefici. 

Stando ai dati emersi dal focus dell’«Osservatorio Giovani» dell’Istituto Giuseppe Toniolo, il 13 per cento dei giovani risulta vittime di episodi di «trolling», con cui si identifica la ricezione di messaggi provocatori, irritanti, falsi o fuori tema. A inviarli sono profili spesso sconosciuti, con un unico scopo: quello di disturbare l’utente e provocare una sua reazione. Un numero rilevante, che segnala la necessità di regolamentare in maniera più stringente l’accesso e soprattutto l’utilizzo di social network.

«Trolling»: un fenomeno troppo diffuso
L’indagine è stata condotta su un campione di 2182 persone, ritenuto rappresentativo dei giovani adulti italiani. La rilevazione sul «trolling» è stata condotta sia in maniera indiretta sia diretta. Nel primo caso più di un intervistato su tre ha dichiarato di averne avuto esperienza, assistendo a episodi di questo tipo sui propri contatti. Ma non trascurabile - di poco superiore al dieci per cento - è stata anche la quota di chi invece s’era imbattuto in prima persona in questo atteggiamento in rete. In alcuni casi gli intervistati si sono dichiarati finanche protagonisti di simili episodi. 

Come si reagisce al «trolling»? In oltre la metà dei casi, le vittime mappate dall’indagine hanno rimosso il messaggio e autonomamente bloccato l’utente senza replicare alla provocazione. In una percentuale rilevante (51,2 per cento) si è provato a rispondere al messaggio sul proprio profilo in modo educato. Il 49,4 per cento delle vittime ha invece anche dichiarato di aver usato lo stesso tono aggressivo. Una quota non trascurabile, pari al 31,6 per cento degli intervistati, è finito per rivolgersi a un legale.

I confini del web
«La difficoltà ad affrontare il fenomeno - commenta Alessandro Rosina, coordinatore dell’indagine - in combinazione con l’idea che il web debba essere un luogo in cui esprimersi liberamente, porta molti ad accettare, pur senza necessariamente giustificare, alcuni comportamenti che minano la fiducia comune e la possibilità di relazione autentica in rete. Un aspetto ambiguo di queste esperienze negative è che una parte di chi le subisce aumenta sensibilità e grado di attenzione, chiedendo maggiori strumenti per difendersi. Mentre una parte minoritaria ma non trascurabile le accetta come parte del gioco e rischia di prestarsi a diventare complice della loro presenza endemica e diffusione».

Twitter @fabioditodaro

Negli ospedali infezioni su del 15% se la ditta delle pulizie è esterna

La Stampa
nicla panciera

In Italia, causano più decessi degli incidenti stradali

L’esternalizzazione dei servizi di pulizia negli ospedali è associata ad una maggior incidenza di infezioni da batteri resistenti agli antibiotici, in particolare da Staphylococcus aureus. Lo dimostra per la prima volta uno studio britannico condotto tra il 2010 e il 2014 su 126 unità sanitarie secondarie amministrative britanniche (trust) ciascuna delle quali può comprendere fino a dodici ospedali.

L’analisi è stata condotta utilizzando i dati sulle infezioni da S.aureus e i dati sulla pulizia percepita da degenti e staff ospedaliero, emersi da indagini commissionate dal sistema sanitario nazionale britannico NHS e dalla Care Quality Commission. Ne è emerso che le strutture socio-sanitarie e gli ospedali che appaltano esternamente la gestione dei servizi di pulizia hanno il 15% in più di infezioni rispetto agli ospedali che non lo fanno. Questa differenza si mantiene analoga anche quando si considerano altre caratteristiche, come la dimensione della struttura e la complessità dei casi.

Meno pulizia, più infezioni
Lo studio, apparso sulla rivista Social Science and Medicine è il primo a dimostrare la correlazione tra esternalizzazione dei servizi di pulizia e infezioni da S.aureus meticillino-resistente (MRSA) ed ha inoltre mostrato anche che l’outsourcing è associato ad un minor numero di addetti alle pulizie per posti letto, ad una percezione di minor pulizia da parte di pazienti e staff ospedaliero e ad una minor disponibilità di impianti igienici per lavarsi le mani, tutti aspetti fondamentali per prevenire la diffusione delle infezioni, ma è emerso un certo risparmio in termini di costi per il servizio.

Appalto a servizi di pulizia esterni per risparmiare
Affidare i servizi di pulizia a ditte esterne è una scelta dettata dalla necessità di tagliare i costi. Questo è stato confermato anche dallo studio, che ha stimato che i servizi esternalizzati abbiano avuto un costo annuo per posto letto di 2894 sterline, rispetto ad un costo di 3130 sterline in chi gestisce al proprio interno il servizio.

«Pensiamo che la competizione quando si basa sul solo prezzo possa portare ad un peggioramento della qualità: le aziende a cui viene appaltato il servizio di pulizia degli ospedali tendono a vincere gli appalti perché propongono prezzi molto bassi pagando poco i loro dipendenti» ci spiega la prima autrice dello studio Veronica Toffoletti ricercatrice di economia sanitaria del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Oxford. 

«Tra i problemi più frequenti che riguardano gli operatori addetti ci sono la necessità di sviluppare un forte senso di responsabilità sull’importanza del loro lavoro, le modalità di esecuzione delle pulizie, la frequenza delle stesse e la qualità dei materiali usati: è necessario, quindi, effettuare selezioni più accurate e migliorare la conoscenza degli operatori. 

Ci sono ricerche che dimostrano come nel personale di pulizia ci sia uno dei più alti turnover, assenteismo ed insoddisfazione e un più basso grado di specializzazione all’interno nel settore sanitario inglese. Inoltre si riscontra, sempre attraverso la letteratura, che quando il personale di pulizia è assunto dall’ospedale anziché da un’azienda esterna tende ad avere uno spirito comunitario che consente una miglior esecuzione del lavoro». 

Il costo delle infezioni
Eppure, i costi dovuti alle infezioni non sono bassi: in Italia ogni infezione ospedaliera comporta una spesa di circa 9.000-10.500 euro, come emerge da una ricerca sul peso economico delle infezioni ospedaliere in Italia, condotta da Francesco Saverio Mennini, professore di economia sanitaria, direttore del centro Economic Evaluation and HTA del Ceis dell’Università di Roma «Tor Vergata». Ogni anno circa il 5-8% dei pazienti ricoverati in Italia contrae un’infezione ospedaliera, per un totale di circa 450-700 mila casi e 4.500-7.000 decessi. 

Le infezioni nosocomiali e la resistenza agli antibiotici
Quello delle infezioni da batteri antibiotico resistenti è un problema per tutti i paesi, nessuno escluso. L’Italia in particolare è particolarmente colpita. Secondo il rapporto annuale dell’European Center for Diseases Control (ECDC), redatto con i dati del sistema di sorveglianza Eears-Net dell’Unione Europea, l’Italia è al primo posto per uso di antibiotici e, dopo la Grecia, è il paese con il più alto tasso di microrganismi resistenti agli antibiotici. In molti casi, le infezioni ospedaliere sono sostenute da batteri multiresistenti e pan-resistenti agli antibiotici. 

Per quanto riguarda S.aureus, il primo studio di sorveglianza a livello nazionale è stato pubblicato nel 2012 ed ha mostrato che «le infezioni sostenute da questo microrganismo rappresentano il 11,6% di tutte le infezioni nosocomiali nei nostri ospedali, in linea con i dati di incidenza europei. Nel 35% dei casi si tratta di infezioni sostenute da ceppi meticillino-resistenti (MRSA) e questo è un dato piuttosto stabile nel tempo» spiega la responsabile del lavoro, la professoressa Stefania Stefani direttrice del laboratorio di microbiologia molecolare e di studio delle resistenze agli antimicrobici presso il dipartimento di Scienze Biomediche e biotecnologiche dell’Università degli Studi di Catania.

«S.aureus è un batterio persistente, che sviluppa resistenza a farmaci di uso sistemico anche di nuova generazione e/o importanti come i glicopeptidi, capace di cronicizzare e quindi di difficile eradicazione». S.aureus non è il solo patogeno ospedaliero ad altra frequenza. Nel nostro paese preoccupa l’aumento della resistenza ai carbapenemi nei batteri Gram-negativi e soprattutto negli enterobatteri. I carbapenemi sono una classe di antibiotici di grande utilità e diventano salvavita quanto tutti gli altri antibiotici non sono più efficaci a causa dell’acquisizione di resistenze multiple: è il caso dei ceppi MDR di Klebsella pneuomoniae, Acinetobacter baumannii ma anche P.aerugionosa e E.coli.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27842868

Ti acchiappo con lo spacco

La Stampa
antonella boralevi



Un paio di gambe, in mostra dal tacco all'inguine, scende una scala scintillante. La stoffa dell'abito lungo si apre come un sipario. In platea zona maschi corre un fremito (in zona donne si alza bandiera bianca). Lo spacco ha colpito ancora.
Ma il bello dello spacco è che funziona sempre.

Su qualunque donna. Non bisogna essere bellissime come Marica Pellegrinelli. Non c'è bisogno di aiutarlo con la manina. Né di mettersi le suole compensate per allungarsi le gambe, come ha fatto Diletta Leotta.

Non servono gambe lunghe, cosce magre, ginocchia perfette. Non serve nemmeno essere giovani. Nè serve che lo spacco sia abissale. Basta qualche centimetro. Purché si intraveda una striscia di pelle. Lo spacco, ogni spacco, è una pistola fumante. Prima o poi sparerà.  E colpirà il bersaglio.

Perché lo spacco, secondo me, magari sbaglio, parla non allo sguardo, ma all'ego dei maschi. Lo spacco è un inizio. È un ammiccamento. Un segnale di via FORSE libera. E quello che dice ai maschi è esattamente quello che ciascun uomo desidera sentirsi dire: «Provaci. Non ti farai male».

Il modo più sicuro per sedurre un uomo è fargli capire che, alla fine del tortuoso sentiero, arriverà un Sì.

www.antonellaboralevi.it
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Instagram Byron_bassotto_saggio

La chitarra leggendaria di Kurt Cobain in vendita su eBay

Il Mattino



A 50 anni dalla nascita, il 20 febbraio 1967, e a oltre vent'anni dalla scomparsa nel 1994 di Kurt Cobain, una chitarra della leggendaria rockstar e front-man dei Nirvana, sarà messa all'asta in esclusiva su eBay (www.ebay.com/KurtCobainGuitar).

L'asta della chitarra, una Hagstrom Blue Sparkle Deluxe, partirà il 16 febbraio alle ore 17 e durerà fino al 26 febbraio alle ore 17. Anche i fan italiani, in concomitanza con quello che sarebbe stato il 50/mo compleanno di Cobain, potranno cercare di aggiudicarsi un cimelio del mito sul sito eBay.com/KurtCobainGuitar.

Parte del ricavato sarà devoluto a un'associazione americana che aiuta i senzatetto a cambiare vita. Cobain acquistò la chitarra a fine 1992, in seguito alla sua scomparsa nell'aprile 1994, fu donata da Courtney Love a un amico della coppia e di recente è entrata in possesso di un collezionista di Portland, Nathan Fasold, proprietario del Black Book Guitars, un negozio vintage di chitarre specializzato in strumenti con storie uniche.

«La chitarra non è stata suonata per decenni, mostra ancora l'impostazione per mancini del suo precedente proprietario. Quando si tiene la chitarra, è facile immaginare le canzoni che Cobain avrebbe potuto creare con essa. È una vera e propria reliquia di un'icona della musica» ha detto Fasold.

«Calabria, pronta a votare la legge regionale salva-vitalizio»

Il Mattino



«Alla Regione Calabria si sta per scrivere l'ennesima vergognosa pagina della politica calabrese» e cioè una «proposta di legge regionale "Salva vitalizio"». Lo afferma l'eurodeputata M5s Laura Ferrara in un post su Fb, dove riporta la proposta firmata da 20 consiglieri regionali per reintrodurre un sistema pensionistico dopo che il vecchio sistema dei vitalizi era stato abrogato.

«In una regione in cui i giovani aspettano ancora i soldi di Garanzia Giovani, la disoccupazione è tra le più alte in Europa, dove in molti vivono sotto la soglia di povertà, i servizi sono quasi assenti per i cittadini e la sanità cade a pezzi, i consiglieri regionali hanno presentato una proposta di legge bipartisan che istituisce la pensione per i consiglieri regionali con una liquidazione d'oro» scrive la parlamentare europea che riporta i nomi dei 20 consiglieri che hanno firmato la proposta e commenta: «Dovrebbero solo vergognarsi!».

Cina, parte per la guerra e non torna più: dopo 54 anni abbraccia di nuovo la sua famiglia

Il Messaggero
di Federica Macagnone



Cinquantaquattro anni senza vedersi dopo essere stati separati da una guerra, da anni in prigione e da 3.700 chilometri. Adesso il sogno di tornare in patria di Wang Qi, 77 anni, è diventato realtà: dopo anni vissuti in India l'uomo ha preso un aereo da Nuova Delhi a Pechino per abbracciare i suoi fratelli dopo oltre mezzo secolo.

Wang era partito per la guerra sino-indiana e da quel momento non aveva più fatto ritorno a casa: nel 1963, mentre cercava di tornare a casa, si perse ai confini tra Cina e India senza mai riuscire a trovare la strada del ritorno. Fu durante quel viaggio che venne arrestato: trascorse 7 anni in carcere prima di essere liberato e di iniziare una nuova vita. Conobbe una donna, se ne innamorò e decise di trasferirsi con lei nel remoto villaggio di Tidori, dove ha trascorso tutti questi anni.

Ma, nonostante l'amore per Sushila, per la figlia Anita e il figlio Vishnu, Wang non ha mai dimenticato la sua famiglia d'origine. La sua storia, negli ultimi tempi, ha avuto un'ampia copertura mediatica prima in India e poi in Cina, consentendogli di ottenere un visto che gli era stato negato per tanto tempo: e così, dopo 54 anni, Wang è salito su un aereo, è atterrato a Pechino e da lì ha preso un altro volo per Xi'an: lì, ad attenderlo all'aeroporto, c'erano i suoi tre fratelli e le sue due sorelle che lo hanno accolto a braccia aperte.

Adesso per questa famiglia riunita c'è un unico rimpianto: non essere riusciti a ritrovarsi in tempo per condividere quell'abbraccio con la loro madre, morta nel 2006 senza aver visto mai ritornare quel figlio partito per la guerra. «Siamo grati all'India e al governo cinese per avergli permesso di tornare a casa dopo anni di attesa - ha detto il figlio Vishnu - L'unica cosa che mi rende triste è pensare che ha dovuto aspettare così tanto tempo e non è riuscito a vedere più sua madre».

“La casta dei Pionieri tiene in pugno la Croce Rossa”. Le rivelazioni di un dirigente in incognito

repubblica.it
Lorenz Martini

Un’associazione nell’associazione che grazie al controllo capillare dei voti dei propri affiliati tiene in pugno la Croce Rossa Italiana (Cri). È l’accusa mossa da numerosi membri della Cri a quella fetta di volontari che in passato hanno fatto parte del corpo dei Pionieri. Un nutrito gruppo di persone, che oggi hanno tra i 30 e i 45 anni, entrate giovanissime nella Cri – quando era ancora ente pubblico – e dalla quale non ne sono più uscite. «È una sorta di confraternita che ha preso il controllo di qualsiasi struttura gerarchica, escludendo gran parte di noi volontari che siamo entrati in Cri senza passare dalla componente giovanile. È un organismo interno, ma avulso dal resto dell’Associazione che si auto-genera e autoprotegge», accusa apertamente un dirigente dell’Associazione che chiede di restare anonimo. A fare le spese di questa ascesa, le altre componenti storiche della Cri, sia militari che civili.


Migranti in fila vicino a un veicolo della Croce Rossa Italiana a Roma, 14 giugno 2015 – FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images
Per comprendere chi sta vincendo la partita per la conquista del potere nella più grande e capillare associazione di volontariato italiana, è necessaria un po’ di storia: i Pionieri sono stati fino al 2012 una delle sei componenti che formavano il grande mare dei volontari, assieme a Corpo Militare, Corpo delle Infermiere Volontarie (le Crocerossine), Comitato Femminile, Donatori di Sangue e Volontari del Soccorso.


Membro della Croce Rossa Italiana accoglie due migranti nel porto di Vibo Valentia, 7 novembre 2016 – ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images
Sei mondi paralleli che per decenni hanno convissuto avendo propri vertici, propri regolamenti, propri capi e proprie strutture. Sotto un’apparente unitarietà, nella Cri convivevano, cioè, sei associazioni diverse, alternative e, spesso, in competizione per il potere. Una convivenza che si interrompe nel 2012, quando Francesco Rocca, smessi i panni di commissario straordinario di Cri e vestiti quelli di presidente della stessa Cri, vara una riforma che riduce a tre le componenti originarie: i Volontari (nei quali confluiscono anche i Pionieri), il Corpo Militare e le Crocerossine.


Francesco Rocca durante la presentazione del rapporto annuale della Croce Rossa Italiana, Roma 19/06/2013 – Agf
«Quando sono arrivato ho trovato un mondo lacerato e in lotta continua», ha spiegato lo stesso Rocca a Business Insider Italia, «con ambulanze dei Pionieri che facevano a gara con quelle dei Volontari del soccorso… Ognuna delle sei componenti poi aveva il proprio nucleo decisionale e le proprie gerarchie. Per questo le ho sciolte. Una rivoluzione che non è piaciuta a molti, e ad attaccare i Pionieri oggi sono quelli che in passato avevano un feudo e che oggi non l’hanno più».
Nonostante le buone intenzioni, la riforma Rocca non sembra aver azzerato le divisioni. Al limite ha cambiato le regole della lotta intestina, che ora si gioca sul piano elettorale. Ed è proprio utilizzando nel migliore dei modi il sistema elettorale maggioritario senza quorum previsto dai regolamenti della Cri per ogni elezione che gli ex giovani, pur numericamente minoritari – sono circa 30 mila sui 150 mila associati di Cri –, riescono  a fare manbassa di cariche, escludendo gli storici rivali.


Pionieri della Croce Rossa trasportano alcuni materiali per costruire un rifugio temporaneo a Solferino – DAMIEN MEYER/AFP/Getty Images
«I vertici degli ex Pionieri controllano capillarmente i voti dei loro ex confratelli e li fanno convergere in massa sui candidati scelti nelle loro liste. Se si considera l’alto astensionismo che si registra alle votazioni e il sistema elettorale inefficiente voluto da Rocca (che permette di conquistare la presidenza di un comitato anche con un solo voto espresso), si capisce come questa componente abbia potuto prendersi tutto. Tra Pionieri e presidente Rocca vige l’accordo perfetto: loro controllano l’Associazione e lui continua a fare il Presidente», spiega ancora il nostro dirigente.

Un ombrello che coprirebbe dal piccolo comitato locale al massimo organo direttivo nazionale: «Dopo la riforma, la Cri è governata da un Comitato Direttivo Nazionale formato da cinque membri. Almeno due di questi sono ex Pionieri. Tale Comitato ha poi conferito il comando del Segretariato Generale – cioè della struttura che gestisce direttamente tutti i fondi di Cri – a un altro ex Pioniere, il dottor Flavio Ronzi, nominato con chiamata diretta e retribuito con uno stipendio da 104 mila euro annui».


Una pattuglia di pionieri della Croce Rossa interviene durante il concerto del primo maggio a Roma – Mimmo Chianura / AGF
Interpellato da Business Insider Italia, Ronzi smentisce seccamente: «Confermo di essere stato Pioniere dai 15 anni ai 22 anni, ma poi sono andato all’estero a occuparmi di altro e non ho più avuto rapporti con quella componente», spiega. E, alla domanda se secondo lui esiste un potere parallelo che oggi controlla la Cri, risponde: «Forse fino al 2009 sì. Poi è arrivata la riforma di Rocca che ha sciolto le componenti proprio per questo motivo. La tesi del monopolio dei Pionieri non regge: i giovani erano 30 mila, i Volontari del soccorso 90 mila, quindi anche solo il rapporto numerico dimostra che non ci può essere alcuna supremazia. Credo che oggi neanche un quarto dei Comitati locali sia gestito da ex Pionieri…». Se questa proporzione fosse corretta sarebbero circa 150 Comitati locali sui 638 esistenti in mano a ex Pionieri.


Parata del corpo della Croce Rossa Italiana, Roma 02/06/2015 – Agf
Sarà, ma a scorrere l’organigramma della Cri, non sembrerebbe affatto così. Ex Pionieri sono Massimo Barra, già commissario straordinario nazionale ora membro della Standing Commission del Comitato Int.le della CR; Antonino Calvano, Presidente Cri Piemonte e Pietro Ridolfi, Capo della Commissione Cri per il Diritto Umanitario e delegato tecnico nazionale per l’Obiettivo Strategico 4; Adriano De Nardis, presidente Cri Lazio e membro del Comitato di Gestione dell’Ente Strumentale alla CRI (la bad company nella quale sono confluiti i debiti monstre di Cri); Nicola Scarfò, segretario generale Cri Lazio; Rosario Valastro, già presidente Cri Sicilia, oggi vice presidente nazionale Cri e membro del Comitato Ente Strumentale Cri; Gabriele Bellocchi, membro del Consiglio Direttivo Nazionale Cri in rappresentanza della Gioventù; Francesco Pastorello, presidente Comitato Cri Roma 2; Roberto Tordi, Vice presidente Cri Lazio; Stefano Carmelo Principato, presidente della Cri di Catania, quello che controlla il famigerato CARA di Mineo. E la lista potrebbe continuare ancora a lungo.


Volontari della Croce Rossa sfilano per la Festa della Repubblica Italiana, Roma 02/06/2016 – Agf
Una concentrazione di potere che non si riscontra nella altre Croci Rosse del mondo. In tutti i massimi organi direttivi delle “sorelle” internazionali, infatti, è presente solo il delegato dei Giovani e le strutture sono gestite dai “normali” volontari. Nel Consiglio della Croce Rossa Svizzera, per esempio, a parte il rappresentante della Gioventù, nessun altro membro ha un passato nel corpo giovanile.  È una legge non scritta, ma da sempre rispettata a tutti i livelli, nazionali e cantonali proprio per evitare “equivoci”, fanno sapere da Ginevra.


Comitato internazionale della Croce Rossa, Ginevra, 19 luglio 2006 – FABRICE COFFRINI/AFP/Getty Images
Secondo i detrattori, infine, avere in mano le cariche comporta guadagni personali ma, soprattutto, il controllo del mercato del lavoro. «Ai tempi della Cri ente pubblico, il ragazzo entrava  come volontario nei Pionieri dopo i 14 anni. Una volta maggiorenne, se il soggetto era disponibile e interessato a rimanere, esistevano meccanismi di chiamata ad personam che lo inserivano in un sistema di lavoro discontinuo, ma ciclico. Infine, quel rapporto lavorativo precario veniva stabilizzato con un decreto ministeriale o con legge ad hoc», spiega il dirigente. In pratica si entrava nell’ente pubblico senza alcun concorso.

«Dopo il decreto Monti del 2012 questo sistema di cooptazione è stato bloccato, tuttavia ancora oggi i Comitati locali dove possono assumono. E diciamo che tra i neo-assunti chi è stato Pioniere ha una via privilegiata. Ed è incredibile, se si pensa che la Croce Rossa ha appena finito di smaltire gli oltre 900 lavoratori in esubero che aveva dovuto assumere a seguito delle sentenze dei magistrati». Inoltre, conclude il dirigente, mancherebbe del tutto la trasparenza: «Nel comitato di Roma Città Metropolitana, nonostante il Codice Etico imponga di rendere noti a tutti i volontari i nomi degli assunti, non è dato sapere quanti siano attualmente i pionieri retribuiti».

Amazon campione di efficienza ma a farne le spese sono i suoi fornitori

repubblica.it
Gea Scancarello


Loic Venance/AFP/Getty Images)

Qualcuno tra i più pigri dovrà ancora farlo: rimettere nella scatola il regalo sbagliato ricevuto a Natale e restituirlo ad Amazon, per poi scegliere altro o riavere indietro i soldi. Miracoli dell’e-commerce: nessuna fatica, a riprendersi il malloppo a casa ci pensa il corriere incaricato dalla società, rivelando al cliente le meraviglie del consumismo da divano. Quanti saranno alla fine i resi tra i 4,5 miliardi di merce comprata a novembre e a dicembre 2016 – pari al 23% di tutti gli acquisti online fatti in Italia nell’anno– ancora non si sa; certo è però che anche sulle restituzioni la società ha una politica accomodante, con una flessibilità superiore a quella prevista dalla legge europea sul commercio web.

Raffinata strategie commerciale? Non solo. Dove finisce la preoccupazione del cliente, raramente infatti inizia quella di Amazon: il costo dei resi, come quello delle spedizioni e della pubblicità sui prodotti, se li sobbarca il fornitore, non la piattaforma. È il lato meno noto del successo e del servizio eccellente della creatura di Bezos, che solo l’anno scorso ha venduto 2 miliardi di prodotti nel mondo, per 107 miliardi di fatturato (nel 2015): numeri talmente grandi che per distributori, negozi e imprese è impossibile rinunciare alla sua vetrina globale, anche a costo di accettare condizioni non sempre vantaggiose.Per conquistarsi uno spazio nel marketplace digitale frequentato da 300 milioni di clienti, i fornitori  hanno infatti due strade principali:

  • scegliere se affidare ad Amazon tutto il processo (logistica, stoccaggio, gestione degli ordini ecc.), opzione che garantisce la massima efficacia anche appoggiandosi sugli ormai famosi dipendenti “maratoneti”;
  • o affittare una finestra online, continuando a spedire i materiali e a gestire autonomamente i processi
In entrambi i casi, dietro la consolidata formula “paghi quello che usi“, la varietà delle merci, dei servizi aggiuntivi e dei canali di vendita rende la composizione del costo finale per ogni venditore non sempre immediata da comprendere. Ma raggruppando le varie voci, e basandosi su conti fatti dai fornitori stessi, è possibile farsi un’idea di quello che succede dopo ogni click del cliente, misurando come la ricchezza generata dalle vendite record della piattaforma – nel 2016 + 80% rispetto all’anno precedente – venga redistribuita tra chi ha contribuito a produrla.

Quando Amazon fornisce logistica e stoccaggio, il fornitore deve intanto inviare la propria merce fino ai magazzini della società: considerando che per garantire ai clienti i prezzi più bassi Amazon riceve materiali da qualunque distributore, la spesa può non essere banale. E non è la sola.

Affinché i propri prodotti siano visibili tra migliaia di oggetti simili, i venditori possono – e, nei fatti, devono, se non vogliono annegare nel mare magnum dell’offerta –  acquistare anche un servizio di advertising tra i molti proposti dalla piattaforma. Il grande vantaggio della più grande vetrina online del mondo, che espone e distribuisce in tutta Europa, si esaurisce infatti senza la certezza di posizionarsi ai primi posti della ricerca. E restano invece i costi: perché quello che qualcuno ha comprato salvo poi decidere di restituirlo, o che finisce in overstock (cioè  tra gli oggetti che sono in numero eccessivo rispetto alle effettive vendite nel Paese), Amazon restituisce al mittente.

Per evitare sorprese – e non ritrovarsi tra capo e collo quello per cui magari non ha ancora incassato: Bezos paga normalmente a 120 giorni in Italia  – il fornitore può stabilire di destinare resi e invenduti all’outlet ‘Amazon’, l’immenso discount che tutti i frequentatori del sito hanno sfogliato almeno una volta. La possibilità, ovviamente, ha un costo.

I conti complessivi sono presto fatti. Nel caso di un oggetto tecnologico – tra i best seller della piattafroma – fatto 20% il margine abituale del fornitore (quello cioè che riesce effettivamente a incassare, tolte le proprie spese, dopo la vendita finale), bisogna fare parecchie sottrazioni:  tra l’1 e il 3% del margine va tolto per la spedizione della merce, tra il 4 e il 6% se ne va per la pubblicità e un altro 4% circa per non avere resi. Più eventuali altri sconti che talvolta Amazon può chiedere per accettare le merci nell’outlet, e che il fornitore è generalmente incline a pagare: se per il cliente sul divano il bello dell’ecommerce è che si possono restituire anche scatole già aperte o ammaccate, per il venditore è davvero difficile (e dispendioso) riuscire a piazzarle a qualcun altro.

Il margine effettivo è quello che resta: nel caso di un negozio – che già ha acquistato da un distributore che ha realizzato la propria parte di guadagno – spesso non è superiore al 5-6%.
L’altro caso è quello di chi decide di usare soltanto la vetrina di Amazon, gestendo autonomamente i processi.

Qui i conti sembrano più facili. Il noleggio dello spazio, infatti, per chi vende almeno 40 prodotti al mese, costa 39 euro al mese, ma va aggiunta una tariffa per la gestione delle transazioni e, nel caso di libri, video e Dvd, anche un’ulteriore commissione variabile. Tutto sommato, sempre secondo i conti fatti dai venditori, si tratterebbe di circa l’8% del valore complessivo della vendita. Bisogna poi dire che, se si sceglie questa strada, tocca al fornitore a processare gli ordini, garantendo gli stessi standard di efficienza della logistica Amazon: altrimenti, il rischio è di essere multati dalla stessa piattaforma, per importi anche piuttosto salati.

Il risultato è uno strano paradosso: con margini così stretti, è necessario avere grandi volumi di vendita; e grandi volumi di vendita on line oggi riesce a garantirli solo Amazon. Bezos insomma, contemporaneamente fa le condizioni del mercato, e poi offre le soluzioni per renderle accettabili. Non è un caso che anche in Italia, con l’economia asfittica e i consumi al palo, il numero di aziende che hanno scelto di appoggiarsi alla logistica di Amazon sia più che raddoppiato l’anno scorso (+140%): i tassi di crescita della piattaforma, e la possibilità di raggiungere consumatori in tutta Europa, sono una speranza, e talvolta anche una boccata d’ossigeno.

Ma, un po’ come per i dipendenti della società, costretti a turni massacranti per garantire al mondo i servizi dell’ecommerce come-dovrebbe-essere, anche l’offerta vantaggiosa sui milioni di prodotti online nasconde qualcuno che ne assorbe il costo. Fino a tornare al cortocircuito ormai noto: è impossibile rinunciare a comprare e a vendere on line, purché si sia consapevoli che dietro allo sconto eccezionale o ai volumi strepitosi c’è comunque un prezzo – imprenditoriale, sociale e umano – da pagare.

Un semplice calcolo spiega perché Amazon non alzerà mai i prezzi e non farà utili

repubblica.it

Amazon sta conquistando il mondo. E per farlo a disposta a non aumentare i prezzi e a non fare utili (almeno con la divisione retail). Anche perché non ne avrebbe alcuna convenienza. Insomma chi pensa che prima o poi il colosso dell’ecommerce farà concorrenza leale ai negozi fisici smettendo di vendere sottocosto e alzando i prezzi sbaglia. Il gigante americano fondato da Jeff Bezos non ha alcun interesse a guadagnare dalle vendite: per sopravvivere bastano e avanzano i margini garantiti dai servizi cloud (in sostanza la rendita dell’affitto di server online). Tradotto: chi non vuole venire spazzato via deve prendere in mano il suo destino e soprattutto la sua strategie commerciale digitale.


Magazzino Amazon. Foto di Peter Macdiarmid/Getty Images
Strano, ma vero dunque: Amazon non ha alcuna intenzione di guadagnare dalla sue vendite online. Un po’ perché Bezos è un visionario con l’ambizione di cambiare davvero il mondo, un po’ perché i numeri finanziari sono chiari: la valutazione di Amazon in Borsa è giustificata solo dalle attese di ritorni futuri. E più il futuro si avvicina, più rapidamente calano i multipli. Ai corsi attuali, la società capitalizza 395,2 miliardi di dollari: 3,1 volte il fatturato. Un multiplo che non ha uguali tra nessuno dei principali competitor del gruppo: Walmart, Macy’s, Costco, Best Buy, Target, Metro, Rakuten, Kohl’s, Walgreens hanno ormai sviluppato modelli misti tra il punto di vendita fisico e quello digitale e a cui Amazon è comparabile eppure possono contare su un multiplo medio del fatturato pari a 0,7.


Foto di Jeff Spicer/Getty Images
Lo stesso ragionamento si può fare sull’utile operativo: la capitalizzazione del gigante di Bezos è pari a 97,7 volte l’Ebit (4 miliardi di dollari, ma senza i servizi cloud sarebbe negativo per 2 miliardi), mentre quella media dei competitor a 11,1 volte. Certo ci sono dei picchi al rialzo come quello di Costco valutato 18,8 volte l’utile operativo (3,8 miliardi), ma nessuno si avvicina alle valutazioni di Amazon: basti pensare che Wallmart viene valutata 10,7 volte il proprio Ebit (23,2 miliardi).


Foto di Peter Macdiarmid/Getty Images
“La differenza – spiega Duccio Vitali, amministratore delegato di Alkemy, il primo digital enabler italiano – è dovuta sicuramente ad un insieme di fattori tra cui la volontà di Bezos di cambiare il mondo, ma la principale è legata al fatto che le aspettative di crescita della società in termini di profitti sono molto maggiori rispetto ai propri competitor”. Tradotto: il mercato si è convinto che Amazon prosegua ancora lungo la sua fase di espansione con l’obiettivo di conquistare davvero il mondo e quindi non abbia ancora  iniziato a monetizzare sul business retail dove continua a perdere a soldi.


Foto di Eamonn M. McCormack/Getty Images for Amazon
D’altra parte, se Amazon smettesse di crescere in maniera così aggressiva ed iniziasse a mettere a profitto il suo posizionamento alzando i prezzi, non avrebbe più senso riconoscere una valutazione di mercato con un multiplo così alto. Anzi, i valori dovrebbero allinearsi a quelli dei competitor. “Assumendo in linea teorica che diventi come la media degli altri retailers – spiega Vitali – e cioè 0,7 volte il fatturato, la capitalizzazione si abbasserebbe a 91,6 miliardi di dollari. A questa valutazione, poi, andrebbe sommato l’ebit aggiuntivo che Amazon farebbe sul suo business retail, pari a 7,2 miliardi (calcolando una media del 6% del settore, ndr) che moltiplicato per il multiplo dell’ebit medio dei competitor (11,1 volte, ndr) aggiungerebbe un’ulteriore capitalizzazione di 80,6 miliardi di dollari. Non dobbiamo dimenticare che Amazon è un retailer, non potrà mai avere marginalità così più alte rispetto ai rivali”.

In questo modo la valutazione complessiva di mercato scenderebbe a 172,1 miliardi: il 56% in meno rispetto al valore attuale. E anche volendo riconoscere ad Amazon un premio importante rispetto ai competitor, il valore dell’azienda sarebbe poco più della metà di quello attuale. Tradotto: il beneficio dell’aumento della marginalità legato all’incremento dei prezzi sarebbe più che compensato dal calo del multiplo dovuto all’abbassamento delle aspettative di crescita. Proprio quello che vogliono evitare gli azionisti che definiscono le linee di gestione dell’azienda: nessuno di loro vorrebbe trovarsi con una montagna di azioni che improvvisamente valgono la metà dell’attuale valore.

L’incredibile successo dei distributori automatici è meglio di un trattato di sociologia per capire il Giappone

repubblica.it
Harrison Jacobs


A bank of vending machines outside of a rest stop in Japan. Harrison Jacobs/Business Insider

Lo scorso fine settimana, sono tornato da un viaggio in Giappone in cui ho aiutato Business Insider a lanciare la sua ultima edizione internazionale, Business Insider Giappone. Dopo aver trascorso due settimane a Tokyo, un aspetto della città ha continuato a colpirmi, dopo il mio ritorno: l’enorme abbondanza di distributori automatici. La proliferazione di distributori automatici è impossibile da ignorare. Sono in quasi ogni isolato a Tokyo – per i vicoli, davanti ai negozi di alimentari, nelle aree residenziali e commerciali.

Con poco più di 5 milioni a livello nazionale, il Giappone ha la più alta densità di distributori automatici in tutto il mondo. Vi è circa 1 distributore automatico per ogni 23 persone, secondo l’Associazione di Produttori di distributori automatici del Giappone. Le vendite annuali ammontano a più di 60 miliardi di dollari. E sono caratterizzati da un’incredibile varietà. Le macchinette vendono qualsiasi tipo di bibite, caffè, tè, sigarette, caramelle, zuppa, cibo caldo, e anche sake e birra.
La pervasività e la varietà dei distributori automatici del Giappone non è un argomento inesplorato. Se c’è una cosa su cui ai turisti di ritorno dal Giappone piace scrivere/leggere, sono i prodotti assurdi e strani venduti nei distributori automatici.

Tra i primi risultati di una ricerca su Google per “distributori automatici in Giappone” ci sono: “12 distributori automatici giapponesi che non crederete esistano”, “18 cose che si possono acquistare nei distributori automatici giapponesi”, “25 cose che troverete solo nelle macchinette in Giappone” eccetera eccetera. Quello che mi interessa, però, è quello che i distributori automatici ci dicono dell’eccezionale cultura del Giappone.

Una risposta ovvia è: i giapponesi, e quelli di Tokyo in particolare, lavorano molto e di conseguenza danno valore alla cose comode e convenienti. Ma lo fanno anche i newyorkesi, così come tutti gli altri abitanti delle città, eppure altrove le macchinette automatiche ancora non sono così popolari.  Allora perché sono onnipresenti? I sociologi e gli economisti hanno offerto alcune risposte possibili.

1. Il costo del lavoro

REUTERS/Yuriko Nakao
Il tasso di natalità in declino del Giappone, l’invecchiamento della popolazione, e la mancanza d’immigrazione hanno contribuito a rendere la forza lavoro sia scarsa che costosa, secondo William A. McEachern, professore di economia presso l’Università del Connecticut. Nel suo libro del 2008 sulla macroeconomia, McEachern parla dei distributori automatici del Giappone come di una soluzione a questo problema, eliminando la necessità di impiegati addetti alla vendita.
Anche Robert Parry, un docente di economia alla Università di Kobe in Giappone, ha indicato – in un saggio sull’argomento del 1998  – negli alti costi del lavoro il motivo per cui i rivenditori giapponesi hanno accolto con tale entusiasmo i distributori automatici.  “Con la spettacolare crescita economica del dopoguerra, il costo del lavoro in Giappone è arrivato alle stelle… i distributori automatici hanno solo bisogno di una visita periodica da parte dell’operatore per ricostituire le scorte e svuotare il denaro”, ha scritto Parry.
2. Alta densità di popolazione e immobili costosi

Toomore Chiang/Flickr
Con una popolazione di 127 milioni di persone in un paese più piccolo della California, il Giappone è uno dei paesi più densamente popolati in tutto il mondo, soprattutto se si considera che circa il 75% del Giappone è costituito da montagne.  Il 93 per cento della popolazione giapponese vive in città.
Non sorprende che la densità di popolazione abbia fatto salire per decenni i prezzi degli immobili, costringendo gli abitanti delle città a vivere in appartamenti che farebbero sembrare spaziosi i monolocali più angusti. Anche se i prezzi dei terreni urbani sono scesi durante il declino economico del Giappone nel 1990, da allora sono tornati a salire.

L’alta densità di popolazione e gli alti prezzi immobiliari hanno fatto sì che i giapponesi non abbiano molto spazio per sistemare i beni di consumo e che le aziende giapponesi preferiscano installare un distributore automatico in una strada piuttosto che aprire un negozio al dettaglio. “I distributori automatici producono maggiori entrate da ogni singolo metro quadrato di scarso terreno di quanto potrebbe un negozio di vendita al dettaglio” ha concluso Parry.
3. La mancanza di crimine

Un uomo guarda il designer Aya Tsukioka e la ballerina Minako Ogawa vestiti da distributore automatico in una strada di Tokyo. Reuters/Toru Hanai
Il Giappone è famoso per il suo tasso di omicidi eccezionalmente basso, ma non è l’unica statistica relativa al crimine in cui il Paese eccelle.
Secondo al rapporto sul crimine delle Nazioni Unite del 2010, il Giappone si classifica con uno dei più bassi tassi di rapine in tutto il mondo. Sebbene vi sia stato un certo dibattito sul perché il tasso di criminalità del Giappone sia così basso, una cosa che è facilmente evidente è che atti vandalici e reati contro la proprietà sono rari. Secondo l’Organizzazione Nazionale del Turismo del Giappone, i distributori automatici vengono “raramente rotti o rubati”, pur avendo decine di migliaia di yen all’interno e pur essendo spesso posizionati in vicoli bui o su strade poco affollate.

Al contrario negli Stati Uniti, come scrive Parry, “Le società di distributori automatici americani non prendono nemmeno in considerazione l’installazione di unità lato-strada con funzionamento autonomo” per il timore di atti vandalici e di reati contro la proprietà. In Giappone, le unità lato-strada sono la norma. Aiuta il fatto che molti distributori automatici abbiano telecamere installate e un filo diretto con la polizia se vengono segnalate irregolarità, come una macchinetta che viene forzata, secondo quanto riporta il The Japan Times.
4. Una società fondata sui contanti

Le persone lanciano monete come portafortuna nel santuario Kanda Myojin a Tokyo. ReutersS/Kim Kyung-Hoon
Un altro aspetto della cultura giapponese che mi ha colpito, è una pesante dipendenza dai contanti. Negli Stati Uniti, io uso le carte di debito e di credito per quasi ogni acquisto a parte quando visito ristoranti-bettole che accettano solo contanti. A Tokyo, nemmeno le stazioni ferroviarie accettano le carte di credito per acquistare i biglietti della metropolitana. Le principali catene accettano le carte di credito, ma un sacco di negozi non lo fanno.

L’effetto pratico di ciòè che ci si porta sempre in giro una notevole quantità di denaro, e non solo banconote, ma le monete. Le monete in Giappone sono di taglio elevato come 50 yen, 100 yen e 500 yen (1 dollaro = 112 yen). Entro la fine del mio viaggio, avevo improvvisato un portamonete di fortuna per metterci il denaro che mi pesava nelle tasche. Come ho scoperto, lasciar cadere una moneta in un distributore automatico per un drink è un modo comodo e utile per sbarazzarsi delle monetine che tintinnano in tasca.
5. Affascinati da tutto ciò che è automatico

Tobot in un supermarket a Kyoto. Yuriko Nakao/Reuters
La cultura giapponese è ossessionata con l’automazione e la robotica, ha spiegato il giornalista Tsutomu Washizu a The Japan Times nel 2007.  Washizu, che ha scritto un libro sulla storia dei distributori automatici in Giappone, attribuisce a questo fascino il motivo principale per cui le macchinette sono così popolari.  “Non vi è nessun altro paese che ha così tante cose automatiche. I giapponesi hanno una grande considerazione per i sistemi automatizzati e una grande fiducia in essi”, ha detto Washizu.