domenica 12 febbraio 2017

“I link sconosciuti non vanno aperti, ci frega la curiosità”

La Stampa
carola frediani

L’esperimento della ricercatrice tedesca

La frontiera cybercriminale ha già inventato sistemi di malware (software dannosi) come servizio in cui gang specializzate vendono o affittano infrastrutture e kit di attacco ad altri. Ma Fake Game è probabilmente la prima piattaforma che permette di imbastire un attacco di phishing (truffa attraverso cui malintenzionati si fingono enti affidabili convincendo le vittime a fornire loro informazioni personali, dati finanziari o codici di accesso) appoggiandosi a un servizio esterno.

La Stampa l’ha provata: si può imitare una pagina di login di Gmail, Facebook e altri siti. Iscrizione è gratuita, le funzioni extra a pagamento. A limitare la diffusione di questo servizio, per ora, è solo il fatto che sia in russo e orientato soprattutto a quell’area geografica. «Oltre a Fake Game nascono piattaforme simili di tanto in tanto, ma poi chiudono velocemente, anche perché chi svolge questa attività di professione preferisce progettarsi tutto in casa», commenta Andrea Draghetti, ricercatore di D3Lab, società che offre servizi per il rilevamento e il contrasto al phishing. Il problema è che con questo tipo di attacco ci si scontra con il «fattore umano».

Zinaida Benenson, ricercatrice dell’università tedesca di Erlangen-Nuremberg, ha sottoposto a un test 1600 suoi studenti, inviando loro un messaggio (via mail o Facebook) che arrivava in realtà da una persona inesistente e che diceva di avere le foto di una festa, da vedere via link. Poi, ha registrato i clic.

Quando il messaggio si rivolgeva al destinatario usando il suo nome, il 56% di chi aveva ricevuto l’email e il 38% di chi era stato raggiunto via Facebook cliccava. E questo malgrado ben il 78% avesse consapevolezza del fatto che seguire un collegamento sbagliato potesse portare a conseguenze negative. La ragione principale dietro a quei clic, successivamente addotta dai giovani dell’esperimento, è molto banale: la curiosità.

Benenson è piuttosto scettica sul fatto che i consigli di sicurezza informatica possano incidere sui comportamenti. «Anche perché è facile dire: non cliccate su link e allegati. Ma che impatto ha questo monito sulla vita lavorativa delle persone? Specie chi deve gestire flussi di fatture, ricevute e via dicendo che arrivano via mail?», di domanda Benenson.

Negli ultimi tempi sono cresciute le realtà - come PhishMe, Phisd o Wombat - che offrono delle simulazioni di phishing alle aziende, in modo da testare il livello di consapevolezza dei propri dipendenti. In Italia c’è ancora un po’ di ritrosia su questo genere di analisi proattiva. «Al momento le aziende hanno ancora timori al riguardo, anche perché non sanno bene come gestire eventuali dubbi o ricadute sulla privacy», commenta Denis Frati, Ceo di D3Lab. Alla Carel, azienda manifatturiera di Padova, hanno messo in piedi un gruppo dedicato alle frodi informatiche.

Hanno mappato i processi di lavoro, i flussi delle mail e tutti i domini del gruppo, individuando le criticità. Hanno migliorato i sistemi di sicurezza interni, ad esempio fornendo ai dipendenti con ruoli più esposti chiavette per fare l’autenticazione a due fattori (un po’ come quelle che danno le banche). E infine hanno iniziato una serie di attività di formazione interna, comprese simulazioni di attacchi phishing per analizzare le reazioni del personale.

Furti e ricatti, i file pirata svuotano le aziende italiane

La Stampa
carola frediani

Nel 2016 il nostro Paese è stato il quarto al mondo per utenti colpiti (il 29%). Le più indifese sono le piccole e medie imprese

L a sicurezza degli obiettivi istituzionali è «aumentata» dopo che la Farnesina è stata hackerata l’anno scorso, assicura oggi il ministero degli Esteri dopo le rivelazioni sugli attacchi informatici. Ma cosa succede se l’attacco colpisce aziende private?

Proviamo a raccontarlo. All’inizio quella strana coppia di file apparsi in alcune cartelle sembravano solo il residuo innocuo di qualche vecchio programma. Ma quando quasi tutti gli altri documenti sul computer hanno iniziato, sotto i suoi occhi, a diventare inaccessibili, Giuseppe ha intuito che aveva un problema. Quanto grosso lo avrebbe capito solo più tardi. Giuseppe Doto aveva appena finito le vacanze, rientrando all’agenzia di comunicazione New Erredi di cui è co-titolare, in un luminoso appartamento nel centro di Torino. Quando ha visto che i documenti salvati sul server aziendale non si aprivano più perché cifrati, è andato a guardarsi quei due misteriosi file aggiuntivi.

«Ho la chiave per decifrarli», diceva uno dei due, in inglese, dando un indirizzo mail. Giuseppe ancora non lo sapeva ma la sua azienda aveva appena incrociato una delle ultime novità in materia di ransomware, i virus che infettano un computer, ne cifrano i file e chiedono dei soldi per farti accedere di nuovo ai tuoi dati. Per incontrarlo non aveva dovuto nemmeno scaricare, per errore, un allegato malevolo, come succede di solito, perché quel malware (di nome Parisher) buca i server.

«Si tratta di una gang che sfrutta una porta di connessione di un software Microsoft e compie un attacco a forza bruta, ovvero tenta molte password finché non trova quella giusta - spiega Paolo Dal Checco, esperto di informatica forense -. Parisher entra nel server, cancella le copie, cifra i file e chiede 5 bitcoin di riscatto, circa 5mila euro». Come avrebbe poi compreso Giuseppe, iniziando un tortuoso giro di telefonate ad aziende e consulenti di sicurezza, diversamente da altri ransomware diffusi in quel momento, non c’era modo di aggirarlo. L’unica era farsi dare la chiave dal ricattatore.

A meno di avere una copia, un backup dei dati da qualche parte. Il problema era che proprio prima delle ferie, alla New Erredi avevano riversato molti file su quel server, eliminandoli da hard disk esterni per recuperare spazio di archiviazione.  «L’attaccante si era premurato di cancellare pure le copie fatte dal server», precisa Giuseppe, che ora passa in rassegna i fatti in modo analitico. Mentre in quei momenti, «quando pensi che potresti aver perso anni di lavoro, subito vai in panico». Alla New Erredi però non vogliono pagare. «Non era la cosa giusta da fare, e anzi abbiamo fatto denuncia».

Poi hanno fatto mente locale, hanno iniziato a scartabellare fra i pc sparsi nelle stanze dello studio, le mail, altri hard disk, i server in disuso dove erano rimasti dei documenti e sono riusciti a recuperare quasi tutto. Alla fine il danno vero è stato soprattutto il mese di lavoro dedicato a ripristinare sistemi e materiali, tolto ovviamente lo stress. «Da allora controllo ogni giorno che sia fatto il backup. Anzi, fammi verificare», scherza ora Giuseppe. Gli è andata anche bene, ma la verità è che, specie tra professionisti e piccole imprese, sono in molti a pagare.

I ransomware
Alla fine del 2016 l’Italia era nella rosa dei Paesi con la più alta percentuale di utenti colpiti da programmi malevoli (29 per cento, quarto posto nel mondo); tra i Paesi occidentali più colpiti da ransomware e tra quelli con più computer infettati da botnet. Eppure, nel Belpaese, ad avere visibilità sono ancora solo gli attacchi di natura istituzionale. Nel 2016 sono diventati di dominio pubblico una cinquantina di azioni contro obiettivi italiani, perlopiù di matrice hacktivista (dati analizzati da Paolo Passeri/Hackmageddon.com per La Stampa). Ma invece le grandi aziende, e soprattutto le piccole e medie imprese, i professionisti? Tutto tace. Scarseggiano numeri ufficiali, mentre le vittime non parlano, spesso non denunciano.

«Il nuovo regolamento europeo sulla protezione dei dati fornirà qualche elemento in più sulla situazione», commenta l’avvocato Giuseppe Vaciago. Ma certo oggi è ancora nebbia fitta. «Chi ha avuto problemi non ha intenzione di dirlo», spiega Alvise Biffi, vicepresidente di Piccola Industria Confindustria. «Di ransomware ce ne sono quantità enormi e il 90% di quelli che non hanno backup tendono ad assecondare il ricatto». Aiutare qualcuno a pagare l’estorsione potrebbe far rischiare il favoreggiamento, avvisa un appartenente alle forze dell’ordine attivo su questi temi, che preferisce restare anonimo. «Comunque pagare è sbagliato, si finanzia la criminalità organizzata». Anche se pure tra i tutori della legge c’è chi consiglia di versare i soldi.

La punta dell’iceberg
I ransomware sono solo la punta dell’iceberg. Se guardiamo ai procedimenti del pool reati informatici della Procura di Milano (tra le poche a pubblicare dati sul suo bilancio) questi sono raddoppiati fra il 2013 e il 2014, e da allora hanno continuato a crescere. Ma il numero di reati è in realtà più alto dei procedimenti registrati (circa 6400 nel 2015) perché quelli contro ignoti finiscono raggruppati in fascicoli. Più in generale sui reati informatici in Italia c’è ancora la difficoltà a raccogliere dati in modo omogeneo, fa notare Walter Vannini, criminologo del Comune di Milano che ha lavorato insieme alla Procura sul cybercrimine, sviluppando progetti di formazione poi presentati al Consiglio d’Europa.

Eppure, malgrado la scarsità di informazioni affidabili, La Stampa - dopo aver sentito decine di consulenti (o vittime) del settore - ha rilevato la crescita in Italia di uno specifico tipo di frode, particolarmente insidiosa: quella del cambio di Iban (detto anche compromissione dell’email aziendale). I truffatori, dopo aver violato il pc o la mail di un dipendente, si inseriscono nella corrispondenza di un’azienda coi suoi debitori/creditori e, impersonando una delle parti, avvisano chi deve pagare di un cambio di conto corrente. Che però è in mano a dei «muli», dei prestanome, che poi girano i soldi via money transfer a chi tira le fila dell’organizzazione.

Un colpo che può svuotare i conti di una piccola realtà. «Qui su Milano ho visto duecento casi nell’ultimo anno, anche aziende grandi, che hanno perso in media tra i 20 e i 600mila euro», spiega un’altra fonte investigativa che chiede l’anonimato. «Spesso sono aziende con clienti in Cina, nel Sudest asiatico o in Nord Africa. Il problema in questi casi è che noi arriviamo tardi: tempo che la vittima si accorga della truffa, che vada alla polizia, che si apra un fascicolo… il conto estero su cui sono finiti i soldi è stato già svuotato».

Ci vorrebbero tavoli sovranazionali con magistrati che possano ottenere provvedimenti immediati. «L’impatto delle violazioni di cybersicurezza sull’economia aziendale è tanto reale quanto sconosciuto. Le piccole e medie imprese restano più indifese delle grandi o degli enti istituzionali, e non sanno neanche bene a chi rivolgersi», commenta Corrado Giustozzi, membro dell’Enisa, l’Agenzia europea per la sicurezza delle reti e dell’informazione. «Sono tanti i privati colpiti, ma la maggior parte non denuncia per pudore, e perché a volte il danno non giustifica le spese», spiega la penalista Alessandra Bersino. «Per questo, con l’ordine degli avvocati, abbiamo aperto uno spazio di consulenza allo sportello del cittadino del tribunale di Milano per aiutare le vittime di simili reati».

Nelle aziende minori manca la cultura della cybersicurezza, in quelle più grandi la volontà di investire. Eppure il 44% delle piccole medie imprese avrebbe rilevato almeno un attacco informatico, con perdita economica, nell’ultimo anno, secondo un’indagine Yoroi. È stato un test a mettere in allerta Coop Italia, centrale d’acquisto del consorzio di cooperative. Nel corso di una prova di una nuova tecnologia si è accorta che la macchina di un loro fornitore era stata infettata da un malware, si agganciava a una botnet e si collegava a un centro di comando in Romania. Non solo: il malware stava registrando le attività della macchina e stava trasferendo informazioni. Subito staccata, anche se non accedeva a dati sensibili. «Abbiamo capito che non bastano antivirus e firewall: abbiamo aggiunto al sistema di difesa tecnologie di analisi del traffico della rete, per individuare anomalie», dice Andrea Favati, responsabile della sicurezza informatica.

La difesa
Chi ha provato a prendere di petto almeno il rischio di truffe, specie il phishing, è stata Carel, azienda padovana specializzata nel settore del condizionamento e della refrigerazione. Manifattura italiana, con 1200 dipendenti, 19 filiali, 7 siti produttivi, e pagamenti internazionali. Insomma, il target ideale di chi punta a dirottare bonifici. «Nel 2015 avevamo ricevuto via mail diversi tentativi di frode, in cui gli attaccanti impersonavano alcuni nostri manager, dando indicazioni ad altri dipendenti di effettuare dei pagamenti», spiega Gianluca Nardin, responsabile della sicurezza informatica. Almeno in un caso la truffa è particolarmente elaborata: alla mail segue addirittura una telefonata. Alla Carel decidono di stare al gioco per individuare la fonte dell’attacco.

«La telefonata proveniva da un call center di Londra che poi rimandava a un contatto di un sedicente avvocato che stava in Svizzera. Il tizio cercava di convincere il nostro direttore della filiale spagnola a spostare 150mila dollari in una banca dell’Europa dell’Est e addirittura aveva mandato un’approvazione scritta dell’operazione da parte di un membro del Cda (ovviamente era tutto finto)». Arrivati a quel punto alla Carel hanno numeri di telefono e altri elementi utili per identificare la banda di truffatori e fanno la denuncia.

Altro problema: i furti di insider. Il 69% delle minacce per le aziende italiane, spesso ricche di proprietà intellettuale, secondo un’indagine Ey. Il furto di proprietà intellettuale da parte di ex-dipendenti è una minaccia diffusa che può portare a vicende giudiziarie complicate. È quello che è capitato a V., imprenditore del Centro Italia con un’azienda di software. «Dopo aver terminato i rapporti lavorativi con alcuni dipendenti, ci siamo accorti che questi, da fuori, usando le loro credenziali che ci eravamo dimenticati di cambiare, avevano effettuato accessi abusivi alla nostra rete aziendale. Hanno prelevato il database dei nostri contatti commerciali e molto altro know-how. Poi sono andati alla concorrenza», racconta. L’episodio è del 2011, inizia ora il processo.

Padri di famiglia, spacciatori e mamme. Sono in 12 milioni a rischio espulsione dagli Usa

La Stampa
valeria robecco



Il presidente americano ha annunciato che vuole cacciare 3 milioni di irregolari in quattro anni. La sicurezza è tra i primi punti del suo programma di governo. Ma chi sono i rimpatriati?

Dal Ghana ha rischiato la vita per rifugiarsi in Canada
L’America di Donald Trump fa paura, e così sempre più spesso i profughi cercano di scappare in Canada, anche a piedi, sfidando le gelide temperature invernali. Come Seidu Mohammed, rifugiato 24enne del Ghana arrivato negli Stati Uniti, a San Diego, nel 2015. Il giovane è scappato dal suo Paese per paura di essere perseguitato, essendo gay e musulmano, e ha fatto domanda di asilo in America, ma dopo che un giudice americano ha negato la sua richiesta rischiava la deportazione.
Così, per non essere rimandato in Africa, ha deciso di fuggire nel vicino Canada insieme ad un connazionale.

I due hanno speso 400 dollari di taxi per farsi accompagnare nel punto più vicino al confine, poi si sono avventurati a piedi per i campi, camminando oltre sette ore tra neve e gelo. Seidu e il compagno d’avventura sono riusciti a passare la frontiera, rischiando però di morire per il freddo. A salvargli la vita è stato un camionista, che li ha visti sul ciglio della strada nella provincia di Manitoba e li ha portati in ospedale: al giovane ghanese hanno dovuto amputare tutte le dita delle mani a causa del congelamento, e ora rischia di perdere anche un braccio.

«È stata dura, la neve ci arrivava sino ai fianchi, se non fosse stato per quel buon samaritano che ci ha raccolti saremmo morti», ha raccontato. Mohammed ha già depositato la richiesta di asilo, ed è fiducioso che sarà in grado di rimanere in Canada. «Ne è valsa la pena - ha spiegato - se fossi tornato indietro, avrei perso la vita».

Il gommista della California condannato per evasione
Jose Isidro Mares è arrivato negli Stati Uniti dal Messico quando era un bambino: oggi ha 38 anni, ed è uno dei clandestini finiti in manette nell’ondata di raid dei funzionari federali che nell’ultima settimana ha portato ad un boom di arresti tra gli immigrati irregolari in sei Stati americani. Mares è stato catturato dagli agenti dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement) mentre era al lavoro come gommista a Lancaster, nel Sud della California.

In realtà, però, non è la prima volta che l’uomo ha problemi con la giustizia: prima che nascesse la figlia Desiree, 18enne, era già stato espulso dagli Usa, dove poi è riuscito a rientrare clandestinamente. Ma sulla sua fedina penale c’è anche una recente condanna per aver fornito una falsa identità alle forze dell’ordine nell’Antelope Valley, mentre una decina di anni fa era stato condannato per evasione e possesso di metanfetamine. La figlia, che l’uomo ha cresciuto da solo, lo difende: ha raccontato che ora il padre si trova a Tijuana, vicino al confine con il Messico ed è molto preoccupata per lui.

«Non so perché hanno preso l’unica persona che ho nella vita», ha detto tra le lacrime. Donald Trump, d’altronde, aveva promesso non appena è stato eletto di deportare o incarcerare le persone con precedenti criminali, membri di gang e trafficanti di droga, e prima di lui lo ha fatto Barack Obama, con oltre tre milioni di deportati dal 2009 al 2015.

Vent’anni di sacrifici e lavoro con due figlie cittadine Usa
Il simbolo dell’ondata di raid contro i clandestini ordinata dal presidente americano Donald Trump è Guadalupe García de Rayos, madre di due figli (con cittadinanza americana) entrata illegalmente negli Stati Uniti quando aveva 14 anni. La donna è stata portata dall’Arizona in Messico, ed è la prima clandestina cacciata dal Paese dopo il giro di vite della nuova amministrazione. Guadalupe, 35 anni, era già finita in manette nel 2008 per impiego non autorizzato al Golf Land di Phoenix, e aveva ricevuto un ordine di rimozione con sospensione condizionale.

Mercoledì, quando si è recata in questura a porre come d’abitudine la firma richiesta, è stata arrestata dagli agenti dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement) e caricata su un cellulare che l’ha trasportata a Nogales, al di là del confine messicano. Una deportazione che è divenuta il simbolo della protesta, tanto che i manifestanti si sono radunati intorno al furgoncino dove si trovava la donna tentando di bloccarlo. Lei, però, ha assicurato di non avere rimpianti: non ha rimpianti per essere venuta negli Stati Uniti da adolescente in cerca di fortuna, né per aver lavorato pur essendo una irregolare.

«Ero negli Usa per i miei figli, per dargli un futuro migliore, lavoravo per loro - ha spiegato - Non me ne pento, l’ho fatto per amore. E continuerò a combattere perché i loro sogni diventino realtà». In sua difesa si è schierato anche il sindaco di Phoenix, il democratico Greg Stanton, che ha definito la sua deportazione una farsa. «Invece che cercare criminali violenti e spacciatori - ha affermato - gli agenti usano le loro energie per deportare una donna con due bambini che vive qui da vent’anni e non rappresenta una minaccia per nessuno».

L’ex veterano dell’esercito scoperto a vendere droga
Mancano pochi giorni alla sentenza che probabilmente ordinerà la deportazione del veterano dell’esercito Miguel Perez Jr., inviato per due volte con le truppe americane in Afghanistan e condannato per spaccio di droga, per cui ha già scontato sette anni di carcere. Perez, 38 anni, è nato in Messico e cresciuto a Chicago: nel 2001 ha ottenuto la green card, il permesso di residenza permanente negli Usa, e ha raccontato che pensava erroneamente di essere diventato cittadino americano arruolandosi. La sua famiglia spiega che quando è tornato dall’Afghanistan ha sofferto di disturbo post-traumatico da stress e ha cercato rifugio nell’alcol e nelle droghe.

Poi, circa quattro anni dopo aver lasciato le forze armate, è stato scoperto, mentre consegnava della cocaina a un agente sotto copertura. Il suo avvocato ha spiegato che il giovane rischia di essere «torturato o ucciso» se torna in Messico: i membri delle forze armate che vengono deportati, infatti, spesso diventano un bersaglio essendo considerati soggetti che possono aiutare le gang criminali o i cartelli della droga grazie alla loro esperienza militare. Il suo destino è nelle mani di un giudice di Chicago, ma secondo diversi esperti la sua permanenza in America ha i giorni contati.

Il cane abbraccia l’amica umana sul divano, la foto diventa un simbolo per le adozioni

La Stampa
fulvio cerutti



Quando si svolge volontariato a favore dei cani, si tende ad amarli tutto. Ma c’è sempre il preferito. Quel quattrozampe con cui scatta il colpo di fulmine. Così è anche capitato a Kayla Filoon, una studentessa ventenne che lavora come volontaria in un rifugio per animali a Philadelphia. E il suo musetto speciale si chiama Russ, un tranquillo Pit Bull di quattro anni. «E’ arrivato al rifugio come un randagio, era davvero malmesso racconta la ragazza -. Gli mancava il pelo sulla sua coda e sulle orecchie ed era anche terribilmente magro. Mi hanno detto che pesava circa 18 chili quando è arrivato al rifugio».



Ma nonostante tutto quello che ha passato, il dolore sofferto, Russ ha conservato una indole tenera: «Stava seduto lì con calma, mi fissava. E ho pensato, è adorabile! Devo portarlo fuori con me». E sembra che lui questa cosa l’abbia capita visto che quando è Filoon è tornata a controllarlo, lui si era mosso appena. «Era seduto nella stessa posizione di prima, stava lì tranquillo mentre gli altri cani abbaiavano e facevano una gran confusione».



I due hanno trascorso circa 45 minuti di passeggiata insieme, ma ne sono bastati cinque per innamorarsi a vicenda. E dopo poco la studentessa ha anche scoperto che Russ conosceva i comandi di base come “seduto”, “giù” e “fermo”, cosa che le ha fatto pensare che fosse appartenuto a qualcuno che lo aveva educato. 



Dopo la passeggiata, la studentessa lo ha riportato nel box. Ma ormai le era entrato nel cuore così ha chiamato sua madre: «Le ho detto: “penso che adotterò un cane domani”. Mia madre pensava che stessi scherzando, perché mi innamoro sempre dei cani che porto a passeggio per il rifugio. Era comprensibile che non mi credesse, ma c’era qualcosa in Russ…». Una decisione da prendere in fretta: il rifugio era affollato e, come capita in molti canili statunitensi, la struttura aveva previsto l’eutanasia per almeno 15 animali. «Ogni cane rischiava l’eutanasia, soprattutto quelli che erano malati e Russ era sicuramente uno di loro».



Così il giorno dopo Kayla Filon è tornata al rifugio e ha deciso di far fare un giro in auto a Russ: «Si è subito seduto sul sedile del passeggero - ha detto -. Ho pensato, “Lui è il cane perfetto”. L’ho portato a casa quella notte», La studentessa ha poi dovuto spiegare la sua decisione anche ai suoi altri sei coinquilini, ma per fortuna, tutti lo hanno adorato. I primi giorni Russ li ha passati a dormire per riprendersi dai suoi acciacchi. Ma una cosa è sempre riuscita a farla: stava sempre vicino alla sua nuova amica umana. 



«Una notte mi sono seduta sul divano a studiare e Russ cercava in tutti i modi di avere delle coccole - racconta la ragazza -. C’era tutto il divano libero e la sua cuccia sul pavimento, ma non voleva staccarsi da me. Così si è messo appiccicato al mio fianco e mi ha abbracciata e guardandolo ho pensato: “Oh mio Dio, guardarlo”».



Una degli amici di Kayla ha scattato una foto e l’ha pubblicata sui social media e l’immagine è diventata rapidamente virale. Ora spera che la foto possa ispirare altri ad adottare i cani dei rifugii: «Russ è un amore. Si sdraia accanto a me con la testa sotto il braccio, o la zampa sul petto. E talvolta arriva a sdraiarsi direttamente tutto sul mio petto».

Una sposa vuole andare all’altare con il suo cane, ma il parroco le dice di no

La Stampa



Nel giorno più importante della sua vita, il giorno delle sue nozze, una donna campana voleva avere accanto il suo affetto più importante: il suo cane. Ma quando l’ha detto a don Franco Rapullino, parroco della chiesa napoletana di San Giuseppe a Chiaia, lui non ne ha voluto sapere. «Mi ha detto che era l’affetto più caro che aveva e che lo voleva con sé all’altare in un momento così importante della sua vita. Non posso dire cosa ho risposto - racconta all’Ansa il sacerdote che ha reso pubblico l’episodio nel corso di una recente omelia domenicale - diciamo solo che dopo mi sono dovuto confessare».

Un atteggiamento molto duro e di chiusura che, come è facilmente immaginabile, non è stata presa bene dalla sposa e dalla madre: «Non credo proprio che quelle persone (mamma e figlia) torneranno nella mia chiesa. Non sono stato diplomatico nel dire no». E così il parroco noto per l’invito ai giovani a fuggire da Napoli («Fujtevenne», ndr), pronunciato negli anni ’90 in occasione del funerale di un bambino ucciso dalla camorra, a venti anni e più da allora ha rinnovato l’invito alla fuga ma in circostanze ben diverse. Niente marcia nuziale, né passerella sul tappeto per la giovane e il suo amico a quattro zampe.

Poco trapela della promessa sposa (il parroco non ne ha rivelato l’identità) se non che si tratta di una trentenne dell’entroterra campano. «La cosa curiosa - spiega don Franco - è che parlandone con un sacerdote amico, mi ha rivelato di aver avuto una richiesta analoga da un’altra persona. Ho reso pubblico questo episodio - che risale a circa un mese fa - perché è emblematico dei tempi che viviamo. Oggi - sottolinea - il distacco dall’essere umano è tale da preferire la vicinanza di un animale anche in un’occasione solenne come il matrimonio. Ma non si possono confondere gli animali con le persone. È questo che mi fa paura».

Don Franco tiene tuttavia a sottolineare che nella sua presa di posizione non c’è alcun disprezzo verso gli animali: «Fanno parte del Creato. Ho solo manifestato il mio disappunto circa la pretesa di una giovane che voleva entrare solennemente e al suono dell’organo non assieme a suo padre o chi ne fa le veci, com’è di tradizione, bensì accompagnata all’altare dal suo cane. Ma il diniego - precisa - è stato dettato unicamente dall’eccentricità della richiesta e non certamente dal disprezzo per gli animali».

«Da parte mia - conclude il parroco napoletano - c’è solo amarezza nel constatare con quale spirito, a volte di leggerezza, ci si avvicina a un sacramento così importante qual è per noi cattolici la consacrazione dell’amore nuziale».

Sci, anche le donne avranno l’Airbag

La Stampa
daniela cotto

Il progetto della Dainese



L’airbag, il fedele compagno dei piloti del Motomondiale e degli sciatori, verrà anche declinato al femminile. La Dainese, l’azienda che produce il salvavita dei protagonisti della velocità, su due ruote e sugli sci, sta studiano il modello per le ragazze. Che deve essere ovviamente differente da quello usato dai maschi. Il punto da modificare? Il torace. Lo racconta con ironia Sofia Goggia: «Purtroppo non posso ancora indossarlo, devo aspettare, il problema è il seno. Io non ne ho! ...quindi avrebbero potuto darmi quello usato dai ragazzi ma non è possibile», ride l’azzurra raccontando di quanto sia importante il concetto di sicurezza in pista.

Il nuovo sistema jet, introdotto nelle gare di coppa del mondo, è adottato da Christof Innerhofer, Mattia Casse ed Emanuele Buzzi tra gli italiani (ma non da Peter Fill e Dominik Paris), dagli austriaci e dai canadesi. E’ stato proprio il dispositivo della Dainese a salvare la vita a Erik Guay, oro qui a St.Moritz in superG, protagonista di una brutta caduta due settimane fa nella libera di Garmisch. «L’ha aiutato l’esperienza - spiega Paolo Deflorian, il tecnico di Mondovì che lavora con la squadra del Canada -. Cadendo di schiena ha attutito il colpo grazie all’airbag».

Un film già visto nella discesa di coppa del mondo in Val Gardena, nel dicembre 2015, con l’austriaco Matthias Mayer: il campione olimpico di Sochi, che si procurò la frattura della settima vertebra dorsale. Avrebbe potuto andargli peggio. Mayer, che ha vinto il superG di Kiztbuehel a dicembre davanti a Chrisof Innerhofer è diventato un esempio per tutti. E Sofia aspetta. Sarà lei l’atleta top con la quale lavorerà la Dainese per mettere a punto l’Airbag in rosa. 

A New York c’è un cane pronto a dispensare abbracci a chiunque ne abbia bisogno

La Stampa
cristina insalaco



L’hanno soprannominata «il cane degli abbracci». Louboutina, detta Loubie, è una Golden Retriever di cinque anni che a New York è diventata famosa per il suo desiderio di dispensare affetto e abbracci a chiunque ne abbia bisogno. Non esiste nessun comando per fare in modo che Loubie salti sulle ginocchia dei passanti o si avvicini a loro in cerca di una carezza: il quattro zampe lo fa spontaneamente.



Uno dei suoi luoghi preferiti per regalare abbracci è all’angolo tra 5° e la 17° strada di New York: si posiziona lì e lascia che la gente le si avvicini. E i newyorkesi la coccolano, camminano in quella via o deviano il proprio percorso per incontrarla, e soprattutto postano sui social network gli scatti più simpatici della tenera e generosa Golden Retriever. Loubie, insomma, nel quartiere è già diventata una mascotte.



Il suo proprietario si chiama Cesar: «Il mio cane è come predisposto al dispensare affetto: ha iniziato a “dare la zampa” come segno di amicizia quando aveva tre anni e mezzo - racconta Cesar - e poi, naturalmente, ha iniziato a utilizzare gli abbracci». Aggiunge: «Le voglio moltissimo bene. Oltre a migliorare la mia vita, con la sua presenza aggiusta le giornate a tantissimi newyorkesi. E’ un cane davvero speciale». A volte qualche passante si è anche commosso nell’averla incontrata, «Per questo con l’arrivo dell’estate voglio portarla con me anche in altre città».

Rieducazione e un corso dall’imam per l’operaio che inneggiava all’Isis

La Stampa
carmine festa

Il Tribunale di Bari: così imparerà che l’Islam non è terrorismo


Con il fucile Edmond Ahmetaj in un fermo immagine postato su Internet

Gli agenti della Digos lo tenevano d’occhio dal novembre del 2015, dopo l’attentato terroristico al Bataclan di Parigi. Di Edmond Ahmetaj, 35 anni albanese di nascita e cittadino italiano residente a Noci (Bari), non convincevano gli spostamenti ma soprattutto la navigazione in Internet. Dopo accurate indagini Ahmetaj è stato indagato per apologia del terrorismo.

E inoltre, e questa è una novità assoluta, l’uomo è stato invitato a seguire un corso di de-radicalizzazione dal fondamentalismo. Un corso sociale e religioso che Ahmetaj ha accettato di seguire. Sarà affidato a Sharif Lorenzini, presidente della comunità islamica pugliese, cui spetterà il compito di guidare Edmond in un percorso di studi che gli faccia comprendere la differenza tra Islam e terrorismo anche perché, come hanno documentato i poliziotti, Ahmetaj non si è mai avvicinato ad una moschea.

Eppure il suo personal computer e il suo telefonino erano pieni di post inneggianti all’Isis, immagini che lo ritraggono anche a volto coperto mentre imbraccia il fucile, video e fotogrammi di esecuzioni di prigionieri. Non mancavano filmati di azioni terroristiche dei seguaci del Califfato con accusa ai governi occidentali di essere la vera fonte del terrorismo internazionale.

L’uomo condivideva in rete immagini di terroristi, giocava con un videogioco simile ad «Assassin’s Creed» nel quale le voci originali sono sostituite da altre che esaltano l’Isis e accusano gli inglesi di aver distrutto il primo Califfato dell’impero ottomano. Nel computer del trentacinquenne è stato inoltre trovato il file con l’intervista del fondamentalista islamico inglese Anjem Choudary. Frasi condivise da Ahmetaj in cui Choudary minaccia l’Italia e invoca la conquista di Roma per imporre la sharia.

Ce n’era abbastanza, dunque, per contestargli l’apologia del terrorismo. A Edmond Ahmetaj è stato vietato l’uso di Internet, è stato ritirato il passaporto e gli altri documenti con i quali sarebbe potuto espatriare. Il giovane albanese cittadino italiano inoltre non potrà allontanarsi da Noci, provincia di Bari, per i prossimi due anni. Per la Digos Edmond ha rivelato, in seguito all’indagine, una elevata pericolosità sociale che con tutta probabilità lo avrebbe portato a compiere atti di terrorismo.

Tesi questa condivisa da Francesca Lamalfa, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Bari che ha accolto con urgenza la proposta della Procura applicando per Ahmetaj due anni di sorveglianza speciale. Il tribunale di Bari gli ha inoltre proposto «un percorso di studi e di valori della religione islamica che consenta di acquisire elementi di conoscenza che gli permettano di comprendere gli insegnamenti religiosi senza confonderli con il fondamentalismo e la propaganda islamista». Così è scritto nel provvedimento che gli agenti della Digos gli hanno notificato.

Ma è proprio sul percorso di de-radicalizzazione che è andato in scena uno scontro tra il Tribunale barese e la Procura generale che ha impugnato il provvedimento della sorveglianza speciale sostenendo che quel percorso non andava consigliato bensì imposto ad Ahmetaj. Il recupero, in buona sostanza, si otterrebbe solo così. Il Tribunale di Bari non ha accolto la tesi della Procura generale sostenendo che imporre all’uomo di frequentare la comunità islamica e di seguire gli insegnamenti di un imam configurerebbe l’ipotesi di violazione della libertà religiosa.

Meglio, dunque, accogliere la richiesta della Dda barese con la sola proposta di de-radicalizzazione e non con l’imposizione del corso di studi finalizzato alla distinzione tra fede e terrorismo. Ma la Procura generale ha impugnato il provvedimento dinanzi alla Corte d’Appello ritenendo che la decisione del Tribunale «rischia di iscrivere la matrice religiosa del terrorismo internazionale fra le libertà religiose tutelate dalla Costituzione».