martedì 7 febbraio 2017

Colf brasiliana accusa italiani. Adesso rischiano l'estradizione

Luca Romano - Mar, 07/02/2017 - 09:50

Il tutto senza un processo e senza una condanna

Se l'Italia chiede al Brasile di estradare un terrorista come Cesare Battisti riceve un due di picche.

Se il Brasile chiede all'Italia l'estradizione semplicemente sulla base della denuncia di un proprio cittadino i giudici italiani rispondono sissignore. È l'incredibile vicenda raccontata dal Corriere della Sera e capitata a due coniugi che sono stati denunciati dall'ex colf brasiliana per presunte aggressioni fisiche anche a scopo sessuale, minacce e violenza psicologica.

Il punto è che senza un'ndagine e senza un processo la Cassazione ha dato il via libera all'estradizione di marito e moglie. La loro ultima speranza resta il ministro della Giustizia Andrea Orlando che, entro 45 giorni, potrebbe opporsi alla richiesta di estradizione brasiliana.

Il vulnus della vicenda è dovuto al fatto che il Trattato tra Italia e Brasile non prevede che l’autorità giudiziaria italiana valuti nel merito il concreto valore probatorio degli elementi a sostegno della domanda di estradizione, ma solo che verifichi che il Paese richiedente abbia indicato i motivi e le fonti di prova. In sostanza, se un cittadino brasiliano domani si svegliasse e accusasse un italiano a caso, quest'ultimo rischierebbe l'estradizione.


Coppia denunciata dalla cameriera.Orlando non concede l’estradizione

Corriere della sera

La donna aveva lavorato nella casa di marito e moglie e dopo essere rientrata in Brasile aveva segnalato maltrattamenti e violenze psicologiche

VERONA Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha deciso di negare il consenso alla richiesta di estradizione per una donna di origine brasiliana residente a Bosco Chiesanuova (Verona), divenuta anche italiana per aver sposato un veronese. La donna era accusata assieme al marito di aver maltrattato e sottoposto a violenze di vario tipo una giovane connazionale che aveva lavorato nella loro abitazione per circa un anno tra il 2009 e il 2010. Dopo aver lasciato la coppia, la ragazza era rientrata in patria e una volta lontano dall’Italia aveva deciso di denunciare i suoi ex datori di lavoro, tanto che a partire da quella denuncia è stato aperto anche un fascicolo dalla procura di Venezia per riduzione in schiavitù, le cui indagini sono già state concluse dal pm Fabrizio Celenza, pronto a chiedere il rinvio a giudizio dei due.

Al ministero della Giustizia era arrivata la richiesta di estradizione da parte del collega brasiliano, relativa solo alla donna, per la quale già a dicembre si è concluso l’iter giudiziario dell’estradizione, confermata sia dalla Corte d’appello che dalla Corte di Cassazione. La procedura relativa al marito è invece ancora in itinere, per cui per lui non è stata necessaria alcuna richiesta di stop al ministero. Orlando ha deciso di non concedere l’estradizione il 2 febbraio e il 6 ha trasmesso il decreto alla procura generale presso la Corte d’appello di Venezia. La storia, sollevata dal quotidiano L’Arena di Verona, era stata raccontata in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera da Luigi Ferrarella il 7 febbraio.

07 febbraio 2017

Trump, il giudice e Davigo a piede libero

Alessandro Sallusti - Dom, 05/02/2017 - 14:32

Un giudice americano, James Robart, ha annullato il decreto di Donald Trump che blocca l'ingresso negli Stati Uniti di cittadini provenienti da sette Paesi sospettati di complicità con il terrorismo islamico.

È il primo braccio di ferro tra il potere giudiziario e il neopresidente che non demorde e parla di «decisione ridicola di un cosiddetto giudice che sarà presto ribaltata». Come andrà a finire lo vedremo, ma è comunque bello vedere che il detentore del potere esecutivo non si faccia intimorire e alzi la voce di fronte allo sconfinamento del potere giudiziario, che le leggi le deve applicare e non contestare, quest'ultimo compito - nei sistemi democratici - spetta al Parlamento e alla Corte costituzionale.

La sindrome di onnipotenza dei magistrati è purtroppo cosa a noi nota. La differenza con quello che sta succedendo in America è che dalle nostre parti nessuno osa contrastarla a dovere. La politica si è arresa ed è di fatto commissariata dalle toghe. Non dico un Trump, ma mi sarei aspettato, per esempio, un sussulto di fronte alle parole pronunciate l'altra sera a Porta a Porta da Piercamillo Davigo, noto manettaro di Mani pulite e oggi presidente dell'Associazione nazionale magistrati.

Di fronte a un allibito Bruno Vespa, ha sostenuto che un imputato assolto non è un innocente ma solo un colpevole che l'ha fatta franca e che gli errori giudiziari non sono colpa dei giudici ma degli inquirenti, cioè polizia e carabinieri, che non sanno fare il loro lavoro e che «estorcono false confessioni con la forza e a volte la tortura». Detto alla Marchese del Grillo: «Noi siamo noi e tutti voi non siete un cazzo».

C'è chi si chiede: chi ci difenderà da Trump? Io sono molto più preoccupato perché non vedo nessuno che difenda noi e la democrazia da Piercamillo Davigo. Pensavo che finita la trasmissione fosse caricato su una ambulanza e sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio. Mi dicono invece che l'uomo è a piede libero e che continua a fare il capo dei magistrati, senza che nessuno abbia da eccepire. Forse è proprio vero che i colpevoli a volte la fanno franca, Davigo ne è la prova. E siccome nessuno ha il coraggio di dirglielo, ci provo io: si vergogni, signor presidente, e comunque si ricordi che «noi siamo noi» e il «nessuno» è lei.

Il ribaltamento pedagogico che rovina la nostra lingua

Corriere della sera
di Ernesto Galli della Loggia



Ha un che d’involontariamente paradossale l’iniziativa che la Ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ha preannunciato domenica sul Corriere della Sera come risposta al pessimo stato della conoscenza della lingua italiana riscontrabile nella grande maggioranza degli studenti, e appena denunciata da alcune centinaia di docenti universitari. È un’iniziativa tutta iscritta nel ricordo di Tullio De Mauro. «Un ricordo attivo — precisa la ministra — non la memoria muta», e cioè «attraverso lo studio dei suoi scritti»: «partendo dalla lezione di De Mauro

chiederemo di capire come tradurre in azioni didattiche concrete l’esigenza di accrescere la padronanza linguistica di studentesse e studenti». Un’iniziativa involontariamente paradossale, ho detto, perché forse la Ministra non sa (e del resto non è tenuta a saperlo: forse invece qualche suo collaboratore sì) che se da due, tre decenni le competenze linguistiche dei giovani italiani si stanno avviando verso la balbuzie twittesca qualche responsabilità, e non proprio minima, ce l’ha avuta proprio anche Tullio De Mauro.

Il quale è stato senz’altro una «figura illustre», come scrive la Fedeli, ma come accadde a molti altri, a partire dalla metà degli anni Sessanta e per almeno tre o quattro lustri fu travolto dal radicalismo politico-ideologico dell’epoca. Un radicalismo che lo portò a sostenere sulla materia di cui si sta dicendo opinioni devastanti e destinate a non restare certo senza effetto dal momento che si sposavano con l’aria dei tempi e perché proprio l’autorevolezza dello studioso che le faceva proprie valeva ad assicurare loro una larghissima diffusione.

Valga un piccolo campione: quando alla metà degli anni Settanta, per esempio, De Mauro auspicava «un ribaltamento in senso democratico della pedagogia linguistica tradizionale», la quale «fin nell’insegnamento innocente dell’ortografia — scriveva — obbedisce a un disegno che è un disegno politico, obbedisce cioè al disegno di verificare il grado di conformazione dei ragazzi che passano nelle scuole ai modi linguistici delle classi dominanti».

Rivendicata perciò «la dignità dell’inventività, dell’informale, rispetto all’ossequio agli stilemi della lingua scritta», egli ribadiva che «cose innocenti come le scempie e le doppie, scrivere o non scrivere provincie con la i (…) queste cose sono tutte insieme come i topolini della Peste (si riferiva al romanzo di Camus citato poco prima): sono portatori di un virus molto pericoloso. È il virus che uccide spesso irrimediabilmente la capacità di parlare liberamente (…) ma spinge a cercare di essere graditi ai rappresentanti delle classi dominanti, essere omogenei in tutto, fin nei puntini sugli “i” , a ciò che essi desiderano».

Via dunque, aggiungeva, quelle «inutili scorie» dei registri e dei voti individuali, via «lo studio come acquisizione individualistica di nozioni che consentono di emergere nella competizione sociale», che poi non è altro che «una forma di studio che fa diventare “amici del padrone”». Con gli anni pure De Mauro ci ripensò. Anche se a quel che mi consta non trovò mai il modo di tornare su quanto aveva scritto e sostenuto in precedenza. Che nel frattempo, però, era diventato in larga misura suggestione potente per generazioni d’insegnanti, una sorta di ideologia di fondo dell’intera scuola. Producendo alla fine l’auspicato «ribaltamento in senso democratico della pedagogia linguistica tradizionale» che è sotto i nostri occhi. Per porre rimedio al quale non si vede proprio a che possa giovare evocarne uno dei lontani artefici.

Tanti errori, zero colpevoli. Un algoritmo ci seppellirà

Francesco Maria Del Vigo - Mar, 07/02/2017 - 08:52

Se errare è senza dubbio umano, perseverare molto probabilmente è tecnologico. Un algoritmo ci seppellirà

La notizia: per dieci anni i pendolari italiani sono stati gabbati. Come? Facciamo un esempio: chi ha un abbonamento ferroviario sulla tratta Torino-Milano paga il 33 per cento al mese in più rispetto al dovuto.

E lo scandalo - svelato ieri da Repubblica - non si ferma al Nord del Paese. Scoppia giustamente l'ira dei viaggiatori, le associazioni dei consumatori salgono sulle barricate e Trenitalia passa la palla alla Conferenza Stato-Regioni. Poi - finalmente - viene fuori il colpevole. Che è un non colpevole: l'algoritmo. La colpa è tutta dell'algoritmo che doveva calcolare l'aumento del prezzo dei viaggi. Ecco il capro espiatorio 2.0. «Cherchez l'algorithme», dietro a ogni cosa che non va c'è di sicuro un'equazione sbagliata. Una scusa comodissima: perché il signor Algoritmo non esiste, non ha un nome e un cognome, non può dire «non sono stato io», non può essere licenziato e neppure essere preso a calci nel sedere.

Eppure tutto ruota sempre intorno al bipede umano. C'è poco da fare. Perché se l'algoritmo esiste, ci sarà pure qualcuno che l'ha inventato. O no? E invece non si riesce mai a sbirciare dietro a questa foglia di fico digitale. L'errore umano ha trovato una nuova maschera dietro la quale nascondersi. E non è la prima volta. Ormai è un'abitudine. Vi ricordate tutto il caos sui docenti spediti a insegnare da una parte all'altra dello Stivale quando avevano una cattedra libera dietro casa? Ecco, anche in quel caso l'istituzione di riferimento - cioè il Miur - fornì la solita spiegazione: colpa di un algoritmo sbagliato. Ovvio.

Ma l'algoritmo - o chi per esso - è un nemico equo, se la prende con tutti, non fa differenze sociali: dal professore di educazione fisica obbligato a percorrere centinaia di chilometri per costringere a una capriola uno studente svogliato, al manager imbretellato che fa circolare i soldi di una banca d'affari. Nell'agosto del 2013 - giusto per citare uno dei casi più sapidi - Goldman Sachs ha perso cento milioni di dollari. Il responsabile? Sempre lui, il solito algoritmo.

Per non parlare di tutti gli svarioni che, quotidianamente, vediamo su Facebook. La foto di una mamma che allatta viene censurata mentre il video di un atto di bullismo pascola tranquillamente sulle nostre bacheche? Provate a chiedere a Mark Zuckerberg di chi è la responsabilità, lui, serafico, vi risponderà che è ancora una volta colpa dell'algoritmo. In questo caso di quello che si occupa di selezionare e aggregare le notizie sul social network per poi spedirle sulle nostre pagine.
Ma, alla fine, la colpa è solo nostra. Abbiamo delegato tutta la vita a un algoritmo, abbiamo abdicato all'umano, sperando di evitare la colpa e schivare la responsabilità, nella ricerca di una perfezione che non esiste. E non abbiamo ancora capito che se errare è senza dubbio umano, perseverare molto probabilmente è tecnologico. Un algoritmo ci seppellirà.

“Italo ha fatto la fine che meritava”. Nel paese che non smette di odiare

La Stampa
inviato a vasto (chieti)

I genitori del giovane ucciso a Vasto: “Non denunciamo nessuno”. Ma in rete la gogna continua

«Un insignificante verme in meno!». «Ha fatto la fine che meritava». «Onore al gladiatore». Come si esce vivi dal paese dell’odio? Forse scomparendo dietro una porta chiusa, al riparo di un po’ di silenzio. Quello che la madre di Italo D’Elisa, linciato sui social network e poi ucciso per vendetta, ora cerca di opporre all’assedio delle televisioni. Al sesto giorno di supplizio, la signora Diana scrive un biglietto e lo affida al cognato Andrea, perché lo legga davanti ai prossimi microfoni puntati: «Desideriamo rimanere nel silenzio del nostro dolore, nella semplicità e nella riservatezza che ha sempre caratterizzato la nostra vita».

Era mattina quando i titoli dei giornali locali gridavano dalle prime pagine: «I D’Elisa denunciano gli sciacalli del web!». È pomeriggio quando l’avvocato della famiglia D’Elisa, Pompeo Del Re, dice: «Mi è stato chiesto di frenare. Non denunciamo nessuno. Non ci sono querele da parte della famiglia, ma soltanto grande fiducia nella giustizia». Diluvia. Fa caldo. «Delitto e castigo», lo chiamano alcuni per riassumere il caso. Altri preferiscono: «Il delitto d’amore». Certe televisioni del pomeriggio, rilanciate in tutti i bar di piazza Rossetti, mettono sullo stesso piano un omicidio stradale colposo con un omicidio premeditato a mano armata. Mentre il web continua a vomitare sentenze e insufflare stille d’odio. 

Il 1° luglio del 2016, Italo D’Elisa, 21 anni, operaio alle presse della Denso con contratto interinale, esce a fine turno e si mette alla guida di una vecchia Fiat Punto. All’incrocio fra via Giulio Cesare e corso Mazzini, la strada principale di Vasto, passa con il semaforo rosso. Sta viaggiando ai 62 chilometri all’ora. Il limite è 50. In quel momento sta arrivando Roberta Smargiassi a bordo di uno scooter Yamaha Sh650: ha 34 anni, è incinta.

Lei e il marito Fabio Di Lello avrebbero dato la notizia alle famiglie il giorno successivo. Ma Roberta Smargiassi muore quella notte d’estate. Una telecamera del circuito di sorveglianza riprende nitidamente la scena. Dopo tre giorni quel video è ovunque: Facebook, WhatsApp, anche su Youtube. Tutti vedono la ragazza sbalzata dal sellino. E mentre il marito Fabio Di Lello si ammala e inizia a covare la sua vendetta, è importante concentrarsi su ciò che accade intorno. 

Alla fiaccolata per Roberta partecipano 300 persone. Tutte chiedono giustizia. Ma cosa significa, esattamente? «Ricordo che sono iniziati ad arrivare i primi messaggi», racconta Michele D’Annunzio cronista del giornale «Zona Locale», uno dei più seguiti a Vasto. «Sotto quell’articolo della fiaccolata sono comparse le prime frasi.

Tutti volevano che D’Elisa andasse in galera. Scrivevano: il pirata deve andare in gabbia!». Ma Italo D’Elisa era sobrio, al momento dell’incidente. Non aveva assunto droghe. E non era scappato, anzi. Aveva cercato di prestare i primi soccorsi a Roberta, ed era stato lui stesso a chiamare le forze dell’ordine. «Non c’erano assolutamente, a norma di legge, gli estremi per l’arresto», ribadisce ancora una volta il procuratore capo Giampiero Di Florio. 

Davanti al panificio della famiglia Di Lello, forse il più importante del paese, compare lo striscione: «Giustizia per Roberta». Iniziano a proliferare gli insulti sul web, le falsità su D’Elisa. Dicono che sia figlio di un avvocato, ecco perché avrebbe scampato l’arresto. Qualcuno manda in frantumi un vetro dell’auto di suo zio.

Tutti ancora si scambiano il video dello schianto come prova della sacralità di quella rabbia. Mentre Italo D’Elisa, figlio di due operai, con la madre licenziata per dismissione della fabbrica, è in cura all’ospedale perché non riesce più a dormire. «Quando è tornato a casa, stava tutto il giorno chiuso nella sua stanza con quel caldaccio», racconta lo zio Andrea. «Mai un bagno, mai una sera fuori. Continuava a rivivere nella sua testa la scena dell’incidente. Stava ancora male. Avvertiva l’odio che c’era nei suoi confronti». 

La famiglia D’Elisa aveva scritto una lettera di vicinanza alla famiglia Di Lello. Avevano tentato di incontrarli, attraverso amicizie comuni, per trovare una strada di pacificazione. Anche Fabio Di Lello era in cura, nel frattempo, seguito da tre diversi specialisti. Ogni giorno e ogni notte passava ore a parlare da solo davanti alla tomba di Roberta. A settembre aveva comprato la pistola, si allenava al poligono. Gli amici di Facebook lo aggiornavano sui movimenti o presunti tali «dell’assassino».

Non si erano mai visti. Mai conosciuti. «Non è vero che Italo lo abbia provocato. Non lo avrebbe mai fatto. Italo era un bravissimo ragazzo. Andava in giro in bicicletta, salvava le tartarughe, aveva la passione di lavorare nella protezione civile. Avrebbe voluto andare a scavare per la slavina del Rigopiano». Aveva perso sia il lavoro sia la sua passione, dopo l’incidente. Sospeso fino al processo che stava per essere celebrato. Due persone malate. Una piccola città di 41 mila abitanti.

E gli odiatori sul web che continuavano a lavorare ai fianchi entrambi. «Faremo degli accertamenti sull’odio - dice il procuratore Di Florio - ma la responsabilità penale è personale. Dovremo verificare se ci sono stati singoli comportamenti rilevanti, non si può indagare un clima». Mercoledì pomeriggio Italo D’Elisa era andato a fare un giro in bicicletta per le campagne. Aveva messo una sua foto nuova su Facebook, dove compariva senza il suo vero nome. Alle quattro e dieci del 1° febbraio 2017, si è fermato a bere qualcosa nel bar sotto casa. Forse Fabio Di Lello gli ha chiesto se fosse proprio lui. Perché non l’aveva mai visto in faccia, prima di premere il grilletto.

L’alibi Sanremo

La Stampa
mattia feltri

Questa sera comincia Sanremo e per fortuna: tutti abbiamo titolo di parlare male di Sanremo che è come parlare male della politica, non si sbaglia mai. Ci chiederemo perché venti milioni di italiani seguano fino a notte una truppa di cantanti trascurabili che cantano canzoni trascurabili, e commenteremo il congiuntivo sbagliato e il vestito pagliaccesco, ma ci commuoveremo per l’appello edificante imposto dalla tirannia del bene. E trarremo considerazioni definitive sui nostri connazionali che come noi, ma senza aspirazioni sociologiche, si inchiodano al televisore. Però negli anni sono successe alcune cose. Gli artisti rischiano la serie B, ma i presentatori sono di serie A zona scudetto, i due più popolari: Maria De Filippi e Carlo Conti (il loro non è un Nazareno, è il Molotov-Ribbentrop, e cioè l’unione impossibile fra due mondi lontanissimi, il talent show e Domenico Modugno). 

Piena serie A i comici: Virginia Raffaele e Maurizio Crozza. E altissima serie A gli ospiti: Francesco Totti e Keanu Reeves, Ricky Martin e Carmen Consoli. E così l’anno prossimo ricorderemo chi erano i presentatori, i comici, gli ospiti, le indignazioni sui compensi, le gaffe, chi è caduto dalle scale, tutto tranne il vincitore. Perché la musica a Sanremo è un alibi, come nelle nostre discussioni sui social network, nei talk, nelle campagne elettorali, in cui le questioni sono soltanto il pretesto per farci attorno un pretenzioso balletto del futile, e poi disprezzarlo. Ecco, Sanremo è lo spettacolo più moderno che c’è. 

Australia, il 7% dei preti accusati di abusi. Il vescovo di Sydney: “Profonda vergogna”

La Stampa
salvatore cernuzio

Pubblicati i dati di un’indagine di quattro anni della Royal Commission. Oltre 4mila minori vittime di abusi tra il 1950 e il 2015

“Straziante”. L’arcivescovo di Sydney, monsignor Anthony Fisher, non trova altro termine per descrivere i suoi sentimenti e quelli dell’intera Chiesa australiana nell’apprendere che il 7% dei suoi preti sono pedofili o abusatori seriali. Anzi, in alcune diocesi, dagli anni ’50 ad oggi, si sono raggiunte punte del 40%. Dati inquietanti che emergono tutti nel report diffuso oggi dalla Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse (la Commissione Reale d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori), frutto di un’indagine durata quattro anni, probabilmente la più approfondita sulla pedofilia nella storia del Paese oceanico. 

Nei faldoni della Commissione – la stessa che aveva interrogato a marzo 2016 il prefetto della Segreteria vaticana per l’economia, il cardinale George Pell, su presunti casi di insabbiamenti – si legge che oltre 4500 minori sono stati vittime di abusi sessuali da parte di preti cattolici tra il 1950 e il 2015.

Si tratta di bambini e bambine di 10-11 anni, violentati una volta o ripetutamente da sacerdoti, religiosi, laici, insegnanti, educatori. Alcune di queste vittime hanno impiegato anche 33 anni prima di sporgere denuncia: il tempo di superare i traumi e uscire dal baratro dopo lunghe sedute di psicoterapia. Molti invece non ce l’hanno fatta e si sono tolti la vita; la diocesi di Ballarat, ad esempio, ha battuto il record con 47 suicidi in meno di dieci anni.

In totale, nell’indagine, sono identificati 1.900 colpevoli: 384 preti cattolici diocesani, 188 sacerdoti religiosi, 597 frati e, inaspettatamente, anche 96 suore. A questi si aggiungono 543 laici impegnati in strutture ecclesiastiche e altri 72 il cui status religioso è sconosciuto. Alcuni nomi sono già tristemente noti alle cronache: Gerard Ridsdale, Edward Dowlan, Frank Little, Peter Searson. Ma ci sono anche 500 pedofili che, ad oggi, non hanno ancora un volto né un nome.

Nell’inchiesta della Royal Commission sono citati, poi, più di mille istituzioni legate alla Chiesa in Australia: la St. John of God Brothers rimane in testa alla classifica con il 40,4% di abusatori nel suo organigramma; seguono i Christians Brothers (22%) che hanno dovuto sborsare 37,5 milioni di dollari di risarcimento. Il 60% delle denunce riguarda anche organizzazioni religiose, di cui solo due terzi cattoliche. La Commissione sta indagando anche su organizzazioni non religiose e nelle prossime settimane ha già in programma le audizioni di alcuni sacerdoti. 

Una linea dura che deve rimediare a decenni di errori e silenzi. Su questo, il consulente legale della Commissione, Gail Furness, l’avvocato che aveva torchiato il cardinale Pell nei suoi interrogatori fiume all’Hotel Quirinale di Roma, non usa mezzi termini: «Le denunce erano sistematicamente ignorate e i bambini puniti. Le accuse non sono state indagate. I preti e i frati sono stati trasferiti. Le parrocchie e le comunità dove sono stati mandati non sapevano nulla del loro passato. I documenti non erano conservati o venivano addirittura distrutti. Ha prevalso il silenzio e la volontà di coprire i fatti.

E molti bambini hanno sofferto e continuano a soffrire da adulti dalle loro esperienze». «Questi numeri sono scioccanti, tragici e indifendibili», gli fa eco Francis Sullivan, direttore esecutivo del Truth Justice and Healing Council, l’ente che coordina la risposta della Chiesa cattolica al fenomeno della pedofilia, «questi dati testimoniano l’enorme fallimento della Chiesa nella tutela dei minori». 

Di «fallimento» parla pure monsignor Fisher, che in un video-messaggio postato sul sito dell’arcidiocesi di Sydney dopo la pubblicazione del rapporto, afferma: «Quanto rivelato dall’indagine è straziante. Mi sento personalmente scosso e umiliato per queste informazioni. La Chiesa è rammaricata e io sono dispiaciuto per gli errori del passato che hanno provocato così tanti danni. Io so che tanti dei nostri preti, religiosi e fedeli laici provano lo stesso: come cattolici dovremmo vergognarci». 

Il presule – che parteciperà ad un panel sul tema degli abusi con altri vescovi – invita a riflettere su quali fattori hanno causato o contribuito a casi di crimini sessuali su minori nella Chiesa e ciò che la Chiesa ha fatto o intende fare per fare in modo che certi errori non si ripetano mai più, magari «attraverso un cambiamento delle strutture, delle politiche e della cultura, il discernimento delle vocazioni sacerdotali e religiose, la formazione e la supervisione di coloro che sono impegnati nel ministero». 

«Anche se le statistiche dimostrano che la stragrande maggioranza degli abusi si sono verificate negli anni ’50, ’60 e ’70, e che i casi sono scesi considerevolmente da allora in poi – aggiunge Fisher - non siamo compiacenti quando è in gioco la sicurezza dei bambini. Riconosciamo la nostra responsabilità e assicuriamo che sono in atto tutte le misure possibili per evitare che ciò accada di nuovo. Sappiamo anche che ci sono vittime di abusi che devono ancora farsi avanti e forse questo non accadrà mai».

Nel filmato, l’arcivescovo ricorda il forte impegno della Chiesa australiana per far sì «che le accuse fatte alla nostra Arcidiocesi venissero trattate tempestivamente, con giustizia e compassione; che ai sopravvissuti venissero fornite le consulenze e i risarcimenti», che si svolgessero «rigorosi processi di discernimento e di formazione delle vocazioni» e che «ogni parte della Chiesa fosse resa sicura per i bambini e le persone vulnerabili». «Sono convinto – aggiunge - che alla fine delle umiliazioni e delle “purificazioni” che stiamo attualmente attraversando, saremo più umili, più consapevoli e più compassionevoli su questo tema. Siamo in cammino e c’è ancora molto da fare».

Monsignor Anthony Fisher conclude rivolgendosi ai fedeli e a coloro che si impegnano «per una maggiore trasparenza, responsabilità e sicurezza» incoraggiandoli a non farsi sconvolgere da quello che leggeranno o udranno sui media: «Molti di voi, fedeli alla Chiesa – dice - si sentiranno demoralizzati: se è così vi chiedo di parlare della questione con il vostro parroco o i vescovi regionali». Di qui un invito a chiunque sia coinvolto in casi di abusi sessuali: «Contattate la polizia, sono nella posizione migliore per indagare».

Soprattutto

La Stampa
jena@lastampa.it

Si farà il congresso del Pd? Quando ci saranno le elezioni? Il prossimo premier sarà Renzi? Ma soprattutto: chi vincerà Sanremo?

Da Torino a Luxor alla ricerca di Nefertiti

La Stampa
fabrizio assandri

È davvero sepolta dietro una parete della tomba di Tutankhamon? La risposta verrà da un’équipe del Politecnico di Torino a cui l’Egitto ha affidato la mappatura geofisica della Valle dei Re


Un’immagine della Valle dei Re: in primo piano una delle tombe più celebri, quella della donna faraone Hatshepsut

C’è qualcosa oltre quel muro? La parete Nord della camera funeraria di Tutankhamon potrebbe essere vuota e nascondere l’accesso alla tomba mai trovata della bellissima Nefertiti. Per lo meno, è quello che cercheranno di scoprire, una volta per tutte, gli studiosi del Politecnico di Torino. Con i georadar scandaglieranno la parete dove il faraone bambino è dipinto insieme col successore Ay, alla ricerca di un corridoio al di là del muro.

Quella torinese sarà la terza e si spera ultima analisi, dopo che due anni fa l’archeologo inglese Nicholas Reeves ipotizzò che la tomba della sposa di Akhenaton, il faraone che rese l’Egitto temporaneamente monoteista, padre di Tutankhamon, si trovi accanto a quella di quest’ultimo. La morte improvvisa del «faraone bambino» avrebbe impedito di costruire una tomba tutta per lui. Per questo sarebbe stata ricavata in un’anticamera della tomba di Nefertiti.

Un’ipotesi definita «audace» da Franco Porcelli, docente di Fisica al Politecnico, che ha lavorato come addetto scientifico all’ambasciata italiana del Cairo dal 2007 al 2015. Ha partecipato anche alla recente scoperta su uno degli altri misteri di Tutankhamon: un team italo-egiziano ha dimostrato che la lama del pugnale sepolto con la mummia era fatta di materiale proveniente da un meteorite.
Le nuove indagini metteranno fine alla discussione nata dopo l’ipotesi di Reeves. «Le analisi hanno dato risultati contraddittori e incompleti. Noi, in positivo o in negativo, chiuderemo una questione complessa», dice Porcelli. Potrebbe essere la scoperta o la delusione del secolo. 

«I problemi della sicurezza e il caso Regeni hanno messo in crisi anche le collaborazioni scientifiche», racconta il professore, «ma il ministero delle Antichità egiziano a dicembre ci ha chiesto di dare un verdetto definitivo sulla tomba di Nefertiti. Useremo radar di ultima generazione: bucare la parete danneggerebbe gli affreschi».

Il progetto del Politecnico, che cofinanzia la missione, parte dal Dipartimento di Scienza applicata e Tecnologia diretto da Paolo Fino e coinvolge Luigi Sambuelli del Dipartimento di Ingegneria dell’ambiente. Ne fanno parte l’Università di Torino e alcune aziende, tra le quali la Geostudi Aster di Livorno, ed è sostenuto anche dalla Fondazione Novara Sviluppo. La ricerca della tomba di Nefertiti rientra in un ben più ampio progetto di archeoscienza: la mappatura geofisica di tutta la Valle dei Re a Luxor. 

Strumentazioni elettriche e onde elettromagnetiche permettono analisi non invasive: «Possiamo “vedere” fino a dieci metri sotto terra», spiega Porcelli, «La mappatura attuale risale agli Anni 80, fatta con tecnologie antiquate». Il nuovo atlante fornirà dati sulla composizione geologica e l’eventuale presenza di materiali ferrosi e resti archeologici nella necropoli, oltre a rilievi 3D e dati georeferenziati: tecniche usate anche per i recenti terremoti nel Centro Italia. «Cercheremo l’aiuto dell’Agenzia spaziale italiana per avere anche dati satellitari».

Di Nefertiti, la cui bellezza elegante e imperturbabile («la bella è arrivata» significa il suo nome) è immortalata nel celebre busto custodito a Berlino, non si conosce molto. Gli studiosi ritengono che sia stata reggente del trono tra la morte del marito e l’ascesa di Tutankhamon, intorno al 1330 a.C., durante la XVIII dinastia. Ritrovarne la tomba permetterebbe di far luce sulla sua vita e sul periodo.

Le due analisi scientifiche seguite all’ipotesi di Reeves hanno dato per ora risultati contraddittori. La prima, i cui esiti sono stati comunicati con enfasi dal governo egiziano, risale al 2015: lo specialista giapponese di radar Hirokatsu Watanabe sostenne di aver trovato stanze oltre il muro e il governo egiziano, desideroso di riportare i turisti nella Valle dei Re, disse che «al 90 per cento» era stata scoperta una nuova tomba. L’anno dopo esperti del National Geographic lo smentirono. Una controversia diventata anche un caso politico.

«Abbiamo motivo di ritenere», dice Porcelli, «che i dati siano stati interpretati in modo fantasioso. Serve un progetto di ricerca solido. Useremo georadar che coprono l’intero spettro di frequenze. Avremo i dati in una settimana di lavoro, per studiarli ne serviranno altre due. Stiamo aspettando le autorizzazioni della National Security egiziana, poi partiremo».

Il dilemma degli over 65, dichiararsi «anziano» o rinviare alla quarta età?

Corriere della sera

di Paolo Conti

Sono il 21% degli italiani. Ma quel limite anagrafico descrive una condizione reale?



Ma a 65 anni, in un 2017 in cui l’aspettativa di vita per un uomo italiano supera di poco gli 80 anni e per le donne raggiunge quota 85, ci si può ancora definire «anziani»? Si può veramente chiudere nel recinto dei «quasi vecchi» chi ha superato la prima metà del settimo decennio della propria esistenza? La domanda non è astratta, anzi. Proprio lunedì il «Giorno-Quotidiano Nazionale» ha dato ampio risalto alla notizia dell’avanzamento dell’iter del disegno di legge antitruffe ai danni della terza età, primo firmatario e relatore della legge il deputato David Ermini del Pd.
Il limite anagrafico
E fin qui tutto bene, si prevede l’arresto immediato per chi si introduce nella casa di un anziano fingendosi un impiegato di una società elettrica, per esempio, con una reclusione da uno a cinque anni. Nel testo si parla esplicitamente di «over 65», attribuendo quindi una identità da «anziano» a chi si ritrova sulle spalle quella età. La domanda è lecita: quel limite anagrafico descrive una condizione reale? Nel suo ultimo libro (La curiosità non invecchia/ Elogio della quarta età, appena uscito da Mondadori) lo psicoanalista Massimo Ammaniti ricorda che il numero degli over 65 «è in continuo aumento, e attualmente rappresenta il 21% dell’intera popolazione italiana, 3 punti percentuali in più della media europea». Dunque una fetta sostanziosissima del nostro panorama sociale.
La vecchiaia
L’idea di vecchiaia è radicalmente cambiata col secondo ‘900. Come ha ricordato recentemente in un suo saggio lo scrittore e psicogerontologo Jérome Pellissier, nel XVI secolo la vecchiaia cominciava (nel giudizio collettivo) a trent’anni, nel XVII a quarant’anni, nel 1950 a più di sessanta, a fine Novecento a più di sessantacinque. E oggi, con una medicina preventiva che ha compiuto passi da gigante, si può trattare un sessantacinquenne come un individuo incapace di difendersi da un falso tecnico del gas o da un sedicente ispettore delle tasse? Ancora una cifra: nel 2010, la seconda relazione sociale dell’assessorato alle Politiche sociali del Comune di Milano prevedeva che nel 2020 (dunque: dopodomani) un milanese su quattro avrà più di 65 anni.
«Tarda adultità»
In questo mondo in grigio, numerosi sociologi concordano nel definire oggi la fascia 65-74 anni ormai come «tarda adultità» o al massimo «prima vecchiaia». Un anticipo di ciò che accadrà dai 75 anni in poi, ovvero (stavolta sì) la «vecchiaia». Le cose cambiano rapidamente: appena nel 1963 Marcello Marchesi canticchiava sul Primo Canale Rai «Che bella età/la mezza età», e si riferiva a un cinquantenne. Naturalmente tutto dipende dalla percezione del singolo individuo, da ciò che avverte sul proprio corpo e nella propria testa.

E spesso si impone una decisione. Prendiamo le facilitazioni. In quasi tutte le città italiane chi ha più di 60-65 anni viaggia sui mezzi pubblici a prezzi scontati dal 20 al 50%. Tariffe agevolate anche sui treni, sia Italo che Trenitalia, e così per chi vola Alitalia. Oppure al cinema. Ma non tutti sono disposti a «dichiararsi», un po’ per vanità e un po’ perché nella fascia 65-75 anni c’è chi, nonostante l’uscita dal lavoro attivo, continua a lavorare, a essere inserito in un ciclo attivo e impegnato. E capita anche, nei rari casi in cui un giovane si alza per cedere il posto su un bus affollato, che un/una 65enne ringrazi e rifiuti, tra l’ironico e l’irritato.
Quarta età
Proprio per questa ragione Ammaniti, nel suo libro parla, a partire dal titolo, di «quarta età», ovvero dagli 80 anni in poi. E quindi si impone una personalissima decisione psicologica, a chi ha varcato la soglia dei 65 anni. Rifiutare la qualifica di «anziano», rinunciando a sconti o tariffe speciali e proseguendo con uno stile di vita da «tardo adulto» pienamente attivo e libero da incasellamenti. O accettare la targhetta d’argento, con annesse facilitazioni, ma col pericolo — attenzione! — di ritrovarsi in virtuale compagnia dei «veri» anziani.