sabato 4 febbraio 2017

Roma, manifesti contro il Papa «Ma n’do sta la tua misericordia?»

Corriere della sera

I poster sono apparsi a decine sui muri della Capitale. Non riportano sigle né simboli, ma secondo l’Ansa potrebbero essere riconducibili agli ambienti conservatori che si oppongono alla linea adottata da Bergoglio

(Ansa)

Sono comparsi stamane a decine in tutta Roma, appesi sui muri della città, manifesti di contestazione a Papa Francesco e al suo operato.
«N’do sta la tua misericordia?»
La foto a tutto campo riporta l’immagine del Pontefice con un’espressione piuttosto rabbuiata e accigliata. In basso, sul fondo violaceo, si può leggere la scritta con accenti romaneschi: «A France’, hai commissariato Congregazioni, rimosso sacerdoti, decapitato l’Ordine di Malta e i Francescani dell’Immacolata, ignorato cardinali... ma n’do sta la tua misericordia?».
Conservatori anonimi
I poster sono anonimi, non riportano sigle né simboli, ma - secondo l’Ansa, che li ha scoperti - potrebbe essere riconducibile agli ambienti conservatori che sempre più manifestano la loro opposizione al magistero, ai provvedimenti e alla linea pontificale di Papa Bergoglio.

4 febbraio 2017 | 12:01

Giustizia streaming

La Stampa
mattia feltri

Uno degli aspetti più innovativi della vicenda di Virginia Raggi riguarda l’interrogatorio fornito in tempo reale su un paio di siti. In realtà mancavano le risposte del sindaco, ma le domande c’erano tutte. S’è scoperto delle polizze proprio mentre i magistrati ne chiedevano conto a Raggi, ed era straordinario: siamo abituati a interrogatori ricostruiti due ore dopo, ma mai ne avevamo visti di offerti in diretta alle urgenze della pubblica opinione. Complimenti ai giornalisti che, evidentemente, avevano saputo tutto prima e hanno fatto il loro mestiere. 

Però ci rimane il rovello di un dubbio: come mai i magistrati, che sono così attivi e fecondi nel disvelamento della corruzione e nella cattura dei corrotti, non riescono mai ma proprio mai a prendere il responsabile di una fuga di notizie? E non si parla dei pm che interrogavano Raggi, ma di tutti i pm italiani, vittime da decenni di violazioni del segreto istruttorio che, dicono, mettono a repentaglio le loro investigazioni; e coi responsabili - cancellieri, avvocati, agenti - che si inabissano nelle oscurità. Tocca ora solidarizzare con Raggi, che da settimane vede diffusi suoi privati messaggi di simpatia e antipatia ed elementi di cronaca rosa al servizio degli interessi collettivi di onestà e trasparenza, guarda caso gli interessi fondanti dei Cinque Stelle.

Gli ideali più facili e dunque più vacui si ribaltano spesso contro chi li propugna, in uno show da brividi che stavolta ha l’aria inedita di un processo sulla piazza virtuale. Contenti? 

Apostrofi

La Stampa
jena@lastampa.it

Come disse Cyrano de Bergerac, la polizza è un apostrofo roseo messo tra le parole t’amo.

Ecco perché Apple ha chiuso il servizio web per bloccare iPhone e iPad rubati

La Stampa
antonio dini

Il sistema avrebbe permesso anche agli hacker di agire, non solo sbloccando i telefoni e i tablet smarriti, ma anche rendendo inutilizzabili quelli di utenti ignari tramite il loro codice IMEI

Apple ha chiuso senza ulteriori spiegazioni il servizio web «Blocco Attivazione», che permetteva di bloccare (e sbloccare) iPhone e iPad rubati o smarriti. In realtà, il sistema aveva una falla che consentiva a malintenzionati di sbloccare iPhone e iPad bloccati, causando anche problemi ad altri utenti ignari.

Apple non ha emesso alcuna comunicazione ufficiale, ma è possibile capire che cosa è successo, partendo dal servizio web rimosso lunedì scorso. Tutte le ultime generazioni di iPhone e iPad possono essere bloccate in maniera irreversibile in caso di smarrimento o furto, impedendo così che possano rivenduti perché non possono essere associati i dati di un nuovo utente cancellando quelli del vecchio. Il sistema via web però, secondo quando scrive MacRumors, avrebbe avuto un serio problema di sicurezza che avrebbe permesso anche agli hacker di agire, non solo sbloccando i telefoni e i tablet smarriti, ma addirittura bloccando quelli di utenti ignari.

Il problema sarebbe legato a una debolezza nella sicurezza dell’Apple ID (il software cui Apple associa l’identità digitale di un utente a un particolare iPhone o iPad) che consentirebbe, cambiando gli ultimi due numeri del codice associato con il telefono (i codici IMEI e ICCID), di sbloccare un determinato telefono o tablet che era stato bloccato dal legittimo proprietario perché smarrito o rubato quando si azzecca un numero appartenente a un altro dispositivo registrato.

Questo secondo elemento, come riportano una serie di segnalazioni emerse in rete di utenti che hanno visto improvvisamente bloccarsi il proprio telefono o tablet Apple, causa di un problema collaterale. La manovra dei malfattori, infatti, sposterebbe il blocco dal telefono rubato a un altro apparecchio innocente, la cui unica sfortuna è di avere un codice IMEI e ICCID uguale a quello «trovato» dai ladri.

Per questo motivo, secondo le ricostruzioni dei siti specializzati statunitensi, Apple avrebbe deciso di chiudere momentaneamente (o forse definitivamente) il sito del servizio Blocco Attivazione.

Consumi cannabis? Ci sono 7 cose che devi sapere

La Stampa
raffaele avico

Nel 2016 fu presentata una proposta di legge che spingeva in direzione della legalizzazione controllata e della depenalzzazione dei reati connessi alla detenzione e all’uso di cannabis a fini ricreativi. La situazione è in stallo, e il dibattito continua: i vantaggi di un movimento di legge di questo tipo sarebbero innanzitutto economici, come è ben espresso nella proposta di legge presentata. I riferimenti ai possibili danni per la salute fisica e psichica, tuttavia, sono evasivi e non approfonditi, vista la lacuna di evidenze di cui la stessa ricerca scientifica soffre da sempre a proposito di questo punto.

Facciamo dunque il punto su tutto ciò che ad oggi si sa sulla cannabis

1) È UNA SOSTANZA «DISSOCIATIVA»: PRODUCE EFFETTO DI «STONO»
La cannabis è da ascrivere alla categoria delle sostanze dissociative, insieme agli allucinogeni più comuni come LSD, Ketamina, Mescalina, ecc. In effetti l’effetto prodotto dal THC (il principio attivo della cannabis) non è un effetto nè narcotico (come quello indotto da sostanze oppioidi come l’eroina), nè euforizzante /eccitante (come ricercato da chi usa cocaina). E’ un effetto di «stono» dissociativo in cui la mente viene distratta da sè stessa.

2) DIPENDENZA FISICA
La cannabis non produce dipendenza fisica

3) I SUOI EFFETTI VARIANO A SECONDA DI COME LA SI USA
L’uso di cannabis diventa problematico a seconda di quanto la si utilizzi e in che modo. L’uso ricreativo/saltuario sta da un lato del continuum: l’utilizzo compulsivo/autoterapeutico dall’altra parte di questa linea immaginaria. E’ differente cioè usare cannabis in modo socializzante e contestuale, dall’usarla in modo compulsivo e per risolvere/curare malesseri psicologici di varia natura.

4) SE USATA DA GIOVANISSIMI MODIFICA ALCUNE FUNZIONI ESECUTIVE
L’uso prolungato e cronico di cannabis in età delicate del neurosviluppo (per esempio in età adolescenziale, quindi dai 12 ai 20 anni), conduce a modificazioni in termini di performance in quelle che sono definite funzioni «pre-frontali». Le funzioni cognitive garantite dalla corteccia pre-frontale sono le funzioni esecutive: capacità di organizzazione, senso di orientamento e capacità progettuale. Questo vuol dire che un uso prolungato di cannabis conduce a difficoltà nell’auto-organizzazione e nell’auto-determinazione. 

5) INIBISCE LA SPINTA A PROGETTI DI VITA
E’ stata identificata la sindrome «amotivazionale da cannabis» per descrivere la scarsa motivazione nel portare avanti progetti di vita, osservata in consumatori abituali.

6) DIFFICILE MANTENERE VIVA L’ATTENZIONE
L’uso prolungato e compulsivo di cannabis modifica l’uso della memoria a breve termine: si fa più fatica a ricordare eventi da poco accaduti, o nel tenere a mente sequenze più o meno lunghe di elementi; l’attenzione viene inoltre tenuta a fatica. Questione centrale è se esistano o meno degli strascichi permanenti, e in quale misura, una volta raggiunta l’astinenza prolungata.

7) PERFORMANCE COGNITIVE COMPROMESSE
Dopo un certo periodo di astinenza continuata, le performance di memoria sembrano migliorare; quelle legate invece all’attenzione (la difficoltà di focalizzare e tenere l’attenzione focalizzata su un determinato compito) permangono deficitarie. Questo indica che l’uso cronico di cannabis ha un impatto indiscusso sulle performance cognitive: alcune di queste verrebbero modificate tuttavia in modo temporaneo, altre in modo permanente.

EFFETTI COLLATERALI
Esistono inoltre degli effetti collaterali che potremmo definire come l’incontro tra un certo tipo di personalità, e l’uso di cannabis. In particolare nei ragazzi adolescenti, esistono quote di rabbia/aggressività fisiologiche che spesso trovano sfogo in attività sportive/creative. La cannabis, usata per placare vissuti di forte attivazione corporea (quindi aggressività, ma anche ansia forte), sembra in qualche modo «sporcare le acque» senza però riuscire a fornire una vera direzione di sfogo a questi stati di concitazione corporea. 

In conclusione, sappiamo che usare cannabis in modalità «hard-core», altera le performance cognitive e conduce a quella che è stata definita sindrome amotivazionale. Queste variazioni, tuttavia, non sembrano essere definitive (con l’eccezione delle performance di attenzione -si confronti l’articolo in seguito linkato), soprattutto quando l’uso di cannabis massivo non avviene in fasi delicate dello sviluppo cerebrale. Un approfondimento autorevole lo troviamo in questo articolo del 2014. Qui vengono osservate le ripercussioni sul cervello dell’uso di cannabis; vi si trova anche una completa disamina degli articoli che hanno indagato a fondo gli effetti a lungo termine dell’uso continuato di cannabis. 

raffaeleavico.it
Fb: Raffaele Avico, Psicologo Clinico

La panacea dei ciclisti, ecco il motore elettrico che si adatta ad ogni bici

La Stampa
paolo lauri

Realizzato a Singapore per ora il progetto è solo un prototipo


Ecco come si collega Ease ad una comune bici (Foto TUMCREATE)

Un motore elettrico, piccolo e poco ingombrante, applicabile a qualunque bici. È il sogno di ogni ciclista che presto potrebbe vedersi realizzato. Per ora è un prototipo con tanto di brevetto, ma il gruppo di ricercatori di Singapore della Tumcreate, polo realizzato dalla locale Nanyang Technological University e dalla Technical University di Monaco di Baviera, sembra fare sul serio: il motore pesa solo 3,5 kg ed ha già superato una prima fase di test. Una volta prodotto su larga scala potrebbe imprimere una svolta nel mercato delle due ruote, ma anche modificare le abitudini in fatto di mobilità di milioni di persone. 

Leggero e compatto, «Ease» può essere infilato in uno zainetto e trasportato senza particolari sforzi o fastidi sia a piedi, sia sui mezzi pubblici sia, a maggior ragione, in auto. Individuata una bicicletta su cui montarlo, per esempio una di quelle offerte dai servizi di bike sharing, in soli dieci secondi Ease permette di trasformarla in una due ruote a pedalata assistita, così da far bruciare salite e chilometri in un attimo anche al meno allenato dei ciclisti. Poi, altrettanto facilmente, si smonta, quindi entrati in casa o in ufficio si possono mettere le batterie in ricarica per un successivo utilizzo. Queste sono al litio e garantiscono sino a 50 chilometri di percorrenza, assistita da un motore elettrico da 250 W che si spegne automaticamente quando la bici raggiunge i 25 km orari.

Ora il team della Tumcreate è alla ricerca di un’azienda del settore che creda in Ease. Chiarisce il principale ideatore, Felix Romer: «Ci sono già stati molti tentativi per realizzare qualcosa di simile ma la maggior parte delle soluzioni richiede modifiche alla bici», oppure si adattano solo a specifici modelli. «Il nostro è adatto per chi deve andare in ufficio ogni giorno o deve effettuare un percorso troppo lungo per la bici e non trova pratico utilizzare una più costosa bicicletta a pedalata assistita».

“Nonno” Naledi, così antico e così moderno

La Stampa
noemi penna

Mistero sulla datazione dell’ultima specie umana scoperta. “Cambia le idee sull’evoluzione”


L’Homo naledi era alto circa un metro e mezzo e disponeva di un cervello grande quanto un’arancia: finora sono stati trovati 1500 fossili

Quanti anni ha l’«uomo delle stelle»? La datazione dell’Homo naledi, l’ominino scoperto nel 2013 in Sud Africa e presentato al mondo nel settembre 2015, è uno dei «personaggi» più affascinanti della paleoantropologia. Gli studi proseguono per stabilire la datazione dei fossili rinvenuti nella «Camera di Dinaledi», una parte del sistema di grotte del Rising Star - la stella nascente - non lontano da Johannesburg. E mentre i ricercatori australiani fanno trapelare che a breve, probabilmente entro febbraio, annunceranno i risultati di nuove scoperte, l’unico italiano coinvolto nelle ricerche, Damiano Marchi dell’Università di Pisa, ospite a Torino della rassegna «GiovedìScienza», sta approfondendo i risvolti delle tre datazioni al momento più plausibili. Opzioni che in ogni caso - dice - «riscriveranno i libri di storia».

Le opzioni
Uno scenario è che l’Homo naledi sia vissuto tra i 3 e i 4 milioni di anni fa, agli albori dell’evoluzione degli ominini. «Mostra caratteristiche intermedie tra Australopithecus e Homo: cranio, polso, pollice, mandibola e denti sono moderni, mentre le dimensioni del cervello - non più grande di un’arancia - e la forma a imbuto della cassa toracica, che ci indica l’abilità ad arrampicarsi sugli alberi, sono elementi che lo avvicinano di più alle scimmie. Contraddizioni che, nel caso venisse confermata questa datazione, indurrebbe a scartare Lucy come antenato del genere Homo». La seconda opzione, «a mio avviso più verosimile», è che naledi risalga a un periodo tra i 2 e i 2,5 milioni di anni fa. In questo caso, «viste le conformazioni fisiche, potrebbe essere identificato come il primo vero ominino, prendendo il posto di Homo habilis, che potrebbe addirittura essere considerato un australopiteco o essere identificato come una “sperimentazione” nel vasto cespuglio dell’evoluzione umana».

La terza opzione, rivoluzionaria, è che «naledi sia più recente e appartenga al Pleistocene medio, tra i 300 e i 400 mila anni fa. In questo caso avrebbe convissuto con Homo evoluti, con capacità che gli altri hanno perso. Questa datazione - sottolinea Marchi - metterebbe in discussione alcuni fatti ritenuti fondamentali nell’evoluzione dello stesso genere Homo: l’accrescimento encefalico e il non vivere sugli alberi sarebbero quindi elementi validi di distinzione?». E, in ogni caso, come avrebbe fatto l’Homo naledi a «conservare caratteristiche così antiche e a sopravvivere in una nicchia ecologica già occupata da specie più evolute?».

Capacità cognitive
Le questioni in sospeso sono molte. E, più che dare risposte, una datazione dell’Homo naledi potrebbe in realtà aprire nuovi e intriganti quesiti. Uno tra tutti: come sono finite migliaia di ossa in fondo alla «Camera di Dinaledi»? Finora ne sono state rinvenute 1500, appartenenti a 15 individui di tutte le età, e mancano otto metri di grotta da esplorare. «Una delle ipotesi scartate - dice Marchi - è che vivessero lì, ma non abbiamo rinvenuto segni o altri elementi, come resti di focolari o strumenti litici.

Se la grotta fosse stata invece una trappola o la tana di un predatore, avremmo trovato detriti e ossa di animali». Si è quindi fatta largo l’ipotesi che si tratti di una «deposizione intenzionale dei morti. All’ingresso della “Camera” c’è un camino con una bocca molto stretta, su cui potrebbero essere stati lasciati i corpi. Le ossa potrebbero quindi essere scivolate lì dentro». Ma può un Homo con un cervello così piccolo essere in grado di seppellire i morti? «Pensiamo di sì: Homo floresiensis, con una capacità cranica di soli 380 centimetri cubi, inferiore anche a naledi, costruiva strumenti litici». E altri interrogativi sono legati a elementi come «la mandibola e i denti, che si presentano moderni, in grado di mangiare cibi cotti: non sono come quelli di Lucy, abituata ad una alimentazione “selvaggia”».

Le ossa e i denti
La «Camera di Dinaledi» è formata da terra argillosa e questa caratteristica «non ha permesso di datare le stalattiti, risultate contaminate». Diventano così essenziali le ossa e i denti di naledi. «Il radiocarbonio non si spinge oltre gli 80 mila anni. Sono anche al vaglio nuove tecniche, come la risonanza dello spin elettronico, la termoluminescenza e il paleomagnetismo, che si applicano al materiale fossile senza danneggiarlo - conclude Marchi -. Ma ora si è deciso di procedere oltre, “sacrificando” del materiale» che per essere analizzato verrà sbriciolato. Un bene inestimabile, certo, ma mai prezioso come le informazioni che fornirà.