mercoledì 1 febbraio 2017

Morta a 106 anni la segretaria di Goebbels, ministro della propaganda nazista

La Stampa

È deceduta venerdì, nel Giorno della memoria. Il regista che girò il documentario sulla sua vita: «Una casualità interessante»


Brunhilde Pomsel mentre posa, nel 2016, davanti ai poster di “A German life”, il documentario sulla sua vita

È morta a 106 anni Brunhilde Pomsel, che fu segretaria del ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels negli ultimi te anni della Seconda Guerra Mondiale. La donna si è spenta la scorsa settimana nella casa di riposo di Monaco, in Germania, dove viveva, ha fatto sapere Christian Krönes, uno dei registi del documentario A German life. Pomsel è morta il 27 gennaio, Giorno della memoria delle vittime dell’Olocausto. «Una casualità interessante», ha commentato Krönes. 

Brunhilde Pomsel era entrata nel partito nazista nel 1933, l’anno dell’ascesa al potere in Germania. Nel 1942 venne trasferita nell’ufficio di Goebbels, come una delle sue sei assistenti. Fu segretaria, stenografa e dattilografa per il ministro della Propaganda, che ricordava come una «persona di fascino, incredibilmente vanitosa, che curava ogni dettaglio del proprio aspetto». 

Nonostante il lavoro a stretto contatto con uno dei maggiori gerarchi nazisti, Pomsel nella pellicola A German life spiegò di non aver mai avuto indicazione degli omicidi di massa commessi dal regime. «Non sapevamo nulla», afferma nel film. La donna trascorse negli ultimi giorni della guerra nel 1945 nel bunker sotto la cancelleria, dove Adolf Hitler visse le ultime ore della sua vita. Goebbels gli subentrò alla cancelleria, per un solo giorno, prima di suicidarsi con la moglie, che aveva avvelenato i sei figli.

Pomsel fu fatta prigioniera dalle truppe sovietiche e dopo cinque anni di carcere tornò a lavorare come segretaria in Germania. Era considerata una degli ultimi testimoni del nazismo.

Il business della carità. Ottanta euro su 100 bruciati in stipendi e corruzione

La Stampa
sandro cappelletto

L’Italia ha donato 3 miliardi per la cooperazione tra il 2008 e il 2013. Esperienza Burkina: “L’unico aiuto utile è quello che uccide l’aiuto”



«La vostra urina vale oro!» assicura un cartello arrugginito piantato in un parco di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso; accanto, una latrina in cemento armato ormai crollata su se stessa e ricoperta da un rampicante. Era questo l’imperativo slogan di un progetto destinato al riuso dell’urina come fertilizzante agricolo. Finanziato anche dall’Unione Europea, è morto prima ancora di nascere, dopo aver inghiottito risorse e arricchito gli ideatori.

Soltanto loro. Accade troppo spesso nel mondo della cooperazione.
Le cifre destinate all’aiuto ai “paesi in via di sviluppo” impressionano: 135 miliardi di dollari all’anno. Nel periodo 1960-2010 la Cooperazione internazionale ha potuto disporre di 1 trilione di dollari. Come se, per mezzo secolo, ogni cittadino dei paesi donatori abbia contributo per 100 dollari ogni anno. Dal 2008 al 2013 l’Italia ha stanziato per la cooperazione 2,9 miliardi di euro e figura al quarto posto, dopo Germania, Francia e Regno Unito, tra i paesi donatori europei. 

Tuttavia, mentre la quota stabilita dall’Ocse per gli aiuti allo sviluppo è lo 0,7% del Prodotto Interno Lordo, noi ci fermiamo allo 0,16%. Il problema non è la quantità di denaro disponibile, ma l’utilità della spesa, se negli ultimi trent’anni i paesi più dipendenti dagli aiuti hanno registrato tassi di crescita negativi: -0,2%. 

Secondo lo Human development report dell’Onu l’Africa subsahariana, dove si concentra la gran parte dei paesi beneficiari dei progetti di cooperazione, rappresenta oggi un terzo della povertà mondiale rispetto a un quinto del 1990. Circa l’80% delle somme stanziate finanzia il funzionamento delle strutture, o si perde per strada per quella che i professionisti del settore chiamano, con un eufemismo, la “volatilità”: la corruzione, o la non disponibilità ad abbassare il proprio tenore di vita. 

Quattrocentomila euro l’anno era l’affitto pagato a Roma per una villa sull’Appia Antica dal nigeriano Kanayo Nwanze, presidente dell’Ifad, l’agenzia dell’Onu che ha come missione quella di sradicare la povertà. Ma in un mondo in cui aumentano, contestualmente, diseguaglianze, conflitti e profughi - 60 milioni solo nel 2016, la cifra più alta mai registrata - esistono alternative alla cooperazione?  Le storie qui raccontate si svolgono tutte in Burkina Faso, una nazione di 17 milioni di abitanti, grande poco meno dell’Italia, che gli indicatori economici collocano ai primi posti nella graduatoria della povertà mondiale. 

La vita media non supera i 45 anni, la fertilità è di 6,9 figli per donna. Il Burkina, nel mondo della cooperazione, è considerato un importante laboratorio di tolleranza e di dialogo: qui convivono 60 diverse etnie, altrettante lingue, e tre religioni, la cristiana, la musulmana e l’animista. I conflitti interetnici e interreligiosi erano sconosciuti, almeno fino ai sanguinosi attentati del gennaio 2016, compiuti nella capitale. Ora, nel Nord del Paese è attivo un gruppo jihadista composto da circa 200 militanti. Nonostante la povertà, la vita culturale è vivacissima: in Burkina Faso si tiene il più importante festival del cinema africano e gli spettacoli prodotti dalla scuola di teatro Gambidi vincono spesso riconoscimenti internazionali. 

La visita al Museo etnografico è indispensabile per entrare in colloquio con il pensiero animista e il Museo della Musica, da poco restaurato, ricorda la fondamentale, e ancora vivissima, funzione rituale della musica e della danza.



I fagiolini di Kongoussi
«Possiamo mandarvene anche mille tonnellate» dice l’agricoltore Sylvain Sawadogo, mentre osserva le contadine raccogliere i fagiolini da terra. Nei supermercati italiani ne arriveranno in questi giorni cento tonnellate e sarà già un risultato notevole. 

Il progetto nasce nel 2007 per soddisfare la richiesta di una cooperativa che nel villaggio di Kongoussi, raggruppa 1500 famiglie: ampliare il mercato senza danneggiare i colleghi europei, facendo arrivare i fagiolini «controstagione», quando da noi non se ne producono. Valter Ulivieri, agronomo attivo nel mondo della cooperazione, perfeziona l’iniziativa, che piace al punto da attirare l’interesse dell’Unido, l’Agenzia delle nazioni unite per lo sviluppo industriale. 

«E’ stato l’inizio del disastro», ricorda Ulivieri. Il progetto è premiato come modello di cooperazione a New Delhi nel 2009, nel 2010 a Ouagadougou una conferenza internazionale ne celebra il successo, mentre viene creata un’apposita struttura organizzativa affittando uffici, automezzi, assumendo personale. 

Ma nel frattempo tutto si è fermato: l’Unido compra sementi sbagliate, i fagiolini sono invendibili, nessuno paga i contadini. «Un fiume di danaro si era perso nei meandri ministeriali e agli agricoltori di Kongoussi non arrivò neanche una goccia. E’ la dimostrazione che nella cooperazione il rapporto tra grandi organismi governativi o istituzionali spesso non funziona», dice Ulivieri. «C’è voluto del tempo per riprenderci dallo sconforto, ora siamo ripartiti».

Il pane di Loumbila
Il pane migliore del Burkina si sforna a Loumbila, un villaggio a circa venti chilometri dalla capitale. Il forno e il ristorante sono stati avviati nel 2003 con un investimento di 70.000 euro offerto dalla cooperazione italiana, che ha provveduto anche alla formazione professionale di panettieri e cuochi. Pane ai semi di sesamo, pizza, gelati e piatti locali: l’attività produce reddito e assieme alla vendita della spirulina, un integratore alimentare indicato soprattutto per i bambini che qui di proteine ne mangiano poche, consente al forno di Loumbila di pagare una decina di stipendi e di contribuire alle spese dell’orfanotrofio confinante con il ristorante. Un esempio virtuoso.

I bimbi di Gorom Gorom
Il progetto dell’orfanotrofio «Casa Matteo» di Gorom Gorom, nel Nord del Burkina, lungo il confine con il Mali, nasce nel 2001 e si rafforza in quindici anni di lavoro che hanno visto collaborare la Coop Firenze e il Movimento Shalom. L’obiettivo dell’ autosufficienza era stato raggiunto grazie alla costruzione dell’Hotel des Dunes, pensato per i turisti attratti dal fascino del paesaggio del Sahel. Ma la guerra in Mali, l’arrivo di 30.000 profughi tuareg, le misure di sicurezza richieste da una compagnia mineraria canadese, le azioni terroriste, hanno fatto crollare gli arrivi.

Le suore cattoliche di «Casa Matteo» accudiscono 20 bambini, sostenuti anche grazie al meccanismo delle adozioni a distanza. «Molti sono figli di famiglie musulmane. Accogliamo tutti, facciamo assistenza, non catechesi», dice suor Céline. Nell’edificio adibito a magazzino sembra essersi dato appuntamento il mondo intero: il latte in polvere proviene dalla Svizzera e dal Nord Irlanda; soia, miglio e arachidi dalla Thailandia; il riso dal Nord Carolina; lo zucchero dal Brasile; l’olio di palma dalla Costa d’Avorio; i letti d’ospedale da Massa Marittima; un kit di pronta assistenza per neonati è stato inviato dal Lutheran World Relief; dei condizionatori d’aria coreani LG, portati da cooperanti francesi, restano inutilizzati perché troppo ingombranti. 

Ora c’è necessità di un mulino per produrre farina e di un nuovo ecografo: quello vecchio è fuori uso da un anno e non si trovano pezzi di ricambio. Serviranno almeno 20.000 euro. La Coop ha garantito il proprio sostegno per altri quattro anni. Poi?

L’aiuto che uccide l’aiuto
Un gruppo di animalisti inglesi si batte per mettere fine ai maltrattamenti degli asini; il sindacato tedesco degli insegnanti ha avviato un progetto contro lo sfruttamento del lavoro minorile e l’altissima evasione scolastica; una associazione di Lucca organizza un corso di rianimazione neo-natale; l’ostetrica Lia Burgalassi visita in tre giorni, senza l’aiuto di alcuna strumentazione medica, 165 donne incinte per stabilire lo stato di avanzamento della gravidanza e alla fine viene ringraziata con canti e balli al femminile e offerte di cibo. 

Una Ong di Torino costruisce un invaso per trattenere l’acqua piovana grazie ad un finanziamento di 1,2 milioni di euro della Conferenza Episcopale Italiana; un’altra crede nel microcredito affidato alle donne come molla dello sviluppo, c’è chi punta sui semi di jatropha per produrre biocombustibili. «Il solo aiuto che serve è l’aiuto che aiuta ad uccidere l’aiuto», disse Thomas Sankara, il «Fidel Castro africano», il presidente del Burkina assassinato nel 1987: un delitto rimasto senza colpevoli ufficiali. Quanti progetti di cooperazione vanno nella direzione indicata da Sankara, l’unica davvero utile? Quanti, invece, servono soprattutto a lenire il senso di colpa di noi occidentali verso territori e popoli che abbiamo a lungo sfruttato e massacrato, quanti sono funzionali ad ingrassare i poderosi ingranaggi della cooperazione corrotta? 

«Una macchina che se bene indirizzata può creare lavoro e ricchezza e fermare l’esodo di milioni di persone verso un’Europa che fatica ad accoglierle», riflette don Andrea Cristiani, fondatore del movimento Shalom, mentre osserva i 100 ragazzi che frequentano il Liceo Politecnico Shalom di Ouagadougou entrare a scuola. «Offriamo ai giovani la possibilità di una formazione professionale e poi, speriamo, di un lavoro qui. Non ci sono alternative, la strada è questa». 

Beneficenza e trasparenza, nasce un portale per aiutare i donatori

La Stampa
ilaria liberatore

“Italia non profit”, la piattaforma nata dalla startup “Open Terzo Settore” crea il match perfetto tra organizzazioni filantropiche e benefattori



Ogni anno un italiano su sei fa donazioni a una o più associazioni (secondo i dati dell’Osservatorio sui donatori italiani di Gfk Eurisko diffusi a ottobre 2016), alimentando un settore che impiega oltre 680mila dipendenti e contribuisce al 4% del Pil italiano (dati Istati 2011) e che risente, però, degli effetti della crisi economica: nell’ultimo anno e mezzo sono scomparsi 500mila benefattori e, negli ultimi dieci anni, cinque milioni di piccoli donatori (quelli che donano tra i 30 e i 100 euro).

Se risollevare l’economia italiana è operazione non facile, la tecnologia può però venire incontro alle esigenze sia di enti non profit sia dei donatori, sostenendo lo sviluppo e la diffusione di una cultura della donazione consapevole in Italia. È questa l’idea da cui è nato il portale Italianonprofit.it, la nuova piattaforma nata da “Open Terzo Settore”, startup innovativa a vocazione sociale con sede a Milano, nata dall’idea di Giulia Frangione e Mara Moioli che per anni hanno lavorato nell’ambito della consulenza dedicata al Terzo Settore.

In Italia non abbiamo né un registro unico consultabile che consenta confronti ed elaborazione di dati fra gli enti non profit, né uno standard minimo di trasparenza e affidabilità che consenta di leggerne l’operato.

I donatori trovano le informazioni relative agli enti solo sui canali dell’ente stesso, senza avere quindi accesso a confronti e letture indipendenti. In questo contesto “Italia non profit” si propone come sistema gratuito dove enti non profit, imprese e persone possono trovare informazioni dettagliate e qualificate sugli enti non profit, sulla loro salute economica, trasparenza e proattività sul territorio. Lo fa invitando le organizzazioni a compilare un questionario che approfondisce diversi aspetti del ciclo di vita dell’ente, verifica la correttezza delle informazioni, analizza, confronta ed elabora i dati, pubblica le informazioni e i dati raccolti in maniera chiara, uguale e altamente comunicativa.

Le informazioni sono verificate e poi pubblicate, in modo da garantire ai possibili donatori che visitano il sito la possibilità di trovare le organizzazioni non profit e i servizi di utilità sociale a loro più congeniali, monitorare le loro attività, modello di intervento, valori, salute economica e finanziaria, di scaricare ricerche, report e analisi (in parte gratuiti, in parte a pagamento). Sul Italianonprofit.it si può anche donare: con un clic si arriva direttamente all’organizzazione scelta.

Il database di “Italia non profit” conta già più di 100 organizzazioni, tra fondazioni (21%), associazioni riconosciute (58%) e associazioni non riconosciute (21%) e di diverse dimensioni. Anche le loro dimensioni economiche (calcolando il totale dei proventi da attività tipica, raccolta fondi e da attività promozionale) sono molto eterogenee, andando dai 4mila euro degli enti più piccoli, fino ai 106 milioni di euro. Andiamo dalla Fondazione Telethon a Terres des Hommes, da Oxfam Italia Onlus a Fondazione Progetto Arca, per citare solo alcune delle realtà che hanno sposato il modello di trasparenza proposto da “Italia non profit”.

Le giovani fondatrici Giulia Frangione e Mara Moioli (62 anni in due) mirano ad ampliare il prima possibile la rete fino a 1000 associazioni. Si rifanno a due portali americani che hanno fatto scuola nel settore: Charity Navigator (che influenza 10 bilioni di donazioni filantropiche ogni anno e nel 2014 ha totalizzato 7 milioni di visitatori) e GuideStar Usa (che conta su una rete di più di 20mila utenti giornalieri e 85mila organizzazione non profit attive).

Sinistra

La Stampa
jena@lastampa.it

Se nascesse un secondo partito di sinistra...
E il primo quale sarebbe?

Gli attrezzi per il primo pc e i flop «Così ho raccolto la storia Apple»

Corriere della sera

di Riccardo Bruno, inviato a Savona

Savona, il museo dentro un condominio. Collezione da novemila pezzi rari
L’ideatore: tutto iniziò con scarti di magazzino, ci hanno invitati in California

Alessio Ferraro, ideatore e fondatore dell’All About Apple Museum di Savona, davanti alla prima insegna della casa di Cupertino realizzata nel 1977
Alessio Ferraro, ideatore e fondatore dell’All About Apple Museum di Savona, davanti alla prima insegna della casa di Cupertino realizzata nel 1977

Alessio Ferraro è affamato e folle. La sua strada e quella delle creature di Steve Jobs si sono incrociate quindici anni fa. «Lo storico negozio Briano a Savona, uno dei primi a vendere computer in Italia, stava cambiando proprietario. Io mi occupavo di informatica, mi chiamarono per valutare cosa c’era nel magazzino. Quando entrai rimasi sbalordito, era un reliquiario. Centinaia di pc, prototipi, pezzi di ricambio, poster, manuali... Quasi tutti Apple. Volevano buttarli, commercialmente non valevano niente. Ma lì c’era un pezzo di storia...».
Le macchine storiche funzionanti
Alessio ha l’intuizione giusta e ne parla con gli amici: bisogna farne un museo. Dopo pochi mesi nasce un’associazione, i pezzi vengono trasferiti nella sua mansarda. La collezione può essere esposta, una trentina di amici brindano all’inaugurazione. «C’era pure il vecchio titolare del negozio, si commosse». Quindici anni dopo Alessio, che ora di anni ne ha 51, accompagna i visitatori in quello che è diventato l’«All about Apple». «L’unico riconosciuto da Cupertino, e dove le macchine sono accese. Si può ancora giocare a “Donkey Kong” su un Apple II del 1977».

Gli spazi, non enormi ma più che dignitosi, sono stati concessi dall’Autorità portuale nella nuova darsena, il Comune ha invece reso disponibile un vecchio auditorium (che costerebbe troppo ristrutturare) per ospitare il magazzino. Perché nel frattempo i pezzi sono diventati oltre 9 mila. «Lanciammo subito un appello a chi avesse computer in cantina e non sapeva cosa farsene. Molti sono pezzi di ricambio, ed è la nostra fortuna. Quando una macchina si rompe, siamo in grado ripararla».
La prima insegna e la cassetta di Wozniak
I primi tre anni in mansarda, a casa Ferraro a Quiliano. L’allora sindaco del paese capisce che fanno sul serio e mette a disposizione il seminterrato della scuola media. La voce arriva in California, i vertici Apple scrivono a quei ragazzi affamati e folli e li invitano da loro. «Per noi fu come un sogno, visitammo i laboratori, mangiammo in mensa con loro. No, Steve Jobs non riuscimmo a vederlo, ci stoppò la segretaria». Non era scortesia, ma scelta. «Lo capimmo dopo: Jobs non amava i musei, pensava al futuro non al passato. Anche adesso è così, sono venuti pezzi grossi della Apple a trovarci, ma privatamente. L’azienda ci ha concesso l’uso del nome, niente di più. È la loro filosofia».

Nell’«All about Apple» di Savona ogni oggetto ha una storia da raccontare. Come la prima insegna realizzata dall’azienda della mela. «Fu utilizzata alla West cost faire del 1977 a San Francisco, dimenticata in qualche deposito, portata a casa da un dipendente che poi l’ha venduta a un collezionista italiano per 75 mila dollari. Lui vuole restare anonimo, ma ci ha permesso di esporla». Oppure c’è la cassetta originale degli attrezzi usata da Steve Wozniak, il socio di Jobs, per costruire il primo Apple. E ancora l’innovativo Lisa, un fiasco commerciale, i primi Macintosh, i prodotti degli anni senza Jobs, il ritorno e la svolta, passando per i proto-palmari, la dimenticata console «Pippin», le improbabili macchine fotografiche, i primi iPod.
Gestito nel tempo libero
Dopo quindici anni, anche se il museo è diventato una cosa seria, resta la sfida di un gruppo di amici che possono dedicargli solo il tempo libero. Sono 9, compreso il fondatore: tre gli esperti di informatica, 2 lavorano nel settore elettrico, c’è un cuoco, un pensionato, uno che si interessa di comunicazione e un altro di macchine per bottiglie di vetro. «Siamo uniti dall’amore per questo progetto, ma non siamo fanatici Apple — puntualizza Ferraro —. Personalmente sono critico su molti aspetti, riconosco che hanno fatto molti errori.

Ma è l’unica azienda che ha prodotto sia le macchine che il sistema operativo, curando il design...». Hanno ancora molto da fare. Anche se la nuova sede ha una collocazione invidiabile, proprio accanto al terminal dei croceristi, non tutti si accorgono del museo, perché non ci sono cartelli che lo segnalano. «Siamo in un condominio, l’amministratore lo ha vietato...». Bisogna essere affamati e folli, come chiedeva Steve Jobs, per inseguire i propri sogni e non perdersi d’animo.

Intercettazioni col trojan, ecco la proposta di legge

La Stampa
carola frediani



Dopo quasi un anno di gestazione, ha infine visto la luce questa mattina una specifica proposta di legge per legittimare e regolamentare l’uso di captatori informatici nelle indagini. Il termine «captatore» indica un software che si installa all’insaputa dell’utente sui suoi dispositivi elettronici (cellulari, tablet, computer) per raccogliere prove. Viene anche definito trojan, spyware, software spia a seconda delle funzioni cui ci si riferisce, che non differiscono da quelle di un malware, un software malevolo. Nel gergo legale italiano si usa a volte anche l’espressione agente intrusore.
Usati da anni e sotto traccia, come spiegato più volte da La Stampa, la loro definizione e identità giuridica è sempre stata particolarmente scivolosa, al limite del nostro codice di procedura penale e delle garanzie costituzionali. Di fatto, si è trattato di un utilizzo non regolamentato e silenzioso, emerso a tratti solo in alcune indagini particolarmente eclatanti, a partire da quella sulla cosiddetta P4 e Bisignani. E dove non apparivano esserci limiti ben definiti, dettati ad esempio dal tipo di reato.

La discussione sui trojan
Un dibattito che era però improvvisamente emerso quando, nel marzo 2015, una disciplina dei captatori era finita nel decreto antiterrorismo del governo, salvo poi essere stralciata, in virtù delle critiche che denunciavano la misura come un via libera indiscriminato (per tutti i reati «commessi mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche») e frettoloso a uno strumento investigativo per sua natura potente, invasivo e insidioso. Al temporaneo congelamento di un percorso legislativo sui captatori si era aggiunto lo scorso aprile un pronunciamento delle Sezioni Unite della Cassazione. 

La Corte confermava la possibilità di usare questi strumenti anche per realizzare intercettazioni ambientali tra presenti (attraverso il microfono dei dispositivi controllati da remoto), senza dover indicare preventivamente i luoghi, per procedimenti relativi a delitti di criminalità organizzata. Alcuni lo avevano visto come un parziale, anche se non sorprendente, sdoganamento dei captatori, benché limitato a un ambito specifico e a una funzione ristretta - lo avevamo spiegato qua. E, pochi mesi dopo, era poi emersa la bozza non definitiva di una proposta di legge - anticipata da La Stampa - per regolamentare i trojan di Stato, anche se il suo sviluppo a un certo punto sembrava essersi impantanato nelle pastoie parlamentari. 

Al suo posto era subentrato infatti un emendamento ad hoc sui captatori, agganciato al disegno di legge di riforma del processo penale, con molte meno garanzie e specifiche rispetto a una proposta di legge. Che invece nelle ultime settimane ha ripreso quota.

La proposta di legge
Si arriva così a questa mattina, quando la proposta di legge è divenuta realtà ed è stata ufficialmente presentata dal deputato del Gruppo Civici e Innovatori Stefano Quintarelli in una conferenza stampa. S’intitola: «Disciplina dell’uso dei Captatori legali nel rispetto delle garanzie individuali».
In confronto alle prime stesure, la differenza principale consiste nella definizione dei reati per i quali sarebbe possibile usare captatori. Spariscono i delitti di pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione e delitti informatici, ma anche gli omicidi, rapina, estorsione. Restano solo i «procedimenti di criminalità organizzata di stampo mafioso o con finalità di terrorismo». 

Laddove, specificano gli estensori, non sia possibile distinguere tra vita personale e associazione criminale. Una distinzione che in verità non sembra essere facilmente praticabile a livello digitale e quindi sarà interessante capire quando e come verrebbe invocata e che effetti avrebbe sull’applicazione della legge.

La richiesta di poter usare un captatore deve essere fatta dal pubblico ministero e convalidata da un giudice, che quindi dispone «l’osservazione dei dispositivi e l’acquisizione da remoto dei dati contenuti». Il decreto autorizzativo va notificato all’indagato, entro 40 giorni dall’inizio dell’attività del trojan. Tuttavia è possibile ottenere proroghe fino a un massimo di 12 mesi.

Cosa si potrà fare con i captatori? Essenzialmente quello che si fa anche oggi, anche se la proposta cerca di definire e segmentare le funzionalità di tali strumenti, «adeguandone la disciplina al relativo grado di invasività». Per cui la ricerca di file sul dispositivo viene prevista come un nuovo mezzo di ricerca della prova denominato “osservazione e acquisizione da remoto”, mentre le intercettazioni del traffico vocale vengono ricondotte alle intercettazioni telefoniche e le registrazioni audio/video alle intercettazione tra presenti.

Il giudice dovrà indicare i dispositivi su cui può essere installato e «i motivi per i quali è necessaria l’installazione su dispositivi di soggetti non indagati». È dunque ammesso un utilizzo dei trojan anche contro persone non indagate che potrebbe suscitare molte perplessità negli osservatori più critici di tali strumenti.

Altra misura degna di nota è che l’esecuzione materiale delle operazioni col captatore debba essere svolta solo dalla polizia giudiziaria, che non potrà avvalersi (come avviene oggi) di ausiliari. Come avevamo scritto qua , portare tutto sotto il controllo della polizia giudiziaria è considerato auspicabile da molti, anche se potrebbe non essere semplice.

I requisiti tecnici
Infine, vengono introdotti anche dei requisiti tecnici per i captatori. L’intento sarebbe di assicurare che i dati presenti sul dispositivo non vengano alterati o modificati e che le informazioni acquisite siano conformi a quelle originali. Questo perché «in assenza di idonee garanzie di genuinità del dato - scrivono gli estensori del testo - il captatore potrebbe infatti essere addirittura utilizzato per introdurre elementi incriminanti (per esempio, foto pedopornografiche) su un dispositivo all’insaputa del suo utilizzatore».

Dunque i programmi e gli strumenti informatici dovranno «possedere i requisiti stabiliti con regolamento del Ministro della Giustizia, di concerto con il Ministro dell’Interno e su parere conforme del Garante per la Protezione dei dati personali». Al riguardo si prevede un sistema di omologazione dei captatori, affidato all’Istituto Superiore delle comunicazioni e delle tecnologie dell’informazione (ISCOM); la creazione di un Registro Nazionale dei Captatori informatici; il diritto per la difesa di ottenere la documentazione relativa a tutte le operazioni eseguite tramite captatori, dalla installazione fino alla loro rimozione, e di verificare tecnicamente che i captatori in uso siano certificati; la possibilità di chiedere «l’ispezione del codice sorgente - previamente depositato presso un ente da determinarsi - e gli accertamenti tecnici informatici volti a verificare l’assenza di manipolazioni».

Infine, la proposta - sull’onda dei recenti casi di cronaca, si pensi all’indagine EyePyramid sui fratelli Occhionero - prevede un inasprimento delle pene per chi utilizzi quel tipo di strumenti a fini criminali.

Evoluzioni future
«Oggi questi strumenti vengono usati senza un impianto di garanzie e non sappiamo neanche quante sono le persone sottoposte a controllo», ha commentato Stefano Quintarelli. La proposta in effetti restringe l’utilizzo attuale dei captatori. Nello stesso tempo però alcuni dei limiti inseriti potrebbero saltare in aula. Ne è consapevole anche chi ha presentato il testo. «Noi ci siamo soffermati su delitti che attentano all’integrità dello Stato - ha commentato ancora Quintarelli - ma è una proposta di legge e quindi sarà il Parlamento a valutare e a considerare se, ad esempio, l’associazione a delinquere sia compatibile con questi strumenti».

Un’apertura a una estensione dei delitti previsti per l’utilizzo dei captatori che è inserita anche nel testo introduttivo della proposta. «Oltre a definire con cura le garanzie delle parti e del procedimento, i proponenti hanno ritenuto opportuno limitare il perimetro dell’utilizzabilità, ai soli reati che attentano alla integrità dello Stato. Sarà una approfondita riflessione nel Parlamento, sede del processo democratico, a poter stabilire il perimetro di utilizzabilità più appropriato».

Il percorso della proposta non sarà probabilmente né breve né immediato. E il dibattito su una legge complessa e delicata, dove anche un solo dettaglio tecnico pesa giuridicamente, sembra solo all’inizio. Nel mentre, il Gruppo Civici e Innovatori ha lanciato, per i prossimi giorni, una discussione aperta sul merito della proposta all’indirizzo forum.civicieinnovatori.it.

Le brigatiste irriducibili che non vogliono uscire dal carcere

repubblica.it
di MASSIMO LUGLI e CLEMENTE PISTILLI

Sono cinque, recluse da quasi trent'anni a Latina. Rifiutano di avere qualsiasi rapporto con quello che continuano a definire "lo Stato borghese"

Le brigatiste irriducibili che non vogliono uscire dal carcere
Rossella Lupo nel 1990, durante il rpocesso per l'omicidio di Roberto Ruffilli

Irriducibili. Chiuse nel loro passato di sangue, si aggrappano con tutte le forze a ideali ormai frantumati, usano il linguaggio degli anni di piombo, si chiamano "compagne" tra loro e rifiutano, con ostinazione incrollabile, qualsiasi rapporto con le istituzioni e con quello che continuano a definire "lo Stato borghese". Potrebbero uscire dal carcere, in semilibertà o ottenere facilmente benefici di legge o permessi temporanei con una semplice domanda ma nessuna di loro lo fa.

 Vagheggiano la lotta armata, inneggiano alla rivoluzione, si trincerano dietro slogan ormai sbiaditi dal tempo nonostante la stragrande maggioranza dei loro ex compagni, quelli che avevano imbracciato le armi come tanti altri di una generazione perduta, siano ormai liberi, tra pentiti, dissociati, graziati, collaboratori di giustizia.

È un mondo a parte, un mondo in bianco e nero quello della sezione di Alta Sicurezza del carcere di Latina, tetro istituto di pena costruito nel 1934, un rettangolo di mattoni color rosa spento, circondato da una barriera di metallo, dove, dalla fine degli anni 80, sono detenute le ultime cinque brigatiste ancora votate allo scontro senza quartiere. Si chiamano Susanna Berardi, Maria Cappello, Barbara Fabrizi, Rossella Lupo e Vincenza Vaccaro, hanno tutte una condanna all'ergastolo sulle spalle e un curriculum fatto di arresti, sparatorie, omicidi e rivendicazioni. Sono sulla sessantina, non parlano con nessuno che rappresenti, in qualche modo, un'istituzione e, a guardarle, sembrano tranquille signore che si avviano alla terza età e che, in qualche modo, cercano di curare aspetto e forma fisica (qualcuna non rinuncia a truccarsi). Per il resto, chiusura totale.

Negli ultimi mesi, al gruppo si sono unite altre due detenute politiche, Anna Beniamino e Valentina Speziale, provenienti dalle file del terrorismo anarchico. La stessa sezione di Alta Sicurezza, una versione un po' ammorbidita del carcere duro, è divisa in due piani: quella delle ex terroriste e quella delle donne condannate per mafia o narcotraffico. Nessun rapporto tra i due gruppi. Una sorta di gineceo blindato all'interno di un carcere maschile dove tutto sembra immobile da anni, il computer (ovviamente non collegato in rete) è arrivato soltanto di recente e poche delle detenute hanno mai usato un bancomat o un telefono cellulare.

Su questa piccola isola, unica nel suo genere nell'arcipelago carcerario, gravano alcune ombre, specialmente in un periodo in cui l'incubo del terrorismo nazionale e internazionale torna ad affacciarsi. Una sorveglianza a scartamento ridotto denunciata dal sindacato Ugl della polizia penitenziaria. "In tutta la sezione di alta sicurezza ci sono 35 detenute ma, per sorvegliarle, soltanto 13 agenti donne. Ne servirebbero almeno 4 o 5 per turno ma in servizio ce n'è soltanto una", denuncia il segretario nazionale Alessandro De Pasquale, che si è rivolto al prefetto di Latina e al Dap, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria. "In queste condizioni, garantire la vigilanza è praticamente impossibile".

Nadia Fontana, la direttrice del carcere, rifiuta educatamente, ma fermamente, qualunque colloquio con i cronisti. Eppure le sette recluse "politiche", almeno ideologicamente, non hanno mai deposto le armi e sono ancora un pericolo: nel corso delle indagini sull'omicidio di Massimo D'Antona, il giuslavorista assassinato a Roma, in via Salaria, il 20 maggio del 1999 (un omicidio che fu l'esordio di sangue delle Nuove Brigate Rosse), nelle celle delle irriducibili, a Latina, vennero trovate le bozze di un volantino di rivendicazione, scritte in parte a mano e in parte a macchina, nascoste tra le pagine di libri e riviste.

L'inchiesta si concentrò soprattutto su Maria Cappello, una figura emblematica del gruppo. Coinvolta nell'assassinio del sindaco di Firenze, Lando Conti, ucciso con 17 colpi di pistola il 10 febbraio 1986, è rinchiusa nella sezione di Alta Sicurezza da quando aveva 34 anni. Oggi ne ha 63. Ogni anno viene accompagnata con un mezzo blindato a Trani, per incontrare il marito, Fabio Ravalli, che sta scontando l'ergastolo per gli stessi reati, arrestato nell'88 in un covo di via della Marranella a Roma. "Anna", questo il suo nome di battaglia, aveva inventato una sorta di codice segreto, basato sul gioco degli scacchi, per sfuggire alla censura. A trovarla in carcere va, regolarmente, il figlio che abbandonò quando aveva 8 anni per entrare in clandestinità.

Costrette ad accettare i pochi incarichi remunerati disponibili, come la pulizia interna, le brigatiste, nel 2010, protestarono per la riduzione di queste opportunità: prima guadagnavano circa 400 euro e in seguito la paga si ridusse a 30. Ultimamente, grazie all'associazione Solidarte, si sono dedicate a lavori di artigianato in cuoio creando un piccolo marchio, "Pig" che ha un doppio significato: la pelle del maiale che usano per creare alcuni oggetti e la sigla "Pellacce in gioco".

Per far passare le interminabili giornate nelle celle singole e negli spazi riservati alla socialità, le ex terroriste hanno aderito per qualche tempo a un progetto dell'associazione "Centro Yoga e Shiatsu Shiayur". "Si sono consultate tra di loro e hanno detto sì" spiega il direttore, Rosario Romano. "Le ricordo intelligenti, educate, collaborative. A un certo punto però decisero di smettere: continuare a seguire il corso voleva dire accettare le istituzioni che loro rifiutano". Irriducibili.

Polonia, Istituto per la memoria: presto online lista delle SS ad Auschwitz-Birkenau

repubblica.it
di ANDREA TARQUINI

Quasi diecimila nomi, comprendenti anche quelli dei guardiani di corpi militari o paramilitari tedeschi o di Paesi alleati o satelliti del Terzo Reich: ucraini, lituani, lettoni, non polacchi. Spiega il presidente dell'Ipn: “L’inizio di un progetto deciso per correggere la distorsione che ha portato i media di tutto il mondo a definire 'campo polacco' la fabbrica della morte di Hitler"

I nomi che presto compariranno online sono quasi diecimila. Sono tutti ex SS o guardiani di corpi militari o paramilitari tedeschi o di paesi allora alleati o satelliti del Terzo Reich, tutti prestarono servizio ad Auschwitz-Birkenau, la ‘fabbrica della morte di Hitler’. Auschwitz-Birkenau com’è noto fu il più grande campo di sterminio nazista, costruito durante l’occupazione tedesca (1939-1945) nel territorio della Polonia occupata e brutalmente oppressa da Berlino. Adesso la lista, di prossima pubblicazione: l’ha messa insieme, e diffusa sulla rete, l’Istituto per la memoria nazionale (Instytut Pamieci Narodowei, IPN) polacco, un’istituzione legata alle autorità e creata dopo la fine della dittatura comunista (1989) per indagini storiche sul passato, dall’occupazione nazista a tutto quello che avvenne nella Polonia occupata per mano dei tedeschi, a tutti i crimini contro la nazione polacca, prima, durante e dopo la guerra.

Per l’esattezza, i nomi sono 9686. La sua compilazione è opera dello storico Aleksander Lasik, che se ne occupava dal lontano 1982, dell’IPN stesso e del Museo-memoriale di Auschwitz-Birkenau. Per metterla insieme, il team ha consultato archivi polacchi, tedeschi, austriaci, americani, russi e di altri paesi. “Non è che l’inizio di un ampio progetto deciso per correggere alcune distorsioni comunicative che nel passato hanno più volte portato i media di tutto il mondo a usare la definizione assurda ‘campo polacco’ per designare Auschwitz-Birkenau, campo nazista realizzato in territorio polacco”, ha detto il presidente dello IPN, Jaroslaw Szarek. “Un errore dovuto a volte all’ignoranza, a volte alla cattiva volontà, altre volte ancora mosso da una politica storica antipolacca”, egli ha aggiunto.

I documenti raccolti per la messa online comprendono per la maggior parte dei nomi data e luogo di nascita, nazionalità, dati sul servizio militare, e informazioni sull’eventuale appartenenza alla Nsdap (il partito nazionalsocialista tedesco con cui Hitler eletto nel 1933 fu al potere, con la sua brutale tirannide, fino alla disfatta militare nella seconda guerra mondiale nel 1945) o ad altre organizzazioni politiche. Di alcuni dei guardiani e dei militari delle SS l’istituto pubblica anche una foto, e negli archivi elettronici dello IPN sono pubblicate anche circa 350 sentenze emesse dopo la guerra in diversi Paesi contro guardiani del campo di sterminio.

“E’ stata un’impresa difficilissima, anche perché alla vigilia della disfatta nel 1945 i nazisti bruciarono moltissimi documenti”. La lista sarà poi ampliata con i nomi di SS e guardiani che prestarono servizio in altri campi di sterminio in cui il Terzo Reich attuò l’Olocausto, deciso nel 1942 alla Conferenza di Wannsee presso Berlino dai gerarchi del Reich e organizzato con atroce efficienza e precisione industriale dal capo delle SS Heinrich Himmler, dall’”architetto della Shoah” Adolf Eichmann, da molti altri colpevoli di crimini contro l’umanità. Secondo il direttore dello IPN, la lista potrebbe quindi arrivare alla fine a comprendere circa 25mila nominativi.

Secondo il direttore del Museo di Auschwitz, Piotr Cywinski, la ricerca è stata difficile, a causa appunto della distruzione sistematica dei loro archivi da parte dei nazisti. “Oggi - egli ha sottolineato - abbiamo più informazioni sulle vittime che non sulle SS”. L’Istituto ha recentemente lanciato un appello a tedeschi e austriaci a inviare allo IPN stesso tutti i ricordi e documenti dei soldati delle Waffen-SS, memorie, appunti, lettere private o foto, “per permettere agli storici di comprendere meglio la mentalità degli aguzzini”.

Il numero due dello IPN, Mateusz Szptyma, ha messo in rilievo che nella lunga lista sono stati trovati, oltre a molti nomi tedeschi, anche nomi di complici ucraini, lituani o lettoni, ma non di polacchi. “I tedeschi tentarono di reclutare persone nella Polonia occupata per quel lavoro atroce, ma lo Stato clandestino guidato dall’Armia Krajowa, l’efficiente Resistenza polacca in collegamento col governo polacco in esilio a Londra, ordinò di non rispondere, e quindi il reclutamento nazista fallì.

Non è chiaro quanti dei quasi diecimila esecutori dell’Olocausto i cui nomi sono compresi nella lista dello IPN siano ancora vivi, e quanti siano morti. Né se i soli processati siano quei 350 delle sentenze pubblicate dall’istituto. E gli esperti, al Centro Simon Wiesenthal per la caccia ai criminali nazisti, come alla Zentralstelle tedesca che da anni indaga a sua volta sui complici della Shoah ancora vivi e magari liberi, con vera o falsa identità, pongono anche un’altra domanda. E cioè, se i nomi pubblicati online dall’istituzione polacca siano già noti alle autorità giudiziarie tedesche oppure no.

Negli ultimi anni la Germania ha processato e condannato alcuni ex guardiani e militari nei campi di sterminio. In altri Paesi, come in Ungheria, ci sono state invece sentenze di assoluzione. Si è sempre trattato di persone che per ovvie ragioni anagrafiche, visti i decenni passati, sono andate alla sbarra novantenni o ultranovantenni: erano arrivati a un’età cui il nazismo non permise di arrivare alle sue vittime, oltre sei milioni di ebrei assassinati, e poi, uccisi anch’essi nei Lager, oppositori politici, rom, omosessuali, altre minoranze.

Tradimento omosessuale: non è adulterio?

La Stampa
G.M.

Secondo alcune normative in merito al divorzio, se l’infedeltà avviene con una persona dello stesso sesso non è adulterio

tradimento omosessuale

Una delle motivazioni valide per richiedere il divorzio è l’adulterio. Chi subisce un tradimento e ne ha le prove può chiedere in sede di separazione l’addebito per colpa. Far ricadere cioè sul partner infedele la responsabilità del divorzio e farsi pagare i danni. Questo accade anche in Gran Bretagna, dove il tradimento fa parte delle 5 ragioni per cui si può chiedere il divorzio. Tuttavia, si legge sul sito del Governo britannico, se si tratta di un tradimento omosessuale, no. Ovvero, se l’infedeltà è avvenuta con una persona dello stesso sesso, non lo si può considerare un adulterio. Quindi non si può divorziare. E questo vale anche per i matrimoni gay.

Se scopri un tradimento omosessuale non puoi divorziare

Una normativa che difficilmente sta al passo con i tempi, visto che tutte le ricerche dimostrano che sempre più persone, soprattutto i giovani, si dichiarano bisessuali. Eppure reale: “non conta come adulterio se (il marito o la moglie) hanno avuto rapporti sessuali con qualcuno dello stesso sesso. Anche quando si è in un matrimonio tra persone dello stesso sesso”. Il tradimento omosessuale non conta.

L’infedeltà è considerata adulterio solo se eterodiretta. Gay e lesbiche praticamente non possono chiedere il divorzio per adulterio, secondo questa logica, a meno che non tradiscano con persone del sesso opposto. Lo scorso anno la BBC ha riportato il caso eclatante di una donna che ha scoperto di essere stata tradita dal marito con un uomo per anni. Ma non ha potuto chiedere il divorzio basandosi sull’adulterio.

In Italia

In Italia la questione non è così esplicitamente spiegata. Tuttavia, visto che anche qui la bisessualità è in aumento, e le persone di età adulta sono sempre più propense a fare coming out, aumentano i casi di divorzio dove di mezzo c’è l’infedeltà commessa con qualcuno dello stesso sesso. Nel nostro paese sta al giudice interpretare la questione. Mentre per quanto riguarda le coppie gay, la questione nemmeno si pone perché in Italia non esiste il matrimonio tra persone dello stesso sesso. E nel DDL sulle unioni civili non vi è l’obbligo di fedeltà.

La Cassazione, con la sentenza n. 7207/09, si è pronunciata relativamente ad un tradimento omosessuale equiparandolo, in termini di gravità e addebitabilità della separazione, ad una infedeltà eterosessualescrive l’avvocato Gassani, presidente Nazionale dell’Associazione Matrimonialisti Italiani. E aggiunge che, secondo una ricerca del loro centro studi il 7% dei tradimenti è a sfondo omosessuale. Insomma, non sarà tempo che le leggi si mettano al passo con i tempi?

Addio carta di credito, ecco l’anello intelligente per pagare nei negozi

La Stampa
carlo lavalle

Tappy arriva da Hong Kong, ha un’antenna NFC integrata e non deve essere ricaricato. Sarà in vendita in primavera



Sembra un normale anello ma invece è un gadget intelligente che, indossato al dito, si può utilizzare per pagare gli acquisti effettuati in negozio. Parliamo di Tappy che è stato creato da un’azienda di Hong Kong, Tappy Technologies, e presentato all’ultima fiera CES di Las Vegas. L’anello consente di realizzare una transazione semplicemente avvicinandosi a un terminale PoS per il pagamento in modalità contactless (senza contatto).

Tappy, che ha un’antenna NFC integrata e non deve essere ricaricato, è, inoltre, collegato ad un’app smartphone connessa al conto bancario del cliente. Il gadget verrà venduto negli Stati Uniti al prezzo di 100 dollari a partire da aprile 2017. L’anello è realizzato in ceramica, non in metallo per evitare interferenze con la comunicazione via wireless, e, almeno 10 grandi marchi, secondo Wayne Leung, amministratore delegato e fondatore di Tappy, sono disponibili ad acquisire il prodotto per metterlo in commercio.

La società di Hong Kong punta sulla diffusione della tecnologia contactless - presente in supermarket, fast food e parcheggi auto - per abilitare, oltre alle carte elettroniche, i gadget indossabili come mezzi di pagamento per piccole transazioni. Anche braccialetti e smartwatch possono essere usati con questa funzione. Tappy Technologies promette di trasformare con la tecnologia i dispositivi wearable senza però comprometterne il design che dovrà rimanere accattivante e all’altezza della qualità degli oggetti di marca.

L’idea di un anello intelligente da usare come sistema di pagamento ha già un precedente con Kerv che è stato lanciato nel 2015 con una campagna sul sito di crowdfunding su Kickstarter, ma non ancora introdotto sul mercato.

È stata tua la colpa

La Stampa
mattia feltri

Tele Radio Amatrice, che da cinque mesi trasmette dal salotto del sindaco Sergio Pirozzi, chiude per tre giorni. Pirozzi protesta con alcuni concittadini troppo preoccupati per i loro beni, e poco per il bene di tutti. Hanno perso di vista quello che è realmente successo, ha detto, e quando si ragiona così le comunità muoiono. Se il sindaco, dopo pubbliche e robuste denunce di ritardi e inefficienze, critica i paesani e minaccia di dimettersi, avrà delle ragioni che è giusto non dettagliare qui: gli amatriciani hanno vissuto e vivono un dolore e un lutto e una precarietà a cui ci si accosta a bocca chiusa, e non pensiamo certo di fargli il processo sul giornale. Piuttosto non capitava da un po’ che un politico strapazzasse gli elettori, ricordandogli che la prosperità di un gruppo è affare di tutti, nessuno ne è irresponsabile, e la politica porta gravi mancanze ma spesso è un comodo capro espiatorio. 

Lo aveva già detto John F. Kennedy: «Non chiederti che cosa il tuo Paese può fare per te, chiediti che cosa puoi fare tu per il tuo Paese». È una delle massime più citate e disattese della storia dell’umanità, perlomeno qui in Italia. Il populismo, non quello di un partito o dell’altro, ma quello coccolato nei nostri migliori alibi, è anche dare la colpa a un altro per quello che avremmo potuto fare noi. Così, se a qualcuno nei prossimi tempi venisse in testa di fare la rivoluzione, speriamo si ricordi che in molti hanno già preteso di cambiare il mondo limitandosi a cambiare gli altri.