lunedì 30 gennaio 2017

Delocalizzati anche i Tir: "Così gli autisti dell’Est si prendono la strada"

repubblica.it
MARCO PATUCCHI

In viaggio con un trasportatore italiano su un camion tra Treviso e la Slovenia. Il dumping sul costo del lavoro taglia i posti e riduce la sicurezza. "Il nostro mondo non c'è più"

Delocalizzati anche i Tir: "Così gli autisti dell’Est si prendono la strada"

"Qui intorno ci sono centinaia di cantine che producono prosecco, da Porto Marghera lo spediscono anche in America. Eppure noi non ne trasportiamo neanche una bottiglia...". Luciano sorride ironico mentre il Tir affronta lentamente una delle tante rotonde della strada che da Treviso va verso il mare sfilando tra vigneti e centri commerciali. Le Dolomiti appena velate di neve sembrano fantasmi lontani sull'orizzonte. Capelli brizzolati, lo sguardo tagliente di un felino, è al volante di un gigante da quindici tonnellate, 650 litri di gasolio e centomila euro di valore.

Normalmente trasporta prodotti siderurgici, coils e tondini che aggiungono al camion altre quaranta tonnellate, ma oggi nel rimorchio c'è un carico "leggero" di stoviglie di plastica da portare in Slovenia: siamo partiti dalla campagna trevigiana subito dopo pranzo, la prima tappa è a Zalec, stasera, dove Luciano dormirà nella cuccetta del Tir fermo in un parcheggio ("magari uno di quelli attrezzati con i bagni e le docce, qui in Italia non li trovi") e domani mattina scaricherà parte dei pallet.

Poi altre centinaia di chilometri fino a Maribor per consegnare tutto il resto e il ritorno attraverso l'Austria dove caricherà tavole di legno. "Ecco, con questo fornelletto scaldo i pasti preparati da mia moglie. In giro non si mangia più bene come una volta e per un autista mangiare sano è importante, si lavora meglio, più sicuri. Poi le voglio dire un'altra cosa: sente come viaggiamo senza vibrazioni del rimorchio? Con un carico così leggero se i pallet non fossero sistemati a regola d'arte e se la manutenzione del mezzo non fosse perfetta, adesso staremmo qui a ballare.

Ma ormai siamo rimasti in pochi a lavorare come si deve...". Ancora quel sorriso ironico di Luciano. La rivendicazione di una professionalità davanti al fenomeno che da qualche anno sta scuotendo il mondo dei trasporti su gomma del nostro Paese, cancellando posti di lavoro e aziende, proiettando ombre sui livelli di sicurezza stradale. L'ennesimo danno collaterale delle delocalizzazioni. È un'ondata di autisti dai Paesi dell'est europeo (polacchi, bulgari, rumeni...), con costo del lavoro molto più basso, quasi del 50% secondo alcune stime, di quello dei trasportatori italiani: guidano per ditte dei loro Paesi d'origine (magari create da imprenditori italiani) che fanno cabotaggio qui in Italia o sono assunti direttamente da aziende di trasporto italiane con la pratica dei distacchi.

L'obiettivo finale è sempre lo stesso: abbattere la tariffa del servizio di trasporto offerto, così da vincere la competizione sul mercato. E le aziende committenti che naturalmente a loro volta possono fare economia di scala scegliendo società di trasporti meno onerose. La classica filiera della delocalizzazione e i relativi sconquassi: tra il 2003 e il 2015 il traffico in entrata su gomma nel nostro Paese coperto dalle imprese italiane è crollato del 60%, vale a dire circa 3 miliardi di euro di fatturato persi, mentre nel contempo per le imprese di trasporti dell'Europa dell'est la crescita è stata addirittura del 700%. La quota delle aziende italiane è scesa dal 32,7 al 12%, quella delle ditte dell'est è passata dal 7 al 53%. Numeri devastanti per un settore che, oggi, dà lavoro a circa 250mila autisti (110mila dipendenti diretti e il resto lavoratori autonomi, i cosiddetti "padroncini").

La paga media di un autista professionale italiano può superare i 2000 euro netti mensili (circa 1500 di base più le varie indennità di trasferta), quasi il doppio in certi casi rispetto a quanto guadagnano i colleghi dell'est. Ma la recessione e la delocalizzazione hanno sconvolto tutto, fino agli estremi di trasportatori italiani che negli anni peggiori della crisi, pur di lavorare, erano pronti a restituire cash parte dello stipendio segnato in chiaro nella busta paga o di ditte che hanno detratto dalla paga di autisti stranieri l'affitto della cuccetta nella cabina del camion utilizzata di domenica. Una giungla. Un'altra guerra tra poveri. "Per chi, come noi, vuole operare rispettando la dignità di tutti, si è fatta dura - ci ha detto Loris Luca, titolare insieme ai fratelli dell'impresa dove lavora Luciano –.

È anche una questione di sicurezza, perché gli autisti dell'est sono certamente bravissime persone, ma la cultura e la professionalità che c'è dietro la formazione di un autista italiano là se la sognano. In quei Paesi quello dell'autista viene considerato lavoro di bassa professionalità, mentre qui da noi per prendere la patente servono fino a 4000 euro ". La sicurezza stradale, appunto. Le regole prevedono un tetto massimo di 90 ore al volante nell'arco di due settimane, con un limite giornaliero di 10 ore e pause obbligatorie di 45 minuti ogni 4 ore e mezza e un riposo minimo di 24 ore a settimana.

"Noi le regole sulle ore di guida le rispettiamo, gli altri non lo so...", spiega Luciano mentre è al volante circondato da strumenti che fanno somigliare la cabina del camion a quella di un aereo: sul parabrezza i telepass di sei Paesi diversi; poi il tachigrafo digitale che registra ogni spostamento, la velocità e i tempi di guida; il computer di bordo per archiviare rifornimenti e dati burocratici; addirittura la strumentazione satellitare che consente alle autorità tedesche di monitorare il Tir mentre attraversa la Germania. "Ma sicurezza sono anche le procedure di carico e ancoraggio delle merci - insiste Luciano - . In caso di incidente, davanti alla legge siamo responsabili noi autisti. Le aziende committenti le trascurano troppo spesso".

Francia, Germania e, da poco, anche l'Austria si sono attrezzate per contrastare il dumping degli autotrasportatori dell'est, con norme ferree sui distacchi e sul salario minimo per i trasporti che partono o arrivano nel Paese. Tra l'altro, l'obbligo di tenere a bordo la documentazione in doppia lingua su retribuzione e sugli altri dettagli, con sanzioni che arrivano a 20mila euro in caso di recidiva. "È una beffa per noi - protesta il presidente di Conftrasporto- Confcommercio, Paolo Uggè -. Quando transitiamo nei Paesi che si sono dati queste regole affrontiamo fardelli burocratici al limite dell'umano, mentre gli autisti stranieri entrano e escono dall'Italia senza gli stessi vincoli. Serve uno status europeo del lavoratore mobile contro il dumping sociale: è ora che il nostro governo si faccia sentire".

Luciano, invece, ha poca voglia di parlare di politica e di governi. Per lui l'Europa è un tutt'uno, visto che ogni giorno la attraversa in lungo e in largo. Mentre scendono le ombre della sera, si avvicina il confine con la Slovenia e per strada incontriamo soltanto camion, ci racconta che il lavoro del trasportatore è cambiato anche per altre cose: "Noi italiani siamo sempre di meno e sempre più anziani. Non si socializza più tra colleghi ai parcheggi o nelle soste alle dogane. Ci sono internet, le chat, Skype. Quando siamo fermi ci chiudiamo in noi stessi o parliamo online con la famiglia. E poi questa urgenza di viaggiare il più possibile... ".

A Vaccolino, dalle parti di Comacchio lungo la strada Romea, c'è un bar da sempre "regno" dei camionisti. Era aperto ventiquattro ore su ventiquattro, adesso chiude alle dieci di sera. Appena entri un cartello avverte: "Qui il wi-fi non funziona, parlate tra di voi".

Figlio nazista, non ti avrò

La Stampa
mattia feltri

Sarebbe stato bello se ieri, lungo la Giornata della Memoria, qualcuno avesse ricordato con affetto Bettina Göring, nipote di Hermann, il Feldmaresciallo, il numero due del Reich di Adolf Hitler, il morfinomane, l’eroe della Prima guerra mondiale al fianco del Barone Rosso, il criminale della guerra successiva. Hermann era lo zio, e padre adottivo, del padre di Bettina. Non c’è nemmeno tutto questo sangue in comune. Bettina è nata nel 1956, dieci anni dopo il suicidio con cui il nonno sfuggì all’impiccagione dopo il processo di Norimberga. Appena è diventata adulta se n’è andata dalla Germania e dall’Europa, via, lontano dalla terra del disastro.

L’hanno rintracciata nel 2009 a Santa Fe, New Mexico, dove vive in una comunità e pratica la medicina alternativa. Si è lasciata intervistare e ha spiegato che di figli non ne ha, per scelta. E per paura che la scelta non bastasse, che il destino o la sorte le giocassero uno scherzo, a trent’anni s’è fatta sterilizzare: «Mi sono sentita responsabile delle azioni della mia famiglia, quindi mi sono sentita responsabile della Shoah. Sono diventata sterile per non creare altri Göring». Come sono incredibili i paradossi della vita. Bettina ha cercato così fermamente di allontanarsi dal nonno che ha finito per sbattergli addosso: lui credeva nelle razze, e che le razze cattive perpetuassero il male che hanno dentro; lei non ha voluto perpetuare il male che credeva di avere dentro di sé. 

Giorno della memoria: la strage dei disabili che mise in crisi Hitler

Corriere della sera

di Silvia Morosi e Paolo Rastelli | @MorosiSilvia @paolo_rastelli

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».  (Legge 20 luglio 2000, numero 2011, Articolo 1)

aktion

«Chi non è sano e degno di corpo e di spirito, non ha diritto di perpetuare le sue sofferenze nel corpo del suo bambino. Qui, lo Stato nazionale deve fornire un enorme lavoro educativo, che un giorno apparirà quale un’opera grandiosa, più grandiosa delle più vittoriose guerre della nostra epoca borghese». Queste parole di Adolf Hitler contenute in Mein Kampf (La mia battaglia), il libro scritto mentre il futuro dittatore era in carcere per il fallito tentativo di colpo di Stato a Monaco di Baviera nel 1923, furono il substrato ideologico per alcuni dei meno noti (in termini relativi) crimini nazisti: prima la sterilizzazione dei portatori di handicap psichici, poi la loro eliminazione fisica e infine la strage di bambini disabili che ebbe luogo in Germania tra il 1933 (anno della presa del potere da parte del nazionalsocialismo) e la fine della Seconda guerra mondiale.

La vergogna dei medici. Deciso ai massimi livelli e portato a termine da medici totalmente dimentichi, per paura o convenienza, del giuramento di Ippocrate, soprattutto il massacro dei bambini e degli adulti disabili è passato alla storia per essere stato l’unico crimine che il regime decise di sospendere sotto le pressioni dell’opinione pubblica. Sospensione più di facciata che effettiva, visto che, come ricorda l’eccellente voce Aktion T4 della versione italiana di Wikipedia, l’ultimo bimbo soppresso fu Richard Jenne, 4 anni, ucciso il 29 maggio 1945, 21 giorni dopo la fine della guerra in Europa.

Tuttavia il processo venne, se non fermato, sicuramente rallentato dalle pressioni della Chiesa cattolica e dalla protesta che montava nel popolo tedesco per la strage degli innocenti. Protesta che forse (mancano le testimonianze dirette) portò all’unica contestazione pubblica del dittatore che peraltro, da parte sua, non firmò mai un ordine esplicito, ben conscio che la sua immagine ne avrebbe sofferto perfino in un regime che, come quello nazista, metteva il culto del capo, del Führer infallibile, al centro del proprio sistema ideologico.

Adolf Hitler (al centro). A destra il capo delle SS Heinrich Himmler
Adolf Hitler (al centro). A destra il capo delle SS Heinrich Himmler

Aktion T4. Il programma tedesco di sterilizzazione e sterminio, che prese il nome di Aktion T4 (Programma T4) dalla palazzina berlinese al numero 4 di Tiergartenstrasse dove aveva sede il suo centro nevralgico, portò alle estreme conseguenze i concetti di igiene razziale, eutanasia ed eugenetica che tra le due guerre non furono affatto una prerogativa della sola Germania.

Come fa notare Ian Kershaw, il principale biografo di Hitler, nel saggio All’inferno e ritorno appena pubblicato in Italia da Laterza, l’eugenetica derivava dal darwinismo sociale ed era considerata una scienza progressista ben prima della Grande Guerra, con estimatori del calibro dell’economista John Maynard Keynes, degli scrittori H.G. Wells e D.H Lawrence e del commediografo George Bernard Shaw. Si pensava che selezionando gli esemplari di razza umana  si sarebbero eliminate, scrive Kershaw, «le caratteristiche che producevano la criminalità, l’alcolismo, la prostituzione e le altre forme di comportamento “deviante”». Quando l’eugenetica che auspicava l’eliminazione degli «inadatti» si incrociò con il razzismo e la «purezza di sangue» predicate dal nazismo, si creò una miscela esplosiva in cui maturarono i peggiori eccessi.

Migliorare la razza. Due furono gli elementi nuovi che contribuirono a radicalizzare la situazione. Prima di tutto le enormi perdite di uomini giovani e vigorosi durante la Grande guerra, (mentre i deboli e i malati erano più o meno sopravvissuti) fecero temere un peggioramento genetico della popolazione cui era considerato indispensabile porre rimedio. E poi la Grande depressione degli Anni Trenta, che ridusse di molto le risorse pubbliche da destinare all’assistenza dei disabili. Così uno dei primi atti del nazismo trionfante, mentre si procedeva alla demolizione della democrazia e alla persecuzione ed eiminazione degli avversari politici, fu la decisione di migliorare la razza attraverso la sterilizzazione coatta di tutti i portatori di handicap psichici.

La prima legge in proposito, promulgata nel luglio del 1933, riguardava «le persone affette da una serie di malattie ereditarie – o supposte tali – tra le quali schizofrenia, epilessia, cecità, sordità, corea di Huntington e ritardo mentale», nonchè gli alcolisti cronici e numerose prostitute. Nel periodo di vigore pieno della legge, più o meno fino al 1939, si calcola siano state sterilizzate tra le 200 mila (secondo Robert Jay Lifton, autore del libro I medici nazisti) e le 350 mila persone.

Un manifesto del 1936: Il tedesco ariano sopporta il peso ei disabili e degli inferiori
Un manifesto del 1936: Il tedesco ariano sopporta il peso ei disabili e degli inferiori

«Vite indegne di vita». Più o meno in parallelo con la sterilizzazione, Hitler lanciò il progetto dell’eliminazione fisica dei malati incurabili, quelle che lui chiamava «vite indegne di vita». Ma l’iniziative prese il via soprattutto con lo scoppio della Seconda guerra mondiale: le risorse finanziarie e sanitarie andavano impiegate per la cura dei soldati feriti e mutilati e non per i malati incurabili. Il processo prevedeva il censimento, chiesto a ospedali, case d’infanzia, case di riposo per anziani e sanatori, di «tutti i pazienti istituzionalizzati da cinque o più anni, i “pazzi criminali”, i “non-ariani” e coloro ai quali era stata diagnosticata una qualsiasi malattia riportata in un’apposita lista.

Questa lista comprendeva schizofrenia, epilessia, corea di Huntington, gravi forme di sifilide, demenza senile, paralisi, encefalite e, in generale, “condizioni neurologiche terminali” (Wikipedia)». Lo sterminio, attuato prima con iniezioni letali e poi con il sistema più veloce dell’avvelenamento con monossido di carbonio , fece un numero di vittime stimato tra le 75 e le 100 mila fino all’agosto del 1941, quando venne ufficialmente sospeso (la cifra non comprende i disabili non tedeschi uccisi nei territori occupati dai tedeschi nel corso della guerra). Tuttavia le uccisioni continuarono e andarono poi a confluire nel più grande programma di sterminio razziale degli ebrei e degli altri «esseri inferiori», al quale venne anche applicata l’esperienza maturata con l’uso del gas asfissiante.

«Centri pediatrici speciali». Per quanto riguarda invece i bambini, le vittime furono circa 5 mila tra il 1938 e il 1941, anche in questo caso con il sistema dell’iniezione letale. Gli ospedali ricevettero l’ordine di segnalare i piccoli «di età inferiore ai tre anni nei quali sia sospetta una delle seguenti gravi malattie ereditarie: idiozia e sindrome di Down (specialmente se associato a cecità o sordità); macrocefalia; idrocefalia; malformazioni di ogni genere specialmente agli arti, la testa e la colonna vertebrale; inoltre le paralisi, incluse le condizioni spastiche». I piccoli pazienti venivano sottratti ai genitori con la scusa del trasferimento in «centri pediatrici speciali» dove avrebbero ricevuto cure migliori e dove invece venivano uccisi, sezionati a scopo «scientifico» e poi cremati.

La causa ufficiale della morte era «polmonite».  Tutti questi programmi di sterminio erano stati preceduti, nel periodo prebellico, da un’intensa opera di propaganda nelle scuole e nelle organizzazioni giovanili del partito nazista, nonchè tramite la diffusione di film, poster, libri e opuscoli tesi a suggerire la necessità della selezione genetica e dell’eliminazione dei disabili per evitare loro altre sofferenze e risparmiare denaro a beneficio del resto della popolazione. Agli scolari tedeschi venivano proposti problemi come questo: «Un pazzo costa allo Stato 4 marchi al giorno. Uno storpio 4,50, un epilettico 3,50. Visto che la quota media è di 4 marchi al giorno e i ricoverati sono 300.000, quanto si risparmierebbe complessivamente se questi individui venissero eliminati?».

Un tour nel ghetto ebraico di Roma tra tesori d’arte e cucina kosher

La Stampa
marta ghelma



Forse non tutti sanno che a Roma vive la Comunità Ebraica più antica del mondo occidentale. Per scoprirla, il mio consiglio è di seguire Micaela Pavoncello nei suoi interessantissimi Jewish Tour alla scoperta del Ghetto. 


L’itinerario inizia dal Tempio Maggiore, la principale sinagoga di Roma, dove si danno appuntamento i 16mila ebrei che attualmente vivono nella Capitale. La visita all’annesso Museo Ebraico racconta i secoli del Ghetto, dalla sua fondazione nel 1555 alla sua abolizione nel 1870, mostrando l’impressionante raccolta di argenti, tessuti, marmi, calchi, documenti e pergamene custodita nelle sei sale espositive. Passeggiando per questo minuscolo quartiere di appena quattro isolati (per la precisione, 250 x 200 passi!) è incredibile constatare come, a distanza di oltre duemila anni, il Ghetto riesca ancora a concentrare un piccolo, grande mondo ancora vivo di voci e personaggi.



Il tour continua con uno “stop and go” davanti alle vetrine dei Limentani, da sette generazioni “cocciari” di papi e capi di Stato, per poi concentrarsi sui luoghi della cucina kosher, cioè preparata secondo le regole alimentari dettate dalla Torah. Chi nutre una vera e propria passione per la buona tavola non rimarrà certo deluso dai piatti “forti” della cucina giudaico-romanesca, una delle più antiche della nostra Penisola. La povertà mista all’ingegnosità, infatti, ha dato vita nei secoli alle ricette che si possono gustare negli ottimi ristoranti del quartiere quali la Taverna del Ghetto, Da Nonna Betta e Sora Margherita, dove se non finisci quello che hai nel piatto devi vedertela con i camerieri.



Tra i nomi dei piatti da appuntarsi ci sono i classici carciofi alla giudìa, la concia di zucchine, il tortino di aliciotti con l’indivia, lo stracotto di manzo e il brodo di pesce. Quest’ultima specialità nacque durante il Medioevo, quando le donne del Ghetto iniziarono a bollire gli scarti del pesce accatastati attorno alla chiesa di Sant’Angelo in Pescheria. Proprio in quell’epoca, infatti, a pochi passi dal Teatro di Marcello, aveva luogo il mercato del pesce.



Prima di concludere il tour, l’ultima puntata è da Boccione, il minuscolo paradiso dei dolci kosher dove un esercito di signore indaffarate sforna e serve torte di visciole, pizze ebraiche, ginetti e amaretti di pasta di mandorle. Per saperne di più sulla storia del Ghetto e non solo, infine, in via del Tempio 2, c’è la libreria ebraica Kiryat Sefer. Buona scoperta.

Una cartella da 17 milioni al clochard «Mi hanno rubato l’identità»

Corriere della sera

di Lilli Garrone

Mario Silvestri si è visto recapitare questa lettera da Bancoposta in via Dandolo 10. Da accertamenti risulterebbe dal 2003, amministratore unico di due società (una poi chiusa), che fanno commercio di auto



Senza fissa dimora, neppure un euro sul bancomat, ma con una cartella esattoriale da quasi 18 milioni di euro, 17.905.307,86 per la precisione. «Ero milionario e non lo sapevo»: ha voglia di scherzare Mario Silvestri che si è visto recapitare questa lettera da Bancoposta in via Dandolo 10, il primo domicilio della Comunità di Sant’Egidio per coloro che non hanno una casa.
Bloccato il conto con 59 euro
E gli hanno anche bloccato tutto quello che aveva sul banco-posta, 59 euro. «Sono andato per prendere gli ultimi 50 euro - racconta - e non mi davano nulla. Allora sono andato alla posta centrale e mi hanno detto: “lei è stato bloccato per riciclaggio”. E in via Dandolo ho trovato la lettera». E mostra il foglio dove gli si richiede la cifra milionaria e dove è scritto che si deve presentare al Tribunale di Roma il 16 gennaio. «Io sono andato - dice Mario Silvestri - senza avvocato perché mi difendo da solo. Ma non c’era nessuno». Chi lo conosce racconta che dorme dove capita da almeno venti anni.
Comparsa nei film
E lui spiega ancora che il suo lavoro è quello della comparsa nei film, che ha avuto una borsa di studio al Dams attualmente bloccata perché non ha dato l’esame di francese, e di aver fatto il protagonista in un film tedesco «The clone». Sicuro che è tutto qui? Mai accettato di fare il prestanome? «Una volta mentre dormivo in macchina - è la risposta - mi si sono avvicinati dei personaggi che girano e mi hanno fatto la proposta: ho accettato perché non avevo niente e mi hanno dato dei soldi, le scarpe e da mangiare. Ma poi nel 2005 ho chiuso tutto e nel 2007 sono finito in ospedale».

Che sia vittima di personaggi oscuri, di un raggiro, di una «truffa carosello», come viene chiamata, oppure il protagonista, sarà la giustizia a stabilirlo. Da un breve accertamento risulta che Mario Silvestri dal 2003 è amministratore unico di due società (una poi chiusa), che fanno commercio di auto. Nel 2004 arriva un accertamento dell’Agenzia delle Entrate di Albano laziale che contesta l’evasione di Iva e Irpef per 16 milioni di euro. Non vi è alcuna opposizione ed iniziano ad arrivare numerosi solleciti fino a che l’Agenzia delle Entrate affida ad Equitalia la riscossione del debito. Per ora lui dice: «Mi hanno rubato l’identità».

28 gennaio 2017 | 07:53

“Qui in Posta non si può allattare al seno”: la frase choc denunciata da una giovane mamma su Facebook

La Stampa
alessandro nasi

Il ministro Madia: «Subito una direttiva per tutta la pubblica amministrazione»



«Qui in Posta non si può allattare al seno». La frase che sta facendo il giro del web è del direttore dell’ufficio centrale di Biella, in via Pietro Micca, che si è rivolto così a Francesca Castelli, giovane mamma biellese di un bimbo di 3 mesi che questa mattina si trovava in Posta. Di fronte al pianto del neonato, la ragazza prima lo allatta al seno e poi chiede al personale dell’ufficio se è possibile avere a disposizione un bagno per cambiare il bambino, ma in tutta la sede non è presente un bagno attrezzato e la ragazza è costretta a cambiare il piccolo dentro il passeggino dietro a un cartellone.

«Ma appena finito di cambiarlo arriva un uomo che si presenta come il direttore delle Poste che inizia a sbraitare, dicendo cose fuori luogo e soprattutto che in pubblico non si può allattare al seno, ma solo con il biberon - racconta Francesca -. Io ci sono rimasta malissimo, solo un uomo può pensare certe cose. Mi sono sentita offesa». La ragazza, su invito di altre mamme che hanno risposto al suo appello su Facebook, sta pensando di organizzare un flash mob «pacifico» davanti alle Poste nei prossimi giorni.

E questa sera è intervenuta via Twitter anche il ministro Madia che ha scritto: «In alcun luogo dovrebbe essere vietato l’#allattamento. Subito una direttiva per tutta la #PA». 

Il post mortem sui social network: ecco come fare testamento dei nostri profili

Corriere della sera

di Andrea de Cesco
Da Facebook a Twitter, ecco le soluzioni ideate per quando la nostra vita - anche virtuale - finirà. Tra contatti eredi e profili commemorativi ecco le dritte per pensare con anticipo al destino dei nostri profili ma anche dei dati condivisi con siti e browser

I social post mortem

Se è vero che ormai non c'è più distinzione tra reale e virtuale, è giunta l'ora di iniziare a preoccuparci con maggiore serietà dei nostri avatar. Arriverà un momento in cui la nostra vita in carne e ossa finirà. Che cosa succederà allora al mondo che nel corso degli anni abbiamo costruito sui social network? E dei migliaia, milioni di dati che conserviamo online (spesso senza nemmeno saperlo)? Non sorprende che un gigante da oltre 1,7 miliardi di iscritti come Facebook si sia già mosso in tal senso. Lo stesso vale per Google e, in parte, per Twitter. Altri social invece non hanno ancora stabilito con chiarezza come comportarsi nei confronti di un utente deceduto, o se offrire la possibilità di creare preventivamente un testamento digitale. Ma andiamo a vedere nei dettagli che cosa prevedono al momento i principali social network, a partire dal colosso di Mark Zuckerberg.


Facebook e il contatto erede

Clicca su "impostazioni" e poi su "protezione". È in questa sezione che troverai la voce "contatto erede". Si tratta di una persona fidata scelta tra i tuoi amici di Facebook che si occuperà del tuo account nel momento in cui dovesse succederti qualcosa. Una volta che il tuo profilo sarà reso commemorativo, il contatto erede potrà scrivere un post fissato in alto nel tuo diario, rispondere alle nuove richieste di amicizia, aggiornare l'immagine di profilo e di copertina. In aggiunta, puoi autorizzarlo sin da ora ad archiviare i tuoi dati. Ma il gigante di Cupertino ha pensato anche all'aspetto della privacy.

Il contatto erede infatti non potrà accedere al tuo account, modificare foto, post o qualunque altra cosa che sia stata condivisa sul tuo diario, leggere i tuoi messaggi e rimuovere i tuoi amici. Nel caso in cui invece tu voglia semplicemente che il tuo account Facebook scompaia con te, non devi fare altro che richiedere l'eliminazione del profilo in caso di decesso. Non appena ne avrà ricevuta notizia (dai tuoi amici o famigliari, si presume), il team di Zuckerberg provvederà a cancellare definitivamente tutto il tuo mondo virtuale.


Instagram e l'account commemorativo

Come si legge nel centro assistenza del social, anche su Instagram si può creare un account commemorativo. Ma in questo caso non c'è la possibilità di lasciare alcun «testamento». Il profilo diventa commemorativo solo se qualcuno segnala, a posteriori, che appartiene a una persona deceduta. Affinché Instagram proceda ci vuole però una sorta di certificato che provi la morte dell'utente, anche solo il link a un necrologio o a un articolo di giornale. Il social (che nel 2012 è stato acquistato da Facebook) non permette però a nessuno di accedere a un account commemorativo, che tra l'altro non è visibile nella tab "Cerca ed esplora". In alternativa, i parenti stretti - muniti di certificato di nascita e certificato di morte della persona deceduta e di un documento che attesti il loro ruolo di rappresentante legale - possono chiedere che il profilo venga rimosso.


Google e il fiduciario dell'account

Per configurare il proprio profilo Google post mortem bisogna accedere al proprio account personale, cliccare su "Informazioni personali e privacy" - "Gestisci le tue attività su Google" - "Assegna un fiduciario dell'account". Google anziché ipotizzare la morte dell'utente preferisce parlare di "Gestione account inattivo". Le possibilità offerte sono molto simili a quelle che abbiamo visto per Facebook. Da una parte si può decidere di condividere i propri dati con un amico o famigliare fidato, dall'altra scegliere di cancellare definitivamente l'account. Nel primo caso, il primo passo da fare è specificare dopo quanto tempo di inattività Google deve considerare l'account fermo (da un minimo di tre mesi a un massimo di 18). Dopodiché bisogna indicare le email di massimo dieci contatti a cui affidare il proprio account e con cui eventualmente condividere i propri dati (inclusi quelli di YouTube, che Google Inc. possiede dal 2006). Ultimo step, l'impostazione di una risposta automatica da inviare a tutti i messaggi in arrivo nel momento in cui l'account non sarà più attivo.


Twitter e l'interesse pubblico

Come per Instagram, anche nel caso di Twitter per trovare delle risposte bisogna andare a scavare nel centro assistenza. Nel caso in cui un utente muoia o venga dichiarato incapace, il social offre la possibilità di collaborare con una "persona autorizzata" (e in possesso di documenti come il certificato di morte) per disattivare l'account. Si può anche inviare una richiesta per chiedere la rimozione delle foto e dei video di persone decedute o in "condizioni critiche". Twitter avvisa però che, di fronte a fattori di pubblico interesse, alcune richieste potrebbero essere respinte.


LinkedIn e il "form" in inglese

LinkedIn ha iniziato a muoversi solo recentemente, come si deduce dal fatto che la sezione dedicata non è ancora stata tradotta in italiano. Sulla «rete professionale più grande del mondo» si può trovare un modulo da compilare con una serie di dati e informazioni sulla persona deceduta e il link del suo profilo LinkedIn in vista della rimozione dello stesso.


Nessun testamento 2.0 per Snapchat e Tumblr

I due social non presentano alcuna sezione dedicata all'ipotetica morte dell'utente. In ogni caso, secondo quanto riferisce il quotidiano statunitense The New York Timessia Snapchat sia Tumblr non avrebbero problemi a rimuovere l'account qualora ricevessero la richiesta di un parente stretto.


Servizi di backup dei dati online

La crescente attenzione per la protezione della privacy può diventare un problema nel momento in cui si decide di procedere con un testamento digitale. Nel caso in cui l'utente imposti una chiave di crittografia privata, i servizi di backup online non hanno alcun tipo di accesso ai suoi dati. Per evitare situazioni spiacevoli, la cosa migliore da fare è dare la propria password a una persona fidata.

Da ambulanza a ristorante gourmet: ecco la nuova vita di un treno della Prima Guerra Mondiale

La Stampa
noemi penna



Da vagone ambulanza della Prima Guerra Mondiale a ristorante gourmet amato dalle celebrità. Questa carrozza, un tempo destinata al trasporto dei soldati feriti al fronte, vive di nuova vita grazie alla conversione voluta dagli inglesi Ross e Claire Moore. Una trasformazione stupefacente, per un locale a tema eccentrico quanto raffinato. La storica carrozza, oggi trasformata in ristorante, si trova parcheggiata a West Bay, città costiera del Dorset, in Inghilterra. E nei primi mesi di attività - dopo aver già attirato la curiosità di diverse produzioni televisive - ha avuto l'onore di ospitare gli attori Olivia Colman, Lenny Henry e David Tennant e commensali da tutto il mondo.




Questo treno è stato originariamente costruito nel 1911 come una terza classe. Poi con la guerra è stato convertito in una ambulanza su rotaie, dotato di letti a castello e personale medico di bordo, con cui venivano rimpatriati i soldati feriti.Terminato il suo «pubblico servizio», la carrozza è stata utilizzata a fini tecnici-meccanici fino al 1980, quando è stata ufficialmente mandata in pensione e conservata dal collezionista Andrew Swindon nel Wiltshire, dov'è stata utilizzata come un laboratorio.




E dopo quattro trasformazioni, ecco la quinta: la carrozza è stata comprata dai Moore, che l'hanno restaurata internamente ed esternamente, dandole nuova vita e nuovi colori. Channel 4 l'avrebbe voluta acquistare per girare una scena di un incidente ferroviario in una sua soap opera e oggi è diventata un punto di ritrovo per gli artisti che si trovano a West Bay.



Ross Moore ha raccontato di essere «da tempo alla ricerca di una carrozza da trasformare in un ristorante. L'abbiamo acquistata lo scorso aprile e ci abbiamo messo cinque mesi a ristrutturarla completamente: al suo interno non c'era più nulla, abbiamo dovuto realizzare da zero anche gli impianti elettrici. E' stato lungo ma è andato tutto per il meglio». Al The Station Kitchen arrivano clienti da tutto il mondo, incluso Dubai e Australia. «Per le richieste che abbiamo dovremmo avere due carrozze, ma per ora ce ne basta una!».

Il Comune promuove il “pane sospeso”

La Stampa

I grillini: è solidarietà. La Lega: mancia elettorale



A Napoli è un vecchio rito: si va al bar, si prende un caffè e, pagando, si lascia un euro al barista perché ne offra uno a chi non se la passa bene. Si chiama caffè sospeso, e anche a Torino qualche anno fa ci avevano provato: l’esperimento, nato in uno dei bar davanti al Comune, è durato poco per mancanza di “donatori”. Ora Palazzo Civico - anzi, il Movimento 5 Stelle che sostiene la sindaca Appendino - ci riprova, solo che al posto del caffè vorrebbe “sospendere” il pane e sensibilizzare chi può a trasformare il resto del panettiere in una tartaruga, un bocconcino, una rosetta da lasciare a una famiglia in difficoltà. Un gesto piccolo ma utile, secondo i Cinquestelle. Una mancia elettorale, secondo parte delle opposizioni.

Una frattura emersa nella commissione Servizi sociali che ha liberato per il Consiglio comunale di lunedì la mozione della sua presidente, la grillina Deborah Montalbano. Il testo impegna la Città a farsi promotrice di un gesto «di semplice, immediata e quotidiana solidarietà» considerato che «la crisi sta togliendo dignità a chi non ha nemmeno la possibilità di comprare beni di prima necessità» e magari si vergogna a fare la fila alla Caritas o altre realtà del volontariato. Il Comune dovrebbe fare «moral suasion» sulle associazioni dei panificatori, pubblicare sul proprio sito la lista dei negozi coinvolti e coinvolgere associazioni e realtà del territorio perché facciano da mediatori, magari segnalando i casi di persone che davvero hanno bisogno di un sostegno di questo tipo.

LA SPERIMENTAZIONE
La mozione individua anche un’area della città da cui partire: la circoscrizione 5, il simbolo del ribaltone che a giugno ha consegnato Torino a Chiara Appendino, ipotizzando una sperimentazione di un anno da estendere poi agli altri quartieri. Il capogruppo della Lega Nord Fabrizio Ricca parla di «beneficenza pelosa». Attacca: «Così com’è la proposta pare un prezzo elettorale da pagare in una circoscrizione specifica». L’accusa è esplicita: Montalbano è uno dei punti di riferimento del quartiere, apprezzata e stimata per le sue battaglie a sostegno di chi attende una casa popolare, e alle Vallette ha fatto il pieno di voti. La consigliera replica stizzita: «Non è una soluzione per contrastare a povertà, ma un’iniziativa che cerca di incentivare valori come solidarietà e altruismo. La lettura dell’Osservatorio Caritas Torino potrebbe essere utile a qualcuno».

LA DISCUSSIONE
Le opposizioni gridano alla trovata demagogica: in città, dicono, ci sono già tante realtà che si occupano di distribuire cibo a chi ne ha bisogno. «I Cinquestelle siano rispettosi della storia di realtà in prima fila a fianco delle persone in condizioni di povertà», dice il capogruppo dei Moderati Silvio Magliano, non del tutto contrario all’idea ma indignato per i riferimenti al senso di vergogna che prova chi si mette in coda là dove viene distribuito cibo gratuito. D’accordo, invece, Eleonora Artesio di Torino in Comune, mentre la vice capogruppo del Pd Chiara Foglietta sembra scettica: «Iniziativa lodevole, ma non risolve i problemi sociali e non contrasta la povertà».

[a. ros.]

Per due anni ha vissuto in un bosco, poi il cane ha deciso di fidarsi di una persona

La Stampa
fulvio cerutti



Per due anni un gruppo di dipendenti di un ufficio a Kennesaw, in Georgia (Stati Uniti), ha fatto di tutto per aiutare una cagnolina che viveva in un piccolo bosco alle spalle della loro sede. «Le hanno lasciato anche un telo nel bosco - racconta Jason Flatt, fondatore del rifugio Friends to the Forlorn Pitbull Rescue -. Hanno messo cartelli, hanno persino parlato con chi gestisce il bosco». Ma nulla. Nessuno riusciva ad avvicinarla.



Non è stato difficile capire che Shelby, così è stata chiamata, aveva alle spalle una brutta storia, probabilmente abbandonata dai suoi ex proprietari in quel bosco che era diventato la sua area sicura, ma anche la sua prigione immaginaria. Solo di tanto in tanto si affacciava e si sedeva ai margini del bosco, come se stesse controllando se i suoi umani fossero lì ad aspettarla.



La scorsa settimana però Flatt ha ricevuto una chiamata urgente perché il bosco dove abitava Shelby era stato venduto e da lì a poco sarebbe diventato una zona commerciale. Così ha deciso di intervenire mettendole una ciotola di cibo all’interno di una gabbia.



«Quando sono arrivato sul posto stava piovendo molto, sono sceso dal mio furgone e ho sentito piangere ed ululare. Lì ho capito che Shelby era stata catturata». Ma poteva essere l’inizio di un lungo percorso: per un cane che ha trascorso due anni in un bosco, completamente da sola e aggrappata alla sola speranza di poter rivedere i suoi ex umani riabituarsi alla civiltà è di solito un lungo percorso.



Ma per fortuna non è stato il caso di Shelby: ci sono voluti solo 3 giorni per farla tornare un cane da famiglia. «Il primo giorno era nervosa ma si faceva comunque accarezzare - racconta Flatt -. Il terzo giorno saltava già di felicità». Shelby è stata vaccinata e visitata da un veterinario che ha constatato la positività alla filaria. Però può essere curata grazie all’amore dell’uomo che l’ha salvata da quel freddo bosco.