venerdì 27 gennaio 2017

Sembra italiano ma non lo è: un'app per smascherare il falso made in Italy

repubblica.it
di MONICA RUBINO

L'italian sounding è un mercato da oltre 54 miliardi di euro annui. Per contrastarlo Reliabitaly promuove un archivio dei prodotti certificati e un'applicazione per smartphone.

Sembra italiano ma non lo è: un'app per smascherare il falso made in Italy
Basta fotografare un prodotto per scoprire subito se è presente sul sito di Reliabitaly

Dal “parmesan” al finto Asiago, dall’aceto balsamico di Modena fasullo ai wine kit: sono solo alcuni dei più noti "tarocchi" diffusi all'estero che imitano le eccellenze agroalimentari made in Italy. È il fenomeno dell'Italian sounding - prodotti che vengono spacciati per italiani ma che non lo sono affatto - un mercato che nel mondo vale oltre 54 miliardi di euro, il doppio delle esportazioni dei prodotti originali, secondo i dati Assocamerestero aggiornati a dicembre 2016.

Sembra italiano ma non lo è: un'app per smascherare il falso made in Italy

Da oggi, però, per stanare le false eccellenze dell’enogastronomia italiana basterà una semplice app, promossa dall’associazione no profit Reliabitaly (nata per la tutela del made in Italy). Con uno smartphone i consumatori in Italia, e soprattutto all’estero, hanno la possibilità di scoprire immediatamente se un prodotto associato a Reliabitaly e dichiarato made in Italy lo sia realmente. L’applicazione infatti riconosce il prodotto e reindirizza l’utente sulla pagina web dell’articolo d’interesse dove la corrispondenza biunivoca tra prodotto, codice e pagina garantiscono che il marchio Reliabitaly riportato anche sul packaging non sia stato riprodotto illecitamente. “Si tratta di un metodo di controllo attivo che assicura l’unicità del riscontro e non è falsificabile”, spiegano dall’associazione.

Nella scheda chi vuole può acquisire anche informazioni più approfondite: visualizzare immagini, vedere video collegati ai metodi produttivi, conoscere le caratteristiche tecniche e scoprire le peculiarità di quell’articolo. Anche i marchi di qualità "Dop" e "Igp" vengono in soccorso come mezzo di contrasto contro il fenomeno della contraffazione fuori dai nostri confini. La nuova frontiera dell'agroprateria è il web e il Mipaaf nei mesi scorsi è passato all'attacco. Attraverso l'Ispettorato repressione frodi (Icqrf) ha chiuso, infatti, due accordi con i più grandi player dell’ecommerce mondiali come eBay e Alibaba. L'obiettivo raggiunto è quello di garantire ai prodotti Dop e Igp italiani una protezione pari a quella che ricevono i grandi marchi sulla rete.

Dall’indagine prima citata di Assocamerestero emergono alcuni dati interessanti: ad esempio le forti riduzioni di prezzo dei prodotti taroccati. I formaggi e i latticini sono i più colpiti dal fenomeno, a causa anche della difficoltà di reperimento degli originali. Gli abbattimenti di prezzo rispetto al prodotto italiano oscillano su una piazza molto rappresentativa come Chicago dal meno 38 per cento del “parmesan” al  meno 50 per cento del mascarpone. In alcune catene distributive, inoltre, si raggiungono picchi del meno 75 per centro per il provolone, fino a raggiungere il record di meno 80 per cento sul prodotto autentico per fontina e pecorino sulla piazza di Los Angeles.

Furti, truffe, rapine, evasioni Controllo nel campo nomadi sono pregiudicati 67 rom su 83

Corriere della sera

di Andrea Galli

Blitz dei carabinieri a Baranzate. Si allarga la zona abusiva

Controlli dei carabinieri nelle case abusive

La densità criminale è ormai pari alla densità abitativa. Il campo rom di Baranzate in via Monte Bisbino, visitato nelle ultime ore dai carabinieri con risultati sorprendenti (specie nel saldo tra le persone controllate e quelle pregiudicate: 83 le prime e addirittura 67 le seconde) è diviso in due parti. La prima poggia su terreni di proprietà dei nomadi che poi vivono in casette e roulotte; l’altra parte, che si spinge fino al confine con l’autostrada dei Laghi, è una zona completamente abusiva ma in larga e disordinata crescita. Ora, che il campo abbia una popolazione con enormi problemi di giustizia non ne fa un caso unico nel panorama milanese. Ulteriori massicce presenze di residenti noti alle forze dell’ordine capitano al Gratosoglio come al Corvetto, in via Quarti a Baggio come a Quarto Oggiaro, e via elencando.

Di specifico però, a Baranzate, ci sono i numeri. Pesanti. Tre rom su quattro sono pregiudicati. Senza alcuna distinzione di reato e nazionalità. Per cominciare, in via Monte Bisbino non ci sono solo stranieri. Negli 83 fermati nell’operazione guidata dalla Compagnia di Porta Magenta con la collaborazione del Terzo Reggimento (è buona abitudine presentarsi in forza per evitare accerchiamenti e agguati), c’erano 29 italiani. Il resto del gruppo era formato da romeni (33), quindi da serbi, croati e bosniaci, e contemplava pure un austriaco e un belga. Il campionario di reati vede soprattutto i furti nei negozi. A seguire quelli nelle case, le truffe e le rapine.

L’età, a Baranzate, non è un discrimine. Se esaminiamo i pregiudicati minorenni, ne troviamo 19, dei quali 11 femmine e 8 maschi. Ugualmente abbondante la fascia dai 18 ai 30 anni: di nuovo 11 femmine mentre i maschi erano 30. Nel campo nessuno, bisogna dirlo, ha protestato contro l’arrivo delle pattuglie, ha alzato barricate o si è opposto alle operazioni di identificazione. E allo stesso modo, quantomeno senza andar troppo indietro nel tempo, la comunità rom non sta dando problemi di sorta costringendo le forze dell’ordine a intervenire di continuo. Forse perché l’insediamento, spiega un investigatore dell’Arma, ha bisogno di «pace» e dell’assenza di visite indesiderate in quanto è base delle attività illecite, quali il

nascondiglio di armi per il mercato nero di pistole e fucili, e ancora del bottino delle varie razzie. Non è leggenda che in via Monte Bisbino, negli anni, siano state trovate casseforti ammucchiate in un angolo dopo esser state smurate, trasferite, aperte e svuotate. Se qualcuno adesso protesterà contro questa delinquenza smisurata invocando la necessità di cacciare subito i rom, non ci si può dimenticare i percorsi avviati con fatica e impegno da parte di educatori, insegnanti e volontari per far studiare i piccoli. Dopodiché, sono stati 16 i romeni scoperti abitare in tane nella parte abusiva; c’era una Citroen rubata e c’era un altro romeno, 25enne, ricercato per evasione: forse era convinto che non l’avrebbero stanato o che sarebbe riuscito a scappare informato dalle classiche, eterne vedette del campo. Ma le sentinelle sono state anticipate e beffate dai carabinieri.

Google e la guerra ai «bad ads»: nel 2016 eliminati 1,7 miliardi di pubblicità dannose

Corriere della sera

di Michela Rovelli
Mountain View ha letteralmente raddoppiato gli sforzi nell’ultimo anno per rendere il web
libero da trappole, oscurando annunci ingannevoli e siti che producono banner dannosi

Guerra totale ai Bad Ads

Annunci pubblicitari di prodotti proibiti o pericolosi. Banner che, se cliccati, scaricano automaticamente app non richieste o veri e propri malware. I classici «acchiappa clic» che non fanno altro che far guadagnare euro non meritati. Dati personali rubati, dispositivi infettati. L’impegno di Google nel combattere i cosiddetti «Bad Ads» non è nuovo. Diffusi soprattutto sui social network, ma anche sul motore di ricerca, Mountain View sta lottando per rendere il web un luogo «libero e aperto», senza trappole mascherate da advertising in cui gli utenti possono cadere a ogni angolo.

Nel 2016 ha aumentato gli sforzi e lo dimostrano i numeri dei suoi risultati: sono state un miliardo e 700 milioni le pubblicità fuorvianti oscurate, più del doppio rispetto a quelle eliminate nel 2015. Una quantità enorme di contenuti rimossi, che senza gli strumenti tecnologici, avrebbe richiesto cinquant’anni di lavoro. Un secondo impegno è stato quello di migliorare la policy della sua piattaforma Ad Sense, proprio per combattere i contenuti ingannevoli: per avere il via libera, quindi, nel fermare coloro che nascondono la propria identità e tentano di ingannare gli utenti con l’obiettivo di guadagnare.


Farmaci e gioco d’azzardo

Tra i vari annunci pubblicitari oscurati nel 2016, molti promuovevano attività o prodotti illegali. Un esempio è la distribuzione di farmaci, dove Google ha rilevato un aumento di diffusione di «bad ads». Sono stati 68 milioni quelli rimossi nel 2016 per violazione di norme sanitari. Mentre 17 milioni sono i banner oscurati legati alla promozione del gioco d’azzardo illegale. Cioè non rispettosi delle norme e delle autorizzazioni dei Paesi a cui erano rivolti.


App che si scaricano da sole

Un altra categoria di «bad ads» che Google sta cercando di eliminare sono i cosiddetti annunci «self-clicking». Per sbaglio ci si clicca e improvvisamente l’app store scarica un’applicazione per cui non avevano dato nessuna autorizzazione. 23mila quelli oscurati nell’ultimo anno.


Truffe nascoste dietro a notizie

Nell’infinito spazio del web stanno poi aumentando in modo preoccupante gli annunci «tabloid cloaking». Sono quegli ads che appaiono come una notizia ma che in realtà nascondono un link a un sito che fa tutt’altro. Pericolosi perché sfruttano le classiche regola dell’acchiappa click, e quindi riescono a ottenere milioni di visualizzazioni grazie al loro travestimento che gli permette di aggirare il sistema. Qui Google interviene sia sugli ads, ma soprattutto su chi questi ads li crea: sono stati sospesi 1.300 account per l’attività di «tabloid cloaking» e sono stati 22 gli inserzionisti bloccati.


Acchiappa-click vietati

Gli annunci ingannevoli, con titoli che attirano l’attenzione e invogliano a cliccare, sono i più diffusi. Portano guadagni facili, basta invogliare gli utenti a finire sul sito per arricchirsi di visualizzazione e quindi di denaro. Falle cure miracolose a sistemi troppo facili per perdere peso. Sono stati circa 80 milioni i «bad ads» di questo tipo oscurati.


Prestiti ingannevoli

Dura battaglia, poi, ai «payday loans», prestiti non sicuri a breve termine offerti sul web. Cinque milioni gli annunci eliminati nel 2016 da Google e ottomila i siti oscurati che lo proponevano.

La Francia non perdona più lo stupro del 77: nuovo caso Polanski

Corriere della sera

di Stefano Montefiori


Il clima è cambiato e Roman Polanski, che nel 2009 venne difeso da tutto il mondo del cinema, ieri ha rinunciato a presiedere la 42esima cerimonia dei César, gli Oscar francesi. La petizione contro di lui ha raccolto in pochi giorni oltre 60 mila firme e molte voci si sono levate nei social media, in particolare Twitter con la campagna #boycottCesar, per impedire all’83enne regista di essere il protagonista della serata del 24 febbraio. La ministra per i Diritti delle donne, Laurence Rossignol, si era detta «sorpresa e scioccata» per la scelta dell’Accademia di affidare la serata a Polanski. L’avvocato del regista ieri ha annunciato il passo indietro, aggiungendo che «Polanski è profondamente rattristato» per una controversia «ingiustificata e alimentata da informazioni erronee» che «ha toccato anche la sua famiglia».

La moglie Emmanuelle Seigner lo ha sempre difeso senza esitazioni in questi anni e lo ha fatto anche ieri, dal set del film «Da una storia vera» tratto dal romanzo di Delphine de Vigan e girato dallo stesso Polanski. Seigner ha postato su Instagram la foto di un bosco scrivendo «mi sono svegliata nella foresta lontano dalla cattiveria, dalla stupidità umana... e dalla menzogna». Nato in Francia da genitori polacchi, Roman Polanski nel 1977 viene accusato in California di avere violentato un’adolescente di 13 anni, Samantha Geimer, dopo averla fotografata a casa di Jack Nicholson, a Hollywood.

Il regista all’epoca 43enne nega lo stupro ma ammette i «rapporti sessuali illegali» con la ragazzina. Libero su cauzione dopo 42 giorni di prigione, Polanski lascia gli Stati Uniti prima della sentenza che avrebbe potuto condannarlo a 50 anni di carcere. Vive da allora a Parigi nella certezza di non essere consegnato agli Usa, grazie anche alla transazione con la vittima (225 mila dollari) e la chiusura del processo civile.

Nel 2003 Samantha Geimer ribadisce di avere subito violenza — «Polanski mi ha fatto bere champagne, prendere del Quaalude e ha abusato di me» —, ma lo perdona chiedendo alla giustizia di voltare pagina, atteggiamento che manterrà sempre nel corso negli anni. Nel 2009 l’arresto a sorpresa di Polanski in Svizzera, dove avrebbe dovuto partecipare a un Festival, e la reazione compatta dei colleghi che lo sostengono mentre è confinato agli arresti domiciliari nella sua villa di Gstaad. La petizione in sua difesa viene firmata da centinaia di star internazionali, tra le quali Pedro Almodovar, Fanny Ardant, i fratelli Dardenne, Costa Gavras, Terry Gilliam, Wong Kar Waï, David Lynch, Jeanne Moreau, Yasmina Reza, Martin Scorsese, Wim Wenders, e tra gli italiani Monica Bellucci, Asia Argento, Paolo Sorrentino, Giuseppe Tornatore, Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci.

La giustizia svizzera lo rimette in libertà negando la richiesta americana. L’anno scorso anche i giudici polacchi hanno respinto la domanda di estradizione degli Stati Uniti. Resta un giudizio dell’opinione pubblica che negli anni si è fatto più duro, anche in Francia. Polanski è stato ricompensato otto volte ai César e tre volte al festival di Berlino, ha vinto l’Oscar del miglior regista e la Palma d’oro a Cannes per «Il pianista», e ha presieduto le giurie di Cannes (1991) e Venezia (1996) quando la sua vicenda giudiziaria era largamente conosciuta. Ma già nel 2014 ha preferito non partecipare al Festival di Locarno, dove era stato invitato, a seguito delle proteste.

Polanski è diventato oggi «il simbolo della tolleranza che esiste ancora in Francia riguardo alla violenza sessuale», sostiene il collettivo «Osez le féminisme». «Polanski gode da troppo tempo di una protezione scandalosa in Francia. È un insulto alle donne e alle vittime di stupro», si legge nella petizione contro di lui. Ieri, all’annuncio della rinuncia del regista, la ministra Rossignol ha commentato soddisfatta: «La cultura senza la cultura dello stupro, è meglio».

Carinzia, il nuovo rifugio degli italiani

Corriere della sera

di di Andrea Pasqualetto, inviato in Carinzia

Meno tasse e servizi efficienti. Ecco una delle ragioni che spinge tanti, soprattutto imprenditori, a trasferirsi oltre confine. E non hanno alcuna intenzione di tornare

Uno scorcio di Villach, in Carinzia

KLAGENFURT (Carinzia) - Fra i verdi laghi della Carinzia, nel cuore della nuove aree industriali e abitative ma anche fra gli austeri sportelli bancari e i caffè di questo land austriaco di confine, ci sono due Italie in grande movimento. Una che arriva e una che fugge, entrambe protagoniste di una sorta di mutazione genetica nella terra che diede i natali al controverso Heider. Da una parte mettono radici creativi imprenditori e professionisti partiti dalla Penisola per sviluppare un’idea in un luogo che promette rapidità di insediamento e fiscalità più leggera, e con loro anche una vasta schiera di pensionati in cerca di pace e sicurezza.

Dall’altra, molto meno appariscente, si agita invece un gruppone di avventurieri, evasori e faccendieri che sta levando le ancore da un paese diventato di colpo a rischio, nonostante il salvataggio del colosso Hypo Bank abbia scacciato fantasmi da Piccola Grecia. Il motivo? Semplice: è caduto il segreto bancario. In nome di quell’Europa voluta ardentemente dal nuovo presidente austriaco, l’ambientalista Van der Bellen, l’Austria ha detto no a conti e depositi anonimi dietro i quali si è nascosto per decenni il mondo dei fondi neri. Due flussi di segno opposto, uno che sbarca con progetti e sogni, l’altro che chiude e scappa con i milioni mai dichiarati.
Numeri e nomi
Dopo dieci anni di velato mistero, succede così che chi sponsorizzava i primi ora vuole dimostrare trasparenza esibendo numeri, nomi e volti in una sorta di new age carinziana. La governativa Austrian business agency (Aba) parla di oltre 438 imprese di proprietà italiana presenti sul territorio, più del triplo rispetto a dieci anni fa. In mezzo c’è di tutto, dai gelatai alle medie industrie, passando per pizzaioli, commercianti, ristoratori, albergatori, startupper e, sottolineano, 67 aziende attive soprattutto nei settori metalmeccanico, automobilistico e delle materie plastiche.

L’agenzia carinziana di promozione degli investimenti (Babeg) fa i nomi di Scm Zanussi, Bifrangi, Danieli service engineering, Refrion, Skyplastic, Petraglas, Europlast, Hiper Cast, Feinmechanik, Fassbinderei, Schlauchtechnik, Nilab... Fra i fuggitivi c’è invece molta opacità, naturalmente. Il “settore” lavora nell’ombra e loro compaiono e scompaiono in giornata o inviano emissari, commercialisti, mediatori. Anche perché la maggior parte di costoro in Carinzia ha messo solo i soldi. Insomma, un via vai di italiani dai volti più diversi.
I nuovi volti
Per esempio, al parco tecnologico di Villach (Villaco), cittadina appena oltre confine, è arrivata gente seria come il nordestino Enrico Boaretto. Dopo aver lavorato tre anni con il nobel Carlo Rubbia alla Sincotrone ha provato ad aprire una sua attività in Friuli per poi decidere di trasferirsi in Carinzia con moglie e figlia: «In Italia dedicavo il 60 per cento del mio tempo a fare carte e ad aspettare risposte. Qui ci sono poche e semplici regole applicate velocemente, per il business e per la vita. Hai un credito fiscale? Il mese dopo te lo ritrovi sul conto. Il tuo progetto piace? Un anno e mezzo di uffici gratuiti dove non pago la corrente e nemmeno le pulizie».

Si è inventato un ruotino che motorizza le carrozzine per disabili come la sua e da settembre le produce con la società che ha creato, la Klaxon: «Vendite oltre ogni aspettativa, un sogno». Tornerà in Italia? «No». Nel settore della ricerca ingegneristica ci sono anche la XAutomata di Salvatore Campana che studia nuovi software e algoritmi e la Kim Remote Serving che in Italia fa droni e qui sviluppa i progetti. A Klagenfurt sta nascendo il capannone della Dmc di Fernando De Filippo, attiva da 16 anni a San Marino nell’home shopping televisivo. «In Austria siamo start up - spiega l’entusiasta Tarcisio Pagnozzi, cfo della neonata Dmc shop, tipo sveglio in giacca cravatta e bicicletta -
Noi paghiamo più tasse rispetto a San Marino e le autorizzazioni numericamente sono le stesse. Ma cambiano le risposte, i tempi. Da me gli austriaci sono venuti con un pullman che era un ufficio tecnico e dopo 15 giorni avevamo l’autorizzazione. E poi, diciamolo, non esistono mazzette». Obiettivi? «Ora abbiamo 4 dipendenti, nel 2020 saremo in 200». Ma non è tutto un Eldorado. In Carinzia mancano buona cucina, clima è una certa italica poesia che mal si concilia con l’asburgica rigidità. Ragione per cui fra chi se n’è andato, con gli evasori, c’è anche qualche insofferente uomo d’impresa.
I faccendieri
A pochi chilometri dall’attivissimo ufficio di Boaretto, nel centralissimo Rathaus cafe di Villach, proprio sotto il Comune, t’imbatti in un occhialuto signore che parla sottovoce al telefonino. Ha una cadenza friulana e dopo qualche esitazione concede una chiacchiera chiedendo l’anonimato: «Bisogno?...Sono pazzi gli austriaci, non hanno capito che senza segreto bancario si svuotano le casse delle banche. Lavoro per commercialisti e imprenditori italiani che hanno i conti...». E ci allunga un bigliettino con nome e cognome, numero di cellulare e appuntamento per il giorno dopo, al Kaffee Keinfein: «Ti racconterò due cosucce, qui non posso». Aspettando mister X incontriamo Barbara Lagger, la moglie del sindaco di Tarvisio Renato Carlantoni.

Fa la dirigente marketing al resort termale Warmbad Villach. Transfrontaliera? «No no, residente. Ho scelto la Carinzia perché pago il 30 per cento in meno di tasse e per altre cose. Per esempio, io ora sono in maternità e potrei farla durare fino a tre anni. L’asilo è gratuito e per ogni figlio si ha diritto a 180 euro mensili fino al 24mo anno di età». Si trasferirà anche il marito sindaco? «Eh, magari, io non posso», risponde lui, tentato dalle sirene d’oltreconfine. Fra queste il vicesindaco di Villach, Petra Oberrahauner, che agli italiani stende un tappeto rosso. “Sono i benvenuti, molto preparati, simpatici, gentili e di buongusto”, sorride in un ottimo italiano. Un difetto? «Tenderebbero a non rispettare le regole». E quelli che scappano con i soldi? «Bisogna chiedere ai banchieri».
Quelli di Kleinkirchheim
Lasciamo Villach e andiamo nella vicina Bad Kleinkirchheim, località sciistica e termale nella quale l’Italia ha stabilito un primato: 659 case acquistate (57 prime abitazioni) su circa 1.700 abitanti. Un’invasione iniziata dieci anni fa e capitanata da Maurizio Zamparini, il patron del Palermo calcio che qui «ha due palazzi e altre cose», sussurra Martin Nedwed, spettinato agente immobiliare del posto: «Corro dalla mattina alla sera per gli italiani. Zamparini è un caso a parte, gli altri sono soprattutto professionisti e pensionati che cercano costi contenuti e sicurezza». Parla di migranti e terrorismo. «Il nostro paesino ha solo due vie d’accesso, entrambe molto controllate».

Molti contratti li conclude la vulcanica avvocata trevigiana Enrica Maggi, altro personaggio di questa terra di confine: faceva la violinista in giro per il mondo, ora è avvocato a Klagenfurt: «Conviene, io concludo ogni anno centinaia di costituzioni di società. In 15 giorni si apre un’impresa». Le manca qualcosa? «La fantasia della musica». Con lei andiamo alla Taverna di Peppo Zorgno, cento chili tatuati e suscettibili. A Zorgno è meglio non parlare dell’Italia: «Pagavo tasse e tangenti e avevo solo rogne». Corrompeva? «Sì». Tangenti? «Sì». Quante? «Tante». A chi!? «A chi non faceva nulla». Uno spreco, insomma. Zorgno non è esattamente un esempio di rettitudine ma è persona schietta, pratica e intraprendente. Ha chiuso due locali a Conegliano per aprirne altrettanti in Carinzia, l’ultimo due settimane fa a Bad Kleinkirchheim.
Il segreto di Klagenfurt
Più a Sud, in un grigio edificio di Klagenfurt, dopo qualche resistenza appare il teutonico console onorario d’Italia Wolfgang Mandl. Vorrebbe parlare dei 2954 italiani residenti in Carinzia che arrivano a 4000 con i domiciliati, quasi il doppio rispetto al 2009. Ma lui è un membro del board della Bks, uno dei principali istituti di credito, e c’è in ballo la questione «segreto». La funzionaria che lo accompagna spiega che dal 30 giugno del 2017 le banche austriache dovranno consegnare all’agenzia delle entrate di Vienna le liste dei correntisti italiani con nomi, cognomi e capitali depositati alla data del 31 dicembre 2016; e dal primo ottobre successivo l’agenzia li riverserà al Fisco di Roma, che avrà così modo di vedere chi non li aveva dichiarati.

Cosa succederà? «Ci sarà più trasparenza», taglia corto Mandl. Più pulizia? Silenzio... «Possiamo fare una pausa, per favore?». È giunta l’ora di mister X. Il Kaffee Keinfein è un buco dove parlano solo tedesco: «Qui non ci sono orecchie indiscrete. Le cose stanno così: a fine giugno le banche faranno i nomi. La scadenza per estinguere conti e libretti era il 31 dicembre. Ma ci sono quelli che li hanno tenuti e sperano in una nuova sanatoria del governo italiano con penale al 10 per cento, in quel caso il nero diventerebbe bianco. C’è comunque una grande confusione.

Intanto 250 clienti di una banca d’affari privata se ne sono già andati. Sono venuti a riprendersi i soldi». E se la banca non facesse il nome, dietro compenso? «Eh, stiamo parlando di un reato e non tutti sono corruttibili qui. Bisogna cercare l’uomo giusto». Mister X è veloce e circospetto. «In Carinzia resterà l’Italia pulita, dicono, ma chi la finanzierà?». Si aggiusta la cravatta, infila gli occhiali e saluta: «Noi non ci siamo mai visti, mi raccomando».

Lo Stato spende di più per Trentino-Alto Adige e Val'Aosta, ultima la Lombardia

Il Messaggero
di Luca Cifoni

Immagine La sede del ministero dell'Economia a Roma

Quali sono le Regioni per cui lo Stato spende di più e quali invece quelle verso le quali il flusso di denaro pubblico è meno generoso?

A questa domanda si incarica di rispondere la Ragioneria generale dello Stato, che ogni anno analizza la quota di spesa che è possibile "regionalizzare" ovvero attribuire ai singoli territori (poco meno di metà dei pagamenti complessivi). Sono ora disponibili i risultati provvisori relativi al 2015: sottraendo dai circa 259 miliardi presi in considerazione la spesa per interessi passivi sui titoli di Stato, che prende la via delle Regioni con più risparmio, si ottengono almeno due diverse graduatorie.

La prima evidenzia la spesa per abitante: sono di gran lunga in testa Regioni e Province a statuto speciale, con Bolzano a 8.679 euro, la Val d'Aosta con 7.655, Trento con 6.818. Poi spunta il Lazio con 5.730 euro davanti a Sardegna, Friuli Venezia Giulia e Sicilia. Ultima la Lombardia con 2.447 euro. Se invece si ragiona in percentuale del Pil, allora le Regioni meridionali avanzano decisamente, con Sardegna, Sicilia e Calabria che riescono a sopravanzare Bolzano.

Ultima è sempre la Lombardia, mentre il Lazio si colloca a metà classifica.  Comprensibilmente, la Regione che ospita la capitale ha la maggiore quota di spesa relativa alle retribuzioni dei dipendenti pubblici, piazzandosi molto davanti anche alla più popolosa Lombardia.

Lo trovano legato in una borsa di plastica, ma la voglia del cane di vivere è più forte della crudeltà

La Stampa
giulia merlo



Era destinato a morire, stretto dalle corde e chiuso in una busta di plastica, poi abbandonato lungo il ciglio di una strada in Transylvania, Romania. Invece, questa cucciola di meticcio bianco è stata salvata.



Quando i suoi soccorritori hanno aperto il sacchetto, hanno trovato una cucciola con una zampa rotta e i vermi che avevano iniziato a divorarle la pelle. La cagnolina stava morendo di fame, era completamente disidratata e aveva anche un brutto trauma cranico. “Probabilmente la piccola ha subito un violento pestaggio e i suoi aguzzini avevano tutta l’intenzione di ucciderla”, ha detto Helen Taylor, del Transylvania Animal Care.



La cagnetta è stata portata d’urgenza al pronto soccorso: i dottori prima hanno curato il trauma cranico, poi hanno tolto le larve. Gli esami hanno dimostrato anche che la cucciola ha anche avuto un infarto a causa delle botte sulla testa, ma è riuscita a sopravvivere. I volontari la hanno chiamata Anora, che in rumeno significa “luce”, in onore della sua voglia di vivere.





I fatti risalgono al luglio scorso, ora Anora è stata trasferita in Gran Bretagna, dove è stata adottata e ora vive con una famiglia che la adora. In pochi mesi, è passata dal non riuscire nemmeno a muoversi ad essere una cagnolina piena di vita, salna e forte. A breve, secondo i medici, riuscirà anche a camminare perfettamente, grazie ad un’operazione alla zampa fratturata.

Dopo il funerale, ogni giorno il cane va alla tomba del suo proprietario

La Stampa
fulvio cerutti



Per il piccolo Cesur la fedeltà e l’amore per il suo amico umano hanno un significato davvero profondo. La scorsa settimana, dopo anni di malattia che lo aveva lasciato paralizzato, Mehmet Ilhan è morto in un ospedale vicino alla sua casa a Bursa, in Turchia. Per gli ultimi due anni della sua vita, il cagnolino Cesur gli è stato un fedele compagno di vita e la sua morte è stato un evento particolarmente straziante.



«Quando mio padre era in ospedale durante i suoi ultimi giorni di vita, Cesur ha smesso di mangiare» ha raccontato uno dei figli dell’uomo deceduto. Ma nessuno si sarebbe mai aspettato di vedere quello che sarebbe successo dopo.



Quando la salma di Mehmet Illhan è stata riportata a casa, Cesur gli è rimasto sempre vicino e non ha mai voluto muoversi da lì. Anche quando il corteo funebre si è mosso per andare nella moschea locale per il funerale, il cane non è mai allontanato. Lo stesso è successo durante la cerimonia: si è seduto accanto alla bara, con la testa tristemente bassa.



Cesur non si è perso uno di quei momenti, compresa anche la sepoltura. ora il cagnolino vive a casa con il figlio dell’uomo deceduto, ma il suo cuore continua a essere legato al suo ex proprietario: negli ultimi cinque giorni dopo il funerale, Cesur è uscito di casa ed ha attraversato metà città per andare a trovare il suo vecchio amico. Il figlio dell’uomo deceduto lo ha scoperto rimanendo a casa dal lavoro e seguendolo.





«Le persone che lavorano nel cimitero lo hanno sempre visto arrivare la mattina per visitare la tomba di mio padre» racconta l’uomo che ha deciso di rendere omaggio al genitore defunto insieme a Cesur. Un amore davvero eterno.

Il Papa impone le dimissioni al Gran Maestro dell’Ordine di Malta

Corriere della sera

di Ester Palma

A determinare la richiesta le tensioni degli ultimi mesi con il «commissariamento» dell’organismo. Fra Matthew Festing ha rimesso il suo incarico al Sovrano Consiglio interno



Dopo le tensioni delle ultime settimane, il Papa chiude la questione con il Gran maestro dell’Ordine di Malta, l’inglese Fra Matthew Festing, imponendogli le dimissioni. Francesco gli ha dato udienza martedì pomeriggio e il Sovrano Consiglio dell’Ordine cui Festing presenterà la sua rinuncia si riunirà in tempi brevi, probabilmente entro la settimana.
«Fuori dalle nostre questioni interne»
Il Gran Maestro, che una volta eletto resta in carica a vita come il Papa, nelle scorse settimane aveva dichiarato pubblicamente che il Pontefice doveva «restare fuori dalle nostre questioni interne»: una presa di posizione del tutto «inedita» nella quasi millenaria storia dell’Ordine. Il motivo di tanto sdegno era la decisione di Francesco di istituire una commissione di inchiesta composta da cinque fra prelati e esperti laici per indagare sui più recenti atti di governo dello stesso Gran Maestro.
Il Gran Cancelliere destituito
In particolare il richiamo di Francesco era legato alla recente e clamorosa destituzione del Gran Cancelliere dell’Ordine, il tedesco Albrecht Freiherr von Boeselager che nei giorni scorsi aveva rifiutato di dimettersi dai suoi incarichi come richiesto dal Gran Maestro fra’ Matthew Festing «in presenza - come informa una nota ufficiale dell’Ordine - del cardinale Raymond Leo Burke, rappresentante del Santo Padre presso l’Ordine di Malta: «Dopo il rifiuto di Boeselager, il Gran Maestro non ha avuto altra scelta che ordinargli, alla presenza del Gran Commendatore e del Cardinale Patrono, in base alla promessa di obbedienza, di dimettersi. Boeselager ha rifiutato nuovamente. A quel punto, il Gran Commendatore, con l’appoggio del Gran Maestro, del Sovrano Consiglio e della maggior parte dei membri dell’Ordine in tutto il mondo, ha avviato un procedimento disciplinare attraverso il quale un membro viene sospeso dall’appartenenza all’Ordine, e quindi da tutte le cariche all’interno dell’Ordine stesso».
Il «pretesto» dei profilattici in Africa
Prosegue la nota dello Smom: «La ragione della sospensione da Gran Cancelliere è dovuta a gravi problemi accaduti durante il mandato di Boeselager come Grande Ospedaliere dell’Ordine di Malta, e il successivo occultamento di questi problemi al Gran Magistero, come dimostrato in un rapporto commissionato dal Gran Maestro l’anno scorso». Ovvero, a quanto pare, il Gran Cancelliere avrebbe appoggiato la distribuzione di profilattici in alcune zone dell’Africa più povera, in cui l’Aids è particolarmente diffuso: cosa che sarebbe in contrasto con i principi della Chiesa, ma non quelli, evidentemente di Papa Francesco. Ma la questione dei preservativi potrebbe essere solo un pretesto. Il Santo Padre a quanto pare, non è convinto dell’approccio di Festing nell’affrontare le questioni interne all’Ordine: la sua rudezza e i suoi modo sbrigativi avrebbero già causato contestazioni interne che rischiavano addirittura di arrivare a una spaccatura. Per questo il Papa è intervenuto.
La storia e le finalità dell’Ordine di Malta
Il «Sovrano militare ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta» comunemente abbreviato in Sovrano militare ordine di Malta (ovvero Smom) , o semplicemente in Ordine di Malta, è un ordine religioso cavalleresco canonicamente dipendente dalla Santa Sede, con finalità assistenziali e riconosciuto da gran parte della comunità internazionale come soggetto di diritto internazionale. «Nell’undicesimo secolo i Cavalieri di Malta, all’epoca conosciuti come «Cavalieri Ospitalieri» (ordine istituito nel 1048), fondarono un ospedale a Gerusalemme per assistere i pellegrini di qualsiasi religione o razza - spiega il sito dello Smom - L’opera degli Ospitalieri diventò sempre più importante quando nel 1113 Papa Pasquale II riconobbe ufficialmente la comunità monastica come ordine religioso laicale.

Il Papa indica nel Beato Gerardo il fondatore dell’Ordine, assistito da un gruppo di monaci – i “Professi” – che costituiscono ancora oggi il cuore dell’Ordine di Malta. Nel corso dei secoli il numero di membri provenienti da tutta Europa aumentò, contribuendo a rafforzare la presenza dell’Ordine nel periodo di permanenza a Rodi (1310-1522) e a Malta (1530-1798). In passato i membri dell’Ordine di Malta appartenevano tradizionalmente all’aristocrazia, mentre oggi l’accento è sulla nobiltà di spirito e di comportamento. I 13.500 Cavalieri e Dame dell’Ordine di Malta rimangono fedeli ai suoi principi ispiratori, riassunti nel motto “Tuitio Fidei et Obsequium Pauperum”, alimentare, difendere e testimoniare la fede e servire i poveri e gli ammalati.

Un impegno che si traduce in realtà in 120 paesi del mondo attraverso i suoi progetti umanitari e di assistenza sociale. I membri devono dimostrare dedizione a questi principi e vengono ammessi nei rispettivi paesi nei Priorati e nelle Associazioni nazionali dell’Ordine di Malta. I tre ceti Secondo la Carta Costituzionale, i membri dell’Ordine di Malta vengono divisi in tre ceti. I membri devono avere una condotta esemplare seguendo gli insegnamenti e i precetti della Chiesa cattolica e devono dedicarsi alle attività di assistenza dell’Ordine».

I furbetti trasferiti e i docenti beffati

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

Molti trasferimenti di sede avvenuti grazie alla «precedenza» prevista nella legge 104/92, sono oggetto di valutazione in un processo ad Agrigento dove sono stati chiesti 70 rinvii a giudizio. Ma ci si chiede: i sindacati dov’erano?



Ma i sindacati, scusate, dov’erano? Via via che va avanti il processo di Agrigento contro i furbetti accusati tra l’altro di avere abusato della legge 104 per avere «indebiti trasferimenti d’ufficio», come si legge nella richiesta di rinvio a giudizio contro 70 imputati firmata dal Procuratore aggiunto Ignazio Fonzo, emerge questa domanda: ma i sindacati, scusate, dov’erano? Vale soprattutto per gli spostamenti di insegnanti verso scuole più vicine a casa.

Avvenuti spesso, se non quasi sempre, denuncia Domenico Navarra, presidente dell’Associazione «Insegnanti in movimento», a scapito «di centinaia di docenti di ruolo, costretti da tanti anni a lavorare in province diverse da quella di residenza, che inutilmente chiedono il trasferimento nella propria provincia, senza riuscire ad ottenerlo perché si vedono puntualmente sorpassati da colleghi che, anche con punteggi inferiori, sfoderano una bella priorità dovuta alla legge 104».

Ecco cosa «orizzontescuola.it» scriveva mesi fa: «Per l’anno scolastico 2016/17, i trasferimenti interprovinciali (cioè degli immobilizzati) per la scuola primaria sono stati concessi per il 100% a docenti beneficiari della suddetta precedenza: 52 su 52». Ancora: «Si potrebbe obiettare che i docenti trasferiti saranno sottoposti a visita da parte dell’Inps; vero, però, qualora venisse loro revocata la 104, quale sarebbe la conseguenza?

Nessuna, in quanto sino ad ora, nessuno degli insegnanti, cui è stata revocata la 104, è stato rispedito nella regione di provenienza». Su La Sicilia il provveditore di Agrigento Raffaele Zarbo confermava: «Non c’è una norma che costringa a revocare il trasferimento ottenuto grazie alla precedenza suddetta, nel caso in cui la stessa venga revocata dopo lo stesso trasferimento».

Vergogna. Intendiamoci, un comunicato la Cgil siciliana l’ha fatto: «La truffa sulle false invalidità ad Agrigento per usufruire dei benefici della legge 104/92, impone un intervento affinché un diritto non si trasformi in un immotivato privilegio ai danni magari di chi ne sarebbe legittimo titolare. Chiediamo controlli a tappeto, per verificare la regolarità delle pratiche».

All’atto pratico, però, accusano gli insegnanti «sorpassati» dai furbetti, «i sindacati, soprattutto i confederati, non hanno fatto nulla per scongiurare questo fenomeno deprecabile e neanche per denunciarlo. Anzi, spesso chi si rivolgeva ai vari sindacati per avere un consiglio, in merito alle operazioni di mobilità, sulla sede da richiedere più vicina a casa, si sentiva chiedere : “Ce l’hai la 104?”».

Ebay e vendite incredibili nelle aste online, dalla lettera di Einstein al paese toscano

Corriere della sera

di Alessio Lana
Nata 22 anni fa, la casa d'aste online ha visto passare oggetti curiosi battuti a cifre da capogiro

Tesori (e toast morsicati) nascosti

La tragica «Schindler List», una lettera di Einstein e la celebre insegna di Hollywood sono solo alcuni degli oggetti più curiosi venduti su eBay. Nei suoi 22 anni di vita, la casa d'aste online fondata da Pierre Omidyar ha spinto sempre più persone a trasformare ciarpame in tesoro. D'altronde che si tratti del primo o del secondo è solo una questione di punti di vista: solo così si spiega il toast mezzo smangiucchiato dal cantante Justin Timberlake che è stato venduto nel 2000 per ben 1.025 dollari. L'asta era stata indetta da un Dj e un fan di allora se l'era accaparrata senza colpo ferire.


 Spazio pubblicità «frontale»

Altra follia spunta nel 2005: Andrew Fischer, uno sviluppatore web di 20 anni mette all'asta la sua fronte come spazio per un messaggio pubblicitario sotto forma di tatuaggio temporaneo. La campagna era andata molto bene e Andrew aveva intascato ben 37.375 dollari da un'azienda che proponeva rimedi per chi russa.


La cavia medievale

Non potevano certo mancano i nostri amici a quattro zampe ed ecco che, nel 2013, c'era chi proponeva una armatura completa per cavie a 1.150 dollari.


La Schindler List

Passando a cose più serie, nel 2003 compare sulla baia la lista di Schindler, l'elenco di 801 ebrei salvati dallo sterminio dall'imprenditore tedesco Oskar Schindler. Garantita autentica, non è stata venduta forse anche per il prezzo: la base d'asta era di tre milioni di dollari.

La lettera di Einstein

Ed ecco la lettera di Albert Einstein. Datata 1954, in essa il fisico espone al filosofo Erik Gutkind il suo punto di vista su etica, religione e sulla natura umana. Acquistata nel 2008 presso la casa d'aste Bloomsbury di Londra per 404mila dollari, è stata rivenduta su eBay nel 2012 per 3 milioni.

L’insegna di Hollywood

Creata nel 1923, la celebre insegna di Hollywood è stata sostituita negli anni '70 e l'originale è finita su eBay nel 2005. Partita da 300mila dollari, l'asta è stata chiusa a 450.400 dollari.

Il cappello della star

Gli amanti della musica ricorderanno il cappello indossato da Pharrell Williams ai Grammy del 2014. Bé, è stato venduto su eBay a 44.000 dollari. Battuta all'asta nel 2012, ha portato al venditore 3.000.100 euro.


Un corn flake a tema

Autentico re dell'assurdo, un corn flake con la forma dell'Illinois è stato venduto nel 2008 per 1.350 dollari. Segno, insomma, che davvero tutto può diventare oro online.

Perché esistiamo

Il senso della vita è molto economico. Nel 2000 ben otto persone hanno duellato tra loro per aggiudicarselo e il vincitore ha versato ben 3,26 dollari per sentirsi raccontare dal venditore «le ragioni per cui esistiamo».


Il villaggio italiano

Anche il nostro Paese ha la sua curiosità online. Si tratta di Pratariccia, borgo medievale abbandonato in provincia di Arezzo venduto in blocco sulla baia nel 2012 per 3,1 milioni di dollari. Abbandonato da 50 anni, il paese è composto da 25 case completamente da ricostruire e da altre costruzioni agricole per un totale di 5.000 metri quadrati e otto ettari a pascolo e seminativo.

Voce troppo alta mentre si prega, la Cassazione: "È reato"

Il Mattino



Pregare con un tono di voce troppo alto potrebbe portare ad avere problemi legali. A stabilirlo è la Cassazione con la sentenza numero 3072/2017 che conferma la condanna nei confronti di alcuni fedeli del culto cristiano evangelico per il reato di turbamento di funzione religiosa, per avere pregato a voce talmente alta da coprire quella dei celebranti e degli altri fedeli.

Nel caso specifico, riferisce il sito di informazione legale 'Studio Cataldi', il comportamento degli imputati, fedeli di una chiesa cristiana evangelica che prendevano assiduamente parte alle funzioni, era considerato volutamente ostruzionistico e nascente da un conflitto interno alla comunità religiosa stessa. E' infatti emerso nella loro condotta, il "disegno" finalizzato ad "impedire e turbare l'esercizio delle funzioni, delle cerimonie e delle pratiche di culto celebrate dai ministri competenti". Insomma, si legge, "i contestatori pregavano a voce così alta da coprire quella degli altri, oltre ad insultarli e minacciarli".

I giudici di merito non hanno avuto quindi nessun dubbio "nel considerare legittima la condanna, confermata ora anche dai giudici di piazza Cavour per i quali la motivazione della sentenza impugnata è esente da critiche". "Ad inchiodare i fedeli - conclude il sito di consulenza legale - ci sono, peraltro, le dichiarazioni convergenti di alcuni testimoni. Da qui l'inammissibilità del ricorso".

Cassazione: figlio può cercare identità della madre anche in caso di parto anonimo

repubblica.it

Giudice potrà interpellare donna purché il richiedente sia maggiorenne. Verdetto colma il vuoto normativo: quattro anni fa la Corte costituzionale dichiarò illegittimo il blocco per ragioni di privacy, ma il parlamento non si è mai pronunciato

Cassazione: figlio può cercare identità della madre anche in caso di parto anonimo

Dopo quattro anni passati ad attendere che il parlamento si pronunci, è intervenuta la Corte di Cassazione per stabilire la legittimità del diritto di un figlio maggiorenne, nato da una donna che al momento del parto non lo ha riconosciuto e ha voluto rimanere anonima, a tentare di conoscere le sue origini. Si potrà quindi far interpellare dal giudice la donna che lo ha partorito per sapere se vuole ancora rimanere nell'ombra oppure dopo tanto tempo ha cambiato idea e vuole farsi conoscere.

I supremi giudici hanno così dato un'indicazione univoca ai tribunali dei minori che decidevano in ordine sparso dopo che la Corte costituzionale aveva dichiarato illegittime le norme che impediscono, per motivi di privacy, l'interpello della madre. Una sentenza, la 278, che risale a quasi quattro anni fa e che ha indotto la Cassazione ad intervenire per il "perdurante silenzio del legislatore". La richiesta di chiarimenti su una materia così delicata era arrivata alla Procura della Suprema Corte dall'Associazione dei magistrati per i minorenni e la famiglia, e il primo presidente Giovanni Canzio aveva incaricato le Sezioni Unite di pronunciarsi "data la particolare rilevanza della questione". In tutto il Paese, infatti, la questione stava generando criticità.

I tribunali dei minori di Milano, Catania, Bologna, Brescia e Salerno - informa la sentenza 1946 depositata oggi dalle Sezioni Unite - hanno in questi quattro anni respinto la richiesta di interpello della donna che ha partorito ritenendo "necessario attendere l'intervento del legislatore per dare corso alla richiesta del figlio a che il giudice interpelli in via riservata la madre naturale circa la persistenza della sua volontà di non essere nominata". Invece, i tribunali per i minori di Trieste, di Piemonte e Valle d'Aosta, e la Corte di Appello di Catania sezione per i minori, ammettevano "la possibilità di interpello riservato anche senza la legge" e questo "in forza dei principi enunciati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (sentenza 'Godelli' contro Italia nel 2012) e per effetto della sentenza di illegittimità costituzionale del 2013".

Con questo verdetto, che si articola di 28 pagine e riguarda un caso esaminato dalla Corte di Appello di Milano contraria all'interpello, la Cassazione - nel solco della Consulta che aveva giudicato irragionevole "la eccessiva rigidità" delle norme che precludevano per sempre la verifica "della perdurante attualità" della scelta dell'anonimato - ha cercato di coniugare "il diritto fondamentale del figlio a conoscere la propria identità, nel rispetto del contrapposto diritto all'anonimato della madre".

Secondo il verdetto, nonostante "il legislatore non abbia ancora introdotto la disciplina procedimentale attuativa", esiste "la possibilità per il giudice, su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini e di accedere alla propria storia parentale, di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione". Le modalità da seguire, spiega la Cassazione, si possono dedurre "dal quadro normativo e dal principio somministrato dalla Corte Costituzionale, idonee ad assicurare la massima riservatezza e il massimo rispetto della dignità della donna; fermo restando che il diritto del figlio trova un limite insuperabile allorquando la dichiarazione iniziale per l'anonimato non sia rimossa in seguito all'interpello e persista il diniego della madre di svelare la propria identità".