mercoledì 25 gennaio 2017

La guerra civile americana? Può servirci a capire i guai dell'Unione europea

Carlo Lottieri - Mar, 24/01/2017 - 08:00

Il sudista Calhoun studiò il rapporto tra federalismo e libertà: una lettura per i tecnocrati di Bruxelles...



A metà Ottocento, all'indomani della Guerra civile, gli Stati Uniti conobbero cambiamenti cruciali e smisero di essere un'alleanza tra comunità indipendenti, definendosi sempre più quale nazione unitaria e popolo coeso. Alcune trasformazioni riguardarono pure il linguaggio, se si considera come ha evidenziato Shelby Foote che «prima della Guerra civile l'americano usava la formula gli Stati Uniti sono; dopo il conflitto essa divenne gli Stati Uniti è» (al singolare).

Molte delle questioni fondamentali che sono alla base di questo mutamento di prospettiva sono bene illuminate da un libro scritto da Luigi Marco Bassani sul pensatore sudista Calhoun (Repubblica o democrazia? John C. Calhoun e i dilemmi di una società libera, edito da IBL Libri): un testo che aiuta a cogliere come nei decenni che conducono dalla Dichiarazione d'Indipendenza fino al successo dell'esercito di Abraham Lincoln la cultura politica nordamericana abbia conosciuto tensioni fortissime.

Dal punto di vista storico, la rilevanza di Calhoun che fu pure vice-presidente degli Stati Uniti al fianco di John Quincy Adams e di Andrew Jackson consiste nell'essere diventato il più acuto teorico dei cosiddetti diritti degli stati e, di conseguenza, della facoltà delle comunità del Sud di gestirsi autonomamente. Sullo sfondo c'era senza dubbio la questione della schiavitù: a un Nord industriale e ormai affrancatosi dalla vergogna di quella istituzione, si opponeva infatti un Sud caratterizzato da un'agricoltura che ancora faceva un uso massiccio del lavoro schiavistico e da una comunità bianca incapace di immaginare l'abolizione di tale pratica.

L'essere stato l'interprete più importante della cultura schiavista del Sud ha sempre gettato un'ombra cupa su tale studioso. Nella sua monografia, però, Bassani ci aiuta a cogliere pur senza mai sottostimare gli aspetti inquietanti del pensiero calhouniano come in questo autore emergano temi attualissimi, drammatici, meritevoli di un approfondimento. La schiavitù fu importante, ma va letta entro un quadro molto più ampio.

In particolare, uno delle questioni cruciali affrontate da questo studioso originario della Carolina del Sud è da riconoscere nella tensione tra la libertà individuale e la democrazia maggioritaria. A un certo punto nella riflessione di questo autore «l'ossessione, il cuore dell'indagine teorica, diventa il dispotismo democratico, la maggioranza numerica che rompe ogni argine e diventa arbitro assoluto di una comunità politica». Mentre le generazioni americane precedenti avevano sempre creduto che la libertà si associasse alla piena partecipazione del popolo alla vita pubblica, Calhoun appare consapevole che purtroppo vi sono situazioni in cui l'imporsi della volontà popolare favorisce il potere più oppressivo e mina ogni libertà.

Il cuore della sua analisi, a ogni modo, sta nel contrasto tra una visione realmente federale e una nazionalista. Egli interpreta meglio di altri e con più raffinatezza una convinzione per decenni comune in America: quella secondo cui l'Unione era stata realizzata dagli Stati, e non da un popolo americano allora difficile da riconoscere quale soggetto unitario. In tal senso Calhoun ci fa cogliere, per usare le parole di Bassani, che «quello che appare il vero corpo estraneo nella storia politica americana è la dottrina mistica dell'Unione quale fine supremo,

bene assoluto da difendere a ogni costo, adombrata prima da Daniel Webster nel 1830 e poi, in termini del tutto inediti, da Abraham Lincoln trent'anni dopo». È allora più in sintonia con la tradizione americana Calhoun di quanto non lo sia Lincoln, sebbene negli stessi anni dell'unificazione italiana e tedesca quest'ultimo riesca ad accorpare le ex-colonie in un'unica nazione grazie all'esercito nordista e agli oltre 600 mila morti causati dallo scontro tra il potere centrale e gli Stati del Sud.

Si tratta di considerazioni eminentemente legate al passato? Non proprio, se si considera che gli Stati nazionali forgiati nel diciannovesimo secolo sono ancora sulla scena e che analoghe dinamiche sembrano all'opera quando si osserva la costruzione degli Stati Uniti d'Europa e l'artificioso tentativo di creare per via politica identità politiche oggi esistono e non esistono.

Con questo libro, Bassani ci guida a comprendere come Calhoun sia davvero attuale per il suo avere evidenziato la tensione tra liberalismo, federalismo e democrazia. Allora come oggi, quanti hanno a cuore la libertà devono fare i conti con il mito della comunità (strumento per politiche aggressive e lesive dei diritti) e con l'ipotesi irrealistica, eppure assai condivisa che la maggioranza abbia sempre ragione.

La dottrina calhouniana della cosiddetta maggioranza concorrente evoca temi non molto noti entro il dibattito europeo, ma non si può negare come essa rilegga il costituzionalismo in una forma originale. L'idea è che la singola maggioranza di ogni stato facente parte di una federazione abbia il diritto di annullare le decisioni prese dalla maggioranza del Paese. In tal modo il federalismo frena la democrazia e i suoi esiti peggiori, affinché quest'ultima non dissolva le fondamenta liberali dell'ordinamento.

Non è allora il semplice voto popolare che può mantenere libera una società, ma semmai la frammentazione territoriale del potere e la dispersione dei centri decisionali. E in questo modo una riflessione teorica sorta un secolo e mezzo fa per proteggere le comunità politiche del Sud dinanzi alle pretese del potere di Washington si rivela di straordinario interesse anche nell'epoca della globalizzazione e dei processi di unificazione continentale.

Sorveglianza in Egitto con software italiani: la lettera degli attivisti

La Stampa
carola frediani

Tre organizzazioni per i diritti umani chiedono spiegazioni al Ministero dello Sviluppo Economico sull’export di un sistema di monitoraggio del traffico internet



Articolo aggiornato con il commento del Ministero

L’esportazione di sistemi di monitoraggio delle comunicazioni in Egitto torna a preoccupare diversi gruppi di attivisti per i diritti umani. Che questa mattina hanno chiesto alcune spiegazioni al nostro Ministero dello Sviluppo Economico in merito alle autorizzazioni concesse per esportare tecnologie di sorveglianza nel Paese nordafricano.

L’ong britannica Privacy International, insieme alla Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili (CILD) e l’Hermes Center for Transparency and Digital Human Rights - tre organizzazioni che si occupano a vario titolo di diritti umani e digitali - hanno mandato una lettera aperta al Ministero dello Sviluppo Economico domandando chiarimenti su una autorizzazione per l’esportazione di una tecnologia di sorveglianza in Egitto concessa a una azienda italiana.

Si tratta di un sistema di monitoraggio del traffico internet, una commessa ottenuta dall’azienda italiana Area spa dal Consiglio nazionale di difesa egiziano. E per la quale lo scorso giugno l’azienda di Vizzola Ticino aveva ottenuto il via libera dal Ministero dello Sviluppo Economico, attraverso una autorizzazione specifica per l’esportazione, come la Stampa aveva riferito.

Le domande degli attivisti
L’uso finale dichiarato di questo sistema era di agevolare l’attività di intercettazione di comunicazioni ai fini della sicurezza nazionale. Una precisazione che però non rassicura Privacy International e le altre due organizzazioni. Che chiedono spiegazioni sull’impiego effettivo di questa tecnologia. «Quali informazioni sono state ottenute e considerate prima di concedere la licenza all’esportazione di strumentazione verso l’Egitto (...)?» si domandano nella lettera. In particolare, sono stati fatti accertamenti sugli utilizzatori finali del sistema esportato e se siano coinvolti nella repressione interna e nella violazione dei diritti umani?

Il Technical Research Department
Le domande delle organizzazioni nascono sia dal contesto generale egiziano, sia dallo specifico destinatario finale della licenza. Come avevamo scritto su La Stampa, il cliente della commessa era l’azienda locale Alkan Communication and Information Technology del Cairo (che fa da intermediaria) ma l’utilizzatore finale era il Consiglio nazionale della Difesa e in particolare il Technical Research Department (TRD).

Che, come riferito da precedenti report di Privacy International e ribadito nella lettera di oggi, si tratterebbe di una agenzia governativa, “probabilmente una branca del Sistema di Intelligence Generale del governo egiziano e parte integrante dell’infrastruttura di intelligenze egiziana”, collegata a una “sistematica repressione e limitazione della libertà di stampa”. Il TRD avrebbe infatti acquistato (da varie aziende europee) un’ampia gamma di tecnologie di sorveglianza, incluse un centro di monitoraggio delle comunicazioni, un sistema di gestione delle intercettazioni e uno spyware.

Il giro di vite sui diritti
La lettera prosegue ricordando come lo scorso marzo il Parlamento Europeo abbia approvato una risoluzione che chiede “la sospensione di ogni forma di cooperazione nel settore della sicurezza con le autorità egiziane” considerato il contesto di violazioni dei diritti umani, inclusi episodi di tortura, decessi in custodia e sparizioni forzate.
«L’esportazione di una tecnologia di monitoraggio del traffico IP in Egitto pone un chiaro rischio per i diritti umani», scrive ancora la lettera. «I mesi scorsi hanno visto un giro di vite sul dissenso democratico, la libertà di espressione e la generale capacità di operare da parte dei difensori dei diritti umani».

Il rapporto di Amnesty
Un allarme lanciato anche, lo scorso luglio, da un rapporto di Amnesty International che denunciava le sparizioni forzate e le torture perpetrate in Egitto in nome del contrasto al terrorismo. Il rapporto si concludeva con la richiesta di «un embargo vincolante sulle esportazioni di quelle apparecchiature che vengono utilizzate o è probabile che vengano utilizzate dalle forze di sicurezza egiziane per commettere o favorire gravi violazioni dei diritti umani. La cessazione dovrebbe includere come minimo tutte ... le tecnologie di sorveglianza».

La risposta del Ministero: «Revocheremo l’autorizzazione» . 
Lo scorso luglio il ministro Carlo Calenda, nel corso di un question time alla Camera, aveva aperto alla possibilità di una revisione – in senso più restrittivo - delle procedure e dei criteri delle autorizzazioni.

Oggi il Ministero dello Sviluppo Economico, contattato da La Stampa, ha inizialmente detto di non aver ancora ricevuto la lettera. Dopo averne preso visione ha successivamente diffuso una nota, specificando che lo scorso 7 luglio era stato avviato il provvedimento di riesame in autotutela dell’autorizzazione concessa alla società Area S.p.A. «Al termine del processo di riesame – dice la nota - l’autorizzazione è stata sospesa e, in occasione della prossima riunione dell’apposito Comitato consultivo, si procederà alla sua revoca definitiva».

Il dicastero si è avvalso di alcune norme (contenute nell’art 12 del Regolamento CE 428/2009 che istituisce un regime comunitario di controllo delle esportazioni di prodotti e tecnologie a duplice uso) in base alle quali gli Stati membri dell’Unione europea devono tenere conto anche di considerazioni di politica estera e di sicurezza nazionale, nel rilascio di un’autorizzazione all’esportazione di prodotti che rientrano in questa categoria.

Area e le esportazioni
Area spa è un’azienda del Varesotto attiva da anni nel settore delle intercettazioni delle comunicazioni, che fornisce servizi di intercettazione a molte procure italiane, oltre che centrali di cattura e analisi del traffico internet e telefonico a vari Stati. Lo scorso dicembre è stata sottoposta a una perquisizione e un sequestro preventivo di circa 7,7 milioni di euro nell’ambito di una indagine della procura di Milano per la presunta violazione delle leggi sulle esportazioni. L’episodio riguarderebbe una commessa ottenuta dalla Siria fra il 2010 e il 2011. Il tema di fondo è quello del controllo delle tecnologie di uso duale o duplice, quelle tecnologie cioè che possono essere usate sia in ambito civile che militare.

La manifestazione per Regeni
La lettera di Privacy e delle altre due organizzazioni al Ministero arriva a distanza di due giorni dalla mobilitazione nazionale organizzata da Amnesty International a Roma, il 25 gennaio, per chiedere verità sulla morte del ricercatore italiano Giulio Regeni, a un anno dalla sua scomparsa al Cairo. Tra l’altro proprio in questi giorni - riferisce l’agenzia di stampa egiziana Mena - il procuratore generale egiziano avrebbe accettato la richiesta della procura italiana di inviare in Egitto degli esperti per provare a recuperare dati dalle telecamere di sorveglianza della zona del Cairo dove Regeni passò prima di sparire.

''Attento, il capo si avvicina'': un software ti avvisa in tempo

repubblica.it
di GIULIANO ALUFFI

Un programmatore della Brown University (Usa) ha sviluppato il sistema in grado di intercettare la presenza a una distanza di sette metri. L'intelligenza artificiale al servizio dei fannulloni?

''Attento, il capo si avvicina'': un software ti avvisa in tempo

QUANDO sul monitor che si dovrebbe usare per lavorare troneggiano in bella vista finestre compromettenti - come Facebook, YouTube con l’ultimo video di gattini o l’immarcescibile Prato Fiorito (l'ex Campo minato oggi recuperabile nel Windows Store) – e non si è dotati del senso di ragno di Peter Parker per avvertire dietro di sé lo sguardo accigliato del capufficio, può tornare utile l'ultima invenzione del programmatore Hiroki Nakayama. Un sistema 'smart' in grado di riconoscere in modo autonomo l’avvicinarsi del capo e rimpiazzare all’istante sul monitor le finestre di svago con serissimi documenti di lavoro.

Nakayama ha dapprima scritto un programma di riconoscimento facciale assemblando due librerie software opensource già esistenti: OpenCV per la visione artificiale e Keras per costruire una rete neurale in grado di identificare un volto. Il secondo passo è stato allenare l’intelligenza artificiale così costruita a riconoscere in tempo reale le fattezze biometriche del capufficio di Nakayama: compito svolto dando in input al sistema una lunga serie di fotografie della persona, diverse per espressione, inclinazione e distanza del volto, e per condizioni di luce.

Infine, il programmatore ha posizionato una webcam nella direzione della scrivania del suo capo. Risultato: quando il volto del superiore viene riconosciuto a meno di sette metri dalla postazione, sul monitor del programmatore compare a tutto schermo un'immagine preimpostata e utile a simulare produttività. Ben conscio di non essere il solo impiegato del pianeta in cerca di un modo hi-tech per sottrarsi all’occhio invadente del boss e alle sue ramanzine, Nakayama ha rilasciato una versione del programma su GitHub.

Nell’ambito dei software dedicati all'improduttività, il salto di qualità rispetto ai classici programmi della categoria Boss Button, che hanno lo stesso scopo di fondo, è notevole: si tratta della prima volta che, grazie alle reti neurali e alla loro capacità di apprendimento automatico, si delega al software stesso l'individuazione della minaccia in arrivo.

Un'innovazione che è, a pensarci bene, in felice controtendenza rispetto al pessimismo indotto dalla sempre più prossima era dell’automazione diffusa: di fronte a tanti sistemi di intelligenza artificiale pronti a rimpiazzare i lavoratori, eccone uno che si propone lo scopo opposto, ovvero salvare il posto anche di chi non brilla per stacanovismo.

L'Nsa ti ha spiato? Ecco come scoprirlo

repubblica.it
di DEBORAH AMERI

Attraverso uno strumento online offerto da Privacy International, gruppo inglese che si batte per i diritti civili, ora si può inviare una richiesta all'Investigatory Powers Tribunal che è obbligato, per legge, a controllare se si è stati sorvegliati. Se scopre qualcosa invia una comunicazione con i dettagli. La procedura prende un po' di tempo, ma ne vale la pena

L'Nsa ti ha spiato? Ecco come scoprirlo
La schermata iniziale del sito di Privacy International riporta un passaggio della Dichiarazione universale dei diritti umani

"QUALSIASI smartphone, in qualsiasi parte del mondo, può essere messo sotto controllo dalla Nsa americana senza che il proprietario se ne accorga". Edward Snowden, la talpa dal Datagate, che ha rivelato l'operazione di sorveglianza di massa dei servizi segreti americani e britannici, lo ha appena detto in un'intervista alla Bbc. Tutti eravamo (e forse lo siamo ancora) a rischio. E non solo usando il telefonino. Anche mandare un'email o usare internet era sufficiente per trasformare qualcuno in vittima incosciente del Grande Orecchio.

Ma adesso c'è un modo per scoprire se i servizi ci hanno spiato.

Grazie a una charity inglese, Privacy International, che ha portato in tribunale il Gchq (il più segreto dei servizi britannici) e ha vinto. La conseguenza è che l'Investigatory Powers Tribunal (Ipt) è costretto ad accettare e investigare ogni richiesta di eventuali vittime che arriverà entro il 5 dicembre 2015. Seguendo la procedura che vi spiegheremo, l'Ipt accederà ai dati del Gchq, con il quale l'Nsa condivideva tutte le spiate, e se troverà qualcosa su di voi ve lo notificherà, costringendo le due agenzie di intelligence a cancellare i vostri dati. Non serve neppure un avvocato perché ognuno può rappresentare se stesso, in qualunque parte del mondo risieda.

"QUALSIASI smartphone, in qualsiasi parte del mondo, può essere messo sotto controllo dalla Nsa americana senza che il proprietario se ne accorga". Edward Snowden, la talpa dal Datagate, che ha rivelato l'operazione di sorveglianza di massa dei servizi segreti americani e britannici, lo ha appena detto in un'intervista alla Bbc. Tutti eravamo (e forse lo siamo ancora) a rischio. E non solo usando il telefonino. Anche mandare un'email o usare internet era sufficiente per trasformare qualcuno in vittima incosciente del Grande Orecchio.

Ma adesso c'è un modo per scoprire se i servizi ci hanno spiato. Grazie a una charity inglese, Privacy International, che ha portato in tribunale il Gchq (il più segreto dei servizi britannici) e ha vinto. La conseguenza è che l'Investigatory Powers Tribunal (Ipt) è costretto ad accettare e investigare ogni richiesta di eventuali vittime che arriverà entro il 5 dicembre 2015. Seguendo la procedura che vi spiegheremo, l'Ipt accederà ai dati del Gchq, con il quale l'Nsa condivideva tutte le spiate, e se troverà qualcosa su di voi ve lo notificherà, costringendo le due agenzie di intelligence a cancellare i vostri dati. Non serve neppure un avvocato perché ognuno può rappresentare se stesso, in qualunque parte del mondo risieda.

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La procedura comincia sul sito di Privacy International che mette a disposizione il link dal quale partire per preparare i documenti necessari. Sfortunatamente bisogna fornire molti dati personali, nome, indirizzo, numero di telefono, email, account Twitter. Un paradosso, visto che stiamo parlando di privacy. "Lo sappiamo, è assurdo, ma è l'unico modo", dicono a Privacy International. "L'Itp non può agire da solo, ha bisogno di persone che si facciano avanti fornendo le loro generalità".

Una volta compilati tutti i campi con i vostri dati, il sito automaticamente genera per voi quattro documenti: una lettera all'Itp che chiede di mandare ogni corrispondenza all'indirizzo email fornito, i certificati T1 e T2, in cui si spiegano le basi legali grazie alle quali si può interrogare il database dei servizi (questi due fogli vanno firmati, pena la nullità della domanda) e infine un documento legale che contiene una descrizione più minuziosa delle leggi in questione. Il tutto va spedito a The Investigatory Powers Tribunal, Po Box 33220, Londra, SW1H9ZQ, Regno Unito.

La risposta arriva solo in caso affermativo, cioè se effettivamente siete stati spiati illegalmente, documentando esattamente cosa sia finito sui computer delle intelligence. Ma possono volerci mesi o, in casi estremi, anche anni. Grazie a un cambio di legge del governo inglese, l'attività di sorveglianza del Gchq è stata dichiarata illegale solo fino al 5 dicembre 2014. Da qui la necessità di compilare la domanda entro il 5 dicembre di quest'anno: perché solitamente la ricerca del tribunale si limita all'anno precedente la data della richiesta.

“Archaeology”, ad Auschwitz e Parigi gli oggetti inediti di uno sterminio da non dimenticare

La Stampa
marco berchi



C’è un momento “migliore” per visitare il Memoriale di Auschwitz – Birkenau? Se negli ultimi tempi si è più volte riproposto il tema dei selfie più o meno ridanciani scattati e postati durante una visita al campo, significa che bisogna stare doppiamente attenti a non far diventare sacrilega quella domanda. Dettata questa prudenziale premessa, sì, c’è un momento più adatto per entrare, in punta di piedi, in una delle più sconvolgenti esperienze che un viaggiatore possa fare oggi in Europa e quel momento cade nei mesi invernali. Lo dico a ragion veduta, avendo visitato il “Memorial and Museum Auschwitz – Birkenau” sia in agosto che in gennaio e precisamente nel gennaio del 2015, in occasione del 70° della liberazione del campo.



L’inverno dunque; l’inverno in cui, appunto, cade la Giornata della Memoria che celebra quel 27 gennaio 1945, data in cui le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento semi-evacuato e distrutto dai tedeschi in ritirata. Per molti italiani, avere in mente le semplici parole e le note della “Auschwitz” di Francesco Guccini aiuta a entrare ancor di più nella tensione emotiva della visita ma è certo la neve a fare la differenza, quella neve che da una parte quasi anestetizza l’angosciante enormità di Birkenau e dall’altra evoca l’aggravio di sofferenze dei deportati. Il campo — più appropriatamente definito Museo e Memoriale — è aperto tutto l’anno, sette giorni su sette — e le informazioni accurate sulle modalità di visita le trovate (in parte anche in italiano) sull’ottimo sito web.



Meglio, qui, dar spazio a una notizia molto importante. Il 26 e il 27 gennaio rispettivamente a Parigi, presso la sede dell’Unesco, e nel Block 12 di Auschwitz apriranno due mostre gemelle intitolate “Archaeology” e dedicate all’eccezionale ritrovamento di migliaia di oggetti appartenuti alle vittime delle camere a gas. Flaconi di medicinali e profumi, bigiotteria, orologi, spazzole, pipe, accendini, frammenti di stoviglie e di oggetti in porcellana, bottoni, coltellini da tasca, chiavi: migliaia di umili oggetti che segnano la vita quotidiana di ciascuno e dei milioni di innocenti sterminati ad Auschwitz amplieranno in maniera impressionante quanto già esposto nelle percorso di visita del Museo.



Alicja Wòjcik, responsabile delle mostre al Memoriale, definisce “commoventi” i reperti e spiega: «Nella maggior parte dei casi si tratta di oggetti di piccole dimensioni, quelli che letteralmente ci si tiene in tasca e che infatti possono essere riferiti ai precisi momenti della prima selezione dei deportati, quella che sulle rampe accanto ai binari individuava gli sventurati da inviare immediatamente alle camere a gas».


A confermarlo è l’incredibile storia del ritrovamento dei reperti. Nel 1967 una campagna di scavi con criteri archeologici fu condotta nell’area della camera a gas del crematorio III di Birkenau. Furono portati alla luce circa 16mila oggetti ma “per ragioni ignote” dicono ora i responsabili del Museo, solo una minima parte di essi furono affidati ai magazzini del Memoriale. La stragrande maggioranza furono semplicemente dimenticati, probabilmente nelle pieghe della burocrazia.



Nel 2015, analizzando attentamente le sequenze del film “Archaeology” con cui il regista Andrzej Brzozowski aveva voluto documentare i lavori di scavo del ’67, ci si è accorti che dalle immagini appariva che gli oggetti estratti dal terreno erano molti di più rispetto a quelli poi conferiti all’inventario del Museo. E proprio lo staff del Museo ha iniziato così una ricerca durata mesi nonostante si fosse quasi certi che il materiale fosse definitivamente disperso.



A rivelarsi decisivo è stato il contatto con gli ultimi testimoni viventi delle operazioni di scavo. Un’esile traccia, ancora ricerche e infine il ritrovamento: 48 scatole stipate in uno degli edifici dell’Accademia polacca delle Scienze a Varsavia hanno lasciato i loro polverosi scaffali nel giugno del 2016 con destinazione il Museo di Auschwitz.



Qui gli oggetti sono stati catalogati e una selezione di essi sarà esposta nelle due mostre.
Quella all’Unesco di Parigi sarà aperta sino al 10 febbraio, quella ad Auschwitz sarà visitabile sino al 24 dello stesso mese.

Info generali sulle mostre qui.
Attenzione, le procedure di visita al Museo e al Memoriale sono rigorose. Informarsi on line è fondamentale. Qui il sito. Meglio anche riservare online: si evitano lunghe code.



ARRIVARE
Oswiecim è il nome polacco di Auschwitz. Il modo più rapido per raggiungere la cittadina dall’Italia è senz’altro l’aereo con i voli di Alitalia, Easyjet e Ryanair sugli aeroporti di Cracovia (il più comodo) e Katowice (il più vicino). Utile per non dire indispensabile un’auto a noleggio (attenzione, pretendere pneumatici invernali). Chi fosse interessato a una guida in italiano per la regione (nel campo si entra solo con le guide ufficiali del Museo) scriva a: lentocha@interia.pl.

DORMIRE
A Oswiecim sistemazioni di diverse categorie. Prezzi non altissimi e buon trattamento nell’elegante Hotel Galicja, difficile però da riservare nelle date vicine al 27/1 perché ospita le personalità che partecipano alle celebrazioni.

A Cracovia, Puro Hotel. Comodi gli hotel della catena Ibis anche nella versione Ibis Budget.

Soprattutto

La Stampa
jena@lastampa.it

La Consulta non ci dirà l’unica cosa che ci interessa: quando potremo votare e soprattutto per chi?

Il ritorno di Lavabit, la casella email a prova di spia che piace a Snowden

repubblica.it
di ROSITA RIJTANO

Chiusa nel 2013 per "proteggere la privacy dei propri utenti", ora è pronta a riaprire e promette di "rendere la cifratura end-to-end una realtà automatica, ubiqua e open source"

LAVABIT è in marcia sulla via del ritorno. Era la posta elettronica cifrata usata da Edward Snowden, il whistleblower che ha avuto il merito di far conoscere al mondo la sorveglianza di massa e indiscriminata portata avanti dall'Agenzia per la sicurezza nazionale statunitense (Nsa). Chiusa nel 2013, ora è pronta a riaprire. Ad annunciarlo è lo stesso fondatore, Ladar Levison, in un post scritto sul nuovo sito del servizio. Una lettera destinata a "cittadini e vecchi utenti", pubblicata il giorno del giuramento del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti: Donald Trump.

La scelta dei tempi non sembra casuale sottolinea il sito specializzato in tecnologia The Verge, dato che con la sua elezione Trump "ha ereditato un apparato di sorveglianza potente e massivo". Ed è lecito supporre un potenziamento della vigilanza, considerate le prese di posizione del miliardario durante la campagna elettorale. Come la proposta di boicottare Apple fino a che l'azienda non avesse sbloccato l'iPhone dell'attentatore di San Bernardino.

La situazione di certo non migliora più vicino a noi. Con il Regno Unito che di recente "ha concesso alla propria polizia e alle proprie agenzie di intelligence poteri senza precedenti per monitorare i cittadini". Per non parlare degli hackeraggi che mettono continuamente a rischio i nostri dati personali. Un esempio è il caso Yahoo! (ora acquistata da Verizon): oltre un miliardo gli utenti esposti dalla "falla informatica più grande di sempre".

"Molto è cambiato da quando ho deciso di serrare i battenti", racconta Levison, "ma molto non lo è nel nostro mondo post-Snowden. L'email continua a essere il cuore della nostra identità digitale. Ma, come evidenziato da recenti incredibili titoli giornalistici, rimane insicura, inaffidabile e facilmente leggibile da un attaccante".

Nel quadro del braccio di ferro tra autorità Usa e compagnie hi-tech in merito alla protezione della privacy, la storia di Lavabit è una delle più significative. È l'agosto del 2013, siamo in pieno scandalo datagate, quando Levison decide di interrompere il servizio che in quel momento conta circa 410mila utilizzatori. Il motivo? Il governo Usa gli ha chiesto di fornire le chiavi crittografiche del sistema: avrebbero consentito agli agenti di leggere le email degli utenti. Secondo quanto ha ricostruito Wired Usa, l'obiettivo delle autorità era Edward Snowden.

Ma tutto ciò che riescono a ottenere è un documento stampato in caratteri microscopici. Viene giudicato "illeggibile". Le pressioni però non finiscono, così Levison decide di mettere un punto. "Sono stato messo davanti a una decisione difficile", prosegue, "o violare i diritti degli americani e dei miei utenti globali o chiudere. Ho scelto la libertà".

Oggi Lavabit "is back". E si propone di "rendere la cifratura end-to-end una realtà automatica, ubiqua e open source". Perché il sistema sia a prova di intrusioni hanno lavorato sui punti deboli. "Se funzionerà come descritto nel sito - spiega a Repubblica Stefano Zanero, professore associato del Politecnico di Milano -, hanno adottato un'architettura che rende impossibile rivelare la chiave che cifra la connessione tra l'utente e i server della casella di posta". Mentre le chiavi che codificano i messaggi da mittente a destinatario saranno conservate nelle macchine degli utilizzatori, perciò Lavabit non le conoscerà.

"È una lezione importante che le aziende fornitrici di servizi dovrebbero cercare di applicare", conclude Zanero, "limitare la raccolta di dati non solo aiuta a resistere alle eventuali richieste di sorveglianza da parte delle autorità, ma pure a non essere vittime di catastrofici furti di dati da parte di terzi". Inizialmente, Lavabit sarà disponibile solo per chi l'aveva già. Chi vuole un nuovo account deve pre-registrarsi (per un anno: 15 dollari per 5 gigabyte di memoria, 30 per 20; si può pagare anche in Bitcoin).

La resuscitata casella di posta dovrà far fronte alla concorrenza agguerrita di offerte che sono fiorite post ciclone Nsa, come ProtonMail. Ma può contare sulla pubblicità del vecchio fruitore illustre, Snowden: a The Intercept ha rivelato che riattiverà la propria email "anche solo per sostenere il coraggio" dei ragazzi di Lavabit. Per commentare l'effettiva sicurezza del servizio, però, sta aspettando che sia online.

Se l’aborto diventa come il divorzio islamico

repubblica.it

Roberto Saviano

Roberto Saviano. L'antitaliano

È un diritto garantito dalla legge. Ma troppo spesso è negato. In un paese ancora dominato da una soggezione sbagliata alla religione

Se l’aborto diventa come il divorzio islamico

«Meglio divorziare da una donna che ucciderla» questa è la risposta che il leader indiano dell’istituto musulmano per la difesa della legge personale o religiosa ha dato a chi contesta la pratica del triplo talaq. Ma cos’è il talaq? Talaq significa «io divorzio da te», «io ti ripudio» e ai mariti musulmani, in India, che appartengono a comunità dove vige questa pratica, basta ripetere per tre volte “talaq” per essere legalmente divorziati. Possono dirlo di persona, ma anche al telefono, via sms o mail, tanto che si è diffusa la fobia del divorzio tramite WhatsApp. Sembra che la pratica del triplo talaq possano utilizzarla anche le donne, ma di fatto non accade e ne sono, invece, esclusivamente vittime.

Ma non finisce qui perché, secondo un’interpretazione del Corano, se il marito volesse tornare con la moglie dopo averla lasciata, la donna dovrebbe prima sposare un altro uomo, avere con lui un rapporto sessuale, essere ripudiata (sempre attraverso il triplo talaq) e poi potrebbe tornare con il precedente marito. Ovviamente la volontà della donna non conta nulla: tutto dipende unicamente dalla volontà dell’uomo, dai suoi capricci. Afreen Rehman, una donna di 25 anni, è stata ripudiata dal marito con una lettera spedita per posta prioritaria.

La suprema Corte indiana prova a metter fine a questa pratica, ma è complicatissimo perché tutto è legale e, perché le cose cambino, si dovrà riformare completamente il divorzio islamico. L’usanza, o meglio, la legge del triplo talaq risale al 1937 e fu approvata sotto il dominio coloniale britannico con l’intento di garantire il rispetto della tradizione culturale islamica. Una legge ispirata a regole religiose che aveva il compito di preservare una cultura: questa frase sembra quasi innocua eppure, non potendo porre limiti all’influenza della religione sulla vita di tutti i giorni e sulle sue regole, non potendo individuare esattamente cosa di una cultura valga la pena preservare, una frase apparentemente innocua diventa la giustificazione per atrocità inspiegabili.

Pensiamoci quando sentiamo dire che le nostre tradizioni vanno preservate a ogni costo. Pensiamoci quando qualcuno tira in ballo le nostre radici cattoliche per giustificare atteggiamenti reazionari. Pensiamoci quando diamo per scontato che le tradizioni siano qualcosa di diverso dal folclore e che possano invece dare indirizzo a prassi quotidiane. Si conferma la certezza che le donne non combattono su questa terra ad armi pari, che ogni centimetro di diritto devono conquistarlo e poi difenderlo rischiando molto. E la certezza che le pratiche religiose non possono mai, nemmeno in minima parte, dare regole alla vita civile perché non esiste un modo razionale per determinare fino a che punto sia giusto che questo accada.

Mi capita di ragionare sullo stato della 194 e quindi scrivo di aborto che, incredibilmente, qualcuno ancora si ostina a considerare reato. Con un salto che ad alcuni potrebbe sembrare pindarico, mi verrebbe da dire che chi inorridisce per la pratica del triplo talaq e poi crede che abortire sia un crimine deve comprendere che tutto si gioca sempre, drammaticamente, sul corpo delle donne. Che non c’è distanza tra culture dissimili, unite spesso nella limitazione dei diritti delle donne. L’aborto non è omicidio. Abortire è un diritto spesso negato in Italia. La direzione di strutture sanitarie, di dipartimenti o la presidenza di policlinici, ad esempio, sarebbero - a senso - ruoli incompatibili con l’obiezione di coscienza.

Altrove in Europa, gli obiettori non possono essere ginecologi, ma dentisti, cardiologi, ortopedici: non gli è preclusa alcuna carriera. In Italia, anzi, sembra che le cose siano esattamente all’opposto: fa carriera il medico obiettore, quello cioè che non mette in discussione le radici cattoliche del Paese, in cui gli ospedali pubblici continuano ad avere padiglioni dedicati a santi cattolici.

Eppure, quello che mi colpisce ogni volta che affronto questo argomento (soprattutto sui social network, che sono la cartina al tornasole del dibattito sui diritti civili in Italia), è la violenza dei tanti che non comprendono che l’aborto è un diritto acquisito da difendere a tutti i costi. Non si è obbligati a praticarlo, non è un incentivo a concepire per poi pentirsene. Piuttosto vedere cosa accade nei paesi in cui è illegale (come il Brasile) aiuterebbe a comprendere perché dovrebbe difenderlo soprattutto chi si definisce pro-vita.

Addio Fax, la Protezione Civile emiliana sdogana SMS e mail

repubblica.it
di Pino Bruno @pinobruno

Sembra incredibile ma ci sono aziende ed enti pubblici e privati che usano ancora il fax. Persino la Protezione civile dell'Emilia Romagna, che però da domani dice addio e passa a SMS e mail.

Addio Fax, la Protezione Civile emiliana sdogana SMS e mail

La Protezione Civile della Regione Emilia Romagna non userà più il fax. Il foglietto di carta sputato dalla macchinetta sarà sostituito - udite, udite - "da comunicazioni via mail e SMS, contenute in un unico sito a disposizione dei sindaci e di tutti gli operatori del sistema di protezione civile, dalle Prefetture ai servizi regionali territoriali, per interessare anche i giornalisti e gli organi di informazione". Sembrerebbe una rivoluzione, e invece viene da chiedersi: ma davvero usavano ancora il fax?

Fax vintage

Non che sia lo strumento tecnologico a fare la differenza, se si pensa che alle 11.00 della mattina della tragedia di Rigopiano dall'hotel era stata inviata una PEC (Posta Elettronica Certificata) alla Provincia di Pescara con la richiesta di aiuto per liberare la strada e la segnalazione che "il gasolio del generatore si sta esaurendo e che i clienti sono fuori dalla struttura". Gli esiti di quella PEC li conosciamo.

Tornando all'abbandono del fax da parte della Protezione civile dell'Emilia Romagna, la Regione informa che "per formare i primi cittadini e tutto il personale interessato, si terranno incontri in tutte le province". Cioè sarà necessaria una particolare formazione per imparare a usare mail e SMS?

D'altronde ad agosto scorso era stato il Comune di Milano a stupirci chiedendo ai cittadini i dati catastali obbligatori per la Tari "esclusivamente" via fax. "Abbiamo ritenuto che il fax fosse il canale che più semplificasse la vita al cittadino", era stata la risposta del Comune alle numerose perplessità sollevate. Per non parlare delle aziende private che erogano servizi pubblici - come 3 Italia - che continuano a preferire il fax alla PEC.

Potremmo usare il fax come metafora dell'arretratezza complessiva della burocrazia pubblica e privata del Paese, che "scopre" l'SMS e la mail quando da decenni tutti usano questi strumenti. Così la classe dirigente si pavoneggia con Twitter e post su Facebook ma poi, sotto sotto, fa usare ancora il fax a dirigenti, funzionari e impiegati.

Cuba, rilasciato "El Sexto" il writer più scomodo dell'Avana

repubblica.it
di OMERO CIAI

Danilo Maldonado, il dissidente più conosciuto con il nickname con cui firma i suoi graffiti, il giorno della morte di Fidel scrisse sul muro dell'Hotel Habana Libre: "Se fué" e nel video che postò sui social con le strade deserte diceva: "Dove siete? Perché avete tanta paura di dire quello che pensate?". Un'ora dopo i servizi di sicurezza cubani lo arrestarono

Cuba,  rilasciato "El Sexto" il writer più scomodo dell'Avana
Il writer dissidente cubano Danilo Maldonado, più conosciuto come El Sexto, il nickname con cui firma i suoi graffiti

E' alto 1,97. Ha 33 anni ed è diventato il writer dissidente più famoso di Cuba. La notte del 25 novembre, appena resa nota la notizia della morte di Fidel Castro, Danilo Maldonado, più conosciuto con il nickname con cui firma i suoi graffiti, "el Sexto", è andato all'Hotel Habana Libre, nel centro della capitale cubana, e ha scritto a caratteri cubitali sul muro: "Se fué" (Se n'è andato). Riprese la sua performance con il cellulare e la postò sui social. Nel video, che mostrava anche le strade deserte dell'Avana, diceva: "Dove siete? Perché avete tanta paura di dire quello che pensate?". Un'ora dopo un gruppo di agenti dei servizi di sicurezza cubani sono andati a casa sua e lo hanno arrestato. L'accusa: aver danneggiato una proprietà dello Stato.
Cuba,  rilasciato "El Sexto" il writer più scomodo dell'Avana

L'Habana Libre, che prima della rivoluzione si chiamava Hilton, fu il famosissimo albergo che Fidel Castro requisì, e dove installò il suo primo quartier generale, quando arrivò all'Avana l'8 gennaio del 1959.  Dopo due mesi trascorsi in cella, nel carcere del Combinado del Este - quello speciale per i dissidenti -, domenica scorsa Maldonado è stato rilasciato. Per la sua liberazione Amnesty e altre organizzazioni, come Change.org, avevano organizzato una campagna internazionale. Ma ormai da diverso tempo "El Sexto" entra e esce dal carcere.

Nel 2015 ci aveva già trascorso dieci mesi. Lo arrestarono nei giorni di Natale del 2014 perché, ispirandosi al romanzo satirico di George Orwell "La fattoria degli animali", voleva organizzare una performance in una piazza dell'Avana, il Parque central, liberando due maiali con sopra scritto i nomi "Fidel e Raúl". All'epoca si difese sostenendo non c'era niente di politico, perché lui aveva sempre chiamato i suoi maialini o Fidel o Raúl.

Irriverente e temerario, Maldonado è cresciuto a Cuba in quel gruppo di giovani punk dissidenti che faceva capo a Gorky Aquila, il cantante del gruppo "Porno para Ricardo" che divenne famoso per le sue canzoni ironiche su Fidel e il regime socialista e che oggi vive in esilio a Panama. I suoi primi graffiti sui muri di Cuba furono quelli disegnati durante la campagna governativa per i cinque agenti dei servizi segreti cubani arrestati e condannati per spionaggio negli Stati Uniti.

Fidel Castro li chiamava "i cinque eroi" e in molte piazze di Cuba c'erano monumenti con scritto "Devuelvan nuestro cincos heroes". Maldonado con lo spray ci scriveva sotto "Devuelvan mis cinco euros", "Ridatemi i miei cinque euro".  Un gesto insolente che già allora - i cinque cubani furono poi rilasciati e tornarono sull'isola nel 2014 - lo trasformò rapidamente nel giovane artista di strada più perseguitato dell'isola.

Poi si tatuò sul petto i volti di Laura Pollàn, la fondatrice delle Damas en Blanco, il gruppo delle mogli dei detenuti politici, morta nel 2011, e quello di Oswaldo Payá, leader del dissenso cattolico a Cuba, deceduto in un incidente stradale, molto sospetto, nel 2012. Oltre che writer, Maldonado è anche pittore e disegnatore di fumetti. Molto famosi sono i suoi quadri satirici con Fidel Castro come soggetto e la serie di fumetti che disegnò mentre si trovava in carcere. Domenica, rilasciandolo, gli hanno detto può uscire dal Paese quando vuole.

Forse, per non avere più a che fare con lui, sperano che se ne vada presto. Magari a Miami, dove lo adorano e lo descrivono come "un artista libero molto odiato dal regime per il suo coraggio e la sua genialità".

Il Canada è diventato il paradiso dei mafiosi

espresso.repubblica.it
di Giovanni Tizian

Il Canada è diventato il paradiso dei mafiosi
I funerali di Nicola "Nick" Rizzuto

Nel milieu di Toronto era conosciuto come “the Animal”. Quelli del suo clan, invece, al corrente di quanto fosse goloso di pecorini, vini e salumi calabresi, preferivano chiamarlo Ciccio Formaggio. Quale sia stato l’epiteto preferito da don Carmine Verduci è ormai superfluo. Lo è da quando un freddo pomeriggio di aprile di tre anni fa la polizia ha trovato il suo cadavere crivellato di colpi. Ucciso in pieno giorno nel sobborgo di Woodbridge su Regina Road, una manciata di chilometri a nord dell’aeroporto di Toronto.

Questo, del resto, è sempre stato il regno del padrino d’oltreoceano. L’Ontario che fa da sfondo alla saga della ’ndrangheta “international” non è quello dei boschi sconfinati e delle casette in legno affacciate sui laghi ghiacciati. Ma è una provincia canadese che mostra il suo lato più oscuro, un crinale sul quale si intrecciano omicidi, cocaina, riciclaggio, appalti, riti arcaici e complicità insospettabili. Una trama nera, con intense sfumature di grigio, che racconta cinquant’anni di mafia calabrese in Nordamerica.

Woodbridge è il nuovo quartiere italiano. Villette a due piani, prati inglesi curati alla perfezione, il tradizionale barbecue in cortile. Ciccio Formaggio viveva da queste parti. In una villetta al 167 di Lio avenue, una stradina che affaccia sul Sonoma boulevard. Tutto attorno un dedalo di strade dal sapore made in Italy: via Carmine avenue, via Montebello, Toscana road e persino Villa antica drive. Regina road, la scena del crimine dell’esecuzione di don Carmine, si trova a nove chilometri da qui.

“Ciccio” Verduci, per quanto si sforzasse di parlare in inglese, si esprimeva quasi sempre in dialetto, quello duro e spigoloso dell’Aspromonte. I suoi parenti, del resto, sono originari di Oppido Mamertina, paesone arroccato sui monti noto alle cronache nazionali per l’inchino “forzato” della statua della Madonna sotto il palazzo del capo mafia durante la processione. Se le origini sono necessarie nel curriculum di un mafioso, la cittadinanza canadese lo è ancora di più.

A Carmine Verduci, per esempio, ha evitato la galera. A dimostrazione che i miracoli di San Michele Arcangelo, eletto come proprio patrono dagli ’ndranghetisti, spesso non servono: basta un vuoto normativo per evitare la prigione. Quando la procura antimafia di Reggio Calabria ha spiccato un mandato di cattura nei suoi confronti, don Carmine l’ha fatta franca perché il Canada non ha concesso l’estradizione: nel “Criminal Code” il reato di associazione mafiosa non esiste.

E quindi il boss Verduci, pur ricercato numero uno per le autorità italiane, era un cittadino libero di muoversi in terra canadese. Tanto che i killer non hanno avuto alcun problema a pedinarlo e freddarlo alla luce del sole. Per l’antimafia italiana, però, era ancora un latitante. Salvo dalle patrie galere, ma condannato a morte in Canada. In fin dei conti, forse, se don Carmine avesse previsto il futuro avrebbe scelto di costituirsi e rientrare nel Paese di origine da padrino in manette. Resta da chiedersi come sia stato possibile che gli investigatori dell’Ontario non abbiano predisposto neppure un minimo di sorveglianza su un boss di tale livello.

Domanda alla quale difficilmente verrà mai data una risposta. Ciccio Formaggio è ormai un fantasma. Gli eredi al trono della ’ndrangheta canadese hanno già rimpiazzato “the Animal”. Più giovani di lui, ma come lui ricercati dalle polizie italiane. E che in Canada, ovviamente, godono della massima libertà di movimento. Negli ultimi 6 anni il numero dei “rifugiati” delle ’ndrine è salito a 15: dopo l’uccisione di Verduci e l’arresto di un affiliato per reati minori, la quota è scesa a 13. È come se tra Toronto, Montréal, Thunder Bay e Vancouver, esistesse una zona franca per i mafiosi.

La zona franca
E di zona franca ha parlato in maniera esplicita Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia, che davanti alla commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi ha lanciato l’allarme: «Il rischio concreto è quello di garantire a figure di elevato spessore criminale, ricercate dalla magistratura italiana, la libera permanenza sul territorio come in una sorta di zona franca». Nell’agenda di Roberti la questione “’ndrangheta international” è in cima alle priorità. Lo dimostra un suo viaggio recente a Ottawa. «Abbiamo elaborato e firmato un protocollo con delle linee guida per snellire le procedure di cooperazione tra le nostre autorità e le loro», spiega all’Espresso il procuratore. Queste linee guida non sono però vincolanti.

La strada, dunque, è ancora lunga prima di raggiungere un’armonia necessaria per combattere il crimine globalizzato, di cui la ’ndrangheta è protagonista assoluta. Per questo, pur ammettendo che qualche timido passo avanti è stato fatto, il capo della procura nazionale non ha nascosto le sue perplessità ai parlamentari della commissione antimafia: «Siamo insoddisfatti del livello dell’interlocuzione che ci è stato proposto. Ribadisco: quando un capo delegazione viene il primo giorno e il secondo giorno non si presenta senza giustificare l’assenza e lascia che la sottoscrizione del documento sia fatta da un altro rappresentante di livello minore del suo mi sembra un fatto deludente, che può lasciare adito a qualche perplessità per quanto riguarda l’assunzione di responsabilità che quella sottoscrizione al documento comporta per le autorità canadesi».

Un successo nella cooperazione però c’è stato. Dopo quasi un anno di attesa, la polizia canadese ha inviato ai magistrati dell’antimafia di Reggio Calabria le intercettazioni effettuate durante l’indagine denominata Ophoenix che ha portato all’arresto di alcuni criminali per droga, per le autorità italiane pezzi grossi della ’ndrangheta globale. In quei nastri c’è la prova, sostengono gli inquirenti, della capacità dei mafiosi calabresi di dirigere il traffico mondiale dell’organizzazione.

Le microspie canadesi avrebbero infatti intercettato riunioni in cui i grandi capi dell’Ontario discutevano di dinamiche internazionali: dalla Locride all’Australia, dall’Olanda fino al nord Italia. E ora che le prime intercettazioni sono arrivate saranno utilizzate nei processi istruiti dall’antimafia reggina guidata da Federico Cafiero De Raho. Con la speranza che arrivi in fretta il resto del malloppo giudiziario.

Ricercati e funerali
Martedì 29 aprile 2014, Ore 9 e 30. Le campane della chiesa di santa Chiara di Assisi a Woodbridge suonano a lutto. La bara di don Carmine Verduci arriva puntuale: ad accoglierlo parenti, amici, soldati e luogotenenti. I funerali, come i matrimoni, hanno sempre rappresentato per i clan calabresi il rito che rafforza alleanze e l’occasione di riunire l’esercito di fedelissimi. Valeva per quelli celebrati in Calabria e vale per quelli che si tengono all’estero. Tra i presenti, così come rivela una fonte autorevole dell’antimafia, c’erano molti dei latitanti che la nostra magistratura, insieme al Servizio centrale operativo della polizia, alla squadra Mobile di Reggio Calabria e al Ros dei Carabinieri, inseguono da anni, scontrandosi con il muro di gomma canadese.

Oltre al danno - ripetono molti dei detective impegnati nella ricerca - la beffa: mafiosi per i quali l’Italia attende l’estradizione, quindi a tutti gli effetti latitanti, che ostentano la loro arroganza mostrandosi in pubblica piazza per porgere l’ultimo saluto al padrino ucciso. In effetti, è un fatto che neppure nel più sperduto dei paesi ad alto tasso di mafia accadrebbe più. In Calabria e Sicilia, ma anche in Campania, terre cioè addestrate a combattere le cosche, i funerali dei mafiosi sono ormai blindati, inaccessibili e svolti con un manipolo di familiari alle prime luci dell’alba. Le ordinanze dei questori sono ormai prassi consolidata. Sarebbe strano il contrario, come quanto è accaduto a Roma per la cerimonia show dei Casamonica.

In Canada, in tutte le province dall’Ontario al Québec, funziona esattamente come a Roma: funerali liberi per i mafiosi, con tanto di passerella pubblica per chi dovrà prendere in mano le redini della famiglia. L’ultimo funerale celebrato in grande stile è avvenuto il 3 giugno scorso. Questa volta a Montréal. Territorio ostile alla ’ndrangheta, patria della Cosa nostra americana, quella celebrata in decine di pellicole cinematografiche. Le campane della chiesa erano quelle del quartiere Ahuntsic-Cartierville. Il padrino si chiamava Rocco Sollecito, per gli amici semplicemente “Sauce”, come la salsa di pomodoro. Fuori, ferme ad aspettare il feretro, c’erano tre limousine nere con i vetri scuri.

Gli uomini con abiti eleganti portavano le corone di fiori bianchi all’interno. Le donne indossavano grandi occhiali per coprire le lacrime, le signore più anziane attendevano l’entrata della bara sui gradini della chiesa a pochi chilometri dalla “piccola Italia” della città canadese. Duecento persone in tutto, in fila per assistere al funerale di don Rocco, ucciso sei giorni prima mentre guidava il suv bianco marca Bmw. Don Rocco “Sauce” era un underboss, in questo caso del clan Rizzuto, la più potente famiglia di Cosa nostra nel territorio canadese. Underboss, in pratica, vuol dire luogotenente del padrino della famiglia mafiosa di appartenenza.

La messa per Rocco Sollecito
La messa per Rocco Sollecito

Il nome di Sollecito è finito sulle pagine dei quotidiani italiani prima di Natale. Don Rocco, infatti, viveva a Montréal ma era originario di Grumo Appula. E proprio in questo paesone pugliese in provincia di Bari il questore aveva vietato i funerali nel giugno scorso. Ma nonostante ciò il parroco di Grumo, don Delle Foglie, a sette mesi dall’omicidio e in occasione dell’arrivo del figlio di “Sauce”, in visita al paese d’origine per le feste natalizie, ha deciso di organizzare una messa per ricordare il padrino che non c’è più. Con tanto di manifesti affissi in paese che richiamavano i fedeli a unirsi alla preghiera. Alla fine però il clamore mediatico ha bloccato la cerimonia. La vicenda di Rocco Sollecito è la sintesi perfetta delle differenze culturali tra l’antimafia canadese e quella italiana. Ciò che qui ormai è vietato, al dì la dell’oceano diventa possibile.

Don Carmine e don Rocco - Ciccio Formaggio e “Sauce” - hanno più cose in comune di quanto possa apparire da una prima lettura superficiale. L’uno rappresentante della ’ndrangheta in Ontario, figlio di uno dei cartelli criminali più potenti al mondo chiamato “Siderno group of crime”; l’altro successore di Vito Rizzuto, che è come dire Bernardo Provenzano in Sicilia. Queste due organizzazioni occupano territori diversi ma non troppo distanti. Gli omicidi degli ultimi anni - una ventina ne hanno contati i nostri detective anti clan - potrebbero essere inquadrati in una guerra tra la mafia calabrese e siciliana, il cui potere non è più lo stesso, granitico, di un tempo.

Gli ’ndranghetisti hanno scalato posizioni ai vertici del crimine globale grazie alle loro connessioni con i cartelli della droga messicani e colombiani. Cosche che della cocaina hanno fatto il loro core business, trasformando New York nella piazza affari della coca, e i porti di Rotterdam, Anversa e Gioia Tauro negli scali internazionali del traffico mondiale. Non solo: anche la presenza di broker della polvere bianca nei luoghi dove si produce la merce più preziosa al mondo ha fatto salire il rating di affidabilità dei mammasantissima calabresi. Insomma, nel momento in cui il clan Rizzuto di Montréal è in profonda crisi, i padrini venuti dalla Locride potrebbero aver progettato il colpo finale.

C’è un particolare, di cui i nostri investigatori sono a conoscenza, che delinea meglio i contorni dell’omicidio di Verduci. Ci sono intercettazioni telefoniche agli atti di una monumentale indagine chiamata Acero-Crupi - condotta dalla procura di Reggio Calabria guidata da Federico Cafiero De Raho insieme a carabinieri e squadra mobile reggina - che rivelano quanto l’atteggiamento di Verduci stesse provocando fastidio ad altri due capi ’ndrina canadesi, conosciuti come “i Briganti”, anche loro nella black list dei ricercati e tranquillamente residenti dalle parti di Woodbridge. Frizioni interne ai clan dell’Ontario, di cui parlano due indagati intercettati dalle microspie e che persino gli investigatori della polizia riportano in loro recenti informative.

Dissidi, forse alla base dell’agguato a Verduci, scoppiati dalla scoperta di un inatteso legame tra Ciccio Formaggio e uomini dell’odiato clan Rizzuto. Su questa ipotesi stanno lavorando anche i nostri specialisti antimafia. Che, ora, metteranno alla prova la controparte canadese dopo la firma delle linee guida volute da Franco Roberti. “The Animal”, colpito dal fuoco di due padrini emergenti che mirano a prendersi anche il Québec, cioè Montréal, la città dove Cosa nostra è più forte e il tessuto economico più florido.

Ecco cosa scrive in un inedito rapporto il servizio centrale investigativo sul crimine organizzato (Scico) della Finanza: «L’analisi degli eventi criminali accaduti negli ultimi anni porta a ritenere che effettivamente il clan Rizzuto si sia pesantemente ridimensionato perdendo quella posizione di egemonia che aveva ai tempi sulla città di Montréal, capitale dello Stato del Québec che è territorio fiorente e ricco di imprese che potrebbe essere entrato nelle “mire” criminali dei citati ed agguerriti clan della ’ndrangheta, già attestati in posizione egemonica nella provincia canadese dell’Ontario».

Il Cartello
«Non è da escludere che l’organizzazione criminale calabrese possa fare quel salto di qualità che la porterà a estendersi in altre province canadesi, forte della forza militare e dell’enorme disponibilità di denaro di cui dispone il Siderno Group of Crime», è l’analisi degli investigatori italiani impegnati in missioni contro le cosche canadesi. Il Siderno group è un vero e proprio cartello criminale, con rami che raggiungono l’Australia.

Al pari del più celebre gruppo di Medellín in Colombia, o del Sinaloa in Messico, la sua storia è per certi aspetti una saga del crimine. Prende il nome da un paese della Locride, Siderno appunto, che tra i record negativi ha avuto quello di trovarsi con un ex sindaco arrestato con l’accusa di essere un capo della ’ndrangheta. Da qui provengono, del resto, i ricercati che per i canadesi ricercati non sono.I nostri detective hanno in mano una mappa precisa delle colonie di ’ndrangheta nel mondo, in particolare in Canada e in Australia.

Nei loro rapporti riservati Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia, concordano su un fatto: «Il livello di infiltrazione è tale che risultano operativi almeno 9 Locali (cosche ndr) di ’ndrangheta nell’area di Toronto con un indice di vitalità da richiedere la costituzione di un “Crimine”, ovvero il più alto livello gerarchico dell’organizzazione al fine di dirigere e pianificare le ramificate attività criminali dei Locali, nonché dirimere eventuali controversie interne». Il Ros dei Carabinieri va oltre e nel documento inviato alla procura nazionale antimafia osserva: «I rappresentanti dei clan canadesi sono dediti a importanti operazioni di riciclaggio e reinvestimento di denaro di provenienza illecita per reati commessi anche nel territorio nazionale».

E aggiungono: «Operano in stretta simbiosi con i vertici delle più importanti cosche della ’ndrangheta della costa ionica della provincia di Reggio Calabria. Costanti, al riguardo, erano gli scambi di comunicazioni che avvenivano attraverso emissari inviati per partecipare a riunioni strategiche». La casa madre calabrese, dunque, è sempre la mamma da cui tornare quando le cose si mettono male, quando qualche testa calda crea disordine nel sistema criminale stabilito dalle ’ndrine.

Il reparto speciale della Finanza che indaga sulla criminalità organizzata in un suo recente dossier riporta ulteriori dettagli sugli interessi dei boss calabresi: «Contemporaneamente, queste famiglie hanno investito i proventi di tali attività in diversi esercizi commerciali (principalmente bar e ristoranti), situati nel centro di Toronto, ma soprattutto nell’area di Woodbridge. Bar e ristoranti che vengono utilizzati, non solo per riciclare, ma anche come basi logistiche».

Capaci, anche, di riciclare diversi milioni di euro della cocaina nel paradiso fiscale di Turks e Caicos grazie alla complicità di un noto avvocato di Toronto. Il giro di quattrini è stato scoperto solo dopo la cattura di un importante capo cosca calabrese, un vero “principe” della coca, ospite in un lussuoso appartamento con vista sul lago Ontario. Per i finanzieri però il livello di complicità è più profondo. Si annida persino negli appalti pubblici: «Società e personaggi riconducibili alla ’ndrangheta hanno investito anche nello smaltimento dei rifiuti». Pure in questo caso domina il cartello del Siderno Group. Che ha solo cambiato mare e passaporto ma non metodo: dai paesi della costa ionica ha trovato rifugio nelle terre bagnate dall’Atlantico del Nord.