domenica 22 gennaio 2017

Buongiorno Mattia

La Stampa

Gramellini passa a Feltri il testimone dalla rubrica di prima pagina che da quasi vent’anni apre con passione e arguzia la giornata dei lettori


Massimo Gramellini e Mattia Feltriin un ritratto di Dariush Radpour

Vi sono momenti nei quali la vita di un giornale si trasforma ed oggi è uno di questi. Dopo 28 anni alla Stampa e 18 anni di Buongiorno, Massimo Gramellini lascerà a fine mese il nostro quotidiano per andare al Corriere della Sera. Il Buongiorno, ormai un’istituzione, rimarrà sulle nostre prime pagine e da lunedì 22 gennaio sarà affidato all’editorialista Mattia Feltri, alla Stampa dal 2005, già capo della redazione romana.

La storia che vi raccontiamo è dunque fatta di inizi e di arrivederci. Parleremo di noi stessi, deroga eccezionale per un’occasione speciale. L’articolo spesso considerato il più letto nei giornali d’Italia, il Buongiorno , nasce il 12 ottobre 1999. Era un martedì, il titolo a sei colonne del giornale era «Il dossier segreto del Kgb», la foto un caos dei trasporti a Roma, il titolo del Buongiorno era «Fischio doble», sulla rivoluzione, poi abbandonata, del doppio arbitro sui campi da calcio.

L’inizio
Gramellini: «Ero a Torino, sul tram. Un signore stava leggendo un mio articolo che partiva dalla prima pagina. Quando tentò di girare la pagina, spero per leggere il seguito, il giornale gli cadde per terra e lui sacramentò. Pensai: se riuscissi a essere così sintetico da restare dentro le venti righe, chiuderei il pezzo in prima e questo signore sarebbe più sereno. Il modello era, e rimane, Michele Serra.

Poi ci fu il grande coraggio di Marcello Sorgi, direttore di allora, di farlo davvero: il Buongiorno prese forma in piazza San Carlo durante un pranzo con lui. Il Buongiorno non è l’editoriale. È un pezzo strambo, che prende una storia che nessuno ha trattato o un aspetto laterale della storia principale. Venti righe, poi, sono comode da leggere ma complicate da scrivere. C’è una lettera in cui Voltaire dice a un amico: “Scusa se ti ho scritto tre pagine, ma non ho avuto abbastanza tempo per scrivertene una sola.”

All’epoca vivevo a Roma, non mi resi conto che tra i lettori della Stampa il Buongiorno era diventato un’abitudine. Lo compresi di colpo tre anni dopo, quando presentai a Torino la prima raccolta della rubrica all’Unione industriale. C’era una coda infinita per entrare e io chiesi: “Ma chi parla stasera nell’altra sala?”. Mi spiegarono che la coda era per me. Scrivevo sulla Stampa da una vita, tantissime volte in prima pagina, ed ero stato persino inviato di guerra in Jugoslavia. Eppure un signore del pubblico mi domandò: “Ma lei fino a tre anni fa che lavoro faceva?».

Feltri: «Quel libro io ce l’ho a casa con dedica e autografo di Massimo che me lo mandò prima che arrivassi alla Stampa. Di sicuro non ne leggerò neanche una riga, un po’ mi è venuta la tentazione, ma rimarrà negli scaffali. L’errore più grande che potrei commettere è quello di cercare di imitare Massimo. Ho imparato, anche per mie vicende personali, che l’unico modo di fare bene le cose è farle per come si è capaci. Se si prova a scimmiottare qualcun altro è un disastro assoluto. Quindi io cercherò di fare un disastro, ma non un disastro assoluto».

Il nome
Gramellini: «Erano le dieci di sera, il primo Buongiorno era già in pagina e non avevamo ancora deciso come chiamarlo. Mi cercarono al telefono dal giornale, io ero appena uscito di casa per portare il cane a fare la pipì: mi guardai intorno in cerca di ispirazione e proposi “L’aiuola”. Per fortuna Sorgi disse: “No, chiamiamolo Buongiorno”. Sul momento non ci pensai troppo, eppure quel nome ha influenzato lo sviluppo della rubrica. I lettori, le lettrici in particolare, chiedevano storie positive di gente comune. Volevano uno sguardo meno cinico sul mondo. Pur avendo scritto più corsivi satirici che corsivi “sentimentali”, tra gli addetti ai lavori mi si è appiccicata addosso l’etichetta del buonista, ma si sa, questo è uno strano Paese. Tra la classe dirigente e la gente comune c’è proprio un fossato: ogni volta che al mattino ricevevo i complimenti di qualche potente, potevo star sicuro che il Buongiorno avrebbe avuto pochi lettori. E viceversa, per fortuna».

Il passaggio
Gramellini: «Sono contento che il mio spazio vada a Mattia, un amico, un fratello di virus granata (credo sia uno dei pochissimi bergamaschi che tifano Toro, ci sono laboratori clinici che lo stanno studiando), giornalista colto e curioso e umorista sopraffino. Fui io a segnalare il suo nome a Sorgi, quando ancora lavorava al Foglio.

Per me La Stampa è anzitutto il ricordo di quando da bambino mi svegliavo e mi precipitavo alla porta di casa per prendere la copia che il portiere aveva lasciato sullo zerbino. Con una mossa decisa lo aprivo direttamente alle pagine dello Sport per leggere d’un fiato il pezzo sul Toro, poi ripiegavo il giornale e lo rimettevo a posto per non farlo trovare sgualcito a mio padre. Lasciando La Stampa non cambierò il rito: Mattia, sarai la seconda cosa che leggerò…».

Feltri: «Quando sono arrivato alla Stampa era il 2005, ero molto contento perché nonostante sia nato e cresciuto tra Bergamo e Milano sono stato un lettore della Stampa fin da ragazzo. Leggevo anch’io per prime le notizie sul Torino e poi Gramellini, Romagnoli, la rubrica della tv di Curzio Maltese, e poi Ceccarelli, Battista, Pino Corrias. La Stampa sembrava l’Atalanta di oggi, e aveva anche le grandi firme. Quando Massimo mi chiamò è stato perfetto, è stata la chiusura di un cerchio».

Gramellini: «La lobby granata trionfa. Non ancora in campo, purtroppo, ma almeno sulle prime pagine dei giornali. Stampa e Corriere...».

Feltri: «Siamo quasi in posizione dominante. Forse interverrà qualche autorità garante a togliere una delle rubriche, probabilmente la mia».

I titoli
Gramellini: «Titolare il Buongiorno mi ha sempre divertito. Ma il titolo più bello lo devo a Gianni Riotta, all’epoca condirettore. Parlavo delle case irregolari costruite nella Valle dei Templi di Agrigento, e Riotta lo titolò: “I templi abusivi”».

Feltri: «Io invece penso che il segreto del successo di Massimo è che non seguiva mai le mie idee. Questo mi dovrebbe preoccupare».

Gramellini: «Ma non è vero. Ho sempre ascoltato tutti, persino te. Il Buongiorno è un prodotto collettivo, che cominciava fin dalla mattina quando rompevo l’anima ai capi redattori per chiedere consigli (vorrei ringraziarli tutti, citando i primi della serie, gli stoici Roberto Bellato e Luca Ubaldeschi). E finiva alle undici di sera quando, dopo avere mandato il pezzo, mi venivano un sacco di dubbi e richiamavo lo sventurato responsabile del turno di notte per fargli cambiare un aggettivo. In mezzo c’era il sostegno di un intero giornale, dal direttore alle sue segretarie, che lo leggevano in anteprima esprimendo giudizi per me decisivi. Credo non esista un solo giornalista della Stampa che almeno una volta non mi abbia segnalato una storia, senza contare le tantissime suggerite, talvolta ordinate, dai lettori».

Feltri: «L’eredità che mi tocca è talmente enorme... Penso fermamente però che qualche volta si possano anche scrivere delle cose irritanti. Quando si dice che la finanza ci sta rovinando, per dire, si trascura il fatto che il 48% della finanza italiana è finanziato dalle famiglie. Siamo noi stessi a finanziare il nostro presunto nemico. Così si può dire ai propri lettori che c’è qualcosa che non va anche in noi, e non soltanto in chi comanda. E sottolineo noi».

Gramellini: «In Italia il club degli altri è il più diffuso. Tutto quello che succede è sempre colpa degli altri».

Feltri: «Penso che per scrivere il Buongiorno l’unico modo che io conosco è quello di essere leali e sinceri. Magari non sempre ci si riesce, le giornate sono piene di inciampi, però bisogna partire da questo, altrimenti si sbaglia. Se qualche volta tocca essere sgradevoli e irritanti lo facciamo perché vogliamo bene a chi ci legge».
L’Italia che cambia (?)

Gramellini: «Nel passato avevamo Berlusconi, una rockstar che superava le categorie, dalla politica allo sport, passando per la cronaca rosa e quella giudiziaria. Il Buongiorno gli deve molto. Un’estate mi ero ripromesso che non avrei più scritto di lui, a meno che non avesse fatto qualcosa di assolutamente assurdo, tipo fare esplodere un vulcano. Ebbene, lo fece esplodere! Un vulcano finto, ma l’eruzione era vera. Uno così non torna più, siamo tutti orfani».

Feltri: «Alla fine è stato anche un bene: dobbiamo ringraziare Berlusconi ma ci ha anche impigriti. E oggi anche applicarsi a Beppe Grillo può dare delle belle soddisfazioni».

Gramellini: «Però oggi nessuno si identifica in un politico.».

Feltri: «E infatti i ritratti dei politici non ci sono più. È il teatro della politica a essere morto».

Gramellini: «Ho la sensazione che stia tornando la voglia di avere dei politici più bravi nel fare che nel comunicare. Anche se la vittoria di Trump sembra fatta apposta per smentirmi».

Feltri: «La politica fa parte della nostra vita ma più che le persone oggi interessano i temi. Qualche giorno fa abbiamo pubblicato un pezzo sugli home restaurant: è il modo in cui gli italiani provano a vivere con la crisi. È un fenomeno che spiega molto: come si cerca di guadagnare, come spendere di meno. Penso che sia questo il vero centro, molto più di dove abbia fatto le vacanze Fassina, che tra l’altro, evidentemente, non va mai in vacanza».

Lo stile
Gramellini: «Il 9 febbraio si festeggeranno i 150 anni de La Stampa e per il filmato celebrativo ho voluto scegliere uno dei rari Buongiorno dedicati a un giornalista. Racconta che cosa successe in redazione quando arrivò la notizia dell’attentato a Falcone. Ciccio La Licata era suo amico. Cominciò a scrivere e a piangere: in silenzio e senza smettere di scrivere. Una scena in cui vedo lo spirito e lo stile di questo giornale, e mi sembra bello che a incarnarli, quel giorno, sia stato un siciliano».
Feltri: «Sono molto contento che tu abbia scelto quel Buongiorno.

Al Foglio per i primi anni non si firmavano gli articoli: noi facevamo un lavoro a beneficio della nostra testata, non della nostra firma. È stata la cosa più importante che ho imparato. Qualsiasi cosa Massimo, io o chiunque altro la faccia, non la facciamo per noi ma la facciamo per La Stampa, e dunque per i nostri lettori. Quel primo Buongiorno sul doppio arbitro si chiudeva con la più italica delle frasi: “Non è di mia competenza”. In effetti tutti possiamo raccontarci che qualcosa non sia di nostra competenza. Un compito, una notizia o la rilettura del prossimo Buongiorno. La differenza è tutta qua».

Testo raccolto da Beniamino Pagliaro


Ciao
La Stampa
massimo gramellini

Come si salutano i lettori con cui hai trascorso ventotto anni della tua vita, gli ultimi diciotto dentro questo rettangolo di parole che minacciava di chiamarsi l’Aiuola e invece - non per merito mio, ma del direttore di allora Marcello Sorgi - divenne il Buongiorno? Sul giornale di domani ci sarà spazio per i ricordi e i passaggi di consegne. Ma oggi voglio dirvi soltanto grazie. Grazie per gli applausi e per le pernacchie, per le segnalazioni e per i rimbrotti. Grazie soprattutto per avere trasformato la lettura dei miei deliri quotidiani in un’abitudine, al punto che quando mi ammalavo o andavo in vacanza venivo inseguito dalle vostre rimostranze: «Ma si può sapere che fine ha fatto?».

Ringrazio i personaggi pubblici per avermi fornito la materia prima. Un ringraziamento speciale va a Silvio Berlusconi, che per molti anni è stato il jolly a cui attingere nelle giornate di magra. Una sera di Ferragosto ero in catalessi davanti al computer, non sapendo cosa accidenti scrivere. Allora lui fece eruttare un finto vulcano in Sardegna e mi salvò. Grazie di cuore a tutte le persone comuni, le cui storie ho portato in prima pagina. Gli addetti ai lavori, e ai livori, le hanno talvolta bollate come buoniste, ma so che sono le preferite dei lettori, specialmente delle lettrici. Satira di costume, invettiva, esercizio di stile (ne ho fatti un paio anche in rima), racconto sentimentale. Il Buongiorno è stato un po’ di tutto questo.

Ora porto altrove il mio tavolino di parole, ma non ci si dimette dai propri lettori. È una promessa. O una minaccia, fate voi.