venerdì 20 gennaio 2017

Suggerimenti

La Stampa
jena

Caro Renzi, se vuoi ritrovare il tuo popolo porta i dirigenti del Pd a spalare neve e macerie.

All'asta la Mercedes 230SL di John Lennon, valore stimato 3 milioni di dollari

La Stampa
andrea barsanti (nexta)

Il bolide vintage, carrozzeria blu notte e interni grigio fumo, è stata una delle prime auto comprate dal Beatle, nel 1965



“Baby you can drive my car”, cantavano i Beatles nel 1965, e oltre cinquant'anni dopo un fortunato eletto potrà davvero guidare l’auto di uno dei membri del mitico gruppo inglese: la Mercedes-Benz 230SL Roadster su cui John Lennon sfrecciò per ben 4 anni è pronta per andare all’asta, e stando alle stime è possibile che il prezzo arrivi a toccare i 3 milioni di dollari.

Il bolide dalla carrozzeria blu notte e le finiture cromate è stato custodito in un museo della Florida per 17 anni, e in questi giorni va all’asta al Worldwide Auctioneers di Scootsdale, Arizona: presentata per la prima volta al Salone di Ginevra nel 1963, la nuova SL raccoglieva il testimone della 300SL e della 190SL, presentandosi con linee cesellate firmate dal designer Paul Bracq che, nel 1965, affascinarono un giovane cantautore di Liverpool deciso a festeggiare il successo con l’acquisto di un’auto: John Winston Lennon.



L’auto venne consegnata in Inghilterra, con configurazione di guida a destra, e registrato con targa “GGP_196C”. Equipaggiata con cambio automatico Bosch a quattro velocità, motore sei cilindri in linea, 170 cavalli, 2.3 di cilindrata, sospensioni indipendenti, freni a disco anteriori e a tamburo posteriori, la 230SL è stata completamente restaurata, compresi gli interni grigi a contrasto con la carrozzeria, e viene venduta con i documenti originali che attestano la proprietà di Lennon e indicano come indirizzo 23 Albermarle, Londra, quello cui i Beatles facevano riferimento prima del trasferimento in Savile Row.



Si tratta di una delle pochissime (si stima siano state 4) auto possedute da Lennon prima della sua uccisione, avvenuta nel 1980 a opera del fan Mark David Chapman, e prima di approdare alla casa d’aste statunitense ha fatto un lungo giro: stando alle ricostruzioni, la star di “Imagine” l’avrebbe venduta a una coppia britannica, che a sua volta l’avrebbe venduta a una concessionaria del Kent. Da lì l’auto sarebbe finita in Florida, acquistata da un appassionato che l’avrebbe poi ceduta, nel 1999, al museo dove è rimasta sino a oggi.

Un vero pezzo da collezione, che secondo le previsioni della casa d’aste vedrà il prezzo salire vertiginosamente nel giro di pochissimo: da 120mila a 3 milioni di dollari in 3 minuti.
Nell’ultima foto, i Beatles davanti a una Rolls Royce Phantom nel 1969

Mai più batterie esplosive grazie a un composto chimico

La Stampa
enrico forzinetti

All’Università di Stanford hanno studiato come impedire casi simili al Galaxy Note 7 attraverso un ritardante di fiamma, rilasciato quando la batteria supera una certa temperatura



Il Galaxy Note 7 è stato è stato probabilmente il peggior flop tecnologico del 2016. Lo smartphone è stato ritirato dal mercato dopo la scoperta che la batteria, surriscaldandosi, arrivava anche a far prendere fuoco al dispositivo. Una circostanza che in futuro potrà essere evitata grazie a uno studio realizzato dall’Università di Stanford e pubblicato sulla rivista Science Advances.

I ricercatori hanno messo a punto un sistema capace di evitare le esplosioni. Il meccanismo si basa sull’inserimento di una membrana permeabile tra il polo positivo e quello negativo della batteria. All’interno di questa viene racchiuso un materiale capace di sopprimere rapidamente ogni principio di fiamma che si può verificare.

Questo particolare composto chimico, il TPP, viene rilasciato dalla membrana che si scioglie quando la batteria si surriscalda eccessivamente. Il ritardante può così agire e arginare una potenziale esplosione in meno di mezzo secondo. È stato anche accertato che la presenza di questa membrana permeabile con il composto all’interno non influisce sulle prestazioni dello smartphone.

Se questa è un’interessante prospettiva per non vedere più batterie in fiamme in futuro, a oggi mancano ancora le spiegazioni ufficiali sugli incidenti con il Note 7. Secondo la Reuters, Samsung dovrebbe rilasciare entro la fine di gennaio un report che chiarisca una volta per tutte quanto accaduto con il suo dispositivo ormai ritirato dal mercato.

Almeno

La Stampa
jena@lastampa.it

Meglio morire in un attentato terroristico, almeno sai con chi prendertela.

Voli di Stato, Gentiloni “scongela” il mega-jet voluto da Renzi e chiude un caso paradossale

La Stampa
fabio martini

Un anno e mezzo fa Renzi, dopo aver annunciato l’uso di un nuovo aereo e stipulato un contratto di leasing con Etihad aveva preferito lasciare il velivolo negli hangar. Per timore delle polemiche anti-Casta?


Il jet a Fiumicino (Foto di Nicola Pinna)

La “timidezza” finora dimostrata da palazzo Chigi nell’uso del mega-jet - preso in leasing e poi lasciato muffire negli hangar - è finita: nel viaggio che lo ha portato da Roma e Berlino e viceversa, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha utilizzato e “scongelato” l’Airbus 340. Si chiude così una delle vicende più paradossali della presidenza Renzi.

Tutto era iniziato nel luglio del 2015, quando il presidente del Consiglio aveva annunciato ai giornalisti: «Ad ottobre andremo in Sudamerica con un aereo più grande, con il wi-fi, l’abbiamo già ordinato...». Nulla di più se ne seppe allora, l’unica certezza riguardava l’arrivo di un aereo destinato a mandare in pensione un anziano A319 in servizio da molti anni e che, per le tratte più lunghe, costringeva i voli dei presidenti del Consiglio ad uno scalo tecnico.

Nel giro di qualche settimana si scoprì che l’aereo scelto da palazzo Chigi era l’A340, un mega-jet preso in leasing da Etihad che porta abitualmente più di 300 passeggeri e ha una larghezza di 60 metri, appartiene alla stessa tipologia del Boeing 747 ma è al livello di quelli a disposizione di alcuni dei capi di governo di altri Paesi del G20.

In tempi di grande sensibilità per tutto quello che riguarda Casta e spese facili, l’annuncio del premier aveva fisiologicamente alimentato retroscena giornalistici e politici sulla presunta “grandeur” renziana: tanto era bastato per bloccare il battesimo del mega-jet. Certo, al blocco avevano contribuito anche problemi legati all’equipaggio e al contratto di leasing, sta di fatto che da allora Renzi ha continuato ad usare il vecchio aereo. Nulla era bastato a far cambiare idea al presidente del Consiglio, persino un incidente (sul quale nulla si è saputo) subito dall’anziano A320, al quale si era rotto in volo il finestrino della cabina di pilotaggio.

Le ragioni di tanta “resistenza” non hanno mai avuto una spiegazione ufficiale ma si po’ immaginare che abbia giocato il timore per polemiche sul fronte anti-Casta e dunque la decisione di Renzi di non rivendicare una precedente scelta. Nella speranza di contendere almeno una parte di elettorato ai Cinque Stelle. Il risultato paradossale di tanta “timidezza” era stata una immobilizzazione forzata del super-jet, con molteplici inconvenienti funzionali e finanziari, a cominciare dal fatto che il contratto con Etihad nel frattempo “corre”. Ora il nuovo presidente del Consiglio ha deciso di sbloccare l’aereo, sfruttandone appieno gli elevati standard tecnologici e di sicurezza.

Non senti la sirena? A Stoccolma l'ambulanza ti spegne l'autoradio

La Stampa
andrea barsanti (nexta)

Il sistema è stato messo a punto dagli studenti di ingegneria del KTH di Stoccolma, e prevede l’invio di un messaggio acustico che spegne anche la musica più alta


Un’ambulanza svedese (dal sito www.ambulance-photos.com)

Arriva dalla Svezia, ed è firmato da alcuni giovani e intraprendenti studenti, un nuovo strumento che promette di rendere le strade più sicure e aiutare a salvare delle vite: in sperimentazione attualmente sulle ambulanze di Stoccolma, è in grado di bloccare le autoradio che trasmettono musica ad alto volume – e dunque impediscono di sentire la sirena – sostituendola con un messaggio che informa del veicolo di emergenza in avvicinamento.

Il sistema EVAM, messo a punto dagli studenti del KTH Royal Institute of Technology di Stoccolma, prevede una trasmissione radio da parte del mezzo di emergenza sulle frequenze FM vicine (a patto che le radio siano dotate di Radio Data System), e la comparsa di un messaggio di testo sul display della radio.

Il segnale arriva, ad autoradio accesa, interrompendo cd, radio o musica da bluetooth con una voce che annuncia il sopraggiungere dell’ambulanza, prevedendo in anticipo quanto tempo prima l’automobilista deve ascoltare l’avviso a seconda del traffico. Il che significa che i tempi saranno diversi a seconda che ci si trovi nel traffico cittadino, in autostrada o su strade a scorrimento veloce.

Il progetto, hanno spiegato i suoi creatori, nasce dopo avere notato l’aumento degli incidenti che coinvolgono ambulanze e automobilisti che non hanno sentito la sirena a causa della musica troppo alta che invade l’abitacolo: il tempo necessario alla reazione, di solito, è di 10-15 secondi, mentre sempre più spesso capita che gli automobilisti si rendano conto della presenza dei mezzi di emergenza soltanto un paio di secondi prima di vederli e ne vengano colti di sorpresa, proprio per colpa dell’isolamento acustico.

Al momento la sperimentazione riguarda soltanto le ambulanze di Stoccolma, ma al termine del periodo di prova di tre mesi, se l’esperimento avrà avuto successo, anche il resto delle ambulanze svedesi verranno dotate del sistema EVAM.

Sfruttati e non pagati. Dove e perché gli stagisti sono trattati come schiavi

repubblica.it
Deborah Ameri


Juice Images / AGF

Lo scenario di solito è questo: una laurea fresca in tasca, magari qualche corso di specializzazione, o addirittura un dottorato, e tanta voglia di cominciare la carriera. Si parte dal basso, per forza. E allora si dà la caccia allo stage in aziende prestigiose, multinazionali o startup che diventeranno il Google di domani. Si sostengono addirittura dei colloqui e dei test per essere scelti e quando finalmente arriva la buona notizia il sorriso è amaro. Perché si lavorerà, sì (tanto) e ci si faranno un sacco di contatti, ma spesso il salario mensile ammonterà a zero. E chi paga affitto, bollette, sopravvivenza ordinaria in città?

In Italia si sa come funziona, quasi nessuno stage viene retribuito e secondo uno studio di Unioncamere del 2012 soltanto il 10% dei lavoratori volontari viene poi assunto. Per gli altri un arrivederci e grazie. Ma la situazione è tragica un po’ dappertutto e per una volta l’Italia non è la sola maglia nera. In Gran Bretagna, che l’anno scorso è stata l’economia più forte tra i Paesi occidentali, gli intern, come vengono chiamati gli stagisti, sono un esercito di invisibili.


Il deputato inglese Alec Shelbroke
 
«Non pagare i tirocinanti è diventato il volto accettabile del lavoro non retribuito nella moderna Inghilterra», spiega il deputato conservatore Alec Shelbrooke, che ha proposto una legge per bandire gli stage non remunerati. La norma però si è arenata ed è appena stata stoppata in parlamento per timore che potesse interferire con la vigente normativa sul lavoro. Oppure perché molti deputati inglesi offrono stage gratuiti ai neo laureati.

In teoria nel Regno Unito chiunque svolga mansioni definite e abbia orari di lavoro imposti deve essere pagato con il minimo salario orario approvato dal governo (7,20 sterline o 6,95 tra i 21 e i 24 anni). Ma in pratica niente vieta alle aziende di sfruttare i giovani. Ogni anno in Inghilterra oltre 20.000 neolaureati lavorano gratis, secondo un sondaggio condotto da YouGov per conto di Intern Aware, un’associazione che fa campagna per i diritti degli stagisti.

intern-aware

Tra i settori che sfruttano di più: educazione, trasporto e distribuzione, turismo e retail. E l’industria più ricca, quella finanziaria? Nonostante in media un amministratore delegato di una banca quotata in borsa guadagni quasi 5 milioni di sterline l’anno, il 20% degli stagisti non vengono retribuiti affatto. Nel 2013 un tirocinante ventunenne di Bank of America, Moritz Erhardt, era stato trovato morto sotto la doccia dopo aver lavorato per tre giorni di fila. La notizia aveva dato la stura a un dibattito accesissimo che condannava i “fat cat” delle banche, dove i giovani in prova passavano (e passano) anche 14 ore al giorno.

Il blog inglese GraduateFog di Tanya de Grunwald, che pubblica consigli di carriera per gli universitari, ha denunciato e svergognato a più riprese le organizzazioni più spilorce. Tra queste: il reality show X Factor, il gruppo Arcadia (che comprende diverse catene di negozi di abbigliamento), l’ufficio di Tony Blair e la maison di Vivienne Westwood.

«Dal 2008, quando la recessione ha avuto inizio, datori di lavoro senza scrupoli hanno intravisto negli stage un’ottima opportunità. E così il ruolo dell’intern è diventato indistinguibile da quello di un lavoratore a tutti gli effetti. L’unica differenza: non ha salario», spiega de Grunwald. A Londra, dove si spendono almeno mille sterline al mese solo per affitto e vitto, è impossibile vivere da stagista. Eppure c’è la fila. Non solo. Esistono addirittura agenzie apposite che mettono in contatto aspiranti intern con le compagnie più prestigiose.Inspiring interns chiede alle aziende un contributo mensile per tutta la durata dello stage, mentre City Internship fa sborsare allo stagista stesso 3.000 sterline per un piazzamento di prestigio di otto settimane.


City Internship

Secondo de Grunwald persino qualche datore di lavoro si azzarda a chiedere ai tirocinanti una piccola somma per fare avere loro le referenze. È successo al Think tank Civitatis International, che pretendeva 300 sterline a testa. Ma la situazione sta migliorando, sostiene la blogger, anche grazie ai social dove le compagnie che sfruttano vengono prontamente messe alla gogna.

Negli Stati Uniti i neo laureati non se la cavano meglio. Sul milione e mezzo di stage offerti ogni anno ai giovani, più della metà non viene ricompensato. Quasi un milione di stagisti resta quindi a bocca asciutta, secondo Ross Perlin, autore del saggio Intern nation. Ed è tutto legale, basta che l’intern riceva un beneficio in termini di esperienza e di acquisizione di nuove competenze.

Tra gli schiavi dello stage ci sono anche quelli della Casa Bianca (circa 300) e chi faceva campagna elettorale per Hillary Clinton. A denunciare la candidata democratica alla presidenza è stata proprio un’aspirante tirocinante, Carolyn Osorio, su un editoriale per Usa Today.


Carolyn Osorio
 
Dopo quell’articolo Clinton aveva annunciato che avrebbe retribuito i suoi intern full time.
Agli americani, comunque, va meglio che a noi. Secondo uno studio condotto nel 2015 dalla National association of colleges and employers il 52% degli stagisti viene poi assunto alla fine della loro esperienza.

E l’altra metà? Si ribella. Negli scorsi cinque anni molti ex tirocinanti lasciati a casa hanno denunciato il datore di lavoro. Le cause di sfruttamento sono fioccate sul gruppo Condé Nast, il magazine Harper’s Bazaar, Gawker Media, Nbc Universal e Fox Searchlight. Quella più nota è di Eric Glatt e Alexander Footman, che avevano lavorato non pagati sul set del film premio Oscar Cigno nero della Fox. Hanno vinto e ottenuto un rimborso di circa 7.000 dollari, ma non solo. La causa ha stabilito un precedente importante a Hollywood, dove sempre più studios e compagnie editoriali hanno ora deciso di compensare i giovani collaboratori.

La cattiva pubblicità non giova agli affari. In Canada danno la colpa alla gig economy, che ha reso il mondo del lavoro più precario. Un rapporto dell’associazione dei sindacati canadese, dal titolo Buttarsi senza paracadute, conclude che i millennials vengono spinti sul lastrico proprio da questa precarietà, siano essi stagisti non pagati o autisti di Uber o baristi a gettone. Il tradizionale impiego dalle 9 alle 5 non esiste più e tutta una generazione, quelli che hanno dai 15 ai 29 anni, rischia di diventare sommersa e invisibile.

20 imperdibili gadget hi-tech a meno di 20 euro

repubblica.it
Giuditta Mosca

Non è necessario spendere cifre importanti per regalarsi un gingillo tecnologico oppure un accessorio per rendere più funzionale o efficace un dispositivo che già possediamo. Qualche consiglio utile per farsi una coccola o per un piccolo regalo che verrà apprezzato. Ce n’è per tutti i gusti, e costano tutti meno di 20 euro.

Fitness al polso


Compatibile con Adroid 4.4 o versione superiore, questa fitness band è adatta a chi inizia a cimentarsi con il mondo dei tracker. Rileva il battito cardiaco, i cicli di sonno e il conteggio dei passi è abbastanza attendibile. MiBand è certificata IP67, ovvero resiste alla polvere e all’acqua (fino a 1 metro di profondità). La batteria da 45mAh è stata migliorata, il peso è di 13 grammi.
Xiaomi MiBand, 18,90 euro

Auricolari Bluetooth


Compatibili con i più diffusi dispositivi mobile, gli auricolari Bluetooth (versione 4.1) sono comodi soprattutto per chi fa attività sportive ma si adattano alle esigenze di tutti. Sono dotati di microfono e riescono quindi a sostituire gli auricolari dati in dotazione dai produttori di smartphone e tablet, hanno un’autonomia di circa 4,5 ore di utilizzo oppure di 170 ore in standby.
Auricolari Bluetooth Aukey, 19,99 euro

Il cavo USB per Apple lungo 3 metri


Adatto solo a dispositivi iOS e lungo tre metri, è una valida alternativa ai cavi dati in dotazione da Apple, certamente di buona qualità ma più corti. Garantito 18 mesi, il cavo è in doppia fibra di nylon ed è disponibile in diversi colori.
Anker powerline USB, 16,19 dollari

Lampada solare che si accende quando arrivi



Adatta sia agli interni sia agli esterni, la lampada solare wireless Mpow ha un sensore che permette tre modalità diverse di illuminazione. Dotata di 8 lampadine LED, di una batteria da 1200mAh e di un sensore di movimento che copre un raggio di circa 8 metri, è certificata come impermeabile. Più che sufficiente per illuminare la porta quando si rincasa o un terrazzo.
Lampada solare wireless Mpow, 19,90 euro

Scaldatazza USB



A chi non è capitato di prepararsi una bevanda calda, sorseggiarne un po’ e poi dimenticarsene fino a farla raffreddare? La soluzione c’è e costa una manciata di euro. Un simpatico gadget USB che mantiene la temperatura di tazze e bicchieri, adatto agli sbadati e a chi ama prendersi tutto il tempo che vuole, quando beve un tè.
Just Mustard, 12 euro

Lo speaker Bluetooth che funziona anche sotto la doccia



Pensato per seguirci ovunque, soprattutto se “ovunque” è sotto la doccia. Dotato di ventose e resistente all’acqua, è un accessorio Bluetooth (V3.0), quindi compatibile con tutti i sistemi operativi e con ogni tipo di device. Le dimensioni ridotte (8,5 x 5,5 centimetri) ne fanno un oggetto pratico e discreto che funziona ininterrottamente per sei ore, prima di dovere essere ricaricato. Colori cool e sgargianti per trovare posto in qualsiasi ambiente.
Speaker Memteq resistente all’acqua, 10,99 euro

Mini drone



Questo drone è da considerare come un giocattolo, anche se non è particolarmente indicato per bambini al di sotto dei 10 anni. Va usato rigorosamente all’aperto e ha il merito di essere un mezzo per fare appassionare i giovanissimi ai velivoli a guida remota. Tascabile (nel vero senso della parola), ha un’autonomia di volo di circa 5 minuti. Sfizioso, anche nel prezzo.
Drone tascabile FQ777, 19,99 euro

Carica batterie da muro



Uno per tutti e tutti per uno. Questo oggetto permette di caricare fino a 4 apparecchi contemporaneamente. Ognuna delle porte USB può erogare fino a 2,4 ampere, per un totale massimo di 8 ampere. Oggetto pratico che sostituisce i cavi dei nostri dispositivi e che, grazie anche alle dimensioni ridotte, rende più difficile vivere l’incubo della batteria scarica.
Carica batteria 4 porte USB RAVPower, 15,99 euro

Tostapane da scrivania



Un oggetto simpatico adatto ai disordinati cronici. In questo piccolo tostapane puoi alloggiare il tuo smartphone, blocchi di foglietti adesivi, graffette e qualsiasi altra cosa deciderai di metterci. Su uno dei lati c’è anche un temperamatite. Simpatico, economico e pratico.
Tostapane da scrivania, 14,95 euro

Guanti per schermi tattili



L’inverno e i display non vanno d’accordo, perché utilizzare dispositivi mobile quando indossiamo i guanti è difficile. Con iGlove si può ovviare al problema, tenendo anche le mani al caldo. Disponibili solo in un colore e in una sola taglia, si adattano però a ogni touchscreen.
iGlove, guanti per device mobile, 12,95 euro

Telecomando per presentazioni

Telecomando utilizzabile sia con i personal computer sia con i sistemi di home entertainment è dotato di 26 tasti per coprire tutte le necessità. La precisione del cursore è garantita fino a una distanza di 10 metri. Strumento adatto soprattutto a chi è solito fare presentazioni multimediali.
Media center e remote PC control, 19,90 euro

Pulisci-touchscreen



Pulire i display dei dispositivi touch è un’impresa ardua se non si adoperano liquidi e panni adatti. Strofina strofina, rimane sempre qualche alone qua e là. Con questo kit il problema viene risolto e, come si legge sul sito di uno dei venditori “ogni apparecchio digitale di ultima generazione torna al primo splendore”.
Kit pulizia touchscreen, 6,90 euro

Telecomando per fotocamere


Prodotto da Canon, è compatibile con tutte le camere EOS con presa E3. Il pulsante di controllo permette di gestire anche i tempi di esposizione lunghi e le riprese continue. Il cavo è lungo 60 centimetri e il telecomando, completamente in plastica, è un buon strumento per evitare il micromosso.
Telecomando Canon RS-60E3, 15.90 euro

Microscopio per smartphone

Un microscopio a 8 ingrandimenti con lente focale per device mobile. Dimensioni di 7x3x3 centimetri per un accessorio simpatico che si presta più all’uso ludico che a quello professionale, ma che può tornare comodo in più di un’occasione. Distanza di messa a fuoco 3 metri e angolo di campo di 240°.
Yulin microscopio 8x, 19,59 euro

Campanello wireless



Particolarmente indicato per uffici e negozi, è sufficiente collocare il pulsante al di fuori della porta e inserire il ricevitore in una presa di corrente. Ha una portata certificata di 100 metri, 36 diversi suoni e tre livelli di volume.
Kit campanello wireless QH-0535, 18,99 euro

Supporto per smartphone in auto

Avere lo smartphone a portata di mano quando si guida, senza distrazioni. Questo supporto ha un duplice vantaggio: è gradevole alla vista e ha un costo accessibile. Disponibile in verde e in nero si adatta a tutti gli smartphone.
Supporto per auto Devia, 5,16 euro

Pendrive USB

Tanti dati in uno spazio piccolo piccolo. Questa chiavetta USB ha una capacità di 64 Gb e sfrutta la tecnologia USB 3.0, con una velocità di trasmissione reale di 3,2 Gbps (400 megabyte al secondo). Una curiosità: l’anno prossimo questo standard compirà 10 anni, chi pensa che sia una novità sta facendo un errore.
Lexar JumpDrive S25 64 Gb, 16,99 dollari

Ventola per raffreddamento laptop

Durante i periodi più caldi dell’anno i computer portatili possono avere bisogno di una mano. Non è infatti raro che si spengano proprio mentre li stiamo usando. Per ovviare a questo noioso problema, si può ricorrere a una ventola che raffredda il processore messo a dura prova dal surriscaldamento. Si collega al computer tramite cavo USB e il supporto può essere inclinato, permettendo così di lavorare in modo più pratico e comodo.
Ventola per raffreddamento con led, per laptop fino a 17”, 14,99 dollari

Sempre con te


Pensato per chi fa sport o ha bisogno di muoversi con la massima libertà, questo bracciale (letteralmente “armband”) è adatto ai dispositivi Apple e Samsung, anche nelle loro versioni più recenti.
Armband RevereSport, 19,99 dollari

Una luce per ogni ambiente



Umore allegro? Puoi sottolinearlo con il colore della luce più adatto al tuo mood. Queste lampadine supportano 16 colori e 4 tonalità, per creare subito atmosfera a dipendenza dell’occasione. Il controllo è assicurato da un telecomando a raggi infrarossi.
Control dimmable lamp, 7,30 dollari

Oetzi, il suo ultimo pasto è stato a base di speck

repubblica.it

A rivelarlo durante una conferenza a Vienna un ricercatore dell'Eurac di Bolzano

Oetzi, il suo ultimo pasto è stato a base di speck

SPECK di stambecco. Questo sarebbe stato l'ultimo pasto di Oetzi, prima di morire sul ghiacciaio della val Senales. Lo ha rivelato l'esperto di mummie Albert Zink durante una conferenza a Vienna. La carne trovata nello stomaco della mummia, vissuta 5.300 anni fa, non era infatti cotta, ma essiccata.

La scoperta. Zink e i suoi colleghi dell'Eurac di Bolzano hanno analizzato la nano-struttura della carne, comparandola con vari tipi di carne e di lavorazione. "La carne cruda ed essiccata mantiene le sue fibre, che invece vanno perse con la cottura", spiega il ricercatore.

La dinamica. In assenza di armi da caccia funzionanti e con solo un arco ancora non pronto all'utilizzo, Oetzi non avrebbe potuto caccciare. E allora probabilmente si era nutrito di carne trovata per strada di animali morti in precedenza. E dato che la carne cruda si sarebbe deteriorata in fretta, il fatto che ne abbia trovata di essicata, è l'ipotesi più probabile. A confermare ulteriormente l'ipotesi è il fatto che nello stomaco della mummia sono stati trovati grassi provenienti da carne grassa e non da latte e formaggio, come si era pensato in un primo momento.

Il vescovo e il dottor B, storia d'amore e di denari

repubblica.it

di Emiliano Fittipaldi

Tra le vicende che il Vaticano ha cercato di oscurare c'è anche quella che riguarda monsignor Calogero La Piana e un'eredità di un facoltoso medico che prima di morire ha rivelato: «Era il mio amante: ci vedevamo dopo le 22»

Il vescovo e il dottor B, storia d'amore e di denari
Calogero La Piana vescovo emerito

A Messina c’è un’altra storia che il Vaticano ha preferito coprire con una coltre di silenzio. Riguarda un pezzo da novanta della curia siciliana, il vescovo emerito di Messina Calogero La Piana. Un potente salesiano nominato nel 2006 da Benedetto XVI metropolita della città. Per nove anni La Piana indossa la mozzetta con rigore inflessibile, respingendo con fermezza le accuse di chi lo considerava troppo vicino al sindaco di Mazzarrà Sant’Andrea (l’ex seminarista Salvatore Bucolo), e soprattutto rimuovendo e trasferendo arcipreti (come don Salvatore Sinitò e don Maurizio Colbacchini) accusati da voci maligne di aver infranto il sesto comandamento con ragazze e parrocchiane tramutatesi in amanti.

Nel pieno delle funzioni di governo, improvvisamente, il 24 settembre del 2015 Calogero detto “Lillo” annuncia ai fedeli sgomenti di aver dato nelle mani di Francesco rinuncia irrevocabile al mandato pastorale della diocesi. Motivo ufficiale delle dimissioni, spiega la sala stampa vaticana, le difficili condizioni di salute del monsignore. Nient’altro. «Questa Chiesa è stata distrutta, così come la mia famiglia e chi mi sta vicino. Ho servito la città come ho potuto ma non la lascio bene», attaccò durante una conferenza stampa due giorni dopo aver dato la ferale notizia.

In realtà, le dimissioni - più che alla salute - sono dovute all’incredibile vicenda, iniziata qualche anno prima, che  ruota attorno all’eredità del dottor B. Un uomo mai sposato e senza figli, da sempre devoto alla Madonna e alle gerarchie ecclesiastiche della città che, essendosi ammalato gravemente, scrive un testamento olografo davanti al notaio. Dopo aver deciso di regalare uno dei suoi appartamenti a una lontana parente e una cospicua somma di denaro divisa tra parenti di secondo e terzo grado, nomina erede universale del suo considerevole patrimonio un suo carissimo amico.

Un grande appartamento «con tutto il suo contenuto», «due posti auto», «presepi antichi, quadri di carattere religioso, orologi antichi, icone e statue della Madonna... L’erede universale dovrà poi vendere i gioielli, gli avori, l’argenteria, gli investimenti bancari, titoli, azioni, conti correnti e quant’altro depositato negli istituti bancari e il ricavato per desiderio di mia madre dovrà essere diviso tra Medici senza Frontiere, Casa generale delle suore missionarie di Calcutta e i missionari carmelitani».

In questo testamento compare come beneficiario anche il vescovo La Piana, a cui il dottor B. decide di donare, come si legge, solo «un crocifisso in argento e corallo». Un anno dopo, però, l’uomo - ormai allo stremo delle forze - decide di tornare davanti al notaio. Per rifare il testamento pubblico. Chiama due testimoni, davanti ai quali scrive di revocare «l’istituzione d’erede universale contenuta nel testamento olografo, e la nomina del medesimo e del di lui padre a esecutore testamentario. Istituisco erede universale monsignor Calogero La Piana, il quale sarà tenuto ad adempiere tutti gli oneri da me indicati nel più volte citato testamento olografo».

La Piana prende il posto del prediletto amico anche come esecutore testamentario. Il lascito è milionario, e diventerà esecutivo qualche settimana più tardi, quando il dottore muore. La donazione non è fatta a La Piana in quanto vescovo o capo di una diocesi, ma è indirizzata direttamente alla persona fisica: di fatto, è “Lillo” a ricevere l’appartamento e tutto quello che c’è dentro, ed è sempre lui a dover vendere e gestire i beni, gioielli e obbligazioni comprese, da lasciare in beneficenza. Nessuno a Messina sa che La Piana è diventato ricco. Per più di due anni del testamento nessuno, in curia, sa nulla.

E solo tra la fine 2015 e l’inizio del 2016 (quando il vescovo emerito, ormai dimissionario, è stato spedito in una parrocchia di Roma e papa Francesco ha mandato nella città dello Stretto un amministratore apostolico, il vescovo Antonio Raspanti) i soldi dell’eredità vengono bonificati alle fondazioni benefiche, come conferma l’ufficio stampa di Medici senza Frontiere. Ora, non sappiamo se La Piana abbia, come raccontano i malpensanti, voluto tenere per sé casa e gioielli, o se invece i due anni e mezzo siano serviti al monsignore a risolvere questioni burocratiche prima di dare esecuzione alle ultime volontà del suo caro devoto.

Sappiamo, però, che la curia di Messina ed esponenti della Congregazione dei vescovi sono venuti a conoscenza delle motivazioni per cui il nostro signor Rossi decise di cambiare all’improvviso il suo testamento. C’è un biglietto scritto di proprio pugno dal “testatore”, pochi giorni dopo l’ultimo appuntamento avuto dal notaio, che qualcuno ha deciso di rendere pubblico, quantomeno in Vaticano: «Con questa lettera voglio comunicare che ho avuto con monsignor Calogero La Piana un rapporto bellissimo di rapporti omosessuali che ho tenuto segreto per molti anni, ma penso che ora sia il caso di manifestarli, dato il caso particolare del momento in cui ci troviamo, che potrebbe farli cadere nell’oblio.

Questa lettera esporla e farla conoscere in caso di necessità per non far cadere tutto nell’oblio. Gli incontri avvenivano dopo le 22 o le 22 e 30 nel mio studio e spesso è stato incontrato dai miei vicini, dopo le 22, o le 22 e 30».

McCartney fa causa alla Sony, rivuole le canzoni scritte per i Beatles

repubblica.it
di CARLO MORETTI

Nell'ottobre del 2018 scadranno i 56 anni da quando Sir Paul cominciò a scrivere brani firmandoli in coppia con John Lennon, e il Baronetto si porta avanti con una causa legale. La multinazionale risponde: "Inutile e prematuro"

McCartney fa causa alla Sony, rivuole le canzoni scritte per i Beatles

Della serie: i soldi non bastano mai. Neanche ai ricchi. E Paul McCartney non fa eccezione. Dopo essersi avvalso della copertura Sony per tutelare negli ultimi decenni il catalogo delle sue canzoni scritte per i Beatles, in vista della scadenza dei diritti nell’ottobre del 2018 il baronetto fa causa alla multinazionale e alla Sony/ATV Music Publishing per tornare completamente in possesso dei diritti delle sue canzoni.

McCartney è considerato uno dei compositori di maggior successo nella storia della musica pop e rock, le sue canzoni sono state interpretate da migliaia di artisti nel mondo e Yesterday è la canzone che ha avuto il più alto pagamento dei diritti d’autore nella storia della canzone, potendo contare a tutt’oggi su più di 2 mila e 200 versioni. Yesterday è proprio una delle canzoni di cui l’ex Beatle vorrebbe recuperare i diritti, insieme ad altri duecento titoli tra i quali brani fondamentali come Hey Jude,Yellow Submarine, Revolution, Come Together e The long and winding road.

La causa, depositata in una Corte distrettuale di New York, punta a «confermare la sua proprietà» delle canzoni, «la quale è a lui garantita dalla legge sul copyright degli Stati Uniti». La citazione contro la Sony/ATV fa anche riferimento ad altri ricorsi legali presentati da McCartney a partire dal 2008. I legali di McCartney fanno riferimento al Copyright Act del 1976 che stabilisce che i diritti per le opere realizzate prima del 1978 debbono ritornare ai loro autori 56 anni dopo la data del copyright originale: e nel 2018 saranno 56 anni da quando John Lennon e Paul McCartney cominciarono a scrivere insieme canzoni nel 1962.

La risposta decisamente seccata della Sony non si è fatta attendere: "Sony/ATV ha il più alto rispetto per Sir Paul McCartney con il quale ha intrattenuto un lungo, amichevole e per entrambi fruttuoso rapporto, segnato sempre dal profondo rispetto per il ricco catalogo di canzoni firmate Lennon e McCartney. Abbiamo collaborato da vicino per decenni sia con Sir Paul sia con i curatori del patrimonio di John Lennon per proteggere, preservare e promuovere il valore di lungo termine del catalogo. Siamo molto dispiaciuti che abbiano avviato questa causa che crediamo sia insieme inutile e prematura".

Le promesse che Trump deve mantenere nel suo primo giorno da presidente

La Stampa
nicolas lozito

Durante la campagna elettorale ha firmato un programma di 60 punti da affrontare in 100 giorni: dopo l’insediamento dovrebbe attuarne 18


Donald Trump si insedierà venerdì come 45° presidente degli Stati Uniti d’America

Venerdì 20 febbraio inizierà la presidenza Trump. Alle 18 ora italiana il vincitore delle elezioni di novembre giurerà e si insedierà ufficialmente alla Casa Bianca come 45° presidente del Paese. Come promesso durante la campagna elettorale, già dal giorno successivo Donald Trump vuole guidare la sua amministrazione e avviare una lunga serie di azioni di governo. Lo scorso 22 ottobre, infatti, il candidato repubblicano aveva firmato e pubblicato un “Contratto con gli elettori” in cui aveva descritto punto per punto come avrebbe «reso l’America nuovamente grande» in 100 giorni. Diciotto dei 60 punti totali del piano sono azioni che Donald Trump ha promesso di eseguire il primo giorno: eliminare alcuni programma di Obama, avviare nuovi progetti, sospendere trattati e leggi.

Vi spieghiamo, con numeri e grafici, il piano di Trump



1. Bloccare l’immigrazione illegale
È stato il suo tema forte durante la campagna: il pugno di ferro per fermare l’arrivo di stranieri nel Paese e per espellere gli immigrati illegali: nel mirino di Trump, in particolare, i messicani e la minoranza musulmana.

I punti:
– Imporre un “controllo estremamente accurato” a tutte le persone che arrivano negli Stati Uniti
– Sospendere l’ingresso ai cittadini che arrivano da Stati da cui provengono terroristi e dove i controlli sono più difficili

– Cancellare il visto agli Stati che non riaccettano gli immigrati espulsi dagli Stati Uniti
– Iniziare a espellere i più di due milioni di immigrati che vivono illegalmente nel Paese



2. Neutralizzare Obama e alleggerire il governo
Molte delle iniziative promesse da Trump portano all’eliminazione dei programmi voluti da Obama. Inoltre Trump vuole snellire il governo federale e rendere più chiaro e flessibile il sistema politico.

I punti:
– Iniziare la selezione del nuovo giudice della Corte suprema che prenda il posto di Antonin Scalia, morto nel 2016

– Cancellare ogni azione esecutiva, memorandum e ordine firmati da Obama
– Proibire ai lobbisti stranieri di finanziare le campagne elettorali americane 
– Imporre 5 anni di divieto ai politici a diventare lobbisti dopo il termine del mandato politico
– Imporre un blocco delle assunzioni in tutti i settori federali, a eccezione dell’Esercito, la sicurezza pubblica e la sanità

– Richiedere che a ogni nuova regolamentazione creata, due vengano eliminate
– Proporre un emendamento costituzionale che imponga un limite di mandati a tutti i membri del Congresso.

3. Produrre più carboni fossili perché «il cambiamento climatico non esiste»
Trump ha più volte promesso che con la sua presidenza aumenteranno i posti di lavoro e molti settori, in particolare quelli del carbone e dell’acciaio, riprenderanno a crescere dopo anni di produzioni limitate o interrotte a favore delle energie rinnovabili.

I punti:
– Interrompere il finanziamento americano dei piani Onu contro il cambiamento climatico, e usare i fondi per riparare e migliorare le infrastrutture idriche americane.  
– Permettere l’avanzamento dei progetti legati alle infrastrutture energetiche, come l’oleodotto Keystone bloccato da Obama. 
– Togliere le restrizioni sulla produzione di energia tramite estrazione di petrolio, shale gas, gas naturale e carbone.



4. Rivedere gli accordi internazionali di scambio, in particolare il rapporto con la Cina
 Il nuovo protezionismo di Trump punterà a incentivare la produzione americana e diminuire i rapporti commerciali con i paesi stranieri. La Cina sarà la nemica principale dell’America, «concorrente sleale con cui fare meno affari».
 
I punti:
– Chiedere al segretario del Commercio di usare tutti gli strumenti in suo possesso a livello nazionale e internazionale per mettere fine agli abusi stranieri negli scambi commerciali.

– Chiedere al segretario del Tesoro di classificare la Cina come un paese manipolatore di valuta
– Cancellare il Trans-Pacific Partnership, l’accordo commerciale con i paesi asiatici 
– Rinegoziare o cancellare l’accordo commerciale tra Canada, Messico e USA (il Nafta).

Livorno, i giorni del disincanto nell'ex baluardo rosso, l'ultimo sconfitto torna a fare il caldaista

repubblica.it
MATTEO PUCCIARELLI

Qui è nato il Pci, il Pd ha perso da Grillo e l’orgoglio operaio è in un limbo “Demonizzare i 5 Stelle non può bastare”

Livorno, i giorni del disincanto nell'ex baluardo rosso, l'ultimo sconfitto torna a fare il caldaista
Una nave nel mare antistante Livorno

LIVORNO. Del cantiere navale Fratelli Orlando è rimasta solo la facciata dell'ingresso dove una volta migliaia di operai entravano e uscivano, smontavano e saldavano, costruivano e varavano. Oggi si entra e ci si trova un quartiere chic vista porto con annesso parcheggio sotterraneo e grande supermercato (della Coop, come da tradizione). Qui dove nel 1921 il Psi si spaccò in due, con gli allora massimalisti che fondarono il Pci, la sinistra si è persa; perduta perché il lavoro di una volta, quello che creava identità, appartenenza e conflitto, non c'è più da un pezzo. Mentre altrove cadeva il Muro, nella città dei Quattro Mori era l'ora delle dismissioni, la fine dell'industria di Stato e di un tacito patto sociale che garantiva un po' tutti.

Due numeri della Camera di commercio rendono l'idea del declino: dal 2004 ad oggi il tasso di disoccupazione è aumentato del 70 per cento; sono 60mila gli iscritti alle liste di collocamento sui 340mila residenti della provincia. È così che a Livorno è successo ciò che in molti consideravano impossibile: gli eredi del grande partito ("il Partito", nel gergo popolare non occorreva aggiungere altro) sconfitti alle elezioni dai 5 Stelle, movimento senza storia, senza tradizione, senza potere. Vincenti proprio per questo. "Siamo stati identificati come la conservazione", dice oggi Marco Ruggeri, operaio caldaista all'Eni e candidato sindaco sconfitto nel 2014.

Era consigliere regionale, si è dimesso sul serio come aveva promesso al momento di correre per il Comune. "Io li sento i miei colleghi - racconta - e votano in maggioranza per il M5S". Il motivo? "Non sappiamo più parlare con chi sta male. E siamo lontani dal mondo del lavoro. Il Jobs Act è stato percepito come un attacco in un momento di difficoltà. Cioè togliere tutele ai lavoratori in un quadro economico comunque di crisi". Tornare in azienda gli ha fatto bene, a Ruggeri: "Inutile dirlo, quando la politica diventa un mestiere a tutto tondo si perde il contatto con la realtà. I titoli di giornale e gli status su Facebook non risolvono i problemi, purtroppo".

Il disincanto è il sentimento che va per la maggiore. La locandina del Vernacoliere, giornale satirico livornese sempre attento a dare voce in modo ironico agli umori popolari, titola: "Gentiloni ci ha già rotto i coglioni". Neanche il tempo di arrivare, di aprire bocca, di emanare un decreto. Quanto a Matteo Renzi, lui veniva definito il "ducetto di Rignano", un corpo estraneo per la sinistra. Eppure, con lo stesso disincanto, l'ex premier venne votato in massa alle famose europee del 40 per cento. Fu un giorno strano quello, a Livorno: il Pd premiato per l'europarlamento di Strasburgo e contemporaneamente bastonato per il Comune, con ben 17 punti di scarto tra i "due Pd".

Che sia finita un'epoca - culturalmente, politicamente - lo dicono i numeri. Nel 1976 il Pci da solo prese 69mila voti. Più di quelli di Pd, sinistra radicale e Cinque Stelle messi insieme oggi: 42mila, alle regionali di un anno fa. A Livorno perde la sinistra e perde la politica tutta: nel 1976 andarono a votare complessivamente 130 mila persone, nel 2015 solo 58 mila. "Noi - ragiona Alessandro Cosimi, ultimo sindaco della filiera Pci-Pds-Ds-Pd - siamo stati la prima città a soffrire la fine del paradosso fordista. Prima esisteva davvero una sorta di socialdemocrazia: si facevano i tavoli, si trovavano gli accordi, si ridistribuiva la ricchezza.

Poi c'è stata la trasformazione del manifatturiero, l'arrivo della globalizzazione, un'ondata migratoria fatta di bassa manovalanza". Dagli anni '80 in poi le fabbriche principali hanno chiuso una a una e il meccanismo "autarchico" di una città che fino ad allora bastava a se stessa si è inceppato: anche il centro, con i suoi portici e il florido commercio dell'antica e integrata comunità ebraica, ha perso smalto. Da qui, dalla fine di una promessa implicita, cioè che ce ne fosse un po' e per ognuno, è nata la sfiducia verso la politica e le istituzioni. E insieme la necessità di sfogare il malcontento.

"In questo momento - continua Cosimi, impietoso - il Pd non è considerato lo strumento per riconquistare la città, e lo dico da iscritto del Pd che non ha nessuna intenzione di andare via. Non c'è voglia di produrre idee né si è analizzata davvero la sconfitta. Demonizziamo il sindaco Filippo Nogarin e finisce lì". Già, Nogarin, il sindaco grillino che votava Democrazia proletaria. Che, quando muore Fidel Castro, decide di aprire un registro aperto ai cittadini per commemorare il leader cubano. Nogarin, votato dalla sinistra radicale al ballottaggio.

"Noi come M5S rappresentiamo una forza oltre le ideologie. Siamo pragmatici - spiega il sindaco - però se poi ci penso gli ideali di sinistra li abbiamo difesi noi in questi anni: la sanità pubblica, l'articolo 18, l'edilizia popolare, il no alle spese militari. Io quindi non credo che Livorno abbia perso la propria identità, in questa città c'è ancora la voglia di una sana sinistra, non politica ma valoriale". Nogarin ha anche varato il reddito di cittadinanza, anche se mignon: 500 euro al mese per sei mesi a cento persone nel 2016, lo stesso quest'anno.

E rivendica: "Non è una cosa di sinistra?". Qua e là, più o meno diffusa, resiste una sorta di tradizione quasi familiare, affettiva, nostalgica, verso le antiche bandiere. Un sentimento "religioso" che però non ha più un collegamento con il fare politica. "Oggi sento dire: "Io sono di sinistra ma voto Lega perché..."" racconta Andrea Raspanti, che con la sinistra radicale riunita nella lista "Buongiorno Livorno" sfiorò

il secondo turno. "C'è chi pensa di vivere nell'ottobre del 1917 e chi nel marzo del 1933. Temo di ritrovarmi nel secondo periodo. Se non ripartiamo dal lavoro - dice allarmato - ci attendono tempi ancora più bui: la destra sociale ci sta scippando anche quello".

Quei ragazzi che si mettono nei guai con la Giustizia

La Stampa
lorenza castagneri

Il rapporto sui Servizi sulla giustizia minorile evidenzia che i giovani presi in carico, sebbene restino una minoranza, sono in crescita, ma il carcere resta l’extrema ratio



La scelta è netta: in Italia, per i minori coinvolti in reati, si utilizzano di più le comunità di recupero e i percorsi alternativi, come la messa in prova, che il carcere. Certo, per quelli che commettono delitti efferati – come i due ragazzi di Ferrara autori dell’omicidio dei genitori di uno di loro - le porte delle strutture detentive si spalancano. Si tratta, però, di una minima parte.

Lo dicono i dati pubblicati a metà dicembre dal Ministero della Giustizia. Ma il rapporto sui Servizi sulla giustizia minorile evidenzia anche che i giovani presi in carico dagli Uffici di servizio sociale per i minorenni - che seguono tutti i ragazzi autori di qualche reato - sono in crescita: siamo passati, cioè, dai 14.744 utenti del 2007 ai 21.969 del 2016.

«Negli ultimi anni le condizioni dei minori, specie in alcune parti d’Italia, sono peggiorate. È una conseguenza della crisi, economica e culturale che stiamo vivendo. Direi che questi dati sono quasi fisiologici», commenta Francesco Cascini, a capo del Dipartimento per la Giustizia minorile del Ministero.

I NUMERI
Sono numeri non da poco. Ma che comprendono anche le persone che, indagate, alla fine non vengono condannate. «Senza contare che, dal 2014, rientrano nella competenza della Giustizia minorile i giovani fino a 25 anni. Prima il limite era fissato a 21. Non potevamo non aspettarci un aumento nelle statistiche», riprende ancora Cascini. Salvo poi ribadire: «Le difficoltà, in ogni caso, esistono». Vale soprattutto per gli stranieri, quelli che più facilmente entrano in cella. «Il punto è che hanno meno paracaduti», spiega Susanna Marietti, dell’associazione Antigone, autrice del rapporto Ragazzi Fuori, sui minori detenuti. «Talvolta, per esempio, i minori stranieri non hanno un indirizzo fisso. Di conseguenza non possono accedere agli arresti domiciliari e finiscono in carcere».

IL CASO DEGLI STRANIERI
E così nel 2015 i minori stranieri arrestati e rimasti in carcere per un periodo più lungo o più breve sono stati 562, vale a dire un centinaio in più dell’anno precedente. In 1.849 si sono messi in qualche modo nei guai con la giustizia, senza finire in cella. Sono soprattutto maschi, di età compresa tra i 16 e i 25 anni, che si macchiano di reati come furto, rapina, lesioni volontarie. La maggior parte arriva dalla Romania e dall’Albania. E poi dall’Africa: dal Marocco, dalla Tunisia, dall’Egitto. E ancora dal Gambia e dal Senegal. «La nuova ondata migratoria, con tanti giovani profughi arrivati senza genitori, ha certamente aggravato la situazione», riflette ancora il responsabile del Dipartimento di Giustizia minorile.

GLI ITALIANI
Ma non si può dire che il problema riguardi soltanto i giovanissimi stranieri. Tutt’altro.
Consideriamo la popolazione delle carceri minorili: al 15 dicembre dello scorso anno, nei 16 istituti penali per minorenni in Italia, erano presenti 459 baby detenuti. Duecento erano stranieri. Gli altri 259 nostri connazionali. I reati? Dieci sono accusati di omicidio volontario, 334 di rapina, 130 sono entrati in cella a causa della droga. Anche quelli che, più in generale, hanno avuto qualche problema con la giustizia sono stati molti più italiani di stranieri: sono 5.607 i giovani italiani presi in carico per la prima volta nel 2016 dagli Uffici di servizio sociale. «D’altra parte siamo in Italia: è normale che gli stranieri siano una minoranza, anche in carcere», osserva Susanna Marietti. Che ridimensiona la situazione.

«NESSUN DRAMMA»
«In generale, i numeri che riguardano i minori che commettono reati sono stabili. Ci sono state oscillazioni, sì, ma che sono imputabili in gran parte all’innalzamento dell’età di competenza del settore». E il carcere oggi è l’extrema ratio per un giovane. «Dalla fine degli anni Ottanta, il nostro sistema giudiziario minorile predilige percorsi alternativi, come la comunità o la messa in prova che, se completata con successo, porta alla cancellazione del reato», spiega ancora Susanna Marietti. «Direi che possiamo essere soddisfatti di come l’Italia sta agendo in questo settore». 

Gran Sasso, bufera su Kyenge: "Solidarietà a migranti al gelo in Serbia"

Claudio Cartaldo - Gio, 19/01/2017 - 16:03

Un tweet della Kyenge provoca la reazione scomposta di alcuni utenti della Rete: "Nemmeno per sbaglio un pensiero per gli italiani in serie difficoltà". Poi arriva il tweet per l'Abruzzo



"Migliaia di persone bloccate al gelo tra Grecia e Serbia in condizioni disperate nonostante l'impegno degli Stati Ue ad aiutare". Scriveva così ieri sera Cecile Kyenge su Twitter mentre in Abruzzo soffiava la bufera e il terremoto faceva ancora danni nel Centro Italia. Il messaggio di 140 caratteri non è piaciuto molto alla Rete che l'ha criticata per le scelta poco felice dei tempi.

"Si diverte a provocare e attirarsi i (giusti) improperi. Per poi dire "sporchi razzisti". Che tristezza", scrive Marco. E Lorenzo aggiunge: "Migliaia di persone al gelo anche nelle zone terremotate... Non importa andare fino in Grecia, basta fermarsi in Marche e Abruzzo". Con lo stesso tono anche Salvatore ha criticato l'eurodeputata del Pd: "Nemmeno per sbaglio un pensiero nei confronti dei molti italiani in serie difficoltà ai quali rubi il tuo lauto compenso, vattene!".

Il tweet della Kyenge si riferiva all'emergenza esplosa nei giorni scorsi per un gruppo di migranti costretti a fare la fila sotto la neve per ottenere un pasto. Molti di loro vivono in campi per migranti assolutamente non attrezzati, in edifici abbandonati, o addirittura all'aperto in strade piene di neve. In realtà intorno alle 12 del 18 gennaio, mentre si diffondevano le prime notizie del terremoto nel Centro italia, l'ex ministro dell'integrazione ha scritto un tweet dicendosi "preoccupata per le nuove scosse in Centro Italia con emergenza neve in corso. Intervenire subito e mettere in sicurezza le persone coinvolte".

Poi più nulla. Tweet sul Burundi, immigrazione e solidarietà sociale. Intorno alle 18 di ieri quel post che ha scatenato l'ira degli utenti, i quali hanno accusato la Kyenge di parlare del gelo in Serbia e non quello in Abruzzo. Infine, meno di un ora fa, un messaggio anche per gli italiani: "Emergenza terremoto - scrive la Kyenge - l’Europa ci sia e risponda rapidamente consentendo un accesso accelerato al fondo di solidarietà UE". Ma la polemica non si placa: "Ops - scrive Alex - si è ricordata anche degli Italiani?".

Chiude Peyrano, la pasticceria di Casa Reale: licenziati gli ultimi dipendenti rimasti

La Stampa
emanuela minucci

Nel laboratorio di corso Moncalieri lavorano otto persone. Il sindacato: “Ricollocateli”


Il famoso bancone di corso Vittorio Emanuele 76

«Nelle domeniche degli Anni Sessanta avevamo bisogno di due registratori di cassa: la gente in coda per bignè e festivi si spazientiva a fare una coda troppo lunga». Sospira Bruna Peyrano, «la signora di corso Vittorio», che per oltre mezzo secolo a fianco del marito Giorgio ha gestito la pasticceria della buona borghesia torinese. Ricordi molto lontani dai bilanci di oggi. Che per colpa della crisi e anche un po’ della dieta, ha costretto lo storico negozio Peyrano di Torino a chiudere i battenti.

«Mi dispiace molto, ma non è più tempo per botteghe di questo tipo» ha commentato ieri la titolare. Il risultato è che due dipendenti, un autista e un pasticcere che lavoravano da quasi trent’anni nella storica bottega del cioccolato hanno ricevuto la lettera di licenziamento per giustificato motivo oggettivo. I lavoratori si sono rivolti alla Flai Cgil che ha impugnato il licenziamento. «Noi comunque ci adopereremo per trovare un nuovo lavoro al nostro giovane fattorino» ha aggiunto Bruna Peyrano.

SPECIALITA’ UNICHE
Nel negozio di corso Vittorio 76 si trovavano specialità uniche al di là del mitico cioccolato che la stessa famiglia continuerà a vendere nella bottega di corso Moncalieri: torte personalizzate, brioche indimenticabili, savarin, e micro-pasticcini che ti saziavano soltanto dopo una decina di pezzi.

FORNITRICE DELLA CASA REALE
Già nei mesi scorsi il sindacato aveva sollecitato la Jacopey Srl al pagamento delle retribuzioni arretrate ai dipendenti. Negli ultimi anni la vita della storica pasticceria torinese, già fornitrice di cioccolato per la Casa Reale, è stata piuttosto travagliata: nel 2002 la società passa di mano alla famiglia Maione di Napoli, ma otto anni dopo l’azienda fallisce e nel 2011 i Peyrano riescono a rientrarne in possesso, rilevando il marchio dall’asta giudiziaria.

«Prima del fallimento l’organico era di 23 dipendenti. Il progetto imprenditoriale per rilanciare l’azienda, nel 2011 - spiega la Flai Cgil - parlava di nuovi mercati, nuovi prodotti, nuova politica redistributiva, maggiore apertura verso nuovi accostamenti tra il cioccolato, spezie o liquori particolari».

«Purtroppo il progetto non è mai partito - afferma Walter Ranieri della Flai Cgil di Torino - non solo a causa della crisi e dell’andamento del mercato. Sono mancati un marketing efficace e una produzione mirata che potrebbero ancora evitare la chiusura definitiva del laboratorio di corso Moncalieri, dove lavorano otto dipendenti. Non si capisce perché i due dipendenti licenziati non possano essere ricollocati all’interno del laboratorio di corso Moncalieri, dove peraltro vengono utilizzati interinali e pensionati».

Ciclismo, inviti al Giro 2017: due team stranieri preferiti alle squadre italiane, ed è subito polemica

La Stampa
giorgio viberti

La squadra russa Gazprom e la polacca Ccc Sprandi hanno tolto il posto a Nippo Fantini e Androni che ora potrebbero dirottare i propri interessi all’estero o addirittura chiudere


Il Giro d’Italia 2017 partirà il 5 maggio dalla Sardegna e si concluderà il 28 maggio a Milano

La Rcs Sport, che organizza le principali corse ciclistiche italiane, ha ufficializzato le scelte delle wild card - ovvero le squadre invitate, che si aggiungono a quelle aventi già il diritto di partecipazione - di quattro corse del 2017: Strade Bianche, Tirreno-Adriatico, Milano-Sanremo e Giro d’Italia (le wild card al Lombardia verranno annunciate in un secondo momento). Ed è subito polemica.

Al Giro d’Italia, che quest’anno festeggerà la Centesima edizione e proprio per questo si snoderà interamente sul suolo nazionale senza sconfinamenti, sono state invitate la Bardiani Csf (Ita), squadra che peraltro si era conquistata l’invito vincendo la Coppa Italia, la Wilier Triestina (Ita), la Ccc Sprandi Polkowice (Pol) e la Gazprom Rusvelo (Rus), mentre sono state escluse le altre due italiane Androni e Nippo Fantini, che pure parevano averne i requisiti. 

Inevitabile l’amarezza nei due team rimasti fuori dalla Corsa Rosa. Il patron Mario Androni ha già annunciato che a fine stagione lascerà il ciclismo, la Nippo Fantini invece potrebbe cambiare strategia e subordinare l’ingaggio di corridori italiani a quelli degli stranieri per puntare poi soprattutto sulle corse all’estero. In entrambi i casi è un bell’autogol per tutto il ciclismo italiano, che proprio quest’anno, per la prima volta, non avrà nemmeno una squadra nel World Tour, l’élite dell’attività professionistica internazionale.

I 18 TEAM DEL WORLD TOUR (hanno diritto a partecipare alle principali corse)

AG2R LA MONDIALE (FRA)
ASTANA PRO TEAM (KAZ)
BAHRAIN - MERIDA (BRN)
BMC RACING TEAM (USA)
BORA - HANSGROHE (GER)
CANNONDALE DRAPAC CYCLING TEAM (USA)
FDJ (FRA)
LOTTO SOUDAL (BEL)
MOVISTAR TEAM (ESP)
ORICA - SCOTT (AUS)
QUICK - STEP FLOORS (BEL)
TEAM DIMENSION DATA (RSA)
TEAM KATUSHA ALPECIN (SUI)
TEAM LOTTO NL - JUMBO (NED)
TEAM SKY (GBR)
TEAM SUNWEB (GER)
TREK - SEGAFREDO (USA)
UAE ABU DHABI (UAE)
STRADE BIANCHE (4 marzo) : 3 wild card (21 squadre)
ANDRONI GIOCATTOLI (ITA)
BARDIANI CSF (ITA)
NIPPO - VINI FANTINI (ITA)
TIRRENO-ADRIATICO (8–14 marzo): 4 wild card (22 squadre)
ANDRONI GIOCATTOLI (ITA)
BARDIANI CSF (ITA)
NIPPO - VINI FANTINI (ITA)
TEAM NOVO NORDISK (USA)
MILANO-SANREMO (18 marzo): 7 wild card (25 squadre)
ANDRONI GIOCATTOLI (ITA)
BARDIANI CSF (ITA)
COFIDIS, SOLUTIONS CREDITS (FRA)
GAZPROM - RUSVELO (RUS)
NIPPO - VINI FANTINI (ITA)
TEAM NOVO NORDISK (USA)
WILIER TRIESTINA (ITA)
GIRO D’ITALIA (5–28 maggio): 4 wild card (22 squadre)
BARDIANI CSF (ITA)
CCC SPRANDI POLKOWICE (POL)
GAZPROM - RUSVELO (RUS)
WILIER TRIESTINA (ITA)

Shelby Cobra, una serie speciale per gli amanti delle spider anni 60

La Stampa
omar abu eideh (nexta)

Quindici esemplari riproducono fedelmente il modello storico. La livrea è quella degli esemplari che vinsero la 12 Ore di Sebring



Se vi piacciono le auto degli anni 60, sappiate che potete comprarne una ancora oggi, e nuova di pacca: merito della Shelby Automobiles, che continua a produrre la mitica “Cobra”. Si tratta di una spider due posti secchi, ideata nel 1961 e nata dalla collaborazione fra il compianto pilota americano Carroll Shelby (1923 – 2012), la casa inglese AC Cars – che forniva il telaio e la carrozzeria dell’auto – e l’americana Ford, che costruiva il motore V8 presente sotto al cofano.

La sinergia nacque per volontà dello stesso Shelby che, dopo aver corso con MG, Allard, Jaguar, Aston Martin, Ferrari e Maserati nelle maggiori competizioni di durata, decise di costruire la “sua” sportiva sfruttando i contatti maturati coi costruttori nel Vecchio Continente. In seguito Ford rilevò la produzione, con Shelby che divenne un preparatore ufficiale delle vetture sportive dell’Ovale Blu.



Ora Shelby Automobiles e Superformance, azienda impegnata nella costruzione di repliche di modelli americani leggendari, hanno unito le forze per costruire 4 serie limitate della Cobra. Ognuna onora i successi ottenuti in passato nella 12 Ore di Sebring – nota gara endurance – e sarà venduta insieme a un orologio prodotto da Baume-Mercier, appositamente disegnato per l’occasione, con inciso il numero di telaio dell’auto acquistata. Quattro esemplari andranno all’asta Barrett-Jackson di Scottsdale, in Arizona, il 14 febbraio: probabile che siano battuti per più di 100 mila dollari l’uno.



Le Cobra in edizione limitata sono una riproduzione fedele di quelle che calcarono l’asfalto delle piste nel biennio ’63-64, guidate da manici come Ken Miles, Dan Gurney, Allen Grant e Dave MacDonald. “Siamo entusiasti di collaborare con Shelby e Baume-Mercier per la costruzione dell’edizione speciale Sebring Cobra Roadster e dell’orologio celebrativo”, ha detto il numero uno di Superformance, Lance Stander. “Le Sebring Cobra sono uniche e non possiamo pensare ad un modo migliore per commemorare la memoria di Carroll e dei piloti che hanno corso in passato indossando gli iconici colori del team Shelby American”.

Saranno 15 le Sebring Cobra prodotte complessivamente, 13 costruite con carrozzeria in fibra di vetro e 2 con corpo vettura in alluminio, come il modello originale. Quattro le livree disponibili, perfette riproduzioni di quelle degli anni 60. Sotto al cofano un propulsore 8 cilindri da 435 CV di potenza, abbinato a un cambio manuale e collegato alle ruote posteriori di trazione.