giovedì 19 gennaio 2017

L’iPhone più economico del mondo? Si compra in Angola

La Stampa
lorenzo longhitano

Nello stato centroafricano lo smartphone Apple costa meno di 400 euro. Più sfortunati a Singapore, dove il gadget di Cupertino supera i 900



Fino a 500 euro: ecco a quanto può ammontare la differenza di prezzo tra un iPhone comprato nel posto sbagliato — a Singapore — e uno acquistato nel paese dove costa meno in assoluto — in Angola. È il risultato che emerge dal Technology Price Index, un resoconto dei prezzi globali di alcune delle categorie di prodotti tecnologici più gettonate, stilato dal portale di acquisti online Linio. Non si tratta ovviamente di un preciso vademecum dedicato a chi vuole acquistare gadget a basso prezzo (i costi di iPhone riportati ad esempio sono stati separati dal valore medio degli abbonamenti per Internet e voce proposti dagli operatori telefonici) ma di un utile strumento per capire come quanto costa la tecnologia in tutto il mondo.



Grazie al compendio scopriamo che per acquistare una Xbox One il paese delle meraviglie è la Svizzera, mentre sono gli ungheresi a potersi aggiudicare la rivale PlayStation 4 al prezzo minore; sempre in Europa infine, per la precisione in Lussemburgo, si trovano gli Smart TV di taglia media più economici. Non si parla però soltanto di vecchio continente: i Paesi presi in considerazione dallo studio sono 72, mentre prodotti e categorie arrivano a quota 14 - dal già citato smartphone Apple a un raggruppamento delle varianti Android, passando per PC, tablet e accessori.



A uscire vincitori per risparmio medio sono il Kuwait e in generale l’area del medio oriente, dove il costo della vita è elevato ma la tassazione applicata all’elettronica di consumo è poco opprimente. La maglia nera tocca invece all’Angola: nonostante nello stato centroafricano un iPhone costi meno di 400 euro, i prezzi di tutte le altre categorie di prodotto superano quelli degli altri paesi di diverse centinaia. Discorso simile per tutte le aree dove a rendere difficoltoso l’accesso ai prodotti sono le tasse di importazione, o dove l’inflazione è fuori controllo: è il caso drammatico — e fuori classifica — del Venezuela, dove un anno e mezzo fa il telefonino Apple costava già più di 40 mila euro, e dove ai tempi delle rilevazioni effettuate da Linio il prezzo è arrivato a superare quota 91 mila.


Il “cembalo scrivano” antenato del computer

La Stampa
marcello giordani

Una mostra lo celebra a Novara


Il cembalo scrivano, chiamato così perché l’inventore aveva utilizzato i tasti di un pianoforte. Il suo sogno era realizzare una macchina che potesse aiutare i ciechi a scrivere

Non ci fosse stato Giuseppe Ravizza col suo cembalo scrivano, non avremmo avuto le macchine per scrivere, i pc e gli Ipad. È la storia raccontata con una mostra allestita a Novara all’istituto Omar. Parecchi pezzi provengono dal Museo della scrittura meccanica di Bra, raccolti da Domenico Scarzello, che ha recuperato esemplari ormai introvabili. La «Smith Premier n.1», made in Usa, targata 1888, ideata da Lyman Smith, un fabbricante di Syracuse che ebbe l’idea di introdurre la spazzola di pulizia dei caratteri;

la Remington n.7, costruita con sei tasti in più per poter consentire l’adattamento alle lingue diverse dall’inglese e destinata al mercato europeo; la Odell 1B, 1889, un’opera di cesello, ornata con un motivo artistico che riprende i decori dei nativi indiani d’America. Per non parlare della Visigraph, 1910, travolta dalla I guerra mondiale quando la fabbrica preferì produrre munizioni. E poi la gloria di casa, la sequenza delle Olivetti sino alla Programma 101, 1964, il primo vero personal al mondo, ideato e costruito a Ivrea, con supporto magnetico per la registrazione dei dati, l’antenato del floppy.

Il passato
La storia inizia però a Novara. Ravizza, è un avvocato con il sogno di realizzare una macchina per la scrittura. Ci lavorerà tutta la vita, a partire dal 1835 quando decide di dedicarsi anima e corpo al progetto e trasforma parte di casa in officina. Del 1837 è la prima bozza del prototipo del «cembalo scrivano», chiamato così perché utilizza i tasti di un pianoforte.

L’idea di Ravizza era quella di una macchina che potesse aiutare i ciechi a scrivere, e i primi modelli del cembalo erano a «scrittura cieca»: la macchina aveva 32 tasti quadrati su due file sovrapposte, con le lettere in mezzo e le interpunzioni ai lati. Ogni tasto comandava un martelletto; un campanello avvisava della fine della riga, con una finestrella che si apriva con la dicitura: «la linea è finita». L’inconveniente era che il dattilografo non vedeva quello che digitava. La macchina era costruita con 600 pezzi in legno e un centinaio in ottone: uno strumento poco maneggevole. 

I modelli
Ravizza migliorò il prototipo e creò 15 modelli a scrittura invisibile: il 14 settembre 1855 a Torino ottenne anche il brevetto, ma il successo commerciale non arrivava. Nel 1856 all’Esposizione Industriale di Novara ottenne solo una medaglia commemorativa; l’anno dopo presentò tre modelli all’Esposizione Industriale di Torino, dove ottenne solo una medaglia di bronzo. La macchina costava 200 lire, l’unica consolazione fu l’apprezzamento della baronessa Elisabetta Klinkowstrom, una delle pochissime acquirenti.

L’«onorevole menzione» arrivò solo nel 1881, all’Esposizione di Milano, quando Ravizza presentò il sedicesimo modello del cembalo, questa volta a scrittura visibile. Il cembalo non passò mai alla produzione industriale: Ravizza non era uomo d’affari, e l’Italia dell’epoca, come ricordò l’ingegner Camillo Olivetti nel 1927 celebrando l’inventore novarese, aveva una mentalità arcaica, e non aveva intuito le potenzialità di quella macchina che aveva anticipato la Remington.

Buon compleanno al Wc: fu inventato 156 anni fa

Rachele Nenzi - Mer, 18/01/2017 - 17:02

A brevettarlo il wc fu Thomas Crapper il 17 gennaio del 1861, ma già dall'età della civiltà minoica cretese si parla dei primi albori del moderno sanitario da bagno



Buon compleanno wc. Ce n'è uno nei bagni di tutta Europa, i bambini diventano grandi quando passano dal vasino al sanitario da bagno dei grandi e in qualche modo ormai lo consideriamo un oggeto di cui non possiamo fare a meno.

I gabinetti alla turca si laveranno pure più facilmente, ma di certo sono meno comodi. Ecco. Oggi ricorre il 156esimo compleanno del WC. Mica male. A inventarlo fu Thomas Crapper nel 1861: mentre l'Italia veniva unita da Garibaldi, gli inglesi inventavano i sanitari del futuro. Il 17 gennaio di quell'anno l'ingegnere di sua maestà brevetta il WC con lo sciacquone e la vaschetta di acqua che rimane sul fondo e evita il diffondersi degli odori.

A dire il vero, secondo quanto riporta l'HuffingtonPost, a rivendicare l'invenzione del Wc potrebbe presentarsi anche la civiltà minoica cretese. Alcune iscrizioni sul palazzo di Cnosso, infatti, rivelerebbero che già 3mila anni fa ci fosse in uso la moderna toilette. Ma vallo a capire. Non solo. Anche nel un tal sir John Harrington potrebbe dire di essere il vero papà del wc, visto che nel suo "La metamorfosi di Ajax" c'erano alcune pagine con un piccolo manuale per costruirsi una toilette personale.

Trasparenza o privacy? Il dissidio fra Assange e Snowden

ilmessaggero.it
di Anna Guaita


Cattura

NEW YORK – E’ giusto che sull’altare della trasparenza vengano sacrificati migliaia di individui del tutto innocenti? E’ la domanda che molti stanno ponendo a Julian Assange, il fondatore del sito Wikileaks. E fra coloro che pongono questa domanda c’è l’altro eroe della trasparenza, Edward Snowden. Difatti tra i due è scoppiato un dissidio e Assange ha reagito attaccando il collega con parole offensive.

La polemica sta ribollendo da vari giorni negli Usa, da quando l’agenzia Associated Press ha pubblicato il risultato di uno studio approfondito condotto fra le migliaia di documenti comparsi sul sito di Assange. Ne viene fuori che – contrariamente a quanto Assange aveva fatto nei primi anni – non viene più compiuta un’opera di emendamento dei testi per proteggere la privacy e la sicurezza degli individui. E dunque ecco incartamenti medici con informazioni private, documentazioni di matrimoni e divorzi, pratiche legali, date di nascita, indirizzi, numeri di telefono, una marea di dati che non hanno alcuna utilità nella lotta contro i poteri forti o in favore della trasparenza dei governi, ma che danneggiano la gente comune, e addirittura la espongono al rischio di morte.

Dal suo esilio a Mosca, Snowden ha notato che nell’impegno di «democratizzare l’informazione» è sbagliato «provare ostilità verso alcune piccole limature». Assange – che a sua volta da quattro anni è in esilio dentro l’ambasciata dell’Ecuador a Londra – ha risposto sgarbatamente insinuando che Snowden è «un opportunista» e che agisce così perché spera che Hillary Clinton venga eletta e gli conceda «il perdono».

In verità, Snowden ha sempre seguito una linea più cauta rispetto ad Assange. Quest’ultimo dichiara che ogni correzione è «una contaminazione», mentre Snowden sostiene che il pubblico mondiale ha diritto a conoscere «le grandi linee della politica dei governi e il loro impatto sulle nostre vite», ma non ha diritto a conoscere «ogni dettaglio» riguardo operazioni segrete e il lavoro dell’intelligence. Difatti, quando nel 2013 ha portato a galla i documenti della Nsa che hanno messo il governo Usa in difficoltà anche con i più fidati alleati, Snowden ha lavorato con alcuni giornalisti che si erano impegnati a proteggere la privacy e la sicurezza degli individui citati.

L’inchiesta dell’Associated Press sui metodi di Wikileaks ha rivelato che negli ultimi due anni il sito ha messo in pericolo individui in Turchia e in Arabia Saudita, oltre che a far trapelare informazioni private di cittadini americani. Nel pubblicare masse di documenti del Ministero degli Esteri saudita e centinaia di migliaia di email del partito turco AKP (quello del presidente Recep Tayyip Erdogan), sono state incluse anche pagine di documenti e di mail con indiscrezioni e informazioni assolutamente personali, come i nomi di omosessuali, la verginità o meno di giovani spose, i nomi di vittime di stupro sia maschi che femmine, i nomi dei partner di persone sieropositive, particolari sulle malattie degli impiegati e dei loro familiari, le loro finanze ecc.

E nell’ultima mandata, quella di luglio con i documenti del Democratic National Committee, Wikileaks non ha solo dimostrato che il partito aveva una netta preferenza per Hillary Clinton contro Bernie Sanders invece di sforzarsi di rimanere imparziale (come avrebbe dovuto), ma ha anche reso noti i numeri di telefono e il numero della sicurezza sociale degli impiegati. Negli Usa il Social Security Number è simile al nostro codice fiscale, ma è un numero privato, che va protetto a ogni costo perché può essere usato dagli hacker per «rubare l’identità di una persona».

Assange è stato criticato anche da altri suoi ex alleati per questa nuova politica «senza filtro». Lo stesso giornalista Glenn Greenwald, che aveva lavorato con lui dopo che il caporale Bradley Manning gli aveva passato nel 2010 i documenti diplomatici riguardo la guerra in Iraq e Afghanistan, ha detto in un’intervista a Slate che «l’approccio può causare danni a persone innocenti, ed è inaccettabile».

Assange non ha risposto alle richieste di chiarimento dell’AP. La professoressa Lisa Lynch, che insegna comunicazioni alla Drew University e ha seguito Wikileaks per anni, spiega: «Per lui il fine giustifica i mezzi».

  Giovedì 25 Agosto 2016, 20:57

I Borbone? 200 anni fa sconfissero i terremoti

Flaminia Camilletti

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Le nuove terribili scosse di quest’oggi impongono una riflessione fondamentale sulla sicurezza preventiva, e quindi non solo sulla ricostruzione, ma anche sulla chiara volontà di una prevenzione adeguata ed efficace, da parte della politica, del governo, delle istituzioni. Prevenzione che può salvare la vita e, al contempo, l’immenso patrimonio artistico di cui l’Italia dispone.

Non ci sono scuse di Stato. Non dovranno esserci.
La terra trema ancora. Dalla notte tra il 23 e il 24 Agosto sono trascorsi due mesi; da quella dell’ultima potente scossa, solo qualche ora. Notte in cui la terra ha tremato così forte da far implodere e scomparire paesi ricchi di storia e tradizioni. I danni agli edifici, la paura e i morti non sono confinati nei paesi colpiti, ma si diffondono in tutta la zona di confine tra Umbria, Marche e Lazio, tre regioni diverse e numerosi comuni diversi, sintomo che se qualcosa è andato storto è da ricondurre ad un sistema Italia che in questo momento così com’è, non funziona.

Neanche il tempo di levare le macerie e di salutare i propri cari, che già si scoprono decine di casi di mala-gestione edilizia. Addirittura i pm sospettano che i documenti che dichiaravano che le strutture fossero a norma, siano stati falsificati. I casi più noti: la scuola Capranica e l’hotel Roma di Amatrice indicati entrambi come punto di accoglienza del piano di protezione civile, e invece venuti giù. E poi il campanile di Accumoli, come la Torre Civica e la caserma dei carabinieri.

Parallelamente alle inchieste, il tema principale del dibattito verte sulla ricostruzione: è possibile rendere antisismici dei centri storici così antichi, senza snaturarne l’identità ed il patrimonio architettonico? Molti esperti e opinionisti rimandano all’esempio certamente virtuoso del Giappone, ma qualcuno, in Italia, rende noto che anche la nostra storia vanta modelli di ingegneria antisismica di livello, messa in atto già due secoli fa.

Uno studio condotto dal Cnr-Ivalsa (Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree del Consiglio Nazionale delle Ricerche) di San Michele all’Adige (Trento) in collaborazione con l’Università della Calabria ha dimostrato che le tecniche antisismiche usate 200 anni fa dai Borbone sono ancora attuali e che integrate con tecnologie moderne, potrebbero essere usate per mettere in sicurezza il patrimonio edilizio esistente.

Dopo il terremoto del 1783, che distrusse gran parte della Calabria meridionale e fece circa 30.000 vittime fu emanata una normativa estremamente di avanguardia per l’epoca. L’efficacia di queste disposizioni è stata confermata dalla resistenza che ebbero i palazzi costruiti con queste regole nei terremoti del 1905 e del 1908 che colpirono la Calabria. Il Cnr ha chiarito che gli edifici costruiti con queste regole subirono danni non significativi, con limitate porzioni di muratura collassate e nessun crollo totale.

Ulteriore conferma è stata data anche dal test antisismico condotto su una parete del palazzo del Vescovo di Mileto (Vibo Valentia), ricostruita fedelmente in laboratorio.

Linvenzione” è dellingegnere La Vega che con abilità di sintesi unisce le più avanzate teorie antisismiche dellIlluminismo e una diffusa e antica tradizione costruttiva lignea presente in Calabria. Il sistema borbonico è caratterizzato infatti dalla presenza di telai di legno.” “Le tecniche – continua Nicola Ruggieri (l’architetto che ha prodotto lo studio) – si basavano sull’idea che la rete di legno, in caso di scossa, potesse intervenire a sostegno della muratura. Adesso quelle tecniche potrebbero ispirare sistemi antisismici per mettere in sicurezza il patrimonio edilizio esistente «magari – ha rilevato l’esperto – sostituendo il legno con alluminio e acciaio, per i quali l’industria è più preparata”

Dietrofront di Assange, un legale: “Non si consegna agli Usa”

La Stampa



La decisione del presidente Usa Barack Obama di ridurre la pena per Chelsea Manning, la `talpa´ di Wikileaks che verrà scarcerata il 17 maggio, non è sufficiente perché Julian Assange si consegni alle autorità Usa come promesso. A The Hill, uno dei legali di Assange, Barry Pollack, ha detto che Assange accoglie positivamente la decisione di Obama «ma è meno di quanto volesse: aveva chiesto la grazia e la scarcerazione immediata».

In giornata Julian Assange si era detto pronto a farsi estradare negli Stati Uniti come riportato da alcuni media americani e britannici citando un legale del fondatore di Wikileaks. Poi in serata il dietrofront. Assange dal giugno del 2012 è rifugiato presso l’ambasciata dell’Ecuador a Londra per evitare l’estradizione in Svezia, dove è indagato con l’accusa di stupro e abusi sessuali. 

L’eredità della guerra in Vietnam

Matthias Canapini

Vietnam

Mezzogiorno. Il faccione impassibile di Ho Chi Min svetta in ogni aula scolastica, affiancato il più delle volte da una bandiera vietnamita dai colori raggianti. Le strutture pubbliche hanno le fattezze tipiche dei casermoni comunisti: ampie, massicce, rettangolari. Raramente spiccano quadri di Lenin o Marx allineati su qualche parete ormai fatiscente. Il minuto Tran Thi, per colpa di un malformazione congenita, ha mani come polpette, un grumo di carne privo di dita e ossa. Il bimbo sembra non disperarsene, scrive con precisione utilizzando il righello con destrezza.

Incontro il presidente della fondazione VAVA (Vietnam Association Victims Agent Orange), Nguyen Van Rinh, nel suo bell’ufficio di colore smeraldo, mentre sorseggia delicatamente un bicchiere di whiskey: “VAVA è un’associazione umanitaria fondata il 17 dicembre 2003, formata da dottori, religiosi, scienziati e vittime della diossina Agente Arancio. Gli aerei statunitensi hanno spruzzato 80 milioni di litri di tossina chimica tra il 1961 ed il 1971 causando disastri umani e ambientali impensabili.

Tre milioni di ettari di foreste, comprese aree ecologiche protette, sono stati devastati. 4.8 milioni di vietnamiti sono stati esposti alla diossina e 3 milioni di essi hanno contratto tumori e malattie, nonché gravi malformazioni nel caso dei bambini di seconda o terza generazione.

Per più di trent’anni non c’è stato nessun tipo di aiuto nei confronti delle vittime, ma poi ci siamo decisi! I più grandi aiuti economici sono giunti dalla Corea, dal Giappone e dal Sud America. Oggi aiutiamo mensilmente 200mila vittime di cui 5mila veterani e 600 bambini. Con i soldi donati da associazioni estere, volontari e sostenitori siamo riusciti ad estenderci in tutto il paese attivandoci in 59 province, 522 distretti, 5880 comuni, contando 315mila membri effettivi”.

Nguyen si concede un altro sorso, il registratore continua il compito prestabilito. “Il sud del paese è stato maggiormente colpito dalla diossina ma anche il Nord non scherza mica! Ho visto coi miei occhi di giovane recluta gli aerei sganciare polvere gialla in cielo, le foreste divenire vuote man mano, gli alberi spogliarsi delle ultime foglie”.

Ly Thi Son ha un sorriso disarmante. Incute dolcezza e sollievo laddove potrebbe regnare solo rabbia e dolore. Davanti alla sua minuscola casetta con le mura verdi e scrostate, ha costruito una specie di mercatino con il quale tenta ogni giorno di vendere caramelle alla menta e lattine di Red Bull ai vari passanti. Ci sediamo sulla sponda del letto in paglia, stretti come sardelle. Suo figlio Tran Van Thi è accucciato in un angolo dello stanzino.

“Mio marito è morto pochi mesi fa ed è stato contaminato dall’agente arancio mentre era al fronte. I politici si fanno vedere solo quando fa comodo, donandomi sessanta stupidi dollari come sostegno economico. Nessuno in tempo di guerra sapeva cosa potesse essere quel gas verdognolo che cadeva dal cielo. Sentivamo la pelle bruciare, unta come olio. Quando è nato nostro figlio abbiamo fatto degli esami medici e abbiamo capito. Abbiamo scoperto la verità”.

Tran non si muove, non si lava, non mangia e non beve se non grazie all’aiuto della madre. Ha le ginocchia sbucciate, gonfie, nere e lo sguardo perso. Capelli radi, emaciato. Si sposta gattonando in pochi metri di spazio ma non emette parole. Quando il meteo cambia la diossina si fa particolarmente pressante nella zona del cervelletto, facendo esplodere Van Thi in impeti di rabbia e irascibilità indomabili. La madre mi mostra la stanzetta dove è costretta a gettarlo quando il figlio accusa crisi di nervi: un buco soffocante, con sbarre alle finestre, privo assolutamente di qualsiasi oggetto, a parte una stuoia ammorbante che puzza di feci.

Mercoledì. Ottengo finalmente un permesso per visitare il “villaggio della pace”, un reparto specifico del Tu Du Hospital dedicato ai bambini dalle due settimane di vita ai dieci anni circa vittime dell’agente arancio. L’epilogo di una storia cominciata nel nord, in procinto di finire qui a Saigon prima di cambiar rotta verso la Cambogia. Un viaggio dentro lo strascico dell’ennesima guerra dimenticata, seguendo tracce di foreste vuote e occhi vitrei senza memoria.

L’ala dell’ospedale è un luogo desolato e fatiscente. Al secondo piano, sigillati dentro boccioni in vetro, galleggiano feti turgidi, morti appena dati alla luce, poco dopo la fine del conflitto. Una targhetta in plastica ricorda il loro nome, l’età ed il motivo del decesso, gran parte delle volte avvenuta per malformazioni fisiche. Le scale che conducono al terzo piano si animano di schiamazzi, urla, guaiti. Provengono dalle quattro stanze dislocate lungo il corridoio. Un crampo allo stomaco, la mente si annebbia. Un bambino col caschetto nero, privo di occhi, si lamenta in un angolo oscillando il capo, non cambiando mai posizione. Uno strato di pelle scura ricopre le cavità orbitali.

Nelle brandine vicine altri due bambini tentano di sorridere un poco, con la flebo pizzicato in mezzo alla fronte e le gambe legate alle sponde del giaciglio. Chiedo il motivo ed una infermiera, pacatamente, slega la benda mostrando la gamba del bambino piegarsi al contrario ad altezza ginocchio. Gravissime malformazioni ossee, articolazioni gonfie e corpi quasi scheletrici. Occhi fuori dalla orbite e crani tre volte più grandi del normale. Molti dei bambini o adolescenti presenti si dondolano sui bordi del letto sbattendo la testa contro le pareti. Non riesco ad immaginare quali tipi di dolori possano provare. Una ragazzina gioca con un palloncino giallo, strascinandosi sulle mattonelle lisce tramite le braccia, avendo le gambe a x raccolte dietro la schiena.

Noto un solo ragazzo quasi totalmente autonomo. Beve e mangia da solo. Si sposta saltellando sulle cosce, essendo privo di gambe solide. Appoggia un paio di protesi in plastica a fianco della sua brandina. Migliaia di bambini, ancora oggi, muoiono per colpa di un’arma chimica usata in guerra più di quaranta anni fa. I veterani o i civili contaminati dalla diossina vivono una vita di stenti e dolori, grandi e piccoli si spengono lentamente, giorno dopo giorno, sdraiati su letti con lo sguardo vuoto a fissare il soffitto.

Le vittime “vegetali” defecano direttamente nel letto, rimanendo sdraiati in un pozza di escrementi. Un medico dal lungo camice bianco mi conferma che i bambini che ho di fronte appartengono alla terza generazione, nipoti di coloro che per prima sono venuti a contatto con l’agente arancio. L’esito è straziante. Fino alla sesta generazione, dicono, non ci sarà segno di miglioramento e tutti sono destinati a morte certa in un’età compresa tra i sei e i vent’anni. Per altri cinquanta anni questa storia andrà avanti nell’ingranaggio del mondo, producendo senza sosta nuove vittime silenziose.

I lamenti dei piccoli riempiono la stanza di malessere, un disagio crescente che brucia dentro. Un ragazzotto sui tredici anni ha la pelle come bruciata, coperta da croste e squame. Le infermiere sono state costrette a legargli i polsi con delle manette per evitare che si gratti e peggiori la sua condizione. Mi chiedo però, se esista davvero un “peggio” in situazioni simili? I medici presenti, dando uno strappo alla regola, mi danno un grembiule bucato conducendomi nel reparto dei neonati. Anch’essi, nei loro corpicini deformi sono mangiati da tumori e bolle infettive. Piangono senza freno. La guerra è realmente finita?

Il gesto di Obama umanitario, non politico

repubblica.it
dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

Il perdono presidenziale non ha il valore giudiziario di un'assoluzione per le violazioni di 700.000 segreti diplomatici e militari che Manning aveva messo in circolazione

Il gesto di Obama umanitario, non politico

NEW YORK - WikiLeaks canta vittoria, Edward Snowden (che pure aveva chiesto la grazia) resta a mani vuote, nel sicuro esilio in Russia. Insieme con una presidenza si chiudono anche le pagine più sgradevoli, imbarazzanti. "Move on", il passato è un capitolo chiuso, ora tutto cambia. E così Barack Obama, iperattivo fino alle ultime ore della sua presidenza, ha fatto il gesto di clemenza che molti si attendevano e invocavano da lui: compreso il fondatore di WikiLeaks Julian Assange che si era offerto perfino di auto-consegnarsi per l'estradizione in America in cambio della liberazione di Manning.

Il perdono presidenziale di Obama non ha il valore politico né tantomeno giudiziario di un'assoluzione per le violazioni di 700.000 segreti diplomatici e militari che Manning aveva messo in circolazione. E' un gesto umanitario dovuto alle gravi condizioni di salute della detenuta. Dopo la condanna a 35 anni di carcere Manning aveva deciso di procedere al cambio di sesso, ed era diventato donna. Ma scontava la pena in un carcere militare del Kansas con soli detenuti maschi. Aveva già tentato due volte il suicidio.

35 anni di carcere sono una condanna spropositata, senza precedenti per chi ha divulgato segreti. Tanto più che quelli dello scandalo Manning erano semi-segreti, nessuno raggiungeva il livello di riservatezza più elevato. Ma le ricadute internazionali sull'immagine dell'America, quelle sì erano state pesanti. Nato all'anagrafe di sesso maschile 29 anni fa, Bradley Edward Manning era soldato semplice - sia pure con incarico di "analista" - sul fronte iracheno quando divenne protagonista nel 2010 di una delle più ampie fughe di notizie militari e diplomatiche. Il danno che riuscì a compiere passando a WikiLeaks quei comunicati diplomatici e militari mise in luce le fragilità del sistema di gestione delle informazioni al Pentagono e al Dipartimento di Stato, accessibili con facilità sorprendente da un militare di basso grado gerarchico.

Al processo la difesa di Manning invocò subito le attenuanti di ordine psichiatrico citando proprio la sindrome del "gender identity disorder" che era stata già diagnosticata al militare quando serviva sotto le armi. Fu condannato ugualmente, in base alla legge Espionage Act che risale addirittura al 1917, all'epoca in cui gli Stati Uniti combatterono brevemente nella prima guerra mondiale. Tra le rivelazioni che arrivarono a WikiLeaks grazie a Manning e che circolarono poi nel mondo intero, c'erano documentazioni sulle vittime civili dei bombardamenti in Iraq e in Afghanistan, nonché un blitz aereo contro civili in cui erano morti dei reporter della Reuters. In quanto al materiale di fonte diplomatica, si consolidò l'opinione che alcune di quelle rivelazioni contribuirono alla scintilla iniziale delle cosiddette "primavere arabe".

I comunicati interni alla diplomazia americana, tra le ambasciate e Washington, rivelavano dettagli sulla corruzione ai vertici dei regimi nordafricani e arabi. In Tunisia, per esempio, grazie a WikiLeaks si scoprì che la figlia del presidente si faceva portare i gelati in aereo da Saint-Tropez. Manning ritroverà la libertà il 17 maggio. Resta da vedere se Assange vorrà consegnarsi alla Giustizia, prima svedese e poi presumibilmente americana, sotto la nuova Amministrazione Trump. Per ora WikiLeaks come prima reazione canta vittoria. Ed è singolare che tutto questo accada mentre è appena uscito in libreria un lungo saggio su Edward Snowden, l'altra talpa che diede segreti a WikiLeaks, dove viene confermato l'alone di sospetti sui suoi rapporti con l'intelligence russa. Ma quella che ieri era un'accusa infamante, domani diventerà un titolo di merito?


Julian Assange: "Donald? È comunque un cambiamento"

repubblica.it

L'intervista. Il cofondatore di WikiLeaks: "La nostra fonte Chelsea Manning torturata in America"

Julian Assange: "Donald? È comunque un cambiamento"
Il presidente Usa Donald Trump (ap)

LONDRA - WikiLeaks ha appena festeggiato i dieci anni, quattro dei quali trascorsi dal cofondatore Julian Assange in reclusione nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra dove Repubblica lo ha intervistato.

Come è iniziato tutto: perché nel 2006 ha ritenuto necessario fondare una nuova organizzazione giornalistica?
"Avevo osservato attentamente la guerra in Iraq, e nella fase successiva alla guerra, un certo numero di persone dei servizi segreti, inclusi quelli australiani, erano usciti allo scoperto, dichiarando di aver cercato di rivelare informazioni prima che la guerra scoppiasse, ma che erano stati fermati. I whistleblower che avevano cercato di far uscire informazioni prima della guerra non erano riusciti a trovare un canale. Capii che il problema era generale e iniziai a costruire un sistema che risolvesse il problema".

Lei all'inizio pensava che il ruolo più importante per WikiLeaks sarebbe stato in Cina, nell'ex Unione Sovietica e in Nord Africa. Invece gran parte delle vostre rivelazioni riguardano gli Stati Uniti, e in particolare le guerre e le violazioni dei diritti umani che hanno spinto figure come Chelsea Manning a compiere atti di denuncia. Perché abusi simili non producono gli stessi effetti in Cina o in Russia? "In Russia, ci sono molte pubblicazioni vivaci, blog e critici del Cremlino come Alexey Navalny. Ci sono anche giornali come Novaya Gazeta, su cui diverse parti della società moscovita possono criticarsi a vicenda e questo è, di norma, tollerato. E quindi io interpreto così le cose: in Russia esistono realtà che competono con noi mentre nessuno del nostro staff parla russo. Dove c'è una cultura forte bisogna essere percepiti come un protagonista locale.

WikiLeaks invece è un'organizzazione che parla soprattutto inglese. Abbiamo pubblicato oltre 800mila documenti con informazioni sulla Russia o su Putin. Ma la maggior parte delle nostre rivelazioni proviene da fonti occidentali, anche se ci sono importanti eccezioni. Per esempio, abbiamo diffuso 2milioni di documenti sulla Siria e su Assad. La vera discriminante è quanto quella cultura è distante dall'inglese. La cultura cinese lo è molto".

Cosa può essere fatto?
"Abbiamo pubblicato alcuni documenti in cinese. E' necessario essere visti come protagonisti locali e adattare il linguaggio alla cultura locale".

C'è un forte controllo del web in Cina...
"La Cina ci ha banditi nel 2007, noi siamo riusciti in diverse situazioni ad aggirare la censura, ma gli editori locali erano troppo spaventati per pubblicare i nostri documenti. In Cina c'è un atteggiamento contrastante: ovviamente i cinesi apprezzano la critica al mondo occidentale che alcune delle nostre pubblicazioni permettono di far emergere. La Cina non è una società militarista, non vede nella guerra la possibilità di un vantaggio, e quindi si può presumere che apprezzi una critica generale della guerra, ma quella cinese è una società strutturata sull'autorità, che è terrorizzata dai dissidenti, mentre se per esempio la confrontiamo con la Russia, è anch'essa sempre più autoritaria, ma ha una tradizione culturale di mitizzazione dei dissidenti".

Perché le agenzie di intelligence inglesi e americane non fanno arrivare a WikiLeaks documenti sui loro nemici come la Russia o la Cina? Lo potrebbero fare usando come copertura ONG o anche attivisti e potrebbero anche denunciare pubblicamente WikiLeaks se voi non pubblicaste quei documenti...
"Noi pubblichiamo interi archivi di documenti in forma integrale e verificabili in modo indipendente. Questo ci rende spesso poco attraenti per le operazioni di propaganda, perché questa modalità di pubblicazione rende possibile vedere lati positivi e negativi, e rende difficile manipolare i fatti rivelati. Se torniamo al caso della guerra in Iraq nel 2003, immaginiamo che l'intelligence Usa avesse cercato di inviarci alcuni dei loro rapporti interni sull'Iraq.

Oggi sappiamo dai report che uscirono dopo la guerra che all'interno delle agenzie di intelligence c'erano dubbi e scetticismo sulle dichiarazioni che ci fossero armi di distruzione di massa in Iraq. Sebbene ci fosse una forte pressione sui servizi di intelligence a livello politico per creare rapporti che supportassero la corsa alla guerra, all'interno delle agenzie gli analisti erano cauti. La Casa Bianca, Downing Street, il "New York Times", il "Washington Post" e la Cnn avevano messo da parte quei dubbi. Se WikiLeaks avesse pubblicato quei documenti, certi dubbi sarebbero emersi e la guerra, forse, sarebbe stata evitata".

WikiLeaks ha pubblicato documenti su Hillary Clinton e sui Democratici Usa.  Come risponde a chi vi accusa di aver aiutato Trump a vincere?
"Qual è l'accusa esattamente? Abbiamo pubblicato quello che hanno detto il Comitato Nazionale dei Democratici, il capo della campagna elettorale di Hillary Clinton, John Podesta, e la Clinton stessa. Gli americani hanno letto con interesse, hanno valutato fatti e personaggi e poi hanno deciso. Quella decisione è stata presa sulla base delle parole della stessa Clinton e del manager della sua campagna. E' la democrazia".

Sostengono anche che la diffusione dei files su Hillary Clinton nelle ultime settimane della campagna presidenziale sia stata un killeraggio...
Non sono d'accordo. Pubblichiamo documenti sulla Clinton da anni, vista la sua posizione di segretario di Stato: abbiamo reso noti i suoi cablo fin dal 2010. Per questo è naturale che le fonti che hanno informazioni su Hillary Clinton vengano da noi".

E Donald Trump?
"Sono combattuto: Hillary Clinton e la sua rete di potere hanno condannato una delle nostre presunte fonti, Chelsea Manning, a 35 anni di carcere e, stando all'Onu, l'hanno torturata affinché mi coinvolgesse personalmente. Secondo i nostri files, Hillary Clinton è stata la paladina e l'architetto della guerra contro la Libia. È chiaro che ha perseguito quella guerra come preparazione alla corsa presidenziale: un conflitto che ha prodotto la crisi dei rifugiati in Europa, ucciso oltre 40mila persone in un anno in Libia mentre le armi libiche sono finite in Mali e in altri Paesi, causando o fomentando guerre civili, inclusa la catastrofe siriana. Se qualcuno agisce in questo modo, allora ci sono conseguenze. E si creano nemici interni ed esterni. Ora, la domanda da farsi è cosa significa Trump".

Cosa crede significhi?
"L'elezione di Hillary Clinton avrebbe rappresentato un consolidamento dell'élite di potere. Donald Trump invece non è un insider di Washington, sta raccogliendo intorno a sé altri ricchi e personaggi stravaganti: al momento si tratta di una struttura debole, che sta subentrando e destabilizzando la vecchia rete di potere. E' una nuova rete che si evolverà rapidamente, ma al momento i buchi che presenta significano opportunità di cambiamento: in peggio e in meglio".

In questi dieci anni di WikiLeaks, lei e la sua organizzazione avete subito ogni sorta di attacchi. Cosa avete imparato da questa guerra?
"Abbiamo imparato che il Potere è in gran parte illusione di potere. Il Pentagono ci ha chiesto di distruggere le nostre pubblicazioni. Noi abbiamo continuato a pubblicare. Hillary Clinton ci ha condannato pubblicamente, dicendo che eravamo un attacco all'intera "comunità internazionale". Noi abbiamo continuato a pubblicare. Io sono stato mandato in prigione e agli arresti domiciliari. Abbiamo continuato a pubblicare. Ci siamo scontrati direttamente con la Nsa, nel portare Edward Snowden fuori da Hong Kong, abbiamo vinto e l'abbiamo aiutato a ottenere asilo. Clinton ha cercato di distruggersi ed è finita lei distrutta. Pare che gli elefanti possano essere fatti crollare con un cordino. Forse gli elefanti non esistono".

Lei ha passato sei anni tra arresti e vita da recluso nell'ambasciata ecuadoriana a Londra, le Nazioni Unite hanno stabilito che lei è detenuto arbitrariamente da Svezia e Inghilterra, il Regno Unito ha fatto appello contro la decisione dell'Onu e ha perso, dunque quella decisione è ormai definitiva. Che succede adesso?
"E' tutta una questione politica. E questo è qualcosa che non si può capire se non si è passati attraverso un caso giudiziario di alto profilo. Questa decisione delle Nazioni Unite è davvero storica: cosa si può fare quando si ha a che fare con un caso che coinvolge diverse giurisdizioni, è politicizzato e tira in ballo grandi potenze? I tribunali nazionali si ritrovano sotto una pressione troppo forte, e quindi per arrivare a una decisione giusta è necessario ricorrere a una corte internazionale di cui fanno parte vari paesi non alleati tra loro. Questo è esattamente quanto è accaduto nel mio caso. Ad oggi, la Svezia e l'Inghilterra si sono rifiutate di implementare la decisione, il che ha chiaramente un costo diplomatico e la domanda è fino a che punto saranno disposte a pagare quel prezzo".

Dopo sei anni, i procuratori svedesi l'hanno interrogata a Londra, come lei ha chiesto fin dall'inizio. Che succede se viene incriminato, estradato in Svezia e poi negli Stati Uniti? WikiLeaks sopravviverà?
"Sì, abbiamo i piani di emergenza che avete già visto in azione quando internet mi è stato tagliato e quando sono andato in prigione la prima volta. Un'organizzazione come WikiLeaks non può essere strutturata in modo tale che una singola persona sia la ragione del fallimento per l'intero team, altrimenti quella persona diventa un obiettivo".

La connessione a internet è ancora tagliata?
"No, mi è stata ristabilita".

Lei ha dichiarato in più di un'occasione che quello che veramente le manca, dopo sei anni di vita da recluso, è la sua famiglia. I suoi figli le hanno fatto un regalo per farla sentire meno solo: un gatto. Ha mai riconsiderato le sue scelte?
"Certo che le ho riconsiderate. Per fortuna, sono troppo impegnato per pensare continuamente a questo. Io so che la mia famiglia e i miei figli sono orgogliosi di me e in un certo senso beneficiano del fatto di avere un padre che sa qualcosa del mondo ed è diventato capace di portare avanti certe battaglie, ma per altri versi soffrono".

Una delle prime volte che ci siamo incontrati, c'era un libro sul suo tavolo: "Il Principe" di Machiavelli. Cosa ha imparato del Potere in dieci anni di WikiLeaks?
"Sono arrivato a concludere che la maggior parte delle strutture di potere sono profondamente incompetenti, piene di persone che non credono davvero alle istituzioni a cui appartengono e che gran parte del potere è, in realtà, la percezione del potere. E più lavorano nel segreto, più sono incompetenti, perché la segretezza genera incompetenza, mentre la trasparenza genere competenza, perché rende possibile confrontare le diverse azioni e stabilire qual è la più efficace. Per mantenere l'apparenza del potere, i capi delle istituzioni o della politica, come i presidenti, passano gran parte del tempo a cercare di camminare davanti al treno, facendo finta che sia esso a seguirli, ma la direzione è fissata dai binari e dal motore del treno. Capire questo significa capire che organizzazioni piccole e motivate possono sconfiggere questi dinosauri istituzionali come il Dipartimento di Stato, la Nsa o la Cia".


La storia di Chelsea Manning, la fonte di WikiLeaks graziata da Obama

repubblica.it

La storia di Chelsea Manning, la fonte di WikiLeaks graziata da Obama

Barack Obama ha deciso di concedere la grazia a Chelsea Manning, che sarà libera il prossimo 17 maggio, dopo sette anni di carcere. Nel 2010 Manning (allora Bradley Manning, prima di affrontare la transizione verso il sesso femminile) è stata condannata al carcere per aver consegnato a Julian Assange decine di migliaia di documenti segreti legati alla guerra americana in Iraq. Tra questi, anche quelli che dimostrerebbero le morti di civili in un attacco a Baghdad.Manning - 29 anni, arrestata in Iraq in una base militare Usa - era stata accusata di reati contro la sicurezza nazionale e per questo sarebbe dovuta restare in prigione fino al 2045.

Nata da padre americano e madre gallese, Manning si arruola nell'esercito giovanissima, e nell'ottobre 2009 viene mandata in servizio in Iraq, dove lavora come analista di intelligence. Dopo l'arresto prova due volte a suicidarsi e le sue condizioni di salute sono visibilmente deteriorate negli ultimi anni. Per ora resta detenuta nel carcere militare maschile di Fort Leavenworth, in Kansas

La storia di Chelsea Manning, la fonte di WikiLeaks graziata da Obama 
 Bradley Manning dopo la lettura della sentenza (afp)

La storia di Chelsea Manning, la fonte di WikiLeaks graziata da Obama
La storia di Chelsea Manning, la fonte di WikiLeaks graziata da Obama 
  (ansa)

La storia di Chelsea Manning, la fonte di WikiLeaks graziata da Obama 
 Bradley 'Chelsea' Manning dopo aver affrontato la transizione verso il sesso femminile (reuters)

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 Manifestazioni a sostegno di Bradley Manning

La storia di Chelsea Manning, la fonte di WikiLeaks graziata da Obama
La storia di Chelsea Manning, la fonte di WikiLeaks graziata da Obama 
  (reuters)

La storia di Chelsea Manning, la fonte di WikiLeaks graziata da Obama
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La storia di Chelsea Manning, la fonte di WikiLeaks graziata da Obama
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Il carcere di Fort Leavenworth, in Kansas (reuters)

La storia di Chelsea Manning, la fonte di WikiLeaks graziata da Obama 
  (reuters)

Ecco la vera causa dell’estinzione dei dinosauri (asteroide a parte)

repubblica.it
Kevin Loria


Science Photo Library / AGF

Circa 66 milioni di anni fa, un enorme asteroide o cometa si schiantò sulla terra in Messico, presso l’attuale penisola dello Yucatan. Dall’altra parte del mondo, in India, in una zona chiama Trappi del Deccan, iniziò un periodo d’intensa eruzione vulcanica che sarebbe durato una decina di migliaia di anni. Questi eventi potenti e catastrofici sono di solito considerati le principali cause dell’estinzione di massa che, alla fine del Cretaceo, spazzò via la maggior parte dei dinosauri, insieme al 75% della vita dal pianeta.

Oviraptor che cova le sue uova. Science Photo Library / AGF

Ma nuove ricerche rivelano un altro fattore che potrebbe avere giocato un ruolo nella fine delle più grandi creature che hanno mai calpestato il pianeta: sembra che le uova di dinosauro impiegassero molto tempo per schiudersi. Questo vuol dire che in una competizione per le ormai scarse risorse in un mondo da scenario da post estinzione con i più efficienti anfibi, rettili, uccelli e mammiferi che riuscirono a sopravvivere da un’epoca all’altra, i dinosauri potrebbero aver avuto la peggio.

Rispetto ai rettili, gli uccelli fanno meno uova, e quelle uova sono particolarmente grandi. Ciò avrebbe potuto danneggiare la loro competitività dato che le espone a rischi di distruzione. Ma gli uccelli depositano le uova in un tempo circa due volte più veloce rispetto ai rettili e il loro comportamento mantiene le uova calde e stabili contribuendo, secondo i ricercatori, a darle il tempo di schiudersi.

I dinosauri esistono ancora sotto forma di uccelli (i cosiddetti dinosauri aviani, mentre quelli non aviani sono tutti i dinosauri che si sono estinti alla fine del cretaceo) e così i ricercatori pensavano che le uova delle varietà che si sono estinte si schiudessero più o meno nello stesso tempo delle uova d’uccello. Dopo tutto, per quel che ne sappiamo, le uova dei dinosauri non aviani e degli uccelli hanno una struttura simile, e gli uccelli sono gli unici dinosauri rimasti su cui possiamo basare queste ipotesi.

Ma il nuovo studio, pubblicato il 2 gennaio sul giornale Proceedings of the National Academy of Sciences, riferisce che le uova di dinosauro impiegavano molto di più a schiudersi. I ricercatori stimano che, per una specie studiata, le uova di uccello paragonabili avrebbero impiegato tra i 40 e gli 82 giorni per schiudersi. L’uovo di dinosauro, pare, avrebbe dovuto invece essere incubato tra gli 83 e 171 giorni prima di essere pronto: tempi più da rettili. E questo cambia molto di quanto sappiamo sui dinosauri.

Tutta questione di denti

Il tempo che un piccolo impiega a nascere ha un effetto importante sullo stile di vita di una specie. Può influire sulla stagione dell’accoppiamento, il comportamento migratorio e altre caratteristiche. I dinosauri hanno grandi uova e, in generale, gli adulti consumano più energia rispetto a rettili e anfibi di dimensioni comparabili, limitando la propria competitività.

Studiando la crescita dei denti embrionali in altre specie, i ricercatori sono riusciti a determinare quanto tempo ci mettevano i neonati di queste specie a svilupparsi. Quindi il team — composto da ricercatori della Florida State, della University of Calgary e dell’American Museum of Natural History — ha provato a calcolare la crescita dei denti embrionali in due specie di dinosauri: Hypacrosaurus stebingeri (un dinosauro erbivoro “a becco d’anatra”) e Protoceratops andrewsi (un parente meno famoso dei triceratopi).


Ricostruzione di Protoceratops, Pombia Safari Park. Bramfab/Wikipedia

Hanno notato che una particolare misurazione utile per calcolare lo sviluppo dei denti embrionali sia nella specie umana sia in quelle dei coccodrilli è adattabile anche alle specie di dinosauri. Quindi hanno valutato i denti fossili i queste due specie. Secondo i loro calcoli, l’uovo di Protoceratops avrebbe impiegato più del doppio del tempo di un uovo paragonabile di uccello per essere incubato e sarebbe stato solo un po’ più rapido a schiudersi rispetto a quello di un rettile simile. L’uovo di Hypacrosaurus avrebbe dovuto essere incubato anche più a lungo, persino più  a lungo rispetto a un rettile simile.

Come scrivono gli autori dello studio, ciò vuol dire che molte ipotesi sul comportamento dei dinosauri potrebbero essere rivalutate. Si pensava che queste specie compissero lunghe migrazioni avanti e indietro dall’artico da una stagione all’altra, ma con lunghi periodi d’incubazione delle uova ciò non sarebbe stato possibile. E mentre queste nuove scoperte sono basate sulla valutazione dei fossili di sole due specie di dinosauro, gli autori ritengono che questi lunghi periodi d’incubazione sarebbero rintracciabili molto probabilmente in tutti i dinosauri dentati — anche se ulteriori ricerche potrebbero sempre portare a conclusioni diverse.

L’altro grande effetto che tale fattore potrebbe avere avuto è sull’estinzione di queste creature. Già si pensa che i dinosauri consumassero più energia e richiedessero più risorse dei rettili e degli anfibi. Impiegavano più tempo a raggiungere l’età matura, diversamente da molti mammiferi e uccelli. Quando le risorse del mondo furono devastate dai cambiamenti climatici in seguito all’impatto dell’asteroide e al periodo di attività vulcanica, per ogni grande specie fu più difficile sopravvivere. Lenti tassi di schiusa delle uova avrebbero potuto essere un altro colpo per i dinosauri non aviari. E ciò potrebbe fornire maggiori spiegazioni del perché nessuno di loro riuscì a sopravvivere a quel periodo.