lunedì 16 gennaio 2017

Per la Crusca il congiuntivo è morto. Il killer è Di Maio

La Stampa
mattia feltri

Tre tentativi di esprimere un’idea, ma il deputato M5S sbaglia



Non è per dare ragione a Nanni Moretti («Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!», Palombella Rossa), piuttosto a Paolo Villaggio («Fantozzi, batti lei?»). Succede a tutti. Anni fa il povero Pippo Marchioro, bravo allenatore e uomo intelligente, naufragò sul passato remoto alla Domenica sportiva: «Come mi esprisi… mi esprimetti… mi espretti…».

Succede a tutti, può succedere anche a uno dei più seri candidati alla prossima presidenza del Consiglio, il giovane Luigi Di Maio dei cinque stelle, che su Twitter ha detto la sua a proposito dei cyberspioni: «C’è il rischio che soggetti spiano massime istituzioni dello Stato qual è livello di sicurezza che si garantisce alle imprese e cittadini?». Congiuntivo saltato. Invece di «spiino», «spiano». Per non parlare della punteggiatura. Ma si sa che la punteggiatura è fuori moda, e Twitter è l’isola del precipitoso e dell’approssimativo.



E però Di Maio si accorge che l’indicativo non va bene e ci riprova, stavolta col congiuntivo: «Se c’è il rischio che massime istituzioni dello Stato venissero spiate qual è livello di sicurezza…», eccetera. Il congiuntivo c’è, ma è quello sbagliato. Invece di «vengano spiate», «venissero spiate».



E Di Maio non si arrende. Stavolta prova il modo e tempo giusto su Facebook: «Se c’è il rischio che due soggetti spiassero le massime istituzioni…». E niente, proprio alla Marchioro. E – come si dice in questi casi – si scatena l’ironia del web. «Titolo di studio di Di Maio: il Battesimo». E anche: «Nuovo modo dei verbi: il complottivo».



Però niente di nuovo: è stata proprio l’Accademia della Crusca, pochi giorni fa, a raccontare il declino del congiuntivo, ormai in via di estinzione. Un bracconiere lo abbiamo trovato. 

Trovato in un campo di sterminio un ciondolo legato ad Anna Frank

La Stampa



Ricercatori dello Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele, hanno reso noto oggi di aver trovato un ciondolo molto simile a quello di Anna Frank durante gli scavi nel campo di sterminio nazista a Sobibor, in Polonia. Il ciondolo apparteneva a Karoline Cohn, nata, come la ragazzina del famoso e commovente diario, a Francoforte nel 1929 e morta proprio a Sobibor. I ricercatori fanno notare che non è mai stato trovato un altro ciondolo come questi due e ciò potrebbe far pensare che le due ragazzine siano state in qualche modo legate tra loro.


Un ritratto di Anna Frank nel 1942

Il ciondolo di Karoline è triangolare e su un lato reca la scritta ebraica “Mazal Tov” (“Buona fortuna” in ebraico) e la sua data di nascita. Sull’altro lato ci sono tre Stelle di David e la lettera ebraica “ה” che indica Dio. L’Israel Antiquities Authority sta effettuando scavi a Sobibor dal 2007 e ha tra l’altro scoperto le fondamenta della camera a gas. Sono più di 250.000 gli ebrei che qui trovarono la morte. 

Mentana: "Quando gli indichi la luna, lo stupido vede solo la scia chimica"

Francesco Curridori - Lun, 09/01/2017 - 12:37

Enrico Mentana 'blasta' il deputato grillino Carlo Sibilia che su Twitter aveva definito lui, la Annunziata e Merlo dei "giornalisti falliti"

Enrico Mentana è uno specialista nel 'blastare' personaggi più o meno noti sul web. Stavolta il bersaglio scelto è stato il deputato Cinquestelle Carlo Sibilia che ieri, al termine della puntata di "In mezz'ora", programma condotto da Lucia Anunziata in cui il direttore del Tg La7 e Francesco Merlo erano presenti, come ospiti, si è lasciato andare con un tweet molto duro verso di loro.

"Tre giornalisti falliti si autointerrogano sui motivi del loro fallimento. Pubblicamente. Senza che nessuno glielo abbia chiesto", ha twittato Sibilia che è rimasto gelato dalla risposta del giornalista. "Quando gli indichi la luna, lo stupido vede solo la scia chimica" ha scritto il direttore di Tg La7 con chiaro riferimento alla teoria espressa in passato dal deputato grillino. Un botta e risposta che arriva dopo la minaccia (poi rientrata) di Enrico Mentana di portare in tribunale il leader del Movimento Cinquestelle, Beppe Grillo che aveva proposto di istituire delle giurie popolari per giudicare l'operato dei giornalisti.

Otto per mille, la Chiesa imperversa con i suoi spot e si mangia la fetta più grande

republica.it
di ALDO FONTANAROSA

L'analisi della Corte dei conti: il pubblico quasi assente dagli spot, così non riesce a incamerare contributi. E i cittadini laici nello spirito non trovano così una "valida alternativa" in campo. Sfumano così risorse che potrebbero andare alla ristrutturazione delle scuole


Otto per mille, la Chiesa imperversa con i suoi spot e si mangia la fetta più grande


ROMA - La Chiesa cattolica, scatenata, le tenta tutte pur di fare il pieno di soldi con il meccanismo dell'8 per mille. E si affida soprattutto a campagne di spot in tv, che risultano "martellanti" ed efficacissime. Invece lo Stato italiano - che pure avrebbe bisogno di questo contributo, ad esempio per ristrutturare le scuole - non si impegna per convincere i contribuenti. La Corte dei conti, sorpresa dalla timidezza dei nostri governi, ha anche altri dubbi.

Contesta allo Stato italiano di essere sleale quando impiega i soldi che riceve (quasi suo malgrado) dall'8 per mille. Lo Stato dunque mostra "disinteresse" per questo aiuto, al punto che i contributi in suo favore si sono "drasticamente ridotti" negli anni. Cittadini laici nello spirito, contrari a sostenere una confessione religiosa, non trovano così una "valida alternativa" in campo. Vorrebbero destinare "una parte della imposta sul reddito" a cause "sociali e umanitarie". Ma questo sentimento - osserva la Corte - è "frustrato".


Otto per mille, la Chiesa imperversa con i suoi spot e si mangia la fetta più grande

Peraltro la legge prevede che la ristrutturazione delle scuole - obiettivo "molto sentito dagli italiani" - sia finanziata anche dall'8 per mille. Per questo, la Presidenza del Consiglio si era impegnata a lanciare, per il 2016, una intensa "campagna promozionale". Ma questa campagna ancora una volta non è arrivata. L'effetto è una "marginalizzazione della iniziativa pubblica che ha compromesso la possibilità di ottenere maggiori introiti". Questo, "in violazione dei principi di buon andamento, efficienza, efficacia della pubblica amministrazione"

Opposta è la strategia della Chiesa cattolica che - per convincere gli italiani a girarle l'8 per mille - gioca la carta degli spot tv. La Corte dei conti rivela che - in quindici anni, dal 1998 al 2013 - la Chiesa cattolica ha investito quasi 64 milioni di euro in inserzioni pubblicitarie sulla sola Rai. Cifra che spinge la Corte - perplessa - a parlare di un "mercato del solidarismo". La strategia di persuasione della Chiesa cattolica è efficace. In 24 anni - tra il 1990 e il 2014 - ha incamerato più di 18 miliardi 301 milioni grazie all'8 per mille (contro i 400 milioni di tutte le altre confessioni messe insieme, come gli avventisti, gli evangelici luterani o valdesi, le comunità ebraiche).

Nel 2014, mentre la Chiesa cattolica supera di slancio il miliardo di entrate, lo Stato italiano deve accontentarsi di 170 milioni. Lo Stato peraltro pesca volentieri nei contributi dell'8 per mille per finanziare altre sue spese o attività. Ora, queste attività hanno sempre un rilievo pubblico. Dal 2011, ad esempio, 64 milioni in arrivo dall'8 per mille hanno tenuto in piedi la flotta della Protezione Civile. Il problema è che dirottare questi soldi altrove, come fa lo Stato, significa negare "piena esecuzione alla volontà del contribuente" che aveva dato il contributo per un altro utilizzo. Siamo di fronte dunque ad una violazione dei principi di "lealtà e buona fede".

E a proposito di lealtà, la Corte rivela di aver sollecitato indagini sui Cat che assistono milioni di italiani al momento di compilare la dichiarazione Irpef. Su 4987 schede esaminate, il bilancio provvisorio è di irregolarità nel 7 per cento dei casi. A volte, i Caf non conservano la comunicazione della persona che indica a chi destinare l'8 per mille. A volte i Caf danno i soldi a chi dicono loro ignorando la volontà dei contribuenti. Qualche Caf di super-credenti suggerisce di indirizzare il contributo alla Chiesa cattolica venendo meno al dovere di imparzialità.

Il “treno della discordia” riaccende la crisi. Provocazioni e minacce tra Serbia e Kosovo

La Stampa
stefano giantin

Doveva collegare Belgrado con Mitrovica Nord a 18 anni dalla guerra


AP

120 mila le persone di minoranza serba che vivono in Kosovo su una popolazione totale di due milioni

Basta poco per scoperchiare il vaso di Pandora nei Balcani. Servono provocazioni e reazioni sopra le righe, una spolverata di nazionalismo, qualche politico che evochi la parola «guerra». E un treno.


AP

Sono questi gli ingredienti di una delle peggiori crisi degli ultimi anni sull’asse tra Serbia e Kosovo, Paese a maggioranza albanese proclamatosi indipendente nel 2008 e mai riconosciuto da Belgrado. Crisi provocata tra sabato e ieri dall’iniziativa serba di rilanciare, a 18 anni dal conflitto del 1999, il primo collegamento diretto su rotaia - senza cambi come avviene ora - tra Belgrado e Mitrovica nord, la parte a maggioranza serba della Berlino kosovara, divisa in due tra serbi e albanesi dal fiume Ibar. Una maniera per agevolare i collegamenti tra i serbi di Mitrovica e Belgrado, ma anche una «mostra itinerante del nostro patrimonio culturale», ha spiegato Marko Djuric, numero uno dell’Ufficio governativo serbo per il Kosovo.

Tutto bene, anzi no. No, perché il treno in partenza da Belgrado sabato mattina era stato allestito con interni particolari, con riproduzioni degli affreschi più celebri dei monasteri ortodossi in Kosovo, tanto da suggerire qualche ironia sul web balcanico, dove si è parlato di «chiesa su rotaie». Ancora più inconsueta la livrea esterna. Invece di quella sobria delle ferrovie serbe, il convoglio era stato verniciato coi colori della bandiera di Belgrado. Su tutto risaltava lo slogan «il Kosovo è serbo», ripetuto in 21 lingue, incluso l’albanese «Kosova eshte serbi».

È bastato questo a scatenare l’ira di Pristina. La comunità internazionale fermi «il treno illegale» serbo prima che entri in Kosovo, ha preteso il ministro Edita Tahiri. Il convoglio, trainato da un’automotrice diesel «made in Russia» tappezzata di «inammissibili contrassegni nazionalistici», è una provocazione, ha rincarato il presidente Hashim Thaci, chiedendo lo stop della corsa del treno che sarebbe dovuto arrivare sabato sera a Mitrovica.


AP

Così non è stato, dopo che Pristina ha fatto affluire al confine decine di agenti e forze speciali. Su ordine del premier serbo, Aleksandar Vucic, la marcia è stato allora interrotta per ragioni di sicurezza. Gli albanesi avrebbero «tentato di minare» la linea ferroviaria e avrebbero pianificato persino l’arresto di «passeggeri e macchinista», il j’accuse di Vucic. Accuse infondate, ha ribattuto Pristina, ma il discorso è tutt’altro che chiuso.


AFP

Ieri, centinaia di serbi sono scesi in piazza a Mitrovica per protestare per il mancato arrivo del treno, sventolando bandiere di Belgrado. E il presidente serbo, Tomislav Nikolic, ha accusato sempre ieri «gli albanesi» del Kosovo di «volere la guerra», avvisando che, «se saranno uccisi dei serbi» in Kosovo, «parte del territorio della Serbia», allora Belgrado è persino pronta a rispedire l’esercito nella sua ex provincia meridionale e «ci andrò anch’io». Toni e parole che riportano indietro le lancette nella regione. E tutto a causa di un «Balkan express» di cui non si sentiva il bisogno.

Tutti pazzi per i selfie: identikit dei maniaci dell'autoscatto

repubblica.it

Comunicatori, autobiografi e promotori di se stessi. Sono tre i tipi appassionati di selfie che siano attrici, astronauti e popstar. E noi? A chi assomigliamo?

Tutti pazzi per i selfie: identikit dei maniaci dell'autoscatto

DAI SESSANTENNI ai dodicenni, a prescindere da sesso, razza e religione, inquadrarsi per un autoritratto da pubblicare sui social è ormai un'attività quasi quotidiana. Ma non tutti gli appassionati di selfie sono animati dalla stessa esigenza, spesso comunemente percepita come narcisismo. Uno studio pubblicato sulla rivista Visual Communication Quarterly, e realizzato attraverso interviste, ha identificato tre categorie di 'selfie-taker': comunicatori, autobiografi e promotori di se stessi.

I selfie politically-oriented. I comunicatori usano i selfie principalmente per coinvolgere amici, familiari o conoscenti in una conversazione. In genere mirano a innescare un dibattito sul valore di alcune scelte o azioni, così da incoraggiare gli altri a svolgere un valore civico. Come ha fatto, ad esempio, la famosa attrice statunitense Anne Hathaway, pubblicando su Instagram un selfie accompagnato dalla scritta "Ho votato", per incoraggiare gli americani a fare altrettanto in occasione delle presidenziali.

L'astronauta. Gli autobiografi, invece, utilizzano selfie come strumento per registrare gli eventi chiave della loro vita e conservare i ricordi importanti. Ma non cercano necessariamente il feedback e l'impegno come fanno i comunicatori. Ad esempio l'astronauta della NASA Scott Kelley, tornato sulla Terra dopo un anno nello spazio, ha pubblicato un selfie in tuta spaziale, insieme ad altri scatti che ripercorrono la cronaca del suo viaggio.

Reginette. Ci sono poi quelli che mirano a farsi pubblicità, in realtà il più piccolo dei tre gruppi. "Sono le persone che amano documentare tutta la loro vita", ha detto Harper Anderson, dottore di ricerca presso la Texas Tech, "ma nel condividerla, mirano a presentarsi in una luce positiva". Una per tutte, la popstar Taylor Swift, battezzata "regina di Instagram 2015".

Sul pulpito con lo smartphone, la predica si adegua e diventa social

La Stampa
 
Dai tweet con le intenzioni di preghiera dei fedeli alla messa più vicina segnalata su Google Maps, ecco come comunica la Chiesa ai tempi del web



Sul pulpito con lo smartphone; l’omelia con i concetti fondamentali sintetizzati via tweet, e il telefonino sempre a portata di mano per aggiornarsi ed essere così più vicini alla realtà. Anche la predicazione, ai tempi del web, pur mantenendosi fedele ai contenuti, si aggiorna e si arricchisce di novità che tengono conto di tutti gli ingredienti offerti dai social. C’è persino qualche sacerdote che utilizza Spotify per arricchire la messa con canti liturgici.

«Intendiamoci, - premette don Sergio Tapia Velasco, docente di media training e public speaking alla Pontificia Università della Santa Croce a Roma - il contenuto della predicazione che si presenta nella parola di Dio naturalmente non cambia, ma è innegabile che i social hanno portato ad un cambio della forma. Il punto è entrare in sintonia con i fedeli con un linguaggio attuale».

«L’entrare in conversazione con i fedeli - sottolinea l’esperto di comunicazione - non è più soltanto l’entrare nel confessionale dove la gente racconta i propri guai. Oggi la gente va ascoltata anche sui social. Penso ai giovani e credo che le loro conversazioni su Facebook possano essere illuminanti anche per un uomo di chiesa ai fini di entrare in sintonia».

La predicazione ai tempi dei social non è però immune da rischi. «Quando si prepara un’omelia - spiega don Sergio Tapia - il ricorso al web può aiutare il prete a trovare aneddoti, modi di dire efficaci. Ma c’è anche il grande rischio della pigrizia per cui anziché preparare un’omelia in maniera adeguata, si finisce con il fare il copia e incolla: il che significa perdere il senso della conversazione con i propri fedeli». Don Tapia Velasco è anche un grande conoscitore degli approcci pastorali ai nuovi movimenti religiosi. «On line - racconta - specie tra i protestanti, - c’è un portale dove si trovano i sermoni tenuti da diversi predicatori. Il rischio è di finire in un supermercato di sermoni, se non si fa ricorso alla disciplina».

La predica social è certamente più congeniale ai preti giovani ma, come spiega l’esperto, «tanti sacerdoti, anche più avanti negli anni, hanno voglia di apprendere». In Messico, ad esempio, c’è un presule che ha dato vita ad una speciale app che consente di sapere in ogni momento quale sia la messa più vicina. Ci sono poi sacerdoti che riassumono via tweet, in maniera preimpostata, i concetti fondamentali della messa. «Il punto è entrare in conversazione con le persone. La persuasione - sintetizza don Tapia Velasco - si dà quando l’altro viene ascoltato come amico. E i social in questo senso, ferma restando la qualità della predicazione, possono dare una grande mano». 

L'esercito delle radioline resiste a sms e tsunami

Gabriele Villa - Lun, 16/01/2017 - 08:51

Nonostante le nuove tecnologie, restano il mezzo più sicuro per dare aiuto nelle tragedie. E gli appassionati sono in aumento

«I radioamatori sono le ombre amiche dei viaggiatori di mare. Le voci e la vita che continuano chissà dove. Le voci che rompono il silenzio ossessivo e troppo lungo di certe solitudini. Che mi hanno seguito e amato. Volti nascosti e inimmaginabili che non vedrò mai. Ma anche a loro devo la forza di essere sempre arrivato a destinazione».




Parole di Ambrogio Fogar, tratte dal suo ultimo libro: «Solo la forza di vivere». Ambrogio Fogar, riconoscibile e contattabile per tutti i mari, via radio, proprio grazie al suo nominativo di radioamatore: I2NS, ovvero Navigatore Solitario. L'universo (quello vero) è tutto loro. Anzi, anche mio, considerato che sono uno di loro. Ci sono ancora? E chi sono? Giocano con i loro «baracchini», parlandosi da un quartiere all'altro?

O gigioneggiano a bordo di bisonti della strada per dirsi dove meglio fermarsi a mangiar bene? Macché quella è la preistoria della disinformazione. No, sono (siamo) soltanto un esercito di «pescatori di segnali». Una rete fatta di antenne, attese pazienti, prove e riprove. Perché siamo anche tecnici e sperimentatori. Una rete cucita insieme dal filo della solidarietà che fa spuntare il sorriso su mille volti che non si conoscono e, probabilmente, non si conosceranno mai.

SI NAVIGA GIORNO E NOTTE
Che stanno dietro una sigla. Perché in fondo, sotto una corazza, apparentemente asettica, fatta di codici e abbreviazioni gergali, mettiamo il cuore anche dentro le nostre radio e insistiamo nel sognare un mondo migliore. Un mondo migliore che in radio si concretizza quando si ascoltano le conversazioni serene e amicali fra radioamatori di Paesi che politicamente e strategicamente si detestano.

O quando regali una parola di coraggio o riesci a spedire un medicinale, o il pezzo di un trattore a Padre Eugenio, 5R8DQ, in Madagascar, o a padre Gabriele D3SAF, in Angola, due missionari, due amici fra i tanti, conosciuti parlando al microfono. Il nostro è un esercito dalle mille bandiere ma senza confini. Che sceglie di navigare, giorno e notte, caldo torrido e freddo polare, tra le onde (quelle che stanno in giro per la ionosfera, quelle scoperte e imbrigliate da Marconi) inseguendo il più flebile dei segnali, magari con la più flebile delle potenze irradiata dal proprio trasmettitore e, naturalmente, dalla propria antenna.

Per arrivare ad essere on air, cioè a trasmettere, ai radioamatori occorre fare le cose sul serio: prendere patente e licenza, sostenendo esami ministeriali di teoria e tecnica, che fino a qualche tempo fa prevedevano anche una prova di trasmissione e di ricezione in telegrafia. Cioè con il codice Morse, quello che mette in fila parole e frasi con punto linea, linea punto etc. Quella telegrafia mandata in pensione, troppo presto anche dalle navi (eppure è sempre servita e persino la tragedia del Titanic fu arginata grazie al Sos lanciato dal marconista di bordo con il tasto telegrafico). Ecco, ne volete sapere subito una che consente di comprendere la simpatica svitatezza dei radioamatori? Da quando l'esame di telegrafia è stato abolito lo studio delle telegrafia e di conseguenza il suo utilizzo nelle trasmissioni tra radioamatori è aumentato.

MIGLIAIA ON AIR
Bizzarro, no? Come è anche in costante aumento l'uso della Rtty, Radio Teletype e di altre nuovissime trasmissioni nei modi digitali che emulano in qualche modo la telescrivente di buona memoria. Già, le domande iniziali. Eccomi con le risposte. I radioamatori nel mondo ci sono ancora e sono parecchi. Molto più di quanto si possa immaginare. Negli States sono circa 800mila e il numero, dal 2013, è in costante crescita (a ritmo di 15-20mila l'anno) in Giappone un milione e 400mila, circa 90mila in Germania, 60mila sia in Spagna sia in Gran Bretagna, 40mila in Italia. Di cui oltre 12mila iscritti all'Ari l'Associazione radioamatori italiani che quest'anno festeggia i suoi primi 90 anni di vita con un ventaglio di iniziative di pregio.

Questa è la «popolazione delle onde» e quindi non trattiamoli (non trattateci) come certi simpatici animali in via di estinzione. Anche perché dove e quando tutto si ferma e viene spazzato via: tsunami, terremoti, alluvioni (non c'è stata una delle nostre tragiche vicende più recenti in cui i radioamatori non si siano mobilitati) la radio resiste, non viene sopraffatta e permette e permetterà di affrontare sempre ogni emergenza con la stabilità e la semplicità di un segnale e di un'antenna che non hanno bisogno di ripetitori telefonici e di celle cui agganciarsi. Ma volete mettere la velocità di un sms con una trasmissione telegrafica? Obietterete.

Beh, sappiate che a Sydney hanno fatto la prova tempo fa: una sfida Morse contro Sms, tra il veterano delle radiotrasmissioni Gordon Hill, 93 anni e il tredicenne Devlin: stessa frase da inviare con Sms e con tasto telegrafico: nonno Gordon ha bruciato il ragazzino, in una manciata di secondi. Quindi non veniteci a dire che tutto è più facile oggi con un smartphone, un satellitare una chiamata via Skype.

RADIOLINE VIP
Ma da dove pensate che sia nato lo smartphone? Dalle intuizioni di Marconi. E che cosa ci facciamo con questi devices quando non c'è campo? Perché se non c'è campo non c'è partita. Non si parla, non si comunica. Noi radioamatori ci agganciamo sempre e comunque tra di noi. E con l'autorizzazione ministeriale e un nominativo che ci permette di farci riconoscere in tutto il mondo (una sorta di targa automobilistica che durerà per tutta la vita), con il mondo ci capiamo. Il mio? Piuttosto semplice: I2VGW (I come Italia, 2, per il codice postale della Lombardia e le altre tre lettere del suffisso assegnate dal ministero a seconda della disponibilità, nel mio caso due di esse si riferiscono al cognome e al nome).

E, una volta on air, incontri gente che non ti chiede che mestiere fai o come la pensi politicamente. E infatti a nessuno è mai venuto in mente, a suo tempo, per esempio, di chiedere a re Hussein ovvero JY1 (il prefisso che identifica la Giordania) come andassero le cose nel regno. O di fare altrettanto con EA0JC, alias Juan Carlos. O di dar consigli a VU2SON, Sonia Ghandi. O invitare a togliersi i sassolini dalle scarpe a I0FCG, Francesco Cossiga, che al suo ruolo di radioamatore non ha mai abdicato nemmeno quand'era al Quirinale. In più, grazie ad elettrizzanti, recenti invenzioni, percorrendo sentieri radioamatoriali sono state alloggiate nostre apparecchiature nella Mir e sugli Space Shuttle, e anche sull'attuale Stazione Spaziale Internazionale.

COMUNICARE IN ORBITA
Del resto le associazioni radioamatoriali di vari Paesi tra cui l'Italia, hanno mandato in orbita, già da qualche decennio, piccoli satelliti artificiali (CubeSat) ad uso radioamatoriale. Ma è un dato di fatto che le conversazioni Terra-Spazio tra radioamatori e astronauti sono diventate sempre più frequenti tanto che si organizzano sistematicamente collegamenti tra scuole medie e superiori e gli astronauti a scopo didattico (chiedere a Roberto Vettori, Paolo Nespoli, Samantha Cristoforetti: tutti in orbita con il loro bel nominativo radioamatoriale tutti collegati da Terra da altri radioamatori e da decine e di studenti con una potenza di pochi watt lanciati nel cielo.

Ma cosa si raccontano i radioamatori fra loro? Intanto si scambiano notizie tecniche, suggerimenti, consigli di ricezione. Al termine della conversazione (QSO) tutto viene registrato per legge in un log di stazione e si provvede alla conferma del contatto inviando alla stazione collegata la cartolina (QSL) contenente tutti i dati del collegamento. La cartolina ha anche un valore aggiunto: serve a collezionare diplomi internazionali, a salire nella classifica mondiale fino al Top Honor Roll (sì io lo sono perché ho collegato tutti e 339 i Paesi «radiiantistici» collegabili nel mondo).

Uno scopo ludico hanno anche i cosiddetti contest, gare organizzate dalle associazioni di radioamatori dei vari Paesi in cui vince chi realizza più collegamenti in un tempo limitato (di solito 24-48 ore). E ora che sapete (quasi) tutto, entrate nella stanza segreta di un radioamatore (il suo shack). Magari di notte quando vi sembrerà, con tutte le apparecchiature accese, di essere alla guida di un aereo. E cominciate a viaggiare. In quel nostro universo. Ascoltate quei segnali che arrivano e guardate quelle luci. Sono tante piccole lucciole che indicano la rotta della fantasia. E portano voci lontane. Che riscaldano il cuore.

Chiude il circo Barnum, la grande illusione si è trasferita on line

La Stampa
vittorio sabadin

“Il più grande spettacolo del mondo” si arrende al calo di pubblico alle battaglie con gli animalisti, alla concorrenza della rete



Dopo 146 anni di attività, chiude il circo Barnum. «Il più grande spettacolo del mondo», come si definiva nei manifesti che annunciavano il suo arrivo in città, si è arreso ai costi crescenti, al calo del pubblico e all’assedio degli animalisti che ora diffondono fieri comunicati: «E’ la fine dello spettacolo più triste del mondo – ha detto Ingrid Newkirk, presidentessa di Peta -. Speriamo che tutti i circhi di animali seguano questo esempio come un segno dei tempi che cambiano».

I tempi sono cambiati davvero da quando il circo era il sogno di tutti i ragazzi, affascinati dai suoi giochi misteriosi, dal coraggio dei trapezisti che si lanciavano nel vuoto, degli animali esotici che il domatore piegava al suo volere. Phineas Taylor Barnum era nato nel 1810 a Bethel nel Connecticut, in un’epoca nella quale era molto facile meravigliare la gente. Non è vero come si crede che abbia coniato lui la frase «ogni minuto nasce un fesso», ma di certo si è comportato per tutta la vita come se davvero fosse così. Barnum non ha nascosto che solo una cosa lo interessava: accumulare denaro. E per attuare questo programma non c’era modo migliore che attirare le persone in un luogo, promettendo che in cambio di un biglietto da pochi dollari avrebbero assistito a portentose meraviglie che non aveva mai visto prima.

L’idea
Prima di pensare a un vero e proprio circo, che nacque solo quando ormai aveva 60 anni, Barnum si concentrò sui musei, che acquistò uno dopo l’altro, soprattutto quelli di carattere scientifico. Erano il luogo ideale per mostrare al pubblico incredibili giganti, o albini e nani, sirene e maghi; c’erano modelli in legno di città straniere e di grandi battaglie, statue di cera e pittoreschi personaggi che si mostravano per pochi minuti, come la Sirena delle Fijii che aveva una testa di scimmia e una coda di pesce.

Oggi Barnum è studiato nei corsi di marketing, perché era noto come lo Shakespeare della pubblicità, capace di vendere qualunque cosa a chiunque. Quando si trasferì a New York, il suo «museo» aveva un faro che ne indicava la presenza di notte, mentre di giorno non era possibile non notarlo grazie a decine di bandiere sventolanti e a una mongolfiera che si alzava dal tetto. Non stava mai fermo, non si lasciava sfuggire nessuna occasione.

Quando due suoi lontani parenti ebbero un figlio che smise di crescere nei primi anni di vita, Barnum lo arruolò come il generale «Tom Thumb», dal nome di un personaggio di una favola folkloristica inglese che era alto come il pollice di suo padre. A quattro anni, Tom imitava in scena Ercole e Napoleone, a cinque beveva vino e a sette fumava il sigaro. Sopravvisse e si sposò. Barnum lo condusse a Londra, per due incontri con la regina Vittoria dopo i quali tutta la nobiltà europea, compreso lo Zar, volle incontrare il Generale.

Le attrazioni
Tra le attrazioni di maggior successo c’era Joice Heth, una donna di colore cieca e paralizzata, che veniva presentata come una schiava di 161 anni che era stata la nutrice di George Washington. Una coppia del tutto scombinata, la gigante Anna Swan e il nano «Commodoro Nutt», fu portata nel 1862 alla Casa Bianca, perché Abramo Lincoln aveva espresso il desiderio di incontrarli. Il maggior successo di Barnum fu però una cantante svedese, Jenny Lind, un soprano dalla voce melodiosa. Per lei, Barnum diede il suo meglio. Prima ancora che sbarcasse in America era stata già resa famosa da una campagna martellante, e ventimila persone che non l’avevano mai sentita cantare l’attendevano sul molo.

L’intuizione di trasformare questo mondo delle meraviglie in un circo itinerante venne a Barnum in tarda età, nel 1870. Invece di chiedere alla gente di venire al suo circo, lo avrebbe portato lui alla gente, acquistando un intero treno (replicato nel film Dumbo di Walt Disney) che avrebbe portato le sue magie dovunque ci fossero spettatori pronti a farsi incantare. Barnum è morto nel 1891, dopo una vita felice nella quale ha fatto sognare milioni di persone. Nel 1907 il suo circo è stato acquistato dai Ringling Brothers, cinque fratelli giocolieri i cui eredi ora lo chiudono. E’ finita un’epoca durata forse troppo a lungo, costruita su basi che oggi non possiamo più considerare accettabili, e che impediscono persino di dire quello che bisognerebbe dire: peccato. 

"Ecco i 200 preti pedofili d'Italia", lo scandalo che imbarazza la Curia

repubblica.it
di EMILIANO FITTIPALDI

Dagli abusi in parrocchia alle coperture dei vescovi e dei porporati: nel nuovo libro di Emiliano Fittipaldi la mappa della piaga che ancora affligge la Chiesa

"Ecco i 200 preti pedofili d'Italia", lo scandalo che imbarazza la Curia

METTENDO sotto la lente d'ingrandimento cronache di provincia degli ultimi mesi, carte giudiziarie fresche di cancelleria e documenti parrocchiali si scoprono tanti tasselli. Guardando il mosaico da una certa distanza, il disegno diventa più chiaro. Partiamo prendendo un treno verso la punta del tacco d'Italia. In Calabria, vicino a Reggio, c'è don Antonello Tropea, già padre spirituale del seminario di Oppido Mamertina, che nel marzo 2015 viene trovato dalla polizia in un'auto con un diciassettenne conosciuto grazie alla app Grindr usata per incontri gay. Venti euro il costo della prestazione. Indagato per prostituzione minorile, il don continua a fare il prete, confidandosi di tanto in tanto con il suo vescovo, monsignor Francesco Milito. "Evita di parlare con i carabinieri di queste cose" gli suggerisce il superiore senza sapere di essere ascoltato.

Sempre in Calabria, nella diocesi di Locri, c'è il vescovo Francesco Oliva, nominato da Francesco nel 2014: è lui che nel 2015 manda in una parrocchia a Civitavecchia un suo sacerdote, don Francesco Rutigliano, che la Congregazione per la dottrina della fede ha in passato sospeso per quattro anni, nel 2011, per "abuso di minore con l'aggravante di abuso di dignità o ufficio, commesso nel periodo tra il 2006 e il 2008" obbligandolo alla "celebrazione di 12 Sante Messe con cadenza mensile a favore della vittima e della sua famiglia ".

A Ostuni, c'è Franco Legrottaglie, condannato nel 2000 per atti di libidine violenta su due ragazzine, mai sfiorato da processi canonici, e in seguito designato nel 2010 dal vescovo emerito Rocco Talucci cappellano dell'ospedale e prete in una chiesa del paese: nel maggio 2016 è stato pizzicato con 2.500 immagini pedopornografiche conservate sul computer in cartelle con i nomi dei santi. Ha lanciato una moda: anche don Andrea Contin, indagato a Padova per induzione alla prostituzione, etichettava i filmini hard a cui partecipavano le sue amanti con i nomi dei papi.

A Catania c'è un sacerdote che ad agosto 2016, già sospeso dalla curia dalle attività pastorali, avrebbe minacciato con un coltello alla schiena un quindicenne costringendolo a rapporti sessuali. Poi c'è don Siro Invernizzi, che nel 2013 è stato mandato dal vescovo di Como a fare il viceparroco a Cugliate, vicino Varese, nonostante i due anni con la condizionale patteggiati per aver approcciato in strada un ragazzino rom di tredici anni che si prostituiva.

E ancora: a Grosseto c'è un sacerdote rinviato a giudizio nel luglio 2016 per molestie a tre ragazzine, a cui avrebbe rivolto "attenzioni troppo intime". A Pietrasanta, in Versilia, dalla scorsa estate c'è un'altra indagine (ancora in corso) su un prete straniero appartenente all'ordine dei Carmelitani: la curia generalizia di Roma è stata citata in sede civile come responsabile dei danni per non aver esercitato il controllo sul religioso [...]. Negli ultimi due lustri, contando solo i condannati e gli indagati, sono oltre 200 i sacerdoti italiani denunciati per atti di lussuria con adolescenti.

Molti di più di quelli che hanno scoperto i cronisti del Boston Globe che diedero il via all'inchiesta Spotlight del 2002... Eppure in Italia lo scandalo non è mai esploso, a differenza che negli Stati Uniti, in Australia, in Irlanda o in Belgio in tutta la sua gravità. "Ciò che mi preoccupa qui è una certa cultura del silenzio", disse monsignor Charles Scicluna quando faceva il promotore di giustizia della Congregazione della dottrina della Fede. Una tendenza all'acquiescenza che sembra coinvolgere le vittime, le famiglie dei credenti, le gerarchie e anche parte dei media: secondo alcuni osservatori non è un caso che siano proprio i paesi tradizionalmente più cattolici - come l'Italia, la Spagna e quelli del Sud America - quelli in cui il fenomeno della lussuria sui più piccoli sembra avere, nei pochissimi dati ufficiali disponibili, dimensione contenuta.

In realtà, il "sistema" che copre e protegge gli orchi e le casse della Chiesa funziona anche qui. Ancora oggi. E meglio che altrove. Un esempio su tutti: se l'arcidiocesi di Los Angeles qualche anno fa ha pagato, in un accordo extragiudiziario, 660 milioni di dollari a 508 vittime di molestie da parte di preti (il periodo delle violenze ipotizzate va dal 1950 al 1980) come indennizzo per gli atti di libidine, a Verona i 67 ex allievi dell'Istituto Provolo, sordomuti che hanno denunciato alla curia i mostruosi soprusi di cui sarebbero stati oggetto da parte di venticinque religiosi dal 1950 al 1984, non hanno ricevuto nemmeno un euro. Per la legge italiana i reati sono prescritti e una causa legale è tecnicamente impossibile. La commissione d'inchiesta "indipendente" non ha creduto ai loro racconti.

Sarà un caso, ma qualche giorno fa uno dei sacerdoti indicati dai testimoni come presunti aguzzini, don Nicola Corradi, è stato arrestato in Argentina nella sede sudamericana dell'istituto dove si era trasferito qualche tempo fa, con l'accusa di "abuso aggravato " e "corruzione di minori ". Ancora oggi il Vaticano non prevede che sacerdoti e vescovi abbiano l'obbligo di denunciare i colleghi maniaci alla giustizia ordinaria. E i casi gestiti dalla Congregazione preposta restano segretissimi. A Cremona don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, nel 2016 è stato condannato in primo grado a 4 anni e nove mesi di carcere. Spretato da papa Ratzinger, nonostante il processo penale contro di lui ha fatto appello alla Congregazione e l'ha vinto: Francesco l'ha riammesso nel clero.

Non è tutto: il magistrato ha chiesto al Vaticano le carte del processo canonico, e dopo mesi d'attesa s'è visto rifiutata la domanda: "Gli atti processuali e istruttori sono "sub segreto pontificio"", è stata l'unica, laconica spiegazione. Stessa dinamica accaduta a Palermo pochi mesi prima. Gli insabbiamenti o le difese d'ufficio coinvolgono pezzi da novanta della gerarchia come il vescovo di Brescia, quello di Como, quello di Castellaneta, il vescovo emerito di Palermo, cardinale Paolo Romeo, quello di Savona, cardinali di peso come Antonelli, Bertone e Domenico Calcagno.

Quest'ultimo ha fatto carriera con Benedetto XVI, e anche Francesco l'ha confermato sulla poltrona di presidente dell'Apsa, l'ente che gestisce l'immenso patrimonio della Santa Sede. Nonostante una macchia grave, quella di aver spostato nel 2003 da una parrocchia all'altra un prete su cui erano già arrivate pesanti segnalazioni. Uno spostamento a cui non seguirono provvedimenti: peccato che due anni dopo, il sacerdote, don Nello Giraudo, poté molestare in un campo scout un altro ragazzino.

È il «Blue Monday», il giorno più triste dell’anno

La Stampa
raffaella silipo


Frank Rumpenhorst/picture-alliance/dpa/AP Images

Questione di luce? Di ripresa dopo le vacanze natalizie? Di quella sfilza di buoni propositi che si sa non riusciremo mai a rispettare? Forse un po’ di tutto questo, fatto sta che oggi è il «lunedì più nero dell’anno»: il «Blue Monday», come la canzone dei New Order, il giorno più triste nell’arco dei 12 mesi e che si celebra il terzo lunedì di gennaio.

A calcolare la data del «fatidico lunedì» è stato, nei primi anni 2000, Cliff Arnall, uno psicologo dell’Università di Cardiff, che tramite una complicata equazione (che prende in considerazione alcune variabili come il meteo, i sensi di colpa per i soldi spesi per i regali di Natale, il calo di motivazione dopo le Feste e la crescente necessità di darsi da fare) ha calcolato che questo è proprio il giorno più «nero» dell’anno. A patire di più è la generazione dei Millennials, dice uno studio della Deakin University: «Hanno più sogni - dice il professor Michael Leitner - e lo scontro con la realtà è più duro». 

La tristezza deriverebbe dalla combinazione di più fattori: si è stufi dell’inverno, si iniziano a sentire le conseguenze delle spese effettuate a Natale sul portafogli e si percepisce maggiormente la stanchezza del rientro al lavoro dopo le vacanze. Nulla di seriamente scientifico, naturalmente. «Ma non è forse vero che a gennaio abbiamo tutti l’impressione di trascinarci al lavorare ogni singolo lunedì?» sottolinea Paula Jarzabkowski, professoressa di Management presso la Cass Business School di Londra. 

Nei confronti della tristezza, psicologi e psichiatri consigliano di adottare una diversa ottica, mirata a valorizzare il singolo momento, ricordando però allo stesso tempo che anche la malinconia è un’emozione tutto sommato da «rivalutare». A sottolinearlo è il presidente della Società italiana di psichiatria, Claudio Mencacci: «Anche la tristezza è un’emozione, dunque viviamola come tale e questa giornata, in un certo senso, la rivaluta». Infatti, spiega, «è giusto accogliere in noi un arcobaleno di emozioni, incluse quelle negative, perchè così potremo dare un corretto valore a tutte le altre. Il Blue Monday potrebbe rappresentare anche un utile invito alla riflessione». 

E poi ci sono i suggerimenti pratici: Per Paola Vinciguerra, presidente dell’Associazione europea disturbi da attacchi di panico (Eurodap) «è una buona idea ritagliarsi del tempo da dedicare all’attività fisica. Fare sport, infatti, stimola la produzione di endorfine che contribuiscono al benessere psicofisico; seguire un’alimentazione sana che ci permetta di avere la giusta energia; essere flessibili e scegliere degli obiettivi, non utopistici, da raggiungere; concedersi delle piccole ricompense, dopo un’intensa giornata di lavoro; cercare di vivere il momento assaporandone ogni attimo.

E soprattutto trascorrere momenti con amici e famiglia. Buttiamo giù la maschera e comunichiamo disagi e delusioni, smettendo di far finta di essere vincenti. Abbiamo bisogno di rapporti veri». La British Dietetic Association da parte sua suggerisce di farsi una grande abbuffata per superare la depressione: «Mangiare può aiutare la gente a superare il giorno più triste dell’anno solo se non avvengono eccessi – riferisce Alison Clark della BDA – evitate caffeina e snack energetici e prendete solo cibi nutrienti per portare un po’ di gioia nel Blue Monday». 

Per il giorno più felice dell’anno, invece, bisogna aspettare giugno. Gli stessi analisti hanno calcolato che l’ «Happiest Day» cade intorno al solstizio d’estate, fra il 21 e il 24 di giugno. Coraggio, anche quest’anno arriverà.