domenica 15 gennaio 2017

Ritorno al passato

Alessandro Sallusti - Dom, 15/01/2017 - 15:14



Da ieri, con l'approvazione dei decreti attuativi, le unioni civili sono legge e lo Stato riconoscerà da tutti i punti di vista i matrimoni indipendentemente dal sesso dei contraenti.

È di fatto l'unica riforma per cui sarà ricordato il governo Renzi, anche se l'atto finale porta la firma di Gentiloni. Chissà cosa ne pensa dall'oltretomba il suo avo Vincenzo Ottorino che all'inizio del secolo scorso riportò i cattolici in politica attraverso il «patto Gentiloni» che segnò la definitiva fine delle ostilità iniziate a Porta Pia tra la Chiesa e il Regno d'Italia. Corsi e ricorsi, a volte beffardi, della storia.

Dicono che così ora siamo un Paese più moderno. Può essere, e sono felice per le non tante coppie omosessuali che aspettavano con ansia questo giorno. Anche se la modernità non è in sé un valore assoluto. Possiamo per esempio considerare «moderno» estendere il concetto di tutela di Stato all'amore in quanto tale alla poligamia? Non è una provocazione ma il prossimo problema etico che ci troveremo, più presto di quanto immaginiamo, ad affrontare.

Le leggi che introduciamo, per rendere in teoria più moderna la nostra comunità, si prestano infatti al rischio di essere usate come grimaldello per ottenere diritti che nulla hanno a che fare con la nostra cultura e la nostra organizzazione sociale. Se è vero, come è vero, che da oggi il requisito per ottenere il matrimonio di Stato non è più il rapporto uomo-donna ma semplicemente l'amore, quanto pensate ci metterà la comunità islamica - a oggi parliamo di oltre quattro milioni di persone - a ottenere da qualche giudice il riconoscimento del loro amore a tre, quattro o cinque? Il che non porrà solo un problema etico ma bensì e soprattutto economico, assistenziale, previdenziale.

L'indottrinamento all'islam nella sua forma più integralista che oggi documentiamo non è infatti solo una minaccia alla sicurezza, non genera solo terroristi o potenziali tali, ma mantiene ancorata al Medioevo una buona parte di una comunità straniera che vive stabilmente insieme a noi. E non vorrei allora che un eccesso di «modernità» legislativa mal interpretata sortisca l'effetto opposto, cioè quello di ributtare la vita del nostro Paese indietro nei secoli, a quando per esempio le donne non avevano diritti.

Assassini, ladri e terroristi: ecco gli imam dentro le carceri

Gian Micalessin - Dom, 15/01/2017 - 12:09

Il dossier segreto dell'intelligence sui detenuti musulmani nei penitenziari italiani: i nomi e le storie dei 26 predicatori più pericolosi. E alcuni saranno liberi tra un anno



Sono spacciatori, apprendisti terroristi, stupratori e rapinatori. Sono i cosiddetti imam a cui s'affidano per preghiere e pratica religiosa i 7.646 detenuti di fede musulmana nelle carceri italiane.

L'inquietante spaccato emerge da un documento segreto del nostro governo di cui Il Giornale è in possesso. Un dossier in cui sono elencati non solo le generalità e l'origine dei 148 sedicenti imam, in gran parte marocchini, tunisini e algerini che controllano la preghiera nelle carceri italiane, ma anche le note con cui vengono segnalati e descritti dagli operatori dell'autorità carceraria.

Il documento, datato 11ottobre 2016, è uno degli undici allegati «segreti» di quella relazione sul «contrasto della radicalizzazione violenta in carcere di matrice confessionale» preparata dal Dipartimento amministrazione penitenziaria e presentata dal premier Paolo Gentiloni nella conferenza stampa del 6 gennaio scorso sulla diffusione dell'integralismo negli istituti di pena. Nel pubblicare il documento Il Giornale ha deciso di non divulgare le generalità di tutti i 148 imam perché molti di questi, nonostante le condanne penali, non vengono ritenuti pericolosi ai fini della radicalizzazione e svolgono talvolta funzioni di collegamento tra l'amministrazione carceraria e i detenuti.

Lo stesso non si può dire di almeno 26 «cattivi maestri» finiti nel mirino del Nic (Nucleo investigativo centrale), la centrale investigativa dell'Amministrazione penitenziaria che lavora con magistrati, forze di polizia e servizi segreti per identificare i detenuti radicalizzati che svolgono proselitismo all'interno delle prigioni propagandando tesi violente ed estremiste. Nell'analizzare le loro posizioni il Nic individua tre livelli di rischio . Al primo, definito «alto» , appartengono i soggetti «monitorati», i detenuti i per reati connessi al terrorismo internazionale e quelli di particolare interesse per atteggiamenti rivolti al proselitismo alla radicalizzazione e al reclutamento. Al livello «medio» sono inseriti i detenuti «attenzionati», vicini alle ideologie jihadista e attivi a livello di proselitismo e reclutamento.

Il terzo livello - «basso» restano i cosiddetti «segnalati», tutti quelli su cui va svolto un ulteriore approfondimento per capire se inserirli al primo o secondo livello o esentarli da altre verifiche. Tra i 26 dei 148 imam controllati dal Nic 14 sono i «monitorati» al livello di massimo rischio, otto gli «attenzionati» e quattro i «segnalati». Un dato estremamente preoccupante perché ci racconta che all'interno di un sistema carcerario, dove il rischio radicalizzazione è assai alto, continuano a operare più di venti maestri di preghiera vicini all'islam terrorista. Un ventina di personaggi a cui, nonostante le segnalazioni, è ancora concesso di far attività di proselitismo e predicazione.

Per capire meglio di cosa parliamo basta citare Hmidi Saber, il tunisino 32 enne, monitorato dal Nic, a cui una settimana fa è stato recapitato un ulteriore mandato d'arresto in carcere perché sospettato di legami con Anis Amri, il terrorista autore della strage dei mercatini di Natale di Berlino ucciso dalla polizia a Milano. Nel documento di cui siamo in possesso il detenuto arrestato per aver tentato di sparare a un agente viene indicato come imam del carcere di Salerno proveniente dal Carcere di Sconsigliano. «Il detenuto scrivono di lui gli operatori penitenziari - ha posto in essere comportamenti problematici, sintomatici di uno scarso adattamento al contesto penitenziario sin dalla data d'ingresso in questa sede».

Ma tra i sedicenti imam si conta anche un presunto volontario della jihad come il 25enne marocchino Hamil Mehdi accusato di addestramento e attività con finalità di terrorismo. Detenuto nel carcere di Rossano Calabro - la Guantanamo italiana dove venivano convogliati fino a qualche tempo fa i sospetti terroristi islamisti - Hamil Mehdi Mehdi viene arrestato a Cosenza nel gennaio del 2016 dopo un viaggio in Turchia durante il quale tenta di raggiungere le zone siriane controllate dallo stato Islamico.

Un altro maestro di preghiera dal curriculum perlomeno problematico, monitorato dal Gic, è il tunisino Lamjed Ben Kraiem. Arrestato a Trapani nel luglio del 2013 accusato di traffico di armi e droga viene segnalato dalla polizia penitenziaria di Trapani per la sua capacità di porsi «in modo evidente come guida spirituale conducendo la preghiera insieme ad altri detenuti e compagni di camera».

Altrettanto stupefacente la metamorfosi del 44enne tunisino Ouerghi Nabil segnalato per la sua attività di imam nel carcere di Piacenza. «Al suo ingresso in istituto - si legge elle carte - ha assunto un ruolo di leader e di promotore di richieste a nome dei detenuti islamici della sezione di appartenenza chiedendo di creare una sala preghiera collettiva da poter utilizzare due volte al giorno». Peccato che a portarlo in galera siano state le accuse lo spaccio e soprattutto di stupro ai danni di una ragazzina di 16 anni.

Cinque cose che non sapete sulla Nuova Zelanda

La Stampa
nicolas lozito

Il Paese più lontano dall’Italia ha un’economia in crescita, molte pecore e di recente ha provato a cambiare bandiera




La Nuova Zelanda è il paese geograficamente più lontano dall’Italia. Se fate un buco nell’asfalto di Roma e proseguite fin nel centro della terra e oltre, sbucate proprio in Nuova Zelanda. Persino le cartine dei due paesi sono l’una il riflesso opposto dell’altra. Se volessimo raggiungerla, tra noi e loro ci sarebbero 18.500 chilometri di distanza, 12 ore di fuso orario e molti scali aeroportuali. 

Conosciamo la Nuova Zelanda soprattutto quando si parla di sport e di paesaggi. Ricordiamo la danza guerriera dei rugbisti più forti al mondo, gli strani uccelli – i kiwi – che è anche il soprannome degli abitanti del paese, e il fatto che il Signore degli Anelli sia stato girato in gran parte in quelle terre.

Ci sono però molte cose che non sappiamo del paese: eccone alcune raccontate in cinque punti.

1. La prima nazione a far votare le donne (e uno dei meno corrotti)
Il primato più bello della Nuova Zelanda riguarda il diritto di voto alle donne. Era il 1893 e il traguardo venne raggiunto grazie alla campagna delle suffraggette del paese, guidate da Kate Sheppard (ora raffigurata nella banconota da 10 dollari neozelandesi). Sempre nel 1893 è stata eletta il primo sindaco donna, anche la prima dell’intero Impero britannico. Oggi, inoltre, la Nuova Zelanda è al 4° posto della classifica mondiale dei paesi meno corrotti.

2. Lo stato con più pecore per abitante (e un altro bizzarro primato)
Nel paese ci sono 6 pecore ogni abitante, ovvero 30 milioni circa (in Italia ci sono circa 7 milioni di esemplari). In passato il rapporto era ancora più alto: 70 milioni, 22 per abitanti. Un altro bizzarro primato neozelandese riguarda il nome più lungo al mondo per una località: 85 caratteri. Si tratta di una collina: “Taumata whakatangi hangakoauau o tamatea turi pukakapiki maunga horo nuku pokai whenua kitanatahu”, che significa “il luogo in cui Tamatea, l’uomo dalle grandi ginocchia, che scalò, conquistò e si mangiò le montagne, conosciuto anche come “il mangia montagne”, suonò il flauto per il suo amato fratello”.

3. L’economia cresce, la disoccupazione scende
La crescita annuale del PIL neozelandese supera il 3% e la disoccupazione si aggira intorno al 5%, tanto che, nel 2014 il paese è stato definita la “rock star” economica dell’anno. Il settore trainante è il terzario, favorito da un paese efficiente e equo a livello sociale. La Nuova Zelanda, infatti, è tra i primi paesi della classifica del progesso sociale di Social Progressive Imperative. Per le casse del paese anche le esportazioni giocano un ruolo importante, verso l’Australia e l’Asia (la Cina è il secondo partner commerciale, in continua crescita).

4. Hanno provato a cambiare bandiera, con un referendum
Tra 2015 e 2016 si sono tenuti due referendum per decidere se cambiare o meno la bandiera. I motivi del dibattito, molto acceso e sentito, erano tre: 1. la bandiera della Nuova Zelanda è molto simile a quella dell’Australia, 2; è fatta sul modello delle bandiere dei territori britannici ai tempi dell’impero, con lo sfondo blu e la Union Jack nell’angolo; 3. non tiene conto della popolazione Maori presente da sempre sull’isola e ancora molto importante. Il primo referendum chiedeva “se la bandiera dovesse cambiare, quale scegliereste?”. Le opzioni erano cinque, dopo che un comitato aveva ristretto il numero (si partiva da 10.292 modelli presentati via internet). Il primo referendum è stato vinto dalla Silver Fern, una via di mezzo tra la bandiera ufficiale e il simbolo degli All Blacks. Al secondo referendum però è stata riconfermata la bandiera storica.

5. Il primo ufficio del turismo è neozelandese
A inizio Novecento si poteva arrivare in Nuova Zelanda solo in barca e solo partendo dall’Australia (che dista 2.000 km) con un viaggio lungo settimane. Era un paese irraggiungibile, sconosciuto e per questo poco attraente. Così, nel 1901 il governo fu il primo a istituire un Ufficio del turismo per promuovere le particolarità delle due isole neozelandesi: spiagge, montagne, tribù maori, animali e così via. Tra le molte iniziative, l’Ufficio commissionò una serie di illustrazioni e poster dedicati alle attrazioni dell’isola, ancora oggi bellissime da vedere.

La chiamavano l’«ultima fermata di autobus dell’impero britannico», ora è ai vertici dell’economia globale: crescita annua intorno al 3 per cento (contro gli zero virgola dell’Italia), disoccupazione al 5 (contro il nostro 11). Cuore a Londra e portafoglio tra Australia, Cina e isole del Pacifico, la Nuova Zelanda è il nostro rovescio geografico e non solo. Viaggio in un Paese dove si respira un sentimento scomparso dall’Italia: l’ottimismo.


Ha collaborato per la ricerca dei dati e delle informazioni Laura Aguzzi

Errori, malware e infiltrati: così si indaga sul Dark Web

 La Stampa
carola frediani

Siti sequestrati di nascosto e poi usati per individuare i loro utenti; tanti agenti sotto copertura; e le tracce lasciate dai criminali. Perché indagare in questi ambienti non è impossibile



PlayPen è stato a lungo un nome famigerato negli ambienti del Dark Web. Uno dei maggiori siti pedopornografici, con 150mila membri che pubblicavano e accedevano a immagini e video di abusi sessuali su minori. Quel sito non esiste più, è stato chiuso dall’Fbi nel marzo 2015. E, due giorni fa, uno dei suoi amministratori, l’americano 49enne Michael Fluckiger, è stato condannato a 20 anni di carcere da un tribunale del North Carolina. Altri due statunitensi, che erano un amministratore e un moderatore del sito, sono in attesa di sentenza.

Ma ci sono altre duecento persone accusate di essere implicate nella stessa impresa criminale. Per individuarle gli investigatori avevano silenziosamente sequestrato PlayPen, continuando a tenerlo in vita e a gestirlo per 13 giorni, fra il 20 febbraio e il 4 marzo 2015. L’Fbi era infatti riuscita a individuare i suoi server, in North Carolina, oltre che i suoi due amministratori, e in contemporanea col loro arresto aveva preso possesso della piattaforma. E l’aveva tenuta in attività, amministrandola dai suoi uffici in Virginia. In questo modo, l’agenzia ha identificato almeno 1300 suoi utenti.

Hackeraggio di massa
La questione non è banale visto che questi - come lo stesso sito - utilizzavano la rete Tor per anonimizzarsi. Ma l’Fbi - una volta al comando del sito - ha adottato una tecnica investigativa di rete nota come NIT, Network Investigative Technique. Non si sa molto di questa tecnica, ma secondo molti ricercatori si tratterebbe di un eufemismo per descrivere in sostanza un malware, un codice malevolo che fa in modo di ottenere il vero indirizzo IP di un utente, anche se sta usando il Tor browser, che in normali condizioni nasconde l’IP del suo utilizzatore.

Un’operazione su cui mancano ancora molti dettagli e che ha prodotto anche discussioni e polemiche, sia sull’opportunità per gli investigatori di continuare a gestire per giorni un sito pedopornografico (permettendo ai suoi utilizzatori di continuare a scambiarsi materiali) sia sull’hackeragggio di massa, internazionale, effettuato su migliaia di persone con un solo mandato.

La storia però è particolarmente interessante perché getta un po’ di luce su alcuni degli strumenti e delle tecniche utilizzate per investigare nel cosiddetto Dark Web, quella parte di internet dove può essere anonimo sia chi gestisce un sito sia i suoi visitatori. Un luogo che non raccoglie solo contenuti illeciti (anzi, come vedremo questi sono solo una sua parte, e minoritaria), ma dove ovviamente i traffici illegali generano molta attenzione, proprio per l’aura di inafferrabilità che ammanta chi opera nel Dark Web. Un’aura che invece, molte volte, si dissolve in retate e arresti.


(Una mappatura del Dark Web via Sarah Jamie Lewis)
Come si indaga nel Dark Web

Sono tendenzialmente tre gli strumenti principali usati per indagare nelle darknet, nelle reti anonime: strumenti basati sul software come malware e il NIT (incluso lo sfruttamento di cattive configurazioni dei siti nascosti nelle darknet); infiltrati; e l’insostenibile leggerezza degli errori fatti dai criminali. L’uso di malware è ben documentato nelle indagini su PlayPen. Ma come erano arrivati a individuare i suoi server, dato che il loro indirizzo doveva essere nascosto dalla rete Tor? Apparentemente, attraverso un errore di configurazione di chi gestiva il sito. PlayPen nasce nell’agosto del 2014.

A dicembre dello stesso anno, una forza di polizia non americana segnala all’Fbi non solo l’esistenza di questo sito nascosto, ma anche che il suo vero indirizzo IP era di fatto visibile a causa di un errore di configurazione. E che stava negli Stati Uniti. Non solo: l’agenzia straniera ha anche individuato gli indirizzi IP dei suoi due amministratori, anche loro statunitensi. Come ha fatto? I poliziotti stranieri (nei documenti processuali americani non è menzionato quale sia il Paese) avevano a loro volta sequestrato un altro sito pedopornografico, gestendolo di nascosto per mesi. E nel mentre avevano inviato ad alcuni suoi utenti dei link infetti, che permettevano di catturare il loro indirizzo IP anche se stavano usando Tor. Tra questi, c’erano anche i due amministratori di PlayPen, incluso Michael Fluckiger. 

Errori di configurazione
Gli errori di configurazione dei siti e più in generale dei “servizi nascosti” del Dark Web non sono rari. Per la ricercatrice Sarah Jamie Lewis, che da tempo scandaglia le darknet, interesserebbero il 6 per cento di questi siti. Ma si possono ottenere altre informazioni dal 25 per cento degli stessi. “Sono errori che permettono di capire se due siti del Dark Web sono gestiti dalla stessa persona, ma possono proprio svelare anche il vero indirizzo IP del server”, commenta la ricercatrice a La Stampa. Silk Road, il primo e celebre mercato di droghe online (vedi nostro speciale qua), sarebbe stato localizzato più o meno in questo modo, almeno secondo l’Fbi. “Diciamo che è una delle teorie; l’unica cosa su cui sono d’accordo gli esperti è che comunque Silk Road presentasse diversi errori di configurazione”, commenta ancora Jamie Lewis.

Agenti sotto copertura
L’uso di infiltrati è ben documentato fin dai tempi dell’indagine su Silk Road - e non senza strascichi pesanti sul loro ruolo, visto che due di quei poliziotti sono stati a loro volta arrestati. E non riguarda solo l’Fbi. L’impiego di agenti sotto copertura online in questo mondo è molto diffuso. L’Italia ne usa almeno un centinaio, ha detto la Polizia postale in questo nostro reportage sulla pedopornografia. “Gli infiltrati sono molto importanti in questo tipo di indagini”, ha commentato a La Stampa Evi Haberberger, a capo dell’unità sul cybercrimine della polizia di Monaco.

Ma non solo il fattore umano. L’analisi dei dati e dei flussi e l’incrocio di informazioni diverse sono fondamentali e non a caso Haberberger ha un passato da matematica e, ci dice, la polizia tedesca sta cercando di reclutare sempre di più laureati in queste materie. “A livello investigativo ci concentriamo molto sui mercati neri delle darknet”. Infatti la Germania nell’ultimo anno ha arrestato decine di venditori tedeschi di droga. Uno, lo scorso ottobre, aveva a casa l’equivalente di 100mila euro in sostanze già confezionate in pacchetti.


(Immagine di un raid della polizia tedesca al venditore Chemical Love)

Ma la risorsa investigativa che ha dato più frutti sono stati probabilmente gli errori umani (che non sembrano mancare anche nella vicenda Eye Pyramid come abbiamo scritto qua). In alcuni casi eclatanti. In altri, briciole di pane che sono raccolte da una analisi a tutto campo.

Il trafficante con ambizioni da stilista
David Ryan Burchard, 38 anni, riesce a rappresentare entrambe le situazioni. Noto online come Caliconnect, era uno dei principali venditori di droga fin dai tempi di Silk Road e dopo il sequestro del sito si era spostato su altri mercati analoghi, Agora, Abraxas e infine AlphaBay. Sembra dunque aver accumulato esperienza ma insieme anche soldi e visibilità. E necessità di incassare quanto guadagnato. A un certo punto vende l’equivalente di milioni di dollari in bitcoin a un cambiavalute online non autorizzato, entrando nel radar di un agente speciale del Dipartimento di sicurezza nazionale americano che evidentemente sta monitorando quei siti. L’agente si mette così sulle tracce di quel particolare cliente del servizio di cambio online, così pieno di bitcoin, e ne rintraccia la residenza, facendogli mettere un Gps sull’auto. 

La polizia vede che Burchard si reca in un ufficio postale, ottiene i dati delle transazioni di quell’ufficio insieme ai video della sorveglianza e si accorge che ha spedito dei pacchi. Li rintraccia e scopre che sono pieni di marijuana. Non solo: mentre continua a fare accertamenti su di lui, l’agente scopre che l’uomo aveva tentato di brevettare il termine Caliconnect. Cercano di capire di che si tratti e da una ricerca online su fonti aperte trovano su alcuni forum i messaggi di utenti che dicono di aver comprato droga da un venditore con quel nome. A quel punto analizzano una lista di “negozianti” di Silk Road ottenuta da una precedente indagine accorgendosi che Caliconnect era addirittura fra i primi 20 su 4mila per quantità e giro d’affari.

Vanno a recuperarsi allora anche i messaggi privati, non cifrati, rimasti in mano ai federali dopo il sequestro di Silk Road e realizzano che i numeri di spedizione dei pacchi di quel Caliconnect rimandavano agli uffici postali vicini a casa di Buchard, a Merced, in California. Seguendo le minime trasformazioni del suo pseudonimo online, rintracciano Buchard su tutti i mercati neri dove operava. E quando infine gli perquisiscono casa, oltre che vario materiale collegato alla spedizione di droga, trovano delle magliette con la scritta Caliconnect. Lui ha risposto che voleva realizzare un brand di abbigliamento, e che per quello aveva registrato quel nome. Ma gli investigatori non gli hanno creduto.

L’indizio nella crittografia
A tradire invece Area51 e Darkpollo, altri due venditori di eroina e cocaina del mercato nero AlphaBay, che lavoravano assieme, sono state alcune funzioni degli stessi sistemi di protezione che avevano adottato. L’agente che stava indagando su di loro ha analizzato la chiave pubblica con cui cifravano e firmavano i loro messaggi sulla piattaforma. E vi ha trovato l’indirizzo mail che viene incorporato al momento della generazione della chiave pubblica di cifratura. La leggerezza in quel caso è stata che quella mail ricalcava un nome utente usato da uno dei due su vari profili social, incluso Facebook. A quel punto è bastato a chiedere al social network i dati di registrazione dell’utente per scoprire che si trattava di Chaudhry Ahmad Farooq, un 24 enne americano nato in Pakistan e residente a Brooklyn.

Il suo complice, online e offline, è stato individuato facendo a quel punto degli ordini mirati di droga e tracciando i pacchi agli uffici postali. “La crittografia (le chiavi PGP) nei mercati neri sono usate per due motivi principali”, commenta a la Stampa Paolo Dal Checco, esperto di indagini digitali e informatica forense. “Da un lato, come una autenticazione a due fattori, per cui per accedere al proprio profilo su un mercato oltre alla password si deve decifrare un codice di sicurezza con la propria chiave; e dall’altro, per cifrare i messaggi privati inviati tramite le stessa piattaforma, in modo che anche in caso di sequestri rimangano al sicuro. Questa è una vicenda intrigante perché uno strumento pensato per proteggere è proprio quello che invece ha messo allo scoperto”.

I siti illeciti
I siti o servizi nascosti del Dark Web legati a qualche forma di attività illecita sarebbero il 30 per cento, secondo alcune stime riportate dalla stessa Euopol nel rapporto 2016 sul crimine organizzato su internet. E - prosegue il report - la maggioranza di queste attività illecite hanno a che fare con le droghe.

La guerra degli orologi a bordo dell’America’s Cup

La Stampa
fabio pozzo

Panerai al Salone dell'Alta Orologeria di Ginevra - che si apre lunedì - annuncerà una partnership con Oracle per l’America’s Cup che vale anche il ruolo di timekeeper . Escono di scena Bremont e Tag Heuer, è scontro aperto con Louis Vuitton, partner ufficiale dell’evento


Settembre 2016, Vele d’Epoca d’Imperia: a bordo di Eilean, la barca di Panerai: Russell Coutts è al timone, estrema siniustra col cappellino blu. L’ad di Panerai, Angelo Bonati, destra seduto sulla falchetta con il cappello blu, è tranquillo: con un campione così alla ruota non c’è storia. Infatti, Eilean vincerà la prova

Oracle sceglie Panerai. L’annuncio è atteso per la prossima settimana, durante il Salone dell’Alta Orologeria di Ginevra. Il marchio fiorentino della galassia Richemont avrebbe siglato una partnership con il team che detiene la Coppa America, accordo che apre anche la porta alla maison dei Radiomir al ruolo di “official timekeeper” della 35th America’s Cup che si combatterà a Bermuda a giugno.

L’accordo (che secondo il Corriere della Sera prevederebbe il lancio di 5 modelli d’orologio sportivo) taglierebbe fuori Bremont, che nel 2015 aveva annunciato la partnership con Oracle, andando a sostituire Tag Heuer, griffe dell’impero LVMH.

E che qualcosa comunque bollisse in pentola s’era capito lo scorso settembre, con l’apparizione di Russell Coutts, il deus ex machina della Coppa (e già boss di Oracle, ingaggiato dal patron Larry Ellison), durante la tappa d’Imperia delle regate del circuito Panerai Classic Yachts Challenge, a bordo e al timone di Eilean, il ketch della casa guidata dall’ad Angelo Bonati. Proprio Bonati aveva avuto un lungo colloquio con Coutts in quest’occasione e alla domanda “Panerai all’America’s Cup?” non lo aveva escluso.

Panerai, che sponsorizza anche SoftBank Team Japan, uno degli sfidanti, va dunque allo scontro con Louis Vuitton, storico marchio dell’America's Cup, che è “presenting partner” della 35th America’s Cup, ovvero partner ufficiale.

AAA traduttore per emoji cercasi

La Stampa

Today Translation apre una posizione per un consulente e specialista in pittogrammi: «Il candidato deve dimostrare la passione per il linguaggio, unita alla conoscenza dei possibili fraintendimenti e delle differenze culturali e internazionali»



Today translation è un’agenzia specializzata in traduzioni con sede nella City di Londra. Da poco ha pubblicato un’offerta di lavoro (la prima al mondo) per un posto di consulente e traduttore specialista in emoji. Saper comunicare con gli smile o con le figure di animali significa conoscere regole e significati di un linguaggio composto da più di 1600 pittogrammi ufficiali. Secondo uno studio pubblicato da Emogi, nel 2016 sono stati inviati 2,3 trilioni di messaggi con faccine e altre icone. Per questo motivo, quella del traduttore da una lingua tradizionale a quella delle emoji (e viceversa) diventa una vera figura professionale.

«Il candidato deve dimostrare la passione per il linguaggio, unita alla conoscenza dei possibili fraintendimenti e delle differenze culturali e internazionali - scrivono i responsabili dell’azienda nell’annuncio - si tratta di un settore dominato dai software, spesso incapaci di cogliere le diverse sfumature, per questo ricerchiamo un individuo eccezionale capace di fornire il necessario approccio umano». Oltre alla traduzione, la nuova figura dovrà redigere rapporti mensili sulle diverse tendenze e sulle diversità culturali. I candidati saranno selezionati dopo aver superato una prova pratica di conoscenza, disponibile nel modulo online da compilare.

Intervistata dalla BBC , la dirigente dell’agenzia Jurga Zilinskiene ha spiegato di aver iniziato a pensare alla nuova figura dopo che uno dei suoi clienti le aveva chiesto di tradurre dei diari dall’inglese ai pittogrammi. In seguito alla pubblicazione dell’annuncio, nel giro di pochi giorni sono arrivate almeno 30 domande. Il nuovo assunto potrà iniziare già nei primi mesi del 2017 con un contratto freelance che si trasformerà in un lavoro a tempo pieno.

Jurga Zilinskiene non ha dubbi: i traduttori di emoji saranno sempre più ricercati. «Ad esempio nei procedimenti giudiziari, dove i messaggi di testo vengono utilizzati come prove e riuscire a interpretarli è molto più complesso della parola scritta», ha spiegato la donna.

A Torino la squadra peggiore d’Italia: “Perdiamo, ma sempre con il sorriso”

La Stampa
filippo femia

La Crocetta ha il record di ko e gol subiti su mille squadre di Terza Categoria. Ma il tecnico scommette sul primo successo: «Ci divertiamo e non molliamo neanche sotto 12-0»



Girarci attorno è inutile: «Siete la squadra peggiore d’Italia». Ma la notizia non sorprende lo spogliatoio. I calciatori della Crocetta, quartiere chic di Torino, fanno spallucce. «Davvero? Allora siamo i primi degli ultimi», sorride il presidente Stefano Armitano. La squadra, al primo anno in Terza Categoria, è in fondo alla classifica a zero punti. I numeri: 11 sconfitte, 82 gol subiti e 7 fatti (il capocannoniere del campionato, da solo, ne ha segnati il doppio). Nei 148 gironi dell’ultima serie dilettantistica - oltre mille squadre in tutta Italia - nessuno ha numeri simili. In realtà chi ha fatto peggio c’è: l’African Sport United, in provincia di Catania, è a -2, ma solo a causa di una penalità. 

“Presto la prima vittoria”
Malgrado la classifica la Crocetta tira dritto con un entusiasmo ingiustificato dalla valanga di gol subiti. Ma chi ve lo fa fare? «Sembra strano, ma noi ci divertiamo, la nostra è una passionaccia. E presto arriveranno i primi punti», scommette il presidente, che ha fondato la società tre anni fa. 

Una passione unica
La squadra è il trionfo della passione sconfinata per uno sport, il calcio, ormai ostaggio del business. Sudore e fatica in campetti di provincia, lontani anni luce dai miliardari cinesi che stanno razziando i campionati europei. Il volto sano di chi perde con il sorriso. «Noi ci autofinanziamo. In pratica paghiamo per prendere tutti quei gol», scherza il presidente. Ma non chiamateli Armata Brancaleone. «Partiamo sempre per vincere. Non molliamo mai, anche se siamo sotto 12-0», spiega il tecnico Sheptim Tereziu, con un passato da numero 10 nella serie A albanese. 

Il tecnico con un passato in A
Lo spogliatoio della Crocetta è un crocevia di storie incredibili. Trovi fianco a fianco uno studente 18enne e un imprenditore vicino ai 50. L’allenatore, classe ‘73, ha giocato nel campionato del suo Paese d’origine contro Bogdani e Tare, vecchie conoscenze del nostro campionato. Poi è arrivato a Torino per lavoro. Un giorno, al parco, il presidente del Crocetta lo vede palleggiare: «La palla non gli cadeva mai: gli ho subito proposto di unirsi a noi». Poi c’è Giovanni Bertolotto, difensore di 26 anni. Fino a tre anni fa era protagonista nella serie A di hockey su ghiaccio. Dopo alcuni screzi ha deciso di lasciare. «Mi mancava l’agonismo e la Crocetta mi ha dato una chance per ripartire». 

150 Anni in tre
Saverio Fedele, 56 anni, è invece un dirigente-giocatore. Quarant’anni fa, quando ne aveva 16, doveva firmare per la Reggina. L’affare saltò e scelse di studiare: ora fa l’avvocato. Alla prima di campionato mancava il portiere ed è stato costretto a giocare in porta. Con lui altri due ultraquarantenni, tra cui il presidente-giocatore Armitano. «In difesa avevamo 150 anni in tre - racconta ridendo -. Probabilmente un record Guinness!». Lentamente la squadra è migliorata - ha perso l’ultima per 3-2 dopo essere stata in vantaggio - e grazie agli innesti del mercato invernale («Siete proprio sicuri di cosa state facendo?» ha domandato loro il tecnico) va a caccia della prima vittoria.

La vendetta dai “Pulcini”
E poi la Crocetta punta sulle giovanili. I pulcini hanno vinto tutte le partite, un record in Piemonte. «Saranno loro, in un futuro non lontano, a vendicarci», scommette il presidente.

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