domenica 8 gennaio 2017

Narrazioni

La Stampa
jena



Se Renzi parlasse, direbbe: “Quando c’ero io gli italiani non morivano di freddo”.

Viaggio nell’archivio storico fra milioni di foto e ritagli

La Stampa
federico reviglio

Così, prima di Internet, si ricostruiva il passato e si creavano le mappe


L’archivio de «La Stampa» in via Roma, sede del giornale dal 1934 al 1968, anno del trasferimento in via Marenco (foto a destra)

Ci si mise pure una bomba d’aereo della Raf, il 20 novembre 1942. Caduta sulla redazione de La Stampa, allora in via Roma, esplose proprio al centro dell’archivio. Meno male che non era incendiaria, per cui qualche migliaio di buste si salvò. Il resto fu ridotto in briciole, per la delusione degli storici che ancora oggi non credono a tanta sfortuna.

Già, le buste. Le più antiche, le poche scampate alla bomba, sono piccole, di una carta oleata giallina quasi trasparente. All’interno, alla rinfusa, molti ritagli di giornale e poche foto, perché allora sul giornale la fotografia era una rarità. Le buste nascevano per mano degli archivisti, dotati di lunghe forbici, che sfogliando i giornali la mattina li smembravano in centinaia di frammenti per poi riporli uno ad uno raccolti sotto il nome dei protagonisti degli articoli. Il criterio, più pratico che scientifico, era espresso in piemontese: «Susì a poeul sempre vni a taj», questo può sempre diventare utile, o meglio «venire a taglio», che trattandosi di un’opera fatta con le forbici non era un cattivo modo di esprimersi. 

Questo per smentire una leggenda sempre viva, che gli archivi dei giornali contengano chissà quali segreti. Qualsiasi informazione o immagine deve poter essere immediatamente pubblicata, quindi in archivio non si conserva nulla che un giornalista non possa tranquillamente utilizzare senza ulteriori controlli. Solo informazioni di pubblico dominio, nessuna corrispondenza privata, per esempio, e neppure appunti con retroscena, confidenze «off the records»; piuttosto, una sterminata memoria che - in tempi in cui i calcolatori erano al di là da venire - si poteva alimentare solo con la certosina raccolta e classificazione anche dei fatti più minuti. Ci si pensa poco, ma la parola inglese «file» che usiamo oggi sui nostri computer significa precisamente «archivio». 

Il risultato, piuttosto eterogeneo, era comunque impressionante. L’archivio de La Stampa - almeno dal Dopoguerra - non ha confronti nel ricordare la vita quotidiana, soprattutto di Torino, organizzandola in modo da poter ritrovare in pochi minuti qualsiasi fatto passato. Era allora uno strumento di efficacia incomparabile, non solo per fare il giornale: si ricordano ancora le visite molto discrete del commissario Montesano, con gli inseparabili occhiali scuri, che frugando tra le buste ricostruiva molto più rapidamente che al casellario giudiziario i precedenti di qualche balordo di cui era in caccia. 

Non sempre la ricerca era semplice. La notte in cui iniziò la prima guerra del Golfo, il 16 gennaio 1991, tutti si attendevano l’attacco americano al Kuwait occupato: invece, a mezzanotte, apparve in tv l’inviato della Cnn, Peter Arnett, sul terrazzo di un albergo a Baghdad, con alle spalle il cielo segnato dai traccianti delle bombe americane. Toccava rifare il giornale, e non esisteva Google Maps: trovare tra le decine di atlanti in archivio (non c’erano solo le buste, c’erano enciclopedie, libri, appunto atlanti) una mappa del centro di Baghdad, capendo anche dove precisamente fosse l’albergo di Peter Arnett, fu complicato. Ci si riuscì, e il giornale al mattino potè spiegare quelle confuse e incomprensibili immagini notturne che tutti avevano negli occhi. 

Si lavorava così: il giornalista telefonava in archivio con la sua richiesta, quasi sempre piuttosto vaga perché il fatto era appena successo, se ne sapeva ancora poco e si stava cercando qualche precedente. Gli archivisti cominciavano a mandare in redazione le buste che sembravano più promettenti; viste le distanze, in via Marenco c’era perfino una specie di trenino a cremagliera per trasportarle. I giornalisti iniziavano a lavorare svuotando le buste sulla scrivania, accompagnati dalle mute preghiere di tutti in archivio che poi foto e ritagli venissero rimessi nella busta da cui provenivano e non in un’altra, perdendosi così per sempre.

Per fare un giornale, viaggiavano su e giù tra archivio e redazione oltre un migliaio di buste al giorno: e ogni mattina bisognava rimettere tutto a posto. Carta, buste: in via Marenco il tutto stava in un salone lungo più di quaranta metri interamente occupato da 1250 cassettiere metalliche con oltre 500.000 buste di ritagli, più di due milioni di fotografie su carta, circa due milioni di negativi fotografici, 1500 bobine di microfilm; solo le collezioni complete del giornale - dalla prima Gazzetta Piemontese del 1867 - raccolgono oltre un milione e settecentomila pagine stampate. 

Quando apparvero finalmente i computer, gli archivi dei giornali furono uno dei primi settori ad utilizzarli. La Stampa anche qui fu pioniera: la prima banca dati, che raccoglieva gli indici degli articoli su bobine di nastro grandi come un 33 giri di vinile, risale al 1982. Di lì in avanti, fu tutta una storia di calcolatori, e non più di buste. Fino al progetto più ambizioso: nel 2003, si iniziò a lavorare per l’Archivio Storico digitale, con un Comitato che oltre a La Stampa vedeva presenti la Fondazione Crt, la Compagnia di San Paolo e la Regione Piemonte. Fu un lavoro colossale di scansione, riconoscimento dei testi, indicizzazione.

Nell’ottobre 2010, La Stampa fu il primo quotidiano al mondo a rendere disponibile gratuitamente on line la propria intera collezione digitale, che oggi si può consultare sul sito: oltre cinque milioni di articoli ricercabili in tutti i modi. Così, ma è storia di oggi, ogni nostro lettore è un possibile archivista. E senza bisogno di forbici. 

Nella farmacia della cannabis di Stato: “Come un medicinale, basta la ricetta”

La Stampa
maria vittoria giannotti

Firenze, vendute le prime confezioni che contengono marijuana coltivata nello Stabilimento chimico farmaceutico militare



50 chilogrammi
Per ora la produzione di cannabis è limitata a 50 kg all’anno, ma aumenterà per coprire il fabbisogno italiano. Dalla serra al bancone La cannabis di Stato è coltivata dallo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze (nella foto la coltivazione delle piantine di marijuana in Canada)


Quella del Madonnone è un’antica farmacia fiorentina. Sopravvissuta alle bombe della Seconda guerra mondiale e all’alluvione del ’66, da qualche giorno è proiettata nel futuro della farmaceutica italiana. Quello in cui la cannabis è considerata un medicinale, acquistabile presentando una ricetta anche del medico di famiglia. «Da oggi non si torna più indietro» annuncia con soddisfazione il titolare, Pierluigi Davolio, stringendo la prima confezione di Fm2 – questo il nome del nuovo medicinale - appena arrivato dalle serre dello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze e confezionato nel laboratorio che si trova sul retro della farmacia, sempre affollatissima. 

La svolta
La novità è nella provenienza. Perché, in realtà, sono circa due anni che il dottor Davolio prepara dosi di cannabis terapeutica destinata ai suoi pazienti, bambini compresi. Ma finora la cannabis arrivava dall’Olanda. Ora è anche made in Italy e per di più a chilometro zero. «La qualità del prodotto è molto elevata e rispetta standard rigorosi nel processo di realizzazione come se fosse un farmaco» spiega il farmacista. Le serre in cui le piantine vengono coltivate sono all’avanguardia: niente terra, ma un ambiente asettico, con impianti costosissimi. Il prodotto ha una bassa concentrazione del principio attivo Thc, responsabile degli effetti psicoattivi, che provoca lo “sballo”. Sull’efficacia della canapa nel trattamento di molte patologie Davolio non ha dubbi. E autorevoli studi scientifici lo dimostrano. 

L’elenco è lungo e si trova sul sito del Ministero della Salute che, con il Ministero della Difesa, da cui dipende lo stabilimento chimico farmaceutico, ha dato il via a questa produzione per ora limitata a 50 chili all’anno, ma destinata ad aumentare per coprire il fabbisogno italiano. Con la cannabis si alleviano i dolori neuropatici cronici e quelli con spasmo della sclerosi multipla. È efficace anche per la sua proprietà ipotensiva in alcuni casi di glaucoma e per i attenuare i tic della sindrome di Tourette. I pazienti oncologici la apprezzano perché allevia la nausea provocata dalla chemio e dalla radio.

Ma gli effetti benefici riguardano più in generale la qualità della vita di tanti malati: il tono dell’umore si innalza, migliora la qualità del sonno e fa aumentare l’appetito di chi combatte contro l’Aids o l’anoressia nervosa. «Per molti aspetti è meglio della morfina che in alcuni casi peggiora la nausea» assicura il dottore. Di risultati estremamente positivi il farmacista è stato testimone diretto. «Avevo una paziente – racconta Davolio – che era stata costretta a mettere in vendita l’auto perché non riusciva più a guidare per i dolori provocati da una fibromialgia.

Solo grazie alla cannabis (olandese, ndr.) è tornata al volante». farmacista fiorentino è stato un pioniere del settore: «Devo ringraziare il primo importatore della cannabis dall’Olanda, l’Acef che mi ha convinto ad iniziare, e soprattutto il professor Paolo Poli che, dopo aver visto i primi risultati, si è subito imbarcato in quest’avventura, creando anche una società scientifica, la Sirca, per la ricerca nel settore». 

Il rischio
All’inizio la legislazione rendeva molto più complicato procedere senza rischiare di infrangere le norme. «Ma la competenza della dottoressa Gianna Acciai, mia collaboratrice, e di alcuni dirigenti dell’Asl di Firenze hanno reso possibile procedere con la necessaria sicurezza». Seguendo le prescrizioni segnate sulla ricetta, Davolio ha confezionato i primi tre farmaci per altrettanti pazienti. Il primo è stato un paziente fibromialgico: la userà per preparare un decotto la sera e riuscire a dormire senza risvegliarsi per i dolori. Una donna, con sclerosi multipla, avrà un’arma efficace contro gli spasmi.

L’accesso alla terapia è semplice e l’unica complicazione sta nel consenso informato che il paziente è invitato a firmare al momento della prescrizione. Poi, una volta ottenuta la ricetta (che al posto del nome ha un codice alfanumerico) si procede come per un qualsiasi medicinale. 

Il cavallo “piange” sulla bara del suo amico umano

La Stampa
fulvio cerutti



Ha abbassato la testa, emettendo piccolo suoni e sospirando. Questo cavallo sembrava piangesse sulla bara del suo proprietario durante il funerale. Il defunto si chiamava Wagner de Lima Figueiredo, brasiliano di 34 anni, e amava così tanto il suo cavallo Sereno che i familiari lo hanno voluto presente all’ultimo saluto. Così suo fratello Wando de Lima lo ha accompagnato durante il corteo funebre e durante il funerale. L’uomo e il cavallo erano molto legati: per otto i due hanno partecipato a molti rodei e tornei, vincendo molti premi in denaro. 



«E ’stata una cosa incredibile vedere il modo in cui il cavallo si è comportato. Se non fossi stato lì non ci avrei creduto - racconta un amico di famiglia -. Come abbiamo portato la bara fuori dall’ospedale all’inizio del funerale, Sereno sembrava che piangesse e che avesse capito che stava salutando il suo proprietario. Continuava a sbattere gli zoccoli per terra e a nitrire. E ’stato molto triste». Figuiereda è morto in un incidente il giorno di Capodanno, dopo aver perso il controllo della sua moto mentre guidava in spiaggia. 



Una foto postato su Facebook nello scorso novembre era intitolata “Il mio cavallo e il mio amico”. «La vita di Wagner era questo cavallo - racconta il fratello -. Aveva una passione immensa per lui. A volte avrebbe smesso di comprarsi cose per lui pur di assicurarsi che i suoi animali avessero il mangime». Ora sarà suo fratello a prendersi cura di loro: «Così Wagner sarà sempre con noi».

De Magistris e Saviano, il confine superato

repubblica.it
di ATTILIO BOLZONI

De Magistris e Saviano, il confine superato

NON POTEVA dire nulla di più odioso, Luigi de Magistris. Lui, Roberto Saviano, che si arricchisce sulla pelle di Napoli. Lui che aspetta la “sparatina” o l’“ammazzatina“ per far lievitare il suo conto in banca. Sulla pelle di Napoli si arricchisce la borghesia camorrista, sulla pelle di Napoli si arricchiscono i pascià intoccabili del sottobosco amministrativo, politico e imprenditoriale che trafficano in tangenti e appalti, sulla pelle di Napoli si arricchiscono ruffiani e spacciatori e riciclatori.

Si arricchisce un'umanità disumana che arraffa ogni giorno tutto quello che può arraffare. Ma Luigi de Magistris, ex pubblico ministero di prima linea come si definisce lui, che non fa più il magistrato "per avere contrastato mafie e corruzioni sino ai vertici dello Stato", come sindaco di Napoli sta intraprendendo un duello che non potrà mai vincere se non nel piccolo cortile di casa sua. È una mossa che supera un confine che nessuno - soprattutto un ex "magistrato di prima linea" - dovrebbe mai oltrepassare. I confini contano. Sempre.

Non c'è soltanto un'eccitazione sopra le righe nelle parole contro Saviano - qui non sono importanti i dettagli o le posizioni e le opinioni sulla vera o presunta rinascita di una capitale meridionale, cruciale è la sostanza della sua dichiarazione di guerra - ma c'è anche un calcolo politico dove il sindaco sembra intravedere l'incasso di un profitto dall'attacco sferrato contro un italiano che continua a parlare e a scrivere di camorra e di quella Napoli. Inaccettabile per uno che è stato magistrato e che Napoli adesso la rappresenta, la guida, la sente come cosa sua e che non vuole scocciatori e osservatori critici fra i piedi.

La reazione di de Magistris è molto più grave di come potrebbe sembrare a prima vista, fatta solo d'istinto e passione. C'è di più, c'è qualcosa di più inquietante per noi che di queste faccende di mafie ci occupiamo da tanto tempo. C'è un capovolgimento, c'è un pericoloso deragliamento di de Magistris e una scelta di campo che cancella un passato che lui stesso altezzosamente rivendica e che subito dopo rimuove attraverso un linguaggio che non piace per niente. Somiglia troppo a quello di quei personaggi che attaccano da anni Saviano con le stesse frasi, le stesse insinuazioni, lo stesso tono subdolo che serve sostanzialmente per mettere al centro della questione lui e non quello che racconta. Il problema è Saviano o una certa Napoli?

Il sindaco de Magistris è scivolato o si è coscientemente e opportunisticamente gettato in questa trappola. Ne ricaverà forse vantaggio dalle sue parti con qualche titolone in queste ore, sicuramente ha fatto un passo che lo segnerà per il futuro. Troppo scaltro, troppo. E così scontato, così interessato che alla lunga il suo assalto contro Saviano - ne siamo convinti - gli si ritorcerà contro. Avrebbe potuto rispondergli garbatamente manifestando le sue perplessità, ricordandogli i cambiamenti positivi di Napoli durante la sua sindacatura, avrebbe potuto contestare le sue cronache fornendo spiegazioni.

Invece ha preferito colpirlo alle spalle con il più banale e insultante rimprovero. Non è stato al suo posto come sindaco. E nemmeno come ex magistrato "di prima linea". E neanche come cittadino. Ha usato argomenti che neppure i sindaci di Palermo del grande "sacco edilizio" o quelli che assistevano muti e sordi alle carneficine degli anni Ottanta avevano osato agitare così violentemente, contro giornalisti e scrittori del tempo che descrivevano una città losca e una realtà feroce.

Il sindaco di Napoli non gradisce più che si parli di quello, delle camorre, perché adesso a Napoli c'è lui. Se ne poteva parlare prima, ma ora non più. Come quegli altri sindaci o quegli altri potenti sparsi per l'Italia che non vogliono rompiballe nei dintorni. Un giorno è Lirio Abbate che raccoglie informazioni su Carminati e la banda di neri e di compagni e di verdi prezzolati che regna sul Campidoglio, un altro giorno è Giovanni Tizian che scopre i legami di Reggio (non Calabria, ma Emilia) con i boss della 'ndrangheta. Una volta tocca alla giovanissima Ester Castano che denuncia l'infiltrazione mafiosa nel tranquillo comune di Sedriano (poi sciolto per mafia, primo comune in Lombardia), un'altra volta tocca a Paolo Borrometi che per avere descritto le vergogne di Scicli è isolato come un cane rognoso anche dai suoi colleghi.

Tutti, a turno.
Roberto, Ester, Lirio, Paolo, Giovanni. Mentre quegli altri nei convegni continuano a riempirsi la bocca di giornalismo d'inchiesta. È bello il giornalismo d'inchiesta, vero sindaco de Magistris? Sì, ma lontano da casa propria.

Le Coop dello scandalo che lucrano milioni sulla finta solidarietà

Chiara Giannini - Ven, 06/01/2017 - 18:03

Truffe, appalti e rimborsi per migranti fantasma. Dal Friuli alla Sicilia, aperte decine di indagini


Protesta al Cie di Ponte Galeria

La gestione dell'accoglienza migranti, arrivati in massa, presenta lati oscuri e solleva molti dubbi. Se nel primo periodo del 2011, quando gli immigrati, dopo la rivoluzione dei gelsomini e la primavera araba iniziarono ad arrivare sulle coste italiane, le prime strutture erano gestite da associazioni di volontariato, quale ad esempio la Croce rossa, che è un apparato militare e ha una preparazione professionale nel settore, nei mesi successivi iniziarono a nascere tutta una serie di soggetti di dubbia provenienza che hanno tentato di accaparrarsi, spesso riuscendoci, appalti da centinaia di migliaia di euro che hanno indotto le procure d'Italia a un super lavoro.

I casi sono numerosi. Lo scorso ottobre, a Potenza, Michele Frascolla, amministratore unico della Manteca srl, che si occupava di accoglienza dei richiedenti asilo nel capoluogo lucano, è finito ai domiciliari per aver truccato le presenze dei migranti, ottenendo così maggiori rimborsi. L'uomo, secondo gli inquirenti, pretendeva che i fogli di permanenza fossero firmati prima dagli ospiti degli appartamenti in cui li sistemava. Inoltre, non dava comunicazione alle autorità competenti quando questi lasciavano le strutture. In questo modo risultava che negli edifici di sua proprietà ci fosse sempre il pieno e otteneva così più soldi. Con lui sono finite sotto indagine altre due persone.

Un altro caso si registra a Padova, dove i vertici (tre persone) della «Ecofficina», cooperativa che gestisce l'accoglienza profughi, ad aprile 2016 sono stati accusati di maltrattamenti e truffa aggravata ai danni dello Stato. É stata la procura di Rovigo a indagarli per presunte irregolarità in seguito ad alcune segnalazioni. Peraltro, la «Ecofficina Edeco» è il soggetto gestore del centro di Cona, alla ribalta delle cronache in questi giorni a causa della rivolta dei migranti in seguito alla morte di una ivoriana. Nata dalle ceneri di «Padova Tre», una società legata un tempo al business dei rifiuti, la «Ecofficina» inizia a occuparsi dei migranti nel 2011 e il suo fatturato passa dai 114mila euro dell'epoca ai 10 milioni del 2015, quando ottiene appalti anche a Oderzo, Bagnoli e, appunto, Cona.

A suo carico ci sono attualmente tre inchieste per truffa, maltrattamenti e falso. Persino Confcooperative l'ha sospesa per «troppo business». Nel 2015 ci fu poi un altro caso che scosse l'Italia intera. Il parroco don Sergio Librizzi, ex direttore della Caritas di Trapani, fu condannato perché chiedeva ai migranti prestazioni sessuali in cambio di documenti e favori. Secondo gli inquirenti gestiva in maniera occulta la cooperativa «Badiagrande», che riusciva a mantenere aperta grazie a conoscenze che lo informavano in anticipo della visita degli ispettori. Sempre nel Trapanese, a Salemi, fu chiusa nello stesso periodo la cooperativa «Corf», colpita da un'interdittiva antimafia.

A febbraio 2016 fu la volta di 21 persone che, a Gradisca d'Isonzo, intascavano i soldi per l'accoglienza dei migranti ottenendo vantaggi fiscali e, quindi, finirono sotto inchiesta della guardia di Finanza di Udine, su richiesta della procura di Gorizia. Tra gli indagati grandi nomi, tra i quali quello di Gianluca Madriz, presidente della Camera di commercio di Gorizia, l'ex presidente della Provincia Gianfranco Crisci e l'ex vice comandante della brigata di Cavalleria «Pozzuolo del Friuli» Vittorio Isoldi. Nello stesso mese vennero chiusi e sequestrati in Campania 9 centri destinati all'accoglienza.

A maggio 2016 scattò quindi l'indagine su quattro noti imprenditori: i fratelli Pietro e Angelo Chiorazzo, responsabili della «Auxilium», che gestisce attualmente il Cie di Caltanisetta, Salvatore Menolascina e Camillo. Tutti per presunte irregolarità nella gestione dei centri. Gente, insomma, che predicava la cultura dell'accoglienza e, poi, guadagnava sui migranti.

Giappone e Corea del Sud, la statua in ricordo delle 'comfort women' riaccende la tensione

repubblica.it
dal nostro corrispondente ANGELO AQUARO

Eretta in memoria delle 200mila donne ridotte dai giapponesi in schiavitù sessuale durante la Seconda guerra mondiale, l'opera è stata esposta a Busan, vicino al consolato nipponico. Tokyo l'ha definita 'estremamente deplorevole' e ha richiamato l'ambasciatore a Seul. E il caso ora rischia di far saltare un accordo che si cerca da 70 anni

Giappone e Corea del Sud, la statua in ricordo delle 'comfort women' riaccende la tensione

PECHINO – È la convitata di bronzo che sta facendo saltare un accordo inseguito per settant'anni. È soltanto una statua: eretta in ricordo delle 200mila donne ridotte dai giapponesi in schiavitù sessuale. Ma intorno a quella ragazza sta riscoppiando una guerra che neppure 8 milioni e mezzo di dollari di indennizzo sono serviti ad arginare. Giappone e Corea del Sud sono tornati ai ferri corti: proprio all'indomani di uno storico accordo per condividere i segreti militari nel timore di un blitz della Corea del Nord. Niente: neppure l'incubo atomico del prossimo atteso test di Kim Jong-un riesce a scacciare i fantasmi del passato.

Offesi da quella statua orgogliosamente esposta a Busan, accanto al loro consolato, a ricordarne la vergogna e l'orrore, i giapponesi hanno richiamato l'ambasciatore a Seul. E tra Giappone e Corea è riscoppiata la guerra. È l'ennesimo colpo di scena nei rapporti tra questi due popoli tormentati da rapporti difficili. I ragazzi giapponesi apprendono già sui libri di scuola che il proprio Paese, durante la Seconda guerra mondiale, "ha inflitto sofferenze" soprattutto ai vicini dell'Asia. Ma è soltanto una riga da manuale per rispettare i programmi del ministero: il sentimento nazionale è un'altra cosa. Se è per questo, Tokyo non ha mai chiesto pubblicamente scusa nemmeno per l'attacco a sorpresa di Pearl Harbour, malgrado la storica visita di Shinzo Abe a fine anno.

Anzi. Dalla Corea del Sud alla Cina, cioè i Paesi che hanno subito la dominazione del Sol Levante, compreso l'orrore di quelle che il diplomaticamente corretto ha chiamato 'comfort women', s'è levato un moto d'indignazione alla notizia che la ministra della Difesa, Tomomi Inada, quasi nelle stesse ore della visita del premier alle Hawaii, s'è recata a rendere omaggio allo Yasukuni, il santuario dove sono onorati gli eroi di guerra giapponesi, che per il resto del mondo asiatico sono invece dei criminali.

Proprio quella visita ha provocato adesso la reazione di protesta dei coreani. Un gruppo di manifestanti ha eretto davanti al consolato di Busan una copia della 'ragazza di bronzo' che per la verità già campeggia di fronte all'ambasciata giapponese a Seul: come tante altre che sono spuntate a dozzine in questi mesi in tutto il Paese. Un'azione 'disdicevole' per il capo di gabinetto del governo di Tokyo, che ha 'temporaneamente richiamato' l’ambasciatore e ha pure congelato quell'accordo di 'currency swap' che ha permesso ai due paesi di assicurarsi il cambio in dollari della propria moneta in caso di emergenze finanziarie.

E adesso? Abe ha confermato con una telefonata al vicepresidente Usa Joe Biden che "non sarebbe costruttivo" tornare indietro sull’accordo trovato finalmente nel 2015: e che prevede appunto la "risoluzione finale e irreversibile" della controversia nel momento in cui saranno accolte tutte le condizioni pattuite. Peccato che lì si parli dell'indennizzo monetario, certo: ma anche di un riconoscimento morale che però lo stesso Abe, lo scorso ottobre, ha chiarito di non avere nessuna intenzione di offrire, quantomeno nella forma di 'lettera di scuse' richiesta dai coreani.

Un dialogo tra sordi, lo scontro di due inconciliabili ragioni, fomentate per di più dai revanscismi di entrambe le parti. Chissà che direbbe, se potesse parlare, la convitata di bronzo che settant’anni dopo rischia di far scoppiare un'altra guerra.

L'ultima resa all'invasione: in chiesa si prega Maometto

Stefano Zurlo - Ven, 06/01/2017 - 08:33

All'aeroporto di Malpensa la cappella della Madonna di Loreto diventa per metà moschea. E sale la rabbia



A lle frontiere dell'ecumenismo. I tappeti per pregare Allah a pochi passi dall'altare. Sul pavimento che guarda il Crocifisso.

Accade a Malpensa, aeroporto che mette in contatto mondi lontani e frulla uomini e tradizioni. Ma forse fin qui non si era mai arrivati: i fedeli invocano il proprio Dio gomito a gomito, il tutto nello spazio sacro dedicato alla Madonna di Loreto, da sempre protettrice di chi vola. La chiesa che si fa moschea. Almeno un po'.

Don Ruggero Camagni, cappellano da 11 anni, vola anche lui alto e non vede alcun problema: «Mi hanno posto la questione. Loro non avevano luoghi di culto dentro Malpensa, mi hanno chiesto una mano. Il cristiano è portato a condividere: se ha tre stanze, si stringerà per dare un tetto a chi non ce l'ha, così è per la preghiera». Dialogo & identità. Temi che spaccano la cultura contemporanea; don Ruggero, cortesissimo, va oltre: «Siamo fratelli, tutti fratelli, è bello pregare insieme».

Lì, in quella chiesa nata con Malpensa 2000, al secondo piano del terminal 1, zona partenze. Molti turisti la conoscono, qualcuno si è rifugiato a meditare su quei banchi prima di intraprendere un viaggio o un pellegrinaggio. E qualcuno storce il naso: «Ormai siamo al relativismo, alla disfatta, alla confusione planetaria». Altri si stringono nelle spalle: «É un gesto coraggioso di apertura e carità in un mondo globalizzato». Il cappellano punge: «Pregano più loro dei nostri. I musulmani frequentano la cappella più dei cristiani. Anche se lo fanno secondo i loro ritmi, individualmente».

Alle quattro del pomeriggio di un giorno sonnacchioso, infilato nel calendario fra una festa e l'altra, nel tempio non c'è nessuno. Solo silenzio e vuoto. Per la verità i due tappeti adagiati quasi all'ingresso non sono l'unico richiamo a Maometto. C'è anche una lampada, collocata su un tavolino ed esposta fra le encicliche di papa Francesco, i rosari e i santini del Sacro Cuore. Se si gira un piccolo interruttore, l'oggetto si illumina e parte una voce salmodiante in arabo. Di che si tratta? «É una sorta di jingle del Ramadan - risponde sorridente l'impiegato di una compagnia mediorientale - si ascoltano formule augurali, un po' l'equivalente del vostro Natale». E col dito il tecnico indica le linee dell'edificio disegnato all'interno del manufatto:

«É la moschea di La Mecca». Meta irrinunciabile almeno una volta nella vita per ogni buon musulmano. Per don Ruggero anche questo frammento di Islam atterrato in mezzo a quella che una volta si chiamava la buona stampa non è un meteorite lontano: «Me l'hanno lasciato, l'ho piazzato in quel punto. Dove è lo scandalo?» É tutto semplice, forse fin troppo per il sacerdote. E la storia sembra capovolta, in un ribaltamento vertiginoso di prospettive. Secondo la tradizione, il culto di Loreto nasce in un momento delicatissimo: nel 1291 quando i Crociati vengono buttati a mare definitivamente e il regno Latino di Gerusalemme viene conquistato dagli Infedeli, la casa della Sacra famiglia di Nazareth viene trasportata dagli angeli in Italia.

Appunto a Loreto. Insomma, il miracolo è portare l'Oriente, sottratto alla nostra civiltà, in Occidente. Oggi, sette secoli dopo, l'Occidente sembra smarrire sempre più l'abc della propria grammatica, gioca a rimpiattino, maschera il proprio Dna, e fa del dialogo il proprio credo. A Malpensa i confini sono saltati. Negli anni scorsi alcuni musulmani che lavorano in aeroporto si erano lamentati per l'assenza di spazi consacrati alla preghiera secondo le regole dettate dal Profeta. Un paio di compagnie si sono attrezzate ricavando sale per il culto dentro lounge sontuose. Ma non basta: «Siamo in attesa di una sala ecumenica - racconta don Ruggero - ma al momento non c'è e ci dobbiamo arrangiare.

Per questo ho dato volentieri l'ok all'accesso dei musulmani nella nostra cappella». Altro che muri, scontro di civiltà e visioni apocalittiche. A Malpensa siamo alla religiosità color arcobaleno. «Ma in questo modo - obietta un fedele che non nasconde la sua indignazione - tutto diventa uguale in un grande minestrone che mette insieme Cristo e Maometto». Il rispetto non va confuso con l'indifferenza o, peggio, con una sorta di complesso di inferiorità. «E poi - è il commento più gettonato - sarebbe impensabile il contrario: un posticino per i cristiani dentro una moschea». Don Ruggero non si scompone: va avanti. E abbraccia l'Islam. Anche se per molti il suo è solo un inchino. E il segno dei tempi sempre più cupi che viviamo.