sabato 7 gennaio 2017

Dieci anni di iPhone e la vita diventò touch

La Stampa
nadia ferrigo

Nel 2007 Steve Jobs annunciò: abbiamo reinventato il telefono. Oggi la metà delle persone si porta il computer in tasca


Dolcevita nero, jeans e scarpe da ginnastica. Il 9 gennaio 2007 Steve Jobs presentò al mondo il primo iPhone. «Abbiamo reinventato il telefono» annunciò dal palco del Macworld di San Francisco l’ad Apple

Dolcevita nero, jeans e scarpe da ginnastica. Il 9 gennaio di dieci anni fa Steve Jobs presentò al mondo il primo iPhone. «Abbiamo reinventato il telefono» annunciò dal palco del Macworld di San Francisco l’allora amministratore delegato della Apple. Missione compiuta: niente più tastiera, ma un touch screen. Prima non esistevano le app e Internet non era ancora nelle tasche di miliardi di persone nel mondo. Nel 2007 l’Istat fotografa un Paese che adora la tv e tiene molto poco a navigare nel mare magnum della rete.

Meno della metà delle famiglie italiane ha un pc, e di queste meno di tre su quattro ha un accesso a Internet. Tra chi di World Wide Web non ne vuole sapere, la maggioranza ammette di non essere capace a usarlo, e una minoranza sostiene di non trovarci nulla di interessante. Domanda che un qualsiasi Millennials si porrebbe a questo punto: ma che ci faccio con un pc senza Internet? Oggi il 70 % delle famiglie italiane ha un accesso a Internet: nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni si sale al 91%. Ma si difendono bene anche gli ultrasessantenni: poco più della metà naviga senza difficoltà.

Sempre connessi
Chi è stato un adolescente qualche tempo fa, non potrà dimenticarlo: restare al pc voleva dire occupare la linea del telefono. Conclusione: urla della mamma, del papà e nel caso gran litigi con fratelli e sorelle. Circa l’85 per cento degli italiani aveva già un cellulare, ma sorpresa, si poteva usare giusto per telefonare e mandare i messaggini. La banda larga? Era un lusso che si potevano permettere due famiglie su dieci, mentre oggi sono quasi sette su dieci. Se oggi sei italiani su dieci sono collegati via smartphone sempre e dovunque, dieci anni fa erano meno del 10 per cento.

Nel 2009 meno dell’1 per cento del traffico virtuale passava per tablet e smartphone, lo scorso anno invece ha sfiorato il 40 per cento. Poter tenere il mondo in una tasca ha portato anche a un’altra piccola rivoluzione, quella dei servizi di instant messaging. Per intendersi WhatsApp - nato nel 2009 e inglobato nella galassia Facebook tre anni fa - e simili, diventati in dieci anni appendice indispensabile per il 70% per cento degli utenti. Nel 2007 erano appena il 22 per cento.

Dalle e-mail ai social
Quando Steve Jobs presentava al mondo intero la sua visione rivoluzionaria, la stragrande maggioranza degli italiani - il 77%, sempre secondo l’Istat - stava al pc per inviare o ricevere e-mail. Oggi invece oltre la metà sta sui social network. Se siamo sempre stati in fondo alle classifiche internazionali per la diffusione di Internet - anche oggi con il 63% siamo sotto la media europea che sta al 73 per cento, secondo il rapporto Digital 2016 di We are Social -, siamo tra i più entusiasti utenti di Facebook. La media globale sta al 31 per cento, quella italiana al 47 per cento. Passiamo in media quattro ore al pc, due con lo smartphone e altre due ore e mezza in compagnia della tv. Che un italiano su quattro ha iniziato a guardare anche sul web.

E-commerce
Altro boom: lo shopping online. Nel 2007 solo il 23 per cento si dedicava all’e-commerce, ora siamo oltre il 50 per cento. Acquistano con un clic più gli uomini delle donne e solo il 20 per cento fa shopping via smartphone. Ma tra dieci anni, c’è da scommetterci, saranno molti di più.

Così nacque l’homo-smartphone schiavo della connessione perpetua

La Stampa
alberto mattioli



La tecnologia è sempre un progresso, ma double face. Il suo destino è quello di risolvere dei problemi creandone dei nuovi. Giorgio Stephenson inventa il treno e, insieme, i disastri ferroviari. Nasce la televisione, e se ne appropria Barbara D’Urso. Costruiscono gli scooter, e Alessandro Di Battista ci sale sopra per comiziare. Così, il decennale dell’iPhone non è solo una festa. Non sono tutt’oro quei pixel che luccicano. Certo, essere connessi a Internet è utile; sempre, magari, no. Fra mail, Facebook, WhatsApp, Twitter, Messenger, Instagram, Pinterest e via cliccando non c’è un attimo di pace.

La connessione full time dà dipendenza (e talvolta anche un po’ alla testa). «O maladetto, o abominoso ordigno», chiamava Ariosto l’archibugio, perché permetteva a un umile fantaccino di abbattere a distanza uno splendido cavaliere. Allo stesso modo, l’iPhone consente al commercialista di abbatterti spedendoti a tradimento l’F24 mentre stai facendo e pensando tutt’altro, ma quando salta fuori l’ansiogeno numeretto bianco su sfondo rosso sull’iconcina della mail proprio non resisti, e devi leggere. Tutti ci portiamo in tasca l’ufficio, e dire che di regola non vediamo l’ora di uscirne. È ormai impossibile sottrarsi alla longa manus del web, strappare la rete, sospendere questo perpetuo cicaleccio.

Le città sono invase da nuove figure mitologiche. Quella classica italiana prevedeva la parte di sopra uomo e quella sotto poltrona, come i democristiani di un tempo e i loro derivati attuali. Oggi si aggiunge l’homo-smartphonicus con gli arti superiori metà braccio e metà iPhone, che mai viene staccato dagli occhi e, si direbbe, dal cuore (meraviglioso il tizio incrociato oggi nella metro di Milano, fornito anche di Apple Watch: guardava l’ora sul telefonino e le mail sull’orologio, ma tanto era preso che ha saltato la sua fermata).

La schiavitù, com’è noto, diventa irreversibile quando lo schiavo inizia ad amare le sue catene e a non poterne più fare a meno. È esattamente quel che capita al consumatore tecnologico tipo, che va in estasi ogni qual volta, sei mesi o giù di lì, l’Apple sforna un nuovo modello, cioè dà i numeri (iPhone 5, 6, 7) o aggiunge una «s» o «plus» a quelli già esistenti, in un vertiginoso aumento di funzioni sempre più sofisticate e generalmente sempre più inutili che scatenano le bramosie di possesso, con le pittoresche lunghe code fuori dai negozi monomarca deplorate dai moralisti sui giornali.

Ma già la mela morsicata ha precedenti poco raccomandabili nel passato remoto dell’umanità. E poi l’obsolescenza programmata dei prodotti, questa tecnologia che invecchia alla velocità della luce e dev’essere continuamente rimpiazzata ricordano quella «merde tartinée» che, secondo Voltaire, Dio servì nel deserto al profeta Ezechiele (il quale si precipitò subito a fotografarla e a postarla su Facebook, guardate il nuovo piatto etnico, e giù like). Siamo su una bicicletta che sta in piedi solo se pedaliamo sempre più veloci. Sperando di non finire, un brutto giorno, con una parte anatomica poco nobile per terra. Anche se la prima reazione sarebbe quella di controllare subito che il telefonino sia sano e salvo.

Così è ammissibile che possano scattare delle reazioni reazionarie modello «si stava meglio quando si stava peggio». E si finisce, senza ammetterlo, per invidiare certe prozie degasperiane nella provincia più profonda che l’iPhone non l’hanno, anzi non hanno nemmeno il telefonino, e tengono tuttora gli scarsi rapporti con il mondo circostante con il telefono fisso, magari, invidia massima, con quello a disco grigio. Sicuramente meno connesse, ma forse più felici. 

Così novant’anni fa nasceva la Befana fascista

La Stampa
andrea cionci

Fu inventata dal giornalista e campione di scherma Augusto Turati che poi divenne direttore de La Stampa


Piccoli con i doni della Befana a Rovigo

Tra le pieghe della storia spuntano spesso delle sorprese. L’ultima ci fa scoprire che dobbiamo a un direttore de La Stampa l’introduzione in calendario dell’Epifania come festa nazionale.

Esattamente novant’anni fa, il 6 gennaio 1927, a Buenos Aires, l’«Associazione lavoratori fascisti all’estero» organizzava una raccolta di doni a favore dei bambini poveri. L’anno dopo, il giornalista e campione di scherma Augusto Turati, allora segretario del Pnf, si ispirò a questa iniziativa per istituire la «Befana fascista». Ordinò alle federazioni provinciali del partito di sollecitare commercianti, industriali e agricoltori alle donazioni per una giornata nazionale dedicata alle famiglie non abbienti.

La macchina organizzativa per la raccolta e la distribuzione dei doni era enorme e capillare; si avvaleva delle organizzazioni di donne e di giovani del regime, tra cui i Fasci Femminili e l’Organizzazione Nazionale Dopolavoro. L’avvocato Giorgio Magnarini racconta, da testimone: «A Bologna, la cerimonia si svolgeva alla Casa del Fascio, con i gerarchi in divisa. Le mamme aventi diritto portavano i bambini a ritirare i pacchi-dono - divisi fra maschietti e femminucce - contenenti bambole, macchinine, fumetti, giocattoli e dolciumi. I Figli della Lupa e i Balilla vestivano l’uniforme. La giornata era vissuta anche come momento di unione fra classi sociali».

La Befana fascista ebbe un successo crescente negli anni: nel 1930 i pacchi raccolti furono oltre 600.000, e l’anno dopo raggiunsero la cifra di 1.243.351. Augusto Turati, creatore della festa, era una figura, si può dire, di “intransigente moderazione” tanto che fu nominato segretario del Pnf da Mussolini proprio per normalizzare il partito, emarginando gli elementi più fanatici. Divenne subito inviso a molti, soprattutto al suo predecessore, il fumantino gerarca Roberto Farinacci, che orchestrò contro di lui una pesante campagna diffamatoria, basata sui pettegolezzi di una maîtresse torinese. Gli scandali sessuali, oltre alla sua opposizione alla politica economica della “Quota 90” (per la rivalutazione della lira) convinsero Turati a lasciare il ruolo di segretario del Partito.

«E’ necessario, Duce – scriveva - che qualcuno dia questo esempio: andarsene senza chiedere nessun’altra poltrona e nessuna pensione». Tornò al giornalismo, prima come inviato del Corriere della Sera e poi come direttore de La Stampa, incarico che ricoprì dal gennaio 1931 all’agosto del ‘32. I suoi nemici, tuttavia, continuarono a perseguitarlo fino a farlo radiare dal partito ed esiliare a Rodi. Turati accettò stoicamente il confino, ma alla caduta di Starace, chiese e ottenne la riabilitazione e la reiscrizione al Pnf, proprio alle soglie del 25 luglio. Non aderì alla RSI, ma fu ugualmente processato – e amnistiato - dopo la guerra. La Befana fascista, comunque, sopravvisse al suo creatore ben oltre il suo siluramento. Starace, nel ‘30 l’aveva rinominata «Befana del Duce», personalizzandola su Mussolini, ma, durante la Repubblica Sociale, nel ’43, riprese il nome originale. 

Perché le bottiglie di vino sono da 0,75 litri?

La Stampa


Diciamo subito che il motivo è sconosciuto ma... sono diventate una misura standard mondiale. Oggi solo alcune regioni sono autorizzate ad utilizzare un formato di bottiglia diverso da quello standard e per farlo ci vuole un permesso speciale dell’Ue. Come spiega Julien Miquel per il sito di Vivino, fino al XIX secolo il vino veniva trasportato in anfore di coccio o botti di legno e solo da quel periodo iniziarono a imbottigliarlo in contenitori di vetro. Allora le bottiglie avevano all’incirca il medesimo contenuto: gli inglesi 0,90 litri, gli europei tra 0,70 e 0,80 litri, gli americani 0,75.

La scelta di un contenitore da poco meno di un litro ha due teorie: la capacità di un vetraio di soffiare e plasmare in un colpo solo quella dimensione di bottiglia oppure la quantità ottimale di vino per un pasto di un uomo. Per non sprecare o per rovinare il vino lasciandolo aperto esistono in commercio bottiglie più piccole. Per esempio da 375 ml, metà di una bottiglia standard da 0,75 litri, è chiamata “Mignon” o “Fillette” e contiene circa 2 bicchieri di vino. Invece, per motivi di miglior

invecchiamento, e di prestigio, ci sono anche bottiglie più grandi. La più famosa è la “Magnum” che contiene 1,5 litri, il doppio di una standard. Quelle molto grandi hanno nomi biblici e capacità enormi. Ad esempio, la “Melchior” (dal nome di un re magio) contiene 18 litri, cioè 24 bottiglie standard, oppure la “Melchizédek”: 30 litri equivalenti a 40 bottiglie da 0,75 litri.

Sono usate per l’imbottigliamento di vini pregiati, in quantità limitata e, soprattutto, a prezzi esorbitanti.

(Fonte: Julien Miquel, Vivino.com)

La lettera di un artificiere: "Feriti da uno Stato assente"

Un artificiere - Gio, 05/01/2017 - 21:50

La lettera di un artificiere: niente aggiornamento e attrezzature vecchie di anni. I premi? Rischiamo la vita per 60 euro

L a situazione è drammatica e per attirare l'attenzione sul nostro settore ci è scappato il ferito, ferito che si poteva evitare per mille motivi. Il protocollo prevede che si lavori minimo in coppia.

Sarà stato rispettato? Perché ha commesso un errore così banale? Il perché è presto detto: perché siamo abbandonati a noi stessi. Dai reparti speciali del dipartimento non arrivano notizie, rarissimi sono gli aggiornamenti, questi ultimi, tra l'altro, spesso neppure ci riguardano. Non emanano circolari o direttive sulle procedure di impiego, di addestramento, di mantenimento degli standard qualitativi.
Aggiungo, Mario si trovava da solo, quando il team minimo è composto da due operatori.

Questo è sancito a livello Nato, norme ovviamente accettate dall'amministrazione della Pubblica sicurezza! Ma, guarda caso, gli uffici del ministero continuano a disporre aggregazioni e richiedere la disponibilità di artificieri singoli, anziani che con autista non specializzato vanno in giro a destra e sinistra per l'Italia e poi ci stupiamo se succedono queste cose. Ne ho mille di cose da dire!

Ci sono artificieri a cui la tuta antiesplosione neanche più entra, altri che hanno patologie tali che li rendono inidonei al ruolo. Non sono previste riqualificazioni per chi è nella specialità con i vecchi brevetti, mentre nell'Esercito le applicano da anni despecializzando chi non è più all'altezza. La mancanza di soldi obbliga la struttura a questi «criminali» compromessi. Compromessi operativi, non applicando le tecniche previste, perché bloccare strade e impiegare le strutture del 115 e del 118 ogni volta per un pacco sospetto diventa impegnativo da gestire, e se va male la carriera si ferma per dirigenti e questori.

Perché una volta fuori del corso diventiamo rompipalle, perché continuiamo a scrivere che i materiali e i mezzi sono obsoleti e gli apparati radiogeni di vent'anni fa al punto tale che neppure la casa madre vuole più fare assistenza, non essendo più in produzione i pezzi di ricambio. Ci sono robot degli Anni '80-90 che funzionano a relè (!), impiegabili solo in certe condizioni sperando che nel giorno della necessità funzioni e sperando poi che il Ducato di vent'anni fa sia in grado di trasportarci.
Se la spesa è superiore ai 2-3mila euro va in demolizione perché non ci sono soldi per le manutenzioni.

Sì, belle le tute anti esplosione nuove, ma le regole di ingaggio nostro parlano di attacchi in remoto con il robot da preferire proprio per evitare i timer! Per non parlare del settore Nbcr (nucleare, biologico, chimico). Non esiste nessun artificiere in grado di operare sugli ordigni sporchi Nbc-Iedd e chi è riuscito a fare il corso a Rieti nulla ha a che fare con il nostro lavoro e comunque non siamo impiegabili nella zona critica.

Fosse solo questo: anni a comprarci le divise, sono anni che non riescono a concepire una divisa per artificieri, ma soprattutto ascoltando gli artificieri e non le commissioni create dagli amici degli amici dei soliti amici, tra i quali artificieri carrieristi che tutto conoscono tranne che del loro lavoro. E cosa dire poi del fatto di rischiare la vita per 60 euro come premio di disattivazione ordigno, ovviamente se c'è, altrimenti non viene pagato? Pagati a cottimo. Uno schifo, cadiamo a pezzi mentre l'esercito invita sempre ad aggiornare il personale e i nostri pseudo «coordinamento» sono gli unici a mancare a questi aggiornamenti non pubblicizzati e se recriminati ti senti rispondere: «Se ti interessa chiama» (?).

In qualsiasi Paese civile una specialità come la nostra dovrebbe essere unita, coordinata e in collegamento costante invece non sappiamo se altri fanno interventi. Boh, sì forse, negativo, mah chissà che tecnica si è usata boh... se non per vie di amicizie e telefonate sottobanco... 2017... sembra di stare nel medioevo! Per tutta questa situazione se la fanno sotto, hanno il terrore che questa situazione possa venire a galla e finire sui giornali.

C'è chi ogni giorno si allena. Si addestra, scontrandosi con realtà dirigenziali che ti definiscono ruba-stipendio, che vietano o fanno di tutto per evitare di creare occasioni addestrative anche con altri enti o amministrazioni, perdendosi carte e dimenticando volutamente di mandare materiali in revisione o sostituzione rendendo inservibili materiali nuovi, a cui serve spesso un corso per l'uso e che l'amministrazione ha casualmente dimenticato di organizzare e quindi ti devi arrangiare (autorespiratori a circuito chiuso tipo Vvff).

Mario è un amico che ha fatto il corso Eod negli stessi anni in cui l'ho fatto io, è sveglio, un terrone con i coglioni. È un mio fratello di specialità... ha commesso un errore da pivello, ma solo perché la mancanza di risorse e considerazione e serietà del «centro» obbligano al lassismo, alla quotidianità di un ufficio che lavora male, che lavora sempre così, demolendoti, dove se non fai così sei fuori, non prendi quel poco e misero che elemosini... perché non sei un professionista e pagato come tale, ma uno come tanti a cui speri che vada sempre bene.

C'è stata sicuramente negligenza e noi la paghiamo con la pellaccia. Aiutami a combattere contro la mia penna, che vuole firmare la mia domanda di trasferimento. Amo questo lavoro, ma stiamo esaurendo le energie a combattere tutti i giorni contro due nemici... amministrazione e delinquenti.

Promesse, mille promesse dal ministero che puntualmente vengono mantenute solo per i pochi intimi. Milano e Roma, e al resto nulla... rottami e aria fritta...

Un artificiere

Gli italiani scoprono le polizze per lo smartphone: richieste triplicate, ecco le trappole da evitare

La Stampa
sandra riccio



La polizza che protegge il nostro smartphone? Fino a qualche anno fa nessuno ci avrebbe pensato. Da qualche tempo però questo tipo di strumento sta prendendo sempre più piede anche da noi. Gli addetti ai lavori parlano di richieste triplicate negli ultimi tempi. Del resto, i costi stellari che hanno raggiunto i telefonini di nuova generazione (e le loro riparazioni) stanno spingendo molti consumatori a pensare a qualche forma di paracadute. I rischi da cui proteggersi sono di diversa natura: si va dalla rottura accidentale, per esempio del display, che è il grande classico già capitato a moltissimi, fino al furto e ai danni causati da liquidi versati sull’apparecchio, ai danni da fuoco o da cortocircuiti elettrici durante la ricarica. 

Tante volte, a sottoscrivere queste polizze, sono genitori e nonni che mettono al riparo il regalo fatto a figli o nipoti. «È soprattutto a inizio anno che vediamo un’impennata della domanda – racconta Andrea Polo, direttore comunicazione di Facile.it -. Da un po’ di tempo a questa parte, sta aumentando anche la richiesta per le assicurazioni sui tablet e su altri oggetti della tecnologia di consumo come i computer portatili e le macchine fotografiche». 

Qual è il costo della polizza
Bastano poche decine di euro all’anno per mettere al sicuro il proprio smartphone (o tablet) da quegli incidenti che non sono coperti dalla garanzia di 2 anni (in genere questa copre esclusivamente i difetti di fabbricazione). I siti di comparazione di assicurazioni danno una panoramica dei premi, vale a dire delle tariffe da pagare per assicurare il telefonino. È chiaro che il prezzo varia a seconda del valore dello smartphone e del periodo di tempo della copertura. Per fare un esempio, la polizza per un iPhone da 700 euro della durata di un anno viene a costare intorno ai 60 euro, con la protezione da furto inclusa.

Cosa c’è da sapere
Vanno lette bene tutte le condizioni della polizza. Per evitare delusioni e brutte sorprese bisogna informarsi bene su alcuni aspetti particolari di questo tipo di assicurazioni. Qual è per esempio la somma massima che la polizza sborsa per le riparazioni? In genere arriva intorno ai 250-300 euro l’anno. La cifra varia però da caso a caso. Non tutte le polizze sono uguali. Anche i rimborsi, per esempio, in caso di furto sono da valutare con cura. Per le compagnie, il valore dello smartphone decresce negli anni. In genere, nel primo anno dall’acquisto viene calcolato intorno al 100% del prezzo pagato, nel secondo anno di vita scende all’80% e nel terzo anno crolla al 60%. Meglio quindi farsi bene tutti i calcoli e valutare sempre ogni limitazione e ogni esclusione e franchigia.
Attenzione poi ai doppioni.

Da un po’ di tempo, alcuni produttori di smartphone offrono forti sconti sulle riparazioni per danni causati ad esempio da cadute accidentali, contatto con i liquidi o deterioramento della batteria. In questi casi va valutato se è meglio la polizza o la copertura del produttore.

Il ristorante che fa firmare una liberatoria per il piccante

La Stampa
paola italiano

“I ragazzi vogliono fare i duri, ma uno è finito in ospedale. Così ci tuteliamo”


la liberatoria che Rosso Piccante fa firmare ai clienti

«So che qui da voi si mangia piccante». Tono di sfida, atteggiamento baldanzoso, il ventenne ha ignorato i saggi avvertimenti dell’oste: la scala che misura quanto un peperoncino può mandare a fuoco la bocca ha circa 15 livelli, «ma dopo il sesto o il settimo non ha più senso neppure misurare». E si rischia solo di sentirsi male. Come è successo al ragazzo, che ha voluto mettersi alla prova con l’ottavo livello. Ed è finito all’ospedale. «Voleva fare il duro con la fidanzata. Ora faccio firmare a tutti una liberatoria, per tutelarmi: io li metto in guardia, poi decidano loro».

A confermare questa bizzarra nuova tendenza del machismo è Salvatore Marturano, nativo di Gerace e da trent’anni a Torino. Il suo è un osservatorio attendibilissimo: gestisce una bottega di prodotti tipici del Meridione che da sei anni è diventata anche un ristorante. Il nome dice tutto: «Rosso piccante». Grappoli di peperoncino pendono dal soffitto accanto a collane di teste d’aglio e mazzi di origano, barattolini con nuances dallo scarlatto al cremisi abbondano sugli scaffali - e i diavoletti sulle etichette lasciano pochi dubbi su cosa aspettarsi dopo l’assaggio. Nel menu spicca la «struncatura calabrese», la pasta con alici, olive, capperi, prezzemolo, mollica di pane e, ovviamente, peperoncino.

«I peggiori sono i giovani fidanzati - racconta Marturano - vogliono darsi un tono con la ragazza. Oppure, lo fanno perché sono convinti che abbia un effetto afrodisiaco. È un vasodilatatore, questo è risaputo. Ma non è che ci sia bisogno di un Habanero o di un Carolina Reaper». Quest’ultimo, per capire, sta al quindicesimo livello: la scala Scoville, che misura la piccantezza, ne ha anche di più alti, ma non si parla più di cibo: da lì in avanti il tasso di capsaicina (responsabile del bruciore) è quello contenuto negli spray al peperoncino in uso da alcune polizie, fino ad arrivare al composto puro.

Con un misto di tenerezza e compassione, Marturano narra degli eroismi improvvidi di chi è convinto di affrontare con scioltezza qualsiasi grado di piccantezza: «Noi calabresi sopportiamo meglio per una questione di abitudine, mangiamo peperoncino fin da bambini. Ma io stesso non vado mai oltre il secondo o il terzo grado: il senso è dare gusto, non togliere ogni sapore. È quello che consiglio sempre ai clienti: io ho interesse che si trovino bene e ritornino, mica che gli manchi il fiato e gli prenda una crisi di panico».

Nel caso, basta qualche sorso di latte o una crema al pistacchio di Bronte (mai medicina fu più buona): un paio di minuti e passa tutto. Ma il temerario ventenne, vergognoso e ferito nell’orgoglio, dopo i crostini di assaggio è sgusciato via dal locale senza dare nell’occhio. A chiamare l’oste è stata poi una dottoressa, come da prassi quando si sta male per qualche cibo mangiato al ristorante. Nessuna conseguenza, il giovane sta bene: «Anche perché tutto quello che vendo è perfettamente in regola - spiega Marturano mostrando i certificati di eccellenza e di qualità comprovata appesi accanto ai tavoli - ma un avvocato mi ha consigliato di far firmare una liberatoria.

Non è un documento necessario a termini di legge, ma funziona: se vedono che c’è qualcosa da firmare, ci pensano su due volte e danno più retta ai consigli». Per gli spericolati, c’è comunque una sfida aperta: «Cena gratis a chi riesce a mangiare le alette di pollo immerse nella nostra salsa in venti minuti». Salvatore ha anche comprato un Polaroid per mettere in bacheca i vincitori: è ancora vuota.

Chi sfida la solitudine per fare la guardia a un passaggio a livello

La Stampa
nicola pinna


«La sbarra umana», così viene chiamato Mario Cabitta che per trent’anni ha aspettato il passaggio dei treni sulla tratta Nuoro-Macomer

Cinque minuti prima delle 6,30 è ancora buio e Mario è già davanti alla “sua” sbarra: da più di un mese qui il treno non passa più, ma l’azienda gli ha ordinato di presentarsi ugualmente al cancello. Il suo posto di lavoro è la parte finale di una stradina dissestata e stretta, dove una macchina riesce a passare con qualche rischio. A tre chilometri dal centro di Lei, in mezzo alla campagna di Carrarzu, si sente soltanto l’eco dei campanacci delle pecore al pascolo e c’è una strada ferrata non proprio moderna. Ma questo è un collegamento importante, l’unico esistente tra Nuoro e Macomer. «Da trent’anni passo qui tutte le giornate: il mio lavoro è esattamente questo, chiudere e aprire il passaggio al livello. Conosco gli orari a memoria, cinque minuti prima dell’arrivo del treno chiudo il cancello e poi lo riapro. Se c’è qualche ritardo non posso far altro che aspettare, perché nessuno mi avvisa».

Mario Cabitta ha 49 anni e ancora non ha coronato il sogno di cambiare mansione: da ragazzino aveva lavorato in un ristorante di Torino ed è tornato in paese per lavorare nelle vecchie Ferrovie della Sardegna, ora assorbite dall’azienda regionale Arst. L’avevano assunto con la promessa che questo sarebbe stato il primo passo per un lavoro da operaio o da macchinista: qualche anno al passaggio a livello e poi il trasferimento in una delle squadre che si occupano della manutenzione. Invece è ancora qui: «Qualcuno mi ha definito una sbarra umana e forse è davvero così. Adesso il mio turno inizia all’alba e finisce alle 13,30 ma prima stavo fino qui fino alla notte, sempre da solo e al buio, a parlare con le formiche. La domenica e i festivi i treni non viaggiano e per fortuna posso trascorrere a casa almeno queste giornate».

L’incubo di Mario, in Sardegna, è ancora il sogno di molti giovani. Almeno in mille sperano di fare il suo stesso lavoro, ma i posti in palio sono soltanto nove. Sì, perché l’Arst ha deciso di assumere nuovi casellanti: un lavoro d’altri tempi ma che nell’isola è diventato importantissimo. Indispensabile per far ripartire i treni che collegavano Nuoro (unico capoluogo italiano non servito dalle Ferrovie dello Stato) con la zona di Macomer. Dopo il disastro ferroviario che a luglio ha provocato 23 morti in Puglia, l’Azienda nazionale per la sicurezza ferroviaria ha irrigidito le regole. I passaggi al livello non presidiati e non automatizzati sono diventati fuori legge e lungo questa tratta ce ne sono tanti. La strada ferrata è troppo rischiosa e per questo da oltre un mese i collegamenti sono stati cancellati.

La prima possibilità per l’Arst (che gestisce 5 linee) sarebbe quella di attivare gli impianti automatizzati e ammodernare la rete, ma i soldi non ci sono e i tempi rischierebbero di allungarsi troppo. L’alternativa per far ripartire i treni sembra essere solo questa: assumere i casellanti. Le domande sono arrivate a valanga in pochi giorni: nell’isola della disoccupazione record anche qualche laureato spera di passare le giornate a sollevare la sbarra in mezzo alla campagna. «Questo è un lavoro d’altri tempi, in tutti i sensi – denuncia il segretario regionale della Cgil Trasporti, Arnaldo Boeddu – La cosa assurda è che nella nostra regione siamo costretti ad assumere casellanti per far ripartire i treni: una situazione medievale.

Questi ragazzi saranno assunti sulla base di un contratto “di assuntoria” previsto da un regio decreto del 1930: dunque non saranno neppure dipendenti dell’Arst ma svolgeranno un lavoro autonomo per un massimo di tre anni. E avranno un compenso mensile di 650 euro: altro che voucher, questa è una situazione ancor più scandalosa». Ai nuovi casellanti sono richiesti due requisiti fondamentali: la puntualità e la buona memoria, perché i passaggi a livello in campagna non sono collegati via radio alle stazioni e l’ora di arrivo dei treni bisognerà tenerla a mente. Sbagliare è vietato, soprattutto pericoloso.

“Sta trasportando parti di corpo umano?” Ecco le domande più curiose fatte ai turisti alle frontiere

La Stampa
noemi penna



«Avete parti di corpo umano nel bagaglio?». «Lei è della Cia?». «Cosa sta nascondendo dentro quei deodoranti?». Potrebbero sembrare domande assurde. Eppure sono state realmente fatte a dei turisti negli aeroporti e alle frontiere di tutto il mondo. Gli strani quesiti sono state postate su Quora, un forum dove gli utenti possono pubblicare domande e risposte su qualunque argomento. Il sito ha raggruppato le testimonianze più insolite presenti negli scambi di esperienze fra viaggiatori. E il risultato è assolutamente esilarante.



In giorni bui del terrore come quelli che stiamo vivendo, dove le psicosi sono dietro l'angolo ma anche la prudenza non è mai troppa, attraversare un confine internazionale può essere un'esperienza sfinente. O almeno è quello che rivelano gli iscritti di Quora, riportando le bizzarre domande fatte dagli agenti di frontiera. Un ciclista in Finlandia è stato scoraggiato ad andare in «Russia perché pericolosa». Un violinista professionista ha dovuto eseguire una canzone durante un controllo in autostrada per dimostrare di essere davvero un musicista. «Avete parti del corpo umano o vecchie bombe nel bagaglio?» è quello che invece si è sentita chiedere una coppia di turisti di ritorno dalle isole Soloman, dove pare essere comune prendere come souvenir teschi dai luoghi di sepoltura tradizionali o cimili bellici trovati sul fondale del mare.



Un sacerdote anglicano in missione in Europa orientale contro il traffico di bambini ha spiegato come il suo abito religioso ha sconcertato un agente dell'immigrazione all'aeroporto di Kiev, che non sembrava credere alla sua vocazione. Dopo aver più volte sfogliato il suo passaporto, l'agente gli ha intimato: «Mostrami le pistole!». E lui ha risposto: «Quali pistole. Sono un prete!», indicando il colletto. E non ancora contento, con enfasi gli è stato detto: «Cia? M16? Servizio di sicurezza della Moldavia?», scambiando la veste per un travestimento.



Durante un viaggio on the road fra gli Stati Uniti d'America e il Canada, due studenti sono stati fermati da un ufficiale preposto al controllo della vetture alla frontiera sorpreso per l'insolita quantità di deodoranti appesi allo specchietto retrovisore. «L'ufficiale sospettava nascondessimo della marijuana in macchina, forse proprio dentro i deodoranti a forma di alberello accumulati negli anni e mai tolti». I due hanno dovuto attendere per quasi quattro ore a -34 gradi prima che gli agenti li lasciassero andare. Un violista professionista stava attraversando la Serbia in pullman per raggiungere l'orchestra con cui suonava. Ma gli agenti hanno fermato il mezzo per mezz'ora per controllare per bene il suo strumento musicale. E non paghi «hanno detto che mi avrebbero lasciato andare solo dopo aver ottenuto una serenata. Solo in questo modo sarebbero stati sicuri della mia identità».



Un ciclista in Finlandia è stato invece scoraggiato da parte dell'agente di confine ad andare in Russia: «Sei sicuro di volerlo fare realmente? La Finlandia è molta bella... perché non resti qui e vai in bici da queste parti? La Russia è un posto brutto posto con tanta gente pericolosa». L'uomo, che ha girato 70 paesi in sella alla sua bici, ha scritto anche che l'agente lo ha quasi supplicato, per poi salutato dicendogli «Forse leggerò notizie su di lei» (nelle pagine di cronaca nera, ovviamente).

La storia di via Bagnera dove il primo serial killer trucidava e seppelliva

Gabriele Borzillo - Ven, 06/01/2017 - 09:37

Nel 1830 il devotissimo Antonio Boggia rapinava le sue vittime e le faceva sparire nel magazzino

Un budello, un cunicolo; nulla più. La stretta Bagnera unisce via Santa Marta a via Nerino, pieno centro storico di Milano, 5 minuti 5 da piazza Duomo.

Una via angusta, tanto che una piccola utilitaria fatica a passarci. Di certo una delle strade più strette d'Europa. È lì, abbandonata al suo destino. Vive attraverso le poche persone che la percorrono, calpestando i lastroni che la pavimentano e tra i quali spiccano centinaia di cicche di sigarette, cartacce, un paio di assorbenti femminili oltre le solite lattine e bottigliame vario. Perché sì, perché le periferie vanno sicuramente coltivate, abbellite, seguite, modernizzate, ripulite; ma anche dare uno sguardo alla vecchia Milano non è sbagliato. Soprattutto quando ha storie da raccontare.

E la Bagnera di storie ne avrebbe. Anzi, ne ha. Per esempio quella di Antonio Boggia da Carate Urio, approdato in città dopo varie peripezie intorno al 1830, il primo serial killer della storia italiana di cui si abbia notizia. Jack lo squartatore versione nostrana; ma, al contrario del suo sodale anglosassone per il quale sono stati consumati chilometri di pellicola, è stato dimenticato, ignorato, messo in un cantuccio con la speranza che nessuno lo citasse mai più.

E proprio nella stretta Bagnera, in un magazzino di cui oggi nulla resta, il «mostro» portava le sue ignare vittime per finirle a colpi d'ascia, dopodiché le smembrava e le seppelliva rendendole irriconoscibili; per rapinarle, mica chissà cosa. Il Boggia, uomo timorato di Dio e ben inserito nel contesto sociale milanese, fervente frequentatore della parrocchia, con moglie e figli a carico, rubava e si ballava il denaro all'osteria.

La sua vicenda narra di quattro persone trucidate. Scientificamente. Smascherato solo per la pervicace ostinazione dello zelante giudice Crivelli, il quale poco abboccò all'aria sgomenta del beatino Antonio. Che venne condannato a morte mediante impiccagione nel 1862. Destino strano il suo; ultimo ad essere giustiziato a Milano fino alla seconda guerra mondiale, primo colpevole punito con la morte dell'Italia da poco unita. Fatti di sangue da paura, di quelli che non racconti certo ai nipotini nelle fredde e torbide notti di scighera, quando la fitta nebbia avvolge e nasconde tutto. Un luogo con una storia terribile la Bagnera, ma che appartiene al substrato emotivo dell'anima meneghina. E fa male vederlo degradato e abbandonato a sé stesso.

Senza tirare in ballo scomodi paragoni con Whitechapel, oggi rimesso a nuovo e pienamente amalgamato al resto della capitale inglese. La nostra strada no; è triste, leggermente rinnovata dai tempi dei graffitari che ne avevano violentato muri e palazzi ma solo per il fatto che era diventata davvero impresentabile. È stato passato lo straccio, è stato portato via il grosso della polvere. Ma il miglioramento non è sostanziale: scritte e disegni sono stati ricoperti da vernici bicolori, grigio topo o beige indefinito, a scelta. Vecchiume su vecchiume. I palazzi sono quasi irreali, senza respiro. L'impressione di sporco ti circonda, un leggero olezzo di urina accompagna durante la percorrenza. Il senso di sciatteria e solitudine è presente, ben oltre il lecito e il dovuto. E le finestre che si affacciano sulla strada, chiuse. Serrate.

Non per la canicola. Forse perché aprirle significherebbe essere costretti a vedere uno spettacolo che con la Milano moderna, quella del Bosco Verticale, ha poco da spartire. Fatevi un giro nella stretta Bagnera, non vi preoccupate di storie e leggende. Come quella che racconta del fantasma del mostro. Si aggira ancora oggi lungo lo stretto cunicolo e si palesa attraverso ventate gelide che colpiscono anche durante le calde giornate estive. È solo frutto della fantasia, della suggestione, del si dice e si mormora. La fantasia si ferma qui; il resto è una strada storica della città ridotta male, molto male. A cinque minuti cinque da piazza Duomo.

I trent’anni di “Siamo fatti così – Esplorando il corpo umano”

La Stampa
andrea cominetti

L’iconico cartone animato festeggia l’importante compleanno e, per l’occasione, torna in tv

Vi ricordate quando eravate piccoli e pensavate che i globuli bianchi fossero dei mini signori con una tuta lattea corredata da una stella gigante sul petto e le piastrine delle vispe palline tonde con due paia di braccia ognuna? La colpa (o il merito) era di Siamo fatti così – Esplorando il corpo umano , uno dei pochi cartoni animati di carattere scientifico mai arrivati in Italia. Che, in maniera giocosa e accattivante, si poneva l’obiettivo di spiegare dall’interno il funzionamento dell’intero organismo. Ebbene, oggi quella vecchia serie – diventata nel frattempo un cult – compie trent’anni e, per l’occasione, torna in onda su Cartoonito (canale 46 del digitale terrestre) a partire dal 9 gennaio, tutte le sere alle 21.10. 

IL RITARDO DELL’ITALIA
Composta da 26 episodi, la serie è stata trasmessa per la prima volta in Francia nel 1987 dal canale televisivo France3 e, nello stesso anno, è arrivata in Svizzera grazie alla RSI, la radiotelevisione svizzera di lingua italiana. Per vederla nel nostro Paese, invece, si dovranno attendere un altro paio d’anni ancora, fino al 1989. 



GLI INGREDIENTI DEL SUCCESSO
Alla base del successo della serie, la capacità di mischiare didattica e intrattenimento, considerando i bambini «persone con la loro propria ragione, in grado di capire molto di più di quanto gli adulti vorrebbero farci credere». Ne era convinto Albert Barillé, creatore del cartone animato, che – quando glielo chiedevano – spronava sempre i genitori a stimolare la curiosità dei propri figli, sicuro che la sfida con il nuovo li avrebbe resi più forti, ma anche più riconoscenti nei confronti dei genitori stessi. Qui, infatti, i piccoli spettatori si confrontavano con l’anatomia addentrandosi nei vari organi e nelle rispettive cellule proprio grazie ai microrganismi che le compongono. In particolare, un ruolo centrale veniva svolto dai globuli rossi Emo e Globina e dall’anziano Globus, l’iconico personaggio con la barba bianca infinita, che – durante ogni episodio – spiegava i meccanismi fondamentali dell’andamento del corpo. 



I CATTIVI DAL NASO ENORME
Accanto ai buoni, è bene ricordare anche i cattivi, che – a modo loro – hanno contribuito in maniera determinante al successo della serie. Nello specifico, la cosa davvero buffa era che tutti i virus e le malattie venivano rappresentati praticamente con la stessa faccia. O, meglio, con lo stesso naso: enorme, sproporzionato e (spesso) rossissimo. E utilizzato, vai a sapere perché, come segno distintivo della malvagità del personaggio.

Ci sono sempre più muri di confine nel mondo?

La Stampa
 nicolas lozito, laura aguzzi

Le barriere contro i migranti spiegate in cinque punti e cinque grafici


Grafiche di Nicolas Lozito, ricerca dati Laura Aguzzi

Oggi nel mondo ci sono più di 70 muri di confine, dalla barriera ungherese contro i migranti, al filo spinato indiano, alla linea di confine tra Corea del Nord e Corea del Sud. Mai così tanti: la crescita del numero dei muri di confine è un fenomeno recente. Negli ultimi trent’anni il numero è quadruplicato, e negli ultimi cinque è cresciuto esponenzialmente. 

Oggi, infatti, le barriere lungo i confini sono utilizzate per contenere le ondate migratorie e come strumento politico per assecondare le paure del Paese. Costruire un muro e sorvegliare l’area con agenti di polizia o militari è una strategia deterrente: se chi vuole passare il confine illegalmente si trova un muro insormontabile davanti, allora dovrebbe rinunciare. 

I dati però dimostrano il contrario: tra 2015 e 2016 sono morte più di 10.000 persone provando a passare un confine. Indirettamente, poi, le barriere costringono i migranti a rotte più difficili e pericolose. Su tutte, il Mediterraneo: mai come nel 2016 sono morte così tante persone a largo delle nostre coste. Con questi cinque grafici facciamo chiarezza sul fenomeno, la sua portata e le sue conseguenze.



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Dati: IOM, France Culture, Atlante Treccani, WB, Elisabeth Vallet
Foto: AP
Raccolta dati: Laura Aguzzi 

1. Mai così tanti
Provate a fare questa domanda ai vostri amici e colleghi: “Ci sono più barriere oggi o durante la Seconda guerra mondiale?”. Molti risponderanno “durante la seconda guerra mondiale”. La realtà è completamente diversa: dal 1945 il numero è sempre salito e dopo la caduta del Muro di Berlino è cresciuto ancora più velocemente. Durante la Guerra Fredda un muro era simbolo di conflitto, di zona militare, stigmatizzato dai paesi democratici. Dagli anni ’90 è tornato un simbolo di sicurezza e protezione, desiderato dai cittadini spaventati dalle minacce esterne e sfruttato dai politici. 

2. Sono un fenomeno mondiale
Americhe, Asia, Oceania e Africa e, negli ultimi anni, anche in Europa. In ogni continente troviamo dei muri. Sono ancora di più se aggiungiamo anche quelli progettati, pianificati o ancora in costruzione. Alcuni sono eredità del Novecento, ma la maggior parte è di recente costruzione. 

3. Sono cambiati nel tempo
Le mura di Troia dovevano a difendere la città dalle invasioni militari, i muri del ‘900 servivano a definire e militarizzare un confine instabile, oggi le barriere provano a fermare i migranti. Nel corso dei secoli la funzione dei muri è cambiata molto, così come la loro lunghezza: da pochi chilometri di pietre a fortificazioni lunghissime se paragonate ai nostri spostamenti. Il muro annunciato da Trump durante la campagna elettorale, lungo tutto il confine con il Messico, coprirebbe gli stessi chilometri di un viaggio Roma-Mosca.

4. Per capirli bisogna vederli
Ne sentiamo spesso parlare, ma sappiamo come sono fatti? Ogni muro è diverso nei materiali e nell’altezza, ma il principio è lo stesso: una barriera, spesso militarizzata e sorvegliata da torrette e telecamere, che divide due mondi totalmente differenti e nega qualsiasi possibilità di sviluppo transfrontaliero.

5. In Europa c’è una barriera in più, il Mediterraneo
La crisi dei migranti in Europa ha fatto sì che molti paesi erigessero muri difficili da scavalcare. In molti hanno provato un’altra via: il Mediterraneo, che negli ultimi anni registra valori mai toccati di viaggi, sbarchi e, purtroppo, morti. Nel 2016, secondo i dati appena aggiornati dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni, sono morte provando a superare il nostro mare in media 14 persone al giorno.
 
Sono passati 28 anni dalla caduta del muro di Berlino e sembrava l’alba di un mondo aperto: allora erano 15 le barriere costruite dall’uomo per dividere gli uomini, oggi sono 70. Globalizzazione e guerre hanno messo in movimento milioni di esseri umani, cambiato i termini della convivenza collettiva e diffuso insicurezza. La politica ha reagito costruendo e promettendo muri, reali e psicologici. I valori cosmopoliti vanno difesi senza ipocrisie o il mondo libero si richiuderà dietro il filo spinato prima ancora di essersi completamente aperto 

Filippo Facci: le post querele

Libero

Filippo Facci: le post querele

Fate disinformazione; vi querelo; no, ma parlavamo degli altri; non vi querelo più. Alzi la mano chi non ha trovato imbarazzante tutto il teatrino tra Grillo e Mentana: il primo che spara le solite cazzate sui giornalisti e usa come sfondo un collage di testate rubato a tv.blog, il secondo che allora fa un casino in diretta perché nel collage c' è anche lui (La7) e annuncia querela; il primo che allora fa una rettifica penosa e dice che Mentana (solo lui) è diverso e fa informazione rispettosa della verità, il secondo che allora ritira la querela e scrive un papiro su Facebook perché si è accorto che intanto gli webeti grillini lo stanno infamando lo stesso.

Siamo al post-nulla a somma zero, ne sentivamo tutti un drammatico bisogno: Mentana ha la sindrome da primo della classe e lo sapevamo, ma Grillo ha la dignità di un coniglio e state certi che se a querelarlo fossero stati in due anche le rettifiche sarebbero state due. Grillo ha paura delle querele? Probabile: perché è tirchio e perché ha già beccato delle condanne. Mentana teme di perdere pubblico grillino? Improbabile: chi disprezza compra, e comunque il suo tg resta il migliore. Per i feticisti: nel collage di testate utilizzato da Grillo manca Il Messaggero (un caso) e il Fatto Quotidiano (meno un caso). Però tra i disinformatori compare TuttoSport: serve una giuria popolare per la Juve.