mercoledì 4 gennaio 2017

Responsabili dei commenti dei lettori, che cosa cambia dopo la Cassazione

repubblica.it
di ALESSANDRO LONGO

La sentenza della Suprema Corte che prevede la condanna il gestore di un sito che ospita un contenuto diffamatorio ha scatenato il dibattito tra gli addetti ai lavori

Responsabili dei commenti dei lettori, che cosa cambia dopo la Cassazione

BASTA che il gestore di un sito sappia - o si presume che sappia - di un commento potenzialmente diffamatorio perché ne sia responsabile. È questa l'eredità che ci lascia la sentenza della Cassazione, di cui Repubblica ha dato notizia ieri, a quanto emerge dal dibattito che si sta scatenando in queste ore tra gli addetti ai lavori. Si apre così una voragine che rischia di inghiottire chiunque faccia informazione sul web, in modo professionale o no: un commento di un lettore può portare al sequestro del sito, a una condanna penale per diffamazione e a risarcimenti economici che in sede civile possono essere molto salati.

Vediamo perché. A quanto si legge nella sentenza, il gestore del sito Agenziacalcio.it è stato condannato per la presenza di questo commento sul presidente della Figc Carlo Tavecchio, perché secondo la Cassazione non poteva non sapere della sua esistenza. E non poteva non saperlo poiché l'autore del commento gli aveva mandato una mail in cui allegava il certificato penale di Tavecchio.

"Ricadiamo così nel caso tipico delle piattaforme tecnologiche, che diventano responsabili per legge dei comportamenti dei propri utenti solo dal momento in cui ne sono fatti consapevoli", dice il Garante Privacy Antonello Soro, a Repubblica. "Questo discrimine importante- tra sapere e non sapere dei contenuti incriminati- è riportato nella giurisprudenza fin dai tempi del caso Google Vividown", dice Soro. "Per esempio: Google di base non risponde dei reati compiuti dai suoi utenti (diffamazione, violazione del diritto d'autore). Può essere condannata solo se non interviene dopo che gli è stato notificato quel reato", spiega il Garante.

E al solito a quel punto, dopo alcune verifiche, cancella il contenuto o il link in questione.
Tuttavia, "la sentenza della Cassazione compie un salto, rispetto a quanto finora previsto dalla normativa. Un salto pericoloso per la libertà di espressione sul web", aggiunge Guido Scorza, avvocato tra i massimi esperti di diritto digitale. E con lui concordano altri esperti che commentano la vicenda. Il senso è che "c'è una bella differenza tra sapere dell'esistenza di un contenuto e sapere che quel certo contenuto è considerato lesivo da una parte", dice Scorza.

Concorda Fulvio Sarzana, avvocato specializzato in diritto digitale: "secondo la normativa sul commercio elettronico, gli intermediari come Google sono responsabili solo a fronte della segnalazione da parte di un'autorità (giudiziaria o amministrativa)". Questo principio sembrava applicarsi anche ai commenti dei lettori sui siti e blog. La novità portata dalla sentenza è proprio qui: "Il gestore di Agenziacalcio.it però è stato condannato per la semplice, presunta, conoscenza di un certo commento", dice Sarzana. Ha infatti rimosso il contenuto subito dopo averne avuto richiesta dalle autorità.

Dalle riflessioni degli esperti si può desumere quindi che da oggi il gestore di un sito è responsabile dei commenti di cui è venuto a conoscenza. Non è necessario che sia informato da un'autorità o da una parte in causa che quel contenuto è illecito. E questo è da subito un problema per tutte le piattaforme che hanno una forma di moderazione dei commenti, magari contro lo spam. Moderandoli, non possono negare di aver letto i commenti, ergo sono consapevoli dell'esistenza degli specifici contenuti.  "I commenti di cui si è al corrente sono insomma equiparati agli articoli pubblicati", dice Sarzana. "È possibile che alla luce di questa sentenza ora altri giudici considereranno responsabile i gestori di siti per i commenti sottoposti a moderazione", concorda Scorza.

Non solo. "Nella sentenza si presume soltanto che il gestore sapeva del commento in base a certi indizi. La situazione è quindi pericolosamente aleatoria", dice Sarzana. "Qualunque sito si può trovare nella condizione di essere "sospettato di sapere", in base alle circostanze". Sono molte le testate giornalistiche online, i blog o i siti collegati a partiti politici come Beppegrillo.it che possono ricadere in questa casistica. Ma anche se si limitasse il caso all'inconfutabile consapevolezza del gestore, comunque sarebbe un guaio per tutte le piattaforme che vogliano avere un minimo di moderazione o gestione dei commenti.

Una pratica a volte necessaria per consentire un civile dibattito ed evitare degenerazioni.
Per altro, questa stessa moderazione è servita finora anche a evitare denunce per diffamazione. Dalla sentenza di Cassazione possiamo desumere infatti solo che si è responsabili dei commenti di cui siamo consapevoli. Non che siamo automaticamente irresponsabili dei commenti di cui non siamo consapevoli. La giurisprudenza infatti non è definitiva su questo secondo punto.

Tutti i gestori dei siti si troveranno insomma adesso tra incudine e martello. Moderare i commenti, sorvegliando attentamente ed esponendosi a un rischio diretto di "concorso in diffamazione" alla luce dell'ultima sentenza della Cassazione; oppure lasciarli liberi, danneggiando però così la qualità del dibattito ed esponendosi comunque al rischio di denunce. Una situazione difficile, che può portare alla scelta di eliminare lo spazio dei commenti. Ma questo significa danneggiare la facoltà di espressione degli utenti e privarsi del valore apportato da loro agli articoli. "Voglio sperare che questa sentenza sia solo un incidente di percorso.

Che sia presto superate da altre sentenze della Cassazione, in senso opposto", dice Scorza. Resta il fatto che è la prima volta che la Cassazione si esprime in materia e quindi i prossimi scenari restano incerti, per chiunque abbia un sito aperto ai commenti dei lettori.

Pio IX e i predatori del bambino perduto

La Stampa
elena loewenthal

La storia di Edgardo Mortara, il piccolo ebreo bolognese battezzato in segreto e sottratto alla famiglia per volontà del Papa, diventerà un film di Spielberg. Nell’800 originò una battaglia politica e culturale che divise l’Italia e l’Europa



È una storia terribile e spietata, ma anche carica di una malinconia straziante e persino di una strana, assurda dolcezza. È un incrocio fatale di destino personale e interessi pubblici, un gomitolo di contraddizioni che non c’è modo di sciogliere. È una storia oscena nel senso originario dell’aggettivo: l’assurda implosione di qualcosa che non doveva accadere e invece accade e diventa un pubblico scandalo. È, prima di tutto questo, una storia di dolore insopportabile, detto e taciuto, come ben racconta il quadro di Moritz Oppenheimer che ritrae la scena madre: un bambino smarrito ma al centro di tutto, conteso da mani e abiti talari. E una donna straziata. Chissà se in questo magnifico e tragico dipinto troverà ispirazione Steven Spielberg, che fra poche settimane inizierà in Italia le riprese del film basato su questa storia da cui è rimasto folgorato appena l’ha letta.

Ordinato prete a 23 anni
Il 23 giugno 1858 il piccolo Edgardo Mortara, neanche sette anni, viene prelevato per sempre dalla sua casa di Bologna. È ebreo, ma un giorno era stato segretamente battezzato dalla giovane domestica di casa, Anna Morisi, poco più che una bambina pure lei, tredici o quattordici anni. Tempo dopo l’Inquisizione di Bologna, città che all’epoca si trovava ancora entro i confini dello Stato Pontificio, avvia le ricerche e ottenuta conferma dell’accaduto invia i gendarmi a prelevare il bambino per portarlo nella casa dei Catecumeni - istituzione creata apposta per neoconvertiti e mantenuta grazie a una tassazione imposta alle comunità ebraiche - così da avviare la sua «ineludibile» educazione cattolica.

Perché? Per una terribile catena di incongruenze. I Mortara avevano in casa una domestica cattolica anche se agli ebrei ciò era vietato. Anna battezza il bambino (Edgardo aveva un anno soltanto, allora) per il terrore che muoia privo del sacramento, anche se ai cattolici era vietato battezzare ebrei di nascosto. Stando a una ferrea logica della fede, tutto era ormai irreparabile: entrato all’insaputa nella comunità di Cristo, il bambino andava strappato al suo mondo perché non incorresse nel peccato di apostasia.

Doveva essere educato cristianamente, lontano da quel mondo di «perfidi» (nel senso di «infedeli») ebrei cui non apparteneva più dal momento in cui aveva ricevuto il battesimo. Da quel giorno i suoi genitori non lo videro quasi più, se non per brevi e strazianti sprazzi. Il piccolo Edgardo Mortara fu ordinato prete a ventitré anni, e prese il nome di Pio - lo stesso di quel Papa che lo aveva strappato alle sue radici, a sé stesso. Viaggiò a lungo nei panni di evangelizzatore e missionario. Trascorse gli ultimi anni di vita rinchiuso in un monastero e morì a Liegi nel marzo del 1940, mentre il nazismo imperversava in Europa.

«Non possumus»
Chissà quale e quanta solitudine attraversarono quel bambino e l’uomo che divenne: prima nel rapimento, poi nella vocazione, infine dentro la cella del monastero. Negli sporadici scambi di sguardi e parole con i genitori e i fratelli. Perché in realtà al piccolo Edgardo la vita fu rubata due volte, non una. La prima quel giorno in cui lo portarono via di casa perché vedesse la luce di quella fede che il battesimo gli aveva donato senza che lui lo sapesse. La seconda, e forse fu ancor più feroce, perché il suo divenne «il caso Mortara»: una battaglia culturale e politica che vedeva schierata da una parte la Chiesa più conservatrice e dall’altra le forze politiche e intellettuali - compresa una parte di clero - che premevano per far respirare al mondo il liberalismo. Quando la notizia del ratto prese a circolare si levarono proteste in tutta Europa. Si disse che al conte di Cavour il fattaccio facesse buon gioco per mettere in cattiva luce papa Pio IX e rinforzare le ragioni del Regno di Sardegna. «Non possumus», rispose puntualmente il Pontefice ogni volta che gli chiedevano di restituire il piccolo alla sua famiglia, al suo mondo. 

Uno scontro di civiltà
E poi c’era lui: il piccolo Edgardo che ben presto incominciò a parlare di illuminazione, di grazia della Provvidenza. Che da quando venne ordinato prete passò la vita e la vocazione a cercare di convertire ebrei. Che ancor prima dell’ordinazione non ne volle più sapere di tornare a casa, anche quando all’indomani del 20 settembre 1870 - presa di Porta Pia e fine dello Stato Pontificio - ne avrebbe avuto facoltà. 

Lo scontro di civiltà che si combatté intorno alla vita di Edgardo Mortara segna quel delicatissimo momento di passaggio verso il liberalismo, accompagna il processo di Emancipazione degli ebrei d’Europa e più in generale la conquista collettiva dei diritti civili. E spesso, nei lunghi strascichi della storia, nell’eco di dolore e rabbia ch’essa porta con sé, nella contemplazione disarmata di tutta quella assurdità, ci si dimentica che al centro c’è lui, quel bambino e quell’uomo che dal buio del giorno in cui lo portarono via da casa in poi e anche nella lunga stagione di una fede vissuta con dichiarata pienezza, conserva dentro di sé qualcosa di ermetico. Chissà qual era per lui il sapore della nostalgia, chissà quali ricordi di casa serbava nell’animo.

Chissà se sapeva chi era. Chissà che cosa la sua fede incrollabile gli rivelava, e che cosa gli teneva nascosto. 

Elena.loewenthal@gmail.com

I primi messaggi del 2017? Sono di odio per i bebè musulmani

La Stampa
alessandro ballesio

Sulla nostra pagina Facebook spuntano commenti razzisti per “salutare” i nuovi nati: gli autori sono stati segnalati



I primi messaggi del 2017 su Facebook? Sono commenti razzisti. Insulti nei confronti dei bebè musulmani, ultimi nati dell’anno appena terminato oppure appena venuti al mondo. Ieri li hanno perfino chiamati «mostri» sulla nostra pagina Facebook, quella de La Stampa di Vercelli. Per fortuna è solo una piccolissima parte dei nostri lettori, ma fa riflettere e fa male. Quelli che comunemente vengono chiamati «leoni da tastiera» (anche se meriterebbero ben altra definizione...) hanno battuto tutti gli altri sul tempo, ma una cosa la devono sapere: i loro commenti possono andare a farli da un’altra parte. Qui non sono tollerati. Anzi. Oltre ad averli eliminati, abbiamo bloccato quegli utenti e segnalati a Facebook. 



Parliamo, in particolare, del post sull’ultimo nato nel 2016 in provincia di Vercelli, il piccolo Ismail, che ha aperto gli occhi sabato all’ospedale di Borgosesia. La mamma abita a Ghemme, nel Novarese. Giovi Giovi Petrillo (che ha un profilo pieno di riferimenti a Hitler) si augura che non diventi mai italiano e aggiunge: «Via dall’Italia questi mostri musulmani». Il commento successivo è di Piero Fiore: «Fra 10 anni o meno ci cacceranno dal nostro paese». Dopo averli cancellati, fortunatamente ne sono spuntati altri di tenore ben diverso: sono auguri scritti da altri utenti. 



Ma non siamo i soli. La stessa cosa è successa alla pagina Facebook de La Stampa di Alessandria. Amira, papà e mamma di origine marocchina, è la prima nata all’ospedale di Casale. «Potreste conteggiare solo gli italiani nati da genitori italiani! Da una testata italiana ci si aspetterebbe questo, come minimo!», è la brillante idea di Fabio ProRacing D’Ursi, che raccoglie pure un paio di «mi piace». «E la mamma è stata operata alla testa?», tenta di ironizzare Elisabetta Ramella. «Ma il ticket l’ha pagato questa puzzona!!!», ride a crepapelle Fabio Grosso. Speriamo che i più intelligenti (che di sicuro sono la maggioranza) finiscano per seppellire, con decine e decine di messaggi, l’odio di quei pochi, miserabili commenti. 

Invenzioni

La Stampa
jena@lastampa.it

Vi ricordate il ministero della cultura popolare che controllava la stampa? 
Ma sì, dai, quello inventato da Benito Grillo.

La colletta dei bimbi del Congo: 238 euro per i coetanei italiani

La Stampa

flavia amabile
I soldi arrivano da Kingoué, un distretto di trenta villaggi e quindicimila abitanti nella Repubblica del Congo



Il bonifico è arrivato a metà dicembre. Erano 238 euro che avevano viaggiato dal cuore dell’Africa, con la speranza di dare il proprio contributo per aiutare le persone colpite dal terremoto. 
La cifra era stata inviata da Kingoué, un distretto di trenta villaggi e quindicimila abitanti nella Repubblica del Congo, ai margini della foresta pluviale dove non c’è luce né acqua corrente. Nove abitanti su dieci non hanno stipendio, vivono coltivando manioca, mais, ananas, oppure allevando mucche, maiali, pecore, capre. 

A fine agosto don Ghislain, un sacerdote congolese che conosce l’Italia per averci studiato, viene a sapere del terremoto. Mostra le immagini di Amatrice, di Accumuli, Arquata, delle case e dei borghi interi distrutti ai parrocchiani. Don Ghislain ha una vasta rete di contatti nel mondo della solidarietà, ha fondato l’associazione Amici Del Congo, da anni porta nei villaggi di Kingoué aiuti, di lui tutti si fidano e gli sono riconoscenti.

Il sindaco e il capovillaggio pensano di avviare una raccolta fondi. All’inizio sembra un’azione disperata. Per riuscire a raggiungere una somma consistente vengono coinvolti diversi villaggi. Trascorrono molte settimane, altre due scosse mettono in ginocchio anche l’Umbria. La raccolta si intensifica. Ogni domenica a messa qualcuno dà quello che può. C’è chi non arriva a dieci centesimi e chi riesce a donare anche 15 euro. 

È ormai l’inizio di dicembre quando la raccolta può dirsi terminata. Jenny Peppucci, volontaria dell’associazione e originaria dell’Umbria, ha 27 anni. Consegnano a lei un foglietto con il resoconto dei soldi raccolti, 156.400 franchi congolesi, pari a 238,43 euro. «Mi hanno chiamato dicendo: visto che voi fate tanto qui, vogliamo anche noi aiutarvi in questa situazione difficile per voi - racconta Jenny. La ragazza invia il resoconto al gruppo MultiSolidarietà che ha attivato diversi progetti nelle zone del terremoto.

A metà dicembre arrivano i soldi e una lettera indirizzata al presidente della Regione Umbria, firmata dal sindaco del distretto, Daniel Mouangoueya: «Ci siamo sentiti coinvolti nel lutto che tocca il vostro Paese e l’Umbria - scrive, ricordando che in tanti italiani e umbri «ogni giorno realizzano numerose attività socio-umanitarie» per gli abitanti della zona. Quindi - conclude - «abbiamo deciso di organizzare una raccolta minima di denaro per manifestare la nostra solidarietà». Subito dopo sono arrivati i 238 euro che valgono 100 volte di più. 

Da Berlino al Bosforo: gli attentatori dell’Isis non sono più kamikaze

La Stampa
giordano stabile

Negli ultimi attacchi i killer si sono dati alla fuga dopo la strage



Non ci sono più i kamikaze di una volta. Gli ultimi due attacchi dell’Isis, a Berlino e a Istanbul, hanno ricalcato ogni dettaglio delle stragi precedenti, di Parigi, Bruxelles o Nizza. Tranne uno. I killer non si sono immolati contro il fuoco della polizia o innescato la cintura esplosiva di ordinanza. Sono fuggiti. Forse per colpire ancora. O per cercare di rientrare nel Califfato e continuare in un modo o nell’altro la loro jihad.

La seconda ipotesi è la più probabile per Anis Amri, il tunisino che si è lanciato con un Tir sul mercatino di Breitscheidplatz. Se voleva uccidere ancora, poteva farlo a Berlino. La rotta verso Sud indica la ricerca di una via di uscita. Dell’uiguro che ha sparato al night club Reina sappiamo ancora poco, sembra comunque che anche lui si stia nascondendo. Due casi sono ancora pochi per indicare un cambio di rotta, ma può essere.

Per l’Isis è un fatto inedito. Anche i killer di Charlie Hebdo, i fratelli Kouachi, erano fuggiti dopo il massacro, ma la loro «formazione» era più legata ad Al-Qaeda. La dottrina Isis degli attacchi in Europa prevedeva l’uso obbligatorio dei kamikaze per ragioni propagandistiche e ideologiche: «Voi amate la vita, noi amiamo la morte». Uniche eccezioni erano i leader che dovevano pianificare altri attacchi e gli artificieri, più difficili da sostituire.

Dei gruppi di fuoco del 13 novembre 2015 a Parigi, solo Salah Abdeslam ha evitato di farsi uccidere. La circostanza che abbia gettato la cintura esplosiva in un cassonetto per darsi alla fuga non è però stata confermata. Il suo era soprattutto un ruolo logistico, procurare rifugi e auto, e quindi è possibile che il piano prevedesse la sua sopravvivenza. 

I killer in fuga da Berlino e Istanbul sono una novità. Ma non è l’unica nella macchina di morte e di propaganda dell’Isis. Da alcuni mesi gli analisti notano un cambio di tono nei video di reclutamento. In particolare in quelli diretti all’Asia centrale, che sta diventando il bacino di adepti più promettente. Se nel 2015 i filmati erano centrati sull’esibizione della violenza, con bambini che sparavano alla nuca dei prigionieri, ora invitano uomini e donne a venire nel Califfato per trovare protezione e una vita davvero «islamica».

Sono video di «famiglie felici», che mostrano compassione e generosità fra camerati al fronte, enfatizzano la presunta giustizia sociale all’interno del Califfato, la «purezza» religiosa, l’educazione improntata alla sharia per i figli. Una propaganda «di pace», quasi di «amore per la vita» che ha come target le popolazioni più povere e discriminate dell’Asia centrale, soprattutto quelle della valle di Fergana, un’area arretrata che attraversa Uzbekistan, Kirghizistan, e Tagikistan e dove vivono 15 milioni di persone.

Le sconfitte subite in Iraq, e la chiusura della frontiera fra Turchia e Siria, hanno ridotto del 90 per cento l’arrivo di foreign fighters. È probabile che l’Isis stia cercando nuove strategie per attirare reclute, civili e militari. Il fascino della morte da kamikaze, e le 72 vergini che attendono i «martiri» in Paradiso, forse non bastano più. 

“Attenzione. Gatto da guardia. Non mettete le dita nella buca delle lettere”

La Stampa
fulvio cerutti



Se è normale vedere il cartello “Attenti al cane”, è più raro immaginare una cosa analoga per un gatto. Ma nel caso di Heston è più che necessario. Ne sanno bene qualcosa i postini che hanno cercato di infilare delle lettere dentro la buca. Fra graffi e morsi, il gatto nero si è addirittura guadagnato il soprannome di “gatto del diavolo”. Così il suo proprietario Bruce Robinson ha dovuto arrendersi e appendere il cartello “Attenzione. Gatto da guardia. Non mettete le dita nella buca delle lettere”. 



«A Heston non piace la gente. Una volta un meccanico è venuto a consegnarmi un documento - racconta Robinson -. Pensava che avevamo un cane da guardia, non un gatto. Poi l’ho sentito gridare dal fondo del viattolo e Heston era lì, appeso alla sua gamba». L’uomo crede che l’abitudine di Heston ad attaccare le mani nella cassetta delle lettere sia nata quando suo figlio Shane giocava con lui quando era ancora un gattino infilando le mani attraverso la buca per vedere la sua reazione. 

Ma per il resto, dice Robinson, Heston è un gatto dolcissimo.

twitter @fulviocerutti

Il Mein Kampf di Hitler bestseller in Germania

La Stampa

Il libro è tornato in vendita nel 2016, con un’edizione arricchita di note, dopo settant’anni di divieto



È diventato un bestseller da 85.000 copie vendute l’edizione critica del Mein Kampf di Adolf Hitler, tornato un anno fa nelle librerie ad opera dell’Istituto di storia contemporanea di Monaco dopo 70 anni di divieto. Lo riferisce la Dpa, ricordando come il volume abbia un importante profilo critico e storico, conti quasi 2.000 pagine, arricchite da note di studiosi che contestualizzano il testo hitleriano. 

Ed è probabilmente anche questa particolarità, oltre alla curiosità per un libro a lungo proibito, ad aver decretato un successo superiore alle aspettative. «I dati di vendita ci hanno travolto», ha detto alla Dpa il direttore dell’Istituto bavarese Andreas Wirsching, ricordando come il gruppo di esperti da lui messo insieme per l’edizione critica sia stato ospite in tante presentazioni del Mein Kampf anche internazionali, da Amsterdam a Mosca, da Zurigo a Toronto. «Non sono gli estremisti di destra» che acquistano questo poderoso volume, ha aggiunto Wirsching, «ma lettori appassionati di storia e politica e molti accademici». 


“Sì, lo dobbiamo pubblicare: il mito va distrutto per sempre”
origamisettimanale.it

Nel 2012 Christian Hartmann ha accettato di guidare una squadra di storici che hanno affrontato una sfida titanica: la prima edizione critica di Mein Kampf dopo il 1945. Tre anni, tremila e settecento note a piè di pagina e duemila pagine dopo, all’Institut fur Zeitgeschichte (IfZ) di Monaco, le prenotazioni per la prima riedizione del libro di Adolf Hitler arrivano a valanghe. Mancano pochi giorni al D-Day - il primo gennaio del 2016 - e in quest’intervista lo storico nato a Heidelberg, esperto di storia militare e nazismo, racconta la sua odissea nel libro più nero del Novecento.

Hartmann, perché è così importante un’edizione critica di Mein Kampf?
«Per due motivi: primo, è una fonte primaria della storia tedesca e internazionale. Secondo, perché è ancora un simbolo. La nostra edizione ha l’obiettivo di analizzare una fonte storica, ma anche di distruggerne una volta per sempre il mito. E cercare di affievolirne l’effetto politico, ora che il libro potrà essere ripubblicato».

È un libro così terribile?
«Mi ha disgustato, a tratti. Ed è stato scritto 90 anni fa, in molte cose è superato e vecchio ed è interessante solo per gli storici, ad esempio nei suoi passaggi sugli anni viennesi di Hitler o sulle riparazioni della Prima guerra mondiale. Ma il libro contiene quattro nuclei ideologici - l’idea della razza, dello spazio vitale, della violenza e della dittatura. E il rischio che qualcuno lo possa ancora trovare molto attraente, c’è». 

Ma non è pieno di inesattezze, bugie ed esagerazioni propagandistiche?
«Assolutamente: è il classico libro di propaganda demagogico, pieno di bugie. Ma c’è il pericolo che alcune di queste bugie vengano credute. Le faccio un esempio: Karl Marx viene ridotto a parte di una congiura internazionale ebraica per la conquista del mondo. Il bolscevismo e il comunismo vengono caricaturizzati come un trucco degli ebrei per dominare l’umanità. In una delle nostre note a pie’ di pagina spieghiamo che le origini di Marx non hanno mai avuto importanza per il padre del comunismo. Anzi, che in alcuni scritti di Marx si trovano addirittura passaggi antisemiti. È un classico esempio del quadro perverso del mondo che Hitler aveva in testa. E nel libro ci sono centinaia di esempi ».

Di recente il premier israeliano Netanyahu ha scatenato una polemica internazionale sostenendo che la “soluzione finale”, lo sterminio degli ebrei, fosse un’idea suggerita a Hitler dal Muftì del Gerusalemme. Che ne pensa? E c’è o non c’è l’idea dello sterminio in Mein Kampf, che è un’opera della metà degli anni Venti?
«Netanyahu sbaglia: bisogna sempre ripetere e sottolineare che la “soluzione finale” è stato un progetto tedesco, non musulmano. Ma in Mein Kampf non c’è ancora quest’idea, pur essendo un libro radicalmente antisemita. Però c’è il famoso passaggio in cui Hitler scrive che si sarebbero dovuti gasare 5.000 “traditori ebrei”, durante la Grande guerra».

È stato giusto non pubblicare il libro per così tanto tempo?
«È stato giusto non pubblicarlo subito dopo la Seconda guerra mondiale, quando la società tedesca sarebbe stata ancora troppo influenzabile. Ma oggi questo divieto non è più plausibile, e non lo è più da molto tempo. Questo libro gira il mondo: non è neanche un problema tedesco, è un problema internazionale. Una volta, a Bologna, ho trovato due libri, Adolf Hitler, la mia vita e Adolph Hitler, storia della Nsdap. L’editore italiano lo aveva riportato alle origini, quando erano due volumi. È un piccolo esempio per dimostrare che ne girano parecchie copie anche in Italia».

Quanto ha influenzato i tedeschi? Vista la quantità di bugie e mistificazioni, non è un po’ imbarazzante che milioni di persone gli abbiano creduto?
«C’è sempre stata un’intensa discussione sulla sua fortuna in Germania. I fatti sono questi: il 7-9% dei tedeschi l’ha letto interamente, e fanno parte di un 20% circa che l’ha letto almeno in parte. Tuttavia ai nazisti non è riuscito di imporlo come avrebbero voluto ai tedeschi. Lo slogan era “Il libro dei tedeschi”, ho molti dubbi che lo sia mai stato. Dal 1933 i tedeschi sono stati bombardati incessantemente con la propaganda nazista, Mein Kampf ne era solo una parte. Negli anni Venti è stato un libro importante, ma anzitutto per Hitler, che si è accreditato attraverso di esso come ideologo di destra e pensatore. All’epoca girava con un biglietto da visita su cui c’era scirtto “Adolf Hitler, scrittore”, in una capitale intellettuale come Monaco, città degli editori, un’immagine del genere era molto importante».

L’antisemitismo all’inizio del secolo non era una specialità tedesca come dimostra il caso Dreyfus in Francia, però in forma così ossessiva era un fenomeno piuttosto marginale, no?
«Esatto. Nelle società occidentali era diffuso a quei tempi una sorta di antisemitismo “tiepido”. Ma nei voelkischen, gli antenati di Hitler, era già molto radicale. Loro cercavano di spiegare tutto con l’antisemitismo. È difficile capirlo oggi ma per loro era chiaro che se fossero spariti gli ebrei sarebbe cominciata un’età dell’oro, così come per i comunisti, per esempio, è chiaro che con la scomparsa del capitalismo poteva cominciare una nuova età dell’oro. Ma sono partiti che avevano pochissimi elettori: crebbero vertiginosamente dopo la Grande guerra».

E in Hitler quando avviene la svolta? Si sa che negli anni giovanili, viennesi aveva persino amici ebrei (che lo finanziavano, peraltro).
«Chiamiamoli soci in affari ebrei - Hitler era un solitario e non aveva amici veri e propri. La svolta, la radicalizzazione del suo antisemitismo avviene, secondo me, ma anche a giudicare da Mein Kampf, dopo la Prima guerra mondiale, dopo la sconfitta tedesca. Su di lui ebbe un effetto-detonatore».

Ci sono passaggi attraenti o interessanti del libro?
«Sono interessanti i passaggi in cui racconta di sé - Hitler era un narratore monomaniacale. Anche Galeazzo Ciano disse che non finiva mai di chiacchierare. E per uno storico, ci sono degli aspetti interessanti quando ammette di aver avuto paura, nelle trincee della Grande guerra. Invece i passaggi dove tenta di elevarsi a pensatore e filosofo sono imbarazzanti, semplicemente penosi. Ed è esattamente il motivo per cui la nostra edizione critica vuole rappresentare un anti-libro, un anti-Mein Kampf» 

Cuba, anno zero

ilgiornale.it
Andrea Indiano

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Quando perfino gli acchiappa-turisti di L’Avana Vecchia, sempre intenti a cercare qualche preda nel quartiere vicino al mare della capitale di Cuba, si rifiutano di parlare di Fidel Castro nonostante un’offerta di dieci pesos, si capisce come la politica sia ancora un tabù per i cubani. La morte del Lider Maximo il 25 novembre scorso ha scosso l’isola, ma pochi giorni a L’Avana bastano per capire come la situazione generale della nazione caraibica sia in realtà molto più problematica del cordoglio per il decesso dell’ex presidente.

Insieme all’amico Che Guevara, Fidel Castro fu in grado di ribaltare la dittatura a Cuba di Fulgencio Bautista nel 1959 usando solo poche decine di uomini e partendo dalla sua Santiago, dove ora è stato sepolto alla fine di un corteo funebre che ha attraversato tutta l’isola. A lui e ai suoi compagni non andava bene che Bautista avesse stretto accordi economici con gli Stati Uniti e inoltre il dittatore aveva già fatto uccidere vari avversari politici creando un clima di terrore fra i cittadini.

Fidel si presentò quindi al mondo come un liberatore e questo aiutò a creare quell’immagine, sapientemente associata a un look ben studiato con cappello, barba e sigaro, che riuscì ad affascinare il mondo intero e a creare una sorta di credito eterno dei cubani verso Castro che ancora oggi si sente nelle loro parole. Nei primi anni di governo le cose andavano bene e l’autarchia imposta dal sistema socialista migliorò l’economia di Cuba: ognuno aveva un lavoro, venivano costruite nuove scuole e gli ultimi modelli di auto sfrecciavano nelle strade di L’Avana.

Se neanche la Guerra Fredda riuscì a fermare l’ascesa di Castro nello scacchiere mondiale, fu il disfacimento dell’Unione Sovietica a segnare in qualche modo la fine del sogno cubano, se mai fosse in effetti iniziato. L’economia dell’isola infatti si basava soprattutto sugli aiuti economici ricevuti da Mosca, dato che la piccola nazione caraibica non possiede le risorse necessarie per sostenersi da sola. Inoltre i metodi usati dal regime castrista cominciarono a essere noti a tutti: gli avversari politici venivano fatti incarcerare senza processo e ai cittadini fu reso impossibile lasciare l’isola.

Arrivarono le carestie e un periodo di povertà che segnarono il punto più basso del regime di Castro. Negli anni ’90 fu resa indispensabile una piccola apertura verso l’esterno alla ricerca di investitori e turisti che prontamente arrivarono, ma Fidel non gradì i cambiamenti in atto nella sua isola. Nuovi controlli e restrizioni furono imposti, lasciando di nuovo Cuba nel degrado economico e isolata dal resto del mondo, proprio come voleva Castro, ostinato a portare avanti il suo credo “Socialismo o muerte” senza mai abbandonarlo. Solo una malattia nel 2006 gli fece fare un passo indietro e lasciare la presidenza al fratello Raul, meno

intransigente e più vicino all’apertura verso il mondo, nonostante si racconti che fu proprio lui a far leggere gli scritti di Karl Marx al fratello maggiore quando i due erano studenti all’università. Raul Castro, con l’incontro con Obama, l’apertura delle frontiere nazionali ai cubani e il lasciapassare ai turisti americani sull’isola, sta dimostrando di aver saputo cambiare idea rispetto alle guerre combattute da giovane, proprio quello di cui Fidel non è mai stato capace: ammettere gli errori del socialismo e constatare la povertà cui aveva costretto il suo popolo.

Le auto degli anni ’50, simbolo dell’apice di Cuba mai più toccato, appaiono colorate e lucenti nelle cartoline, ma lasciano dietro un forte odore di gasolio e ruggine che affligge L’Avana. I palazzi decadenti, le strade con le buche e l’assenza di negozi sono la vera immagine della città: un luogo povero dove la gente appare felice, ma al prezzo di una libertà troppo spesso sottovalutata. Internet è bandito, eppure ci si può accedere in alcuni punti della città dopo una rigorosa registrazione o di contrabbando se si adocchia la persona giusta. Le verdure si trovano molto raramente, ma lo stato continua a concedere gratis riso, farina e pane ai cittadini.

L’alfabetizzazione è altissima e chiunque vi dirà che i medici cubani sono ben preparati, peccato però che gli ospedali cadano a pezzi e non ci siano macchinari. “Non credo che abbandoneremo il socialismo ora che Fidel è morto – dice un tassista che non vuole farsi riprendere – solo lo adatteremo al progresso del resto del mondo”. Questo è il parere di molti cubani, soprattutto dei meno giovani, nati con il mito di Che Guevara e che difficilmente riescono a capire le nuove scelte di Raul. Senza internet, molti fanno affidamento ai quotidiani locali, che sono ovviamente in mano al governo.
L’informazione a Cuba passa infatti attraverso tre canali tv e due giornali.

Il quotidiano Granma è l’unico dell’isola insieme a Juventud Rebelde, dedicato ai lettori più giovani. Fino a poco prima della sua morte, Fidel Castro teneva una rubrica su Granma, molto letta e citata. Il capo della redazione internazionale di Granma, Sergio Gomez Gallo, è convinto che la morte di Fidel cambierà ben poco nell’economia e nella politica di Cuba, anche perchè il Lider non aveva ruoli ufficiali nel governo già dal 2006. Suo fratello Raul è giudicato più disponibile all’apertura e meno intransigente, anche se ora molti lettori temono che possa prendere decisioni sbagliate senza i consigli del fratello maggiore. La redattrice di Juventud Rebelde Ysell Rodriguez Milan è invece preoccupata per l’elezione di Donald Trump, un sentimento

comune fra i cubani. Entrambi i giornalisti parlano fieramente delle proprie pubblicazioni e non sembrano preoccupati che l’assenza di altri quotidiani non filo-governativi possa essere un problema per i cittadini, dato che secondo loro i lettori hanno già tutte le informazioni necessarie all’interno dei due quotidiani nazionali. Internet però comincia a essere sempre più diffuso e non è un caso che di pari passo aumentino anche i tentativi di lasciare l’isola: chi riesce a scoprire come si vive in Occidente, con libertà di pensiero e senza carestie, è disposto a mettere a rischio la propria vita in una barca traballante nell’oceano pur di tentare la fortuna altrove.

La sensazione che si ha dopo un periodo a Cuba è quella di avere di fronte una nazione molto povera, incapace di sostenersi da sola eppure ormai convinta, dopo anni di regime di Fidel Castro, di potercela fare. Il Lider Maximo è riuscito a inculcare un’idea di orgoglio nazionale in tutti i cittadini e neanche la sua morte sembra riuscire a scalfirla, nonostante gli evidenti errori che si notano nel sistema politico e le mancanze nella vita di tutti i giorni degli abitanti. A L’Avana e dintorni socialismo fa rima con povertà. Se neanche l’arrivo internet, che inevitabilmente sarà molto più diffuso nei prossimi anni sull’isola, riuscirà a scalfire il culto di Castro, allora Cuba resterà un’oasi abbandonata a se stessa, dove però verrà reso necessario un intervento per aiutare gli abitanti.

Il telecronista del MotoGp Guido Meda contro i valdostani: maltrattano i turisti

La Stampa

La replica del ristoratore di La Thuile criticato su Facebook: “Solo un fraintendimento”


Guido Meda in una foto tratta dal suo profilo Facebook

Sta innescando polemiche un post su Facebook del noto giornalista di Sky Sport Guido Meda. In relazione a un periodo di vacanza sulle piste da sci della Valle d’Aosta, ha scritto, il primo gennaio: «Amico valdostano che a volte mi fai sentire come il tuo bel bancomat ambulante su gambe, sai che se tu facessi anche solo finta di avere un po’ di considerazione umana io e gli altri visi pallidi turisti della pianura ti pagheremmo anche più volentieri?». In 36 ore ha ricevuto oltre duemila `mi piace´ e più di 200 condivisioni. In un commento al post, datato primo gennaio, lo stesso telecronista della MotoGp specifica: «oggi nella fattispecie maltrattatissimi» in un ristorante di La Thuile.