venerdì 4 agosto 2017

Sul Nautilus, sotto il Polo Nord per 96 ore: l’impresa di 59 anni fa raccontata da Alberto Cavallari

corriere.it
di Alberto Cavallari

Il 3 agosto 1958 sommergibile nucleare Usa compie la prima traversata sotto la calotta polare artica. Ecco il reportage di Alberto Cavallari dal Corriere d’Informazione del 14 agosto 1958 

 



Questa mattina sono andato dentro al ventre di ferro del «Nautilus», che affiora ancora «caldo di Polo», come dicono gli inglesi, nelle acque di Portland. Lasciata la coperta, mi sono lasciato condurre in quel dedalo incandescente di luce al fluoro che forma l’interno del sommergibile atomico. C’erano i marinai che cucivano sulle divise la nuova decorazione della traversata polare, un nastrino rosso e blu con la «N» dorata. C’erano dei tecnici che rivedevano certi strumenti. E c’era a bordo Waldo Lyons, uno degli esperti scientifici che hanno fatto parte dell’equipaggio, e che ha compiuto da solo quasi tutte le rilevazioni sul ghiaccio senza muoversi mai per 96 ore dalla televisione. Lyons scriveva appunti, certamente appunti segreti. Sono appunti che cambieranno la geografia e, passati in mano ai militari, anche la storia. Riguardano, infatti, la possibilità di creare basi per i missili sotto la calotta polare.
Un’esperienza da fantascienza
La visita non è stata lunga. L’interno del «Nautilus» è una specie di grande macchina di precisione immersa in una luce splendida, abbagliante, verde, per il riflesso del metallo che ricopre le pareti e che — stagno alle radiazioni nucleari com’è — emana riflessi verdognoli. Dentro a questa luce cominciammo a camminare da una stanza all’altra, da un saloncino all’altro. L’ufficiale che mi accompagnava, di quando in quando chiedeva se non mi pareva di vivere in un romanzo di fantascienza. E si capiva, che nei suoi sentimenti, le novantasei ore d’immersione sotto il Polo ancora conservavano il sapore di un miracolo avveniristico. Si capiva come mai, martedì, quando i marinai del «Nautilus» videro tanta gente che li aspettava sul molo, apparvero flemmatici e freddi, quasi meravigliati.
Il caffè atomico
Imbarcarsi sul «Nautilus» è già una decisione da personaggi di fantascienza. Passare sotto al Polo, o navigare normalmente, per questi uomini abituati a vivere in un singolarissimo mondo, non fa molta differenza. Scendemmo fino alle cucine che funzionano a energia nucleare. E l’ufficiale chiese: «Do you want an atomic coffee?». I visitatori del « Nautilus » sono obbligati in questi giorni a sorbirsi il caffè atomico. Poi passammo alla sala buia dov’è lo schermo televisivo sul quale è comparso via via il favoloso paesaggio delle montagne di ghiaccio e dove, per novantasei ore, è stato proiettato il più straordinario film sul grande tetto gelato del mondo.

Infine, finimmo contro una porta stagna che immette alla zona segreta del «Nautilus»: quella della sala macchine e degli strumenti. C’era un cartello con la scritta : «It is not cleared for visit by civilians». E l’ufficiale spiegò che, di là, vi sono i motori atomici, gli apparecchi per la navigazione inerziale e le altre diavolerie segretissime. E qui chiese se percepivo l’atmosfera straordinaria del grande viaggio. Gli dissi naturalmente di sì, anche se non era vero. E continuammo la visita. L’atmosfera del grande viaggio del « Nautilus » non è infatti avvertibile in questa luce verde, davanti a strumenti indecifrabili, di fronte alle bistecche cotte con l’energia nucleare.
Nella cabina del comandante
Essa cominciò ad esistere quando, abbassata la testa, entrammo nella cabina del comandante Anderson. La stanza dell’uomo che ha incarnato il capitano Nemo non è larga più di tre metri per tre. C’è un tavolo carico di carte, ci sono fotografie di familiari alle pareti. In uno scaffale vi sono i libri letti durante questo viaggio: uno è di Churchill («The hinge of fate»), uno intitolato Sea misteries e, infine, un libro che è stato la grande bibbia di questo viaggio: «Ventimila leghe sotto i mari » di Verne, in un’edizione americana. Da questa piccola biblioteca si capisce Anderson. La sua cabina è la stanza d’un uomo che ha realizzato una grande impresa continuando a credere nei sogni dell’adolescenza. Di qui Anderson ha comandato l’equipaggio che s’alternava a turni di quattro ore di servizio ogni otto. Qui, forse, ha preso forza nei momenti di dubbio, rileggendo la grande favola di Verne: finché la notte del 3 agosto, ha vissuto il grande momento.
Quella torta sotto il Polo
Con l’ufficiale del «Nautilus» sono andato a vedere la sala di riunione dell’equipaggio, dove tutti gli uomini sono stati chiamati a raccolta alle 11,45 del 3 agosto, sotto il Polo Nord. L’ufficiale mi ha mostrato la lettera del Ministero della Difesa americano, già appesa in cornice: poi ha spiegato dov’era Anderson mentre dava l’annuncio, e dove erano schierati gli uomini, e dove venne mangiata la grande torta. Disse qualche cosa che tutti i protagonisti di questa avventura hanno già raccontato. Dopo le spiegazioni aggiunse: « Nessuno riuscì ad essere allegro, in quel momento. Era una cosa meravigliosa, ma nessuno di noi riuscì a lanciare un hurrà». E mentre parlava capivo sempre meglio che il cuore del «Nautilus» era qui, in questa sala di riunione dove 116 uomini, abituati a vivere in un mondo irreale inondato di luce, fitto di congegni magici, hanno avuto un attimo di sgomento proprio sul traguardo della vittoria. In questa sala, che ha visto il loro scoramento di uomini davanti alla loro impresa degna di 116 robot, la storia del «Nautilus» era più viva che di fronte a tutte le meraviglie dello scafo.
Gli errori degli atlanti
Quando tornammo su, a camminare sullo scafo del «Nautilus», c’era, sempre seduto a scrivere, Lyons, l’esperto scientifico del sommergibile; e con lui, era il ten. Jenks. Jenks, che è l’ufficiale che ha seguito personalmente gli strumenti per la navigazione inerziale, era straordinariamente entusiasta delle sue macchine. «I giroscopi per la navigazione inerziale — diceva — funzionarono cosi bene che, quando emergemmo dal “pack”, eravamo lontani non più di dieci miglia dalla posizione che avevo calcolato. Non ci aspettavamo davvero che fossero così precisi. Non è meraviglioso?». Lyons, che stava ad ascoltare, era invece entusiasta dei suoi rilievi e delle sue osservazioni sul ghiaccio della calotta polare: «Siamo in grado di correggere la geografia — diceva —. Sugli atlanti ci sono molti errori. Ho visto io stesso alla televisione che lo spessore dei ghiacci del Polo non supera mai gli ottanta piedi. Speriamo che la cosa giovi ai militari ».
La sbronza finale
Di marinai, sul «Nautilus», ce n’erano pochi ormai, e i due si sapevano soli. Anche quei quaranta dell’equipaggio del sommergibile, che a rigor di termini, dovrebbero essere a bordo, erano ridotti di molto. La paga, consegnata loro martedì, è stata di 85 sterline; e poiché 85 sterline sono 85 sterline, quando lasciammo il sommergibile «ancora caldo di Polo», incontrammo per le strade di Weymouth parecchi eroi del Polo che stanotte debbono aver fatto lavorare i baristi senza remissione. Forse il «Times», domenica, intratterrà i suoi lettori sulla convenienza o no che gli eroi scendano cosi rapidamente dal piedestallo di un’impresa storica per alzare il gomito. Certo è che le «ventimila leghe sotto i mari» del «Nautilus» sono finite con una sbronza che nemmeno la fantasia di Verne avrebbe potuto inventare. Anche questo finale, allegro e marinaresco, riscatta la storia di questa avventura polare, le toglie l’astratta patina di science fiction che sembra ricoprirla. Con la sua paura e la sua allegria, l’equipaggio del «Nautilus» l’ha fatta diventare la storia di 116 uomini coraggiosi.

3 agosto 2017 (modifica il 4 agosto 2017 | 08:28)