lunedì 7 agosto 2017

«L’Egitto vuole indietro reperti e statue rubati»

lastampa.it
marco zatterin

Dall’archivio: l’incontro a Torino del sovrintendente di Giza



Persino Hitler, a un certo punto, convenne che fosse il caso di restituire il busto di Nefertiti all’Egitto. I suoi funzionari condussero una laboriosa trattativa con gli emissari del Cairo. Poi, all’ultimo istante, qualcuno suggerì al dittatore nazista di andare a vedere l’opera prima dell’addio definitivo. Fu un colpo di fulmine. Il Fuhrer rimase stregato da quell’immagine fantastica, dalla bellissima e misteriosa regina che aveva attraversato lo spazio e il tempo per trovare un posto in una teca berlinese. L’affare sfumò senza possibilità d’appello e da allora la proprietà non è mai stata messa in dubbio. Sino a che è arrivato «l’ultimo faraone» e la partita si è riaperta.

«E’ stato un furto, un inganno», rilancia Zahi Hawass, sovrintendente generale alle Antichità Egizie. Il colpevole si chiamava James Simon, era un commerciante tedesco che all’inizio del secolo scorso finanziò gli scavi che condussero l’archeologo Ludwig Borchardt a ritrovare lo straordinario pezzo. Temendo che le autorità locali gli vietassero di portarlo fuori dal Paese, l’uomo lo contrabbandò senza pensarci due volte. «Lo prese nel museo del Cairo e lo coprì di fango, così lo trasportò di nascosto in Germania», ricorda l’archeologo egiziano, 56 anni, stella del piccolo schermo, «l’ultimo faraone» secondo i suoi ammiratori.

Per questo, assicura, Nefertiti deve tornare a casa al più presto. E deve farlo in buona compagnia. Hawass chiede indietro tutti quelli che lui chiama «reperti unici», perché «i pezzi che non hanno eguali devono essere esposti insieme con il resto delle collezioni in Egitto». La regina di Amarna è la prima della lista, ma l’archeologo più famoso del pianeta vuole anche la stele di Rosetta dal British Museum, lo Zodiaco di Dendera custodito al Louvre, il busto di Akhnaton da Boston e la statua di Hemiunu da Hildeshiem, in Germania.

«Quattro di questi cinque pezzi sono rubati», sottolinea, pronto ad allungare l’elenco: «Vogliamo tutto quello che è stato trafugato: abbiamo già avviato un’azione diplomatica per riottenre 280 pezzi acquisiti illegalmente. Ma ci sono anche altre cose, come i rilievi tolti dalle pareti delle tombe ed esposti nei musei che andrebbero ricollocati nel contesto originale». Poche settimane fa con un volo di sola andata da Atlanta è atterrata al Cairo la mummia di Ramses I, nonno del celeberrimo Ramses II.

In arrivo sono anche alcuni pezzi di muro della tomba di suo figlio, Sethi I. Hawass, però, punta tutto sul restyling del nuovo Museo Egizio della capitale, e invoca i «magnifici cinque» per almeno tre mesi. «La gente di qui, che non viaggia all’estero, ha il diritto di vederli», incalza. Il negoziato è in corso e i nemici del Dottor Zahi, che pochi non sono, avvertono del rischio di non rivederli più. Lui nega; ripete «solo tre mesi, solo tre mesi...», e disegna con ampi gesti nell’aria la mappa su cui intende far svolgere il programma di rilancio di tutto l’apparato museale dell’ex terra dei faraoni. Il piano prevede l’apertura di tredici nuove sedi e un ampliamento significativo di quella del Cairo.
Un terzo della collezione principale, rivela Hawass, sarà distribuito sul territorio nazionale.

«Apriremo a Sharm-el-Sheikh e a Urgada - racconta -. Avremo un museo dei mosaici ad Alessandria, e uno dei ritratti nel Fayoum. Rinnoveremo il museo copto e quello islamico». Al Cairo sarà inaugurata un’ala occidentale, cambieranno le luci, le vetrine e il design interno. La promessa è che fra un anno e mezzo tutto sarà pronto. Si terrà una grande festa e, s’augura il sovrintendente, ci dovranno essere anche i anche gli anelati «magnifici cinque», con la coppia Nefertiti-Akhnaton finalmente ricongiunta.

La sua opinione è che i musei debbano cambiare, che la missione principale sia diffondere messaggi e cultura, pensando tanto agli studiosi quanto ai bambini. Rinnovarsi nella tradizione, come si suol dire, argomento che porta il discorso da questa parte del Mediterraneo. «Torino? E’ un luogo magnifico», risponde Hawass, deciso nel bocciare la polverosa ipotesi di un trasferimento nella reggia di Venaria. «I musei devono restare nel cuore delle città, dove la gente possa visitarli con facilità. Pensate al Metropolitan di New York o al British Museum, li vedreste in periferia?». Non lo convince neanche la scusa dei magazzini traboccanti o quella della carenza di sale espositive denunciata dai sovrintendenti.

«Di spazio ne hanno a sufficienza. Quanto ai sotterranei pieni è un grave errore. Facciano mostre itineranti. Prestino i pezzi ad altre istituzioni. Ma non li tengano in cantina. E’ un vero spreco». I manager di via Accademia delle Scienze hanno uno spunto di riflessione. Un secondo, Hawass lo introduce parlando del palazzo storico della sede torinese che, rileva, «è parte integrante dello spettacolo». Un terzo arriva quando l’archeologo afferma che i pezzi esposti nelle teche di tutto il mondo non appartengono ai musei, ma ne sono soltanto «ospiti».

«I monumenti egizi sono un patrimonio universale, ma noi siamo chiamati ad esserne i guardiani. Devono essere trattati con cura, altrimenti siamo costretti ad intervenire». Come? «Chi non rispetta i reperti non potrà più avere a che fare con noi, e quindi non potrà più contare sulla nostra collaborazione scientifica». Gli egiziani vogliono dare il buon esempio, e su questo Hawass gioca tutta la sua reputazione. Anche Giza avrà nuovi servizi. Sarà vietato il traffico automobilistico fra le piramidi, saranno spostate le stalle dei cammelli, ci sarà un nuovo centro di informazione, la strada girerà intorno ai tre colossi come una circonvallazione.

«Trasferiremo anche il mio ufficio», sorride l’archeologo. Un progetto elaborato in collaborazione con i giapponesi sta valutando le condizioni per il recupero della seconda delle navi di Cheope: «Adesso che abbiamo il pieno controllo del nostro patrimonio dobbiamo dimostrare di saperlo sfruttare». Il sigillo sull’operazione grandi opere, il sovrintendente egiziano lo porrà con l’Oasi di Baharia, neanche 400 chilometri dal Cairo. E’ l’ormai celeberrima «Valle delle Mummie» scoperta proprio da Hawass nel 1999 con l’aiuto involontario di un asino caduto in una tomba affollatissima.

«Non bisogna esporre le mummie per fare sensazione - confessa l’archeologo -. Le piacerebbe che la sua mummia fosse in un museo fra mille anni? A me no. Per questo ne abbiamo scelte cinque fra le più significative per metterle nel museo locale, che pure sarà rinnovato. Serviranno a dare l’idea». Gli antichi egizi, sussurra, devono continuare a riposare il loro sonno millenario senza essere disturbati. Le antichità egizie, invece, possono anche muoversi. A patto, però, che il viaggio sia un ritorno a casa. Soprattutto se, in un tempo anche lontano, qualcuno le ha rubate.

(27 novembre 2003)