mercoledì 2 agosto 2017

I migranti minorenni sbarcati in Italia: “L’Europa? No, sognavamo la Libia ma lì c’era l’inferno”

lastampa.it
davide lessi

Sono circa 12 mila i minori arrivati nei primi sei mesi del 2017: il 19% ha viaggiato solo. «Gran parte dei 720 intervistati voleva vivere in Nord Africa», il rapporto della Ong Impact

Non sognano l’Italia. E, la maggior parte di loro, nemmeno l’Europa. Ma l’Africa settentrionale. L’altra faccia degli sbarchi la racconta un ragazzo di 17 anni proveniente dal Sudan. «Volevo vivere e lavorare in Libia, ma ho cambiato idea dopo aver provato sulla pelle cosa sta accadendo laggiù. Non potevo restare e ho deciso di affrontare il Mediterraneo». M., così lo chiameremo, è uno dei 12 mila minorenni sbarcati in Italia nei primi sei mesi del 2017: il 19 per cento di loro, come M., ha viaggiato da solo.

Un viaggio lungo (una media di 1 anno e 2 mesi la durata) che, almeno in partenza, non prevedeva di concludersi in uno Stato europeo. Più della metà (il 54%) di 720 minori non accompagnati intervistati dichiara di aver cambiato destinazione dopo essere passati per un’esperienza infernale in Libia. A dirlo è l’ultima ricerca Reach (finanziata dall’Unicef) e condotta dalla Organizzazione non governativa Impact. 

L’inferno libico
È la storia di M., 17enne sudanese. Ma anche di un suo coetaneo del Senegal: «Quando sono partito non sapevo in quale Stato africano mi sarei fermato. Poi in Libia mi hanno obbligato a prendere un barcone per l’Italia. Ho avuto paura dell’acqua, non volevo affrontare il mare…», dice. «Io sono stato picchiato – racconta un altro minorenne originario dal Gambia -. Mi hanno messo in un carcere libico per quattro mesi. E picchiato ancora. Finché hanno deciso che sarei partito per l’Italia. Ora mi appello a tutti, fratelli e amici: “Restate a casa!”». Quasi un minorenne su due racconta di essere stato derubato in Libia. Uno ogni quattro sbattuto in carcere senza capi di imputazione. Dall’inferno, chi può, scappa.

Demitizzare l’Europa
«La nostra ricerca rompe il mito delle migrazioni verso l’Europa», conferma Giulia Serio che ha curato personalmente parte delle interviste della ricerca. «Agli italiani sembra sorprendente ma alcuni Stati dell’Africa del Nord sono visti come Paesi di opportunità professionali». Da Ginevra, sede della Ong Impact, la vice direttrice Gaia Van Der Each conferma: «La Libia nell’immaginario collettivo degli africani che non ci vivono è rimasta un Paese di immigrazione. Insomma, lo studio conferma che non partano solo per guerra o fame, ma tanti lo fanno per cercare condizioni migliori di vita o per altre ragioni personali».

Chi paga il viaggio?
Secondo la ricerca 7 migranti minorenni non accompagnati su 10 partono per violenze, conflitti o difficoltà all’interno della vita famigliare. Hanno di media tra i 16 e i 17 anni. L’11% ha preso la decisione di partire dopo averne discusso con i propri cari. Gli altri hanno fatto di testa loro. Affrontando, in solitudine, le difficoltà del tragitto. «Sono stato giorni senza mangiare e bere», racconta un 16enne del Gambia. Storie di chi ce l’ha fatta. Altre non le sentiremo mai: secondo i dati dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) sono 2.360 i morti mentre cercavano di attraversare il Mediterraneo. Resta però una domanda che non trova risposta nel rapporto di Impact, Ong indipendente. Chi ha pagato il viaggio ai migranti derubati (uno su due) e-o finiti in carcere (uno su quattro)? La risposta aiuterebbe a capire molto, di cosa sta succedendo in Libia.