venerdì 11 agosto 2017

Da riscrivere la storia dell’Isola di Pasqua: Rapa nui non si è ‘suicidata’ sfruttando troppo le sue risorse

repubblica.it
Luigi Bignami

La storia della popolazione che viveva su Rapa Nui o, come più nota, sull’Isola di Pasqua, scritta basandosi su ciò che trovarono i primi coloni, potrebbe essere completamente riscritta. Ciò grazie a nuovi studi su reperti trovati negli ultimi anni sull’isola i quali portano a sfidare il pensiero convenzionale che vuole che gli abitanti autoctoni distrussero il loro ambiente riducendo un’isola idilliaca a poco più di un deserto. Rapa Nui, un’isola vulcanica che letteralmente significa “grande isola di roccia” si trova nell’Oceano Pacifico meridionale e appartiene al Cile pur trovandosi a 3.600 chilometri dalle sue coste. È diventata famosa per i moai, le statue di pietra che si trovano lungo le coste e che per lungo tempo sono risultate un enigma archeologico, soprattutto legato al modo con il quale vennero erette.

La rivoluzione sul modo di pensare a quella popolazione parte dai risultati di uno studio sui campioni ossei e vegetali che risalgono al 1.400 dopo Cristo. Essi dicono che gli abitanti avevano una dieta molto più varia di quel che si pensava e che presero cura del loro ambiente con molta maggiore attenzione rispetto a quanto ipotizzato finora. Quando gli europei arrivarono sull’isola nel 1722, proprio nel giorno di Pasqua, trovarono una popolazione che sembrava in diminuzione e i racconti tradizionali dicono che la civiltà che popolava l’isola stava lentamente scomparendo perché aveva esaurito la maggior parte delle loro risorse. Quel microcosmo sembrava non essere più in grado di sostenere gli abitanti come aveva fatto precedentemente.

Ma ora un gruppo internazionale di archeologi scrive una storia diversa: essi dicono infatti, che i resti umani ritrovati mostrano che circa metà delle proteine presenti nelle diete delle antiche persone di Rapa Nui proveniva da fonti marine, mentre precedentemente si sosteneva che dal mare essi ottenessero pochissimo cibo. Ma c’è qualcosa di ancor più interessante: sembra infatti, che il cibo terrestre che essi ingerivano proveniva da un terreno che sembrava essere arricchito artificialmente, in altre parole esso veniva concimato con scarti organici di vario genere, e questo significa che la gente era molto più edotta in agricoltura di quanto si è sempre ipotizzato, per esempio Jared Diamond nel suo best seller Collasso racconta che l’Isola di Pasqua è “l’esempio più chiaro di una società che ha distrutto sé stessa sfruttando troppo le proprie risorse”.

Le nuove ricerche dipingono invece la storia di un popolo che fu in grado di adattarsi e sopravvivere in condizioni ambientali molto difficili e che non ci fu un vero e proprio ecocidio come si narra normalmente. Spiega Carl Lipo del Binghamton di New York: “Il popolo Rapa Nui era molto intelligente ed è quanto si evince guardando il modo con il quale utilizzarono le loro risorse. Tutto l’equivoco sulla distruzione ambientale del loro mondo si è creato dai nostri preconcetti, in particolare su quel che a noi sembra cibo di sopravvivenza, ma che per altri è sostentamento”.
Le prove portate dagli archeologi sono incontrovertibili: la datazione al radiocarbonio dei resti vegetali e animali trovati sull’isola dicono che il terreno era ben coltivato fino all’arrivo degli europei nel XVIII secolo e che non è assolutamente vero che gli abitanti si diedero alla cattura dei ratti per farne cibo primario.

“Ciò non corrisponde assolutamente con la composizione chimica delle ossa che i ricercatori hanno raccolto e studiato. I nostri risultati indicano che ci furono sforzi concentrati per manipolare i suoli agricoli e renderli più fertili e tutto ciò suggerisce che la popolazione Rapa Nui ebbe una vasta conoscenza sul modo con il quale superare i problemi oggettivi della scarsa fertilità del suolo, così da migliorarne le condizioni e creare un approvvigionamento alimentare sostenibile”, spiega Lipo. Dopotutto una popolazione impoverita e in qualche modo sottonutrita difficilmente avrebbe avuto il tempo per trasportare le gigantesche teste di pietra attraverso l’isola. Ma questa è tutta un’altra storia.